Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Il mondo non mi deve nulla, Massimo Carlotto, (e/o, 2014) a cura di Giulietta Iannone

16 marzo 2014

mondo non mi deve nullaLise e Adelmo sono gli improbabili protagonisti di questo breve romanzo (quattro capitoli e un epilogo) di Massimo Carlotto, dal titolo Il mondo non mi deve nulla, edizioni e/o. Definirlo romanzo forse è inesatto, sarebbe meglio definirlo racconto lungo, o ancora meglio canovaccio teatrale, perché appunto contiene in sé la struttura e le caratteristiche del soggetto di una breve piece: dialoghi predominanti, tempi cadenzati, scene al chiuso, prevalentmente nel salone di una ricca ed elegante casa di vacanze di Rimini, città quanto mai sullo sfondo, sappiamo solo che la stagione non è ancora iniziata e non c’è ancora la ressa dei turisti.
E solo volendo esaminare a fondo le pagine, scopriamo una Rimini di viali alberati, e case da ricchi, da una parte e dall’altra case di ringhiera, balere, bar dove giocare a carte e farsi un bianchetto, oltre alla Stazione, a Rimini gente in arrivo e in partenza ce ne è sempre, dove è facile essere scippati dai ladri locali o più che altro da sudamericani e gente dell’Est “si muovono in gruppo, alcuni distraggono la vittima altri la ripuliscono”.
Racconto noir? Direi di sì, anche se non ci sono poliziotti, investigatori, sangue sparso, violenza o efferatezze. Tutto è giocato in uno scontro di volontà cadenzato da dialoghi in punta di penna, con qualche affondo che a volte graffia il lettore stesso, nello stile tipico di Carlotto. Una battaglia combattuta da due personaggi, un uomo e una donna, diversi in tutto, incontratisi per caso, complice una finestra aperta in un elegante palazzo che si affaccia su viale Principe Amedeo.
Lui, Adelmo, superati i quaranta, è un ladro per necessità, licenziato dalla fabbrica in cui lavorava, c’è la crisi, in Italia licenziano tutti, per pagare mutui e bollette e mantenere la moglie, Carlina, che si spezza la schiena facendo le pulizie, si è ritrovato a fare il delinquente con poco successo, lo conoscevano tutti, in giro per Rimini con la sua bicicletta.
Lei, Lise, sessant’anni, ancora una bella donna, piena di fascino, elegante e di classe, tedesca, una vita in giro per il mondo sulle navi da crociera come croupier. Una donna abituata a convivere con le menzogne, la sua intera vita è una menzogna, anche se ha sempre vissuto nel lusso, prendendosi gli uomini che voleva, libera, senza legami o obblighi, ora si trova truffata e derubata dai risparmi di una vita dalla sua banca, la sgualdrina. Già per colpa dei derivati, solo dal nome il saggio Adelmo sentiva puzza di fregatura, ora le sono rimasti solo più 120 mila euro, tutto il necessario per vivere un anno con il tenore di vita a cui è abituata,  ma ha un’altro progetto, un progetto che potrebbe fare di Adelmo un assassino.
Una storia d’amore? Forse. Il legame che si crea tra i due protagonisti non è esente da una sottile tensione erotica, che si stempera nelle contingenze della vita, nelle sue necessità economiche, nella consapevolezza di fallimenti e sconfitte. Lise non ha più tempo per l’amore, ha preso una decisione irreversibile, consapevole che il mondo non le deve nulla, frase che ripete come un mantra. Adelmo vorrebbe costruirsi un futuro con Lise, ma non ne ha la forza, non è all’altezza di competere con i demoni interiori della donna, che sì si concede a lui, ma una volta per trattenerlo e esporgli il suo piano, una seconda volta per dare vita ad un’illusione, un sogno che da solo non basta. La voce caustica di Lise, le sue battute sferzanti, capaci di ferire e umiliare Adelmo, non trovano un contraltare della stessa forza. E in questo sbilanciamento di prospettive si gioca l’intera narrazione fin verso l’epilogo, colpo di scena compreso, in cui si sciolgono, finalmente, tensioni e drammi.
Racchiude una morale questo racconto? Difficile dirlo senza svelare il finale, posso solo dire che al dunque ogni personaggio ottiene ciò che vuole. Buona lettura.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Sco­perto dalla scrittrice e critica Grazia Cher­chi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fug­giasco, pubblicato dalle Edi­zioni E/O e vincitore del Pre­mio del Gio­ve­dì 1996. Per la stessa ca­sa editrice ha scritto: Ar­ri­ve­­derci amo­re, ciao (se­con­do posto al Gran Pre­mio della Let­­te­ra­tura Po­­li­zie­sca in Francia 2003, finalista al­l’Ed­gar Al­lan Poe Award nella ver­sione inglese pubblicata da Europa Edi­tions nel 2006), La ve­rità del­l’Al­li­ga­tore, Il mi­stero di Man­­­giabar­che, Le ir­re­go­­lari, Nes­suna cortesia al­l’u­sci­ta (Pre­mio Des­sì 1999 e menzione speciale del­la giu­­ria Pre­mio Scer­­ba­nen­co 1999), Il corriere co­lom­­­bia­­no, Il mae­stro di nodi (Pre­mio Scer­­ba­­nen­co 2003), Niente, più niente al mondo (Pre­mio Gi­ru­là 2008), L’o­scu­ra im­men­sità della mor­te, Nord­est con Mar­co Vi­det­­ta (Pre­­mio Se­le­­­zio­ne Ban­ca­rella 2006), La ter­ra del­la mia ani­ma (Pre­­mio Grinzane Noir 2007), Cri­stia­ni di Al­lah (2008), Per­das de Fogu con i Ma­ma Sa­bot (Pre­mio Noir Eco­lo­gista Jean-Clau­de Izzo 2009), L’amore del bandito (2010) e Alla fine di un giorno noioso (2011). Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Mi fido di te, scritto assieme a Francesco Abate, Respiro corto, Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e, con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo Le Vendicatrici (Ksenia, Eva, Sara e Luz). I suoi libri sono tradotti in molte lingue e ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sce­­neggiatore e collabora con quotidiani, riviste e mu­sicisti.

:: L’attrice di Teheran di Nahal Tajadod, (e/o, 2013) a cura di Giulietta Iannone

13 marzo 2014

attrice teheranSheyda è solo all’inizio di un lungo esilio. Non era pronta per vivere in Francia. Deve imparare tutto, la lingua – che un po’ conosceva già – ma anche il tartufo, che deve imparare ad apprezzare, così come il vino di Saint- Emilion, il roquefort, il discorso di de Gaulle alla liberazione di Parigi, Arletty, Gabin e le sue battute famose: “ Atmosfera, atmosfera!” e “I suoi occhi non sono niente male, sai”, il Tour de France, il maggio del Sessantotto, la Nouvelle Vague e una sfilza di nomi, mamma mia nomi di attori, cineasti, scrittori, (Proust, mai dimenticare Proust, mi raccomando) sportivi (da Anquetil a Yannick Noah), ristoranti, hotel, città, scadenze elettorali, (le cantonali, le regionali) festività, (Assunzione, o Ascensione? Lunedì di Pentecoste?) Ah, quanto lavoro per te, che non hai neppure idea di chi diavolo sia Dominique Strauss-Khan! […] Tra noi decenni di Repubblica islamica e lo stesso dolore. Lo stesso esilio, o quasi. 

L’attrice di Tehran, (Elle joue, 2012) di Nahal Tajadod, edito in Francia da Editions Albin MichelParis,  e in Italia da e/o con traduzione di Federica Alba, è un romanzo ispirato alla vita di due donne, due artiste, un’attrice e una scrittrice, unite dall’esilio e separate da trent’anni, trent’anni fondamentali per la storia dell’Iran, trent’anni in cui tutto è cambiato, non solo politicamente.
Dalla monarchia costituzionale dello scià Mohammad Reza Pahlavi alla repubblica islamica dell’Ayatollah Khomeini, dalla modernizzazione forzata al più intransigente tradizionalismo religioso e sociale, alla guerra con l’Iraq, l’Iran di Nahal Tajadod, moglie dello scrittore e sceneggiatore di Luis Buñuel, Jean-Claude Carrière, sinologa e scrittrice, ha poco o niente di simile all’Iran di Sheyda (personaggio ispirato all’attrice Golshifteh Farahani). Niente più collegi francesi, minigonne, musica occidentale, relativa libertà di pensiero, di religione, di autodeterminazione. Tutto spazzato via dalla rivoluzione del 1979.
E proprio questi mutamenti emergono in filigrana in questo libro raro e prezioso, che si legge davvero con interesse, grazie anche alle doti narrative della Tajadod. La questione femminile nei paesi islamici per quanto in modo sommerso è una questione aperta, esiste il femminismo islamico, in molti paesi vige una sorta di matriarcato almeno familiare, esistono le lotte per la rivendicazione di diritti,  per la propria presa di coscienza. A volte queste lotte possono essere condotte nel paese di origine, nei paesi islamici più progressisti, a volte l’unica strada è l’esilio, come succede alle protagoniste di questo romanzo.
La libertà, l’indipendenza, l’autodeterminazione, l’uguaglianza sono tematiche fondamentali spesso negate, ma mai completamente trascurate, e la realtà è così complessa e variegata, che è bene sentire la voce di tante donne per farsi un quadro più veritiero della situazione. E questo libro, la cui sincerità impressiona e a volte sgomenta, aiuta ad aggiungere tessere al puzzle, tenendo presente che la questione femminile è comunque aperta anche in Occidente.
L’attrice di Tehran nasce come uno scambio di esperienze, di racconti di vita, anche dolorosi, anche scomodi. Sheyda la giovane e bella attrice che sceglie un abito occidentale invece del chador alla presentazione di un suo film a New York, non conosce solo il successo, l’adorazione dei fan, la possibilità di lavorare con artisti stimati e brillanti, nel suo passato ci sono ombre, un’infanzia abusata, un’ aggressione con l’acido, l’espropriazione della propria casa, gli interrogatori feroci da parte dei Guardiani della Rivoluzione, l’accusa di essere una spia della CIA.
Tutto scorre davanti ai nostri occhi fino al finale, quel volo che la porterà in Occidente, cadenzato dalla speranza che succeda qualcosa, che qualcuno la fermi, perché la sua identità culturale e l’amore per la sua terra sono più forti, della censura, della paura, dell’infelicità. Sheyda partirà, il destino ha per lei in serbo altre sfide, altri traguardi, e noi lettori in fondo ammiriamo il suo coraggio e ci domandiamo se davvero la sua esperienza possa in qualche modo aiutare a cambiare le cose per le nuove generazioni.
Come le protagoniste di questo libro, ce l’auguriamo.

Nahal Tajadod è una scrittrice iraniana, dal 1977 stabilitasi in Francia. Sinologa ed esperta di religioni orientali, ha scritto diversi saggi su buddismo e manicheismo e ha pubblicato alcuni libri ispirati alla vita del poeta mistico Rumi. In lingua italiana è apparso, per Einaudi nel 2008, il romanzo Passaporto all’iraniana. Ora è nelle librerie un altro suo romanzo, si intitola L’attrice di Teheran ed è pubblicato da E/O.

:: La bionda dagli occhi neri, Benjamin Black – John Banville (Guanda, 2014)

8 marzo 2014
la_bionda_dagli_occhi_neri

Clicca sulla cover per l’acquisto

“Non andartene” dissi.
Lei mi guardò e sbattè in fretta le palpebre, come se avesse dimenticato che ero lì o non sapesse più chi ero. Si alzò. Tremava un poco. “E’ tardi” disse. “Ho un appuntamento.”
Era una bugia, naturalmente. Non aveva importanza. Si era allenata fin da giovanissima a dire quel genere di bugie, le blande bugie sociali, quelle che tutti danno per scontate, o quantomeno tutti quelli del suo mondo. Io mi alzai in piedi, le mie costole scricchiolarono sotto il loro involucro di carne ammaccata. “Mi chiamerai?” dissi.
“Sì, certo.”
Non pensavo che mi avesse sentito; neanche quello aveva importanza.
Si girò per andarsene. Avrei voluto tendere una mano per fermarla, trattenerla lì, tenerla con me. Vidi me stesso allungare il braccio e prenderla per il gomito, ma solo nella mia immaginazione; sussurrando qualcosa che non colsi, lei si voltò del tutto e se ne andò, facendosi strada tra i tavoli, ignorando i molti occhi maschili che si alzarono a guardarla passare.
Mi risedetti, anche se fu più un crollo che altro. Sul tavolo era rimasto il suo martini intonso, con un’oliva solitaria immersa dentro. La sua sigaretta schiacciata nel posacenere aveva uno sbaffo di rossetto. Guardai il mio bicchiere mezzo vuoto, un tovagliolino di carta appallottolato, una scaglia o due di cenere sul tavolo che un respiro avrebbe fatto volare via. Sono queste le cose che rimangono; queste le cose che ricordiamo.

Fermi tutti, Philip Marlowe è tornato!
Beh certo John Banville non è Raymond Chandler, (ma dopo tutto anche Robert B. Parker non lo era e terminò Poodle Springs Story, attività che mi divertii a fare anche io, ma questa è un’altra storia)  c’è una certa eco, un piccolo sfasamento che accompagna specialmente la letture delle prime pagine di questo romanzo, ma l’effetto è senza dubbio affascinante. La bionda dagli occhi neri (The Black-Eyed Blonde A Philp Marlowe Novel, 2014) edito da Guanda e tradotto da Irene Abigail Piccinini,  è un buon apocrifo chandleriano, forse di più è un buon hardboiled all’americana tutto donne fatali, risse e cazzotti, messicani pugnaci, delinquenti da quattro soldi, amicizie tradite e poliziotti burberi e incattiviti. E’ naturalmente un hardboiled post James Ellroy, si sente la sua lezione, in sfumature definiamo moderne, che Chandler non avrebbe mai osato dare ai suoi romanzi. E in questo sta la bellezza e l’originalità di questo libro, non una copia sbiadita di un classico, una imitazione piatta di stile, tono, cadenze, ma un’ interprestazione, una rivisitazione che pur si impegna a restare fedele allo spirito originale del personaggio, alla sua malinconia virile, alla sua onestà di fondo in un mondo di mafiosi, delinquenti e mezze calzette. Credo che da queste mie parole si capisca che mi è piaciuto e molto, per una volta le entusiastiche fascette (si sono scomodati anche Stephen King e Richard Ford) non sono fuori luogo. Conosco il Philip Marlowe chandleriano, l’ho letto, riletto, studiato, amato moltissimo, imitato nello stile in alcuni miei racconti, per cui diciamo ero una cliente difficile per il buon Banville, che almeno per conto mio l’esame l’ha superato, la diffidenza iniziale (dai un altro imitatore di Chandler!) si è stemperata in ammirazione. Cosa dire della trama. L’attacco è un dejavu. Una cliente entra nell’ufficio di Marlowe e gli espone il suo caso: il suo amante, Nico Peterson, un mediocre agente di starlette, è scomparso e lei vorrebbe che l’investigatore lo ritrovasse. Un classico, dei classici, insomma. Poi naturalmente la cliente, Clare Cavendish, erede della Langrishe Profumi, è una bionda bellissima e fatale, piena di soldi e di classe, sensuale quanto basta perché il nostro accantoni nel suo cuore e nella sua mente Linda Loring e si ritrovi innamorato come un ragazzino. Già si sente il rumore di vetri infranti del suo cuore in frantumi, ma naturalmente Marlowe, lungi dall’ascoltare la voce del buon senso, si getta a capo fitto nell’indagine, prendendo botte da orbi, rischiando la vita, imbattendosi in un buon numero di cadaveri, finendo incidentalmente a letto con la bella Clare (come la contea irlandese, non come il nome femminile con la i), collaborando con poliziotti non proprio ostili ma quasi, per poi scoprire… bè non vi tolgo certo il divertimento, ma vi do un indizio: una valigia sarà rivelatrice. Ecco, penso sia sufficiente per darvi un’idea della storia, ambientata in una Los Angeles anni 50, (il nostro andrà pure al cinema a vedersi un film dei fratelli Marx, preceduto da spot pubblicitari vintage), una città da ricchi, con le loro ville immense ad un passo dall’oceano, i loro club esclusivi frequentati anche da mafiosi e gangster per dare un tocco di esotico pericolo alle loro noiose vite, una città dove le ragazze sognano di diventare dive di Hollywood, e la droga scorre a fiumi, una città con il Messico troppo vicino, una città dove si muore con grande facilità. Marlowe incontrerà la madre di Clare, in un grande albergo, e per un attimo ho rivisto la madre di Grace Kelly/Frances Stevens, in Caccia al ladro, forse un’ ispirazione, forse la stessa Grace Kelly è stata un’ ispirazione per Clare Cavendish, chissà, bisognerebbe chiederlo all’autore. Marlowe da questa storia ne esce, un po’ malconcio, col cuore a pezzi, ma vivo. E noi ci auguriamo che Banville, abbia voglia di farlo vivere ancora a lungo.

John Banville è nato a Wexford, in Irlanda, nel 1945. Ha pubblicato il suo primo libro, Long Lankin, nel 1970. Altri suoi titoli sono Doctor Copernicus e Ghosts; con Il mare ha vinto il Booker Prize nel 2005.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Paola dell’ufficio stampa Guanda.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone, Dale Furutani (Marcos, Y Marcos, 2013) a cura di Giulietta Iannone

3 marzo 2014

imagesDavvero delizioso, Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone (The Curious Adventures of Shelock Holmes in Japan, 2011) di Dale Furutani, edito da Marcos y Marcos e tradotto da un pool di giovani traduttori[1], coordinato da Paola Mazzarelli.
Che il personaggio di Sherlock Holmes abbia ispirato schiere di apocrifi non è una novità, originale invece è senz’altro lo scenario scelto da Dale Furutani, già autore di una raffinata trilogia, edita sempre da Marcos Y Marcos, con al centro le indagini di un samurai, tale Matsuyama Kaze, sullo sfondo di un quanto mai suggestivo Giappone feudale.
Dunque siamo in Giappone, tra il 1892 e il 1893, in pieno periodo Meiji, periodo in cui era imperatore Mutsuhito, famoso come fautore della progressiva occidentalizzazione del paese. Sherlock Holmes, sotto le mentite spoglie di un quanto mai fantomatico esploratore norvegese di nome Sigerson, (nel racconto L’avventura della casa vuota sarà lui in persona a svelare a Watson, la sua identità occulta), per sfuggire alla banda del professor Moriarty, dopo l’incidente alle cascate di Reichenbach, dove aveva inscenato la propria morte, vaga per l’Asia, toccando la Persia e il Tibet. E a quanto pare anche… il Giappone, stando all’affermazione che fa Holmes su un tipo particolare di arti marziali, informazione a quanto pare confermata dai taccuini di un medico, un certo dottor Junichi Watanabe, che l’autore (espediente letterario già noto al Manzoni) dice di aver ricevuto in dono da una simpatica vecchia obaasan di Karuizawa, villaggio turistico a nord di Tokyo, in cui, singolare coincidenza è possibile trovare in un giardino pubblico vicino alle scuole superiori una statua di un uomo con indosso una mantellina e un cappello ben noti.
La segretezza quindi è la maggior priorità del nostro, che appunto giunto a Yokohama fugge grandi alberghi e luoghi pubblici e trova ospitalità nella casa del dottor Watanabe, presentato dal solerte colonnello inglese Montague Ashworth, misterioso personaggio che gravita intorno alla ambasciata britannica. Sarà l’inizio di una bizzarra convivenza, (Sigerson –san sembra affatto interessato a usi e costumi giapponesi, con grande rammarico del suo ospite, quanto ad indagini e delitti), che porterà i due molto vicini ad una vera e sincera amicizia.
In otto racconti, che vanno da L’avventura dell’henna gaijin a Il caso del cuore infranto, Sigerson –san avrà modo di mettere alla prova il suo acume e il suo talento investigativo, (tenendosi lontano dalla cocaina, a quanto pare suo unico strumento per combattere la noia), in compagnia della sua guida e traduttore, sorta di Watson con gli occhi a mandorla, che del precedente assistente di Holmes conserva la qualifica di medico, le iniziali di nome e cognome e ben poco altro.
Junichi Watanabe è un perfetto giapponese del suo tempo, affascinato dall‘Inghilterra, (ma non dalla Germania), dalla medicina “olandese”, dalle modernità portate dall’occidente, ma fedele a un codice antico, appartenuto ai samurai, e all’usanze di buona educazione e discrezione, peculiari del suo popolo. Solo un bambino rende palesi i suoi sentimenti e i suoi pensieri, un giapponese adulto e beneducato, evita la volgarità dell’esibizione di cose che debbono restare private e nascoste. E Holmes questo sembra stranamente capirlo, uniformandosi, forse grazie alla sua estrema sensibilità, a questo modo di comportarsi non del tutto estraneo al suo essere più profondo. E questa è senz’altro l’intuizione, più originale e compiaciuta, di Dale Furutani, che con uno stile semplice e pulito, ci accompagna in questo viaggio nel Giappone antico sulle tracce di un incontro che tramite la stima reciproca e la curiosità, si trasforma inaspettatamente in qualcosa di più, capace di avvicinare oriente e occidente.
Per chi già conosce lo stile di Furutani, sicuramente una piacevole conferma, per chi come me si avvicina per la prima volta a questo autore, una scoperta davvero gradita.         

Dale Furutani. Originari dell’isola di Oshima, a sud di Hiroshima, i Furutani si stabiliscono alle Hawaii quando Dale è ancora in fasce. L’esercito americano confisca al nonno — sospettato di essere una spia — il peschereccio di famiglia, e i Furutani si trovano in condizioni precarie. A cinque anni, Dale viene adottato da una famiglia americana e si trasferisce in California. Nonostante i pregiudizi razziali di cui è vittima durante gli anni scolastici, Dale si mette in luce e si laurea brillantemente. Fonda una propria società di consulenza, poi entra nella grande industria, diventando un alto dirigente della Nissan Motors Usa. Passa più tempo che può in Giappone, intanto: la terra d’origine di cui cerca di cogliere l’essenza rendendola materia delle sue storie. Nel 1993, pubblica con successo Death in Little Tokyo, è finalista in numerosi premi, ed è il primo scrittore asiatico a vincere il prestigioso Anthony Award. Con Marcos y Marcos ha pubblicato la fortunata trilogia che ha per protagonista il samurai Matsuyama Kaze: Agguato all’incrocio, Vendetta al palazzo di giada e A morte lo shogun.


[1] Traduzione dall’inglese realizzata dagli allievi della scuola di Specializzazione in traduzione editoriale Tuttoeuropa, Torino – corso 2012- 2013, lingua inglese: Flora Arone, Alessia Borin, Paolo Cocco, Chiara De Bernardi Simona Depaoli, Serena Fabris, Marta Formagnana, Ilaria Gentile, Chiara Longo, Sofia Mangano, Manuela Mastroianni, Sara Monsurrò, Roberta Sapino, Agnese Scarpa, Mariangela Scrimaglio, Elisabetta Spediacci, e Angela Tursi.

:: Il palazzo dalle cinque porte, Stefano Di Marino (Mondadori, 2014) a cura di Giulietta Iannone

24 febbraio 2014

3100Cigolii, passi affrettati nel buio, ombre, presenze inquietanti, delitti, misteri, di questo si nutre Il palazzo dalle cinque porte, romanzo che segna il passaggio da Segretissimo al Giallo Mondadori, di un autore versatile e non scontato come Stefano Di Marino.
Un autore che ama sperimentare e sorprendere, tanto da tentare la strada del thriller soprannaturale, quel genere di giallo fantastico, con sfumature horror, contaminato da suggestioni cinematografiche e letterarie che ci portano lontano nel tempo, agli sceneggiati italiani anni settanta, come non pensare a Il segno del comando, con Ugo Pagliai nei panni del professore Edward Forster, o anche ai successivi gialli all’italiana, di registi come Argento, Lenzi, Bava, per citarne alcuni, ed ancora prima ai personaggi letterari di Arsene Lupin di Maurice Leblanc, o Rocambole di Alexis Ponson du Terrail o le atmosfere irreali e ricche di pathos di Fantômas, capisaldi della narrativa d’avventura.
Da scrittore di razza, perché Di Marino ha una naturale fluidità narrativa che gli permette di essere forse il più prolifico autore italiano di action, ama contaminare generi e rielaborarli aggiungendo suoi personalissimi tratti distintivi, sopratutti l’amore per l’oriente e le arti marziali per esempio, e in questo romanzo la ricerca legata all’occulto, e alle arti legate alla magia, all’illusionismo, alla prestidigitazione (arrivando a spiegare i meccanismi che svelano i segreti di un delitto nella stanza chiusa, o i congegni nascosti che circondano una seduta spiritica organizzata da imbroglioni).
Dunque suggestioni horror, declinate più nelle sue componenti di inquietudine e di minaccia incombente, ma anche caratterizzate da derive slasher, (armi da taglio sono le armi preferite dal nostro misterioso assassino, che anche non disdegna le pale di un motoscafo per smembrare e fare a pezzi una delle sue vittime), unite ai temi più cari al romanzo classico d’avventura, più l’occulto e le leggende esoteriche legate a personaggi maledetti prigionieri del passato come il pittore cinquecentesco Betto Angiolieri o il capitano di ventura della Serenissima Radu Salieri detentore di un codice misterico capace niente meno che di aprire un porta, (la fantomatica quinta porta), sull’Occulto, il celebre Oculus Diaboli.
In una Venezia tardo autunnale, labirintica e crepuscolare, si muove dunque il protagonista Sebastiano “Bas” Salieri, personaggio forse destinato ad iniziare una nuova serie di romanzi parallela a quelli del Professionista. Giovane, affascinante, amato dalle donne, uomo di spettacolo e nello stesso tempo smascheratore di ciarlatani e impostori che avvelenano la sua arte, l’illusionismo. Con un passato doloroso, che gli ha forgiato l’animo e il corpo. Forse soldato di professione in epoche passate, (riconoscendo un suo simile un po’ si lascia andare a ricordi di zone di guerra) ma tutto sfuma nel mistero e le similitudini con il Professionista si perdono definitivamente.
Tutto ha inizio con la morte, apparentemente accidentale, di suo zio, Mattia Salieri, che inaspettatamente lo lascia erede di uno storico palazzo, il palazzo dalle cinque porte appunto. Che di porte ne ha solo quattro, e questo naturalmente è solo uno dei misteri che il nostro Bas cercherà di risolvere. Il vicequestore Sauro Panitta non crede alla morte accidentale e subito coinvolge il protagonista nelle sue indagini parallele. Ma questa non sarà l’unica morte, un assassino misterioso infatti si aggira per Venezia, tessendo la sua trama di morte intorno a Bas Salieri.
Aiutato dalla bella fotografa Martina, che presto diventerà la sua amante veneziana, la ricerca della verità diventa per Bas essenziale e anche legata al vero motivo che l’ha portato a Venezia. Non ve lo anticipo, lo scoprirete leggendo il libro. Ah poi c’è un fantasma, già un mistero nel mistero, che spingerà a chiederci se Bas creda veramente al soprannaturale. Illusione, suggestione ipnotica, anima dolente che cerca giustizia, se non vendetta? Tocca a voi scoprirlo assieme all’identità dell’assassino o degli assassini. Come da tradizione, tutto o quasi sarà spiegato negli ultimi capitoli. Ah dimenticavo, segnalo in conclusone un’ interessante intervista all’autore concessa ad AD su architettura e scenari narrativi.  Tutto febbraio in edicola, poi solo in ebook. Buon divertimento.      

Stefano Di Marino si occupa della narrativa d’intrattenimento in tutte le sue forme da oltre vent’anni. Con lo pseudonimo Stephen Gunn firma per Segretissimo la serie Il Professionista dal 1995. Ha pubblicato il saggio C’era una volta il thrilling nell’antologia Il mio vizio è una stanza chiusa (Supergiallo Mondadori, 2009) da lui stesso curata, e Paura sul piccolo schermo in Cripte e incubi (Bloodbuster editore 2012). Nel Giallo Mondadori presenta ha pubblicato la trilogia hard boiled Montecristo. Dal 2009 scrive romanzi e racconti thriller per la rivista Confidenze (Io sono la tua ombra, Sortilegio, Appuntamento a Madrid, Maschere e pugnali, la Finestra sul lago, Il mare degli inganni e La casa con i muri rosa). Nello speciale Giallo 24 ha pubblicato Donna con viso di pantera.

:: Giuseppe – Il padre di Gesù, Gianfranco Ravasi, (Edizioni San Paolo, 2014) a cura di Giulietta Iannone

21 febbraio 2014

giuseppeLa figura di San Giuseppe mi ha da sempre affascinato, per cui ho colto l’occasione di leggere Giuseppe – Il padre di Gesù di Gianfranco Ravasi, Edizioni San Paolo, con un misto di curiosità e aspettativa, e devo ammettere che sono tante le cose che ho appreso, alcune decisamente lontane dall’iconografia classica. Giuseppe, c’è poco da dire, è una figura misteriosa, circondata da un‘aura di riserbo e di silenziosa discrezione. Cosa sappiamo realmente di lui? Dai vangeli canonici poco, appare più come una figura dimessa, sullo sfondo della vita di Gesù, di Maria e degli apostoli. Sappiamo che era un uomo giusto e gentile, di età in un certo senso avanzata, dotato di una fede forte e profonda (messaggeri divini gli apparivano in sogno e lui non esitava a eseguire cosa gli veniva comandato) e di un certo coraggio, fidanzato e poi sposo di Maria, padre legale di Gesù, un gran lavoratore, un falegname, discendente della stirpe di Davide sebbene la sua condizione sociale fosse modesta. Ravasi comunque non si limita a presentarci la figura di Giuseppe che emerge dai vangeli canonici, e qui sta sicuramente la parte più interessante del libro, ma aggiunge anche notizie tratte dai vangeli apocrifi, quei testi anche molto antichi che non rientrano nei testi giudicati dalla chiesa di ispirazione divina. In appendice troviamo per esempio il testo integrale della Storia di Giuseppe il falegname, testo apocrifo in cui viene descritta la morte di Giuseppe, e apprendiamo per esempio che era vedovo quando sposò Maria e già padre di numerosi figli (i celebri fratelli di Gesù?). O a pagina 46, notizie tratte dal Vangelo arabo dell’infanzia, da cui apprendiamo i nomi dei due condannati che saranno crocifissi con Gesù a Gerusalemme, e le circostanze un po’ avventurose del loro incontro precedente in Egitto con la sacra famiglia. Curioso il capitolo intitolato Un falegname high-class in cui Ravasi riporta la polemica tra chi “vorrebbe continuare a classificare Gesù e la sua famiglia nella categoria della povertà e chi, invece, vorrebbe promuoverlo al rango della media borghesia”. Polemica della quale ero del tutto all’oscuro. Naturalmente è un testo scritto da un teologo, che riporta versetti e citazioni bibliche, ma con una certa leggerezza che permette anche ai meno avvezzi ai testi teologici di trovare spunti di riflessione interessanti. Curioso per esempio anche l’accostamento tra Lenin  e San Paolo di pagina 65, che non vi anticipo, lo scoprirete durante la lettura, o l’elenco di rappresentazioni pittoriche in cui appare l’effige di Giuseppe. Bella per esempio la copertina con la riproduzione di San Giuseppe con Gesù bambino, 1640-1642, di Guido Reni. Sebbene sia un testo relativamente breve, perfetto come regalo per la festa del papà, Giuseppe – Il padre di Gesù racchiude un ritratto approfondito della figura di Giuseppe, con un occhio all’universo bliblico e un altro alle tracce culturali, come sintetizza lo stesso autore nell’ introduzione. Letto in un pomeriggio, senza sforzo grazie a uno stile semplice e discorsivo, privo di asperità.                  

Gianfranco Ravasi, nato nel 1942 a Merate (Lecco) e ordinato sacerdote nel 1966, è stato per molti anni Prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Nel settembre 2007, dopo essere stato nominato da Benedetto XVI Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e delle Pontificie Commissioni per i Beni Culturali della Chiesa e di Archeologia Sacra, è stato ordinato Arcivescovo Titolare di Villamagna di Proconsolare. A lungo docente di esegesi dell’Antico Testamento nella Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale e di ebraico nel Seminario arcivescovile milanese, è membro di numerose accademie e istituzioni culturali italiane e straniere, oltre che autore di diversi volumi. Il 20 novembre 2010 è entrato a far parte del Collegio cardinalizio. Tra le opere pubblicate presso le Edizioni San Paolo segnaliamo la “trilogia” Che cos’è l’uomo? (2011), Chi sei Signore? (2011) e Dove sei, Signore? (2012), come pure il commento ai Salmi (20072) e quello al Qohelet (20085). Per il Gruppo San Paolo ha diretto opere di prestigio come la Bibbia Via, Verità e Vita (2009), i diversi volumi della Nuova Bibbia per la Famiglia (2009) e il Dizionario Temi Teologici della Bibbia (2010).

:: Luna bugiarda di Ben Pastor (Sellerio, 2013) a cura di Giulietta iannone

20 febbraio 2014

8. cover SELLERIOLa BMW era parcheggiata in fondo alla via. Cominciò a percorrere il tratto di strada che lo separava dalla macchina con il passo rigido e claudicante, grato al buio e al freddo che lo circondavano, quasi fossero un liquido denso in cui poter immergersi, fuggire, sprofondare. Dall’oscurità alzò lo sguardo verso il nastro di cielo che si intravedeva a fatica tra i piani alti dei caseggiati. I suoi occhi indugiarono per una manciata di istanti su quella cintura incastonata di stelle, che si allungava da un cornicione all’altro. La luna si era assottigliata in una falce consunta, ma la sua lama scintillava straordinariamente luminosa sul colmo di un tetto. Era la stessa luna chiara e impassibile che aveva visto dal balcone dell’elegante casa dei suoi genitori a Lipsia e , più tardi, dalla sconfinata, mortale immensità della pianura russa, così densa di insidie. Luna bugiarda, pensò. Una luna bugiarda. Bora si lasciò sfuggire un sospiro. Era un soldato, senza figli, e solo.

Luna bugiarda (Liar Moon, 2001) di Ben Pastor, rieditato da Sellerio nell’ottobre del 2013, a più di dieci anni dalla prima pubblicazione in Italia, avvenuta nel 2002 per Hobby & Work, e sempre tradotto da Maria Emilia Piccone, ci porta cronologicamente subito dopo i fatti narrati in Cielo di stagno. Dalla Russia del 1943 dunque, all’Italia settentrionale del dopo 8 settembre e della repubblica di Salò, in una continuità di tematiche e suggestioni, resa omogenea da un opportuno lavoro di rivisitazione del testo, rispetto all’originale del 2002, ricco di ampliamenti e integrazioni.
L’autrice ha da sempre preferito alla progressione cronologica una personale rivisitazione dei fatti e dei personaggi, che le permette per esempio ora di lavorare ad una storia di Martin Bora, ambientata nella Creta del 1941, a ridosso dell’invasione dell’isola da parte delle truppe aviotrasportate tedesche. Questa scelta, sicuramente legata alla complessità del personaggio principale, permette all’autrice una rielaborazione in progress dell’intera esperienza di vita del giovane ufficiale della Wermacht, ispirato alla figura storica del colonnello Claus von Stauffenberg attentatore della vita di Hitler, e nella mia esperienza di lettrice è una scelta narrativa piuttosto anomala, anche se affascinante, che seguo con interesse.
Luna bugiarda ci porta nell’Italia del Nord, in Veneto, in piena occupazione nazista, e colloca il protagonista in una delicata e dolorosa fase della sua vita di soldato e più estesamente di tedesco, che pian piano prende coscienza, non solo della drammatica situazione storica, ma proprio delle scelte morali ed etiche necessarie per conservare la propria dignità umana. E sembra proprio questo il nucleo centrale che all’autrice interessa, più ancora della dimensione unicamente investigativa, che fa appunto di Bora uno strumento della detection più classica, alle prese con indagini, morti violente e assassini.
Mai come in Luna bugiarda, molto più sicuramente rispetto a La canzone del cavaliere, Il Signore delle cento ossa, Lumen, o lo stesso Cielo di stagno, ci troviamo davanti ad una crisi umana, alla dissoluzione di certezze e speranze, al dolore non mitigato o lenito da credi religiosi, o ideologici, spogliato di ogni eroicità. Nel prologo il protagonista sopravvive a stento ad un attentato, riportando gravi ferite, tra cui l’amputazione della mano sinistra. Fatto questo che oltre al dolore fisico in sé racchiude, per chi conosce il personaggio, e il suo talento e la sua sensibilità di pianista, una sorta di condanna, di fine della bellezza sopraffatta dalla violenza e dalla brutalità della guerra.
Oltre al dolore fisico dicevamo, che Bora non vuole alleviare in alcun modo con oppiacei che ne minerebbero la lucidità, la morte del fratello, la consapevolezza che la moglie non lo ama più e il conseguente senso di abbandono (“Mia cara Nina” fu l’unica risposta che scrisse sulla pagina bianca, “chiedi a Dikta se mi vuole ancora bene”), il senso di colpa legato alla deportazione degli ebrei, di cui si fa in una certa misura strumento, sebbene non con l’ invasamento e l’ accanimento prescritto e voluto dal Reich e dalle SS suoi strumenti. (La sua caduta in disgrazia è già prossima, e Bora lacerato tra paura e coraggio, si interroga più volte sul dove i suoi doveri di soldato cessano di esistere contrapponendosi a quelli di essere umano, anche se il sacerdote che salva dalla deportazione,  assieme gli ebrei affidati alla sua custodia [l’SS senza nome arriva a lamentarsi ” Se non avese le spalle protette da certi pezzi grossi in alto loco, direi che lei maggiore Bora è un amico dei giudei“] ben diventano simbolo degli atti di coraggio che il personaggio sa comunque ancora compiere, quasi a conferma che la sua umanità non è morta del tutto). Tutto insomma contribuisce a infondere alle pagine di questo libro una patina di triste amarezza, e controllata disperazione, che infonde nel lettore una particolare empatia e compassione nei confronti del protagonista, la cui caratura umana tuttavia non viene mai meno.
Comunque Luna bugiarda è anche la storia di un’indagine, di un delitto, della scoperta di un colpevole. Seppure non morirà solo il gerarca Vittorio Lisi, investito sulla sedia a rotelle, da un auto, nel giardino davanti casa. Altri morti costelleranno la trama, alcuni legati al dramma di un assassino solitario che ruba le scarpe alle proprie vittime, che riporta Bora in Russia facendogli rivivere il ricordo di un altro pazzo, che vedeva nelle sue allucinazioni la gente scalza, poco prima della sua morte. Ben Pastor mostra la chiave per risolvere il delitto scopertamente, ma a volte proprio ciò che è più chiaramente in evidenza sfugge alla nostra vista e infatti sarà difficile collegare l’unico indizio lasciato dalla vittima morente all’assassino. Io non l’ho fatto, ma fidando nell’intuito di Martin Bora, mi sono sbagliata solo in parte. Buona lettura.

Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi  Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.

:: La legge della notte, Dennis Lehane, (Piemme, 2014)

15 febbraio 2014

la-legge-della-notte-di-dennis-lahane-L-kGe805La legge della notte (Live by Night, 2012) pubblicato in quest’inizio 2014 da Piemme, è una classica gangster story,  (ambientata nell’arco di una decina d’anni, dal 1926 al 1935, tra Boston e Cuba), che ci porta nell’America degli anni del Proibizionismo, tra  distillerie clandestine, speakeasy, bootlegger, gangster, e famme fatale. Periodo, il Proibizionismo, che sembra aver vissuto un grande revival in questi ultimi anni, forse grazie al film, Il grande Gatsby, diretto da Buz Luhrmann, o al fatto che il periodo di crisi che stiamo vivendo ci porta direttamente nel 1929. Sta di fatto che di libri ambientati in questo periodo ce ne sono stati davvero tanti da La contea più fradicia del mondo di Matt Bondurant, a Unamicizia pericolosa di Suzanne Rindell, a Pieno giorno di JR Moeringer, sono i primi che mi ricordo, ma ce ne sono molti altri.
Tradotto da Stefano Bortolussi e romanzo dell’anno al Edgar Awards 2013, La legge della notte è il secondo volume di una trilogia (ma i libri potrebbero essere anche quattro) dedicata da Dennis Lehane ai Coughlin, una famiglia di poliziotti irlandesi nella Boston di inizio Novecento. Nel novembre del 2009 Piemme aveva già pubblicato il primo episodio Quello era l’anno (The Given Day, 2008), ma chi se lo fosse perso non tema, lo può recuperare anche in seguito, questa è una saga in cui ogni libro si può leggere come standalone con lo stesso divertimento.
Personaggio principale è Joseph “Joe” Coughlin, classica pecora nera, un ragazzo, e poi uomo, che decide di mettersi dall’altra parte della legge, diventando prima ladro poi vero e proprio gangster, anche se si considera più un fuorilegge che un semplice criminale, con un guizzo di orgoglio e fierezza. Le ragioni di questo suo  passaggio al lato oscuro ci riportano forse al suo rapporto conflittuale col padre, e alla sua infanzia, in una ricca e benestante famiglia della Boston bene, ma povera di affetti e caratterizzata da un vuoto e una disperazione che solo in parte il protagonista cercherà di esorcizzare prima nell’amore per la bella Emma Gould, e poi per la moglie Graciela Corrales.
L’autore di Shutter Island – L’isola della paura e Mystic River – La morte non dimentica, sembra voler dipingere un affresco di un’ epoca, sì ormai lontana, ma nello stesso tempo fondamentale nella storia americana. In fondo la parabola e l’ascesa di Joe Coughlin non è altro che il racconto di un uomo che insegue il suo sogno (americano) di felicità in un mondo in cui dominano corruzione, violenza e insensatezza, e Joe una sua morale la conserva, forse solo non piegata alle leggi comuni di rispettabilità e onestà, per cui la sua dimensione di eroe la conserva, seppure il retrogusto amaro non scompare. Tra bische clandestine, bordelli, distillerie d’alcool, fabbriche di tabacco, in compagnia di poliziotti corrotti, mafiosi italiani, guerriglieri cubani, gangster irlandesi e associazioni criminali ebraiche, il destino o chi per lui ha in serbo per Joe prove durissime, dal pestaggio da parte della polizia, al carcere, al tradimento di un amico, alla lotta contro Albert White, il boss di Boston, l’uomo con cui divideva l’amore della bella Emma Gould.
Infine, per concludere Leonardo Di Caprio ne ha comprato i diritti e Ben Affleck dovrebbe dirigere la trasposizione cinematografica. Il canovaccio è ottimo per una storia di violenza, solitudine, amore e ascesa di un gangster forse per caso, a cui il destino sembra togliere molto di più di quello che dà.          
Il suo prossimo libro World Gone By, uscirà nel marzo del 2015.

Dennis Lehane, prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, ha lavorato come educatore per bambini affetti da handicap e vittime di abuso, come cameriere, parcheggiatore, autista di limousine, libraio, scaricatore di camion. Il suo unico rimpianto è di non aver mai fatto il barista. Ha scritto dieci romanzi, tutti bestseller, tradotti in oltre trenta lingue. Tre di questi hanno ispirato alcuni dei maggiori registi contemporanei: Clint Eastwood (Mystic River. La morte non dimentica), Ben Affleck (Gone Baby Gone. La casa buia), Martin Scorsese (Shutter Island. L’isola della paura). Anche La legge della notte – che ha dominato per settimane le classifiche americane e si è aggiudicato i prestigiosi Edgar© Awards come Miglior romanzo dell’anno – è destinato a diventare un film, con Ben Affleck alla regia e Leonardo DiCaprio nei panni del protagonista. Dennis Lehane è anche sceneggiatore di serie tv (The Wire, Boardwalk Empire). Vive tra Boston e la Florida.

:: Come cerchi nell’acqua, William McIlvanney (Feltrinelli, 2013) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2014
cerchi

Clicca sulla cover per l’acquisto

Prima di Ian Rankin e Irvine Welsh, ancora prima di Tony Black, Allan Guthrie, Ray Bank, Val McDermid e Russel D. McLean e molti altri, la lista è davvero lunga, c’era William McIlvanney. Il padre del “tartan noir”, termine coniato da James Ellroy per definire quello strano connubio di generi, dall’hardboiled al noir, dal poliziesco investigativo al crime puro è semplice, nato e cresciuto in Scozia e diventato un vero e proprio genere letterario a sé.
McIlvanney, classe 1936, quarto figlio di un ex minatore, per 15 anni insegnante di inglese prima di dedicarsi completamente alla scrittura, è probabilmente uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei, capace di influenzare generazioni e generazioni di scrittori dopo di lui.
E infatti leggendolo, la prima cosa che ti viene in mente è di cercare di rubarne i segreti, di catturare lo stile, del tutto peculiare e insolitamente letterario e poetico. Che McIlvanney sia (anche) un poeta è la prima cosa che colpisce. L’uso delle parole, che probabilmente ha fatto impazzire il suo traduttore, (anch’egli scrittore), il bravo Alfredo Colitto, è assolutamente vertiginoso, il testo è pieno di costruzioni bizzarre e insolite, significati traslati, velature, insomma si assiste ad una vera e propria poeticizzazione della prosa. Caratteristica che forse ancora lo distingue dai suoi successori.
Come cerchi nell’acqua (Laidlaw, 1977) primo volume di una trilogia dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, seguiranno The Papers of Tony Veitch (1983) and Strange Loyalties (1991), è ora disponibile nella collana FOXCrime di Feltrinelli, e racchiude parte di questa sua peculiarità, che rende i suoi libri qualcosa di diverso dalla semplice letteratura di genere.
Quanto tutto ciò facesse parte di una sua personale sperimentazione, McIlvanney è considerato il Camus scozzese, tanto per farvi capire la profondità e l’ entità specifica dei temi che tratta, non mi è dato sapere, avrei voluto chiederglielo in un’ intervista a cui non ha dato seguito, sebbene l’avesse accettata, con mia somma sorpresa.
Tornando allo stile, che è la cosa che mi ha maggiormente colpito, nasconde uno scrittore davvero complesso e difficile da classificare. Servirebbe un manuale delle istruzioni, un po’ come per leggere Joyce, infatti non sono sicura di aver colto tutti i rimandi, le citazioni nascoste, ricordiamoci che per moltissimi anni insegno letteratura inglese, e la sua sensibilità poetica e letteraria traspare dalle pagine come omaggi e citazioni, a volte nascosti.
Solo verso la fine come in un’epifania mi sono accorta per esempio, che il nome del poliziotto che assiste Laidlaw (altro gioco di parole) è Harkness, sostituite alla “h” una “d” e avrete Darkness, e ditemi voi se questa frase, Usando tutta la loro abilità, avevano richiesto l’accesso a un segreto. Ma Harkness stava per scoprire che il trucco in una richiesta del genere, era che anche il segreto aveva accesso a te, non vi rimanda ad un aforisma di Friedrich Nietzsche, poi altre citazioni nascoste da Waste Land di Eliot (o altre manifeste come “Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”), per esempio, queste sono almeno quelle che ho scoperto io, lascio a voi lettori scoprire le altre.
Per quanto riguarda la trama è decisamente scarna ed essenziale: un omicidio, un’ indagine, un gruppo di persone che vuole mettere le mani sul colpevole prima della polizia.
In una Glasgow fine anni 70, un uomo, Bud Lawson, denuncia alla polizia la scomparsa della figlia, uscita un sabato sera per andare a ballare e mai più tornata. Ad ascoltarlo l’ispettore della Omicidi Jack Laidlaw. Un caso di normale amministrazione, forse un falso allarme. Una figlia tarda qualche ora e i genitori si disperano, molte volte inutilmente.
Non questa volta.
Il corpo di Jennifer Lawson viene rinvenuto il giorno dopo cadavere in uno dei tanti parchi della città, il Kelvingrove Park. Violentata e uccisa. Anzi uccisa e poi violentata. Da un ragazzo che l’amava, forse più innocente di molti personaggi che incontreremo nel racconto.
McIlvanney ci spiegherà le ragioni di quel gesto, ci porterà a conoscere l’inferno in cui vive l’assassino, che Laidlaw si ostina a non volere chiamare “mostro” perché è una categoria che ama affibbiare la società per assolvere e giustificare se stessa. Non esistono i mostri, come non esistono le fate, della loro esistenza ci crede solo suo figlio di pochi anni.
Ad indagare sul delitto Laidlaw e Harkness, due strani poliziotti, diversi come il giorno e la notte, il veterano e la recluta, il vecchio e il ragazzo. Laidlaw è l’outsider, usa metodi poco convenzionali e accettabili per risolvere i suoi casi, ha troppa familiarità con i delinquenti, con i quali siede a bere nei pub trattandoli da pari a pari, arrivando a chiedergli aiuto, come se fossero uno dei tanti suoi informatori. Harkness ha il compito di sorvegliare e riferire, di costringere il suo socio nei canoni della legge.
Perché Laidlaw non crede alla legge, non crede sia la mano armata della giustizia. E lui ha un senso della giustizia tutto suo. Più simile a quello dei criminali come John Rhodes, un violento, un padre di famiglia, che fa il delinquente proprio per proteggere le persone che ama.
Il siparietto domestico che McIlvanney ci presenta, evidenza la normalità la quotidianità del crimine, anche i criminali hanno degli affetti, un’ etica, delle regole. Chi uccide e violenta una donna merita la morte senza appello. E a volere morto l’assassino, saranno in tanti.
Come andrà  finire? Non è difficile supporlo.
McIlvanney non usa la suspense come una leva, ma più che altro come uno spunto di riflessione sulla colpevolezza e l’innocenza, sull’evanescente limite che divide il bene dal male. Il destino dell’assassino è segnato, o l’aspetta il cappio, se preso dalla polizia, o una morte ancora più meschina e squallida se arriverà prima il killer, che un delinquente ripulito ha messo sulle sue tracce. Un solo personaggio sogna un finale diverso, una fuga, un amore che non può avere futuro. Rubi qualcosa e ti aspetta la galera, uccidi una ragazza e cercheranno di comprenderti, medita amaramente John Rhodes, e gli fa eco la pietà e l’umanità di Laidlaw, finale tristissimo.
Sullo sfondo di questa storia senza lieto fine, una Glasgow scolorita, e fredda, che neanche il sole riesce a scaldare. (Da leggere e rileggere la scena precedente il ritrovamento del cadavere).  Fatta di pub, locali gestiti dalla malavita, sale di scommesse, librerie che vendono sul retro riviste porno, gente comune, chiusa nelle loro case dai camini accesi, dalla moquette (immagino folta e arancione, come nelle riviste di arredamento anni 70).
Un’ impietosa analisi sociale e umana, portata avanti senza inutili sbavature, o condanne. La madre di Jennifer, personaggio dolente e disperato, fragile e oppresso da un marito spietato nella sua insensibilità e rozzezza, arriva a un gesto di coraggio, in un suo confronto con Laidlaw, l’atto più eroico di tutto il libro, poco inferiore all’amore disperato di Harry Rayburn.
Già l’amore, l’amore non manca ed è forse il vero protagonista del romanzo. L’amore di Laidlaw per i suoi figli, e per la ragazza della reception, (ci vuole un essere umano per riconoscere un altro essere umano, dice Harkness riferendosi a lei, per subito pentirsene),  l’amore di una madre incapace di amore per il figlio, l’amore di Tommy Bryson per Jennifer. Tanti tipi di amore, che si intrecciano e superano la voce della violenza, unica legge a regnare in città.

William McIlvanney (Kilmarnock, 1936) è uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei. Figlio di un minatore, si è laureato all’Università di Glasgow e per quindici anni ha fatto l’insegnante d’inglese prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. È autore di romanzi, poesie, saggi e articoli giornalistici grazie ai quali ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Tra i suoi romanzi, The Big Man (Tranchida, 2003) ha avuto una trasposizione cinematografica con protagonista Liam Neeson e con le musiche di Ennio Morricone. Feltrinelli sta pubblicando i volumi della serie dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, premiati con il prestigioso Crime Writer’s Association Macallan Silver Dagger for Fiction: il primo, Come cerchi nell’acqua, è uscito nel 2013.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Serafina dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Brama, Arne Dahl, (Marsilio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

9 febbraio 2014

image001Tra gli effetti collaterali della globalizzazione, e dell’uso sempre più diffuso di internet, veicolo privilegiato di diffusione e scambio di ogni genere di cose, dalle informazioni al denaro, dai rifiuti tossici alla tratta di esseri umani, sembra esserci ormai l’internalizzazione del crimine, fenomeno quanto mai terrificante e capace di scardinare le vecchie e ormai obsolete categorie che fino a solo pochi anni fa ordinavano delitti, furti, rapimenti, ricatti, estorsioni. Il crimine al giorno d’oggi sembra viaggiare sulla rete. Con un semplice click si possono spostare capitali, macrofondi, fondi neri, mandare mail di minaccia, fare tremare le fondamenta economiche di uno stato o anche solo diffondere false notizie su twitter per tendere vere e proprie trappole come capita in Brama, (Viskleken, 2011) dello svedese Arne Dahl, edito da Marsilio nella collana Farfalle – Giallo Svezia, tradotto da Carmen Giorgetti Cima, e editato da Francesca Varotto. La letteratura bene o male è uno specchio della realtà e quindi era inevitabile che anche gli scrittori aggiornassero le trame dei loro romanzi, rendendole sempre più attuali e realistiche. Dahl forse per primo ha dato il via ad un genere di crime, appunto globalizzato. Ma questa tendenza la sto notando in molti altri scrittori, anche se in questo caso le particolarità sono state portate all’estremo. Da un lato abbiamo il crimine globalizzato, internazionale, sempre più connesso e unito in una sorta di congiura mondiale, fatta di connivenze, complicità, favoreggiamenti. Dall’altra vediamo la polizia interessata dalle stesse dinamiche, sopranazionale, globalizzata. Dahl inventa per la sua nuova serie di romanzi, di cui Brama è il primo episodio, (la sua prima serie che gli ha dato notorietà a livello internazionale, ruotava già intorno ad una squadra denominata Gruppo A,  serie di cui Marsilio ha già pubblicato 4 degli undici episodi Misterioso, La Linea del Male, Falso Bersaglio ed Europa Blues, quest’ultimo da me iniziato e abbandonato, mai iniziare una serie dal 4° episodio), un’ unità operativa dell’Europol, denominata OpCop, che raccoglie i migliori elementi di tutti i paesi dell’Unione, almeno quasi tutti i paesi sono rappresentati, (in un meccanismo che a rotazione porterà che tutti effettivamente lo siano). Una sorta di FBI europea, per ora super segreta, guidata dallo svedese Paul Hjelm. Anche altri svedesi saranno coinvolti in questo caso, ma concediamo un po’ di campanilismo all’autore che con mia somma sorpresa sembra essere un attento conoscitore della ‘ndràngheta, mafia forse meno conosciuta a livello internazionale che per esempio quella russa o cinese, (un personaggio di questo corpo è un poliziotto italiano, e vive con la scorta per le minacce di morte subite in servizio, e avrà un ruolo fondamentale nei fatti narrati). Accennavo a Europa Blues che in un certo senso mi aveva fatto allontanare da quest’autore, e sebbene volessi dargli una nuova occasione, devo ammettere che l’inizio della lettura non è stato felice, sì si apprezza lo stile limpido e scorrevole, la facilità di presentare tanti personaggi, ognuno perfettamente caratterizzato, ma una certa lentezza, probabilmente mia nel cercare di capire cosa stesse succedendo, mi aveva quasi spinto ad abbandonare di nuovo, ma non l’ho fatto e sono stata premiata. Circa a metà, (è un romanzo di 540 pagine, non lunghissimo, ma impegnativo), la svolta, tutto quello che avevo letto fino a quel momento è stato illuminato da una luce di comprensione e mi sono sentita veramente coinvolta nei fatti narrati. Diciamo da pag 247 alla fine ci ho messo poche ore a leggerle, unendoci riflessioni personali su cosa sia l’Europa e in che direzione stia andando, sul fatto di capire in quale misura la crisi economica che stiamo vivendo, sia generata da scelte morali ed etiche dei singoli operatori economici, o dei cittadini in senso esteso.  Direte che è poco, io non lo considero poco per un romanzo che dovrebbe essere di intrattenimento. Un po’ tutti i romanzi scandinavi sono caratterizzati da forti connotazioni sociali, e di denuncia, se non vi piace il genere, forse potreste considerali noiosi, ma questi temi collegandosi a molte parti dei miei studi, io personalmente li trovo molto interessanti. Sono arrivata praticamente alla fine della recensione e mi accorgo di aver detto ben poco della trama. Cercherò di rimediare avvisandovi che c’è davvero tanta carne al fuoco: innanzitutto, una guest star d’eccezione, anche se non appare come vero e proprio personaggio, giusto di sfuggita su un’ auto che corre per le strade di Londra, Barack Obama, e per quanto possa sembrare incredibile il suo ruolo è fondamentale nel romanzo, ben due personaggi moriranno cercando di avvicinarsi a lui per denunciare terribili crimini di cui sono testimoni. Si parlerà di pedofilia, di crimini finanziari, di traffici di rifiuti tossici, di società di sicurezza che funzionano come veri e propri bracci armati della criminalità, di traffici di bambini, di traffici di droga, di un proprietario di un mobilificio, che sfiancato dalle crisi e dalle ditte cinesi che copiano i suoi mobili, si troverà a combattere con la sua coscienza e prendere decisioni che in altre circostanze non avrebbe mai preso, ascoltando la proposta di un fantomatico collega olandese che gli fornisce un numero di telefono. Si parlerà di come uno scandalo che coinvolge un funzionario del Ministero dell’Ambiente lettone può mettere in crisi la già fragile economia di un paese che sta cercando di sopravvivere dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Si parlerà di coraggio, di due cittadini comuni, un’americana e un tibetano, e si parlerà di ingiustizia, perché molti innocenti moriranno e solo parte dei colpevoli verranno puniti. Almeno in questo romanzo. Ma la storia continua, per cui attendiamo i prossimi episodi.                     

Arne Dahl, tra i cinque candidati all’European Crime Fiction Star Award per il suo diffuso riconoscimento internazionale, è lo pseudonimo di Jan Arnald (1963). Editor, scrittore, critico letterario, a Stoccolma collabora con l’Accademia di Svezia e cura una rubrica sul «Dagens Nyheter». Autore di romanzi e racconti, ha raggiunto le classifiche internazionali con la serie del Gruppo A, di cui Marsilio ha pubblicato quattro episodi.

:: L’oste dell’ultima ora, Valerio Massimo Manfredi (Wingsbert House, 2013) a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2014

LOSTE DELLULTIMA ORAL’oste dell’ultima ora, edito da Wingsbert House  nella collana Wine-book, (è acquistabile sia come un normale volume che insieme a dello Chardonnay in una apposita confezione) e pubblicato in accordo con Grandi & Associati, è un libretto a dire il vero assai sottile, che contiene un racconto lungo, di uno dei più celebri autori italiani di romanzi storici, Valerio Massimo Manfredi, e ci porta per mano nella Palestina dei tempi di Gesù di Nazareth, facendoci conoscere un personaggio piuttosto defilato della Storia, che la fantasia di Manfredi trasfigura, arrivando a dargli un nome, Baruch ben Gad, e connotazioni precise, quasi uscisse da un aneddoto contenuto in uno dei tanti Vangeli Apocrifi, ai quali non so in quale misura l’autore si sia ispirato.
La brevità del testo, accompagnata dallo stile semplice e essenziale, ci riporta proprio allo stile delle parabole evangeliche, e per quanto ho potuto capire io, non sono una teologa, non ci sono parti che possano provocare discussioni dottrinali. La figura di Gesù è quasi sullo sfondo, (i personaggi si rivolgono a lui con il termine predicatore, tutt’al più Maestro), come la figura di Maria, sua madre, che appare brevemente durante le nozze di Cana e annuncia sottovoce al figlio che il vino è finito.
Figure discrete, quella di Gesù velata di una bonaria ironia, che lasciano al centro della scena appunto, Baruch ben Gad, l’oste delle nozze di Cana, l’oste dell’ultima ora, come appunto viene chiamato dagli apostoli e da Gesù, (a cui offre del vino e del cibo, durante il loro primo incontro), lo stesso che consegnerà anche il vino per l’ultima cena a Gerusalemme.
Cuore di questo racconto è che i giusti compiono azioni generose e spontanee senza volere niente in cambio, Gesù stesso nel compiere il suo primo miracolo trasformando l’ acqua in vino, sembra ricordarsi e ricompensare il gesto di generosità dell’oste, che appunto aveva donato vino e cibo a lui e agli apostoli, rendendo in un certo modo giustizia ad una buona azione. Una storia semplice, con sullo sfondo la Storia, l’occupazione romana della Palestina, la povertà diffusa, un cenno di critica sociale fa dire a Baruch che la colpa della povertà non è tanto dei romani, quanto degli stessi locali, che accaparrano e non dividono ricchezze e proprietà.
Poi altro tema è il vino, che farà da tema conduttore a tutta la collana Wine-book, che appunto L’oste dell’ultima ora inaugura. Baruch, contadino senza terra, marinaio di ventura, imparerà i segreti della coltivazione dei vigneti, da un samaritano, (celebre il disprezzo dei giudei nei confronti degli abitanti della Samaria) che diventerà suo amico, socio d’affari, figura paterna di riferimento, suo erede. Originale senz’altro unire letteratura e prodotti eno-gastronomici, la Wingsbert House è una celebre azienda agricola emiliana che produce vini e aceti balsamici,  portando avanti un discorso di eco-sostenibilità, e coniando il termine di bioeditoria. In un periodo di crisi, forse questo è il futuro.

Valerio Massimo Manfredi inaugura la collana di Wingsbert House dedicata ai grandi narratori di ieri e di oggi che raccontano il vino, le sue storie, la sua filosofia. Archeologo di formazione, Manfredi è uno degli scrittori italiani più letti e amati nel mondo. È anche sceneggiatore per il cinema e conduttore televisivo. Il suo ultimo romanzo, Il mio nome è Nessuno. Il ritorno (Mondadori) è uscito nel settembre 2013.

:: L’ombra della luna crescente di Fatima Bhutto, (Cavallo di Ferro, 2013) a cura di Giulietta Iannone

21 gennaio 2014

ombraSentendosi vicino alla morte, Inayat ripetè a Zainab il valore di quel che avevano costruito insieme, e tracciò numeri e cifre nell’aria perchè lei sapesse, dopo un’ intera vita, cosa avrebbe lasciato a lei e ai figli. Mentre la notte si addensava su Mir Ali, illuminando il cielo con una costellazione di stelle talmente lontana che sembrava stesse brillando su un’altra città, diffondendo quel debole bagliore su Mir Ali solo per pietà, Inayat disse addio ad Aman Erum e, nascondendo il disappunto nella propria voce, gli augurò che i suoi sforzi andassero a buon fine. Disse che era certo che suo figlio avrebbe avuto successo negli affari. Per Sikandar e Mina non trovò alcuna consolazione da offrire. Da un po’ di tempo non sapeva cosa dire di fronte al loro dolore, e non voleva rattristarli ulteriormente sul suo letto di morte. Inayat volle vedere Hayat per ultimo, perchè le sue labbra si chiudessero sulle parole bisbigliate nell’orecchio del figlio più giovane.
“Vieni nella mia tomba e dimmi che Mir Ali è libera. Sussurramelo, anche quando non ci sarò più”.

Non è un libro di facile lettura, L’ombra della luna crescente, esordio nella narrativa di Fatima Bhutto, già autrice del saggio biografico Canzoni di sangue, edito in Italia da Garzanti, omaggio di una figlia a un padre assassinato e ritratto di una famiglia, i Bhutto, potente, ricca, strettamente legata alle sorti del Pakistan, per la cui causa ha speso un grande tributo di vite: Zulfikar Ali, nonno di Fatima, presidente e primo ministro negli anni 70, promotore di una radicale modernizzazione culturale e economica del Pakistan, fu torturato e giustiziato dal generale golpista Zia ul Haq, suo zio Shahnawaz, suo padre Murtaza, sua zia Benazir furono tutti assassinati.
Conoscitrice dei retroscena del potere, la Bhutto ha scelto di non entrare in politica ma di utilizzare la scrittura e la letteratura, (è anche giornalista e collabora con quotidiani e riviste inglesi come «The Guardian», «Financial Times» e «New Statesman»), per portare avanti le sue battaglie, tra cui la sua lotta per l’emancipazione femminile, fortemente voluta anche da suo nonno.
E L’ombra della luna crescente è appunto un romanzo che ha per protagoniste, tra gli altri, due diverse e complesse figure femminili, (la luna del titolo oltre che emblema del Pakistan, ha una forte connotazione femminile), ma non solo: è un romanzo politico, formato da un tessuto narrativo insolitamente poetico e raffinato; è una saga familiare, si narrano appunto le vicende di tre fratelli molto diversi tra loro e delle loro donne, appunto Mina e Samarra; e infine è un romanzo generazionale, ci parla di un’ intera generazione di giovani in bilico tra scelte antitetiche e a volte drammatiche, stretti da una società repressiva, schiacciata da un esercito onnipresente (che oltre alla forza delle armi usa la delazione come strumento per alimentarsi, e la corruzione come humus sempre più stratificato) e da una religiosità imposta e infiltrata in ogni tessuto della società, con le sue feste che paralizzano la vita sociale, le sue preghiere, i suoi riti.
I giovani hanno diverse alternative sempre dolorose: possono essere tentati dalla fuga all’estero come il maggiore dei fratelli, Aman Erum, che sogna di costruirsi una nuova vita in America, lontano dal piccolo villaggio di Mir Ali, o possono fare come Sikandar, faccia di un idealismo pacifista, che fa della sua professione di medico un atto di giustizia, (il concetto di giustizia sarà fondamentale nel romanzo),  o addirittura possono abbracciare una scelta ancora più radicale come il figlio minore Hayat, il miliziano, coinvolto addirittura nei piani per un attentato al primo ministro.
Ma ciò che rende questo testo appunto non facile (forse per un occidentale) oltre alla concezione orientale del tempo, un tempo circolare, che non porta inevitabilmente a connotazioni di causa ed effetto (la vicenda ha inizio e fine dalle 9 alle 12 di un venerdì mattina di dicembre, freddo, piovoso, primo giorno dell’Eid), connotato da continui flashback che lo dilatano, per poi improvvisamente e vertiginosamente condensarlo e cristallizzarlo nei momenti più drammatici, (l’ incontro aggressione nella foresta tra Sikandar e Mina e i talebani su tutti), è proprio la scelta stilistica che l’autrice compie, l’uso di una scrittura ellittica e complessa, fatta di veli e disvelamenti repentini.
Sintomatico è il mistero legato al perchè Mira si infiltri quasi come preda di un’ ossessione nei funerali altrui, col marito costretto a andarla a riprendere avvisato dai parenti esasperati. Ne capiremo il motivo solo a metà romanzo, grazie a un lampo, folgorante come un’illuminazione, in cui la sua apparente follia troverà una spiegazione, una ragione catartica.
Se si ha la pazienza di prestare attenzione, di ascoltare il non detto, i silenzi, allora il romanzo si svela ai nostri occhi in tutta la sua bellezza, ma chiede appunto un sacrificio, simile forse  a quello costato all’autrice per scriverlo. Traduzione di Daniela Di Falco. Titolo originale: The Shadow of the Crescent Moon.

Fatima Bhutto è nata a Kabul, in Afghanistan, nel 1982. Suo nonno era il Primo Ministro pakistano Zulfikar Ali Bhutto, sua zia la Primo Ministro pakistana Benazir Bhutto. Poetessa e scrittrice, è autrice di “Canzoni di sangue. Ricordi di una figlia” (Garzanti, 2011), in cui racconta la storia della propria famiglia, strettamente collegata alla storia del Pakistan. Tra le sue opere, la raccolta di poesie “Whispers of the Desert” e “8:50 a.m. 8 October 2005”. Collabora con quotidiani e riviste inglesi come «The Guardian», «Financial Times» e «New Statesman». Vive a Karachi, in Pakistan. “L’ombra della luna crescente” rappresenta il suo esordio nella narrativa.