:: Rubaiyyat, Umar Khayyam, (Newton Compton, 1973) a cura di Laura M.

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ritrattoQuesta traduzione delle Quartine (Rubayyat) di Umar Khayyam fu la prima traduzione in lingua italiana condotta direttamente dal testo originale in lingua persiana. Ne è autore, Francesco Gabrieli,  uno dei massimi studiosi italiani e del mondo della civiltà araba e del mondo mediorientale.

V Rubayyat

Giacché nessuno dà garanzia del domani,
allieta oggi tu codesto cuore malato d’amore.
Bevi il vino alla luce della luna, o Luna, ché la luna
molte volte ancora spunterà, e noi non troverà più.

Khayyam fu  innanzi tutto un uomo di scienza, profondo conoscitore d’Astronomia, Matematica, Filosofia e Teologia, dal carattere difficile e complesso.  La sua vocazione di poeta  fu sempre da lui stesso messa in secondo piano per pudore e reverenza e perciò anche in Occidente giunsero prima i suoi testi di Algebra e Matematica.  Esponente di una civiltà antichissima e colta piena di finezze espressive e nobiltà di sentire, Khayyām ci presenta un essere musulmani, vero autentico, non inquinato dalla vanità di credersi giusti quando bene o male tutti abbiamo difetti e commettiamo errori.

I Rubaiyyat

Benché io non abbia mai infilato la gemma
dell’obbedienza a Te,
benché mai abbia io deterso dal volto la polvere
del peccato,
con tutto ciò non dispero della generosità Tua,
poiché mai , l’Uno, io l’ ho chiamato “Due”.

La poesia di Khayyām è piena di perle di saggezza che si rivelano e si scoprono leggendo i suoi versi con attenzione e senza fretta. Non dimentichiamoci che era un saggio studioso di matematica e filosofia che si dilettava  nella scrittura di poesie, e da profondo conoscitore del Corano cercava di esprimere la sua condizione di uomo peccatore di fronte all’assoluto, al Dio unico che nella sua perfezione incute timore, ma per la sua bontà e mansuetudine ci invita a scegliere sempre il meglio nella vita anche quando si è deboli e facilmente pieni della “polvere del peccato”.

VII Rubayyat

Amico non muovere più rimproveri agli ebbri;
se Dio mi da di pentirmi, a Lui mi pentirò.
Tu non farti illusioni (di virtù) perché non bevi
vino,
chè cento cose commetti, rispetto a cui il ber
vino non è che una ragazzata.

Di queste tre Rubayyat (I, V, VII) colpisce la delicatezza e insieme la forza del suo sentire. La sensazione che l’uomo sia davvero poca cosa con tutti i suoi difetti, le sue mancanze, il suo “cuore malato”  ma il bene non manca. C’è l’amicizia, la generosità, la fede tutte armi potentissime contro il male.

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