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:: Recensione di Un giorno, altrove di Federico Roncoroni (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2013

roncoroniHo sempre pensato che un giorno ti saresti rifatta viva. L’ho pensato, sperato, desiderato, sognato, e, certe volte, anche temuto. Adesso che il momento è arrivato non so cosa dire, né cosa pensare. Curiosa la vita, eh?

Così inizia Un giorno, altrove, romanzo d’esordio di Federico Roncoroni, edito da Mondadori nella collana Scrittori italiani. Un esordio tardivo nella narrativa a lungo respiro, Roncoroni è già autore di una raccolta di racconti, Sillabario della memoria, edito nel 2010 con Salani, che si inserisce in una tradizione piuttosto elitaria, il romanzo epistolare, ma riveduto nell’era di internet, dove a carta e penna si preferisce una più impersonale mail, che nello spazio di un click collega persone sparse per i quattro angoli della terra.
Rendere poetico e denso di significato questo scambio di comunicazioni è la sfida che Roncoroni si impegna a intraprendere, trasformando in letteratura ciò che sbrigativamente ci rassegniamo a considerare messaggi senza importanza, troppo veloci, scritti quasi sempre col tono ripetitivo e prosaico di avvisi commerciali, sciupati quasi, per la fretta e la scarsa cura che dedichiamo nel nostro vissuto a ciò che risulta troppo facile. E se possiamo con certezza arguire qualcosa di questo romanzo, è che non è stato scritto con facilità o leggerezza. I temi trattati sono troppo intimi e personali, e coinvolgono qualcosa di profondo e a volte segreto, nascosto sia nell’animo di chi scrive, ma soprattutto di chi legge.
E il coraggio di trasformare la vita in letteratura, con una sincerità a volte dolorosa se non addirittura inopportuna, si trasforma in forza che porta ad entrare in empatica relazione con Filippo Linati, uno dei due corrispondenti di questo scambio di messaggi, uniche parole che leggiamo. I messaggi di lei, Isa, li possiamo solo ricavare per riflesso dalle parole di lui, in un gioco di suggestioni e di assenza che si fa presenza, che per quanto dettato da contingenze esterne, acquista una dimensione evocativa, che a mio avviso è la parte più riuscita e interessante del romanzo.
Filippo Linati è un personaggio complesso, sicuramente non facile e nemmeno eccessivamente simpatico. Un intellettuale di successo, uno scrittore famoso, oltre la cinquantina, che ha scelto la solitudine del suo eremo privilegiato, una sontuosa villa adagiata sulle rive del lago di Como e circondata da un parco, come rifugio per dedicarsi con l’ostinazione del sopravvissuto alle sue grandi passioni i libri e le donne. Ha lottato infatti contro un linfoma che oltre al dolore gli ha portato una ricchezza e un attaccamento alla vita capace di permettergli di trovare un senso anche alle piccole cose che gli succedono, alle schegge di quotidiano che per alcuni sono senza importanza, e né la malattia, né l’abbandono, o la morte di suo padre e di sua madre sono stati capaci di fiaccare il suo animo combattivo e proiettato verso il futuro.
Filippo ama le donne, tutte sensualmente, per un’ esigenza forse più fisica, ma capace di sublimare il sesso nella sua personale fame di vita, di consapevolezza, di necessità di trovare un senso, anche spirituale, non dogmatico, al suo vissuto. Tra le donne della sua vita, Isa ha un posto privilegiato nelle geografie misteriose della sua anima, e quando si rifà viva dopo anni, dopo averlo abbandonato nel periodo della malattia, con una mail, la sorpresa si trasforma in desiderio di riallacciare l’antica relazione, mai dimenticata, di riprendere possesso della sua donna, che invita ripetutamente quasi con rabbia nel suo rifugio, offeso e ferito dalla ritrosia di lei.
Dopo una iniziale e oscura intuizione, forse una premonizione, che si perderà nel flusso di coscienza che seguirà e che verrà sommersa dall’esigenza quasi irrefrenabile di parlare di sé, di confessarsi, di aprire la sua anima alla donna che sembra l’unica capace di comprenderlo e completarlo, Filippo vivrà tutte le sfumature della rabbia, della delusione, dell’incapacità di comprendere, fino all’ultima mail, quella decisiva, quella che illuminerà di una luce nuova l’intero scambio “epistolare”.

Federico Roncoroni, saggista e viaggiatore, ha pubblicato vari testi sulla lingua italiana e su autori dell’Ottocento e del Novecento. Un giorno, altrove, dopo l’esordio narrativo con i racconti del Sillabario della memoria (Salani 2010), è il suo primo romanzo.

:: Un’intervista con Federico Roncoroni a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2013

roncoroniBenvenuto Federico Roncoroni su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Si descriva ai nostri lettori, ci parli di sé. Punti di forza e di debolezza.

Leggo, scrivo e viaggio e faccio altre cose che il tacere è bello. Il mio punto di forza è che leggo più di quanto scrivo e la mia debolezza è che non leggo quanto vorrei.

Editor, italianista, autore di manuali di scrittura e di una delle più diffuse grammatiche della lingua italiana, e ora con Un giorno, altrove romanziere. Come è nata l’ esigenza di scrivere un romanzo, un romanzo epistolare nell’era di internet?

Come ha già detto qualcuno, ho scritto un romanzo per smettere di viverne uno. E ho scritto un romanzo epistolare perché tutto è nato da una lettera, anzi da una mail.

Un giorno, altrove è un romanzo d’amore, di ricordi condivisi, di malattia, di dolore, di morte. Veniamo anche a conoscere il rapporto del protagonista con i suoi genitori negli ultimi anni. Ha paura della vecchiaia, o la considera una semplice età della vita?

Non ho paura della vecchiaia perché non ho mai avuto paura neanche della giovinezza: come dice lei, sono due tappe della vita ineludibili, a meno di non morire infanti.

La memoria è un altro tema che affronta in questo libro, il rapporto del protagonista col passato, ricreato con le parole e vivo solo più nella sua mente. Lo stesso amore per Isa è fatto di ricordi, che si fanno comunione e appartenenza. Crede che l’amore aiuti a fissare nella memoria ciò che resta del passato?

La memoria è una carta assorbente: prende e asciuga tutto quello che di più evidente si trova sotto.

Ha scelto una struttura insolita, una serie di email che testimoniano un dialogo amoroso tra due personaggi Filippo e Isa, di cui conosciamo solo le mail di lui, mentre quelle della donna dobbiamo in un certo senso ricostruirle dalle sue risposte, in una sorta di presenza-assenza. Perché questa scelta?

È stata una scelta obbligata. La vera Isa ha posto come condizione alla narrazione della sua storia che le sue mail non apparissero. Mi sembra però che, proprio per la sua assenza, risulti più presente.

Sembra quasi un unico lungo discorso con se stesso, un ininterrotto flusso di coscienza; in che misura la solitudine si insinua nella vita del protagonista?

La solitudine si insinua nella vita di chiunque la elegga a suo modo di vivere, ed è un bel modo di vivere a patto che non sia imposta da nessuno o da nulla e possa essere interrotta quando lo si voglia. Nel caso di Fil è la solitudine di chi aspetta che una persona arrivi a rompere l’incantesimo.

La malattia, il costante pensiero della morte, riportano il protagonista a confrontarsi in modo combattivo con il male, l’assenza, la perdita. Eppure il tono che usa non è né triste, né sconfitto. Come ha scelto le parole per descrivere questo paradosso?

Uscito fuor dal pelago a la riva, Fil si volge a retro a rimirar lo passo che non lasciò giammai persona viva: non si dispera e non si rallegra ma guarda il tutto con l’ironia del sopravvissuto.

Un fiore, una cattleya, un omaggio a Proust?

Sì, brava. Un omaggio a Isa che come l’Odette di Swann amava ornarsi il petto e il crine con una cattleya.

Il finale permette di rivedere il romanzo intero sotto una nuova luce; è un atto d’amore pure il silenzio, la mancanza di assoluta sincerità, anche se poi la verità è inevitabile che faccia la sua apparizione?

Isa ha taciuto la verità per amore, anche se non poteva ignorare che alla fine la verità sarebbe venuta a galla e avrebbe avuto un effetto devastante.

Curatore dell’archivio di Piero Chiara, cosa ha in comune con questo autore lombardo? Si sente in qualche modo vicino alle tematiche da lui trattate?

Come discepolo di un maestro come Piero Chiara, ho in comune con lui tutto quello che mi ha insegnato ma che ho cercato di superare per distinguermi da lui. Le nostre tematiche sono comunque differenti perché abbiamo avuto esperienze diverse, ma quello che conta è la lezione linguistico-narrativa: debbo a lui il piacere di raccontare e, spero, la limpidezza della scrittura.

Lei è un grande appassionato e studioso della letteratura dell’Ottocento e Novecento. Quali sono i suoi autori preferiti? Quelli che maggiormente l’hanno influenzata? E tra i contemporanei, c’è qualche esordiente che ha apprezzato particolarmente?

Difficile scegliere tra gli autori dell’Ottocento e Novecento, perché sono tutti grandi, e ancora più difficile scegliere tra i contemporanei, perché scegliere qualcuno vorrebbe dire lasciar credere di considerare gli altri da meno. Tra i contemporanei stranieri, anche se non è un esordiente e non scrive neanche più, amo di immenso amore Philip Roth e, tra gli italiani, Melania A. Mazzucco, che per fortuna continua a scrivere.

Si parla di candidare il suo romanzo allo Strega. Come affronta questa avventura?

Con gratitudine verso quanti si stanno impegnando in proposito a favore del mio romanzo. Con il giusto scetticismo per quello che mi riguarda.

Infine concluderei questa intervista ringraziandola ancora per la disponibilità e chiedendole se attualmente sta scrivendo un nuovo romanzo.

No, e per il momento non ho nessuna intenzione di farlo.