Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Recensione di La chiave inglese di Frank Gruber (Polillo, 2013) a cura di Giulietta Iannone

12 gennaio 2014

MA-16.qxdScritto in una settimana, La chiave inglese, (The French Key, 1940), edito da Polillo nella collana I Mastini e tradotto da Francesca Stignani, è il romanzo con cui Frank Gruber raggiunse il successo e poté ottenere una relativa sicurezza economica dopo un esordio a dir poco difficile, tra disoccupazione e lavori precari per la mera sussistenza. Tipico pulp writer iniziò a scrivere racconti per i principali pulp magazines americani, (cito per esempio Black Mask, uno forse dei più conosciuti), sia western, che polizieschi ma anche di fantascienza, sia a suo nome che usando pseudonimi come Stephen Acre, Charles K. Boston o John K. Vedder. Ma non solo, oltre ad essere un prolifico scrittore fu anche uno sceneggiatore per il cinema e uno scrittore di script per la televisione, cito per esempio la sceneggiatura de La maschera di Dimitrios de Jean Negulesco, tratto dall’ omonimo romanzo di Ambler, o la sceneggiatura e il soggetto del film di Walter Colmes tratto da La chiave inglese. Per chi volesse approfondire la conoscenza di quest’autore c’è una sua autobiografia dal titolo The Pulp Jungle (1967), una miniera di informazioni e aneddoti che ricostruiscono non solo la vita di Gruber ma il clima e l’ambiente dei pulp writer. (Rimando qui alla voce di wikipedia in francese per la piuttosto dettagliata bibliografia).  Tornando al romanzo La chiave inglese e una detective novel ricca di umorismo e d’azione, caratterizzata da una trama piuttosto intricata ma piena di colpi di scena e rocamboleschi escamotage capaci di alternare tensione e sorrisi. I dialoghi sono brillanti, un po’ caustici, ma ricchi di verve e colti, capaci di creare un mix piuttosto bizzarro e originale, forse tipico del clima newyorkese della fine degli anni 30. Protagonisti, Johnny Fletcher e Sam Cragg, (che compariranno in altri 13 romanzi e in alcuni racconti), due venditori di libri, sorta di commessi viaggiatori sui generis, che il caso e il mero desiderio di sopravvivenza trasformerà in detective dilettanti seguendo le tracce di una preziosissima moneta d’oro che trovano nella mano di un cadavere abbandonato nella loro stanza d’albergo. Tutto ha inizio infatti con una chiave che non entra in una serratura. Non pagando l’affitto di una stanza del 45th Street Hotel di New York, i nostri si ritrovano infatti costretti a saltare dalla finestra della stanza accanto (occupata da una bellissima ragazza) per poi scoprire appunto il cadavere di uno sconosciuto con la gola squarciata. Chi può averlo ucciso? Di chi è quella moneta che stringe in mano? Chi gli sta telefonando? Fletcher e Cragg prendono la moneta, e iniziano una sorta di fuga che li porterà a contattare un numismatico, nemmeno troppo onesto, per poi scoprire che la moneta vale addirittura 10.000 dollari. Varie vicissitudini li porteranno in una miniera abbandonata, ah già c’è anche una miniera, un tesoro, pupe da capogiro, come in ogni pulp che si rispetti… ma adesso ho detto troppo. Buona lettura, un po’ vintage, ma non certo meno gustosa.

Frank Gruber (1904-1969), originario di Elmer, in Minnesota, trascorse la giovinezza nella fattoria di famiglia e svolse diversi mestieri prima di trasferirsi a New York nel 1934 e intraprendere la carriera letteraria. Esordì scrivendo racconti per i pulp magazines, le riviste popolari che a partire dagli anni ’20 formarono una nuova generazione di giallisti americani. Autore straordinariamente prolifico, ha lasciato una vastissima produzione: oltre 300 racconti pubblicati su 50 diverse riviste (firmati spesso con pseudonimi), circa 70 sceneggiature per il cinema e 150 per la televisione, più di 60 romanzi sia di genere poliziesco sia western. Come racconta nella sua autobiografia, The Pulp Jungle (1967), Gruber riuscì a conquistare il successo solo nel 1940 con La chiave inglese (The French Key). Scritto in una settimana, il romanzo, da cui nel 1946 fu tratto un film, gli diede fama internazionale ed è presente in tutte le liste dei migliori gialli del 1940. La coppia di protagonisti ritornerà successivamente in tredici libri. Altri due famosi personaggi creati dalla sua penna sono Oliver Quade, soprannominato l’“Enciclopedia Umana” per la sua memoria prodigiosa, che compare in una serie di racconti, e Simon Lash, un detective privato nonché un appassionato collezionista di libri rari americani (come lo stesso autore).

:: Recensione di Termodistruzione di un koala di Lorenzo Mazzoni (Koi Press, 2013)

25 dicembre 2013

cover“Porca puttana, sono tutti pazzi”, pensò Malatesta sedendosi a tavola a fumare una sigaretta. Ma’, per confermare la sua tesi, entrò in quel momento nella stanza, si diresse al lavello con un bong di vetro in mano, aprì il rubinetto, riempì la pipetta di acqua e accese il braciere. La nuvoletta di marijuana invase, come bruma domestica, la cucina.

E’ da poco disponibile negli store online in formato ebook, e alle presentazioni in formato cartaceo, il nuovo romanzo di Lorenzo Mazzoni, Termodistruzione di un koala, per Koi Press, che prosegue la saga malatestiana dopo Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico (tre romanzi brevi: Nero ferrarese, Il recinto delle capre e Il cinematografo) e il racconto Malatesta. La Tremarella. Come tradizione a illustrare il romanzo i bellissimi disegni di Andrea Amaducci, schizzi in bianco e nero con un tocco di rosso, che illustrano le fasi salienti dell’azione e aggiungono un tocco ironico e sovversivo ad un’ opera che si differenzia già di per sé dalle storie noir o anche pulp che siamo soliti leggere. Mazzoni con uno stile personale, e una bizzarra e anarchica leggerezza, ci porta nel suo mondo, nella sua Ferrara ben lontana dall’immagine opulenta, tutta Suv e palazzi d’epoca, che spicca dai depliant turistici. E’una Ferrara vista dal basso, da una angolazione insolita e nello stesso tempo non priva di una sorta ci complice affetto. Una Ferrara multietnica e rumorosa, fatta di Banlieue dal sapore parigino: La lunga schiera di condomini e di case popolari era interrotta da due budelli a fondo chiuso e da via Oroboni, cuore pulsante di quella che ormai era stata ridefinita la Banlieue ferrarese per l’alta concentrazione di immigrati: il fruttivendolo nigeriano, l’alimentare eritreo, il market pachistano, la pizzeria dei libanesi, il bar gestito dai cinesi. E in fondo, all’orizzonte, il Grattacielo, la doppia torre della multietnicità ferrarese, che ospitava al suo interno cittadini di trentadue diverse nazionalità. Questa volta il nostro sbirro anarchico se la dovrà vedere niente di meno che con la mafia russa, perché a quanto pare la multietnicità si accompagna anche coi suoi lati negativi e una sorta di internazionalità del crimine, che scardina le vecchie logiche delle sornioni città di provincia di una volta. E il nostro Malatesta tra un romanzo di Simenon e di Alain Mabanckou,  i vecchi LP dei Clash e degli Skiantos, i telefilm di  Starsky&Hutch, visti con il suo videoregistratore scalcagnato, sopravvissuto di un’epoca meno tecnologica, si trova a vedersela con il Koala, Vladimir Bogdanov, ex militare in Afghanistan e appartenente alle prime bande criminali russe nate dopo la caduta del Muro, uno spietato e pericolosissimo killer assoldato dalla mafia russa, una brutta faccia. Sulla quarantina, il viso lungo, gli zigomi sporgenti, i capelli neri e tagliati corti, il naso talmente schiacciato da sembrare disegnato sulla foto da un caricaturista. Gli occhi erano grigi, vigili e attenti, eredità ingombrante dell’ex impero sovietico, giunto a Ferrara in cerca di un peluche. Infatti tutto sembra avere avuto inizio quando due balordi della zona sempre a corto di soldi, il Mitico e il Fesso, (bizzarro il modo da cui presero questi soprannomi) vengono assoldati da delinquenti locali, (Duccio e Glauco Marone)  per dare fuoco (be’ con risultati abbastanza infelici) all’ Atlantico, un locale notturno di zona Arginone a ridosso dei binari ferroviari, meta di divertimento per danarosi fighetti della vicina Facoltà di Ingegneria (che appunto i Marone volevano comprare, anche qui con infelici risultati). E mentre Luigi Tenco canta Tu non hai capito niente Malatesta si vede piombare tra capo e collo il Koala, sulla cui strada inizia a disseminarsi una scia di morti, e salvare il salvabile e impedire un vero e proprio massacro diventa la sua unica priorità. Con la verve di un western alla Sergio Leone, e il grottesco divertimento di un poliziottesco anni ’70, Mazzoni gioca con gli stili e i generi, tirando le fila di una storia pericolosamente in bilico tra cronaca e leggenda metropolitana, uno spazio autogestito in cui con sprezzo per il politicamente corretto e una punta di romantico disincanto ci parla di quelli che difficilmente diventano protagonisti di un romanzo in un affresco corale giocato sui toni del bizzarro e dell’assurdo. Grandi delinquenti, capitalisticamente asserviti al dio denaro e piccoli disperati, alcolisti, tossici, prostitute, poveracci che non farebbero male ad una mosca, si stagliano prendendo i riflettori su di sé e intanto tra colpi di scena e azione pulp, sorridiamo, riflettiamo e intanto il romanzo è già finito. Forse troppo breve, unico rammarico.

Lorenzo Mazzoni ha pubblicato numerosi romanzi, fra cui Il requiem di Valle Secca (Tracce, 2006), Ost, il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades, 2007), Le bestie/Kinshasa Serenade (Momentum Edizioni, 2011), Porno Bloc. Rotocalco morboso dalla Romania post post-comunista (fotografie di Marco Belli; edizione bilingue italiano/romeno; Lite Editions, 2012). E’ il creatore dell’ispettore Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Momentum Edizioni) Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico (2011; Premio Liberi di Scrivere Award) e Malatesta. La Tremarella (2012). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi su “Il manifesto”, “Il Reportage”, “East Journal”, “Il reporter” e “Torno Giovedì”. Cura la collana internazionale Atlantis per la casa editrice Lite Editions. Collabora a “Il Fatto Quotidiano“.

:: Recensione di Nome al tavolo Blackjack di Valter Binaghi (Perdisa Pop, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 dicembre 2013
blackjack

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Gran cosa, il Casinò. E sapete che vi dico? Per quanto uno sia da anni abituato allo spettacolo, e somigli a tutto tranne a uno zotico che si aggira per la cornice fiabesca come Bertoldo alla corte del Re, c’è sempre occasione di stupirsi, al Casinò, anche per Blackjack. Quando guardo l’orologio e mi avvio verso il bar, mi stupisco per esempio di non trovare ancora seduto a un tavolino il buon Paramatti con la sua culona, ma ancora di più di vedere, infondo alla sala, Rossana sorbire deliziosamente da una tazza da te, seduta tra il suocero tarchiato col cappotto color cammello e il fratello più scemo di Schwarzenegger.
La bocca di lei è nascosta dalla tazza, gli occhi sorridono a me solo.
Siedo dove capita e ordino un Irish Coffee, mentre aspetto il mobiliere.

In questi ultimi scampoli del 2013, vi segnalo un piccolo gioiellino, letto quasi per caso, controvoglia.
Odio il gioco d’azzardo, mi annoiano le carte, già dai tempi in cui bambina giocavo all’Uomo Nero. Per cui quando ho letto di cosa si trattava, che la storia si reggeva sulle vicende di un  giocatore d’azzardo professionista, mi son detta non fa per me, non c’è storia. C’è anche da dire, però, che un caposaldo della spy story, Casinò Royale, di Ian Fleming ruota intorno ad una partita a carte, pochi capitoli certo, ma quel tanto che basta per suggerire che a volte scrivere di carte può risultare più interessante che vivere nella realtà una partita. Si abbattono i tempi morti, la tensione, il sudore sulla fronte, il rischio di perdere, volete mettere poi se a parlare di carte è Valter Binaghi, intellettuale raffinato e combattivo, ricordo dei pungenti scambi su blog e social network, capace di fare del gioco una metafora della vita, dell’amore, e della morte.
Binaghi se ne è andato quest’estate, Nome al tavolo Blackjack è a tutti gli effetti la sua ultima opera, e nella consapevolezza che mettere il punto, è sempre la cosa più difficile, nei romanzi e nella vita, ci regala un romanzo struggentemente bello, sbarazzino, ironico, di una leggerezza fine come un merletto, anche se è un noir, o meglio un thriller, (scordatevi il modello americano sesso e azione) come l’avrebbe potuto scrivere un Piero Chiara parlandoci degli intrighi di provincia, di ricatti, di politicanti che negano l’esistenza della mafia al nord, di zingari cacciati dai loro campi nomadi da cittadini benpensanti, di imprenditori pronti a segnare le carte per spennare improvvidi “polli” nelle loro sale private, vittime a loro volta di consulenti finanziari senza scrupoli e arraffoni, o forse uno Scerbanenco, meno triste ma non meno romantico.
E poi c’è un mafioso calabrese che assomiglia a Ray Liotta,  una lotta clandestina di cani, pestaggi, partite ai Grandi Tavoli, (Binaghi ha avuto la consulenza di un vero giocatore professionista, per sua volontà restato anonimo, che gli ha svelato alcuni segreti del mestiere), contesse misteriose, ex burocrati del Kgb, insomma la varietà dei personaggi è tale da affascinare e incuriosire. Ma diamo uno sguardo alla trama, uno sguardo fugace, promesso.
Francesco Branca, nome d’arte Blackjack, è un giocatore d’azzardo professionista. Memoria, sangue freddo e capacità di leggere le persone sono le sue armi vincenti, capaci di fargli vincere cifre da capogiro e sedere ai Grandi Tavoli, tavoli dove le poste possono essere senza limiti. Cinico quanto basta per sopravvivere, ironico, allegro, amato dalle donne, Blackjack nasconde una parte del suo passato, l’abbandono della madre quando era solo un bambino che gli ha lasciato in dono il terrore del buio, unica debolezza di un uomo vincente e “felice”. Poi un giorno nella sua vita entra Rossana, il grande amore, la donna per cui sarebbe disposto a fare e rischiare tutto. E quando lei si trova accusata dell’omicidio del suocero, ucciso con una carta da gioco (colmo dell’ironia, Binaghi si diverte a giocare coi paradossi) Blackjack sicuro della sua innocenza arriverà fino ad Odessa, invitato da Zio Oleg per una partita, sulle tracce di chi crede sia il vero assassino.
Ho dubitato dell’innocenza di Rossana, innocenza di cui il protagonista non dubita mai, ho sorriso, mi sono arrabbiata per le amare riflessioni che l’autore regala al suo protagonista, ho gustato le citazioni estemporanee, ce ne è una divertente e divertita al Re Nudo, che mi ha ricordato la sua vis polemica, sempre comunque ironica. La scrittura trasuda intelligenza e amore per le parole, ci sono frasi così “musicalmente” belle, che mi è difficile sceglierle, lascio a voi scoprirle durante la lettura.
Tra le scene più divertenti, l’occasione che fornisce al protagonista di fingere che sua madre fosse una zingara, sotto lo sguardo divertito e riconoscente di un cameriere rom,  l’incontro con la vecchia zingara che legge le carte, e la partita a carte in cui l’ispettore Leonetti fa il “pollo”. Tra quelle più coinvolgenti quelle dove la tenerezza tra Blackjack e Rossana prevale e anche quelle che descrivono il rapporto tra Blackjack e suo padre. Lo terrò da parte, tra i libri che amo rileggere.

Valter Binaghi (14 luglio 1957 – 12 luglio 2013) è stato insegnante, musicista e scrittore. Negli anni Settanta si è occupato di controcultura e movimenti giovanili come redattore della rivista “Re Nudo”. Tra i suoi libri ricordiamo: La porta degli innocenti (Dario Flaccovio, 2005); I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano (Sironi, 2007); Devoti a Babele (Perdisa Pop, 2008); Ucciderò Mefisto (Perdisa Pop, 2010); Johnny Cash, The Man in Black, con Francesco Binaghi (Arcana, 2010); La sposa nera (Senza Patria, 2010); Dieci buoni motivi per essere cattolici, con Giulio Mozzi, prefazione di Tullio Avoledo (Laurana, 2011); Melissa, la donna che cambiò la storia (Newton Compton, 2012).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Perdisa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di C’era una volta la DDR di Anna Funder (Feltrinelli, 2010) di Serena Bertogliatti

23 dicembre 2013
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Della DDR si sa poco.
Anche quando si traduce l’acronimo (Deutsche Demokratische Republik) in italiano, e ne viene la “Repubblica Democratica Tedesca”, l’idea che affiora è vaga – sarà la Germania, ma quale Germania?
“Germania dell’Est” ci dice qualcosa di più, ma solo qualcosa: una vaga, generale idea, che prevede “qualcosa di comunista”, immagini di supermercati monomarca, quell’atmosfera grigia e desolante che si accompagna all’omologazione umana e, più in astratto, un regime di controllo capillare.
Stasiland di Anna Funder, in italiano C’era una volta la DDR, parla di tutto questo, ma lo fa dall’interno. Dà concretezza a questa parola, “DDR”, con un romanzo-saggio che ricostruisce la storia di quella Germania che esisteva fino all’altroieri, ma sembra lontana eoni dalla Berlino che oggi attira tanti entusiasti migranti.
Il muro è caduto nel 1989 (ed è così paradossale che il muro che divideva la città in due sia più conosciuto di metà della città stessa), e ne è seguito quel che sempre segue ai grandi eventi storici: la ricostruzione. La ricostruzione della nuova Berlino riunificata, avvenuta così freneticamente da lasciare poco spazio alla ricostruzione degli eventi precedenti al 1989.
Rimuginare su questa data, 1989, significa realizzare che chi è nato e cresciuto nella DDR è ancora vivo, e cammina e respira e interagisce con quell’odierna Berlino tutta luci cangianti e multiculturalità entusiasta che le guide turistiche mostrano. I loro corpi sono qui, tangibili, e ci si immagina che, se la DDR è stata quel regime disumanizzante che si narra, tutti questi corpi avrebbero dovuto, portando le proprie storie, ammantare di grigiore la prima inaccessibile Berlino Ovest. Eppure, mentre i loro corpi sono qui, le loro storie sono ancora sullo sfondo – quello sfondo che ci si è voluti lasciare alle spalle mentre la Berlino post-1989 si reinventava.
Australiana di nascita, germanista come accademica, Anna Funder narra di una se stessa che affitta un desolante appartamento nella Berlino Est del post-1989, città in cui si trasferisce per fare ricerca sulla DDR. Avrebbe potuto scrivere un saggio per la comunità accademica, ma ha scelto una strada più ardua: cercare di rendere tridimensionale, e interessante, e viva, quella DDR che i tedeschi stessi cercano di mettere in secondo piano. Ci è riuscita? I pareri finali sono soggettivi, ma sicuramente Funder ha dalla sua le giuste premesse.
Anna Funder sa scrivere. Non sa semplicemente mettere in sequenza parole formando frasi di senso compiuto, ma anche scegliere quegli abbinamenti di vocaboli che sanno spezzare la vecchia retorica per creare nuove palpabili espressioni. Si è scelta il compito di dare voce a un popolo la cui l’espressione è stata puntigliosamente monitorata per decenni anni, per poi vedersi catapultato in una Germania Ovest troppo impegnata a riprodurre se stessa nell’Est per ascoltare quelle schiere di gole disabituate a esprimere dissidenze.
Come avrebbe parlato un cittadino della DDR, se avesse potuto farlo con libertà d’espressione e di critica? Saperlo sarebbe facile: basterebbe fermare uno di quei corpi e chiedere loro cosa hanno testimoniato, ed è quello che Funder mette in scena, con una serie di storie di vita vissuta nella DDR.
A volte le parole non ci sono – perché quando gli eventi sono accaduti quelle parole non si sarebbero potute usare, e, ora che si può, quegli eventi sono già troppo lontani, già parte di quella memoria che sia la Germania Est che la Germania Ovest cercano di relegare a un passato risolto.
Ci sono allora i silenzi – il silenzio eloquente dell’affittuaria della protagonista, che per la prima volta si narra, per scoprire che narrare è rivivere, e che alcuni eventi non possono essere catalogati come inerti ricordi, fusi come sono con le speranze e i terrori di chi li ha vissuti.
Tra i tanti episodi, uno apre gli occhi sulla prigione della Stasi (l’onnipresente e temuta polizia segreta) di Hohenschönhausen (sito in inglese: qui ). Lo narra una donna che ne è stata prigioniera senza sapere di esserlo. Sapeva, ovviamente, di essere prigioniera, ma non sapeva di essere stata reclusa proprio lì, nel centro di Berlino, a due passi dalla libertà – esattamente come i cittadini liberi, lì fuori, non avevano idea dell’esistenza di tale prigione.
Leggendo di tali complessi sistemi di occultamento, e delle torture psicologiche a cui venivano sottoposti i prigionieri, per non parlare delle torture fisiche di un’atrocità medievale, mi sono detta – per abitudine al cinismo – che questa sembrava la classica storia di una versione paranoica che viene venduta come verità storica al vasto pubblico.
Poi ho realizzato.
Ho realizzato che, qualche anno fa, sono stata lì. Che la prigione di Hohenschönhausen dei miei ricordi e quella descritta da Funder erano la stessa versione della stessa cosa, e che la mia non era una semplice versione: io ero stata , scortata da una guida che era un ex-detenuto di quella stessa prigione, e che narrava e rinarrava gli stessi eventi ogni volta per esorcizzare la propria esperienza, come da suggerimento dell’analista. Il corpo era lì, tangibile, e dava voce a una storia che si era dipanata tra corridoi reali, mura nude di un sotterraneo desolato, sbirciando in angoli mal illuminati.
Ho visto le minuscole celle in cui i prigionieri venivano rinchiusi, uno strato d’acqua sul fondo, a congelare.
Ho visto la stanza tonda dalle pareti nere imbottite, in cui bastava mettere un prigioniero, perché sarebbero stati la stanza stessa e il tempo a fare il resto. Una tortura più elegante e agghiacciante al contempo. Mettete una persona in una stanza simile e dopo qualche giorno impazzirà. Semplice, lineare, inevitabile.
Ho visto la strana nicchia nel muro, larga poco più di un uomo, spessa poco più di un uomo, bassa poco meno di un uomo, di modo che chi vi era rinchiuso fosse costretto a rimanere in piedi con le ginocchia leggermente piegate per ore, e ore, e chissà se qualcuno vi è rimasto giorni. Chissà. Dopotutto, in questa prigione i detenuti erano particelle individuali e alienate, che dal momento in cui entravano a quello in cui uscivano non incontravano che due persone: i due uomini della Stasi che le interrogavano. Per il resto, per quanto ne sapevano, potevano essere le uniche lì dentro – d’altro canto, per quanto ne sapevano, potevano essere ovunque, un ovunque con una cella, qualche corridoio, e una stanza per gli interrogatori. Non si tratta solo di un’agghiacciante macchina per l’alienazione, ma di un sistema che cancella le proprie tracce. Come ritrovare un luogo in cui non si sa di essere stati?
Quando il muro è crollato, le persone hanno cominciato a parlare, e così hanno scoperto. Si deve essere trattata prima di una coincidenza, poi di due, poi di troppe – scoprire che entrambi si era stati trasportati in una vettura fatta di minuscole stanze, bastanti appena a stare seduti; poi scoprire che a entrambi, durante gli anni di prigionia, venivano consegnate riviste di viaggi nella propria cella; e scoprire poi, coincidenza dalla spietata precisione, che gli interrogatori venivano sempre fatti da due persone, poliziotto buono e quello cattivo, e quello buono assomigliava sempre a una persona cara per il detenuto – un padre, una sorella, un amico. Sempre, sempre, sempre.
La prigione di Hohenschönhausen è un ottimo esempio della necessità di narrare non per ricordare, ma per scoprire. Mettere insieme i tasselli e ricreare quel quadro d’insieme che dovrebbe rispondere alla domanda: “Ma tutto questo che senso aveva?”
Funder ha le proprie risposte da liberale cresciuta in una democrazia di stampo occidentale, che non capisce i testimoni nostalgici della DDR. Li incontra sotto casa, ci parla, li sente e riporta, ma ascolta il proprio giudizio interiore – ed è questa critica con pregiudizio, a mio parere, l’unico difetto del libro.
Il grande pregio, invece, è il potenziale che rivela. Non è né un poco accessibile saggio per accademici, né un’opera di fiction da prendere con le pinze. Potete leggerlo e poi andare lì, nell’ex Berlino Est, per toccare con mano e guardare negli occhi.

Anna Funder (Melbourne, 1966), giornalista, specializzata in lingua tedesca, ha frequentato la Freie Universität di Berlino. Ha prodotto documentari per la Abc australiana ed è stata ricercatrice e traduttrice per la televisione di Berlino Deutsche Welle. Con Feltrinelli ha pubblicato C’era una volta la Ddr (2005), vincitore nel 2004 del Samuel Johnson Prize della Bbc per la non-fiction, e Tutto ciò che sono (2012).

Source: libro del recensore.

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:: Recensione di Un giorno, altrove di Federico Roncoroni (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2013

roncoroniHo sempre pensato che un giorno ti saresti rifatta viva. L’ho pensato, sperato, desiderato, sognato, e, certe volte, anche temuto. Adesso che il momento è arrivato non so cosa dire, né cosa pensare. Curiosa la vita, eh?

Così inizia Un giorno, altrove, romanzo d’esordio di Federico Roncoroni, edito da Mondadori nella collana Scrittori italiani. Un esordio tardivo nella narrativa a lungo respiro, Roncoroni è già autore di una raccolta di racconti, Sillabario della memoria, edito nel 2010 con Salani, che si inserisce in una tradizione piuttosto elitaria, il romanzo epistolare, ma riveduto nell’era di internet, dove a carta e penna si preferisce una più impersonale mail, che nello spazio di un click collega persone sparse per i quattro angoli della terra.
Rendere poetico e denso di significato questo scambio di comunicazioni è la sfida che Roncoroni si impegna a intraprendere, trasformando in letteratura ciò che sbrigativamente ci rassegniamo a considerare messaggi senza importanza, troppo veloci, scritti quasi sempre col tono ripetitivo e prosaico di avvisi commerciali, sciupati quasi, per la fretta e la scarsa cura che dedichiamo nel nostro vissuto a ciò che risulta troppo facile. E se possiamo con certezza arguire qualcosa di questo romanzo, è che non è stato scritto con facilità o leggerezza. I temi trattati sono troppo intimi e personali, e coinvolgono qualcosa di profondo e a volte segreto, nascosto sia nell’animo di chi scrive, ma soprattutto di chi legge.
E il coraggio di trasformare la vita in letteratura, con una sincerità a volte dolorosa se non addirittura inopportuna, si trasforma in forza che porta ad entrare in empatica relazione con Filippo Linati, uno dei due corrispondenti di questo scambio di messaggi, uniche parole che leggiamo. I messaggi di lei, Isa, li possiamo solo ricavare per riflesso dalle parole di lui, in un gioco di suggestioni e di assenza che si fa presenza, che per quanto dettato da contingenze esterne, acquista una dimensione evocativa, che a mio avviso è la parte più riuscita e interessante del romanzo.
Filippo Linati è un personaggio complesso, sicuramente non facile e nemmeno eccessivamente simpatico. Un intellettuale di successo, uno scrittore famoso, oltre la cinquantina, che ha scelto la solitudine del suo eremo privilegiato, una sontuosa villa adagiata sulle rive del lago di Como e circondata da un parco, come rifugio per dedicarsi con l’ostinazione del sopravvissuto alle sue grandi passioni i libri e le donne. Ha lottato infatti contro un linfoma che oltre al dolore gli ha portato una ricchezza e un attaccamento alla vita capace di permettergli di trovare un senso anche alle piccole cose che gli succedono, alle schegge di quotidiano che per alcuni sono senza importanza, e né la malattia, né l’abbandono, o la morte di suo padre e di sua madre sono stati capaci di fiaccare il suo animo combattivo e proiettato verso il futuro.
Filippo ama le donne, tutte sensualmente, per un’ esigenza forse più fisica, ma capace di sublimare il sesso nella sua personale fame di vita, di consapevolezza, di necessità di trovare un senso, anche spirituale, non dogmatico, al suo vissuto. Tra le donne della sua vita, Isa ha un posto privilegiato nelle geografie misteriose della sua anima, e quando si rifà viva dopo anni, dopo averlo abbandonato nel periodo della malattia, con una mail, la sorpresa si trasforma in desiderio di riallacciare l’antica relazione, mai dimenticata, di riprendere possesso della sua donna, che invita ripetutamente quasi con rabbia nel suo rifugio, offeso e ferito dalla ritrosia di lei.
Dopo una iniziale e oscura intuizione, forse una premonizione, che si perderà nel flusso di coscienza che seguirà e che verrà sommersa dall’esigenza quasi irrefrenabile di parlare di sé, di confessarsi, di aprire la sua anima alla donna che sembra l’unica capace di comprenderlo e completarlo, Filippo vivrà tutte le sfumature della rabbia, della delusione, dell’incapacità di comprendere, fino all’ultima mail, quella decisiva, quella che illuminerà di una luce nuova l’intero scambio “epistolare”.

Federico Roncoroni, saggista e viaggiatore, ha pubblicato vari testi sulla lingua italiana e su autori dell’Ottocento e del Novecento. Un giorno, altrove, dopo l’esordio narrativo con i racconti del Sillabario della memoria (Salani 2010), è il suo primo romanzo.

:: Recensione di Il testamento del papa di Giulio Leoni (Editrice Nord, 2013)

14 dicembre 2013

medium«Nel campo dei Fori, dove tronchi di colonna emergono dal suolo come denti spezzati di antichi giganti, i nostri predecessori consentirono a un gruppo di monaci basiliani di erigere un monastero e una chiesa. Là dove è memoria che un tempo sorgesse il tempio di Marte. Sotto le nuove mura esiste ancora l’antico sanctum: prima di raggiungere l’imperatore, ci dirigeremo lì e consegneremo la cassa al priore, che è avvertito da tempo.»
«Il fardello ci rallenterà non poco…» osservò Harald con aria critica.
«Ma quello che contiene renderà più veloce il cammino dell’uomo sulla strada del sapere. Per questo è importante che si salvi.»
«Ma, se la… machina venisse catturata dai nostri nemici, essa potrebbe rivelare con la sua voce i segreti della vostra scienza», obiettò ancora il giovane. «Non sarebbe meglio distruggerla, come l’arte della guerra insegna si debba fare con ogni arma che il nemico potrebbe rivolgere contro di noi?»
Gerberto sorrise, poi estrasse da una piega dell’abito un cilindro di metallo splendente, mostrandolo al giovane. «Qui è inscritto il segreto che voglio sia dettato alle future generazioni. È questo cilindro il cuore della mia machina, e senza di lui essa non è che un inutile artifizio, come un corpo privato della testa. Non temere, esso resterà presso di noi, e neppure la morte potrà separarlo dalla nostra persona.»

Avventura, spy story, travestimenti, inseguimenti, attentati, segreti che hanno attraversato i secoli, macchine miracolose, cacce al tesoro si intrecciano nell’ ultimo romanzo di Giulio Leoni, Il testamento del papa, edito da Nord Edizioni. Un thriller storico di stampo classico, scritto in modo scorrevole e fluido, adatto sia ad un pubblico di lettori adulti, ma anche indicato ai ragazzi appassionati di romanzi d’avventura.
Due epoche storiche si alternano in capitoli per lo più brevi e introdotti dai luoghi dove si svolge l’azione: la Roma del 999 dopo Cristo, in cui fu papa Silvestro II, al secolo Gerberto d’Aurillac, e la Roma mussoliniana del 1928, con due brevi tappe a Berlino.
Protagonista l’architetto, antiquario Cesare Marni, personaggio già noto ai lettori di Leoni, apparso in E trentuno con la morte…, e in Il Cabaret del Diavolo, che questa volta si trova ad indagare sul trafugamento di un antica statua dalle forme femminili, appartenuta a Papa Silvestro II, che la ricevette in dono dall’imperatore d’Oriente. Statua che nasconde un segreto al suo interno, fatto di congegni e canne di vetro, che le consentono… di parlare.
Accompagnato da Marcella, giovane figlia di uno studioso che sostiene addirittura che la statua possa indicare il nascondiglio di un tesoro appartenuto ad Augusto, Marni si troverà coinvolto in una serie di morti misteriose, e dovrà vedersela con un misterioso conte Desmondi, capo di una setta che vuole restaurare culti pagani, e intenzionato a perseguire un piano che a suo dire dovrebbe cambiare la storia di Italia e con una pericolosissima spia tedesca in missione in Italia per trovare un misterioso oggetto che dovrebbe rendere invincibile la Germania in una prossima inevitabile guerra che si dovrebbe addensare sull’Europa.
Romanzo da leggere con attenzione, perché oltre alla trama complessa si inserisce un gioco di ruoli che Leoni sottopone sotto gli occhi del lettore, con un certo divertito sorriso di sfida. Nulla è come sembra insomma, le apparenze come sempre ingannano e sarà compito del lettore più scaltro, non cadere nell’inganno. E come nella tradizione dei racconti di avventura, l’azione costituisce l’ossatura della trama, in un susseguirsi di rocambolesche  corse contro il tempo, condite da rischiosi stratagemmi e colpi di scena. I nostri eroi si troveranno a infiltrarsi in riunioni segrete di adepti di strani culti, e pure Evola, farà una breve comparsa come esperto a cui Marni si rivolge, a inseguire con aerei treni in corsa,  a chiedere passaggi improvvisati in aperta campagna, ad affrontare spie spietate per quanto affascinanti, rischiando l’arresto in qualsiasi momento.
Il tono scanzonato della commedia riporta l’azione su un puro piano dell’intrattenimento, ma la ricostruzione d’epoca è fedele, i termini usati, precisi e accuratamente inseriti in un contesto proprio. Insomma una lettura interessante e divertente, e anche istruttiva. Il personaggio di Papa Silvestro ne esce mondato dai pregiudizi del suo tempo che lo volevano un mago asservito alle potenze occulte, ridandogli la sua statura di studioso e ingegnoso scienziato precorritore dei tempi. Altri personaggi realmente esistiti appaiono in vari capitoli, come Evola appunto, o Mussolini. Forse il personaggio di Marcella l’ho trovato piuttosto tradizionalista, ma in compenso bilanciato dal fascino di Zirka, l’enchanteresse merveilleuse. Divertente una battuta che si scambiano le due donne, quasi rivali: «Mia cara, a confronto con una bimbetta qualunque donna apparirebbe più matura», rispose acida lei. Memoria di Caccia al Ladro in cui Grace Kelly/ Frances Stevens si rivolge pressappoco così a Brigitte Auber/ Danielle Foussard.

Giulio Leoni, romano, è uno degli scrittori italiani di gialli storici e di narrativa del mistero più conosciuti all’estero, grazie anche alla fortunata serie di romanzi dedicati alle avventure investigative di Dante Alighieri, che è stata tradotta in tutti i maggiori Paesi del mondo. Ma oltre a riguardare il remoto passato, i suoi interessi vanno anche verso la storia del secolo appena trascorso, soprattutto nei suoi aspetti meno conosciuti e controversi. Studioso delle avanguardie artistiche, è un appassionato di storia dell’illusionismo e della pop-culture degli anni ‘50 e ‘60, di cui ricerca e colleziona testimonianze e memorabilia. Elementi che trasporta spesso nei suoi romanzi, dove anche le trame più imprevedibili e sorprendenti si sviluppano su uno sfondo storico ricostruito con grande precisione, e in cui personaggi reali e finzione narrativa s’intrecciano, dando vita a un teatro delle ombre enigmatico e affascinante.   

:: Recensione di Un giorno a Milano di AA.VV. (Novecento editore, 2013) a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2013

un giono a milanoGli eredi di Scerbanenco tornano a raccontarci la Milano noir degli anni Duemila, gli anni della crisi, smesse le luci sfolgoranti del boom degli anni 60 o foss’anche delle luminarie al neon della Milano da bere degli anni ‘80 di Pillitteri. Ma la pioggia, sempre un po’ grigia, la nebbia, le case di ringhiera, i bar malfamati, le fabbriche dimesse, i capannoni abbandonati, i quartieri periferici a due passi dal nulla, sono sempre gli stessi, con lo stesso sobrio e feroce squallore, con lo stesso odore di terra e smog, con la stessa povertà accanto alla più arrogante ricchezza.
È cambiata la gente, la fauna silenziosa di un sottobosco criminale che conserva come un eco lontano le cadenze della parlata gergale della mala di un tempo e ricorda quale quartiere diede i natali a Vallanzansca, quasi un eroe, o meglio un antieroe di una mitologia metropolitana sbiadita e impolverata. Ora le puttane si chiamano ‘escort’ e molte vengono dall’est con i loro nomi esotici e i passaporti confiscati da vecchie ‘battone’ in pensione reciclatesi maîtresse, le cameriere dei bar hanno gli occhi a mandorla e i capelli lisci, lucidi e neri come inchiostro. Cinesi, coreane, tailandesi, chi può dirlo in questa confusione di etnie, dialetti, imbastardite tracce di una nuova razza che si afferma, più forte, più vitale e forse spietata.
Ora ci sono i negozi di kebab, i cambia valute o le agenzie dove spedire i soldi a casa, quando non vai direttamente in posta e ti trovi al centro di una rapina, i parrucchieri cinesi che per pochi euro copiano i tagli più alla moda, i locali per esuli ed espatriati dove dai juke-box  ti può capitare di sentire l’ex moglie del comandante Arkan che canta.
Milano con le sue strade, con i suoi quartieri, con la metropolitana sempre in funzione, resta geografia muta di un disagio, di un malessere, che non spiega del tutto il volto nuovo della criminalità stratificata e integrata come un male necessario e inevitabile. E questo volto descrivono gli autori reclutati da Andrea Carlo Cappi, per seguire un’idea di Paolo Roversi. E l’antologia Un giorno a Milano, prima pubblicazione della collana di gialli e noir metropolitani ‘Calibro 9′ di Novecento Editore, introduzione di Andrea G. Pinketts, è il risultato. Nove racconti scabri, aspri, intrisi di un realismo non di maniera e diversi per stile e sensibilità, a seconda della mano che li ha scritti. Racconti disomogenei se vogliamo, ognuno figlio di percorsi umani e creativi differenti. Unico filo conduttore, un giorno di novembre, un giorno di nebbia e pioggia, screziato di nero, come nera è l’anima del poliziotto che organizza una rapina e tira con sé due balordi, come è nera l’anima di una donna che organizza un piano per sfuggire a un creditore, come è nera l’anima della ‘battona’, che sfrutta e ricatta, uccisa nel quartiere di Lambrate.
Alcuni personaggi sono noti, figli di altre storie come il Professionista di Stefano Di Marino o il Bruno “Butch” Moroni di Giancarlo Narciso, o ancora il giornalista in Vespa gialla e Clarks ai piedi Enrico Radeschi di Paolo Roversi. Poi ci sono autori che non conoscevo come Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone, Francesco G. Lugli, Francesco Perizzolo. E vecchie conoscenze come Andrea Carlo Cappi, Giuseppe Foderaro e Ferdinando Pastori. Immagino la faccia di Scerbanenco se fosse vivo e avesse a disposizione il materiale sociologico e umano con cui questi autori si sono confrontati. Ma lo stile di questi autori è personale e non apocrifo. Non hanno ricalcato il grande maestro del noir, hanno camminato con le loro gambe con scelte stilistiche a volte coraggiose, penso al “tu” di Ferdinando Pastori, (lo usa anche nei suoi romanzi, è si può dire sia un suo marchio di fabbrica). Un’antologia con i controfiocchi (mi limito, non dico parolacce nelle mie recensioni, almeno ci provo) merita il successo che sta riscuotendo.

Gli autori: Stefano Di Marino (Kanun – Codice della vendetta), Giancarlo Narciso (Un nome su una lista), Ferdinando Pastori (Un diamante non è per sempre), Paolo Roversi (Ai confini della metropoli), Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone (Chi non risica non rosica), Andrea Carlo Cappi (Yo no soy marinero), Giuseppe Foderaro (Ex abrupto), Francesco Perizzolo (La persona sbagliata) Francesco G. Lugli (Maledetto anticipo).

:: Recensione di Quando si spengono le luci di Erika Mann (Il Saggiatore, 2013) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2013

quandoÈ piuttosto impegnativo chiamarsi Erika Mann, figlia prediletta dell’universalmente noto Thomas Mann, premio Nobel per la Letteratura nel 1929 e autore di opere come La montagna incantata, Morte a Venezia, I Buddenbrook. Come è altrettanto impegnativo essere un’intellettuale di origini ebraiche (da parte di madre) nella Germania nazista, scegliere l’esilio e abbracciare la letteratura militante come strumento di lotta politica, etica, filosofica, morale. Molti intellettuali tedeschi, artisti, scienziati, matematici lasciarono la Germania agli albori dell’era hitleriana e scelsero chi la Gran Bretagna, chi la Svezia come Bertolt Brecht, chi la Svizzera, o gli Stati Uniti come Thomas Mann stesso, come terra di rifugio e di esilio, prima che l’essere oppositori o anche solo ebrei diventasse un biglietto sicuro per i treni diretti verso i campi di sterminio o più sbrigative esecuzioni sul posto.
Anche la figlia di Mann scelse l’esilio e oltre a spingere suo padre ad opporsi alla dittatura nazista, fu lei stessa una strenua paladina di quell’intellighenzia che non aveva accettato la “barbarie” o si era prostituita al regime come il fratello Klaus accusa il poeta Gottfried Benn, durante uno scambio di punti di vista piuttosto vivaci. Troverete questo accenno nella postfazione di Agnese Grieco, Un nuovo tipo di scrittrice,  curatrice di Quando si spengono le luci (The Lights Go Down, 1940), per la prima volta proposto in italiano da Il Saggiatore, come numerosi altri spunti di riflessione e informazioni biografiche su Erika Mann e il periodo in cui visse.
Comunque non è solo impegnativo trovarsi ad essere l’erede morale di un genio della letteratura tedesca, e un’ intellettuale impegnata, in un certo senso combattere è anche necessario e inevitabile. Un intellettuale naturalmente non utilizza armi, la sua unica forza è il pensiero e Erika Mann scelse anche la forma del racconto per poterlo trasmettere a più persone possibili. Quando si spengono le luci è infatti una raccolta di racconti, l’ultimo dei quali da il titolo al libro, pubblicata in America da Farrar & Rinehart nel 1940, e solo nel 2005 in versione tedesca col titolo Wenn die Lichter ausgehen. E dobbiamo aspettare appunto il 2013 per leggerne l’edizione in lingua italiana grazie alla ricercatrice, scrittrice e drammaturga Agnese Grieco. Condizione bizzarra per un libro che ci riporta indietro nel tempo, quasi fotografando squarci di vita “reale” di personaggi anch’essi reali anche se filtrati dalla sensibilità artistica dell’autrice.
Paragoni col padre è ingeneroso farne, e li eviterò con cura,  tuttavia un respiro di epica drammaticità soffia sulle pagine dandogli vita. Con stile secco, tagliente, quasi corrosivo quando usa l’ironia per difendersi dalla disperazione di un mondo troppo sinistro e inquietante, Erika Mann ci tratteggia vite normali, personaggi normali, imprigionati in vicende dominate dal caos morale e materiale che caratterizzò la Germania ante guerra. Gente comune che si trova a fare i conti con la propria coscienza, a volte anestetizzata, a volte colpevolmente incapace di avvertire il baratro che si nasconde dietro l’accettazione di un regime inutilmente feroce, caparbiamente dispotico.
Lo straniero che si muove ne La nostra città, racconto introduttivo, sorta di prefazione, ci da il benvenuto in un viaggio didascalico nell’orrore, raggelante e raggelato proprio perché comune, rassegnato, privo di picchi di coscienza. Lo straniero attraversa una tipica città bavarese (che sarà scenario di tutti i dieci racconti) al crepuscolo, sentendo una voce lontana che scambia per il latrato di un cane. E’ la voce di Hitler che tutti i tedeschi sono obbligati ad ascoltare se non vogliono incorrere in spietate repressioni, controllati da una polizia che si aggira furtiva, che ascolta le delazioni di nemici e rivali, che impone scelte forse non condivise, ma inevitabili. Come le trombe del giorno del giudizio, della fine del mondo, la voce di Hitler pervade le coscienze dei tedeschi, alcuni vittime e alcuni complici, e ci apre le porte dell’abisso.
Così veniamo a conoscenza della storia di Peter e Marie, due giovani fidanzati che sognano di fare lei la maestra e lui l’avvocato, protagonisti di A causa di un deplorevole errore… I nomi sono cambiati, lo scenario è differente per non creare problemi ai protagonisti o a chi per loro ne ha raccontato la storia a Erika Mann, (in appendice la curatrice spiega le ragioni che hanno spinto l’autrice a scegliere alcune storie invece che altre e che il titolo originale era appunto Fatti, prima di scegliere il più poetico Quando si spengono le luci) ma appunto la consapevolezza che fosse una storia realmente accaduta mi ha accompagnato durante tutta la lettura assieme all’ammirazione per lo stile della Mann. E’ una storia tragica la loro, e la tragedia è tanto più dolorosa quanto appunto comune, quotidiana. Non sono ebrei né comunisti Peter e Marie, non sono oppositori politici, né eroici paladini di cause nobili o pericolose. Forse hanno qualche dubbio, almeno Marie li ha, ma sono due semplici ragazzi che si troveranno a vivere una vicenda che l’assurdo che la sovrasta rende ancora più tragica.
In Checks and Balances è il sospetto un sentimento sporco e paralizzante il vero protagonista. Un commerciante dalla faccia onesta e pulita, anche se i suoi tratti vagamente semiti gli hanno causato qualche guaio, decide di falsificare i libri contabili della sua drogheria che gestisce per dichiarare una cifra sufficiente a non fargli chiudere il negozio, ma non ha calcolato la reazione della moglie. E di nuovo l’assurdo e il grottesco entra prepotentemente in scena con il suo amaro sapore di fiele.
In Herr Huber proprietario di fabbrica è lo sforzo bellico analizzato sotto la lente di ingrandimento, con le sue contraddizioni e quel grottesco nome di “angeli della pace” dato alle armi. Materiali scadenti, ritmi di lavoro sfiancanti, Herr Huber ha seri dubbi che tutto questo possa portare a qualcosa di buono e mentre si confida con la segretaria e anzi le dichiara il suo amore, riceve la notizia che lei per metà è ebrea. “Tragica” fatalità che stempera i suoi sogni d’amore. E intanto l’ubbidienza sembra la sola legge che governa le coscienze.
In Giustizia è ciò che serve alla nostra causa, un professore universitario di diritto penale guida moralmente la sua aula in un atto di “sabotaggio” che porta a deridere con pungente sarcasmo e ironia l’azione di due SA venute ad arruolare studenti da mandare nella Prussia dell’Est.
In A ricordo di un eroe tutto inizia con una direttiva del capo della polizia municipale di arrestare gli ebrei di sesso maschile, di nazionalità tedesca, benestanti, non in età avanzata, che occupano una posizione rilevante nella società.
Il sesto racconto intitolato Un contadino fugge in città narra le peripezie di un giovane contadino che lascia la campagna per trasferirsi in città, che dista solo quattro ore di treno ma che per lui è un mondo sconosciuto, sullo sfondo della Germania trasformata nel Terzo Reich. Fa parte del fenomeno denominato “esodo dalle campagne” e intanto sente dentro di sé la sensazione di stare fuggendo.
In Compagni di sventura il contadino del racconto precedente si trova in cella con l’accusa di aver dato da mangiare mangime pregiato alle sue galline.
In L’ultimo viaggio Max Murks, giovane marinaio, parte per il suo viaggio verso NewYork e la madre lo prega di portarle un poco di caffé tostato, perché lì in città non se ne trova più. Ma il giorno in cui Max avrebbe dovuto tornare a casa per Natale si presenta un suo amico alla porta.
In Su indicazione medica il dottor Scherbach si trova a dirigere l’ospedale della città e si vede sostituite le suore che prima lavoravano da infermiere, con infermiere di provata fede nazista.
Infine nell’ultimo racconto, che dà il titolo alla raccolta, il membro del partito Hans Gottfried Eberhardt, redattore culturale presso “Der Anzeiger”, decide quasi per scherzo di correggere gli errori grammaticali, trentatrè gravi errori stilistici e grammaticali, di un discorso del Fuhrer del quale doveva scrivere la trionfale introduzione, chiudendo così per sempre la seppur modesta carriera di giornalista. Per sei anni aveva scritto quello che voleva il regime e passato sotto silenzio ciò che al regime non piaceva. E ora invece il visto d’ingresso per lui e la sua famiglia per gli Stati Uniti diventa l’unica cosa importante.

Erika Mann (Monaco di Baviera, 1905 – Zurigo 1969), saggista, performer, scrittrice e giornalista, figlia primogenita di Thomas Mann e Katja Pringsheim, abbandona la Germania del Terzo Reich nel 1933 assieme al fratello Klaus, scegliendo la via dell’esilio che la porterà in Svizzera, Inghilterra e Stati Uniti. Corrispondente per radio e giornali inglesi e americani, autrice di fortunati libri per l’infanzia, reporter di guerra, conferenziera di successo, curatrice del lascito letterario del padre e del fratello, Erika Mann attraversa anni cruciali all’insegna di un instancabile impegno intellettuale. Tra le pubblicazioni in italiano, Caro Mago. Lettere e risposte 1922-1969 (il Saggiatore 1990), che raccoglie la corrispondenza con il padre.

:: Recensione di Joyland di Stephen King (Sperling & Kupfer, 2013) a cura di Giulietta Iannone

25 novembre 2013

joylandRicordo ancora la giornata di Mike e di Annie al parco come se fosse ieri, ma ci vorrebbe un narratore molto più dotato di me per farvi capire che cosa provai e per spiegarvi perché da quel momento in poi Wendy Keegan non fu più padrona del mio cuore e delle mie emozioni. Posso solo confermarvi un fatto risaputo: certi giorni valgono più dell’oro. Non sono molti, ma nel corso di quasi ogni vita ne esistono almeno un paio. Quello fu uno dei miei giorni e ogni volta che sono giù di corda e il mondo non mi sorride e tutto mi sembra finto e dozzinale come la passeggiata di Joyland in un pomeriggio di pioggia, io ritorno con la memoria a quel martedì di ottobre, anche solo per ricordare a me stesso che la nostra esistenza non è sempre un gioco da spennapolli. Talvolta i premi sono reali. Talvolta hanno un valore immenso.

È la prima volta che recensisco Stephen King, anche se naturalmente Joyland non è il primo libro di King che abbia letto. Non che la cosa mi imbarazzi, tutt’altro, ho recensito Euripide, Arthur Miller e Graham Greene tanto per dire, recensire i mostri sacri della letteratura è un’ esperienza stimolante e istruttiva, che consiglio a  tutti i lettori. Comunque recensire King è anche un’ esperienza catartica ed è bizzarro che abbia avuto questa sorta di battesimo del fuoco proprio con una storia di iniziazione e struggente nostalgia, ricca degli stessi spunti narrativi presenti bene o male in tutti i suoi romanzi, horror compresi.
Che Joyland non sia un horror è già stato detto, anche che si ricollega in un certo senso alla poetica de Il corpo, da cui è stato tratto il film generazionale Stand by me – Ricordo di un’ estate, stessa cosa che non è un vero thriller e men che meno un giallo classico di tipo deduttivo, un whodunit come sembra averlo definito Charles Ardai editor di Hard Case Crime (l’editore americano del romanzo), sebbene ci sia una ragazza morta, ultima di una serie di vittime di una specie di serial killer, e parte del romanzo si riveli essere un’ indagine condotta dal protagonista per smascherarlo, che comunque si riduce ad essere una ricerca per biblioteche e vecchi quotidiani condotta da Erin, dalla quale il protagonista ricaverà l’intuizione fatale. Ben poco, concorderete con me, per definirlo appunto un whodunit.
Potremmo a questo punto giocarci la carta della ghost story, e qui abbiamo ben due fantasmi che giocano un ruolo fondamentale nella storia, sebbene il primo, quello della ragazza Linda Gray, sembra solo capace di segnare il destino di Tom Kennedy, spegnendo un po’ della sua contagiosa allegria (il protagonista non arriverà mai a vederlo, limitandosi a notare un cerchietto azzurro, appartenuto alla ragazza). A questo punto ritengo che la cosa più onesta da fare sia definire Joyland un romanzo senza classificazioni, forse tutt’al più un romanzo di formazione che segue con amorevole cura il passaggio dall’adolescenza all’età adulta di un giovane universitario americano che sogna di fare lo scrittore e finirà per fare il giornalista, con un groppo alla gola per l’estate dei suoi ventun’anni, relegata nel 1973 in un parco di divertimenti sulle coste della Carolina del Nord.
Pubblicato in Italia, in contemporanea con l’America, da Sperling & Kupfer nella collana Pandora, e tradotto da Giovanni Arduino, Joyland (Joyland, 2013) è un romanzo come dicevo prima profondamente kinghiano. Parla di nostalgia, dell’ingenuità degli anni ’70, sorta di Eden dorato in cui anche King era giovane e i parchi di divertimento erano ancora quasi a gestione famigliare, sorta di ribellione contro l’avvento omologante e massivizzante di parchi di divertimento modello Disney World. (Se Devin Jones vive in quell’estate gli ultimi scampoli della sua adolescenza, anche Joyland vive una delle sue ultime stagioni, prima del fallimento.)
Parla del passaggio dall’adolescenza all’età adulta con conseguente perdita di innocenza, sostituita da una dolente accettazione per le regole, a volte crudeli, di cui è fatta la vita. Parla d’amore, corrisposto, fugace, infelice, tradito, del rapporto tra padri e figli, velato ma presente nel legame tra Devin e suo padre e in quello tra Devin e il piccolo Mike, per citare i modelli positivi, e in quello doloroso tra Annie e il predicatore.
Parla d’amicizia, di malattia, di morte, del soprannaturale (perché nei romanzi di King il soprannaturale anche sfumato c’è sempre) nascosto nelle pieghe di una quotidianità così spesso avvilente, fatta di sacrifici, perdite, sconfitte, povertà, desiderio di riscatto.
Parla della magia di un parco di divertimenti in riva al mare, di quelli simili alle giostre paesane itineranti che ogni anno ancora oggi toccano la mia città. Il tirassegno, la ruota panoramica, le tazze ballerine, il Castello del Brivido, la cartomante vestita come una gitana magiara, segnata dal forte accento di Brooklyn, quando si distrae, che legge la mano e predice la fortuna e forse è realmente dotata del “dono”.
Parla dei codici di comportamento, di cosa significhi essere figli del carrozzone, della loro bizzarra parlata, del senso di appartenenza ad una comunità coesa e bislacca. Hot dog, zucchero filato, il regno dell’infanzia di molti, forse di tutti.
King è un maestro nel rendere epico qualcosa di così radicato nell’immaginario comune, e sebbene qui descriva l’America di provincia degli anni ’70, Heavens Bay, Carolina del Nord, non è difficile rivivere le stesse sensazioni, gli stessi odori, la musica (i Doors, i Pink Floyd) i falò sulla spiaggia fissi nei ricordi dei lettori, almeno di quelli che erano ragazzi negli anni ’70.
King schiaccia il pedale della nostalgia e di una certa buona dose di sano sentimentalismo, soprattutto nel rapporto tra Devin e Mike, ragazzino malato di distrofia muscolare ma quasi mitico per la sua forza, e il suo accecante sorriso, (difficile non piangere e commuoversi nel finale, soprattutto se avete avuto l’esperienza nella vostra vita di accompagnare un bambino malato) e gioca con le ombre trasfigurate di un allora quasi più candido, coraggioso, giocoso, onesto (Devin arriva a rifiutare l’assegno di un genitore che vuole ricompensarlo per avere salvato la vita di sua figlia), fatto di scintillante polvere di stelle.
E poi per non scadere nello sdolcinato e nel melenso a  tutti i costi, o forse per non commuoversi troppo, innesta la trama quasi thriller, (badate dico quasi), con un tocco di macabro, quando ci presenta Linda Gray, ovvero il fantasma della ragazza sgozzata quattro anni prima che vaga chiedendo di essere liberata per il Castello del Brivido e appare solo ai lavoranti del luna park, terrorizzandoli a morte.
Naturalmente sarà Devin Jones, voce narrante del lungo flashback di cui è costituto il romanzo, a scoprire quasi per caso il suo assassino, e a scoprire qualcosa di ancora più importante: il potere dei sentimenti, catturati in una goccia d’ambra come l’immagine di una soleggiata estate in cui il senso della vita si materializza privandoci forse dell’innocenza, ma donandoci in cambio qualcosa di ancora più prezioso.
Succede poco, la lentezza della prima parte è quasi biblica, il finale mystery un po’ artificioso, sembra di sentire il rumore di King che si arrampica sui vetri, l’addio al fantasma, personaggio che per tutto il romanzo sembra di vitale importanza, un po’ improvviso e deludente, è stato detto che le parti più deboli dei romanzi di King siano i finali, un po’ come se esaurita la carica creativa, vada avanti per inerzia e chiuda il tutto senza eccessiva cura, ma pur tuttavia è anche evidente che a King non interessa aderire ad un genere o superarlo, parla decisamente d’altro, di una materia molto più fluttuante e indefinibile, parla di sogni, di aspirazioni, di come da vecchi guarderemo indietro con rimpianto e malinconia l’altro noi stesso di allora.
È stato definito nient’altro che una sorta di young adult d’autore, e chi lo fece non voleva fare certo un complimento, pur tuttavia credo sia vero, credo sia davvero un regalo che King abbia fatto ai suoi più giovani lettori o a quelli che non ostante l’età anagrafica abbiano conservato la giovinezza del cuore. Forse i suoi lettori storici ameranno di più le sue storie horror, presto ci sarà il seguito di Shining, pur tuttavia se amate la poetica kinghiana ne riconoscerete i tratti distintivi.

Stephen King, acclamato genio della letteratura internazionale, vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha. Le sue storie da incubo sono clamorosi bestseller internazionali che hanno venduto 400 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Brian De Palma, Stanley Kubrick, Rob Reiner e Frank Darabont. www.stephenking.com

:: Recensione di La notte di Praga di Philip Kerr (Piemme, 2013) a cura di Giulietta Iannone

9 novembre 2013

la notte di pragaC’era poca birra in giro, spesso non ce ne era affatto. Taverne e osterie iniziarono a chiudere un giorno alla settimana, poi due, a volte tutte assieme, e dopo poco ci furono solo quattro localini in città dove si potesse regolarmente trovare un boccale di birra. Quell’acqua acida, marroncina e salmastra che sorseggiavamo tristi dai nostri bicchieri mi ricordava più che altro il liquido dentro i buchi delle granate e le pozzanghere stagnati della Terra di Nessuno, dove a volte eravamo stati costretti a cercare riparo. Per un berlinese era quella la vera disgrazia. Era difficile trovare i superalcolici e questo significava che era impossibile ubriacarsi e sfuggire a se stessi. Ecco perché a tarda notte finivo spesso a pulire la pistola.     

La notte di Praga (Prague Fatale, 2011), tradotto da Elena Orlandi ed edito da Piemme, è l’ottavo romanzo dedicato dallo scrittore scozzese di Edimburgo, classe 1956, Philip Kerr, al personaggio di Bernhard “Bernie” Gunther, investigatore nella Germania nazista.
Tutto cominciò con una trilogia Berlin Noir composta da tre romanzi: Violette di marzo (March Violets, 1989), Il criminale pallido (The Pale Criminal, 1990), Un requiem tedesco (A German Requiem, 1991) portati in Italia da Passigli editore.
Ma naturalmente un personaggio come “Bernie” Gunther meritava altro spazio e quindici anni dopo Kerr riprese la serie con L’uno dall’altro (The One From the Other, 2006),  A fuoco lento (A Quiet Flame, 2008), Se i morti non risorgono (If The Dead Rise Not, 2009), tutti editi da Passigli, l’inedito Field Grey del 2010, appunto La notte di Praga, e l’ultimo, ancora anch’esso inedito in Italia, A Man Without Breath del 2013.
Se avete amato la serie di Martin Bora di Ben Pastor troverete di sicuro interesse anche questa serie caratterizzata forse da una maggiore crudezza e durezza.
Siamo a Berlino nell’autunno del 1941, e il commissario della polizia criminale di Alexanderplatz “Bernie” Gunther, di ritorno dall’Ucraina in cui ha partecipato a veri e propri stermini di massa, vive tormentato dal rimorso e dall’avversione sempre più crescente per il regime nazista, meditando ogni sera il suicidio, smontando e rimontando la sua Walther automatica.
La vita a Berlino è fatta di grandi ristrettezze. Manca tutto e quello che resta è razionato: le patate, la carne,

in teoria ognuno di noi aveva diritto a mezzo chilo di carne alla settimana, ma anche a patto di trovarla era più probabile riceverne solo cinquanta grammi per un buono da cento, il latte, il pane, sapeva di segatura e molti giuravano che fosse fatto proprio con quella. Difficile trovare vestiti, o scarpe, non si poteva compare un paio di scarpe ed era impossibile trovare un calzolaio,

o qualsiasi altro oggetto di consumo se non prodotti di imitazione e di scarsa qualità

i lacci si spezzavano quando cercavi di stringerli. I bottoni nuovi si rompevano tra le dita mentre ancora tentavi di cucirli. Nessuno si lavava quasi più se non con un misero pezzo di sapone sbriciolato grande come un biscotto(…) un pezzo per un mese intero.

La propaganda sui giornali titola: La nostra disgrazia sono gli ebrei e intanto le bombe della RAF si abbattono su cose e persone tra un coprifuoco e l’altro.
Tutto manca a Berlino tranne i furti e i delitti e “Bernie” Gunther, ritornato a lavorare alla Kripo, si trova a indagare su un presunto suicidio che ben presto si rivela un omicidio.
Geert Vranken, un operaio di ferrovia volontario, trentanovenne nato in Olanda, viene rinvenuto ai lati di una ferrovia dopo essere stato investito da un treno. Profonde ferite di coltello evidenziano successivamente che è stato assassinato.
Mentre indaga su questo delitto (che sembra scollegato ma che ritroveremo connesso alle indagini successive) Bernie salva una ragazza, Arianne Tauber, da una apparente tentativo di violenza. E qualcosa di molto simile all’amore entra nella sua vita. Arianne lavora come guardarobiera in un night club e forse non è niente altro che una prostituta, ma per Bernie è soprattutto l’occasione di distrarsi, di vivere una storia che abbia qualcosa di umano per non pensare continuamente al suicidio.
Poi una vecchia conoscenza del passato, il generale delle SS Reinhard Heydrich, ora promosso governatore del Protettorato di Boemia e Moravia, lo chiama a Praga con la scusa di aver bisogno di una guardia del corpo, dopo una serie di recenti attentati alla sua vita. Il vero motivo è ben diverso e Bernie lo scoprirà, a caro prezzo, indagando sull’omicidio di un assistente di Heydrich.
Omaggio sicuramente a L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie, La notte di Praga è un romanzo interessante sia per la parte storica, la ricostruzione di un’epoca, che per la parte puramente investigativa e deduttiva. In fondo è anche una spy story classica, narrata con tinte noir e arricchita da un protagonista come Bernie Gunther difficilmente paragonabile al classico eroe positivo di tanta letteratura gialla.
E’ stato strumento di atti di pulizia etnica, e sebbene non condivida l’ideologia nazista, anzi ritenga tutti i nazisti, Hitler in testa, semplici criminali, e sfrontatamente dichiari la sua avversione al potere anche a rischio di ritorsioni, è pur tuttavia colpevole di aver ubbidito a ordini che tormentano la sua coscienza di poliziotto e di soldato. E proprio la sua coscienza lo rende un osservatore quasi imparziale dei meccanismi che regolano il potere nazista.
Sicuramente è difficile immaginare che un poliziotto potesse avere tutta l’autonomia e la sfrontatezza del personaggio creato da Kerr, immagino che nella realtà sarebbe finito ben presto accusato di alto tradimento e giustiziato, pur tuttavia è difficile non provare simpatia sia per questo personaggio che per Arianne Tauber, donna con cui vive una breve parentesi sentimentale e che si rivelerà ben diversa da come la immaginava.
Bernie Gunther resta comunque un buono, per quanto le condizioni lo rendano possibile, in un mondo dove il Male governa indisturbato.
Da recuperare i romanzi precedenti.

Philip Kerr, nato a Edimburgo, vive tra Wimbledon e la Cornovaglia. Dopo la laurea in Legge, ha cambiato completamente ambito e ha lavorato per anni come copywriter in alcune delle più importanti agenzie pubblicitarie inglesi. Ha all’attivo numerosi romanzi, i più famosi dei quali compongono la serie noir in cui compare il detective Bernie Gunther, indimenticabile protagonista de La notte di Praga. Autore bestseller in Gran Bretagna e in Francia, Philip Kerr è amatissimo tanto dal pubblico quanto dalla critica, che gli ha tributato numerosi riconoscimenti, tra cui l’Ellis Peters Historical Award.

:: Recensione di Zitto e muori di Alain Mabanckou (66th and 2nd, 2013) a cura di Giulietta Iannone

29 ottobre 2013

mabanckou_zitto_coverxwebNon smetto di pensare un solo istante al fatidico giorno che mi ha portato qua, al tardo pomeriggio di quel venerdì 13 in cui, invece di godermi l’estate appena arrivata, i parchi di Parigi, i lungosenna pieni di gente, le donne che passeggiavano mezze nude per la città, all’improvviso, in quella strada poco frequentata del XVIII arrodissment, ho visto calare una cortina scura sulla mia vita. Nessun altro ricordo mi ha mai tormentato tanto, e sono addirittura arrivato a credere di essere in balia di una specie di incubo, e che la mia esistenza attuale sia soltanto un miraggio che al mio risveglio svanirà.  

Oggi voglio parlarvi di un piccolo gioiellino noir che ho scovato prima leggendone la segnalazione su un blog, e poi leggendone la recensione di Lorenzo Mazzoni sul Fatto Quotidiano.
Si intitola Zitto e muori (Tais-toi et meurs, 2012) dello scrittore congolese Alain Mabanckou. Edito da 66thand2nd, giovane casa editrice romana che vi consiglio di tenere d’occhio, (ha una collana B-Polar con titoli decisamente interessanti come Non sta al porco dire che l’ovile è sporco del beninese Florent Couao- Zotti, e La bionda e il bunker della scrittrice francese, nata a Parigi da madre bosniaca e padre montenegrino, Jakuta Alikavazovic) e tradotto da Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco, questo surreale e divertente noir ci porta nella multietnica e colorata Parigi dei giorni nostri, abitata da immigrati di tutte le nazionalità, la cui convivenza spesso turbolenta e indisciplinata, fatta non solo di solidarietà e aiuto reciproco ma anche di rivalità, gelosie e antagonismi, fa i conti con integrazione e razzismo.
La comunità congolese che ruota intorno al quartiere di Chateau-Rouge, definito con scherno e disprezzo da Mama La Padrona, proprietaria del ristorante l’Ambassade il “ghetto congolese”, fa da sfondo a questo romanzo insolitamente corale, sebbene narrato in prima persona da Julian Makambo, giunto a Parigi dal Congo-Brazzaville in cerca del suo pezzetto di futuro, in un mondo in cui il successo si misura anche solo nel potere mandare soldi a casa, o nei vestiti sgargianti dei Sapuer, membri del Sape (Société des Ambianceurs et des Personnes Élégantes), capaci di saltare i pasti pur di avere il guardaroba fornito di abiti firmati e scarpe di anaconda.
Ma Makambo, in lingala significa “guai” e al protagonista, sebbene clandestino con i falsi documenti di un certo Josè Monfort, i guai non mancheranno. Infatti l’amico e cognato Pedro Bolawa, piccolo delinquente che campa di espedienti e traffici illeciti, fornendo documenti falsi e abitazione e “lavoro” al clan di Rue de Paradis, è stato contattato per un colpo davvero grosso, pagato in contanti duecentomila euro, una sorta di regolamento di conti, perché il razzismo ha una doppia faccia ed esiste anche quello dei neri nei confronti dei bianchi, sembra dire l’autore con sincero disincanto, e sceglie proprio Julian come spalla e capro espiatorio. Perché nella comunità vige la legge dell’omertà e zitto e muori può essere inteso in modo metaforico o letterale, come spiega  Shaft al nostro esterrefatto Makambo che non ha nessuna intenzione di andare in galera per un crimine non suo.
Ecco in breve la trama di Zitto e muori, un noir africano che con ironia e sprazzi di vera comicità ci racconta di un mondo ai margini, vitale e pittoresco, se vogliamo anche naif, ma governato da regole spietate. La comunità africana a Parigi non è fatta tutta di delinquenti più o meno piccoli, ma c’è anche questo volto che Mabanckou ci descrive senza ipocrisie o falsità, ed è il bello di questo romanzo, privo di quel “buonismo” ipocrita che spesso accompagna il concetto che hanno alcuni dell’identità nera in Europa, e privo nello stesso tempo dei rugginosi preconcetti che fanno degli africani persone rozze e ignoranti. Esempio ne è lo stesso autore che ora vive in California e insegna alla Ucla.
Chiassoso, colorato, pieno di musica, non è un noir triste o che fa del facile vittimismo, anzi impreziosisce di pagine raccontate con uno stile elegante e fantasioso una narrazione anche eticamente importante. Sembra che non ci sia genere più indicato del noir per descrivere le ambivalenze e le oscurità della nostra società, – la critica del sistema legale francese è feroce, pur coi tratti dell’ironia (l’avvocato incapace, la psichiatra coi capelli grigi e ricci, i secondini)- , viste da un ospite, da uno straniero giunto in Francia per sfuggire alla povertà ma ancora legato alla sua terra d’origine, tenuta stretta con proverbi, musiche, aneddoti, ricordi.
La letteratura dell’immigrazione è ricca di perle come questa e dona nuova linfa ad un genere che sembra rinascere sempre con nuove facce. Spero di leggerne altri romanzi così. Vorrei segnalare come ultima cosa il simpatico disegno in copertina di Gigi Pescoldeung.                   

Eclettico e irriverente, il poeta e romanziere Alain Mabanckou è nato nel 1966 nella Repubblica del Congo. Figlio unico, è cresciuto nella caotica Pointe-Noire, capitale economica del paese, insieme all’amatissima madre, figura centrale della sua vita: non a caso tutti i suoi libri sono dedicati a questa donna forte e determinata che lo ha spinto nel 1989 a trasferirsi in Francia per completare gli studi. E a Parigi Mabanckou è rimasto per oltre dieci anni, assaporando il clima multietnico delle banlieue, dove culture diverse si incontrano e si scontrano, creando quel mix fertile che riaffiora nei suoi romanzi. Primo autore francofono dell’Africa subsahariana a essere pubblicato nella prestigiosa collana Blanche di Gallimard, Mabanckou ha ricevuto numerosi riconoscimenti per i suoi romanzi, tra cui il premio Renaudot per Memorie di un porcospino e il premio Georges Brassens per Domani avrò vent’anni. Attualmente Mabanckou insegna alla Ucla dove si è guadagnato il soprannome di «Mabancool» perché è considerato il professore più cool di tutta la California. Nel frattempo Black Bazar è diventato un disco, sono in preparazione due film tratti dai suoi libri e l’Académie française gli ha attribuito il Grand Prix de Littérature Henri Gal 2012 per l’insieme della sua opera.

:: Recensione di La mano di Henning Mankell (Marsilio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2013

3171668Scese di nuovo le scale, si sedette con cautela su un vecchio divano e compose il numero della centrale di Ystad. Martinsson impiegò qualche secondo a rispondere.
“Dove sei?” chiese.
“Una volta si chiedeva “come stai” rispose Wallander. ” Adesso si chiede “dove sei”. Certo che il nostro modo di salutarci si è rivoluzionato”.
“E’ per dire questo che mi hai telefonato?”
“Sono nella casa”.
“Che te ne pare?”
“Non so. La sento estranea”.
“Be’, per forza, è la prima volta che ci metti piede”
“Mi farebbe piacere che mi diceste il prezzo che avete in mente. Non voglio cominciare a rifletterci sopra prima di saperlo. Lo capisci, no, che cè un sacco di lavoro da fare qui dentro?”
“Ci sono stato. Lo so”.
Wallander aspettò, sentendo respirare Martinsson nel ricevitore.
“Non è facile fare affari con gli amici” disse lui alla fine. ” Me ne sono reso conto solo ora”.
“Be’, considerami un nemico” rispose allegramente Wallander. “Un nemico povero, magari.”

Se L’uomo inquieto può essere definito l’inverno di Kurt Wallander, La mano (Handen, 2013), romanzo breve appena edito da Marsilio e tradotto da Laura Cangemi, non può che esserne l’autunno. E’ in autunno è ambientato, dall’ottobre al dicembre del 2002. Un autunno dell’anima che Henning Mankell tratteggia con i toni soffusi della malinconia e del disincanto.
Nella postfazione lo stesso Mankell ci spiega il curioso percorso di questo libro, a dire il vero molto sottile, ma non per questo meno interessante, specialmente per chi ami i racconti. Fu scritto diversi anni fa, per supportare un’iniziativa a favore della lettura che si tenne in Olanda. Era stato deciso che, in un certo mese dell’anno, a chi avesse comprato un libro poliziesco, venisse regalato un libro. Quel libro era appunto La mano di Henning Mankell. Poi anni dopo la BBC lo scovò e ne trasse una sceneggiatura in cui Kenneth Branagh aveva la parte di Wallander. Mankell vide l’episodio e decise che quel racconto poteva avere una nuova vita.
Ed è così che i fan di questa serie possono leggere questo inedito, (almeno in Italia), che sebbene cronologicamente si collochi prima di L’uomo inquieto, l’ultimo racconto della serie e non  esistano altre storie di cui Kurt Wallander sia il protagonista, può essere considerato senza dubbio la parola fine di un personaggio molto amato sia dall’autore, che dai lettori. Un piccolo cadeau del tutto inaspettato. Mankell ora si appresta a far vivere altri personaggi come Birgitta Roslin, comparsa recentemente ne Il cinese, e noi lettori non posiamo far altro che accettare la sua scelta.
La mano è una lettura piacevole, un piccolo squarcio su un personaggio burbero ma infondo buono, che dopo una vita spesa ad occuparsi di crimini e delitti sogna di ritirarsi in campagna, magari con un cane come compagno di solitudine. La figlia Linda, da poco entrata in polizia anche lei, un po’ lo sprona a cercarsi una compagna, a fare del moto, a occuparsi di sé stesso, ma Kurt, quasi presentendo il decadimento fisico e mentale che seguirà, cerca una piccola via di fuga, un’ illusione da coltivare, a cui aggrapparsi.
E’ inquieto Wallander, aspira ad un senso di serenità e pace che tristemente gli sfugge tra le dita e nel rapporto conflittuale con la figlia, di cui ammette di essere geloso del compagno, veniale debolezza di un padre che delega alle domeniche le giornate di cortesia, le piccole tregue dai bisticci della convivenza, quasi rivive il suo grande amore per Mona, l’unica donna che non può dimenticare. Linda ha un carattere forte quanto il suo, forse meno ombroso e suscettibile, ma altrettanto determinato, e nella dimessa e bellicosa quotidianità fatta di provocazioni e schermaglie il loro rapporto si solidifica e resiste, quasi come un ultimo atto di umanità.
Tornando alla trama romanzo, Martinsson offre a Wallander l’opportunità di visitare una casa in campagna, appartenente ad un parente di sua moglie, per la quale si accorderebbero ad un prezzo di favore, un po’ per l’amicizia che li lega e un po’ per il fatto che abbisogna di diversi lavori di restauro. Wallander la visita, e mentre perlustra il giardino qualcosa attira il suo sguardo. Se non fosse un poliziotto, abituato da anni e anni di servizio a notare tutto ciò che stona, che è fuori posto, non se ne sarebbe accorto, ma Wallander nota una radice, forse un pezzo marcito di un rastrello per poi accorgersi che è lo scheletro di una mano. E se c’è lo scheletro di una mano ci sarà anche tutto il corpo.
Ed infatti la squadra chiamata sul posto fa emergere lo scheletro di una donna di cinquant’anni, morta presumibilmente cinquant’anni prima. L’acquisto della casa sfuma, ma Wallander si trova ad indagare su un “presunto” omicidio che porterà alla scoperta di un altro scheletro sotto alcuni cespugli di ribes. Nyberg era il genere di persona capace di capire l’importanza della strana disposizione di un gruppo di cespugli di ribes.
Un caso difficile, due presunti delitti, ormai caduti in prescrizione, avvenuti in un tempo lontano, i cui responsabili con ogni probabilità sono morti. Un caso per il quale poche forze possono esser messe a disposizione. Ma Wallander è deciso a scoprire la verità, a conoscere chi gli ha fatto sfumare il sogno di avere la sua casa in campagna.
Pioggia, vento, neve si abbattono sulla Scania, e così nell’anima di Wallander, che vive gli ultimi anni nella rassicurante routine di riunioni coi colleghi, interrogatori, colloqui con i medici legali. E un po’ della sua malinconia passa al lettore che sfoglia le pagine, seppure la sua ironia, la sua capacità di scambiare buffe frecciate con Martinsson o Nyberg, o con la stessa Linda, non tracimano mai in vera tristezza. E’ una forma di addio, forse ancora più emozionante che ne L’uomo inquieto. L’addio di un autore ad un suo personaggio. Si usa ancora in letteratura, a volte.
Vorrei chiudere con una nota felice, Henning Mankell ritirerà quest’anno il Premio Raymond Chandler che gli sarà consegnato al Courmayeur Noir in Festival. Che sia la volta che riuscirò ad intervistarlo!

Lo storico Premio Chandler va a Henning Mankell “non solo per la sua geniale reinvenzione del romanzo poliziesco in chiave contemporanea, diventato insieme spietato meccanismo di disvelamento del male e lucida interpretazione sociale della Storia, così come denuncia di un’Europa malata di xenofobia e razzismo che dimentica il proprio passato a prezzo del proprio futuro.  Per una volta è un premio che va anche all’intera esistenza umana dello scrittore, da tempo impegnato in Africa sul fronte del riscatto culturale e materiale di quel continente oggi alla ribalta più che mai sia economicamente che politicamente.”

Henning Mankell (Svezia 1948) è tradotto in più di quaranta lingue e ha venduto nel mondo oltre quaranta milioni di copie dei suoi libri. Di recente, l’ispettore Wallander ha conosciuto ulteriore fama grazie alla serie televisiva prodotta dalla BBC, con Kenneth Branagh protagonista. In Italia, la serie di Wallander, dieci episodi, è interamente pubblicata da Marsilio, ora in tascabile. Nel catalogo Marsilio, anche la biografia Mankell (su) Mankell di Kirsten Jacobsen.