:: La bionda dagli occhi neri, Benjamin Black – John Banville (Guanda, 2014)

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“Non andartene” dissi.
Lei mi guardò e sbattè in fretta le palpebre, come se avesse dimenticato che ero lì o non sapesse più chi ero. Si alzò. Tremava un poco. “E’ tardi” disse. “Ho un appuntamento.”
Era una bugia, naturalmente. Non aveva importanza. Si era allenata fin da giovanissima a dire quel genere di bugie, le blande bugie sociali, quelle che tutti danno per scontate, o quantomeno tutti quelli del suo mondo. Io mi alzai in piedi, le mie costole scricchiolarono sotto il loro involucro di carne ammaccata. “Mi chiamerai?” dissi.
“Sì, certo.”
Non pensavo che mi avesse sentito; neanche quello aveva importanza.
Si girò per andarsene. Avrei voluto tendere una mano per fermarla, trattenerla lì, tenerla con me. Vidi me stesso allungare il braccio e prenderla per il gomito, ma solo nella mia immaginazione; sussurrando qualcosa che non colsi, lei si voltò del tutto e se ne andò, facendosi strada tra i tavoli, ignorando i molti occhi maschili che si alzarono a guardarla passare.
Mi risedetti, anche se fu più un crollo che altro. Sul tavolo era rimasto il suo martini intonso, con un’oliva solitaria immersa dentro. La sua sigaretta schiacciata nel posacenere aveva uno sbaffo di rossetto. Guardai il mio bicchiere mezzo vuoto, un tovagliolino di carta appallottolato, una scaglia o due di cenere sul tavolo che un respiro avrebbe fatto volare via. Sono queste le cose che rimangono; queste le cose che ricordiamo.

Fermi tutti, Philip Marlowe è tornato!
Beh certo John Banville non è Raymond Chandler, (ma dopo tutto anche Robert B. Parker non lo era e terminò Poodle Springs Story, attività che mi divertii a fare anche io, ma questa è un’altra storia)  c’è una certa eco, un piccolo sfasamento che accompagna specialmente la letture delle prime pagine di questo romanzo, ma l’effetto è senza dubbio affascinante. La bionda dagli occhi neri (The Black-Eyed Blonde A Philp Marlowe Novel, 2014) edito da Guanda e tradotto da Irene Abigail Piccinini,  è un buon apocrifo chandleriano, forse di più è un buon hardboiled all’americana tutto donne fatali, risse e cazzotti, messicani pugnaci, delinquenti da quattro soldi, amicizie tradite e poliziotti burberi e incattiviti. E’ naturalmente un hardboiled post James Ellroy, si sente la sua lezione, in sfumature definiamo moderne, che Chandler non avrebbe mai osato dare ai suoi romanzi. E in questo sta la bellezza e l’originalità di questo libro, non una copia sbiadita di un classico, una imitazione piatta di stile, tono, cadenze, ma un’ interprestazione, una rivisitazione che pur si impegna a restare fedele allo spirito originale del personaggio, alla sua malinconia virile, alla sua onestà di fondo in un mondo di mafiosi, delinquenti e mezze calzette. Credo che da queste mie parole si capisca che mi è piaciuto e molto, per una volta le entusiastiche fascette (si sono scomodati anche Stephen King e Richard Ford) non sono fuori luogo. Conosco il Philip Marlowe chandleriano, l’ho letto, riletto, studiato, amato moltissimo, imitato nello stile in alcuni miei racconti, per cui diciamo ero una cliente difficile per il buon Banville, che almeno per conto mio l’esame l’ha superato, la diffidenza iniziale (dai un altro imitatore di Chandler!) si è stemperata in ammirazione. Cosa dire della trama. L’attacco è un dejavu. Una cliente entra nell’ufficio di Marlowe e gli espone il suo caso: il suo amante, Nico Peterson, un mediocre agente di starlette, è scomparso e lei vorrebbe che l’investigatore lo ritrovasse. Un classico, dei classici, insomma. Poi naturalmente la cliente, Clare Cavendish, erede della Langrishe Profumi, è una bionda bellissima e fatale, piena di soldi e di classe, sensuale quanto basta perché il nostro accantoni nel suo cuore e nella sua mente Linda Loring e si ritrovi innamorato come un ragazzino. Già si sente il rumore di vetri infranti del suo cuore in frantumi, ma naturalmente Marlowe, lungi dall’ascoltare la voce del buon senso, si getta a capo fitto nell’indagine, prendendo botte da orbi, rischiando la vita, imbattendosi in un buon numero di cadaveri, finendo incidentalmente a letto con la bella Clare (come la contea irlandese, non come il nome femminile con la i), collaborando con poliziotti non proprio ostili ma quasi, per poi scoprire… bè non vi tolgo certo il divertimento, ma vi do un indizio: una valigia sarà rivelatrice. Ecco, penso sia sufficiente per darvi un’idea della storia, ambientata in una Los Angeles anni 50, (il nostro andrà pure al cinema a vedersi un film dei fratelli Marx, preceduto da spot pubblicitari vintage), una città da ricchi, con le loro ville immense ad un passo dall’oceano, i loro club esclusivi frequentati anche da mafiosi e gangster per dare un tocco di esotico pericolo alle loro noiose vite, una città dove le ragazze sognano di diventare dive di Hollywood, e la droga scorre a fiumi, una città con il Messico troppo vicino, una città dove si muore con grande facilità. Marlowe incontrerà la madre di Clare, in un grande albergo, e per un attimo ho rivisto la madre di Grace Kelly/Frances Stevens, in Caccia al ladro, forse un’ ispirazione, forse la stessa Grace Kelly è stata un’ ispirazione per Clare Cavendish, chissà, bisognerebbe chiederlo all’autore. Marlowe da questa storia ne esce, un po’ malconcio, col cuore a pezzi, ma vivo. E noi ci auguriamo che Banville, abbia voglia di farlo vivere ancora a lungo.

John Banville è nato a Wexford, in Irlanda, nel 1945. Ha pubblicato il suo primo libro, Long Lankin, nel 1970. Altri suoi titoli sono Doctor Copernicus e Ghosts; con Il mare ha vinto il Booker Prize nel 2005.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Paola dell’ufficio stampa Guanda.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

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