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:: Favole del morire, Giulio Mozzi, (Laurana Editore, 2015)

4 marzo 2015

faE’ buffo, o per lo meno bizzarro, leggere e soprattutto recensire un autore che per mestiere legge e valuta la scrittura altrui. Ma vi confesso è stata la curiosità a spingermi verso Favole del morire di Giulio Mozzi e sapere che è dedicato a Valter Binaghi, autore di cui ho molto amato Nome al tavolo Blackjack. (La curiosità uccise il gatto, ma la soddisfazione lo riportò in vita, dice un proverbio inglese).
I libri dopo tutto trovano strane e misteriose vie per raggiungere i lettori, e la curiosità è una ragione non meno nobile di altre.
Giulio Mozzi è uno scrittore dichiaratamente cattolico, per cui la morte, o meglio il morire dovrebbe acquistare valenze etiche e spirituali legate anche al credere a una vita altrove, oltre questa nostra terrena. E Favole del morire, sebbene raccolga pezzi scritti tra il 2003 e il 2014, alcuni su commissione, (“ciò non ne fa scritture occasionali“) per le ragioni più disparate, (certo non prevedeva che sarebbero stati raccolti in un’antologia, o per lo meno non in questa), ha come tema centrale proprio questo destino che accomuna ormai sette miliardi di persone nate per vivere su questa terra. E quindi nel bene o nel male ci interessa tutti, sebbene molti sfuggano questo pensiero come molesto.
E’ così sgradevole, parlare del decadimento, della vecchiaia, della morte, per alcuni è addirittura di cattivo gusto, ma ciò non toglie che anche se nessuno può parlarne per esperienza diretta (il mistero su questo resta assoluto) tutti noi, vedendo morire familiari o amici, ne facciamo un’esperienza perlomeno riflessa. Quindi la morte è cosa nostra, molto più di altre cose più vanesie e marginali.
I sette pezzi facili (che facili non sono) di Giulio Mozzi sono frammenti di scrittura che si compongono di testi in prosa, altri in versi, Emilio delle tigri se n’è andato, è un testo teatrale per esempio, (che l’autore vorrebbe fosse ri-rappresentato).  Insomma difficilmente questo libro potremmo definirlo con un genere, se non ibrido. Tuttavia una strana unità e omogeneità anche stilistica la possiede, e i vari pezzi si possono leggere tranquillamente nell’ordine in cui l’autore li ha posti.
Se abbiamo una concezione edonistica della lettura e il piacere (parente stretto della felicità,) guida le nostre scelte, forse avremo qualche ritrosia iniziale, ma non spaventatevi Mozzi non tratta la morte, ovvero il morire, in modo tragico o peggio macabro. A tratti si sorride, e dopo tutto l’ironia è una delle maggiori difese immunitarie che abbiamo.  

Giulio Mozzi (Camisano Vicentino, 1960) ha pubblicato vari libri tra cui Questo è il giardino (Theoria, 1993), La felicità terrena (Einaudi, 1996), Fantasmi e fughe (Einaudi,1999), Fiction (Einaudi, 2002), Corpo morto e corpo vivo. Eluana Englaro e Silvio Berlusconi (Transeuropa, 2009), Sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili (Mondadori, 2009). Consulente editoriale, attualmente per Marsilio, ha maturato anche una solida esperienza come docente di scrittura. Su questo argomento ha pubblicato un fortunato Ricettario di scrittura creativa (con Stefano Brugnolo; Zanichelli, 2000) e da ultimo (Non) un corso di scrittura e narrazione (Terre di Mezzo, 2009). Nel 2009 ha creato la casa editrice in rete Vibrisselibri, che si va ad affiancare all’omonimo bollettino di scritture e letture.

:: Recensione di Nome al tavolo Blackjack di Valter Binaghi (Perdisa Pop, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 dicembre 2013
blackjack

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Gran cosa, il Casinò. E sapete che vi dico? Per quanto uno sia da anni abituato allo spettacolo, e somigli a tutto tranne a uno zotico che si aggira per la cornice fiabesca come Bertoldo alla corte del Re, c’è sempre occasione di stupirsi, al Casinò, anche per Blackjack. Quando guardo l’orologio e mi avvio verso il bar, mi stupisco per esempio di non trovare ancora seduto a un tavolino il buon Paramatti con la sua culona, ma ancora di più di vedere, infondo alla sala, Rossana sorbire deliziosamente da una tazza da te, seduta tra il suocero tarchiato col cappotto color cammello e il fratello più scemo di Schwarzenegger.
La bocca di lei è nascosta dalla tazza, gli occhi sorridono a me solo.
Siedo dove capita e ordino un Irish Coffee, mentre aspetto il mobiliere.

In questi ultimi scampoli del 2013, vi segnalo un piccolo gioiellino, letto quasi per caso, controvoglia.
Odio il gioco d’azzardo, mi annoiano le carte, già dai tempi in cui bambina giocavo all’Uomo Nero. Per cui quando ho letto di cosa si trattava, che la storia si reggeva sulle vicende di un  giocatore d’azzardo professionista, mi son detta non fa per me, non c’è storia. C’è anche da dire, però, che un caposaldo della spy story, Casinò Royale, di Ian Fleming ruota intorno ad una partita a carte, pochi capitoli certo, ma quel tanto che basta per suggerire che a volte scrivere di carte può risultare più interessante che vivere nella realtà una partita. Si abbattono i tempi morti, la tensione, il sudore sulla fronte, il rischio di perdere, volete mettere poi se a parlare di carte è Valter Binaghi, intellettuale raffinato e combattivo, ricordo dei pungenti scambi su blog e social network, capace di fare del gioco una metafora della vita, dell’amore, e della morte.
Binaghi se ne è andato quest’estate, Nome al tavolo Blackjack è a tutti gli effetti la sua ultima opera, e nella consapevolezza che mettere il punto, è sempre la cosa più difficile, nei romanzi e nella vita, ci regala un romanzo struggentemente bello, sbarazzino, ironico, di una leggerezza fine come un merletto, anche se è un noir, o meglio un thriller, (scordatevi il modello americano sesso e azione) come l’avrebbe potuto scrivere un Piero Chiara parlandoci degli intrighi di provincia, di ricatti, di politicanti che negano l’esistenza della mafia al nord, di zingari cacciati dai loro campi nomadi da cittadini benpensanti, di imprenditori pronti a segnare le carte per spennare improvvidi “polli” nelle loro sale private, vittime a loro volta di consulenti finanziari senza scrupoli e arraffoni, o forse uno Scerbanenco, meno triste ma non meno romantico.
E poi c’è un mafioso calabrese che assomiglia a Ray Liotta,  una lotta clandestina di cani, pestaggi, partite ai Grandi Tavoli, (Binaghi ha avuto la consulenza di un vero giocatore professionista, per sua volontà restato anonimo, che gli ha svelato alcuni segreti del mestiere), contesse misteriose, ex burocrati del Kgb, insomma la varietà dei personaggi è tale da affascinare e incuriosire. Ma diamo uno sguardo alla trama, uno sguardo fugace, promesso.
Francesco Branca, nome d’arte Blackjack, è un giocatore d’azzardo professionista. Memoria, sangue freddo e capacità di leggere le persone sono le sue armi vincenti, capaci di fargli vincere cifre da capogiro e sedere ai Grandi Tavoli, tavoli dove le poste possono essere senza limiti. Cinico quanto basta per sopravvivere, ironico, allegro, amato dalle donne, Blackjack nasconde una parte del suo passato, l’abbandono della madre quando era solo un bambino che gli ha lasciato in dono il terrore del buio, unica debolezza di un uomo vincente e “felice”. Poi un giorno nella sua vita entra Rossana, il grande amore, la donna per cui sarebbe disposto a fare e rischiare tutto. E quando lei si trova accusata dell’omicidio del suocero, ucciso con una carta da gioco (colmo dell’ironia, Binaghi si diverte a giocare coi paradossi) Blackjack sicuro della sua innocenza arriverà fino ad Odessa, invitato da Zio Oleg per una partita, sulle tracce di chi crede sia il vero assassino.
Ho dubitato dell’innocenza di Rossana, innocenza di cui il protagonista non dubita mai, ho sorriso, mi sono arrabbiata per le amare riflessioni che l’autore regala al suo protagonista, ho gustato le citazioni estemporanee, ce ne è una divertente e divertita al Re Nudo, che mi ha ricordato la sua vis polemica, sempre comunque ironica. La scrittura trasuda intelligenza e amore per le parole, ci sono frasi così “musicalmente” belle, che mi è difficile sceglierle, lascio a voi scoprirle durante la lettura.
Tra le scene più divertenti, l’occasione che fornisce al protagonista di fingere che sua madre fosse una zingara, sotto lo sguardo divertito e riconoscente di un cameriere rom,  l’incontro con la vecchia zingara che legge le carte, e la partita a carte in cui l’ispettore Leonetti fa il “pollo”. Tra quelle più coinvolgenti quelle dove la tenerezza tra Blackjack e Rossana prevale e anche quelle che descrivono il rapporto tra Blackjack e suo padre. Lo terrò da parte, tra i libri che amo rileggere.

Valter Binaghi (14 luglio 1957 – 12 luglio 2013) è stato insegnante, musicista e scrittore. Negli anni Settanta si è occupato di controcultura e movimenti giovanili come redattore della rivista “Re Nudo”. Tra i suoi libri ricordiamo: La porta degli innocenti (Dario Flaccovio, 2005); I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano (Sironi, 2007); Devoti a Babele (Perdisa Pop, 2008); Ucciderò Mefisto (Perdisa Pop, 2010); Johnny Cash, The Man in Black, con Francesco Binaghi (Arcana, 2010); La sposa nera (Senza Patria, 2010); Dieci buoni motivi per essere cattolici, con Giulio Mozzi, prefazione di Tullio Avoledo (Laurana, 2011); Melissa, la donna che cambiò la storia (Newton Compton, 2012).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Perdisa.

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