Posts Tagged ‘Laura M.’

:: Congiura, Federica Introna (Newton Compton, 2017) a cura di Laura M.

22 maggio 2017
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La liberta Epicari è alla base di una congiura che vuole eliminare Nerone, il tiranno che dopo aver incendiato mezza Roma ne ha dato la colpa ai cristiani. Tra i tanti crimini commessi da Nerone c’è anche l’assassinio di sua madre Agrippina rea soltanto di farsi notare a corte. Marco Aurelio Mela torna a Roma dal fratello che gli racconta la storia di Epicari, la congiurata. Epicari era la domina della madre di Proculo, ma una notte assistette alla violenza e quindi al suicidio di una ballerina che danzava durante una cena sulla nave di Proculo. Data l’indifferenza di quest’ultimo per il tragico fatto, Epicari fugge con la sua schiava e sbarcata a Roma torna dal suo vecchio padrone al quale racconta le sue peripezie. A casa di Varo Epicari diventa un’ esperta tessitrice tanto da rifornire persino la casa di Nerone, ovvero al sua seconda moglie Poppea. Da qui in poi Marco Aurelio Mela narra i tragici fatti che portarono alla congiura contro Nerone. Per chi conosce la storia, le vicende legate a Epicari, personaggio realmente esistito, sono note, Tacito le narra negli Annales e finanche Boccaccio ne De mulieribus claris, per chi non li conoscesse non voglio anticipare gli accadimenti, rovinandone la lettura. Sta di fatto che questa è una storia di coraggio, lealtà e eroismo, non di meno funestata da tradimenti egoismi, e crudeltà, dove una donna, per lo più una liberta, (nell’ Antica Roma un liberto era uno schiavo affrancato che riacquistava appunto la libertà) è la vera protagonista. Immedesimarsi in Epicari, donna tra l’altro bellissima, non è automatico, ma nel contempo non se ne può non ammirare il coraggio, e la forza che ne fanno un personaggio sicuramente eccezionale. Per chi ama la storia, e i romanzi ambientati nell’Antica Roma, Congiura è sicuramente un romanzo interessante, scritto da una professoressa di materie letterarie e latino, che conosce bene la vicenda e forse come il lettore è indubbiamente affascinata da questo personaggio insolito e singolare. Buona lettura.

Federica Introna è nata a Bari dove si è laureata in Lettere e ha poi conseguito il Dottorato di ricerca in Filologia greca e latina. Ha pubblicato diversi saggi scientifici fra cui La retorica nell’antica Roma. Attualmente insegna Materie letterarie e Latino nei licei e continua la sua attività di ricerca. Per promuovere la lettura e la scrittura partecipa all’organizzazione di eventi e concorsi. La congiura è il suo primo romanzo.

Source: acquisto personale al Salone del libro.

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:: La ragazza del dipinto, Ellen Umansky (Newton compton, 2017) a cura di Laura M.

22 marzo 2017
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Esce domani un romanzo accolto molto positivamente dalla critica dal titolo La ragazza del dipinto (The Fortunate Ones, 2017), della scrittrice americana Ellen Umansky, tradotto da Adriana Cicalese, ed edito da Newton Compton.
La ragazza del dipinto narra la storia di Rose e Gerard, due giovani fratelli, che all’ inizio dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando a Vienna e in altri stati europei le famiglie mettevano in salvo i figli perché sapevano che le ombre della guerra sarebbero state fosche (anche se nessuno immaginava le proporzioni del genocidio che i nazisti avevano in mente), lasciano il loro paese.
Rose abbandona così gli eleganti genitori e l’appartamento al centro di Vienna dove è conservato un importante quadro di Soutine, artista ebreo già di chiara fama e si rifugia a Londra, accolta da una coppia di ebrei osservanti, mentre il fratello è accolto da un’ altra famiglia.
Lo strazio della separazione è grande anche se non così grande non essendo consapevole che non vedrà più Mutti e Papi che saranno deportati e moriranno a Auschwitz nell’ultimo inverno di guerra.
Rose si rimprovererà sempre di non aver fatto di più per loro, consapevole che se avessero raggiunto l’Inghilterra si sarebbero salvati. Poi sposa Thomas un ingegnere e trova un lavoro di insegnante in una scuola inglese di buon livello.
Ma il marito viene trasferito in America dove Rose incontra Lizzie una ragazza il cui padre era amico di Rose e aveva posseduto il Fattorino fino a che era stato rubato dalla sua casa assieme ad altri quadri. Poi il quadro tanto amato dalla madre di Rose ricompare. Quale è il mistero legato a questo prezioso dipinto? Ecco il mistero su cui ruota l’intera storia, anche se il mistero più difficile da sondare resta sempre quello intorno al cuore umano.
Tra le vicende orrende della guerra e la vita un po’ più calma nel nuovo continente la trama si dipana narrando una parte molto significativa della nostra storia. La ragazza del dipinto è se vogliamo l’affresco corale di un’ epoca travagliata e nello stesso tempo affascinante, dove si toccano temi come la perdita, il senso di colpa, la luce rasserenante dell’arte, l’amicizia, e il perdono.
Una lettura da fare soprattutto se amate approfondire le vicende legate alla Seconda guerra mondiale e ai suoi sopravvissuti. Certo è una storia di fantasia ma molto attenta alle dinamiche psicologiche e capaci di rivelare piccoli tratti di suspense.

Ellen Umansky è cresciuta a Los Angeles e vive a Brooklyn con il marito e le sue due figlie. Ha pubblicato sia racconti che saggi, apparsi, tra gli altri, su «New York Times», «Salon» e «Playboy». Ha lavorato nelle redazioni di «The New Yorker», «Forward» e «Tablet». La ragazza del dipinto è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato in anteprima dall’editore, ringraziamo Antonella dell’ufficio stampa Newton Compton.

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:: L’ occhio dello zar, Sam Eastland, (il Saggiatore, 2010) a cura di Laura M.

18 giugno 2016
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Vagando per mercatini dell’usato si possono fare scoperte interessanti, anche quando non si cerca un determinato libro, ma ci si lascia guidare in un certo senso dal caso. Ci si può imbattere in un libro del 2010, edito da il Saggiatore, dal titolo quanto meno enigmatico L’occhio dello zar, (Eye of the Red Tsar) tradotto da Giancarlo Carlotti.
Lo zar rosso del titolo (originale) è sicuramente Stalin, e ammettiamolo romanzi, in questo caso di taglio poliziesco, con lui protagonista me ne vengono in mente pochi, forse giusto Archangel di Robert Harris.
Scritto da un fantomatico Sam Eastland, nom de plume di uno scrittore inglese che vive in America (questo sappiamo dalle scarne note biografiche) che se non è uno storico in pensione quando meno ha il piglio e un certo amore per i dettagli tipico di questa professione. Ma naturalmente oggi c’è Wikipedia, quindi basta fare una velocissima ricerca e si scopre che il suo vero nome è Paul Watkins, classe 1964, di fatto insegnante oltre che scrittore, e la bella notizia è che di romanzi con protagonista Pekkala, il nostro investigatore finlandese nella Russia staliniana, ce ne sono parecchi, (almeno 7) l’ultimo di quest’anno dal titolo Berlin Red. In Italia sempre il Saggiatore ha pubblicato anche il secondo volume della serie, Bara rossa, ma non devono avergli fatta molta pubblicità, perlomeno io non ne avevo mai sentito parlare.
La domanda che sembra avere ispirato la stesura di L’occhio dello zar, sembra senz’altro Che cos’è successo realmente ai Romanov?Russian_Imperial_family,_1913_a È indubbio questo è un romanzo frutto di fantasia, non un saggio storico che deve attenersi al criterio della veridicità assoluta, pur se vogliamo, anche in passato, la fantasia ha galoppato parecchio, pensiamo solo a cosa sorse intorno alla principessa Anastasia, scampata, non scampata, libri, film, testimonianze più o meno contrastanti, e non solo. Sembra che ogni membro della famiglia sia rispuntato da qualche parte, in qualche luogo.
La verità è probabilmente molto più prosaica (e sembra confermata dai riscontri del DNA), il 17 luglio 1918, a Ekaterinburg, la famiglia imperiale fu sterminata. Fu fatto per motivi politici (sicuramente), o per avidità, (il tesoro degli Romanov, non è esattamente una leggenda metropolitana).
Dunque questa prima indagine è incentrata sull’uccisione dei Romanov e sulla volontà di Stalin di recuperare il loro tesoro. Tra passato e presente (il 1929) dunque seguiamo le gesta di Pekkala, guardia segreta dell’ultimo zar Nicola II, incaricato proprio dell’incolumità della famiglia imperiale, e per questa ragione dopo la Rivoluzione spedito in Siberia, come molti in quel periodo.
Per 10 anni dunque il nostro è solo il prigioniero 4745- P nel campo di lavoro di Borodok. Ma le sue doti investigative sembrano troppo preziose per starsene lì inoperose, e Stalin stesso ordina la sua liberazione, in cambio deve recuperare i cadaveri dei Romanov e il favoloso tesoro che apparteneva alla famiglia imperiale. Tutto risale alla notte in cui furono massacrati e i corpi furono gettati in un pozzo. Pekkala è convinto che manchi lo zarevič Aleksej. Ma quando Pekkala e il fratello Anton vanno alla Casa Ipatiev, una grande sorpresa li attende.
Ma il mistero dello zarevič continua. E Pekkala è l’unico di cui lo Zar rosso si fidi, come al tempo dello Zar Romanov, le sue eccezionali doti investigative sono più rare e preziose di un credo politico.

Sam Eastland è lo pseudonimo di uno scrittore inglese. Il Saggiatore ha pubblicato L’occhio dello zar (Supertascabili, 2011), prima avventura dell’ispettore Pekkala.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Combatti per Roma, Douglas Jackson (Newton Compton, 2015) a cura di Laura M.

12 giugno 2016
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Douglas Jackson è assieme a David Gibbins, Conn Iggulden, Ben Kane, Anthony Riches e Simon Scarrow, uno dei miei autori preferiti di sword and sandal, specializzati nell’Antica Roma. Di autori ce ne sono altri, tutti validi e competenti (nella ricostruzione del periodo storico), ma questi sono i principali che mi hanno avvicinato al genere, non forse una lettura prettamente femminile, ma tant’è anche il noir dicono che non lo sia. Alcuni sono specializzati in grandi battaglie, altri hanno un taglio più intimista. Ma insomma l’Antica Roma è un periodo che mi ha sempre affascinato, specialmente il periodo in cui i primi cristiani iniziarono a diffondere il loro credo, antitetico se vogliamo agli usi e costumi pagani. Una vera minaccia, e se vogliamo Nerone non si sbagliava più di tanto a giudicarla tale. Il cristianesimo minò davvero le fondamenta dell’Impero Romano e lo sconfisse. Come ci riuscì una religione di pace e fratellanza, per lo più formata da adepti che si riunivano nel nascondimento delle catacombe o rischiavano di finire mangiati dai leoni nell’arena? Resta un mistero, ma sta di fatto che spesso porre il Mondo Romano in antitesi con quello Greco, (lo si fa forse anche inconsciamente, i primi rozzi soldati, i secondi filosofi, poeti, e pensatori), svilisce la grandiosità di ciò che l’Impero Romano fu, non solo il drago dell’Apocalisse di Giovanni insomma. Proprio per questo lo scontro di civiltà fu titanico, ma ciò che andò perduto non fu solo violenza, ignoranza, e barbarie. Ricordiamoci che seguì il Medio Evo, e forse solo Carlo Magno fu investito da quel sogno che con la fine dell’Impero romano era morto. E non parlo solo di conquiste territoriali, imperialismo e avidità più o meno rapace. Il sincretismo religioso del paganesimo romano ne è un segno, l’Antica Roma assorbiva come una spugna tutto ciò che fosse degno e utile con uno spirito tollerante raramente presente nei secoli successivi. Dunque acquedotti, libertà, cultura, diritti, l’Antica Roma fu soprattutto questo, non solo conquiste militari e saccheggi. E’ indubbio comunque che il genere sword and sandal, parli anche di quest’ultime componenti, e lo fa con un’accuratezza incredibilmente scrupolosa, pensiamo solo a Anthony Riches. Douglas Jackson è forse più attento alle dinamiche interne, o almeno lo è in Combatti per Roma, seconda storia con Gaio Valerio Verre che abbiamo imparato a conoscere in L’eroe di Roma. Dopo i libri con Caligola e Claudio, qui abbiamo Nerone che tesse le sorti dell’Impero, in questa serie che ha già all’attivo sei libri. Combatti per Roma parla esattamente dei temi che più a me interessano, e lo fa con il taglio avventuroso e movimentato tipico del genere. Cosa è disposto a fare Gaio Valerio Verre per difendere Roma dai temibili seguaci del Nazareno? Fino a che punto saprà spingersi, senza farsi troppo affascinare da questa nuova religione che sembra prometta la vita eterna? Trovare un pescatore, Pietro, capo dei seguaci di questa nuova religione, diventerà quindi la sua missione, lui che ha combattuto valorosamente in Britannia, perdendo una mano e guadagnandoci una ferita al volto. Una missione affidatagli direttamente dall’ Imperatore Nerone, paranoico (fino a un certo punto diremo noi col senno di poi). Ma un altro cruccio affligge Gaio Valerio, la sua amata sorella Olivia è sofferente e sembra non riuscire a riprendersi, sarà questo fatto a spingerlo da un medico giudeo che gli da una polvere che da alla ragazza un parziale miglioramento. Sarà proprio la malattia della sorella a spingere Gaio Valerio a credere nei miracoli, e ad avvicinarsi a questa nuova religione così pericolosa che dovrebbe combattere? Naturalmente non vi anticipo altro ma vi basti sapere che Seneca in persona, aiuterà il nostro nella ricerca di Pietro, per trovare le prove che è davvero il capo di coloro che congiurano e combattono per la rovina di Roma. Se amate il genere, da non perdere. Questo autore scozzese è davvero bravo. Stile scorrevole, facilità di lettura, affatto noioso, con una discreta caratterizzazione dei personaggi. Traduzione di Valentina De Rossi.

Douglas Jackson, ex giornalista, nutre da sempre una grande passione per la storia romana. Vive in Scozia, con la moglie e tre figli. È autore, tra gli altri, dei romanzi Il segreto dell’imperatore, Morte all’imperatore! e L’eroe di Roma, pubblicati dalla Newton Compton. I suoi libri sono tradotti in 7 Paesi. Per saperne di più: www.douglas-jackson.net

Source: acquisto personale in un Mercatino dell’usato.

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:: Il figlio di Ramses – Il ladro di anime, Christian Jacq (Tre60, 2016) a cura di Laura M.

31 maggio 2016
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Mentre si sta preparando un’ altra invasione dell’ Egitto il generale Ramesse figlio di Ramses torna a Melfi nella speranza di potere evitare al regno un nuovo massacro. Il principe Setna, il figlio minore viene gettato nelle acque del Nilo durante una tempesta, ma non affoga, lo salva Fiore una bellissima fanciulla, che non è assolutamente quello che sembra e dopo tutto lui ha sempre nel cuore Sekhet. A corte però la notizia della sua morte si diffonde come una macchia nera, mentre lui invece si dirige verso Bastet alla ricerca del vaso sigillato che contiene il segreto di Osiride, l’unica arma per fermare il Mago Nero.
Il ladro di anime è il terzo capitolo della serie dedicata alla saga di Setna, l’ultimo capitolo, La città sacra, (in cui scopriremo finalmente se il Mago Nero sarà sconfitto) sarà pubblicato a luglio sempre da Tre60. Tradotto da Maddalena Togliani, il libro ci riporta nell’antico Egitto tra maledizioni e incantesimi, testi sacri e creature demoniache, in uno slancio sempre più fantasy che vede contrapposte le forze del male e del bene in una lotta senza esclusione di colpi. E c’è anche spazio per l’amore, la storia d’amore tra Setna e Sekhet, infatti continua, sebbene anche Ramesse sia innamorato della ragazza.
Insomma Christian Jacq forse rivolgendosi a un pubblico più giovane, confeziona una storia capace di portarci in un tempo lontano, sempre all’altezza di evocare mistero e avventura. Una lettura consigliata comunque a tutte le età, e soprattutto agli appassionati di Egitto e antichità. Non proprio un romanzo storico, ma sicuramente impreziosito da accurati dettagli storici che ne fanno un capolavoro del genere.

Christian Jacq, nato a Parigi nel 1947, scopre il fascino dell’Antico Egitto a tredici anni, attraverso alcuni libri della biblioteca di famiglia. Quattro anni dopo riesce a coronare il sogno di visitare la terra dei Faraoni e in quel momento il suo destino gli è chiaro: dedicherà la propria vita a quel Paese, a quella Storia, a quel mondo. Dopo aver studiato Lettere e Filosofia, il giovane Jacq si dedica allo studio dell’Archeologia e dell’Egittologia, conseguendo prima la laurea e successivamente un dottorato presso la Sorbona. Dopo aver pubblicato diversi saggi ed essersi guadagnato gli elogi del mondo accademico francese, Jacq decide di cimentarsi nella narrativa. Il successo arriva nel 1995 con la saga di Ramses: pubblicata in 29 Paesi, raggiunge ogni record di vendita.Oggi Christian Jacq torna con una nuova saga dedicata all’Antico Egitto che, grazie alla sua passione per quella civiltà ancora ricca di misteri, ai suoi numerosi studi e alla sua strepitosa vena narrativa, sta nuovamente scalando le classifiche internazionali.

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:: La tomba maledetta. Il figlio di Ramses, Christian Jacq (TRE60, 2016) a cura di Laura M.

13 febbraio 2016
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Il fascino dell’ Egitto antico sembra davvero senza tempo e destinato sempre a nuove rinascite se pensiamo che Christian Jacq è tornato con una nuova serie destinata molto probabilmente a riscuotere il meritato successo di opere come Il figlio della Luce, La battaglia di Quadesh, L’ultimo nemico (alcuni dei cinque libri che compongono la serie Il Grande romanzo di Ramses).
Chi ha qualche anno in più non può non ricordarle assieme al suo prolifico autore, forse lo scrittore egittologo più celebre al mondo. Christian Jacq nacque a Parigi nel 1947 e fin da giovanissimo fu attratto dalla magia dell’Antico Egitto, per poi specializzarsi con un dottorato sugli studi sull’Antico Egitto alla Sorbona.
Faraoni, piramidi, mummie, principesse velate e tesori sono diventati grazie a lui (senza nulla togliere alla letteratura di genere tra fine Ottocento e inizi Novecento) scenari consueti dell’immaginario comune e i suoi meriti non si limitano a pure opere divulgative o romanzesche. E’ autore infatti di un nutrito apparato saggistico, di indubbio valore scientifico, che lo differenzia da molti che scrissero d’Egitto senza avere le sue approfondite conoscenze. La letteratura naturalmente è fatta di fantasia, (anche il nostro Salgari ne scrisse, pensiamo a Le figlie dei Faraoni, certo senza essere un egittologo) ma se amate dare profondità scientifica alle vostre letture fantastiche non potete evitare di leggere Jacq.
La nuova serie Il figlio di Ramses, esordisce con La tomba maledetta (La Tombe maudite, 2014) edito da Tre60 e tradotto da Stefania Barontini Conversano (di prossima pubblicazione Il libro proibito).
Dopo vent’anni qualcosa doveva cambiare dalla prima serie dedicata a Ramses e se vogliamo la prima cosa che notiamo è il taglio poliziesco che l’autore ha dato alla sua storia, e un pizzico di fantasy, le arti magiche, le leggende, le maledizioni, sono parti integranti del mondo antico e al centro di questa storia c’è proprio il furto del vaso sigillato di Osiride che contiene il tesoro dei tesori, il segreto della vita e della morte. Scoprire chi è stato a rubarlo spetterà al giovane figlio di Ramses II aiutato dalla bellissima Sekhet, anch’essa esperta di arti magiche, Setna dovrà opporsi alle forze del male in una battaglia senza esclusioni di colpi per difendere il regno del padre e l’intero Egitto.
Avventura, magia, mistero, amore, gli ingredienti ci sono tutti per una storia appassionante e coinvolgente. La scrittura è semplice e lineare, piacevole anche per i giovani lettori, che diventeranno magari i nuovi Jacq di domani. Consigliato.

Christian Jacq, nato a Parigi nel 1947, scopre il fascino dell’Antico Egitto a tredici anni, attraverso alcuni libri della biblioteca di famiglia. Quattro anni dopo riesce a coronare il sogno di visitare la terra dei Faraoni e in quel momento il suo destino gli è chiaro: dedicherà la propria vita a quel Paese, a quella Storia, a quel mondo. Dopo aver studiato Lettere e Filosofia, il giovane Jacq si dedica allo studio dell’Archeologia e dell’Egittologia, conseguendo prima la laurea e successivamente un dottorato presso la Sorbona. Dopo aver pubblicato diversi saggi ed essersi guadagnato gli elogi del mondo accademico francese, Jacq decide di cimentarsi nella narrativa. Il successo arriva nel 1995 con la saga di Ramses: pubblicata in 29 Paesi, raggiunge ogni record di vendita.Oggi Christian Jacq torna con una nuova saga dedicata all’Antico Egitto che, grazie alla sua passione per quella civiltà ancora ricca di misteri, ai suoi numerosi studi e alla sua strepitosa vena narrativa, sta nuovamente scalando le classifiche internazionali.

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:: La scatola nera, Michael Connelly, (Piemme, 2015) a cura di Laura M.

16 luglio 2015
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Ci sono personaggi strabordanti, eccessivi, che non si accontentano del ruolo di protagonista, ma pervadono tutte le pagine di un romanzo attirando su di sé, e solo di sé, le luci dei riflettori.
Così è per Harry Bosch, (forse non c’è neanche bisogno di dirlo) personaggio seriale nato dalla penna del romanziere americano Michael Connelly.
Di Bosch sappiamo tutto, o quasi tutto. Il suo autore ci parla della sua vita privata (sofferta, complicata, fuori dagli schemi) come della sua vita professionale, con luci e ombre di una carriera che sta volgendo alla fine, con tutta la malinconia che questo comporta.
Presto Bosch andrà in pensione, o morirà a pochi passi dal raggiungerla (con Bosch tutto è possibile) e forse subentrerà sua figlia, con tutto l’onere e l’onore di una eredità così impegnativa. Già sappiamo di che pasta è fatta, già sappiamo di chi seguirà le orme.
Ma non ancora.
Dopo La caduta, pubblicato l’anno scorso, sempre con Piemme è appena uscito in libreria il sedicesimo volume della serie di Harry Bosch, (venticinquesimo romanzo in assoluto) La scatola nera, (The Black Box, 2012), tradotto questa volta dal duo affiatto di traduttori composto da Giuliana Traverso e Stefano Tettamanti.
Ed è un buon romanzo, per nulla appesantito dai difetti della serialità, capace di accontentare i vecchi fan che hanno seguito Connelly dall’inizio, come me. Che sono invecchiati con lui, in questi anni difficili.
Perchè Harry Bosch con la sua testardaggine, che rasenta la cocciutezza, la sua onestà fuori moda, il suo fascino stropicciato alla Clint Eastwood, il suo caratteraccio, se vogliamo, che non gli farà mai far carriera, ha saputo negli anni cambiare, addolcire alcuni tratti (specie nel rapporto con la figlia), rendere più spigolosi altri, ma non ha assunto una dimensione monolitica e statica. Come le persone, come i suoi lettori. La sua amerazza, la sua voglia di giustizia, il suo lottare contro un sistema se non corrotto, complice, è la stessa nostra, almeno del nostro noi stessi ideale, come vorremmo essere.
E Harry Bosch ha il coraggio di essere così, senza compromessi, senza debolezze. Arivando a richiare di perdere tutto, fin anche la vita, per un ideale, per una corenza che difende senza cedimenti.
Ma non è un illuso, un perdente.
Lui vince, sempre.
Un po’ per fortuna, un po’ per quel guizzo in più fatto di intuito, coraggio e perchè no, sensibilità.
Ne La scatola nera, Harry si trova ad indagare su un caso irrisolto di vent’anni prima. Un omicidio avvenuto a Los Angeles nel 1992, al tempo dei disordini scoppiati dopo il pestaggio di Rodney King da parte della polizia, un suo vecchio caso. In quella confuisone, la giovane reporter danese Anneke Jespersen venne trovata uccisa con un colpo di pistola fra gli occhi, come in un’ esecuzione, proprio dal tenente Bosch.
Il caso fu archiviato e solo vent’anni dopo Bosch può riprenderlo in mano, pensando che la reporter fosse stata uccisa perchè voleva fotografare qualcosa, accaduto durante i disordini. Ma indagando, scopre che c’è dell’altro, qualcosa che forse può gettare una nuova luce sul delitto. Qualcosa che lo tocca molto da vicino, anche lui segnato dall’esperienza della guerra, (in Vietnam, lui, in Irak, la giovane reporter).
Contro il volere dei suoi superiori, che vorrebbero desistesse dalle indagini, Bosch continua, e noi che lo conosciamo non possiamo dubitare che non sappia scoprire la verità e risolvere il caso.
Alla prossima Harry.

Michael Connelly, una delle più grandi star del thriller americano, Michael Connelly raggiunge sempre il primo posto nelle classifiche con ogni suo nuovo romanzo. L’Italia lo ha accolto con grande entusiasmo fin dal primo romanzo pubblicato, Debito di sangue, da cui è stato tratto un film diretto e interpretato da Clint Eastwood. In seguito ha fatto la sua comparsa il detective Harry Bosch, indimenticabile protagonista di moltissimi suoi thriller, tra cui Il ragno, vincitore nel 2000 del Premio Bancarella. Con Il poeta, uno dei suoi libri più amati, crea il personaggio di Jack McEvoy, il reporter di nera che ritroviamo ne L’uomo di paglia. In anni più recenti Connelly ha ideato un nuovo, riuscitissimo protagonista, l’avvocato Mickey Haller, che svolge la sua attività nel sedile posteriore di una Lincoln, oltre che in tribunale, e che, nella riduzione cinematografica di The Lincoln Lawyer, ha il volto noto di Matthew McConaughey. Tra le presenze eccellenti di due edizioni del Festivaletteratura di Mantova, è stato anche ospite d’onore al Noir in Festival di Courmayeur, dove ha ricevuto il Raymond Chandler Award. Nel 2012 è tornato in Italia per partecipare al Festival internazionale delle Letterature, a Roma. La scatola nera è il sedicesimo thriller che ha per protagonista Harry Bosch.

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:: Caligola Impero e follia, Franco Forte, (Mondadori, 2015) a cura di Laura M.

7 giugno 2015

3Se pensiamo che Io, Claudio di quel genio eclettico che era Robert Graves, uscì nel 1934 e ci presentò un Caligola fedele alla figura maledetta tramandata dai classici (pensiamo solo a Le Vite dei Cesari di Svetonio, e agli scritti di Dione Cassio), e che forse solo Camus dedicò a Caligola un’ opera teatrale, sempre condizionata da questa quasi indelebile damnatio memoria, non sono molte le opere letterarie dedicate o che anche trattano anche solo fuggevolmente la storia di questo sfortunato terzo imperatore della dinastia Giulio Claudia (morì a soli 29 ucciso da una congiura di pretoriani che portarono al potere lo zio Claudio) famoso forse più per aver fatto senatore il suo cavallo che per campagne militari, costruzioni di acquedotti o leggi o donazioni a favore degli strati più poveri della popolazione.
Ma dopo tutto aveva il suo bel daffare, come vedremo, per restare vivo, tra intrighi di corte, lotte di successione e vendette varie. In tempi più recenti giusto La dinastia. Il romanzo dei cinque imperatori dell’italiano Andrea Frediani ne ha parlato, ma anche qui è solo un personaggio tra i tanti descritti.
A sanare questa anomalia ci ha pensato Franco Forte con il suo Caligola Impero e follia, edito da Mondadori collana Omnibus Italiani, finalmente un’opera dedicata interamente a questo imperatore e narrata in terza persona ma dal suo punto di vista. Dandogli voce insomma e cercando di rendergli giustizia dopo tutti questi secoli, seguendo l’onda della storiografia ufficiale che sta cercando di scavare più a fondo analizzando le fonti (a dir vero poche, la damnatio memoria aveva anche questo inconveniente) con occhio critico soprattutto soppesando le reali motivazioni che spinsero Svetonio a descrivere Caligola come un pazzo sanguinario odiato da nobiltà e senato.
Un po’ come successe con i film western, all’inizio gli indiani erano brutti e cattivi poi si scoprì che qualche ragione ce l’avevano per cercare di difendersi dagli Yankee e che la loro cultura, lingua, religione aveva una dignità che andava rispettata e anche i film iniziarono a trattarli con sfaccettature più umane.
Si sa il romanzo storico è un ottimo veicolo di cultura e insegnamenti e se è messo in buone mani, e quelle di Forte lo sono, può dare vita a opere interessanti e anche storiograficamente accurate. E Forte ama scartabellare vecchi archivi, comparare documenti, aggiungendo poi alla narrazione quel tocco di fantasia che non guasta e invoglia alla lettura.
Ha inoltre uno stile di scrittura classico, apparentemente semplice (frutto di anni di studio, la semplicità non è mai semplice), privo di barocchismi, e questo è sicuramente il segreto che rende di facile lettura anche opere decisamente corpose e complesse.
Caligola Impero e follia è dunque un buon romanzo storico, ben strutturato, che copre una vasta parte della vita del personaggio, dall’infanzia alla morte.
Gaius Iulius Caesar Germanicus, soprannominato Caligola, (dai soldati di suo padre per l’uso fin da piccolo dei tipici calzari militari detti caliga), fu il più giovane di figli di Germanico e Agrippina Maggiore. Come risucì a sopravvivere alla sua famiglia è una storia avventurosa, che Forte ci narra con dovizia di particolari. Caligola sopravvive infatti ai suoi fratelli e all’amata (incestuosamente) sorella Drusilla, a suo padre, avvelenato quando lui ha sette anni, e a sua madre suicida in un’isola dove era stata confinata. Sopravvive per la sua astuzia, che o fa ascoltare tutti i corrotti di Roma quando è ancora ragazzino, e lo mette in guardia da tutte le cospirazioni che decimano la sua famiglia fino a essere eletto imperatore.
Sopravvive ad un avvelenamento e dopo aver visto morire avvelenata Drusilla capisce di non potersi più fidare di nessuno, e non potendo più nascondersi, (non è più un ragazzino che può passare in secondo piano) per sopravvivere utilizza metodi durissimi contro la nobiltà e il Senato e naturalmente fare questo a Roma è come firmare la propria condanna a morte.

Nato a Milano nel 1962, Franco Forte cura le collane da edicola Mondadori (Il Giallo Mondadori, Segretissimo, Urania) ed è considerato uno dei più importanti autori italiani di romanzi storici. Molti dei suoi romanzi sono stati pubblicati da Mondadori. Tra questi i due titoli della serie ‘Il romanzo di Roma’ Carthago (2009) e Roma in fiamme (2011), i gialli storici con protagonista il notaio criminale Niccolò Taverna Il segno dell’untore (2012) e Ira Domini ‘ Sangue sui Navigli (2014) e Gengis Khan ‘ Il figlio del Cielo (nuova edizione 2014). Ha inoltre lavorato per la televisione, come autore delle serie ‘Distretto di Polizia’ e ‘RIS: Delitti imperfetti’ e dei film TV ‘Giulio Cesare’ e ‘Gengis Khan’.

:: Alle fronde dei salici, Salvatore Quasimodo, (Tutte le poesie, Mondadori, 2003, Curatori: Gilberto Finzi) a cura di Laura M.

19 aprile 2015

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

3Alle fronde dei salici comparve per la prima volta nel 1946, a Milano, nella raccolta Con il piede straniero sopra il cuore, in “Quaderni di costume” di Giancarlo Vigorelli. Poi nel febbraio del 1947 fu pubblicata da Mondadori nella raccolta Giorno dopo giorno.
Scritta alla fine dell’inverno del 1944, in endecasillabi sciolti, Alle fronde dei salici è una sorta di manifesto poetico, che da un lato descrive gli orrori della guerra e dall’altro l’impotenza del poeta a far vivere la sua Musa, circondato da tanto orrore.
Nasce come un atto di indignazione alla domanda inespressa e sottintesa “perché i poeti hanno taciuto durante il conflitto?”, con il suo attacco E come potevamo noi cantare, in cui Quasimodo oltre a eleggersi portavoce di tutta una categoria di artisti, racchiusa in quel “noi“, sottolinea che la poesia è un atto di gioia, un modo di comunicare bellezza e meraviglia, simbolizzatta appunto dalla parola canto.
Di contro l’orrore della guerra, rappresentato dall’oppressione morale dello straniero che strazia il “cuore”, fonte originaria della poesia, e da immagini molto vivide di dolore e disperazione: i morti non sepolti abbandonati nelle piazze come monito, dove termini come “dura” e “ghiaccio” ne accrescono l’asprezza; il lamento e il pianto dei bambini, e qui c’è un primo richiamo all’ agnello sacrificale biblico, questa volta del Nuovo Testamento, il Cristo, ripreso nell’immagine di più forte impatto emotivo, (con l’uso dell’unica sinestesia urlo nero) della madre ai piedi del figlio crocifisso sul palo del telegrafo, simbolo di modernità e di comunicazione.
Il silenzio è l’unica voce che al poeta resta difronte alla guerra, un silenzio carico di pathos e significati, non un atto di codardia o di aridità, ma un silenzio se vogliamo “morale” fatto di sgomento e strazio, ma soprattutto una libera scelta fatta per voto, come appunto evidenzia nei versi finali con l’immagine anche qui biblica delle cetre appese ai salici, riferimento al salmo CXXXVII:

Sui fiumi di Babilonia,
là sedevamo piangendo
al ricordo di Sion.
Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.

Con quel di nuovo ripetersi di “nostre” a sottolineare la comunione di tutti i poeti e il loro non rinchiudersi in un isolato sentire, è infatti evidente l’abbandono del poeta dell’ermetismo verso un modo di far poesia se vogliamo di forte impatto etico e sociale, è del 1945 infatti la sua iscrizione al Partito Comunista Italiano, partito a cui aderirà solo per pochi anni, ma da allora sarà sempre vicino alle tematiche della sinistra.
Con l’avvicinarsi della Liberazione, forse questa poesia, meglio di lunghi discorsi, può racchiudere lo spirito e il senso di questa celebrazione.

Salvatore Quasimodo declama la poesia

:: L’angelo del campo, Clifford Irving, (Longanesi, 2015) a cura di Laura M.

2 marzo 2015

irUn campo di sterminio in Polonia.
Piccolo, ben tenuto, asettico come una sala operatoria.
Ma sempre un campo di sterminio dove gli ebrei, dal primo all’ultimo, vengono uccisi: i deboli subito, i più forti quando sono ridotti pelle e ossa dalla fame e dal lavoro.
Ma in questo campo avviene qualcosa di speciale, di imprevisto.
C’è un assassino che uccide delatori e anche una SS ucraina particolarmente feroce.
Siamo nel gennaio del 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale, i morti dovrebbero essere all’ordine del giorno, e lo sono ancora di più, – drammaticamente di più -, in un campo di sterminio, nonostante questo un poliziotto della Criminalpol di Berlino, il capitano Paul Bach, viene inviato a indagare. In un punto quasi invisibile sulle mappe, a Zinoswicz – Zdroj (non cercatelo, non esiste, l’autore nelle note avvisa che non è reperibile in nessuna parte della Polonia, nasce come “sintesi” di tanti campi veramente esistiti), Zin, per abbreviare e rendere più facile il “lavoro”.
Paul Bach non è il classico nazista che siamo portati a immaginare. E’ un reduce di guerra proveniente dal fronte orientale, dove ha perso un braccio. E’ un ottimo poliziotto, scrupoloso, efficiente, umano, padre amorevole di due bambini, vedovo. Vede l’abominio e non crede ai suoi occhi.
Non riesce a credere che i suoi connazionali si siano abbassati a tanto per seguire gli ordini di un pazzo, che siano capaci di uccidere migliaia di migliaia di esseri umani solo perchè appartengono a un altra razza, un’altra religione. Dove il vero disastro è che nessuno si ribella, nessuno fa niente. Finché questo angelo vendicatore organizza una rivolta di questi esseri ridotti all’ombra di loro stessi.
Paul Bach scoprirà chi è l’angelo del campo, è un bravo poliziotto ve l’ho detto, ma come agirà lo scoprirete leggendo questo libro.
L’angelo del campo, (The Angel of Zin, 1984) tradotto da Federica Oddera, è un romanzo che si legge molto velocemente. Scorre come il corso placido di un fiume. Pieno di umanità, seppur della descrizione della bolgia dantesca che è un campo di sterminio. E’ morale parlare di queste cose in un romanzo, frutto di fantasia, anche se nato dopo un approfondito lavoro di ricerca? Quando si parla di Olocausto è sempre difficile, la retorica a volte nasconde i veri sentimenti, per un meccanismo di difesa, anche negli spiriti più sensibili e intenzionati a capire. E questo libro aiuta a capire. Perchè raggiunge il lettore nella sua profonda coscienza, ponendo il germe dell’idea che colpevole del male non è solo chi lo compie ma anche chi non fa niente per combatterlo e impedirlo. Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti diceva Martin Luther King. Niente di più vero anche oggi.

Clifford Irving (1930) è stato per lungo tempo uno degli uomini più conosciuti d’America. Nel 1970 ha scritto una falsa autobiografia del magnate Howard Hughes, nella quale ha messo alla berlina Richard Nixon e altri importanti politici dell’epoca, in seguito alla quale è finito in prigione per un anno e mezzo. Grande viaggiatore, nella sua esplosiva esistenza ha fatto per due volte il giro del mondo, ha prestato servizio come guardia in un kibbuz israeliano e ha contrabbandato whisky e sigarette tra Tangeri e la Spagna. Recentemente ripubblicato in USA dopo la prima edizione del 1984, L’angelo del campo è balzato subito ai primi posti delle classifiche di vendita. Clifford Irving vive in Colorado.

:: Delitto irrisolto, Catherine Coulter, (Longanesi, 2008) a cura di Laura M.

7 settembre 2014

DELITTO IRRISOLTOCatherine Coulter è un’autrice che non conoscevo, sebbene in America sia un nome piuttosto noto, sempre presente nella classifica dei bestseller. Ha scritto nella sua carriera per lo più romanzi storici, per poi negli anni Novanta iniziare alcune serie di romanzi contemporanei di genere poliziesco romantico. Assai famosa la sua serie dedicata a due investigatori dell’FBI a cui appartiene anche Delitto irrisolto (Blowout, 2004) pubblicato in Italia da Longanesi nel 2008, e tradotto da Sara Caraffini. Non è quindi un titolo molto recente, preso in biblioteca quasi per sbaglio, ma si è rivelato invece una lettura piuttosto piacevole.
Premetto che c’è una coppia di investigatori, per di più marito e moglie, quindi una fetta di lettori ama il thriller ma non questo schema sarà scoraggiato, pur tuttavia la storia prende; sparizioni, omicidi, indagini parallele, e un ambiente piuttosto esclusivo come l’alta corte degli Stati Uniti, fanno di questo romanzo una lettura non impegnativa ma gradevole se si vogliono passare alcune ore di sano intrattenimento.
La Coulter è brava, la dura scuola del romance l’ha resa capace intrattenere senza risultare eccessivamente prolissa o cavillosa. Ha una scrittura pulita, funzionale, per nulla leziosa, timore principale di un lettore di thriller quando affronta un autore specializzato nel romance. Ora settantenne, e affiancata di norma da J.T. Ellison, è sicuramente una scrittrice instancabile, questo luglio è uscito il suo 18° romanzo della serie dedicata all’FBI. Se devo fare un appunto, forse riguarda le trame, decisamente complicate e contorte, ma con un po’ di attenzione l’ostacolo si supera agevolmente.
Delitto irrisolto si dipana intorno a un delitto inspiegabile sul quale aleggia l’ombra… di un fantasma. Poi la trama torna nei binari del consueto quando torna a occuparsi della morte per strangolamento di un giudice della Corte suprema a cui seguono l’uccisione di due suoi assistenti. I due investigatori dell’FBI Dillon Savich e Lacey Sherlock (ok, a forza di telefilm polizieschi americani tutti abbiamo la convinzione più che fondata che due agenti dell’FBI non possano avere una storia, fuguriamoci sposarsi, pensiamo solo agli scrupoli di Gil Grissam e Sara Sidle, in CSI Las Vegas, ma pazienza), indagano con la convinzione che i tre delitti siano legati assieme da qualche oscura trama.
Poi un antico delitto di trent’anni prima sembra assumere sfumature inquietanti, una donna bellissima era infatti stata pugnalata in modo misterioso e il figlio era scomparso. Cosa unisce questo delitto alle morti recenti? Toccherà alla coppia di investigatori scoprirlo e non sarà facile soprattutto perché una terza assistente del giudice rischia di essere uccisa. Ma l’FBI… ok, non vi dico altro. Ripeto la trama è così complessa che si fatica a raccapezzarsi almeno fino al finale, ma le pagine si voltano con rapidità come nel più classico page- turner. Buona lettura.

Catherine Coulter è una delle più affermate narratrici americane, nota non solo per i gialli dell’FBI della coppia Savich e Sherlock, ma anche per una fortunata serie di romanzi storico- sentimentali: due filoni che la pongono in testa alle classifiche dei bestseller. Vive in California.