Posts Tagged ‘Lucilla Parisi’

:: L’uroboro di corallo di Rosalba Perrotta (Salani, 2017) a cura di Lucilla Parisi

25 aprile 2017
L uroboro di corallo_Esec.indd

Clicca sulla cover per l’acquisto

Sotto il fascio di collane Chanel, Anastasia trova un bracciale d’avorio, una specie di anello da tenda […] Questo va bene per Doriana, l’altra figlia, che ama le cose lineari: niente fronzoli, tutto deve essere ben definito. […] Ecco un piccolo scrigno di velluto amaranto con dentro orecchini di ambra. Opaca. Acqua e sapone e si trasformano in caramelle al miele. Dolci, come è dolce Nuvola. Poi una scatolina sconnessa e, nella scatolina, una spilla: un cerchio di scaglie di corallo con due piccoli granati. Guarda meglio, è un serpente? Sì un serpente che si morde la coda, i granati sono gli occhi. Il corallo ha perduto la lucentezza, ma il disegno le piace. Questo, pensa Anastasia, è adatto al vestito che indosserà per la cena. Qualcosa di diverso, ogni tanto.

E’ di questo che Anastasia ha bisogno, ma ancora non lo sa. Il ritrovamento della spilla con l’uroboro, carico di significati e presagi, è per lei il segnale che qualcosa è finalmente arrivato per cambiare la sua vita, ferma da tempo in un limbo di ricordi e rimpianti.
Quando, insieme alle cugine del “nord” dalle mille risorse e dai nomi evocativi quanto il suo – Myrna, Alida e Claretta –, Anastasia viene convocata come erede di una casa appartenuta a un’affascinante sconosciuta di Vilnius, con cui il nonno paterno aveva a lungo convissuto a Catania, tutto sembra tornare.
Il decadente palazzo oggetto dell’eredità è infatti l’occasione per rinsaldare legami e ripercorrere le tappe di un vita che Anastasia non intende lasciare andare. Dopo l’abbandono del marito con cui aveva condiviso ideali e sacrifici e nel pieno della crisi esistenziale di una figlia, Nuvola, e di quella familiare dell’altra, Doriana, Anastasia riscopre dentro di sé la forza di voltare pagina, facendo leva su risorse e talenti che non sapeva di possedere.
La spilla con l’uroboro, ritrovata nella casa della lituana, è il talismano che rende tutto possibile e poco importa che intorno a questo straordinario simbolo di rinascita, si aggirino improbabili stregoni pronti a tutto e segreti che è meglio non svelare. Ora Anastasia, a 71 anni, ha le idee chiare e gli incontri, vecchi e nuovi, rappresentano per lei l’occasione per una felicità possibile.

Si è sentita dentro un frullatore magico: lei, un frutto banale, chessò, una mela o una pera, insieme a delizie esotiche tipo papaja, mango, frutto della passione. Un mondo nuovo […] Sua madre non avrebbe approvato, ma sua madre è vissuta in un’altra epoca. […] Sua madre le ha imposto il rispetto per un’ortodossia che lei stessa non considerava infallibile: la vedeva fragile e pensava che le regole l’avrebbero protetta. Ma così non è stato. I frammenti della giornata ruotano come vetrini di un caleidoscopio. Colori, profumi, voci. Sinfonia da un nuovo mondo.

La ricchezza delle descrizioni e degli espedienti poetici, la varietà degli spunti (letterari, musicali, culinari e “magici”) e delle contaminazioni culturali scandiscono l’intera narrazione rendendola seducente sin dalle prime pagine.
Gli intrecci ben riusciti, gli scorci lirici e la grande maestria dell’autrice nel costruire dialoghi e tratteggiare i personaggi rendono L’uroboro di corallo un romanzo appassionante e divertente. Complice una Sicilia che, con le sue autentiche meraviglie, (i personaggi e i loro ricordi si muovono tra Catania, Taormina, Acireale, Messina, Noto e Palermo) è lo sfondo ideale per questa storia originale i cui molteplici personaggi (dal sorprendente notaio-cuoco Matteo all’improbabile cavalier Santospirito, passando da Igor, il sognatore nella lontana Guadalupe, a Nuvola che suona il jambè in un ristorante marocchino) sembrano solcare un palcoscenico immaginario.
Il lettore è lo spettatore rapito dall’atmosfera magica – e a tratti sospesa – degli eventi che si susseguono, naturalmente, verso l’atto finale.

Non è mai troppo tardi per imparare a vivere, dice Anastasia a se stessa. Vivere significa disobbedire quando è necessario: bisognerebbe insegnarlo ai bambini.

Rosalba Perrotta vive a San Gregorio, un piccolo centro alle pendici dell’Etna. È sposata e ha un figlio, Stefano. Non possiede bestiole domestiche, ma dà i croccantini ai gatti che visitano il suo giardino. Ha insegnato con grande passione Sociologia all’Università di Catania. È autrice, tra l’altro, di All’ombra dei fiori di jacaranda, edito da Salani.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Matteo dell’Ufficio Stampa “Salani”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La donna dai capelli rossi di Orhan Pamuk, (Einaudi, 2017) a cura di Lucilla Parisi

10 febbraio 2017
la-d

Clicca sulla cover per l’acquisto

Chi decideva di farsi rossa, lo faceva perché sceglieva quel tipo di personalità. E io, dopo essermeli tinti, avevo lottato una vita intera per restare fedele alla mia scelta.

Una favola antica dal ritmo incalzante, personaggi che tornano per farsi reali, intrecci dettati dal fato, incontri presenti che sono già l’ombra di fughe passate. Il futuro è scritto nelle ossa, nello sguardo, nei gesti di ognuno e, per alcuni, anche nel colore dei capelli.
Così Orhan Pamuk racconta la sua favola dentro la favola. Le pagine si susseguono in un circolo tumultuoso e la sensazione è quella di percorrere strade già battute e di rileggere storie mai concluse.
Cem è solo un adolescente quando lascia Istanbul per raggiungere il villaggio di Ongoren, a trenta chilometri dalla città, oltre il Bosforo: lì affiancherà come apprendista Mahmut Usta per costruire un pozzo artesiano per conto di un imprenditore in cerca d’acqua. Per Cem è il primo, per Mahmut è l’ennesimo scavo: è bravo ed è uno stimato mastro cavapozzi.
Per Cem, con velleità da scrittore, è l’occasione per guadagnare dei soldi e iscriversi alla scuola preparatoria in vista del test d’ammissione all’Università, ora che il padre se ne è andato e sua madre non può aiutarlo.
Mahmut Usta è più di un mastro, è il padre che Cem non ha più. Tra loro, giorno dopo giorno, scavo dopo scavo, si rafforza un legame sempre più profondo e reso più forte dalla naturale ritrosia di Mahmut che parla al ragazzo solo attraverso le sue storie, quelle che gli racconta sotto il cielo silenzioso e senza luci di Ongoren, dove il tempo sembra essersi fermato. Sono tratte dal Corano, alcune, altre prendono vita dalla terra che Mahmut scava ogni giorno alla ricerca dell’acqua.

Mio padre non mi aveva mai raccontato una fiaba o una storia. Mahmut Usta, invece, notte dopo notte se ne inventava una, partendo dall’immagine sfocata e confusa del televisore, da un problema che aveva incontrato nell’arco della giornata. I suoi racconti non avevano un inizio, né una fine. Quanto erano veri, e quanto frutto della sua fantasia? Ad ogni modo, adoravo lasciarmene conquistare, e ascoltare la lezione che ne traeva.

 Poi un giorno, qualcosa si insinua nella loro quotidianità: un germe, un indizio, un presagio.
Cem incontra Gulcihan, la donna dai capelli rossi. E’ un’attrice e ha un marito. Cem ne rimane impressionato: è annientato dalla bellezza di questa donna matura e seducente, dal sorriso che gli rivolge al primo incontro, dalle allusioni del suoi sguardo. C’è qualcosa nella sconosciuta che gli toglie il sonno e che lo spinge, sera dopo sera, a raggiungere il centro di Ongoren per vederla o aspettarla, inutilmente, sotto la sua casa. Sotto il tendone del teatro è lei la madre di Sohrab ucciso in scena dal padre Rostam, protagonisti del Libro dei re, un poema epico scritto in Persia mille anni prima, “una sorta di enciclopedia delle storie dimenticate dei grandi eroi, dei sultani e degli scià del passato.” La scena riaccende in Cem il ricordo di Edipo e del padre Laio, della relazione incestuosa con la madre Giocasta e della tragedia che si consuma all’insaputa dei suoi protagonisti.

La sera mi immergevo così tanto nella lettura di quel libro che mi rendevo conto che non l’avrei mai più scordato, come le favole che sentivo da bambino, un sogno inquietante o un’esperienza personale indimenticabile.

Così la storia del pozzo, di Cem e della donna dai Capelli Rossi, prende una direzione inevitabile: questo entrare e uscire dalle fiabe, dai poemi epici e dalle parabole di Mahmut Usta dettano il flusso degli eventi, che si susseguono impetuose nella vita di ciascuno di loro, come una promessa mantenuta: tradimenti, fughe, sogni, successi, sensi di colpa, ritorni e presagi che prendono forma, pagina dopo pagina, in una continua sovrapposizione di piani.
La sensazione è quella di assistere alla catastrofe imminente, alla rivelazione divina, alla conclusione inevitabile della storia, come spettatori di una tragedia da consumarsi.

Perché le antiche fiabe e leggende alla fine capitano sul serio. Più uno legge e crede in quelle vecchie storie, più certe cose avvengono. E poi si chiamano leggende popolari proprio perché sono storie che possono capitare a tutti.

Orhan Pamuk è nato nel 1952 a Istanbul. Nel 2006 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Einaudi ha in corso di stampa tutte le sue opere e ha finora pubblicato Il castello bianco, La nuova vita, Il mio nome è rosso, Neve, La casa del silenzio, Istanbul, Il libro nero, La valigia di mio padre, Il Museo dell’innocenza, Altri colori, Il Signor Cevdet e i suoi figli, Romanzieri ingenui e sentimentali, L’innocenza degli oggetti, La stranezza che ho nella testa e La donna dai capelli rossi.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Patti Smith. Voglio, ora di Adriana Schepis (Imprimatur, 2016), cura di Lucilla Parisi

31 gennaio 2017
low

Clicca sulla cover per l’acquisto

Adriana Schepis ripercorre la vita di Patti Smith attraverso quei momenti e quegli incontri – straordinari nella loro unicità – che ne hanno segnato irrimediabilmente la carriera e l’esistenza.
In quarant’anni di poesia, musica e impegno sociale (compresa la pausa quasi decennale lontano dai riflettori) Patti Smith – complice il fermento culturale e politico degli anni Sessanta e Settanta e la ricchezza del panorama musicale di quel periodo – può vantare un bagaglio di storie, incontri e modelli davvero eccezionali. Ad aiutarla, oltre all’invidiabile carisma e il talento innato, anche una grande determinazione, quella che giovanissima la catapultò, senza soldi e senza lavoro, dal New Jersey (dove viveva con la famiglia) a New York e che la rese, in pochissimo tempo, una stimata (anche se decisamente stravagante) icona del rock in tutte le sue variabili.
Ventenne decisa e terribilmente seducente (nonostante la corporatura esile e l’abbigliamento di fortuna), Patti si sente un’artista ed è in quella direzione che vuole andare. Il suo modello e mentore – insieme a Gregory Corso, William Burroughs, Allen Ginsberg, Jim Carrol e naturalmente Bob Dylan – è Arthur Rimbaud, entrato nella sua vita come una visione (con la scoperta casuale della raccolta di poesie Illuminazioni su una bancarella di libri usati) e da cui trarrà continua ispirazione.
La conferma di trovarsi nel posto giusto è l’incontro con un giovanissimo e bellissimo Robert Mapplethorpe, anche lui alle prese con la propria “missione” artistica. E’ amore a prima vista, ma è anche contaminazione, intreccio, scoperta. Così lo ricorda Patti:

“Era pallido e magro, con una massa di riccioli neri; giaceva a petto nudo con fili di perline attorno al collo. Rimasi là. Lui aprì gli occhi e sorrise.”

Patti e Robert condividono molto di più di una stanza, prima nell’appartamento in Hall Street, a Brooklyn e poi sulla Ventitreesima al Chelsea Hotel: sono due anime affini consapevoli di avere uno scopo, di dover coltivare la propria arte non per se stessi ma per lasciare un segno, dare un messaggio, scrivere e rappresentare il mondo attraverso di lei, per renderlo migliore.
Robert e Patti sono dei veri sognatori e sognano insieme e continueranno a farlo anche quando le loro strade si separeranno, ma mai veramente distanti e sempre profondamente avvinti.
L’ambiente del Chelsea Hotel è in quegli anni (siamo nel 1969) il luogo giusto per nutrire le loro menti e per lusingare il talento dei due giovani ed è proprio nella sua hall e nelle sue stanze che Patti Smith intreccerà il destino di uomini e donne fondamentali per la propria crescita artistica e umana.

“Negli anni il Chelsea era diventato l’ambita casa di un numero impressionante di menti artistiche, che nelle sue stanze vivevano, creavano e si influenzavano a vicenda […] Pochi anni prima che ci arrivassero Patti e Robert il Chelsea era stato la seconda casa della Factory di Warhol; Bob Dylan ci aveva composto l’album Blonde on blonde, e Leonard Cohen aveva concepito lì il suo disco d’esordio, Songs of Leonard Cohen.”

Così Patti Smith lo ricorda nel 2010:

L’albergo è un disperato, vibrante rifugio per una schiera di figli talentuosi e puttani provenienti da ogni gradino della scala sociale. Mendicanti con la chitarra e bellezze strafatte con indosso abiti vittoriani. Poeti drogati, drammaturghi, registi spiantati e attori francesi. Chiunque passi di qua è qualcuno, e nessuno nel mondo là fuori.” (da Just Kids edito da Feltrinelli).

E’ solo uno dei numerosi e affascinanti luoghi che Adriana Schepis si ritrova a esplorare e a raccontare in queste pagine: sono gli anni del debutto di Patti Smith con il suo gruppo (nel 1974) sul palco del CBGB, al 315 di Bowery Street, nel Lower East Side di Manhattan, dell’uscita del suo primo album Horses (1975), dell’incontro con Fred Sonic Smith, chitarrista degli MC5 (e suo futuro marito) e del riconoscimento internazionale. Ci sono poi gli anni del silenzio, del ritorno con il suo quinto album Dream of life, uscito nel giugno del 1988, e quelli più recenti in cui Patti ha continuato e continua tuttora a farsi apprezzare.
La movimentata e intensa vita di Patti Smith diventa anche il pretesto per soffermarsi sui numerosi incontri con personaggi e icone del panorama musicale (e non solo) di quel periodo: è commovente la chiacchierata con un’affranta Janis Joplin al Chelsea Hotel e insolito lo scambio di battute con un timido Jimi Hendrix sulle scale che portano agli Electric Lady Studios; per non parlare delle circostanze in cui è avvenuto lo scatto fotografico che immortala una raggiante Patti Smith e un divertito Bob Dylan dopo il concerto dal vivo all’Other End, nel Village.
I testi delle canzoni, le numerose poesie, i libri (tra cui Just Kids) oltre alle interviste rilasciate negli anni dall’artista e al copioso materiale pubblicato su di lei, tra cui il bellissimo e consigliatissimo lavoro di Dave Thompson Danzando a piedi nudi (Edito da Odoya), rappresentano il punto di partenza del viaggio di Adriana Schepis che, con accuratezza e grande sensibilità, rivive aneddoti e ripercorre i pensieri di una donna – come la stessa autrice sottolinea nella sua breve introduzione al libro –

“che ha avuto il coraggio di realizzare i suoi sogni mentre li scopriva, senza smettere mai di interrogarsi sui suoi desideri.”

Che si conosca o meno Patti Smith, o che la si apprezzi oppure no, il libro di Adriana Schepis è sicuramente un buon modo per lasciarsi travolgere dal clima rock e molto “psichedelico” di anni irripetibili, in cui i sogni erano palpabili e ancora possibili e la voglia di libertà un mantra irrinunciabile.

Adriana Schepis è nata a Trieste d’estate, nel 1980. Ama scrivere a matita, bere buon caffè e camminare. Non ama le matite spuntate, i granelli di caffè sulle mani umide né le scarpe col tacco. Da tempo si è avvicinata allo zen, ma lui continua a schivarsi. Ha conseguito una laurea in Psicologia, un dottorato in Psicologia della comunicazione e un master in Comunicazione della scienza. Per Imprimatur ha firmato nel 2015 Spregiudicate: grandi donne che hanno usato il loro potenziale d’amore.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’autrice e l’Ufficio Stampa Imprimatur.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Lanark. Una vita in quattro libri (Vol. 2), di Alasdair Gray (Safarà Editore)a cura di Lucilla Parisi

10 gennaio 2017
2

Clicca sulla cover per l’acquisto

Definito dal Guardian come “uno dei pilastri della narrativa del XX secolo” e da Anthony Burgess come “il miglior romanziere scozzese dai tempi di Walter Scott”, Alasdair Gray, autore, drammaturgo, scenografo e pittore riesce con l’ambizioso progetto Lanark. Una vita in quattro libri (pubblicato in Italia da Safarà Editore; traduzione di Enrico Terrinoni) a uscire dallo schema di narratore etichettabile in qualche genere, creando una sorta di biografia surrealista, gotica, e a tratti distopica, del personaggio di Duncan Thaw, antieroe enigmatico sulle strade di una Glasgow al contempo antica e futurista.

Si trovava ai piedi di una rupe di granito quattro volte la sua altezza, con un pendio formato da uno strato più basso che finiva per proiettarsi oltre quello più alto. Man mano che si arrampicava, la paura dell’altitudine raffinava la sua eccitazione. Il pendio era eroso e pieno di ghiaia, e a ogni passo sassolini crepitavano per poi rimbalzare nel cielo oltre la scogliera.

Scritto in un periodo di quasi trent’anni e considerato un classico della letteratura, Lanark. Una vita in quattro libri fonde elementi provenienti dai più diversi generi letterari, in cui il realismo si unisce all’elemento fantastico, la satira sociale al dramma e lo humour è sempre al servizio della verità della narrazione. Nei primi due volumi già pubblicati assistiamo alla formazione di Duncan Thaw, bambino e poi ragazzo, dal carattere difficile, nato precocemente da genitori indigenti dell’East End di Glasgow. Le vicende narrate iniziano con l’evacuazione del quartiere in tempo di guerra, l’istruzione scolastica di Duncan fino all’ottenimento della borsa di studio per la Glasgow School of Art, dove la sua incapacità di stringere relazioni con le donne e la sua ossessiva e visionaria concezione dell’arte lo condurranno verso un percorso di follia e nichilismo, fino al tentativo di suicidio per annegamento.

L’angoscia lo attirò a sé da un angolo della mente di cui era quasi inconsapevole, come un cucciolo che prova a catturare l’attenzione del padrone, strattonandolo per l’orlo del cappotto.

Con influenze che vanno da Franz Kafka a Aldous Huxley, l’opera può essere vista come una trasposizione letteraria degli incubi e dei presagi dell’autore nei confronti di una certa società massmediatica e contemporanea. Bizzarre, oniriche, le riflessioni di Duncan Thaw, alter ego di Alasdair Gray, rimandano continuamente a una catastrofica visione di una disgregazione umana totale, devastata dai conflitti politici, dall’avarizia, dalla paranoia e dall’endemica crisi economica mondiale.

A volte mi fai paura, Duncan. Le cose che dici non sono di uno che ci sta con la testa. Tutto perché vuoi essere superiore alla vita normale.

Lanark è parte del progetto editoriale di narrativa con il quale Safarà Editore è risultata tra le quattro case editrici italiane vincitrici del programma di finanziamento europeo EACEA, un bando che intende favorire la circolazione di opere letterarie in traduzioni di alta qualità.

Alasdair Gray (Glasgow, 28 dicembre 1934) è un eclettico scrittore, artista, poeta e drammaturgo scozzese. Personalità poliedrica del panorama artistico europeo, nelle sue opere fonde elementi provenienti dai più diversi generi letterari, in cui il realismo si unisce all’elemento fantastico, la satira sociale al dramma, e lo humour è sempre al servizio della verità della narrazione. L’opera più nota è il suo primo romanzo Lanark – Una vita in quattro libri. Scritto in un periodo di quasi trent’anni e oramai considerato un classico della letteratura, è stato definito dal New York Times Book Review «La Divina Commedia del cripto-calvinismo anglosassone». Il suo romanzo Poveracci! ha vinto il Whitbread Novel Award e il Guardian Fiction Prize.

Source: libro inviato al recensore dall’editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Gli amori di Frida Kahlo di Valeria Arnaldi – (Bizzarro/Red Star Press, 2016) a cura di Lucilla Parisi

3 gennaio 2017
frid

Clicca sulla cover per l’acquisto

Y aunque te amo con locura ya no vuelves
Paloma negra eres la reja de un penar
Quiero ser libre vivir mi vida con quien yo quiera
Dios dame fuerza que me estoy muriendo por irla a buscar

Così recita la canzone popolare messicana Paloma Negra, interpretata tra l’altro da Chavela Vargas, cantante messicana talentuosa e appassionata, amica e amante di Frida Kahlo.
Versi di un’intensità disperata, come disperato è l’amore dell’uomo innamorato e tradito dalla sua “colomba nera.” Il cuore tradito, però, è quello della Kahlo, che Valeria Arnaldi ci racconta nelle pagine del suo libro a lei dedicato, ripercorrendone la vita attraverso i molti incontri di amicizia, amore e passione.

Frida era sedotta da bellezza e personalità, ovunque si trovassero.

La poliedrica artista messicana che ha saputo incantare con il suo fascino e la sua forza generazioni di uomini e donne, rimase prigioniera di un amore doloroso e complesso, quello per il due volte marito Diego Rivera, il pittore e muralista della Rinascita messicana (1920-1960).
Nonostante l’indole ribelle e il profondo desiderio di libertà che la contraddistinsero, Frida non riuscì mai a riscattarsi dalla sofferenza che quel legame intenso – nato quando, ormai pittrice ventenne, rivide l’artista già incontrato in passato – le procurava.
Traditore per vocazione, Diego Rivera ebbe numerose e spesso celebri amanti, relazioni mal celate e spesso scaturite nella stravagante decisione di portare la terza incomoda nella casa coniugale, nel diabolico tentativo del pittore di ottenere l’approvazione di Frida che, per compiacerlo, ne diventava amica, confidente e forse anche amante.

Rivera era affascinato da quel gioco di allacci che vedeva le sue amanti godere insieme a lui di una sorta di piacere diffuso e, come tale, moltiplicato. Era un solletico erotico e perfino una lusinga. Sapeva, infatti, che erano proprio le attenzioni che lui dedicava a quelle donne il primo motivo di interesse di Frida.

Se l’elenco delle amanti di Rivera fu degno di nota (la pittrice Irene Bohus, l’attrice messicana Maria Felix, solo per citarne alcune), quello di Frida Kahlo non fu da meno.
Le mancanze del controverso matrimonio spinsero la pittrice messicana a ricercare l’appagamento e la tenerezza tra le braccia di amanti (donne e uomini) appassionati, avvenenti e disposti ad accettare di condividere il cuore dell’amata con l’insensibile Rivera.
Nonostante, infatti, le fughe e gli strappi (significativo fu quello causato dal tradimento di Diego con la sorella di Frida, Cristina Kahlo), il legame tra i due non si spezzò mai definitivamente, fino alla morte della pittrice, venticinque anni dopo il loro primo matrimonio celebrato il 21 agosto del 1929.
Gli amori di Frida Kahlo è un percorso interessante e raffinato tra le numerose pieghe di una relazione amorosa per nulla semplice, ma destinata a sopravvivere anche per la stima e il rispetto che – nonostante i tradimenti – Frida e Diego Rivera nutrirono per il rispettivo lavoro e lo straordinario talento che li contraddistinsero. Diego fu per Frida un modello, un maestro e sicuramente un punto di riferimento anche nei momenti di maggiore difficoltà. Erano le sue attenzioni che, in preda al dolore fisico – eredità dell’incidente che la devastò a soli diciotto anni – e alla disperazione che ne seguiva, la pittrice anelava, nonostante il suo letto e il suo cuore furono spesso scaldati da altri corpi e da altri amori.

«Se soltanto avessi vicino a me la sua carezza», scrive sul suo diario la pittrice. «La realtà della sua persona mi farebbe più felice, mi allontanerebbe dalla sensazione che mi riempie di grigio […] Ma come gli spiego il mio enorme bisogno di tenerezza! La mia solitudine di anni».

Celebri furono gli intrecci amorosi con Leon Trotsky, Josephine Baker e Georgia O’Keeffe, incontri che – in alcuni casi – si trasformarono in relazioni profonde e durature come quella con il fotografo Nickolas Murray, che la immortalò in scatti meravigliosi, o quella con l’illustratore catalano Josè Bartoli, arrivato in un momento di grande solitudine e con cui accarezzò nuovamente il pensiero di una gravidanza ancora possibile e sempre negata dal suo fisico provato dai numerosi interventi (ben trentadue) alla spina dorsale e alla gamba. Furono tuttavia relazioni destinate a esaurirsi nella distanza e nel tempo, se non soffocate sul nascere dall’ingombrante presenza di Rivera nel cuore come nella vita di Frida.
Valeria Arnaldi pone l’accento sulla donna e sull’artista eccentrica, energica e talentuosa e si sofferma sugli eventi, gli incontri e gli intrecci che resero la vita di Frida Kahlo decisamente straordinaria, complice il grande fermento culturale e politico del Messico postrivoluzionario, che attrasse nel Paese artisti da tutto il mondo, molti dei quali incrociarono la strada di Frida Kahlo.
A questi intrecci e all’arte messicana del XX secolo è dedicata la mostra in corso presso Palazzo Albergati (Bologna) sino al prossimo 26 marzo, in cui sono esposti – insieme a opere della Kahlo e di Rivera – anche lavori di David Alfaro Siqueiros e di Marìa Izquierdo, la prima pittrice messicana a esporre negli Stati Uniti.
Della stessa autrice Valeria Arnaldi, consiglio la lettura di Tina Modotti hermana, dedicato – per chi ancora non la conoscesse – alla fotografa, attivista e attrice di origine italiana, vissuta in Messico e amica di Frida Kahlo.

Valeria Arnaldi, giornalista professionista, critica d’arte e scrittrice. Scrive su testate italiane e straniere. Cura mostre di arte contemporanea in Italia e all’estero. Per l’etichetta editoriale Bizzarro! ha già pubblicato, tra gli altri, Tina Modotti hermana e Chi è Banksy? E perché ha tanto successo? 

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’arte non è faccenda di persone perbene di Lea Vergine, (Rizzoli, 2016) a cura di Lucilla Parisi

30 dicembre 2016
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

“L’arte è il magico e il mostruoso insieme”, e quando questo accade l’opera d’arte ti lacera senza che tu riesca, a parole, a spiegare il dolore. “Ci sono immagini che toccano chissà quali nodi del nostro inconscio, per cui ciò che stai guardando ti immobilizza”. E’ ciò che accade con la bellezza, quella bellezza che “può essere un colpo al cuore, un affanno.”
Così Lea Vergine, critica d’arte e autrice di numerosi libri, ci introduce nel suo viaggio attraverso la sua esperienza con la vita e con l’arte, dal suo passato “che non passa” e dove tutto cominciò – al quinto piano di un palazzo (“il grattacielo”) di Napoli situato nell’allora piazza Matteotti, oggi piazza Carità – al fermento culturale dei salotti milanesi, passando attraverso le Gallerie d’Arte romane, come La Tartaruga di via del Babuino o la Galleria Pogliani, solo per citarne alcune.
Era la fine degli anni Cinquanta quando, diciannovenne, lasciò gli studi universitari per scrivere d’arte su riviste e giornali napoletani, cimentandosi in quella che poi diverrà la sua professione di critica, nata dalla passione per l’arte e la scrittura. Dopo Napoli vennero Roma e Milano e, soprattutto, il necessario distacco dalla famiglia.
Lea Vergine ci racconta di un’infanzia complicata, fatta di separazioni e non detti: un pianerottolo divideva la sua casa, in cui viveva con i nonni paterni, dall’appartamento della madre e dei suoi fratelli più piccoli. Un compromesso per salvare le apparenze e le fragilità di un padre, morto giovanissimo, e di una madre incapace di volerla abbastanza e lei, Lea, stretta tra il peso delle aspettative dei nonni e i sentimenti contrastanti per una madre negata: “se l’infanzia è stata dura (ne posso parlare solo da un paio d’anni), l’adolescenza e la gioventù sono state molto peggio. Alla paura si è aggiunto il dolore e non mi riesce neanche adesso raccontarlo.
Nella delicata conversazione con Chiara Gatti che si sviluppa in queste pagine, Lea Vergine tenta di ricucire pensieri ed emozioni legate proprio a quel periodo della vita, rivivendo quelle immagini infantili come presagi carichi di significato. E vivi sono i ricordi di Napoli, come i sentimenti che ancora, la scrittrice, porta con sè: il turbamento alla vista dei colori dell’aurora sulla città, quella che – ventenne – correva ad ammirare, pescando, dal mare; la commozione per il tramonto sui muri delle case, il cui grigio e rosso pompeiano si mescolavano al viola, per compiere il miracolo; la nostalgia per i grandi spazi e l’architettura stratificata da secoli di storia, dominazioni e contaminazioni. E’ impossibile dimenticare l’esperienza di una città colma di tradizioni, profumi, suggestioni e Napoli, dal canto suo, non è una città che dimentica, anzi “è una città dove nessuno dimentica mai niente e dove tutto è successo ieri.
Roma e Milano vennero dopo, con gli incontri importanti e i luoghi di ritrovo, le occasioni di lavoro e gli scambi in un ambiente ricco di spunti e idee:

all’Hotel Continental, una volta alla settimana, Ettore Sottsass e Nanda Pivano tenevano banco. Erano incontri importanti per lo svecchiamento di Milano, perché Nanda arrivava dall’America e raccontava, mentre Ettore chiosava. A casa di Lalla e Gillo Dorfles esisteva l’idea di generosa ospitalità, proprio come a casa di Ottiero Ottieri e Silvana Mauri. […] La casa alternativa, oggi si direbbe, era quella di Achille Mauri, illuminata dalla presenza della moglie Diana, dove conobbi Carmelo Bene. […] Erano tutte case dove si cenava e poi si discuteva per ore, fino a notte. Tutto questo faceva di Milano una città diversa.

E poi il matrimonio con Enzo Mari “una pietra. Indispensabile.”
L’arte è il significato e la scrittura il mezzo: Lea Vergine scrive d’arte e non solo, e lo ha sempre fatto con cura, con la dovuta attenzione ai particolari, ai vezzi e al carattere.

Si scrive col corpo, dalla testa ai piedi. Muovo le mani sulla carta. Il tatto è imprescindibile. Devo sentire la materia della carta, devo sentire l’odore, e devo sentire la matita tra le dita, devo poter piegare il foglio in diversi modi. […] Le parole sono pietre che mi tengono ancorata alla scrivania. Sono particelle di un pensiero che prende forma. […] Butto sulla carta tutto quello che mi passa per la mente. Quando ho finito questo traffico, tra il demente e il demenziale, accendo un’altra sigaretta, prendo una forbice, ritaglio gli appunti, prendo una spillatrice e attacco gli appunti su un foglio. […] Spengo la sigaretta nel posacenere, lascio sul tavolo il testo concluso ed esco a comprare dei fiori. Fiori di stagione.

Non si può fare a meno dell’arte, e se lo si fa sarebbe davvero un peccato: trovarsi di fronte all’ “enigma”, al metafisico, all’inspiegabile è qualcosa per cui vale la pena rischiare la caduta, la lacerazione che spesso l’abbandono alla bellezza può portare.
Ciò che si guarda è il riflesso dell’ignoto che ognuno di noi si porta dentro: l’arte non fa altro che riportare a galla l’arcano e il magnifico insieme. Certo non è per tutti e sicuramente “l’arte non è faccenda di persone perbene.” D’altronde

chi non è intento all’ombra dell’immagine ignora il senso dell’immagine poiché è nell’ombra che l’immagine ristà, celata. L’immagine, come la persona, senza ombra è l’immagine che non ha il doppio. […] E tuttavia l’ombra resta inaccessibile perché noi siamo l’ombra, giacché siamo fondamentalmente quanto ci manca.

Lea Vergine, critica d’arte, è autrice di numerose pubblicazioni tra cui Il corpo come linguaggio / Body Art (1974); Attraverso l’Arte / Prati-ca Politica (1976); L’Arte ritrovata (1982); L’Arte in gioco (1988); Gli ultimi eccentrici (1990); Arte in trincea (1996); Body art e storie simili (2000); Ininterrotti transiti (2001); Parole sull’arte (2008) e La vita, forse l’arte (2014).

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La mia vita con Picasso – Francoise Gilot e Carlton Lake (Donzelli Editore, 2016) a cura di Lucilla Parisi

6 giugno 2016
kop

Clicca sulla cover per l’acquisto

Se le ali delle farfalle devono conservare il loro splendore non si devono toccare. Non dobbiamo sciupare ciò che porta luce in entrambe le nostre vite. Tutto il resto nella mia vita mi opprime e impedisce alla luce di entrare. Questo nostro incontro è per me una finestra che si apre. Desidero che resti aperta. Dobbiamo vederci, ma non troppo spesso. Quando vuoi vedermi, chiamami e dimmelo. Quando lo lasciai quel giorno, sapevo che qualunque cosa fosse accaduta – meravigliosa, dolorosa o tutte e due le cose insieme – sarebbe stata di un’importanza estrema.

Così comincia la storia di vita e condivisione di Pablo Picasso e Francoise Gilot e queste le parole della donna a suggellare l’inizio degli intensi e tormentati dieci anni che seguirono il loro incontro, avvenuto nel maggio del 1943, durante l’occupazione nazista di Parigi.
L’ultrasessantenne Pablo Picasso e la poco più che ventenne Francoise scoprono di avere in comune molto più della pittura (anche la Gilot dipingeva): un’affinità elettiva e creativa aveva condotto la ragazza tra le braccia dell’artista il quale – dopo la tormentata storia con la fotografa Dora Maar – si era rifugiato nell’intelligenza rassicurante della giovane.
Ciò che la Gilot non aveva considerato erano il forte carisma e la potenza creativa di Picasso, capaci di risucchiare nella propria dimensione (personale e artistica) chiunque gli si fosse avvicinato.
Ciò che all’inizio affascinava per la propria rarità e intensità, con il tempo finiva per trasformarsi nella più spaventosa delle realtà. Il prezzo da pagare per aver ottenuto le attenzioni dell’artista più famoso dell’epoca, si rivelava troppo alto per le persone che lo avevano amato: un debito enorme che legava indissolubilmente i malcapitati al loro “padrone” e il “deserto” (augurato da Picasso alla Gilot al termine della loro storia) se non addirittura la pazzia (come quella che colpì la prima moglie Olga) sembravano puntualmente travolgere coloro che non facevano più parte della sua vita. Francoise ricorda le ormai note ed inquietanti parole di Dora Maar dopo l’abbandono del pittore: “Dopo Picasso soltanto Dio.
Sopravvissuto a due guerre mondiali e all’occupazione nazista, creatore con Georges Braque e Juan Gris di un nuovo movimento artistico (il cubismo appunto) e autentico “ispiratore” di un’epoca, Pablo Picasso aveva attraversato tre quarti di secolo con una determinazione straordinaria costruita sul lavoro incessante e sulla solitudine “affettiva”. Per lui nessuno era indispensabile e l’errore più grande di chi aveva preceduto Francoise Gilot era stato quello di credere di poter cambiare la sua natura, geneticamente indomabile. Le priorità del pittore erano altre.

Quello che ora è importante per me è vivere e lasciare la traccia dei miei passi. Lascio ad altri di giudicare se questo o quel passo vada d’accordo o diverga dalla mia evoluzione generale. […] E’ anche una questione di fatalismo. Ho fatto un patto col destino da molto tempo: sono diventato il mio stesso destino, un destino in atto. Sono in completo disaccordo con l’idea di Cézanne che voleva rifare Poussin partendo dalla natura. Per lavorare a quel modo dovrei scegliere nella natura quei rami d’albero che si adattassero al quadro nel modo in cui Poussin avrebbe potuto concepirlo. Ma io non scelgo nulla. Prendo ciò che si presenta.

Francoise Gilot riuscì a sfuggire alla morsa del ragno e ad affrancarsi dall’ombra ingombrante di Picasso solo dopo un lungo periodo di riflessione e tentennamenti, combattuta tra la sofferta decisione di lasciare l’artista dopo dieci faticosi anni e l’amore mai mutato per l’uomo che l’aveva cresciuta e accolta nel proprio studio di rue des Grands-Augustins a Parigi e con cui aveva avuto due figli, Claude e Paloma. La stima che l’aveva a lungo unita a Picasso aveva con il tempo lasciato il posto a un’intollerabile insofferenza per quell’uomo totalmente incapace di amarla e completamente votato alla distruzione di una pur minima parvenza di felicità familiare. Contraddittorio e infantile, spietato ed egoista, l’ormai anziano pittore si dimostrava sordo alle numerose richieste di aiuto della Gilot, la quale inutilmente tentò di recuperare un rapporto ormai logorato. Un gioco crudele fatto di recriminazioni, fughe e ritorni da parte del pittore spagnolo condussero Francoise allo sfinimento e a maturare la rottura definitiva, che si concretizzò con la partenza (comunque inaspettata da parte di Picasso non abituato agli abbandoni) della Gilot dalla loro casa nel Sud della Francia e il rientro a Parigi avvenuti nel 1953.

Prenotai i posti sul treno. Fino all’ultimo momento Pablo era convinto che sarei tornata sulle mie decisioni. Quando giunse il taxi e io vi presi posto con i bambini e i bagagli era talmente infuriato che non ci disse neppure “arrivederci”. Urlò soltanto: “Merde!

In questa sorta di autobiografia scritta a quattro mani con lo scrittore Carlton Lake (che ha collaborato alla stesura del libro), Francoise Gilot ci restituisce un’immagine – certo personale – ma assai credibile dell’artista spagnolo, una ricostruzione che non lascia dubbi in ordine alla possente personalità di Pablo Picasso i cui occhi scuri e penetranti e il loro modo di guardare – come ricordano in molti ma anche la stessa Gilot – avevano un loro fascino tutto particolare.

Avevo pensato spesso che lui fosse il diavolo, gli dissi, e ora ne ero certa. I suoi occhi si strinsero. E tu, tu sei un angelodisse con disprezzo, ma un angelo dell’inferno. Se io sono il diavolo, tu sei uno dei miei sudditi. E vogli segnarti.

Francoise ci descrive anche un uomo dotato di un’intelligenza fuori dal comune e di una straordinaria lungimiranza nel precorrere i tempi, tanto da non farsi mai trovare impreparato dalla Storia. Pablo Picasso tradisce nella sua produzione artistica, come nelle sue scelte di vita e, ovviamente, nel suo carattere, le proprie origini andaluse. Nato a Malaga nel 1881, in cui vivrà sino all’età di dieci anni, Picasso non rinunciò mai alla cittadinanza spagnola, in favore di quella francese. Il suo fervore artistico e la fiorente produzione (dalla pittura alla scultura, dalle numerose litografie alle ceramiche) sono all’origine della fortuna in vita del pittore il quale, dopo gli albori bohemien e la svolta cubista, da Montmartre a Montparnasse alla Costa Azzurra, vide in poco tempo concretizzarsi riconoscimenti artistici ed economici destinati a durare nel tempo e a sopravvivergli.

L’arte è qualcosa di rivoluzionario. E’ qualcosa che non deve essere libera. Arte e libertà, come il fuoco di Prometeo, sono cose che uno deve rubare perché siano usate contro l’ordine prestabilito. Quando l’arte diventa ufficiale ed è aperta a tutti nasce il nuovo accademismo. […] Ogni poeta, ogni artista è un individuo antisociale. Non lo è perché lo vuole, ma perché non può fare diversamente. Sicuro, lo Stato dal suo punto di vista ha il diritto di esiliarlo, ma se lui è veramente un artista non desidera neppure esservi ammesso, perché la sua ammissione significherebbe soltanto che sta facendo qualche cosa che è compresa, approvata e perciò abusata, senza valore. Tutto ciò che è nuovo, tutto ciò che vale la pena di fare non può essere riconosciuto. La gente non vede l’avvenire. […] L’unico principio valido è che, se la libertà di espressione esiste, esiste per essere usata contro l’ordine costituito.

Il periodo in cui la Gilot convisse con Picasso fu particolarmente fecondo, grazie anche alla collaborazione del pittore con il Museo di Antibes (divenuto poi Museo Picasso) in cui gli venne riservato un’ala del castello Grimaldi (ove era situato), perché lo utilizzasse come atelier e all’acquisto nel 1948 di un vecchia fabbrica di Vallauris (in Provenza), che l’artista trasformò in un laboratorio per la produzione delle sue ceramiche.
Quello della Gilot è un libro intenso, certo non facile, nel quale la compagna di Picasso mette a nudo i propri sentimenti e confessa le reali difficoltà incontrate durante la relazione con il pittore, un uomo prepotentemente appassionato alla vita e alla propria arte, ma per questo capace di sacrificare – in nome di se stesso e forte del mito che ormai lo avvolgeva – qualsiasi altra cosa (rapporti personali compresi) che lo intralciasse, rinnegando se necessario amori, amicizie e alleanze.

Nella vita uno lancia una palla contro un muro sperando che rimbalzi per poterla rilanciare. Speri che i tuoi amici siano questo muro. Invece non lo sono quasi mai, somigliano a vecchie lenzuola umide e quella palla che tu lanci, quando batte sulle lenzuola umide, cade a terra. E non torna indietro quasi mai. Bene – aggiunse guardandomi in tralice – penso che morirò senza aver mai amato.

La Gilot rivive incontri ed eventi che hanno visto protagonista Picasso e con lui personalità note del mondo culturale dell’epoca: da Braque a Matisse, da Mirò a Chagall; da Paul Eluard a Hemingway, da Prévert a Breton, rendendo la ricostruzione dei fatti ricca di aneddoti e particolari sconosciuti ai più, alcuni condivisi direttamente da Francoise e altri a lei riferiti dallo stesso Picasso.
La mia vita con Picasso è molto di più di una biografia ben scritta: è un viaggio intenso attraverso la vita di due artisti e due personalità complesse ed eccentriche. E’ un passaggio necessario per chi vuole conoscere molto di uno dei personaggi più famosi e amati della storia e per entrare o cercare di farlo nel cuore della sua longeva e controversa esistenza.
Si legge nella prefazione di Carlton Lake:

Stavo scrivendo un servizio su Picasso quando parlai per la prima volta con Francoise nel 1956. Quel pomeriggio, molto prima che la nostra conversazione finisse, mi resi conto che quella donna sapeva esprimere su Picasso giudizi molto più profondi e acuti di quanti ne avessi uditi fino a quel momento. Da allora parlammo spesso insieme di Picasso e di pittura. E un freddo giorno di gennaio, mentre facevamo colazione a Neuilly, scoprimmo che senza saperlo avevamo raccolto il materiale per questo libro.”

Scritto nel 1964, dopo che Picasso fece di tutto anche legalmente per impedirlo, il libro diventò subito un best seller vendendo oltre un milione di copie in tutto il mondo.
Consigliatissimo.
Traduzione di Garibaldo Marussi e Liana Marussi.

Françoise Gilot (1921) è una pittrice francese. Nel 1943 conosce Pablo Picasso, dal quale avrà due figli, Claude e Paloma. Le sue tele sono presenti nei più importanti musei internazionali. Nel 2012 la Gagosian Gallery di New York ha inaugurato la mostra Picasso and Françoise Gilot. Paris-Vallauris, 1943-1953, la prima in cui sono state esposte insieme le opere della coppia.

Carlton Lake (1916-2006), scrittore, collaborò con «The New Yorker» e «The Atlantic Monthly», occupandosi di arte e intervistando alcuni dei più importanti artisti del Novecento (Picasso, Giacometti, Chagall e altri). Da queste conversazioni trasse dei veri e propri ritratti che suscitarono grande scalpore. Lavorò alla stesura di questo libro insieme a Françoise Gilot seguendola a Parigi e nel Sud della Francia, dove l’artista aveva vissuto con Picasso.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mr. Bennett & Mrs. Brown di Virginia Woolf (Rogas Edizioni, 2015) a cura di Lucilla Parisi

25 aprile 2016
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Virginia Woolf ci parla ancora di scrittura e lo fa schierando, per l’occasione, nomi come D.H. Lawrence, James Joyce, T.S. Eliot e E.M. Forster (solo alcuni) per i Georgiani e H.G. Wells e Arnold Bennett in rappresentanza dei romanzieri inglesi di epoca edoardiana. Due fazioni, due modi di leggere la realtà e di intendere la scrittura. Le loro opere hanno segnato un’epoca, esercitato influenze, aperto strade e affermato regole.

Più di tutto hanno insegnato a creare personaggi. Sul punto, la Woolf non ha dubbi. Tutto parte da lì, dalla donna che ci siede di fronte in treno e dalla capacità di renderla credibile nella descrizione che ne diamo. Mrs. Brown è il pretesto, l’esempio di scuola, il tema su cui lavorare e iniziare a raccontare. Il difficile è saper coglierne l’essenza e renderla reale.

Pensate a quanto poco conosciamo del carattere – pensate a quanto poco sappiamo dell’arte.

Con questo breve scritto sulla scrittura (pubblicato nel 1924 come saggio inaugurale della nascente collana della casa editrice creata dalla Woolf e dal marito Leonard, la Hogart Press), nato probabilmente nella casa di Rodmell, ove visse per anni, e scritto nella stanza “tutta per sé” (aggiunta nel 1929 alla casa), la Woolf scomoda la tradizione letteraria inglese per riflettere e far riflettere, in realtà, sulle condizioni del romanzo del Novecento, evidenziandone le carenze e i fallimenti. Soprattutto ci spiega come le convenzioni, sociali e letterarie, abbiamo nel tempo modificato il punto di vista dello scrittore e il modo di narrare, creando esempi di scrittura profondamente diversi, a volte troppo lontani dalla sensibilità del lettore.

Mr. Bennett è il vecchio modo di narrare, da cui trarre spunti di riflessione e di discussione, con le sue “superate” descrizioni (ed esercizi di stile) dagli autori che vennero dopo, più attenti alla “natura” del personaggio, al carattere, alla Mrs. Brown nello scompartimento del treno, ma ancora troppo presi a scardinare le vecchie convenzioni per poterne teorizzare di nuove. Ciò che appare chiaro alla Woolf sono la fine della stagione dei grandi romanzieri (da Tolstoj a Flaubert, dalla Austen a Thomas Hardy) e il vuoto lasciato dalle epoche successive.

Perciò, osservate, lo scrittore georgiano ha dovuto iniziare sbarazzandosi del metodo in auge al momento. E’ stato lasciato solo, faccia a faccia con Mrs Brown, senza alcun metodo per raccontarla al lettore. Ma questo non è esatto. Lo scrittore non è mai solo. Con lui c’è sempre il pubblico – se non nello stesso posto, almeno nello scompartimento vicino.

La sfida che la Woolf lancia è proprio questa, riuscire a condurre Mrs. Brown e la sua storia fuori dallo scompartimento del treno (che da Richmond è diretto a Waterloo) per arrivare quindi al lettore. Ma perché ciò accada è necessario che lo scrittore veda Mrs Brown con i suoi piedi, chiusi in lindi stivaletti che a malapena sfiorano il suolo, che sappia cogliere la sua aria di sofferenza, di apprensione e che, soprattutto, sappia renderla reale.

In Le tre ghinee, Diario di una scrittrice e Una stanza tutta per sé, la Woolf ha affrontato il tema del mestiere di scrivere, con un occhio particolare alla scrittura femminile e alle oggettive difficoltà di esprimere la propria creatività in una società sorda alle esigenze delle donne e della loro arte.

Qui la scrittura sembra cercare nuovi padri a cui ispirarsi, luoghi familiari a cui tornare e regole sui cui modellarsi, senza tuttavia perdere di vista le Mrs. Brown, le signore dell’angolo di fronte.

Una convenzione in scrittura non è tanto differente da una convenzione nelle maniere. Sia nella vita che in letteratura è necessario possedere i mezzi per colmare il distacco tra la padrona di casa e il suo sconosciuto ospite da un lato, e tra lo scrittore e il suo ignoto lettore dall’altro.

Testo a fronte.
Traduzione di Adalgisa Marrocco.

Virginia Adeline Woolf (Londra 1882 – Rodmell, East Sussex, 1941), autrice di alcuni fra i più importanti romanzi inglesi del Novecento, frequentò da giovanissima i maggiori artisti e letterati dell’età vittoriana. Agli inizi del XX secolo diede vita con la sorella Vanessa e intellettuali quali E.M. Forster e J.M. Keynes al gruppo Bloomsbury, destinato a dominare per oltre un trentennio il panorama culturale inglese. Tra le sue opere principali ricordiamo La stanza di Jacob (1922), La signora Dalloway (1925), Al Faro (1927) e Orlando (1928).

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Rogas edizioni.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Teste Matte, di Guido Lombardi e Salvatore Striano (Chiarelettere, 2015) a cura di Lucilla Parisi

18 gennaio 2016
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Ambientato nei Quartieri Spagnoli di inizio anni Novanta, quando la zona era una cittadella dove le persone vivevano secondo proprie regole e dove la polizia veniva percepita come un corpo totalmente estraneo, il romanzo di Guido Lombardi e Salvatore Striano, Teste Matte (Chiarelettere, 2015), racconta la storia di due cugini, ancora bambini, Sasà e Totò, artisti del furto, mariuoli sempre alla ricerca di occasioni. Tra contrabbando, prostitute, soldati americani, troveranno presto un protettore, il ladro più abile del quartiere, ’O Barone. La madre di Sasà, Carmela, prova a frenare quel figlio che cresce troppo in fretta. Lei sa cos’è la malavita: suo fratello è in carcere per omicidio e da allora combatte contro chi si vuole vendicare.
Così Sasà si trova di fronte a una scelta paradossale, eppure l’unica possibile: entrare nella camorra per difendersi dalla camorra. Non ancora maggiorenne incontra i due uomini che gli cambieranno la vita: un trafficante di coca che tutti chiamano Rummenigge e un bandito detto Cheguevara, per il suo spirito rivoluzionario. Insieme combatteranno contro il boss dei Quartieri spagnoli, ’O Profeta, dando vita alla prima vera scissione nella storia della camorra napoletana. Dalle ceneri di questa guerra, nascerà qualcosa di mai visto prima: Le Teste Matte. Ragazzi così pazzi da dichiarare guerra a tutti i clan di Napoli.
Il romanzo, a tratti travolgente, nonostante le coincidenze costruite per non dare fiato al lettore a volte risultino un po’ troppo “cinematografiche”, è un buon libro, costruito sulla storia vera ed estrema di un gruppo criminale che ha osato combattere la camorra con le sue stesse armi.
Le Teste Matte, estranei ai codici d’onore, con un nome più da ultras calcistici che da malviventi di strada, sono giovanissimi. Molti di loro non hanno nemmeno vent’anni, sono più affezionati alle orge di cocaina che alle reverenze ai boss del quartiere. Si muovono nel dedalo di vicoli addossato alle strade della Napoli più commerciale e alle tradizionali riunioni mattiniere di stile camorristico preferiscono i giri in tarda sera sulle loro motociclette, mentre l’effetto della cocaina sta svanendo e nuove strisce e nuove guerre li aspettano con il calare totale del buio.
Dalle loro gesta ne nasce un romanzo fiume, un affresco su una delle zone più controverse della città partenopea, dove ai ritratti dei componenti della banda si affiancano quelli dei loro famigliari – su tutti quello di Carmela, la madre di Sasà – delle persone che vivono nei Quartieri Spagnoli, dei loro amici e dei loro nemici. E più la storia avanza verso un non scontato epilogo, più il ritmo si fa incalzante, violento, adrenalinico. I morti aumentano, così come l’abuso di droga, la follia collettiva e la disperazione di non riuscire a controllare un contro-potere una volta abbattuto il vecchio sistema malavitoso che imperversa per le strade.
Teste Matte è una lettura consigliata a tutti quelli che vogliono immergersi in una cronaca dolorosa e molto più vicina di quanto crediamo, un testo che, grazie al suo linguaggio semplice e diretto, può essere amato anche da lettori tutt’altro che forti.

Guido Lombardi (Napoli 1975) è regista, sceneggiatore e scrittore. Nel 2011 realizza il suo primo lungometraggio, Là-bas, vincitore del Leone del Futuro alla 68a Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia. Del 2013 è la sua opera seconda Take Five, in concorso al Festival di Roma e in cui figura come protagonista proprio Salvatore Striano. Sempre nel 2013 pubblica il suo primo romanzo, Non mi avrete mai (con Gaetano Di Vaio), edito da Einaudi.

Salvatore Striano è nato a Napoli nel 1972. Durante un periodo di reclusione nel carcere di Rebibbia ha frequentato corsi di recitazione, appassionandosi al teatro, soprattutto shakespeariano. Dopo essere uscito grazie all’indulto nel 2006, ha esordito nel cinema grazie al regista Matteo Garrone, che l’ha scritturato per il film Gomorra, tratto dal bestseller di Roberto Saviano. Dopo alcuni anni è ritornato in veste di attore a Rebibbia, dove ha interpretato il ruolo da protagonista di Bruto nel film dei fratelli Taviani Cesare deve morire. Nel 2015 firma insieme a Guido Lombardi Teste matte pubblicato da Chiarelettere: un romanzo travolgente e feroce, costruito sulla storia vera ed estrema di un gruppo criminale che ha osato combattere la camorra con le sue stesse armi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Chiarelettere.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Troppa importanza all’amore, Valeria Parrella – (Einaudi, 2015) a cura di Lucilla Parisi

24 giugno 2015
tr

Clicca sulla cover per l’acquisto

Troppa importanza all’amore. E’ un racconto della raccolta che dà il titolo al tutto. Dell’amore assoluto in queste pagine non vi è traccia. C’è la vita con tutto quello che comporta.
I problemi, grandi e piccoli, la paura, il tradimento, la malattia, l’età e la disabilità. Sì, poi ci sono le emozioni, gli affetti e gli amori, quelli con la “a” minuscola, che poi sono l’unica cosa che conta. Il segreto, se esiste, è quello di sentirlo il sapore, della vita. Fermarsi, se necessario, in silenzio, e guardare oltre. “Solo con Jude io mi sono potuto permettere la ricchezza del silenzio perfetto: perché sapevo che non stavamo perdendo nulla. E questa cosa qui se non l’hai mai sentita, non la puoi capire.”
Questione di punti di vista, poi: quello della figlia che ha raccolto le tracce lasciate dalle esistenze, sospese, dei genitori; quello del carcerato che esce e di quello che fine pena mai; quello dello specchio che rimanda un’immagine che fa innamorare.
Non c’è neanche il tempo e neppure un’altra vita, a parte quella che si sta vivendo. Il senso della fine pesa (ancor più se conti i secondi), almeno quanto il vuoto lasciato dalle domande mai fatte. Non rimangono che le risposte e, prima di darle, soprattutto a un figlio, bisogna pensarci veramente. “Pensarci veramente significa come quando a un marinaio gli togli tutti gli strumenti, pure la bussola, e gli dici di portare la nave seguendo quella stella là, ma veramente.”
Soprattutto, in queste pagine, c’è Valeria Parrella: lo straniamento e insieme il sentimento di appartenenza al mondo e alla città in cui vive sono sempre forti. Si ritorna nei vicoli, stranamente familiari, e si riconosce la luce che li attraversa, a mo’ di presagio. Il suo sguardo sul mondo ci restituisce dei personaggi autentici, terribilmente reali e a dir poco fantastici, come solo i personaggi delle fiabe sanno essere. Alcuni sono vivi, ma già morti. Altri li riconosci dalle scarpe che portano. “Quando mi raccontarono per la prima volta la storia di Alice e del coniglio […] io seppi l’importanza che avevano le porte per il mondo.”
Coglie il miracoloso dell’umanità e lo rende concreto, tangibile, possibile. Annulla le distanze e rende inevitabili le coincidenze. Tutto torna, insomma.
Raccontare la vita non è cosa semplice, c’è il rischio di prendere dei grossi abbagli. Qui, in queste pagine, a parte la lama di luce che dal quartiere Sanità “scende per gli scaloni a forcipe e, una volta sul marciapiede, scansa i motorini e si manifesta”, non vi sono inganni.
La scrittura della Parrella si concede e non si ritrae di fronte alla realtà, anche quella più difficile da accettare. Non rimane che farsene una ragione.
D’altronde, “da qualche parte, sotto la vita, c’è la vita.”

Valeria Parrella è nata nel 1974, vive a Napoli. Per minimum fax ha pubblicato le raccolte di racconti mosca piú balena (2003) e Per grazia ricevuta (2005). Per Einaudi ha pubblicato i romanzi Lo spazio bianco (2008), da cui Francesca Comencini ha tratto l’omonimo film, Lettera di dimissioni (2011), Tempo di imparare (2014) e la raccolta di racconti Troppa importanza all’amore (2015). Per Rizzoli ha pubblicato Ma quale amore (2010), ripubblicato da Einaudi nei Super ET nel 2014. È autrice dei testi teatrali Il verdetto (Bompiani 2007), Tre terzi (Einaudi 2009, insieme a Diego De Silva e Antonio Pascale), Ciao maschio (Bompiani 2009) e Antigone (Einaudi 2012). Per Ricordi, in apertura della stagione sinfonica al Teatro San Carlo, ha firmato nel 2011 il libretto Terra su musica di Luca Francesconi. Ha inoltre curato la riedizione italiana de Il Fiume di Rumer Godden (Bompiani 2012). Da anni si occupa della rubrica dei libri di «Grazia» e collabora con «Repubblica».

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mi sa che fuori è primavera, Concita De Gregorio (Feltrinelli, 2015) a cura di Lucilla Parisi

15 giugno 2015

9Semmai vorrei essere capace di spiegare la sensazione fisica che provavo ogni volta che le prendevo in braccio. In quella specie di slancio e di abbandono che ha il corpo di un bambino quando si lascia sollevare: Livia restava sempre intera, integra. Con una rigidità verticale interna, non saprei come dire. Era sempre lei. Alessia invece te la spalmavi addosso, diventava un calco del mio corpo. Diventava me. Avevano consistenze diverse. Si poteva sapere da quel modo di lasciarsi abbracciare che persone sarebbero diventate.

Irina se lo ricorda bene quel modo, perché Livia e Alessia sono le sue bambine, anche ora che non sono più con lei, da quando nel 2011 il marito Mathias se l’è portate via, portandosi con sé, dopo il suicidio, la verità sulla loro scomparsa.
La storia è nota. Un caso di cronaca come tanti, di bambini scomparsi e non ancora tornati e Irina Lucidi è la madre rimasta a vivere nonostante il dolore che spezza il fiato. Le indagini non hanno portato a nulla. Nessun cadavere, ma neppure nessuna strada da percorrere che non finisca alla stazione di Cerignola, dove Mathias si era lasciato investire da un treno in transito.

La storia di Irina trova le parole di Concita De Gregorio che ha saputo rendere in queste pagine molto di più della testimonianza di una donna sopravvissuta al dolore: vi troviamo anche l’emozione viva del racconto di una vita. Così Irina, di madre tedesca e padre italiano, vissuta a Bruxelles e poi a Losanna, ripercorre la propria storia fino alle più lontane origini, a quella bisnonna americana a cui era stata strappata la figlia Mayme, ancora in fasce, proprio dall’uomo che amava e che se l’era portata in Italia. Quella bambina è la nonna a cui Irina è profondamente legata e a cui affida i suoi più profondi pensieri.

Il dolore da solo non uccide e io sono viva. Dunque devo vivere, perché finché ci sono ci sarà il ricordo di chi non è più con noi. Vivo, il ricordo: vive loro nei pensieri. Dimenticare, nonna. Tu che hai camminato per un secolo lo sai che niente si dimentica ma tutto, a momenti, si deve poter prendere e mettere in un posto.

Come quella bisnonna lontana, Irina ha rivissuto quello stesso oltraggio, l’offesa più grande, quella di essere privata delle proprie figlie. Un destino che si ripete, un dolore rinnovato, che pone nuovi quesiti, nuove prospettive: cose da non dimenticare e cose per cui vale ancora la pena vivere, anche se gli altri vogliono vedere in questa rinascita, nel tentativo mai semplice di ricostruirsi una vita, la colpa per tutto, anche della felicità ritrovata. Irina però non può e non vuole fermarsi, perché dalla sua sopravvivenza dipende quella delle proprie figlie, nonostante tutto, comunque vada.

Parole aperte cariche di significati. Con Mi sa che fuori è primavera Concita De Gregorio ci regala una storia autentica: Irina e le balene dei suoi sogni, quelle di viaggi lontani, compiuti e ancora da compiere. Irina e la sua lotta per la ricerca della verità, più di prima, nel tentativo di riaprire indagini, di ripercorrere strade nuove, alla ricerca delle sue figlie che ancora aspetta.

“Non torneranno, nonna, lo so. Ma non potrei vivere senza sapere che nella mia casa c’è un posto per loro. Il posto che le aspetta, se dovessero bussare e chiedere: il nostro letto, mamma, in questa casa dov’è.”

Concita De Gregorio si è laureata all’Università di Pisa. Ha iniziato a lavorare come giornalista nei quotidiani locali, è entrata con una borsa di studio a “Repubblica” dove è rimasta per vent’anni come inviata di politica e cultura. A “Repubblica” è tornata come editorialista dopo aver diretto, dal 2008 al 2011, “l’Unità”. Conduce il programma di RaiTre Pane quotidiano, è cofondatrice della rivista spagnola “Ctxt”. Ha quattro figli. Nel 2001 ha pubblicato Non lavate questo sangue. I giorni di Genova sul G8. Tra i suoi libri successivi Una madre lo sa. Tutte le ombre dell’amore perfetto (2007), Malamore. Esercizi di resistenza al dolore (2009), Così è la vita. Imparare a dirsi addio (2011), Io vi maledico (2013) e l’avventura letteraria a quattro mani con il figlio adolescente Un giorno sull’isola. In viaggio con Lorenzo (2014). Per “I Narratori” Feltrinelli ha pubblicato Mi sa che fuori è primavera (2015).

:: Via Ripetta 155, Clara Sereni – (Giunti Editore, 2015) a cura di Lucilla Parisi

5 giugno 2015

6Non mi importava del freddo, non mi importava della fame che ancora, soprattutto a fine mese, mi faceva sognare un panino col tonno o col prosciutto. Non mi importava di niente, non mi preoccupavo di niente: direi che ero felice, benché la parola suoni anche a me eccessiva. Ero piena di me. Poter dire casa mia. E poi lì, a via Ripetta, la strada dove avevo trascorso il primo Capodanno adulto, di scoperta e di politica […]. Il futuro era un cantiere aperto, molte e grandi cose da fare. Senza timore di infortuni.

Questo è uno di quei libri che sanno farti star bene. Sì, perché finalmente in un’epoca di individualismo imperante e di totale assenza di partecipazione, che altro è dalla condivisione del tutto e a ogni costo sui social network, si ritorna a parlare di quando davvero si era parte di qualcosa. Di quando le idee erano la base, il punto di partenza – almeno nelle intenzioni – del cambiamento, perché le cose si potevano ancora cambiare; di quando la lotta non era il fine, ma il mezzo per affermare, contestare, abbattere, sovvertire, creare. In cui i luoghi di riunione e confronto erano reali e non virtuali e dove si guardava al presente proiettati al futuro. E forse pensavamo che nulla sarebbe accaduto comunque, di nuovo quel senso di stare dalla parte giusta, di invincibilità.

Ritrovarsi a Roma mentre leggevo il nuovo libro di Clara Sereni è stata una piacevole coincidenza. Ho guardato la città oltre il peso di quei ridicoli addobbi e lustrini che la ricoprono come una vecchia baldracca, cercando di riconoscervi l’aspetto che poteva avere ben oltre quarant’anni fa. Ho provato a ritrovarvi i segni lasciati da quella tensione positiva che la rendeva viva e pulsante.

Con l’autrice è stato bello ripercorrere un decennio significativo della nostra storia – dal ’68 al ’77 –, anni in cui, poco più che ventenne, Clara Sereni scoprì in via Ripetta 155, l’indirizzo della sua nuova casa: il luogo del riscatto da una famiglia ingombrante e l’inizio della sua crescita umana e politica. Via Ripetta al civico 155 non è ancora via della Scrofa ma è a cinque minuti a piedi da Piazza Navona dove tutto succedeva, ci si incontrava si discuteva si cantava.

Gli eventi più significativi di quegli anni fanno da sfondo all’autobiografia di un’intera generazione in movimento, spinta dalla incontenibile forza delle idee e dalla necessità di rivoluzione.

Lotta continua aveva cominciato la sua battaglia contro il commissario Calabresi: delle colpe della polizia eravamo certi, non solo Piazza Fontana ma Pinelli e anche Valpreda erano ferite che non potevano rimarginarsi. E tutti gli altri morti ammazzati nelle manifestazioni e negli scioperi, una lunga teoria di lapidi. […] La vittoria del referendum sul divorzio era ancora calda, presente. Alla manifestazione per ricordarla non andai, avevo un lavoro urgente da finire. Poi la polizia di Cossiga sparò, morì Giorgiana Masi a ponte Garibaldi, poco lontano da casa mia dove io me ne stavo tranquilla: mi sentii in colpa. […] la rabbia per Giorgiana Masi ci toglieva ogni timidezza.

I cortei, le riunioni, le proteste erano la forma più naturale di confronto: erano momenti significativi di aggregazione, capaci di avvicinare i più giovani ai meno giovani, per condividere pensieri che erano più che sogni e trovare insieme le modalità per dare loro concretezza, nonostante tutto.

Scioperi e scioperi. Le manifestazioni di piazza […] i cortei improvvisati nei reparti. Dunque malgrado le minacce la lotta non si fermava, gli operai non erano mai stati così forti. […] Insomma era chiaro, da ogni parte provavano a fermare le lotte, il progresso, il mondo.

La storia personale di Clara Sereni è solo il pretesto per raccontarci molto più di un pezzo di vita: si tratta di dieci anni di storia saturi di eventi e occasioni mancate, soprattutto per chi poi è rimasto a guardare il crollo di ideali che sembravano non poter fallire e ad assistere all’imbruttimento e impoverimento umano e politico di un Paese che non ha più niente da dire.

Tornando verso via Ripetta la luna splendeva sul Gianicolo e illuminava tutta Roma, stesa davanti a noi che sembrava di poterne toccare ogni via, ogni palazzo, ogni chiesa: la città l’avevamo già presa, ora la speranza concreta era nel sorpasso del Pci sulla Democrazia cristiana alle elezioni politiche. […] C’era la convinzione che l’Italia potesse cambiare, anzi che fosse già cambiata, e che del mutamento fosse ora possibile cogliere i frutti. […] Solo che il sorpasso non ci fu: di fronte al pericolo comunista gli italiani si tapparono il naso, e la Democrazia cristiana si confermò, seppure di poco, il primo partito. […] La piccola borghesia affilava le unghie senza più vergogna di sé, e ancora ci raccontavamo di una rivoluzione possibile.

Non ci sono giudizi in questo libro, non ci sono recriminazioni o prese di posizione. Ci sono i fatti così come raccontati da chi li ha vissuti in prima persona. In quegli anni tutto era possibile e necessario. Insomma, erano i tempi in cui bastava essere sull’agendina di qualcuno perché polizia e carabinieri costruissero sospetti di congiure, di terrorismo. […] La polizia massacrava alla stazione Termini quelli che tentavano di ripartire con il treno, ma massacrati eravamo tutti da quella svolta violenta che non avevamo voluto, e che ci travolgeva. Non con lo Stato, non con le Brigate rosse, non con l’Autonomia, non con i provocatori quali che fossero: soli con noi stessi. […] Discutevamo poco, non trovavamo più le parole. Dubitavamo ormai di tutto, delle parole dei dirigenti come di quelle dei giornali.

Camminando su via Ripetta ho alzato lo sguardo al 155 e mi è sembrato che qualcosa ancora ci fosse da vedere. Forse i quattro piani di scala a chiocciola o il soffitto a cassettoni dell’appartamento, il tinello o lo scaldabagno montato in orizzontale anziché in verticale per via della scarsa pressione dell’acqua, o qualche incontro interessante.

Elegantissimo nel lungo soprabito imparato a Londra […], per grazia o per smemoratezza Mario Monicelli mi chiamava Esmeralda; Nanni Loy si scelse come nuova compagna una mia amica; con Sergio Amidei ebbi l’unico scontro verbale da cui – in tutta la mia vita – sia uscita vincitrice […]. Attraverso di loro amavo il cinema, anche quello più difficile, accanto a loro mi indignavo per gli interventi della censura, attraverso i loro racconti entravo nei meandri delle commissioni culturali del Psi e soprattutto del Pci: […] la mia formazione culturale e politica veniva da lì.

C’è questo e altro nel libro di Clara Sereni: si parla anche di amori, di cinema, di figli e di non-matrimoni. Soprattutto si parla di Roma in un modo che molti di noi non ricordano neppure. E’ un viaggio lungo le sue strade di allora che non sono più quelle di oggi, ma in cui – come un tempo – è bello soffermarsi a guardare e a pensare.

Un’alba limpidissima e rosata, attraversando il Gianicolo per scendere da Monteverde a via Ripetta, regalò una vista lunga verso i Colli, ancora senza smog: ci stringemmo forte, un momento di pace solitaria in cui una grande futuro era a portata di mano. Ci sentivamo a buon diritto dentro le magnifiche sorti e progressive.

Clara Sereni è nata a Roma nel 1946 e vive a Perugia. È una delle più importanti scrittrici italiane contemporanee. Da anni impegnata nel mondo del volontariato, è stata per oltre un decennio presidente della Fondazione “La Città del Sole” – Onlus, che costruisce progetti di vita per persone con disabilità psichica e mentale. Ha pubblicato: Sigma Epsilon (1974), Casalinghitudine (1987), Manicomio primavera (1989), Il gioco dei regni (1993), Eppure (1995), Taccuino di un’ultimista (1998), Passami il sale (2002), Le Merendanze (2004), Il lupo mercante (2007) e Una storia chiusa (2012). Ha curato anche le raccolte di testimonianze intorno al tema della disabilità e della diversità: Mi riguarda (1994), Si può! (1996) e Amore caro (2009). Dirige per l’editore Ali&no la collana “le farfalle”.