Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, Paolo Borgognone, (Zambon Editore, 2015)

17 marzo 2015

BoVorrei iniziare questa recensione partendo da una premessa: non è necessario condividere o abbracciare acriticamente le tesi di un autore per leggere un suo testo. Sembra sciocco dirlo, ma non è un’ovvietà come può a prima vista sembrare, e se mi seguirete capirete il perchè. “Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche” di Paolo Borgognone, Zambon Editore, è un testo fortemente schierato, filorusso, e dichiaratamente critico dell’appoccio statunitense quando si tratta di relazioni internazionali. Se agli americani non dà dei nazisti poco ci manca, (Giulietto Chiesa nella sua prefazione lo fa piuttosto apertamente citando Brecht).
Comunque le idee non attaccano la lebbra, non corrompono, non inquinano le menti, (a fare il lavaggio del cervello già ci pensa egregiamente la tv, e il testo è piuttosto critico con la società dello spettacolo occidentale di debordiana memoria) bisogna unicamente avere gli strumenti adatti per interpretarle, classificarle, ordinarle. Insomma, non diventerete tutti filorussi e dichiaratamente putiniani leggendo questo libro, ma avrete l’accesso a una quantità di informazioni, ampiamente documentate tra l’altro, che vi aiuteranno a farvi un’idea del mondo e della storia, e soprattutto vi aiuteranno ad avere un approccio critico della realtà, qualsiasi ideologia seguite (anche l’agnosticismo di Carrére può essere una scelta).
I fatti, e solo i fatti sono il collante dell’opera, le conclusioni e le tesi argomentate che seguono possono essere accolte favorevolmente, contestate o rigettate in toto, ma tuttavia creano un dibattito critico che a mio avviso è necessario se non indispensabile nel mondo contemporaneo.
Di cosa parla questo libro? Be’ il titolo è chiarificatore, Capire la Russia ha l’ambizione di capire un paese-continente, metà Europa metà Asia, o meglio di capire le sue dinamiche politiche e sociali, partendo dalla sua storia recente, e per farlo non si limita a proporre teorie, ma presenta fatti, fa nomi, indica date, crea collegamenti che ai più potrebbero sfuggire.
Direte voi: è per un pubblico di lettori specialistico. In parte, ma non del tutto. Non è solo per addetti ai lavori. I concetti guida sono semplici e immediati, lo stile discorsivo, è sì un testo politologico, ma si presta a diversi piani di lettura. Non è indispensabile conoscere l’opera omnia di Fukuyama o Samuel P. Huntington (tra l’altro ex direttore degli Studi strategici e internazionali di Harvard) per dire, due autori statunitensi citati spesso, per avvicinarcisi, dopo aver superato l’ostacolo principale, ovvero non essere spaventati davanti della mole del testo.
I pro e i contro. Di Capire la Russia ho apprezzato grandemente il metodo di studio (scientifico), la passione dello studioso che fortemente crede in ciò che argomenta e soprattutto la vastità del materiale disponibile, raccolto in anni e anni di studio. La vastità delle informazioni (e la preparazione dell’autore) è davvero enorme, considerate 670 pagine fitte di rimandi bibliografici, citazioni di interviste, link ad articoli del web. Insomma leggere questo testo è piuttosto impegnativo, ma premia con discreta generosità. L’autore certo presenta ciò in cui crede senza cedimenti, c’è poco margine per il dubbio (linea guida che ha invece da sempre guidato i miei studi) ma è piuttosto incoraggiante per far luce in una materia magmatica e in continuo movimento. Cosa penso io della situazione Russia non è oggetto di questa recensione (grazie a Dio direte voi), mi limito a indicarvi alcune vie interpretative, per non perdersi nella grande quantità di informazioni (che se è apprezzabile, almeno per me) capisco che possa essere dispersivo per altri.
In conclusione, la politologia, dopo tutto, è una scienza a dir poco interessante, e se anche avrò con questa mia recensione avvicinato o per lo meno incuriosito, qualche lettore che guarda la tv e si chiede come è possibile che sia successo in Ucraina quello che è successo, avrò fatto un buon lavoro.

Paolo Borgognone (1981), astigiano, si è laureato in Storia all’Università degli Studi di Torino nel 2008. Fa parte del Comitato Scientifico del Centro di Iniziative per la Verità e la Giustizia (www.civg.it). Per la casa editrice Zambon ha pubblicato “Il fallimento della sinistra “radicale” e, nel 2013, una trilogia sul tema della disinformazione strategica, dedicata rispettivamente ai casi latinoamericano, eurasiatico-mediorientale e italiano. Capire la Russsia è in corso di traduzione in tedesco.

:: Uragano, Clive Cussler e Graham Brown, (Longanesi, 2013) a cura di Micol Borzatta

13 marzo 2015

7Oceano Indiano. Una squadra di ricercatori della NUMA sta raccogliendo alcuni campioni per indagare su alcune anomalie nella temperatura dell’acqua quando vengono attaccati da una strana chiazza scura e densa molto simile al petrolio, ma che come uno sciame di formiche rosse assassine avvolge il catamarano distruggendo e disintegrando l’equipaggio e bruciando l’imbarcazione.
I resti vengono trovati qualche giorno dopo alla deriva, insospettendo il direttore della NUMA, Dirk Pitt, che chiede immediatamente a Kurt Austin di indagare.
Le indagini li conducono prima su un’isola artificiale privata e poi in Yemen dove trovano una strana setta che vuole comandare il tempo atmosferico per poter comandare il mondo.
Romanzo avvincente non meno dei precedenti che racchiude tutte le abilità di Cussler.
Le descrizioni degli ambienti sono minuziose come siamo abituati dall’autore che oltre a trasportare il lettore in viaggi fantastici denota le enormi conoscenze di Clive Cussler.
I personaggi invece non sono descritti tutti così profondamente, infatti molti di essi hanno solo un nome e vengono definiti solo dalle loro azioni, ma a differenza di altri libri i personaggi di Cussler sono coerenti, ovvero i cattivi sono sempre e solo cattivi e i buoni sempre e solo buoni.
La trama sceglie una linea temporale lineare e liscia senza salti temporali.
Gli avvenimenti invece vengono narrati con ritmi diversi dando la sensazione di calma o di freneticità richiesti.
Il lessico usato è lo stesso che usa sempre Cussler, ovvero per niente tecnico e complicato, ma allo stesso tempo perfetto ed esauriente che cattura anche il lettore che non ha conoscenze specifiche.
I salti tra un’ambientazione e l’altra vengono fatti con il cambio di capitolo trasportando il lettore da un posto all’altro senza creargli confusione e tenendo ben separati i vari avvenimenti fino a quando la storia non richiede che si uniscano.
Molto avvincente che sa tenere il lettore legato anche nelle parti dove la narrazione è più lenta.

Clive Cussler nasce nel 1931 ad Aurora nell’Illinois, da madre americana e padre tedesco.
Interrotti gli studi a Pasadera si arruola nell’aviazione partecipando alla guerra di Corea, diventa sergente e lavora anche come meccanico e ingegnere aeronautico per il Military Air Transport Service.
Negli anni ’60, finito il militare, lavora nel settore pubblicitario come direttore creativo vincendo anche molti premi con le sue creazioni.
Nel 1978 fonda la National Underwater & Marine Agency (NUMA), una fondazione no profit specializzata nella localizzazione, identificazione e recupero dei relitti marini di rilevanza storica.
La sua carriera letteraria inizia nel 1965 mentre fa il turno di notte nel badare i figli essendo la moglie al lavoro in polizia.
Nel 1973 esordisce nella narrativa con Enigma, che anche se viene pubblicato per primo è in realtà il suo secondo romanzo.
Il primo, Vortice, viene pubblicato solo nel 1982.
Da allora fino a oggi ha pubblicato 57 romanzi, due dei quali sono avventure vere della sua vita.

:: Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno, a cura di Fulvio Cortese e Francesco Berti (Giuntina edizioni, 2015) a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2015

pro

L’effetto dei massacri sul popolo armeno è stato devastante. Le cifre, le statistiche non daranno mai una valutazione approssimativa del numero effettivo di vite massacrate e distrutte. Ma il calcolo, più moderato (non senza interesse), il calcolo dei tedeschi, riconosce 650.000 tra uccisi e dispersi fino alla scorsa estate.
Perfino in questi giorni di feroci battaglie un numero così terribile di innocenti uccisi e annientati deve imporsi alla nostra attenzione. Il popolo armeno in Turchia è, dal punto di vista morale ed economico, totalmente rovinato – le poche fortune private che, con modi leciti o non, sono state risparmiate dalla distruzione non fanno alcuna differenza. Il popolo armeno, una delle componenti più parche e più industriose dell’impero turco, se non addirittura la più parca e industriosa – e badate bene, è un ebreo a dare questa patente -, è ora un popolo di mendicanti affamati e calpestati. L’integrità delle vite familiari è andata distrutta, i suoi uomini sono stati uccisi, i suoi bambini, maschi e femmine,  fatti schiavi nelle case private dei turchi, per compiacere vizi e depravazioni, questo è diventato il popolo armeno in Turchia.[1]

Incontrai Antonia Arslan a una presentazione. Era il 2004, credo, al Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino. Presentava il suo libro, allora appena uscito, La masseria delle allodole, e io ero laureata da qualche anno. Il tema del Genocidio Armeno, “Medz Yeghern”, (Grande Male), non era proprio nuovo per me. Anni prima, quando si arrivò al fatidico momento di scegliere la tesi, valutai anche di occuparmene. Poi scelsi un altro argomento, che mi portò a scartabellare la corrispondenza di missionari di un’altra parte del mondo, avevo numerose foto che sarebbero state utili per una tesi un po’ innovativa. (Progetto che poi evaporò essenzialmente per mancanza di finanze, ma questa è un’altra storia).
Comunque mentre ascoltavo la signora Arslan un po’ provai una sorta di rimpianto per non avere seguito la prima ispirazione. Magari avrei fatto un buon lavoro, anche se la storia dell’Olocausto Armeno, non è una storia semplice che si affronta con disinvoltura. Non che i massacri durante la Rivolta dei Boxers in Cina siano stati una passeggiata, ma insomma un genocidio perpetrato scientificamente, con crudeltà inutile, da uno stato applicando metodi da catena di montaggio per cancellare dalla faccia della terra una intera etnia, ha qualcosa di abnorme, di aldilà della umana comprensione.
E ora proprio lei cura la prefazione di Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno (Pro Armenia. Jewish Responses to the Armenian Genocide, 2011) pubblicato da Giuntina nella collana Schulim Vogelmann, a cura di Fulvio Cortese e Franseco Berti, tradotto da Rosanella Volponi, e le nostre strade in un certo senso si rincontrano.
Prima ho usato il termine Olocausto coscientemente, so che per alcuni studiosi è da riferirsi unicamente alla Shoa, ma da quanto ho potuto appurare questi due genocidi sono strettamente legati. Chi pianificò scientificamente l’Olocausto ebraico durante la Seconda Guerra mondiale, si ispirò senz’altro a quello avevunto durante la Prima Guerra Mondiale, e si sentì in un certo senso incoraggiato per la sua impunità. Pensiamo solo a cosa disse Hitler quando gli dissero che non poteva applicare la Soluzione Finale. Per cui non mi sembra affatto strano che siano stati degli ebrei, (in questo libro ci sono quattro loro testimonianze, quasi contemporanee ai fatti del 1915), a denunciare forse per primi, questi fatti, negati ancor’oggi dallo Stato Turco (rischia il carcere anche chi solo ne parla ai sensi dell’art. 301 del Codice penale turco).
Il termine stesso genocidio fu utilizzato per la prima volta, da uno di questi testimoni, Raphael Lemkin, nel suo Axis rule in occupied Europe, (capitolo IX, Genocide: a new term and new conception for destruction of nations). Testo che fu pubblicato nel 1944. Da allora fu usato diverse volte dagli storici del Novecento, molto spesso per discutere se fosse usato opportunamente, se i vari massacri avvenuti in questi anni recenti avessero o no tutte le caratteristiche per rientrare di diritto in questa classificazione.
A fine aprile si celebrerà il centenario dei massacri della primavera del 1915, e ancora oggi si discute, ancora oggi nascono controversie. Mentre la Germania ha ripudiato il suo passato nazista, e condannato l’Olocausto, la Turchia non ha fatto altrettanto. Per loro anche giuridicamente questo genocidio non è mai avvenuto. C’era la guerra, furono eventi legati al conflitto. Non ci fu un piano premeditato di sterminio.
Cosa può portare al dibattito la lettura di queste testimonianze? Innazitutto sono testimonianze molto diverse, che hanno sì in comune l’orrore e il ripudio di questi crimini contro l’umanità, ma utilizzano diversi linguaggi, si rivolgono a diversi interlocutori, i testimoni posseggono diversi background culturali e scrivono le loro relazioni per ragioni differenti. Alcune cose sono anche discutibili, figlie della mentalità del tempo, superate dalla nostra sensibilità contemporanea, (nessuno oggi direbbe mai che nessun turco è stato capace di creare forme artistiche, per esempio) ma in tutti i testi è evidente una disarmante sincerità. I vari testimoni o assistettero personalmente ai massacri o ascoltarono detti fatti narrati da persone di loro fiducia. E shoccati reagirono parlandone.
Da queste testimonianze comunque a parte la certezza che questi massacri avvennero, emergono altre riflessioni, altre conclusioni forse non conosciute da tutti. Innanzitutto sia Lewis Einstein, Andrè Mandelstam, Aaron Aaronsohn, e Raphael Lemkin si chiesero perché. Questo “perché” risuona nelle loro parole come un mantra. Le risposte sono diverse, per lo meno ognuno evidenzia gli aspetti che maggiormente lo colpirono. Tutti sembrano concordi nel dire che non furono persecuzioni religiose, che non fu il credo islamico a spingere a sterminare una etnia cristiana, nè tutto fu imputabile a un indeterminato odio. Ci furono invece motivi economici (agli armeni furono confiscati proprietà, attività, beni) e motivi politici. Gli armeni furono accusati di appoggiare la Russia e preparare una Rivoluzione. Accusa certamente infondata, ma utilizzata con disinvoltura e alla quale forse chi progettò il genocidio, vittima di un sistema spionistico ossessivo basato sulla delazione, credette davvero.
Pur tuttavia lo scientifico massacro non sembra avere anche univoche e scientifiche motivazioni. Non fino a oggi, almeno. Furono per esempio in pochi gli armeni che reagirono con le armi, che si difesero. Chiamiamolo sì per orientale rassegnazione, per cosciente rifiuto della violenza, perchè l’aiuto chiesto anche all’estero mai arrivò. Leggendo queste pagine, queste riflessioni si trasmettono anche al lettore, e sicuramente aiutano a fare chiarezza, a dissipare le nebbie, rendendo vivo e vitale il dibattito che dovrebbe seguire.

[1] Aaron Aaronsohon Pro Armenia (pagg 70- 71) Memorandum presentato al ministero della guerra a Londra il 16 novembre 1916.

:: Il sapore sconosciuto dell’amore, Sarah Vaughan (Garzanti, 2015) a cura di Federica Spinelli

9 marzo 2015

Il sapore sconosciutoEssendo io ghiotta di qualsiasi cosa sia edibile e pubblicabile ho pensato che il riunirsi di queste due cose in una sola fosse una motivazione sufficiente per leggere (o divorare che dir si voglia) questo romanzo.
La storia de Il sapore sconosciuto dell’amore è molto semplice: cinque sconosciuti, per motivazioni diverse che hanno più o meno tutte a che fare con l’insoddisfazione presente nelle loro vite, decidono di partecipare a una gara culinaria per stabilire chi sia la “nuova Mrs Eaden” e sostituire così l’originale, Katheleen Eaden, icona dell’omonima catena dei supermercati di qualità, nelle pubblicità del marchio. Il presente però si alterna a un altro piano temporale in cui il lettore segue la storia di Katheleen Eaden, la sua difficoltà a realizzare il sogno di diventare madre e il conciliare il suo lavoro di reginetta della cucina con questo desiderio.
I partecipanti alla gara culinaria non potrebbero essere più diversi: Karen, apparentemente sicura di sé, è determinata ad affermarsi nella gara; Vicky, insicura e iperprotettiva verso il figlio di due anni, deve fare i conti con un penoso segreto; Jenny madre amorevole sull’orlo della crisi matrimoniale; Claire, ragazza madre alle prese con un padre assente e infine Mike, padre vedovo alla ricerca di conferme. Ma tutti questi personaggi sono spinti a concorrere dal ruolo che la cucina ha sempre rivestito nelle loro vite, dal benessere che deriva loro dal cucinare e dalla consapevolezza che un piatto ben cucinato può cambiare l’umore e la giornata di chi lo assaggia. Quella che nasce come un’innocua gara di cucina si trasforma pian piano in un’occasione di rivalsa per i partecipanti di mettere ordine nella propria vita.
In un mix che ricorda un po’ la commedia Julie&Julia e un po’ la gara di pasticceria Bake Off, il romanzo alterna deliziosamente i piani di passato e presente. In un passato recente, gli anni Cinquanta dei caschetti gonfi e delle gonne ampie una giovane Katheleen Eaden tenta disperatamente di concretizzare il suo sogno di diventare madre e di conciliare con questa scelta il suo ruolo di scrittrice e volto della cucina nazionale. Una realizzazione costellata da molti e dolorosi fallimenti che inevitabilmente segnano la vita della giovane donna, costringendola a rivedere i suoi obiettivi e le sue scelte lavorative sotto una diversa luce. Frutto delle sue fatiche lavorative sarà la sua unica raccolta L’arte di cucinare al forno che darà alle stampe, decidendo subito dopo di ritirarsi dalla vita mondana per seguire la sua prima figlia, tenuta nascosta agli occhi della gente perché gravemente menomata.
Il presente invece è scandito dalle prove della gara, corrispondenti ognuna alle sezioni del libro di Mrs Eaden. Tra una prova e l’altra i concorrenti tornano alle loro vite e tentano di affrontare i loro problemi. Con il progredire della competizione, la notorietà data loro dalla gara culinaria li porterà a porsi delle domande e a chiedersi cosa vogliono davvero dalla vita. Karen affronterà la distanza del figlio e la sua anoressia; Claire si libererà della difficile relazione con Jay, il padre di sua figlia; Vicky chiarirà il suo doloroso rapporto con la madre affrontando il suo passato e Jenny porrà fine al suo matrimonio in crisi riscoprendo l’amore e il sostegno delle figlie. Ai margini e poco più che una comparsa resta la presenza di Mike. Infatti il romanzo è quasi del tutto femminile, improntato sulla soddisfazione delle esigenze della figura femminile, che tenta costantemente di tenere in piedi casa, famiglia, figli e marito in una continua altalena di desideri e sogni, delusioni e rinunce.
L’elemento culinario è interprete degli stati d’animo dei personaggi; diventa una sorta di meditazione fattiva quella che i protagonisti adoperano ogni volta che prendono in mano uova, burro e zucchero per dar vita all’ennesima dolcezza. Ahimè le ricette sono un po’ troppo lontano dalla nostra dieta mediterranea per provocare quel sano senso di acquolina in bocca che dovrebbe giungere nel leggere un romanzo che ha per tema la cucina, tuttavia la suggestione è molto forte e accompagna piacevolmente il lettore nel mondo zuccheroso e colorato dei dolci.
Il romanzo promette bene fin dall’inizio con una pianificazione piuttosto dettagliata del profilo dei personaggi ma si dilunga in un continuo dispiegare le motivazioni e le complessità che li muovono senza arrivare a stringere davvero le fila del discorso. Il finale è affrettato e si brucia in poche pagine che non lasciano il giusto spazio al tratto conclusivo della parabola evolutiva del personaggio, il quale capisce quello che vuole ma non è chiaro se lo realizza. La parte conclusiva risulta in tal modo nebulosa e un po’ priva di corpo rispetto allo sviluppo delle problematiche trattate.

Sarah Vaughan ha insegnato inglese a Oxford prima di diventare giornalista. Per undici anni ha lavorato come reporter per “The Guardian” e successivamente ha iniziato l’attività di freelance. Vive vicino e Cambridge con il marito e i due figli.

:: La lettrice di mezzanotte, Alice Ozma, (Sperling & Kupfer, 2015) a cura di Giulietta Iannone + intervista a Gea Polonio

9 marzo 2015
Oz

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C’erano alcune cose che la lettura e la Serie non potevano risolvere. Nonostante lo stupore di mio padre, Billy Whiskers non era la risposta alle paure che mi angosciavano. Anche dopo essermene sbarazzata pensai che JFK avrebbe sentito l’odore dell’inchiostro sulle mie mani, e quella sera mi lavai nella vasca con lo stesso zelo di Lady Macbeth. Corsi in camera mia a tutta velocità, e feci del mio meglio per passare oltre il letto di sotto senza guardarlo, tenendo gli occhi socchiusi per evitare anche solo di sbirciare quell’angolo. Saltai e, al sicuro sul mio trespolo, mi sporsi per guardare. Niente. Lessi per una o due ore, costringendomi a prendere sonno, finchè non ebbi la sensazione che le palpebre stessero scivolando verso il naso. Dopo mezzanotte papà mi gridò di spegnere la luce che riusciva a vedere dalla sua stanza, o almeno di chiudere la porta. Naturalmente non potevo, perché sarei dovuta scendere dal letto. E se l’avessi fatto avrei dovuto ricominciare la trafila da capo. Così diedi un’ occhiata dal lato del letto ancora una volta prima di spegnere la lampada, di tirarmi le coperte fin sopra la testa, e di piegare le gambe per non fare penzolare giù i piedi.
Al tempo non ero in grado di capirlo, ma occorreva una certa dose di creatività per restare sdraiati tremanti nel proprio letto, chiedendosi se i tuoi gatti sapranno come difenderti; e non dai fantasmi o dall’uomo nero, bensì dal cadavere immobile di uno dei più famosi e amati ex presidenti degli Stati Uniti. Grazie alla serie e a mio padre, l’immaginazione non mi mancava affatto.

L’importanza di leggere ad alta voce ai bambini è stata ampiamente sostenuta (esistono numerosi studi scientifici che lo testimoniano) da esperti di letteratura infantile, insegnanti, pedagogisti, pediatri e se vogliamo anche da semplici genitori. I bambini a cui si leggono storie sono più intelligenti, hanno più fantasia, hanno un vocabolario più ricco, una volta a scuola avranno risultati migliori, una maggiore attenzione, una maggiore capacità di analisi.
Se pensiamo anche nei tempi passati la lettura delle favole creava un legame anche affettivo più forte tra adulti e bambini e il suono stesso della voce serviva a rasserenare, confortare (un bambino malato), incuriosire, divertire, insegnare. Noi che amiamo i libri, anche da adulti, non abbiamo difficoltà a crederlo, ma sembra che soprattutto per la crisi e i tagli al budget di scuole e biblioteche, molte difficoltà stiano affrontando coloro che difendono la libertà di lettura.
I dati sconfortanti riguardanti il calo dei lettori dovrebbe far riflettere e stimolarci tutti a rivalutare questa pratica così semplice e relativamente poco costosa. Grazie alle biblioteche i libri sono a disposizione di tutti, è più che altro il tempo, il tempo di qualità che passiamo con i nostri figli la vera discriminante, la vera cosa capace di fare la differenza. I bambini a cui sono lette storie, infondo saranno i lettori di domani, e nei paesi più civilizzati questo semplice parallelismo è preso in seria considerazione.
Per esperienza personale ho svolto l’attività di lettrice ad alta voce prevalentemente per anziani e persone non vedenti, e non sono una lettrice particolarmente brillante né ho una voce molto gradevole, pur tuttavia l’esperienza è stata felice e la consiglio a tutti.
Questa breve introduzione per parlare del libro che ho appena letto, La lettrice di mezzanotte (The Reading Promise, 2011) di Alice Ozma, edito in Italia da Sperling & Kupfer e tradotto dall’inglese da Chiara Brovelli. Sono stata invitata a leggerlo in anteprima dall’editore (sarà in libreria da domani) e in tutta sincerità mi aspettavo un libro piuttosto convenzionale, che sì parlasse di libri come molti altri, ma senza coinvolgere davvero il lettore.
Devo dire invece che a parte il fatto che è scritto bene e ben tradotto, e pur narrando una storia semplice, una storia d’amore tra un padre e una figlia, e di come i libri che il padre ha letto alla figlia, ininterrottamente, per più di 3000 giorni, (fino a che lei non è partita per il college), abbiano rinsaldato il loro legame, li abbiano aiutati ad affrontare le difficoltà più o meno gravi della vita, abbiano infine trasformato in meglio le loro vite, rendendoli più felici, è davvero originale e simpatico.
Leggendo questo libro si prova una sincera invidia, almeno la provano tutti coloro che l’amore dei libri l’hanno faticosamente conquistato da soli, soprattutto perché la lettura non dovrebbe mai essere un’esperienza solitaria, ma sempre condivisa, e il proliferare dei tanti blog letterari sembra dimostrarlo. Non basta leggere, è bello parlare dei libri che si sono letti e si sono amati, è bella questa esperienza di comunione con altri lettori con gusti e esperienze anche molto diverse dalle nostre. E forse questo è il senso ultimo della lettura, oltre ai benefici che ho già citato.
La lettrice di mezzanotte è un libro davvero delizioso, il talento naturale nel narrare dell’autrice è davvero grande (per essere così giovane), è capace di rendere interessante una sosta per mangiare un sandwich, una gita al parco, il semplice guardare alcuni trapezisti nelle loro funamboliche esibizioni, dettagli minimi della vita di tutti i giorni, che le sue parole rendono speciali.
E’ un memoir, un romanzo di formazione, un romanzo per adulti e ragazzi, infondo non mi sento una chiaroveggente, se prevedo che otterrà la stessa accoglienza che ha ricevuto in America. E lo spero davvero soprattutto per il messaggio che trasmette, senza leziosità, né melensaggine, anzi a tratti con disarmante sincerità, raccontando parti della sua vita anche molto private legate soprattutto alla madre.
Ogni capitolo, precedeuto da una breve citazione presa da uno dei classici della letteratura per ragazzi, (che anticipa in un certo senso l’argomento che si tratterà) è come un racconto a parte e ce ne sono di bizzarri, da quello dedicato ai trapezisti,  a quello dedicato a JFK, e per coprenderli bisogna immergersi nello spirito del libro, considerare un mondo in cui ci sia l’immaginazione al potere.
Dalla prefazione di Jim Brozina, padre di Alice (il vero eroe del romanzo, se vogliamo) si apprende che negli Stati Uniti, la Commissione per la Lettura, fondata dal Dipartimento dell’Istruzione, esiste dal 1985, con lo scopo di promuovere la lettura, indicando che il modo migliore per farlo è leggere ad alta voce ai bambini. Mi informerò se anche in Italia esiste una commissione del genere.
Sono stata invitata a consigliare un libro da leggere ad alta voce (esattamente come l’autrice fa sul suo sito http://www.makeareadingpromise.com/streak.html ) Io consiglio: La fiera della vanità: romanzo senza eroe di William M. Thackeray. Ce ne sono diverse edizioni con numerosi traduttori. Io ho letto quella del 1967, Giulio Einaudi Editore, traduzione di Jole Pinna Pintor.

Alice Ozma, nata e cresciuta a Millville, New Jersey, si è laureata all’Università di Rowan. Vive circondata da librerie e biblioteche a Philadelphia, Pennsylvania. È appassionata di letteratura e di pedagogia. Dopo il grande successo di questo suo primo libro, è stata invitata a tenere conferenze e lezioni sul tema della lettura nell’infanzia. Alice legge a voce alta per i bambini.
twitter.com/aliceozma
www.facebook.com/AliceOzma

Per concludere lascio la parola a Gea Polonio che ci parlerà della sua esperienza di lettrice. Le ho fatto alcune domande.

Vuoi parlarci della tua esperienza?

Ho sempre adorato leggere ad alta voce, ai bambini in modo particolare.  Ai figli miei ho letto per una mezz’ora ogni sera per più di dieci anni, anche dopo che lo sapevano fare da soli.

Parlaci della reazione e dell’accoglienza che hai notato nei bambini?

Dipende molto da come sono abituati.  Però se lo fai con amore e allegria, pian pianino anche molti tra i più refrattari si avvicinano, conquistati dal tono di voce e dalle storie.

E’ difficile, impegnativo? Che difficoltà attendono coloro che vogliono leggere ai bimbi?

I bimbi sono esigenti, non sopportano condiscendenza e leziosità.  I bimbi interagiscono, ed è giusto che lo facciano. I bimbi hanno i loro tempi, che sono anche di ripetizione e rielaborazione.
Poi, più sono piccoli (si può iniziare dai sei mesi, eh) più chiaramente devi trovare la chiave della loro attenzione.

Hai notato sensibilità verso l’importanza della lettura ad alta voce ai bambini?

Con il progetto “nati per leggere“, di cui sono volontaria, stiamo cercando di sensibilizzare le famiglie, proponendo la lettura anche come momento di condivisione e intimità tra genitori e figli.

Comuni, biblioteche, scuole, organizzano incontri o è un’ attività più orientata al volontariato?

Dipende da quali comuni, scuole e biblioteche.  Queste ultime fanno spesso più del dovuto istituzionale, ma capita che possano contare solo su singoli insegnanti più che sulla scuola come istituzione. E i singoli insegnanti talvolta sono sono lasciati soli se cercano di andare oltre gli schemi strettamente didattici.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Arianna dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

 

:: Scena del crimine – Torino, Piazza Vittorio, Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editori, 2014)

4 marzo 2015

mAmbientato a Torino, Scena del crimine di Rocco Ballacchino è una piacevole sorpresa nel panorama “giallistico” italiano, segno anche che l’autore quando parla di cinema e di “gente” di cinema è nel suo ambiente naturale.
Autore già di alcuni gialli piuttosto convenzionali, Rocco Ballacchino sta dimostrando di saper crescere, e i risultati sono molto felici, grazie anche all’editing di Michela Volpe. Il testo è asciutto, pulito, la trama ben congegnata, i personaggi, specialmente il critico Mario Bernardini, ben caratterizzati e sempre più lontani dalla macchietta o dallo stereotipo. Insomma una lettura piacevole, specie per i cinefili (alla fine del libro c’è un elenco dei film citati con nome del regista e anno di uscita). Una curiosità Arduino Maiuri è stato davvero uno sceneggiatore di film come Totò le Mokò, Napoli milionaria, Barbagia (La società del malessere), Diabolik di Mario Bava e Banditi a Milano di Lizzani. Attenti quindi al gioco paratestuale tra reale e immaginario.
Tornando alla trama, (l’accennerò solamente) il romanzo inizia presentandoci il commissario della Squadra Mobile di Torino, Sergio Crema, intento a suonare un campanello di una abitazione. Un delitto su cui sta indagando presenta alcune peculiarità che gli fanno ritenere che un esperto di cinema sia la persona più indicata come consulente alle indagini, così si rivolge al più eminente critico cinematografico disponibile, autore di una guida (che tanto ricorda il “Morandini”) venerata come un testo sacro dagli addetti ai lavori.
Misantropo, rustico, fin troppo sincero, Mario Bernardini in un primo tempo si lamenta per l’intrusione in casa sua, poi appassionandosi al caso diventa fondamentale per la sua risoluzione.
Deliziosa la scena finale del romanzo, dopo tutto anche i più burberi hanno un cuore.

Rocco Ballacchino laureato in Scienze della comunicazione, ha pubblicato alcuni racconti su antologie e riviste. Ha curato la sceneggiatura dei cortometraggi Poison (2009) e Doppio Inganno (2010). È autore dei gialli, editi da Il Punto -Piemonte in Bancarella, Crisantemi a Ferragosto (2009), Appello mortale (2010) e Favola Nera (2012), quest’ultimo scritto a quattro mani con il giornalista Andrea Monticone. Il suo ultimo noir, Trappola a Porta Nuova, è stato pubblicato da Fratelli Frilli Editori nel gennaio 2013. Sempre nello stesso anno ha debuttato come autore teatrale con la commedia Operazione Marito Infedele. La sua ultima opera è l’ebook Le sette vite del capitano (2014), sempre edito da Fratelli Frilli Editori e dedicato alla figura del calciatore Alessandro Del Piero. È tra i fondatori del gruppo di scrittori Torinoir.

:: Tredici storie d’Adriatico, Paola Rambaldi, (Edizioni del Gattaccio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

3 marzo 2015

bLe ricordò il film del 72, “La prima notte di quiete”, rivisto in Tv la sera precedente, con un trasandato Delon in cappotto di cammello a passeggiare da solo lungo il porto di una struggente Rimini invernale. A parte la bellezza di Alain, di quel film avevo capito ben poco.
Sorrise.
Non le sarebbe dispiaciuto incontrare uno così, ma con la sfortuna che si trovava avrebbe solo corso il rischio di incontrare l’Alain Delon dei giorni nostri, appassito e con manie suicide.
Altra cosa che non aveva afferrato del film era il titolo: cosa stava a significare?
Alzò le spalle senza trovare una risposta convincente.
Delon rimaneva sempre Delon e la sua pausa era finita.

Sì sa le raccolte di racconti non godono di grande fortuna nel mercato editoriale italiano. A meno che non siate Cheever, Carver o Flannery O’Connor non vendono molto e spesso ai giovani autori, così coraggiosi da volerle praticare, dicono non scrivetele, o per essere più magnanimi, sì scrivetele ma almeno non proponetele agli editori. Si da il caso che io ami la forma breve, anche la forma brevissima come la flash fiction, e spesso la legga. Non è facile scriverla, pregiudizio altrettanto radicato quanto il precedente a cui ho accennato. Per molti la narrativa breve è una palestra di scrittura, per altri una necessità. E’ anche vero che trovare bravi scrittori che scrivano racconti è difficile, ma quando li incontri, be’ da lettore è una bella esperienza, credetemi.
In queste ultime settimane ho letto tre libri, tra cui anche una raccolta di racconti, di un piccolo editore di Milano. Conosco Paola Rambaldi per il suo spirito, per i suoi divertenti post su Facebook, e per le interessanti recensioni cinematografiche che scrive, ma non sapevo che avesse davvero talento nello scrivere racconti. Mi sono proprio piaciuti: originali, personali, caustici, alcuni proprio divertenti. Qualche svista in via di revisione. Spero si arrivi a una seconda ristampa, dove le imperfezioni attuali vengano corrette. Meriterebbe davvero.
So dall’autrice che una buona parte li aveva letti Luigi Bernardi a suo tempo. Non so cosa ne pensasse ma è stata sua l’idea di portarli sull’Adriatico, inizialmente di ambientati al mare ce n’erano solo tre o quattro. E sicuramente questa scelta scorre come filo conduttore e ci accompagna nella lettura
In tutto sono tredici racconti, ognuno legato a una città: Lido delle Nazioni, Misano Adriatico, Riccione, Rimini, Cesenatico e altre meno famose. Tutti con venature noir, e sorretti da uno spirito combattivo e molto romagnolo. (L’autrice è originaria di Argenta, ma ora vive in provincia di Bologna). C’è profumo di piadina, di centri balneari deserti di inverno, di dune, di sabbia, di mare. Molte protagoniste sono donne, non edulcorate, non idealizzate, “veraci” la più sorprendente la incontrerete in “Le tre caravelle“. Non vi anticipo altro, leggeteli, e poi mi saprete dire. Aspetto i vostri commenti.

Paola Rambaldi  è originaria di Argenta (FE), trasloca spesso e attualmente vive a Castello di Serravalle (BO).
Impiegata per quasi trent’anni in una multinazionale dell’informatica, è riuscita a rimanere digiuna sia di hardware che di software. E nonostante il quantitativo industriale di relazioni, offerte e contratti commerciali digitati ha costantemente concentrato il pensiero sulle proprie fantasie noir tardivamente riportate sulla carta. Ha pubblicato “Bassa e nera” (ed. Pontevecchio), “La fudréra” (ed. REM) e tanti racconti in riviste e antologie (con Elliot, Pendragon, MobyDick, Sperling & Kupfer, Laurum, Zona, Felici, Stampa alternativa). Finalista per il soggetto cinematografico a Storie del nuovo millennio 2003 e Premio Teramo 2005.
Scrive di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine.

:: Il libro del male, James Oswald, (Giunti, 2015) a cura di Giulietta Iannone

16 febbraio 2015
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Lasciando la chiesa in rovina si addentrò nel cimitero. Le lapidi si ergevano sbilenche, come se i monaci sepolti lì sotto tentassero di rialzarsi e riprendersi quello che un tempo era stato loro. Alcune erano antiche, i solchi delle incisioni ormai consumati e sbiaditi, su altre si leggevano ancora chiaramente i nomi degli uomini che commemoravano. Erano iscrizioni semplici, senza sentimentalismi. Solo un nome, una data, una preghiera. Alcune indicavano il ruolo svolto nella comunità – apicoltore, pescatore, erborista. L’ultima lapide attirò la sua  attenzione. McLean non si sorpese affatto. Finalmente tutto aveva un senso.

Nascono come ebook autoprodotti i romanzi polizieschi dello scozzese James Oswald, barbuto allevatore di bovini e pecore (per la precisione Highland Cattle e New Zealand Romney Sheep) nella contea di North East Fife. Scrittore per caso dunque, che con il suo primo thriller della serie dell’ispettore McLean, Nel nome del male, è riuscito a fare tutto quello che gli autoprodotti sognano, vendere 350.000 copie nel giro di poche settimane, e sia con Nel nome del male, che con il successivo Il libro del male (libro che ho avuto occasione di leggere e di cui parlerò in questa recensione) rientrare come finalista del concorso di opere inedite organizzato dalla Crime Writer’s Association.
Come è noto i grandi editori sono a caccia dei successi del web e così è capitato ai libri di Oswald, (a tutt’oggi ne sono disponibili quattro: Natural Causes e The Book of Souls, e gli inediti in Italia The Hangman’s Song e Dead Men’s Bones) i diritti di tutta la saga sono infatti stati acquistati dalla Penguin Random House, e in Italia da Giunti.
Acclamato in patria come l’erede di Ian Rankin, ma è stato accostato anche ad autori come Val McDermid, Peter James e Stuart McBride, James Oswald è un autore che non disdegna componenti horror e paranormali nei suoi crime (è anche autore di una epic fantasy series), e se vogliamo si discosta un po’ dalla cosiddetta ortodossia del tartan noir. Resta piacevole la lettura? Senz’ altro e anche la piana e scorrevole traduzione di Leonardo Taiuti non guasta.
Ambientato a Edimburgo, a gloomy and dark town, Il libro del male (The Book of Souls, 2013) è il secondo libro della serie, seppur può essere letto come uno stand-alone. Donald Anderson, il killer di Natale, ormai al sicuro in carcere, muore accoltellato al cuore dal suo compagno di cella. Per Tony McLean una liberazione, anche la fidanzata dell’ispettore fu una delle vittime del killer, ma il senso di sollievo non dura a lungo. Dodici anni dopo la cattura di Anderson, all’avvicinarsi delle festività natalizie il corpo di una giovane donna viene ritrovato vicino a un ponte: nuda, lavata, con la gola squarciata. Stesso modus operandi del killer di Natale. Ma non può essere lui, McLean ha visto di persona la bara di Anderson scendere nella fossa.
I dubbi dell’ispettore subito si moltiplicano: c’era davvero lui nella bara? c’è un imitatore in città che segue le orme del Killer di Natale?, ma soprattutto era davvero Anderson il Killer di Natale? E poi perché McLean continua a vedere Anderson in giro per le strade di Edinburgo? Sta impazzendo e comincia a vedere i fantasmi? A complicare il tutto l’azione di un piromane, che continua a disseminare la città di acre fumo nero e la visita di misterioso monaco che farnetica di un libro capace di disseminare la morte.
Sicuramente originale.
In libreria dal 25 febbraio 2015.

Elena Romanello

Dopo il successo di Nel nome del male, torna l’ispettore McLean dell’autore scozzese James Oswald, per una storia che si svolge circa dieci anni dopo la prima indagine, prima autopubblicata dall’autore e poi diventata un best-seller editoriale.
Di nuovo, la grande protagonista è Edimburgo, la capitale della Scozia, qui vista nei suoi aspetti più sporchi e degradati, lontani mille miglia dell’idea che ne ha un visitatore e da quella che viene propagandata come idea nel mondo, ma non per questo meno affascinante.
Il secondo capitolo si aggancia al primo, dove McLean era riuscito a catturare il cosiddetto serial killer di Natale, l’insospettabile libraio antiquario Donald Anderson, non prima che questi uccida come ultima vittima Kristy, la fidanzata del poliziotto. Anderson muore in cella, e da quel momento iniziano ad avvenire omicidi sempre di donne, diversissime tra loro come età, vita e provenienza sociale, più ravvicinati ma con le stesse modalità di Anderson. In parallelo, McLean verrà contattato da un misterioso ex monaco che gli parlerà di un antico libro capace di stravolgere la mente di chiunque lo prenda in mano.
Il libro del male è una storia interessante, che si inserisce bene nel thriller, con echi di Ian Rankin e comunque di tutta la narrativa in tema con taglio realistico, portando il lettore per mano in tanti inferni quotidiani, esterni ed interni ai personaggi. Il tema del serial killer, soprattutto di donne, non è nuovo, ma l’autore riesce a trattarlo in maniera non banale e scontata, non togliendo nulla alla suspense e alla devastazione di queste storie.
A tutti questi elementi realistici, il romanzo aggiunge, scombinando le carte, alcune tematiche esoteriche e paranormali, con la storia del libro del male, sorta di grimorio alla Lovecraft, che ispirerebbe le azioni peggiori, e con un finale aperto a nuovi sviluppi, più vicino ad X-Files comunque che a romanzi più sensazionalistici di Dan Brown e Glenn Cooper, anche se la spiegazione resta ambigua e può essere alla fine molto più razionale di quello che si pensa.
Nel complesso Il libro del male, godibile anche se non si conosce il primo libro a cui ci sono comunque riferimenti continui e sul quale si rimane informati (o spoilerati, come si suol dire), è un thriller di sicuro interesse, il secondo di una serie, perché troveremo senz’altro l’ispettore McLean in qualche altra storia. E meno male, perché il suo è un personaggio davvero interessante, un antieroe dolente e un vinto in cerca di verità e di una giustizia non trionfalistica ma che per un attimo gli scaldi il cuore.

James Oswald vive in una fattoria in Scozia, dove nel tempo libero si dedica all’allevamento. Per vent’anni ha scritto solo per passione, finchè un giorno ha deciso di autopubblicare su Amazon il primo thriller della serie dell’ispettore McLean, Nel nome del male: nel giro di pochi mesi l’e-Book è stato scaricato da oltre 350.000 lettori. Questo incredibile successo ha attirato l’attenzione di Penguin, che con un’offerta altissima ha acquistato i diritti di tutta la serie, poi venduta in 12 Paesi. Un successo mondiale, confermato da questo secondo episodio, Il libro del male, che ha suscitato grande entusiasmo di critica e pubblico.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Maya di BizUp.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il signore del fuoco, Torkil Damhaug, articolo e intervista a cura di Marco Piva

9 febbraio 2015

signore fuocoMi avvicino sempre con un pizzico di diffidenza alle proposte provenienti dal sempre inflazionato filone di gialli scandinavi. Sugli scaffali delle librerie il ritmo di uscite rasenta la saturata catena di montaggio. Sembra di trovarsi di fronte ad un’agguerrita gara tra piccole e grandi case editrici nel cercare di reperire la new sensation, la gallina dalle uova d’oro, il novello Stieg Larsson o l’ennesimo rampante clone della fatalona Camilla Lackberg .
“Il signore del fuoco” ha fatto capolino tra le mie letture in maniera timida e casuale. Come i miei amori, i più grandi sono nati così.
L’approccio iniziale con il romanzo è stato ostico, le tematiche sono complesse e molto articolate, la storia, come da tradizione nordica, è gestita con ritmi molto dilatati e carbura lentamente.
Passato però lo scoglio delle prime 50 pagine si è dispiegata una vicenda incredibilmente affascinante, dall’intreccio magistrale, di grande profondità e spessore, tenuta per redini salde, con la forte personalità del navigato romanziere.
“Il signore del fuoco” è molto di più di un semplice thriller. E’ un romanzo che getta seme sulla riflessione, entra nel disagio giovanile, analizza con cognizione di causa le difficoltà d’integrazione tra credi religiosi diversi, scandaglia il male e professa con grande sentimento la potenza della scrittura che diventa la via fertile per esorcizzare e comprendere, l’unica arma non violenta. Una scrittura che mette ordine tra i frammenti rotti e diventa la colla capace di fare stare insieme il mondo.
Onore quindi alla casa editrice Atmosphere libri che sta facendo, non tra poche difficoltà, un lavoro encomiabile nel cercare di portare all’attenzione autori talentuosi e meritevoli.
Metto subito in chiaro che Torkil Damhaug non rappresenta il primo novellino che passa. Ha scritto 5 romanzi, in patria ha vinto il Rivertonprisen nel 2011, proprio con questo libro, ed è stato nominato al Glass Key, riconoscimento vinto negli anni scorsi da un certo Jo Nesbo. In Germania è uno scrittore apprezzato e molto seguito.
L’ho conosciuto in occasione del recente Nebbiagialla di Suzzara. Torkil è un personaggio simpatico, generoso ed estremamente cordiale, con importanti esperienze professionali nel campo della psichiatria. Ci siamo defilati in un angolino improvvisato, al termine dell’interessante presentazione in programma gestita dalla brava e competente Eva Massari. Nonostante l’ausilio di mezzi di fortuna, e grazie all’aiuto dell’instancabile Cristina Aicardi, che è stata la voce autorevole della manifestazione nel lavoro di traduzione (e che ringrazio davvero di cuore), siamo riusciti ad assemblare questa intervista che mi auguro possa dare una chance di visibilità a questo scrittore che meriterebbe una possibilità certamente non inferiore a nomi ben più blasonati, spinti dal marketing incessante di agguerrite ammiraglie editoriali. “Il signore del fuoco”, infatti, è solo il primo tassello di un progetto tetralogico già giunto alla sua conclusione in Norvegia.

Torkil-Damhaug-200x300D) Torkil, il tuo ottimo romanzo risulta estremamente attuale proprio alla luce dei recenti episodi terroristici che hanno colpito il cuore della Francia. Nel libro, infatti, ci descrivi la difficile relazione sentimentale e i forti contrasti che si creano tra due ragazzi e le rispettive famiglie di origine e fede religiosa diversa. Ti chiedo se ritieni sia possibile una pacifica integrazione tra popoli e culture differenti?

R) Ho terminato di scrivere questo libro proprio nell’estate in cui si sono verificati i tragici fatti sull’isola di Utoja che hanno sconvolto, non solo la Norvegia, ma tutto il mondo. Dobbiamo cercare un’integrazione, non abbiamo altra scelta. Il mondo è così piccolo, i confini sono così vicini che l’unica strada percorribile è quella del dialogo. Nel futuro se vogliamo sopravvivere dovremo necessariamente imparare a confrontarci ed accettarci. E’ necessario comprendere le nostre differenze perché abbiamo il diritto di essere liberi. Questo lo dico senza retorica o falsità. E’ un pensiero che sento fortemente. Credo che l’inasprimento di queste situazioni sia dovuto al fatto che per tanto tempo abbiamo cercato di nascondere e minimizzare dei problemi e dei disagi che dovevano essere affrontati e condivisi. La mancata comunicazione ha alimentato una tensione che è arrivata ad un punto di saturazione, come una miccia innescata arrivata al punto dell’esplosione.

D) La strage compiuta alla sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, se da un lato va certamente condannata, ci pone importanti riflessioni sull’utilizzo dei mezzi di comunicazione. Credi che nello scrivere, nel testimoniare e nel documentare ci debba essere un limite etico e morale entro il quale spingersi?

R) La libertà di espressione e di pensiero è una cosa irrinunciabile ed è pilastro fondamentale per la salvaguardia della nostra società. Ci deve essere una critica costruttiva e non condizionata. Ciò non toglie che non può mancare il rispetto verso gli altri in nome di una fantomatica libertà. E’ importante avere perfettamente chiaro questi due concetti che non possono entrare in rotta di collisione.

D) In seguito agli attentati francesi l’europarlamentare Marie Le Pen ha riacceso il fuoco della polemica sulla legittimità della pena di morte. Vorrei conoscere il tuo parere a riguardo?

R) Sono assolutamente contrario alla pena di morte che cancellerebbe qualsiasi parvenza di civilizzazione della società moderna. Applicare la pena di morte travalicherebbe un limite che potrebbe innescare un pericolosissimo effetto domino ma, soprattutto, rappresenterebbe un atto irreversibile. La storia giudiziaria è costellata da gravissimi errori che non potrebbero essere riparati in nessuna maniera.

D) Concentriamo ora l’attenzione sulla vicenda poliziesca, considerato che in via primaria “Il signore del fuoco” rimane un avvincente thriller carico di tensione. Uno dei personaggi che esce con maggiore incisività è un piromane seriale. Considerato la tua esperienza professionale in qualità di psichiatra, cosa ti affascina e colpisce di una personalità così morbosa e malata?

R) L’uomo è un animale sociale, sia a livello biologico, sia istintivo, che di norma riesce a governare i suoi impulsi nei rapporti relazionali, salvo casi estremi come la difesa e la sopravvivenza. Ciò che mi affascina comprendere sono gli strani meccanismi che si innescano nella mente che spingono ad oltrepassare i limiti della ragione e del raziocinio e fanno fuoriuscire il male. Scrivere narrativa poliziesca mi da la possibilità di approfondire queste tematiche con un linguaggio efficace che riesce ad arrivare alla gente.

D) Ritieni pertanto che dietro una personalità malata si nasconda sempre un passato problematico e turbolento? Non credi si possa uccidere semplicemente per il puro piacere di farlo?

R) E’ un interrogativo sul quale rifletto spesso. Ci sono correnti di pensiero e opinioni completamente spaccate che suscitano il mio interesse. Sono stato recentemente ad una conferenza ad Istanbul focalizzata su questo tema che è stato ampiamente sviscerato in profondità ma non credo si possa dare una risposta certa. Alcuni misteri della mente umana rimangono ancora enigmi irrisolti.

D) E’ apprezzabile comunque il profondo lavoro di scavo della personalità disturbata del piromane seriale. Mi ha colpito particolarmente la dettagliata dinamica che porta all’azione incendiaria. Il piromane prova particolare soddisfazione ed appagamento più dalla casualità che si possa scatenare l’incendio che dalla realizzazione finale stessa, come se fosse il fattore imponderabile a governare l’evento. Credi alla casualità o ritieni che l’uomo sia sempre artefice e arbitro del proprio destino?

R) Noi cerchiamo di essere il più possibile padroni del nostro destino ma certamente esiste una casualità che siamo incapaci di governare che ci porta su strade che non avremmo mai scelto. Facendo un semplice esempio che ti possa dare l’idea: si può imparare a cavalcare un cavallo, ma esiste sempre l’incognita rappresentata dall’animale stesso. La sfida dell’essere umano sta nel cavalcarlo e domarlo.

D) Nella complessa indagine investigativa che deve portare risposte ai tanti misteri, il ruolo della polizia e degli inquirenti appare per lo più marginale e di contorno. Le azioni più incisive nell’arrivare alla scoperta della verità sono messe in campo da un giornalista di cronaca e dalla sorella del ragazzo scomparso, una ragazza con il talento della scrittura. Il mezzo quindi della scrittura per arrivare a comprendere ed esorcizzare. Quanto credi nella forza di questo strumento?

R) Mi affascina molto lavorare con le parole, la parola scritta ha un grandissimo potere, soprattutto quello di esplorare nel profondo, di sondare nell’animo dell’essere umano. Si può giocare con le parole, usare la retorica, la forma scritta ti permette di fare tante cose. I buoni romanzi che ricercano questo obiettivo sono quelli che sopravvivono nel tempo. Pensiamo a Dante e la Divina Commedia. Le parti a mio avviso più intense di quest’opera straordinaria sono quelle in cui entra nella psicologia dei personaggi, come ad esempio il Conte Ugolino e Francesca da Rimini. Forza che diventa immortalità.

D) Ma come la spieghi questa tua forte motivazione nello scrivere?

R) Ho iniziato a scrivere per me stesso perché era un modo per arrivare a conoscermi. Il percorso e l’evoluzione naturale di questa attività mi ha portato al pubblico di lettori e da quel momento è stato come se fosse iniziato un dialogo, uno scambio reciproco. Quando ci sono lettori che ti seguono nasce una doppia responsabilità: nei tuoi confronti e in quella degli altri. Ci sono reazioni e critiche che devi essere pronto ad accettare in un confronto costruttivo costante.

D) Nelle librerie italiane vengono sfornati gialli nordici a getto continuo, per noi stessi lettori italiani diventa complicato orientarsi in un mercato così inflazionato. Come giudichi lo stato di salute del poliziesco nei paesi Scandinavi?

R) Il genere in Norvegia è molto popolare, soprattutto per il fatto che utilizza un linguaggio normalmente efficace e semplice nell’arrivare alla gente. Il giallo ha una struttura lineare, scorrevole e gioca sulla componente del mistero e della suspense. Va fortissimo Jo Nesbo che merita, a mio avviso, tutta la popolarità che sta avendo, perché ha capito perfettamente come scrivere storie avvincenti e adrenaliniche. Personalmente il più bel giallo scandinavo che ho letto s’intitola “Handelser vid vatten” ed è stato scritto dalla norvegese Kerstin Ekman (pubblicato in Italia da Il saggiatore nel 2009 con il titolo “Il buio scese sull’acqua”, “Black water” nel mercato anglosassone).

D) Ma chi sono i tuoi romanzieri contemporanei di genere preferiti?

Su tutti l’americano Cormac McCarthy che mi rendo conto non sia propriamente uno scrittore di romanzi polizieschi, ma la sua produzione letteraria è nerissima. Apprezzo molto anche lo scrittore australiano Peter Temple (un paio di suoi romanzi sono stati tradotti in Italia da Bompiani) per la potenza della sua scrittura, l’intreccio delle trame e la complessità di tratteggio dei suoi personaggi.

Grazie Torkil per la tua disponibilità.

:: Traduzione “live” di Cristina Aicardi

:: La sfida di Atene Alexis Tsipras contro l’Europa dell’austerità di Dimitri Deliolanes (Fandango, 2015)

1 febbraio 2015

ateneA Patrasso d’estate mi capita di passare di fronte all’enorme scheletro di un’industria dismessa. Ora è un rifugio per poveri immigrati che sperano di attraversare un giorno lo Ionio e approdare in Italia. Una volta questi ruderi si chiamavano Piraiki Patraiki, la più grande industria tessile dei Balcani. Fondata nel 1919 e chiusa definitivamente nel 1996, ma già nazionalizzata da Papandreou subito dopo l’ascesa al potere. Da tempo stava boccheggiando. Il perché va raccontato: è un bell’esempio di come vanno le cose nell’economia greca. Negli anni Settanta l’industria aveva perso 15 milioni di dracme, una cifra enorme all’epoca, sottratti illegalmente dal suo amministratore per devolverli in regali alla sua amante, una famosa attrice e cantante di nome Zozo Sapountzaki. Il responsabile è andato in galera, la Sapountzaki ha avuto un flirt con il figlio di Onassis ma l’industria non ha mai potuto riprendersi dal colpo.

Chi è Alexis Tsipras? Un Davide greco contro il Golia troika (Commissione Europea, Bce, Fmi)? Sembrerebbe, e dopo la vittoria del 25 gennaio di Syriza, (Coalizione della Sinistra Radicale) il suo partito, un attore politico da prendere in considerazione, con cui fare i conti nei tavoli delle discussioni in cui si decidono i destini dell’Europa. Ma oltre alle parole, ai proclami, agli inviti alla speranza, ha un concreto piano politico, economico, finanziario per portare avanti la sua battaglia contro la crisi umanitaria che ha colpito il suo paese? In ultima analisi dove troverà i soldi per rendere reali i suoi progetti, che vedono prioritaria una rinegoziazione del debito con l’Europa e la fine della politica di austerity voluta dalla troika, che in questi quattro anni ha messo la Grecia in ginocchio? Per rispondere a queste domande il giornalista Dimitri Deliolanes, da più di 30 anni corrispondente dall’Italia della Tv pubblica greca ERT, ha pubblicato per Fandango La sfida di Atene Alexis Tsipras contro l’Europa dell’austerità (mi sforzavo di cercare un traduttore, ma questo libro è stato scritto in italiano), un libro necessario per fare luce su una situazione obbiettivamente complessa e di non facile risoluzione.
Innanzitutto se l’Europa dell’austerity è il male, o per lo meno una cura che non porta alla guarigione del malato, per capire come si sia arrivati a questo punto è necessario conoscere le dinamiche e le debolezze interne al paese che hanno radici antiche, se vogliamo riconducibili all’ultimo periodo bellico, alla tormentata storia dei comunisti greci da sempre partito di opposizione (in un ampio capitolo vengono descritti i motivi del suo rifiuto ad azioni di governo, che spiegano la necessità di Syriza di cercare altri alleati per quanto improbabili come i Greci Indipendenti, Anel), e della stessa sinistra con l’ emblematico fallimento dell’esperienza del leader socialista Andreas Papandreou e del suo partito il Pasok, al rafforzarsi di forse di estrema destra apertamente neonaziste come Alba Dorata, alla corruzione, all’affarismo e al clientelismo, alla difesa dei privilegi dei più ricchi in modo sistematico e irragionevole, al sistema finanziario e bancario che praticamente ha fagocitato capitali e fondi Europei come in un pozzo senza fondo in un economia che non prevede crescita. Insomma il nemico non è solo la Merkel, e il suo no categorico a ogni rinegoziazione, ma se vogliamo ci sono ostacoli anche all’interno di Syriza stesso Nell’affrontare la nuova campagna elettorale i greci hanno dimostrato di sapere bene che ci sono anche difficoltà sostanziali, dentro il corpo dirigente di Syriza, divisioni interne, ingenuità e semplificazioni teoriche, inesperienza di governo, mancanza di personale politico preparato. Questo libro lo ha ripetuto fino alla noia: Alexis Tsipras è solo e cammina molte miglia di distanza avanti al suo partito.
Se questi sono i mali e le ombre, ampiamente analizzate da Deliolanes, credo sia doveroso sottolineare che Tsipras sebbene non abbia ancora all’attivo nessuna esperienza di governo, ha un progetto reale, delle reali misure da attuare per risolvere la crisi non solo greca ma europea, e se vogliamo il cuore del suo mandato politico si basa su un unico caposaldo: se c’è una pur minima chance di successo, sarà solo con la solidarietà europea. Le conseguenze dell’austerity non sono quindi un male solo per la Grecia, ma per tutti i paesi, prima quelli della periferia, poi gli stessi paesi “ricchi” con bilanci in attivo. Mettere in ginocchio i debitori non è la garanzia migliore per riottenere i debiti concessi. Tsipras auspica un nuovo New Deal che faccia tesoro delle lezioni del ’29, e riporti sicuramente la questione morale e l’uomo in primo piano.

“Questo esige azioni coordinate a livello nazionale e a livello europeo. Dal momento che non ci sono risorse nazionali per sostenere la crescita, bisogna farlo con fondi europei. È necessario elaborare un progetto complessivo per tutta la periferia dell’eurozona al fine di finanziare progetti, iniziative e imprese che portino alla crescita. Come? Stiamo cercando di rendere realistiche le nostre proposte. La crisi non è finita, anche negli altri paesi europei le risorse sono estremamente limitate. Quindi non pensiamo di chiedere a nessuno di mettere le mani in tasca. Chiediamo solo di diventare soci della nostra crescita, in modo che anche loro abbiano garanzie di ricevere indietro i capitali prestati. Altrimenti il sistema bancario greco ed europeo continuerà a gettare i soldi in un pozzo senza fondo. Chiediamo un’azione coordinata della Bce e della Banca Europea degli Investimenti sotto il controllo politico della Commissione Europea. La Bce dovrebbe dare grande liquidità alla Bei, comprando suoi titoli al posto di quelli dei paesi europei. Con questa liquidità la Bei sarà in grado di finanziare attività specifiche nei paesi indebitati. Questo è il nostro New Deal.”

Dimitri Deliolanes, giornalista professionista, segue il nostro paese da 30 anni come corrispondente della ERT (Radiotelevisione pubblica greca). Ha prodotto documentari sulle relazioni tra Italia e Grecia, ha studiato la strategia della tensione e il terrorismo italiano e ha tradotto in greco diverse opere della letteratura italiana. Per Fandango Libri ha pubblicato Come la Grecia (2011) e Alba Dorata (2013). Suoi articoli sono stati pubblicati da Limes, il Manifesto, il Foglio e Internazionale.

:: Milano1946. Delitti a città studi, Fulvio Capezzuoli, (Todaro, 2014) a cura di Viviana Filippini

31 gennaio 2015

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In una Milano postbellica, il commissario Maugeri, ex- partigiano, si trova a dove risolvere il misterioso caso di omicidio che ha per protagoniste le due sorelle Attanasio e il loro appartamento di Città Studi. Milano1946. Delitti a città studi, edito da Todaro, comincia con la denuncia da parte di una donna – una delle sue sorelle – della scomparsa del sua amato cane, fatto al quale tutto il commissariato riserva un’importanza relativa. Sarà poi il ritrovamento del cadavere di Rosalba Attanasio(la donna che aveva fatto la notifica di sparizione del cane) –precipitata dalla finestra del suo appartamento- e la misteriosa scomparsa dell’altra sorella – Carla – a far pensare a Maugeri che il caso è più complesso del previsto. Il tutto si complica quando alle forze dell’ordine arriva una segnalazione che indica la Attanasio superstite in fuga, oltre confine, con un uomo. Maugeri e compagni cercano di capire perché la donna sia scappata, ma un altro grave problema sorge quando i militari, facendo irruzione nell’appartamento delle due sorelle a Città studi, trovano anche il cadavere di Carla che si credeva in fuga e allora gli uomini i divisa cominceranno a sospettate che, forse, anche la morte di Rosalba non è del tutto accidentale. E allora chi le ha uccise? Ma soprattutto perché? Mentre la città sta cercando, senza non poche difficoltà, di tornare alla sua normalità e il capo commissario Spinelli è assente, Maugeri prenderà in mano le redini della situazione e proverà a districare la complessa rete di indizi nella quale criminali di guerra nazisti, nomi in codice, prostitute, interessi politici ed economici di portata internazionale si mescoleranno tra loro. L’ispettore dovrà anche sopportare, da un lato, i pregiudizi dei suoi superiori che non hanno mai visto di buon occhio la sua attività di partigiano e, dall’altro, il fatto che la convivenza della moglie con la suocera non sia una facile relazione da gestire. In Milano1946. Delitti a città studi la trama ben costruita riesce a conquistare il lettore dalla prima all’ultima pagina, grazie anche al fatto che il protagonista e la sua squadra hanno una umanità caratteriale che li rende simili a persone reali. Un altro aspetto da considerare, che dal mio punto di vista rende attraente il libro, è la scelta dell’autore di ambientare la storia nella Milano post-bellica, in quanto la descrizione accurata della capoluogo milanese e dei danni compiuti dai bombardamenti su alcune delle zone cittadine (l’area di Sesto San Giovanni, dove hanno sede la Falck, la Breda e altre industrie è la più martoriata) riescono a trascinare chi legge dentro al set letterario, dove si svolge la caccia al colpevole. Milano 1946. Delitti a città studi di Capezzuoli è un giallo storico ricco si suspense e di imprevisti colpi di scena che dimostrano ancora una volta a Maugeri- e allo stesso tempo chi legge- come non sempre le persone e i fatti sono quello che sembrano a prima vista.

Fulvio Capezzuoli nasce a Milano, dove compie i suoi studi laureandosi in Scienze Economiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Esperto critico cinematografico collabora con la Fondazione Cineteca Italiana . Nel 2006 esce L’estasi e il Tormento, in collaborazione con la fotografa Tony Tamagni, un testo sui suoi quindici anni di esperienza come organizzatore di Cineforum e, nel 2008, Locarno mon amour, dove i suoi testi si alternano alle foto di Tony Tamagni, per raccontare una giornata tipo al festival cinematografico della città svizzera. Gli anni del sole stanco (editore Edimond), nato da ricerche storiche, effettuate proprio nel Sud Italia, è la sua prima opera di narrativa pubblicata, ed ha vinto nell’ottobre del 2008 il Premio Letterario Città di Castello. Esce nel 2010 Al di là dell’oceano, romanzo storico sulla Grecia del V secolo a.c., ambientato nella città di Paestum (a quei tempi chiamata Poseidonia), che narra tra l’altro la costruzione della famosa Tomba del Tuffatore. Milano1946. Delitti a città studi (Todaro) è il suo primo romanzo giallo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Todaro.

:: In una sera di pioggia, Mary Fitt (Polillo, 2014) a cura di Giulietta Iannone

30 dicembre 2014

ba135.qxdNella più pura tradizione del giallo classico si collocano i mystery di Mary Fitt, nome de plume di Kathleen Freeman, insigne grecista inglese conosciuta anche per le sue opere di saggistica. Negli anni ’30 debuttò nella narrativa gialla con Murder Mars The Tour, e nel 1938 ideò il personaggio dell’ispettore Mollett (aiutato nelle indagini dal vecchio amico il dottor Fitzbrown), personaggi che compaiono anche in In una sera di pioggia (Death and The Pleasant Voices, 1946), ora edito in edizione integrale dalla Polillo, nella collana i Bassotti e tradotto da Leslie Calise.
Mystery ricco di fascino, decisamente old british, racchiude anche componenti gotiche che piaceranno sicuramente ai cultori del genere. Sul solco della tradizione, ma nello stesso tempo ricca di componenti innovative per il periodo, la scrittura di Mary Fitt in un certo senso può apparire moderna, e sicuramente questo rende piacevole la lettura.
Jake Seaborne, giovanotto di belle speranze, studente di medicina in vacanza, durante una gita in aperta campagna viene colto da un violento temporale. Con l’auto in panne non può far altro che avventurarsi per stradine e sentieri sterrati e si imbatte così in un grande cancello sorretto da due pilastri coperti di muschio con in cima statue di animali (per la precisione tre scimmie).
Un viale porta a una grande villa grigia, dall’apparenza disabitata, e il nostro non può far altro che percorrerlo, sentendosi quasi atteso. E’ così è, ma non attendono lui.
Ad aprirgli il classico domestico inglese, che l’accompagna in un vasto soggiorno pieno di gente ostile e infelice. Presto il malinteso verrà risolto. L’ospite atteso è un tale Hugo Ullstone, nuovo proprietario della magione, figlio maggiore ed erede del vecchio ed eccentrico patriarca James Ullstone. In gioventù aveva sposato una donna indiana, e tenuto il suo figlio mezzosangue, lontano dall’Inghilterra, sebbene non si fosse mai del tutto disinteressato di lui.
La sua comparsa in attesa, scompiglia le vite dei suoi due fratelli minori Ursula e Jim, di colpo non più eredi assoluti come si erano sempre creduti, e anche gli altri membri della famiglia considerano la sua presenza una fonte di disturbo, l’esito sconsiderato di un uomo che negli ultimi tempi della malattia, (morirà per un tumore al cervello) non era tanto lucido.
Chiarito che Jake Seaborne non è Hugo, il giovane vorrebbe andarsene, (avverte che in quel covo di vipere, alberga un pericolo incombente), ma il neurochirurgo Frederick Lawton lo convince a restare e fare le sue veci, dato che deve tornare a Londra.
Il giorno dopo finalmente Hugo arriva. Ma le sorprese non sono finite e naturalmente ci scappa il delitto. Così entra in scena finalmente il sovrintendente Mollett e l’indagine prende inizio.
L’inizio come nella più pura tradizione gotica ci porta tra tuoni e fulmini in una grande casa apparentemente disabitata in aperta campagna. Protagonista della vicenda, un giovane novello Teseo, a cui l’autrice permette di uscire dal labirinto. Tra inganni, avidità, e sprazzi di vera e propria pazzia, nessuno è quasi mai quello che sembra, e questi cambi repentini di prospettiva, sono senz’altro la parte più moderna del testo. Buona lettura!

Mary Fitt (1897-1959), pseudonimo dell’insigne grecista inglese Kathleen Freeman, nacque a Yardley e compì gli studi presso l’University College of South Wales, dove fu docente di greco dal 1919 al 1946. Esordì nella narrativa gialla nel 1936 con Murder Mars the Tour e due anni dopo creò il suo personaggio per eccellenza, l’ispettore Mallet, poi sovrintendente, che fece la sua prima apparizione in Expected Death e l’ultima in Mizmaze (1959), comparendo in tutto in diciotto dei ventisette mystery dell’autrice. Soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, alternò la pubblicazione di gialli a quella di saggi sul mondo greco classico rivolti, come dichiarò spesso, alla gente comune e firmati col suo vero nome. La sua produzione comprende anche innumerevoli articoli per riviste accademiche, diversi romanzi non di genere poliziesco, due dei quali firmati con lo pseudonimo di Stuart Mary Wick, uno studio su Jane Austen, una serie di libri per bambini e svariati racconti gialli. Con l’ammissione nel prestigioso Detection Club di Londra, avvenuta nel 1950, Mary Fitt entrò nel numero dei grandi giallisti inglesi. Fra i suoi mystery migliori si segnalano The Three Hunting Horns (1937, I tre corni da caccia – I bassotti n. 99), Death and Mary Dazill (1941), Death and the Pleasant Voices (1946, In una sera di pioggia – I bassotti n. 135), Death on Heron’s Mere (1941) e Sweet Poison (1956).