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:: Inverno rosso, Luca Rinarelli (Eris edizioni, 2014) a cura di Giulietta Iannone

28 marzo 2014

cover-inverno-rossoLa saga noir di Werner Hartenstein, ex agente segreto della DDR in trasferta a Torino, iniziata con il folgorante In perfetto orario, giunge al secondo episodio. Ad aprile, infatti, per Eris Edizioni uscirà Inverno rosso, romanzo che ho avuto modo di leggere nelle sue varie fasi di stesura. Doveva portare un altro titolo, che a dire il vero non mi piaceva, perciò approvo senz’altro la scelta del nuovo titolo che campeggia nella bellissima copertina disegnata da Marco Martz, che impreziosisce il libro anche di altre tavole, stilisticamente molto adatte ad esprimere lo spirito del testo.
Il personaggio di Werner Hartenstein sembra uscito da quelle saghe di Segretissimo anni ’70, prima che il muro di Berlino crollasse a causa della globalizzazione e dello sfaldarsi del vecchio regime sovietico. Poi la Germania Est si ricongiunse con la Germania Ovest, e non fu un’operazione indolore. Werner sembra portare su di sé le cicatrici di questo passaggio, una certa malinconia e nostalgia, forse per la sua giovinezza, e nello stesso tempo un vago senso di colpa, per il suo passato personale, fatto di violenza e sopraffazione. E in questo dualismo profondamente umano, dolorosamente realistico, risiede la bellezza del personaggio, che in questo episodio si arricchisce di sfumature che fanno luce sul suo passato: il suo lavoro di agente, il suo rapporto con Hans, maestro e mentore, il senso di colpa legato al padre, usato dai Servizi della DDR per costringerlo a compiere imprese che ancora lo tormentano.
Inverno rosso, romanzo profondamente noir nella misura in cui investiga nelle pieghe oscure sia dell’animo dei personaggi, sia della società, oppressa della crisi economica e morale, teatro di uno scontro di volontà in cui non è affatto irrealistico e immaginario il sorgere di organismi internazionali capaci di compiere le peggiori azioni in nome della sopravvivenza, o meglio dell’autoconservazione. Cinismo, spietatezza, corrosiva ferocia si uniscono a discorsi puramente economici, disumani quanto inutili.
La storia, ambientata in una Torino invernale molto simile a Berlino, come fa notare Pandiani nella sua puntuale prefazione, «In una Torino simile a Berlino, con le stesse nebbie e la neve che copre anche i pensieri peggiori, dove il muro non divide l’est dall’ovest ma piuttosto il benessere dal malessere, Luca Rinarelli ambienta una storia secca e gelata come la vodka che beve il suo protagonista.», ha inizio con la morte apparentemente accidentale di numerosi clochard, troppi per essere solamente un dato che rientra nelle statistiche. Ma per Werner non sono solo numeri, molti sono “amici”, che hanno diviso le stesse strade che lui percorre ogni giorno. Indagando su queste morti scopre che non sono affatto incidenti, ma morti programmate, da persone senza scrupoli con un piano strutturato e follemente sistematico. E strumento di queste morti è proprio qualcuno che viene dal suo passato, un passato che vorrebbe dimenticare, ma è presente con i suoi fantasmi e le sue occasioni perdute.
La componente sociale in questo noir non è di minor importanza della descrizione dei luoghi, degli ambienti, della geografia postindustriale di una città in cui convivono vecchie ricchezze e nuove povertà. Il grigiore della crisi, gli immigrati dell’est, i vagabondi e i senzatetto, fanno da sfondo a una realtà urbana ibrida e desolata, ma ancora capace di conservare sacche di altruismo, solidarietà, amicizia e proprio questa incongruenza crea quel senso di realismo, e autenticità che dona a questo noir un’ anima, una peculiare concretezza.
La scrittura è semplice, fluida, bilanciata, alterna parti descrittive a dialoghi immediati e schietti. Nessun fronzolo, nessuna eccessiva deriva verso il sentimentalismo, specie quando il protagonista fa i conti con il suo passato, con l’amicizia che lo legava al suo Maestro, ora materializzatosi nel suo peggior nemico, nell’uomo che lui si rifiuta di essere, non ostante l’abisso sia così vicino, quasi inevitabile. Hans potrebbe essere tranquillamente il suo doppio, l’uomo che avrebbe potuto essere. Ma Werner in fondo è una persona gentile, con un’etica, una coscienza, sentimenti ed emozioni, non la macchina per uccidere che i suoi ex capi avevano programmato. Lui non agisce per tornaconto, non si è adeguato alla legge del denaro che regola i sistemi capitalistici in cui ora vive, conserva una romantica ideologia fatta di giustizia, solidarietà, onestà, capace di redimerlo in fondo, se di redenzione si può parlare.
Come ogni noir che si rispetti le parti buie sono più frequenti di quelle luminose, ma non è la tristezza e la disperazione a prevalere, ma una ragione, la ricerca di suo padre, moto proprio che sicuramente si svilupperà nel prossimo romanzo della serie. Perché la storia di Werner non finisce qui, questa è solo una tappa. La recensione esce in anteprima, il libro uscirà il 15 aprile.

Luca Rinarelli è nato nel 1975 a Torino, strana città in cui si ostina a vivere.
Storia del Novecento, fotografia e cinema le passioni di sempre. Si è occupato per anni di persone senza fissa dimora. Ha pubblicato i romanzi In perfetto orario (Robin 2009) e La gabbia dei matti (Agenzia X 2011). È uno degli autori della biografia Dalla parte degli ultimi, (Edizioni Gruppo Abele). Ha pubblicato in e-book il racconto H, selezionato dal concorso Corpifreddi. I suoi racconti sono pubblicati in varie antologie come Un giorno a Torino – Calibro 9 (Novecento Media). Inverno rosso è il suo terzo romanzo.

Recensione: In perfetto orario di Luca Rinarelli a cura di Giulietta Iannone

20 novembre 2009

unnamedIn questi giorni è arrivato in redazione un libricino rosso, neanche tanto spesso, “In perfetto orario” Robin Edizioni collana i Luoghi del delitto Euro 9 noir di esordio di uno scrittore torinese Luca Rinarelli e credetemi se vi dico che ne sentirete parlare di questo ragazzo.
Innanzitutto leggendo il suo libro non ti viene voglia di saltare neanche una pagina, come spesso capita per troppe descrizioni o noise divagazioni, ma anzi vai di filato fino in fondo all’ultima pagina non perché non sai chi è l’assassino, è evidente fin dalle prime pagine, ma perché la scrittura è essenziale, coinvolgente e scandita da un buon ritmo narrativo.
La trama è semplice. Werner Hartenstein arriva a Torino in una fredda notte di novembre. Non ha documenti, non ha un telefono cellulare, non ha residenza, cambia sovente casa senza firmare contratti d’affitto, non ha né parenti né amici, cambia spesso aspetto fisico, abbigliamneto, modo di camminare, accento perché è un killer, il suo mestiere è uccidere.
Arriva a Torino per onorare un contratto, per uccidere i managers di una società che non curandosi delle conseguenze non ha badato a rendere innocui i propri residui tossici causando così dei morti tra cui la figlia dell’operaio che lo ha assoldato per portare avanti la sua personale vendetta. Werner si muove per Torino e semina morte non perché ami uccidere ma perché è l’unica cosa che ha imparato a fare quando ancora il Muro di Berlino era in piedi.
Lo accoglie una Torino ostile, diffidente verso lo straniero, con la sua aria sporca di smog, i suoi palazzi ottocenteschi, i suoi viali alberati, il rumore del traffico, la sua buona dose di povertà. Una Torino di cantieri a cielo aperto, di ruspe all’opera, che si prepara alle Olimpiadi invernali, dominata da una strana euforia, mentendo a sé stessa, cercando di dimenticare la crisi industriale che apre ferite nel contesto sociale, la disoccupazione che letteralmente dall’oggi al domani getta la gente in mezzo alla strada senza lavoro, casa, famiglia, speranza. Una Torino che oltre alla crisi vede aumentare l’immigrazione straniera, vede popolare le strade di nordafricani, ragazzi dell’est provenienti dalle più sperdute regioni dell’ex Unione Sovietica, e personaggi come la prostituta Irina e il suo protettore Alexeij non è pù così difficile incontrarli anche nel supermercato sotto casa. Loro sono il nuovo volto di Torino, la sua nuova ibrida identità. Rinarelli osserva, riflette, scrive con alle spalle la sua esperienza di membro di un’ associazione che si occupa di persone senza fissa dimora e vede la Torino reale quella che non frequenta i salotti buoni di Piazza San Carlo ma dorme nei saccoapeli e lotta ogni notte per sopravvivere e vedere il mattino.