:: L’ombra della luna crescente, Fatima Bhutto, (Cavallo di Ferro, 2013)

ombraSentendosi vicino alla morte, Inayat ripetè a Zainab il valore di quel che avevano costruito insieme, e tracciò numeri e cifre nell’aria perchè lei sapesse, dopo un’ intera vita, cosa avrebbe lasciato a lei e ai figli. Mentre la notte si addensava su Mir Ali, illuminando il cielo con una costellazione di stelle talmente lontana che sembrava stesse brillando su un’altra città, diffondendo quel debole bagliore su Mir Ali solo per pietà, Inayat disse addio ad Aman Erum e, nascondendo il disappunto nella propria voce, gli augurò che i suoi sforzi andassero a buon fine. Disse che era certo che suo figlio avrebbe avuto successo negli affari. Per Sikandar e Mina non trovò alcuna consolazione da offrire. Da un po’ di tempo non sapeva cosa dire di fronte al loro dolore, e non voleva rattristarli ulteriormente sul suo letto di morte. Inayat volle vedere Hayat per ultimo, perchè le sue labbra si chiudessero sulle parole bisbigliate nell’orecchio del figlio più giovane.
“Vieni nella mia tomba e dimmi che Mir Ali è libera. Sussurramelo, anche quando non ci sarò più”.

Non è un libro di facile lettura, L’ombra della luna crescente, esordio nella narrativa di Fatima Bhutto, già autrice del saggio biografico Canzoni di sangue, edito in Italia da Garzanti, omaggio di una figlia a un padre assassinato e ritratto di una famiglia, i Bhutto, potente, ricca, strettamente legata alle sorti del Pakistan, per la cui causa ha speso un grande tributo di vite: Zulfikar Ali, nonno di Fatima, presidente e primo ministro negli anni 70, promotore di una radicale modernizzazione culturale e economica del Pakistan, fu torturato e giustiziato dal generale golpista Zia ul Haq, suo zio Shahnawaz, suo padre Murtaza, sua zia Benazir furono tutti assassinati.
Conoscitrice dei retroscena del potere, la Bhutto ha scelto di non entrare in politica ma di utilizzare la scrittura e la letteratura, (è anche giornalista e collabora con quotidiani e riviste inglesi come «The Guardian», «Financial Times» e «New Statesman»), per portare avanti le sue battaglie, tra cui la sua lotta per l’emancipazione femminile, fortemente voluta anche da suo nonno.
E L’ombra della luna crescente è appunto un romanzo che ha per protagoniste, tra gli altri, due diverse e complesse figure femminili, (la luna del titolo oltre che emblema del Pakistan, ha una forte connotazione femminile), ma non solo: è un romanzo politico, formato da un tessuto narrativo insolitamente poetico e raffinato; è una saga familiare, si narrano appunto le vicende di tre fratelli molto diversi tra loro e delle loro donne, appunto Mina e Samarra; e infine è un romanzo generazionale, ci parla di un’ intera generazione di giovani in bilico tra scelte antitetiche e a volte drammatiche, stretti da una società repressiva, schiacciata da un esercito onnipresente (che oltre alla forza delle armi usa la delazione come strumento per alimentarsi, e la corruzione come humus sempre più stratificato) e da una religiosità imposta e infiltrata in ogni tessuto della società, con le sue feste che paralizzano la vita sociale, le sue preghiere, i suoi riti.
I giovani hanno diverse alternative sempre dolorose: possono essere tentati dalla fuga all’estero come il maggiore dei fratelli, Aman Erum, che sogna di costruirsi una nuova vita in America, lontano dal piccolo villaggio di Mir Ali, o possono fare come Sikandar, faccia di un idealismo pacifista, che fa della sua professione di medico un atto di giustizia, (il concetto di giustizia sarà fondamentale nel romanzo),  o addirittura possono abbracciare una scelta ancora più radicale come il figlio minore Hayat, il miliziano, coinvolto addirittura nei piani per un attentato al primo ministro.
Ma ciò che rende questo testo appunto non facile (forse per un occidentale) oltre alla concezione orientale del tempo, un tempo circolare, che non porta inevitabilmente a connotazioni di causa ed effetto (la vicenda ha inizio e fine dalle 9 alle 12 di un venerdì mattina di dicembre, freddo, piovoso, primo giorno dell’Eid), connotato da continui flashback che lo dilatano, per poi improvvisamente e vertiginosamente condensarlo e cristallizzarlo nei momenti più drammatici, (l’ incontro aggressione nella foresta tra Sikandar e Mina e i talebani su tutti), è proprio la scelta stilistica che l’autrice compie, l’uso di una scrittura ellittica e complessa, fatta di veli e disvelamenti repentini.
Sintomatico è il mistero legato al perchè Mira si infiltri quasi come preda di un’ ossessione nei funerali altrui, col marito costretto a andarla a riprendere avvisato dai parenti esasperati. Ne capiremo il motivo solo a metà romanzo, grazie a un lampo, folgorante come un’illuminazione, in cui la sua apparente follia troverà una spiegazione, una ragione catartica.
Se si ha la pazienza di prestare attenzione, di ascoltare il non detto, i silenzi, allora il romanzo si svela ai nostri occhi in tutta la sua bellezza, ma chiede appunto un sacrificio, simile forse  a quello costato all’autrice per scriverlo. Traduzione di Daniela Di Falco. Titolo originale: The Shadow of the Crescent Moon.

Fatima Bhutto è nata a Kabul, in Afghanistan, nel 1982. Suo nonno era il Primo Ministro pakistano Zulfikar Ali Bhutto, sua zia la Primo Ministro pakistana Benazir Bhutto. Poetessa e scrittrice, è autrice di “Canzoni di sangue. Ricordi di una figlia” (Garzanti, 2011), in cui racconta la storia della propria famiglia, strettamente collegata alla storia del Pakistan. Tra le sue opere, la raccolta di poesie “Whispers of the Desert” e “8:50 a.m. 8 October 2005”. Collabora con quotidiani e riviste inglesi come «The Guardian», «Financial Times» e «New Statesman». Vive a Karachi, in Pakistan. “L’ombra della luna crescente” rappresenta il suo esordio nella narrativa.

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