:: Alle fronde dei salici, Salvatore Quasimodo, (Tutte le poesie, Mondadori, 2003, Curatori: Gilberto Finzi) a cura di Laura M.

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

3Alle fronde dei salici comparve per la prima volta nel 1946, a Milano, nella raccolta Con il piede straniero sopra il cuore, in “Quaderni di costume” di Giancarlo Vigorelli. Poi nel febbraio del 1947 fu pubblicata da Mondadori nella raccolta Giorno dopo giorno.
Scritta alla fine dell’inverno del 1944, in endecasillabi sciolti, Alle fronde dei salici è una sorta di manifesto poetico, che da un lato descrive gli orrori della guerra e dall’altro l’impotenza del poeta a far vivere la sua Musa, circondato da tanto orrore.
Nasce come un atto di indignazione alla domanda inespressa e sottintesa “perché i poeti hanno taciuto durante il conflitto”, con il suo attacco E come potevamo noi cantare, in cui Quasimodo oltre a eleggersi portavoce di tutta una categoria di artisti, racchiusa in quel “noi“, sottolinea che la poesia è un atto di gioia, un modo di comunicare bellezza e meraviglia, simbolizzatta appunto dalla parola canto.
Di contro l’orrore della guerra, rappresentato dall’oppressione morale dello straniero che strazia il “cuore”, fonte originaria della poesia, e da immagini molto vivide di dolore e disperazione: i morti non sepolti abbandonati nelle piazze come monito, dove termini come “dura” e “ghiaccio” ne accrescono l’asprezza; il lamento e il pianto dei bambini, e qui c’è un primo richiamo all’ agnello sacrificale biblico, questa volta del Nuovo Testamento, il Cristo, ripreso nell’immagine di più forte impatto emotivo, (con l’uso dell’unica sinestesia urlo nero) della madre ai piedi del figlio crocifisso sul palo del telegrafo, simbolo di modernità e di comunicazione.
Il silenzio è l’unica voce che al poeta resta difronte alla guerra, un silenzio carico di pathos e significati, non un atto di codardia o di aridità, ma un silenzio se vogliamo “morale” fatto di sgomento e strazio, ma soprattutto una libera scelta fatta per voto, come appunto evidenzia nei versi finali con l’immagine anche qui biblica delle cetre appese ai salici, riferimento al salmo CXXXVII:

Sui fiumi di Babilonia,
là sedevamo piangendo
al ricordo di Sion.
Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.

Con quel di nuovo ripetersi di “nostre” a sottolineare la comunione di tutti i poeti e il loro non rinchiudersi in un isolato sentire, è infatti evidente l’abbandono del poeta dell’ermetismo verso un modo di far poesia se vogliamo di forte impatto etico e sociale, è del 1945 infatti la sua iscrizione al Partito Comunista Italiano, partito a cui aderirà solo per pochi, ma da allora sarà sempre vicino alle tematiche della sinistra.
Con l’avvicinarsi della Liberazione, forse questa poesia, meglio di lunghi discorsi, può racchiudere lo spirito e il senso di questa celebrazione.

Salvatore Quasimodo declama la poesia

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