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:: L’internazionalizzazione dell’Economia italiana. Nuove prospettive, nuove politiche?, curato da Beniamino Quintieri (Rubbettino 2016) a cura di Daniela Distefano

15 maggio 2018

2Questo volume, organizzato dalla fondazione Masi, si pone l’obiettivo di fornire a studiosi e policy-makers un quadro, il più possibile esaustivo, sui principali cambiamenti in atto nell’economia mondiale e sulle conseguenti implicazioni per le politiche commerciali”.

Lo scopo di questo testo analitico è prestare particolare attenzione alla posizione italiana nel contesto globale in continuo mutamento. Occorre approfondire il ruolo delle imprese commerciali esportatrici quale importante componente della competitività dell’Italia sui mercati internazionali ed in prospettiva la capacità esportativa del sistema produttivo nazionale. Esistono, per gli esperti nel campo, ampi margini di miglioramento. Si sviluppano nuovi mercati per le nostre imprese. La Cina si avvia a diventare la più grande economia mondiale e il ribilanciamento in atto in quel Paese è destinato ad avere un impatto rilevante sul mondo. Ma in quale misura l’Italia potrà beneficiarne? Il libro approfondisce anche tecnicamente questi interrogativi e punta a sviscerare tematiche nuove e all’avanguardia: il ruolo dell’e-commerce, per esempio, come strumento prevalente di vendita sui mercati esteri. Alcuni case studies hanno infatti segnalato che il ricorso a vendite dirette on line ha rappresentato uno dei principali fattori di crescita delle vendite/sopravvivenza per le imprese manifatturiere italiane nell’attuale fase di scarsa dinamicità della domanda interna e forte incertezza sui mercati internazionali. E per quanto riguarda il contesto internzionale della nostra politica economica? I nostri più importanti partner commerciali sono i Paesi membri dell’Unione Europea, che coprono il 55% delle esportazioni e il 57% delle importazioni italiane, seguiti dai Paesi asiatici, e dal Nord America. Le barriere commerciali rimangono ancora consistenti e assumono un ruolo significativo nelle decisioni tanto delle imprese che dei policy maker. Va però segnalato che lo scenario è ondulatorio per via del fenomeno migratorio. L’abbattimento degli steccati tra Est e Ovest, soprattutto in Europa, e l’abbassamento dei costi di trasporto, non solo per le merci, ma anche per le persone, sono tra i fattori responsabili di questa nuova globalizzazione per il movimento delle popolazioni. Gli esperti di mercato del lavoro si occupano da molti decenni di capire se tra i lavoratori nativi e migranti esiste complementarietà o sostituibilità. Quel che appare certo è che l’ingresso dei migranti significa non solo aumento di risorse per l’economia, ma anche aumento della varietà di queste risorse in termini di abilità produttive, di capitale umano e di capitale relazionale. Insomma il nostro Paese si muove come un elefante nella casa di vetro di barriere e non barriere economiche. A determinare la capacità di una Nazione di generare, trattenere e attrarre investimenti dall’estero concorrono molteplici fattori: ciclici, quali la dinamica della domanda interna, strutturali, come la dimensione di mercato, la specializzazione in determinati settori o la disponibilità di materie prime, fiscali, quali l’incidenza della tassazione sui profitti o sul lavoro, politici come – soprattutto nelle economie emergenti – la stabilità sociale e del governo, e infine la qualità delle istituzioni. Infine, negli ultimi venticinque anni si sono materializzati ineludibili cambiamenti: dalla rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione alla costante riduzione dei muri commerciali e dei costi di trasporto. Il risultato è una nuova divisione del lavoro in cui la produzione dei prodotti finali è frammentata in catene globali del valore (GVC). In base a questo nuovo paradigma produttivo, il processo di produzione di un dato bene può essere suddiviso in compiti assegnati a diverse unità produttive localizzate in altri Paesi di tutto il mondo. Argomenti vivi, attuali, calamitanti, stimolanti di spunti e riflessioni. Il volume fotografa la nostra realtà economica, lo fa con molta prudenza e geometria linguistica. Utile non solo per addetti ai lavori, ma per quanti cercano di capire con il filtro dei ragionamenti perché non c’è da bearsi, anche se l’evoluzione umana mai è stata tanto accelarata e progredita come adesso.

Beniamino Quintieri è Professore ordinario di economia internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata; Presidente della Fondazione Manlio Masi – Osservatorio Nazionale per l’Internazionalizzazione e gli Scambi. In passato è stato Presidente dell’Istituto nazionale per il Commercio Estero, Commissario Generale del Governo per l’Esposizione Universale di Shanghai 2010, Direttore del CEIS di Tor vergata. E’ autore di numerose pubblicazioni su tematiche relative all’economia internazionale, finanza pubblica, economia del lavoro e macroeconomia. Il 2 giugno 2005 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli ha conferito la massima Onorificenza di Cavaliere di Gran Croce.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

:: Vita del glorioso Padre San Francesco di Paola: La prima biografia sull’Eremita scritta in Calabria di Anonimo Calabrese – Introduzione ed edizione critica a cura di Rocco Benevenuto (Rubbettino 2017) a cura di Daniela Distefano

4 gennaio 2018
SAN FRANCESCO DI PAOLA

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La fausta ricorrenza del VI centenario della nascita di S. Francesco di Paola (1416-2016) patrono principale di Corigliano Calabro e della Calabria, nonché della Gente di mare d’Italia, non poteva – si legge nella Presentazione di questo libro – passare inosservata e ha offerto lo spunto alla Divisione 12 Calabria Magna Grecia del Kiwanis Distretto Italia- San Marino per elaborare un progetto che consentisse di ricordare adeguatamente la figura del Santo Patrono e nello stesso tempo, offrire, soprattutto alle future generazioni una significativa testimonianza del ricco e, ancora, poco conosciuto patrimonio storico-culturale di cui è depositaria anche la città di Corigliano Calabro.

San Francesco di Paola è un Santo carico di 600 anni di vita ma di un’attualità inossidabile: ha impegnato la penna di scrittori, studiosi, ricercatori per le innumerevoli sfaccettature della sua personalità e il fascino della sua storia non smette di sorprenderci. Il suo modus operandi era miracoloso, la sua costanza nel recuperare anime inestirpabile. Accanto alle numerose guarigioni, alcune ottenute con la sola imposizione delle mani o con la preghiera, non mancano le vittoriose cruente lotte con gli spiriti malvagi che si sono impossessati dei corpi di alcuni individui rendendoli succubi del male.
Attento ai segni dei tempi, da Paterno presagisce l’invasione di Otranto da parte dei Turchi e la sua preghiera si fa particolarmente intensa perché la misericordia di Dio soccorra la sua patria. Egli mescolò il prodigioso con l’ordinario, la lievità con la mole umana più gravosa da sostenere. Un esempio è questo episodio che lo avrebbe visto protagonista invincibile:

Un uomo di San Lucido, Giovanni De Franco, andò a trovare il beato Francesco a Paola. Come arrivò in sua presenza disse: “Oh Giovannello vieni per carità, andiamo al fiume a prendere una pietra ciascuno per costruire la chiesa”. Giunti al fiume trovarono un masso che pesava più di un cantaro. A seguito di ciò il beato Francesco disse: “Oh Giovannello porta, per carità, questo masso alla chiesa”. Rispose: “Padre, questa non la possono portare cinque uomini, come posso portarla io?”. Disse:” Prendila, per carità, che ce la farai”. Ci fece sopra il segno della croce e la pose sulle spalle di Giovannello e la portò alla chiesa. Gli sembrava leggera come un pezzo di tavola.

Il curatore ha avviato un’indagine nelle principali biblioteche e archivi europei per ritrovare nuove fonti sull’Eremita. Da tale ricognizione sono venute alla luce altre biografie anonime sul Santo, tra cui quella edita in questo volume, ora conservata nella Biblioteca Universitaria di Barcellona, ma copiata nel 1560 nel convento dei Minimi a Corigliano Calabro. Oltre ad essere la più antica biografia scritta in italo-calabrese questa nuova fonte si rivela preziosa per i dati inediti che offre. Corredata da una versione italiana, che facilita la comprensione dei termini in vernacolo ormai desueti, grazie alla Vita dell’Anonimo calabrese si è potuto svelare l’inconsistenza di certe inveterate tradizioni agiografiche e riscoprire la perla di notizie utili per conoscere la società della Calabria sotto gli Aragonesi e approfondire la figura di un Santo che trasmetteva fede all’umanità più dolente della Terra.

Rocco Benvenuto è nato a Corigliano calabro e appartiene all’Ordine dei Frati Minimi, dirige la storica rivista “La Voce del Santuario” (fondata nel 1928). E’ autore di diversi studi e testi su S. Francesco di Paola e i Minimi, tra cui una biografia del Santo tradotta in francese, inglese, spagnolo e portoghese.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Satriano e Don Mimmo Battaglia in un abbraccio d’amore di Giulio De Loiro (Rubbettino 2017) a cura di Floriana Ciccaglioni

6 dicembre 2017
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Giulio De Loiro dà alle stampe la sua ultima fatica Satriano e Don Mimmo Battaglia in un abbraccio d’amore, edito da Rubbettino, con la prefazione dell’Arcivescovo Metropolita di Catanzaro-Squillace Vincenzo Bertolone. Due storie in una. Quella degli ultimi cinquant’anni di un piccolo borgo. Quella dei primi anni di un grande Vescovo. Un solo abbraccio. Quello tra un paesino e il suo cittadino più illustre. Un legame indissolubile che non può sciogliersi in due diverse pubblicazioni. Quello tra un uomo e la sua terra. Una terra che ancora sporca i piedi di un prete diventato Vescovo. Un Vescovo che, nel suo discorso di investitura, ricorda il suo paese. Satriano e Don Mimmo Battaglia. Figli della Calabria. Quella lasciata in fondo allo Stivale. Per ultima. Come quegli ultimi, invisibili, di cui Don Mimmo si è fatto padre. Con un’attenzione maniacale verso il particolare, l’autore porta sulla pagina quella quotidianità che invade le viuzze e le piazze e le botteghe e le case di un paese nell’ultimo cinquantennio, a cavallo tra due secoli. Attore in scena diventa il sindaco. E con il sindaco le infinite diatribe tra comunisti e democristiani. Il parroco. E con il parroco i credenti, falsi credenti, credenti di prima classe e i dimenticati dalla società. Grazie a tutti loro, De Loiro conduce una serrata inchiesta sui micro-cambiamenti sociali che conducono il paese dal vecchio al nuovo secolo. Una sola voce narrante, implacabilmente partecipe alle vicende di cui essa stessa si è fatta attrice. La voce dell’autore. Corre l’anno 1970 nella prima parte del libro. Un gruppo di giovani è spinto dalla voglia di partecipare alla vita politica del paese. Una vita politica fatta di idee e ideali. Poi l’anno 1995. Modifiche elettorali per le quali il sindaco non sarà più scelto all’interno del gruppo politico, ma dal voto espresso dal cittadino. Così non è solo la legge a mutare. Lo è l’intera società. La politica degli ideali diventa politica fatta di persone. Quelle che eleggono e quelle da eleggere. Uno sguardo indagatore che a metà del racconto viene ad incontrarsi con una nuova realtà presente in quelle stesse viuzze e piazze e botteghe e case. La religiosità. Simbolo estremo ne diventa quello che già nel titolo si prefigura come protagonista del libro. Don Mimmo Battaglia. Il prete di strada. Quel prete che il 24 giugno del 2016, ormai a diversi anni di distanza rispetto all’incipit, viene nominato Vescovo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti. Il lettore si ritrova, così, a lasciare il piatto in tavola, le lenzuola da stendere, la tv accesa, il lavoro in ufficio, la telefonata con l’amico, per correre in strada assieme all’intera Satriano. Ecco l’abbraccio. Quello tra il Vescovo e la sua terra. Quello tra il lettore e la passione viscerale che spinge l’autore a raccontare la pagina più illustre della
storia di Satriano. Lo stile della narrazione mantiene i toni dell’orazione politica quando De Loiro descrive le vicende politiche del borgo. Emerge invece la ricchezza espressiva della lingua quando descrive quei miti ed eroi che sono carne viva nell’immaginario popolare collettivo, resa ancor più concreta dalle numerose foto del Vescovo nella sua Satriano.

Giulio De Loiro è nato a Catanzaro il 6 maggio 1944 ed ha sempre vissuto a Satriano, il paese di cui è stato sindaco e a cui negli ultimi anni sta dedicando le sue ricerche storiche. Laureato in Lettere  classiche all’Università di Napoli, ha insegnato per quasi quaranta anni Lettere nelle scuole statali e Latino e Greco all’Istituto Salesiano di Soverato, contribuendo alla formazione di numerosi professionisti del comprensorio soveratese. Ha già pubblicato con Calabria Letteraria Editrice due volumi sulla storia di Satriano: Gente nostra nel 2009 e Satriano nel ‘700 attraverso i dati del Catasto Onciario nel 2011. Da qualche anno collabora con l’Associazione Culturale di Badolato “La Radice”, dove, nel 2015, si è impegnato, assieme ad altri amici, alla pubblicazione de La Platea dello Stato di Badolato, un prezioso volume che offre ai lettori un interessante spaccato della storia medievale dei paesi del basso Ionio catanzarese.

Suorce: libro del recensore.

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:: Soverato tra terra e mare a cura di Angela Maida, Manuela Alessia Pisano, e Raffaele Riverso (Rubbettino Editore 2017) a cura di Floriana Ciccaglioni

4 dicembre 2017

soveratoTutti i libri raccontano una storia. Questo lo fa attraverso i documenti. Documenti che muovono una grande curiosità di ricerca. Una ricerca che vuole rappresentare sulla carta il comprensorio soveratese. Curato da sei mani, quelle di Angela Maida, Manuela Alessia Pisano e Raffaele Riverso, con i contributi di Gioacchino Lena, Alfredo Ruga, Chiara Raimondo, Giuseppe F. Macrì, Stefano Mariottini, Gregorio Aversa, “Soverato tra mare e terra” è un libro che racchiude in sé la memoria dei luoghi e i luoghi della memoria, insieme ad un amore viscerale per questa minuscola perla del Sud. In quella parte d’Italia dove la Storia sembra essersi dimenticata di passare, anche solo per sbaglio, ci si accorge, invece, che basta guardare sotto i nostri piedi per trovare tracce di un passato lontanissimo. Si cerca e si scopre una prima parte “Saggi”, in cui si sono comodamente sistemati il torrente Beltrame, il fiume Ancinale, la spiaggia, le punte di freccia ritrovate in località Mortara, l’Antefissa in terracotta ritrovata in località Mangiafico, la torre posta a controllo della costa, il pontile in legno. Una seconda parte di “Approfondimenti” dove si sono sistemati i primi viaggiatori stranieri, le tracce di un’antica viabilità, l’antico porto. Per ultime le “Tavole”. La casa editrice Rubbettino decide di dare spazio ad una penna che descrive quello che, diversamente, sarebbe rimasto per sempre chiuso negli uffici. Riaffiora, tra i ricordi scritti, il sindaco della città Camiti che, in quegli anni bloccati tra le due Guerre, finanzia una campagna di scavi. Negli occhi, oggi, tanta cementificazione. Accanto ai resti della grande civiltà magnogreca, testimonianze di antiche produzioni di olio e carte nautiche realizzate sulla scorta dei portolani. E poi le foto aeree realizzate dagli aerei di guerra e i marinai che pescano due anfore antiche. In 173 pagine, pregiate finanche nella grafica, c’è l’intera Soverato. Il suo passato. Il suo presente. La sua storia. La sua memoria. La sua tradizione. Il suo sviluppo. E, sfogliando queste pagine, emerge la speranza degli autori di lasciare un contributo concreto alla comunità soveratese affinché l’interesse e l’amore per questo Sud, troppo spesso dimenticato, affiori, per primi, dagli stessi abitanti.

Source: libro del recensore.

:: L’enigma della zizzania. Il metodo Puglisi di fronte alle mafie, Vincenzo Bertolone, (Rubbettino, 2016), a cura di Daniela Distefano

19 ottobre 2016
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Scriveva Corrado Alvaro nel suo romanzo Ultimo diario che

<< la disperazione  più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile>>.

Il percorso di vita di Don Pino Puglisi – cristiano in combattimento – è stato indirizzato verso un superamento, una liberazione da questa invasata convinzione.
Cos’è la Mafia? Cos’è <<L’onorata società>>?

Un arcipelago dell’orrore organizzato, una multinazionale del crimine,  vera sterpaglia  cresciuta in mezzo al grano buono del Sud Italia.

Questo libro ricorda le ultime dolorose ore di Don Pino Puglisi, assassinato
in odium  fidei –  da un mafioso come da ordine della cupola di Palermo perché prete scomodo.
Quel giorno la vittima compiva cinquantasei anni.
Ci si sbatte la testa sui muri da molto tempo oramai, però un metodo efficace per  frantumare questa granitica iattura non è stato ancora elaborato.
Ma Don Pino Puglisi aveva escogitato un modus operandi contro la pula mafiosa, un sistema vincente anche  e soprattutto dopo il suo sacrificio.
Da dove cominciare? Forse dalla constatazione che la mala pianta non attecchisce da sola: non solo  deve essere seminata, ma deve trovare un terreno idoneo ed essere innaffiata dalle piogge e baciata dal sole.

Se la mafia non è un cancro proliferato  per caso su un tessuto sano, ma anzi vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, bisogna convincersi dell’esistenza di un terreno di coltura comune.

Intelligente, perforante, illuminante punto di partenza.
Per  “il martire della Chiesa”, occorre passare dalla denuncia alla proposta.
Se un ragazzo o un padre di famiglia non ha di che mangiare e soltanto la malavita offre qualcosa, che cosa farà?
Diamo fiducia al domani, mettiamoci nel canale di quello che di buono rimane, anche se ancora attaccato al fondo del bicchiere: rimescoliamo tutto, solo così la medicina avrà effetto sul male inguaribile di Cosa Nostra.
Don Pino Puglisi, parroco a Brancaccio, incrocia il suo sicario, Salvatore Grigoli, uno dei killer più spietati chiamato << il cacciatore>> che lo uccide e dopo inizierà un suo cammino di conversione nel ripensamento del gesto efferato.
Battaglia vinta dalla Mafia,  guerra trionfante per la vera Fede.
Spesso il mafioso si professa a parole credente, però porta nel cuore la negazione di Dio, è un pagano che si considera devoto del “Signuruzzu” .
Chi aderisce alle mafie non solo è da ritenersi un apostata, è un vero e proprio scomunicato.
Il malavitoso prende indebitamente in prestito dalla istituzione ecclesiastica le sue parole, le intorbida per fidelizzare gli adepti, per veicolare il messaggio subdolo di un capo che giudica e può anche condannare, << nel nome di Dio >>.
Siamo nel burrone del peccato che non ha contrappasso adeguato all’Inferno.
Don Pino Puglisi –  profeta e divulgatore degli insegnamenti del Vangelo  – criticava gli eccessi della ricchezza, denunciava i crimini,  lavorava  ogni giorno  perché migliorassero le condizioni  di vita dei fedeli, dei più giovani nel nome dell’obbedienza messianica  di Cristo.
Tra lui e chi lo ha eliminato dal mondo c’è un abisso che solo Gesù un giorno potrà spiegare: gli uomini non accettano la morte di un giusto per dimostrare che il Male può solo uccidere il corpo, dell’anima si fa carico Dio e la sua misericordia.

Nota: La prefazione è affidata a Santi Consolo; la postfazione a Enzo Bianchi.

Vincenzo Bertolone è arcivescovo di Catanzaro-Squillace dal 2011, postulatore della Causa di canonizzazione di Don Pino Puglisi.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio dell’Ufficio Stampa Rubbettino.

:: Notabili libici e Funzionari italiani: l’amministrazione coloniale in Tripolitania (1912-1919), Simona Berhe (Rubbettino,2015), a cura di Daniela Distefano

11 ottobre 2016
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Cosa rappresentò il colonialismo italiano per la popolazione libica e cosa prefigurò l’assoggettamento della Tripolitania per l’Italia?
Forse può aiutarci questo volume che compie una disamina della legislazione coloniale dal 1912 al 1919, la correda di biografie di coloro che operavano nell’amministrazione coloniale, ne indica le modalità di interazione, tenta anche un approccio di storia sociale fornendo una spiegazione di quel movimento di resistenza libico che tanta parte ebbe negli sviluppi successivi del Paese.
La Libia era (ed è) tormentata da un male: la povertà; tuttavia fu errato il convincimento italiano di trovarsi davanti ad una società immobile che avrebbe accettato supinamente la conquista.
Al contrario, la reazione dei tripolitani sorprese i colonizzatori, impreparati ad un braccio di ferro che si sarebbe rivelato sfiancante per entrambe le parti in conflitto. Quale fu allora il primo passo dei colonizzatori per domare il malcontento? La scelta di Pietro Bertolini, primo ministro delle colonie, di mantenere in vita lo scheletro del sistema istituzionale ottomano aveva permesso di posporre la questione delle strutture amministrative. Andava invece affrontato immediatamente il tema del personale coloniale che avrebbe operato a Roma e in Libia.
Di fatto, emerse un primo, irriducibile, diabolico, problema, vale a dire l’egemonia dei militari. Si impose la cosiddetta “Sindrome delle due teste”, una a Roma e l’altra a Tripoli: due universi distinti, quello militare e quello civile, che faticavano a collaborare, a riconoscersi. La storia seguente fu il tentativo di rendere conciliante il pensiero di questo Giano Bifronte. La coperta era troppo corta, di fatto finì per scontentare le due anime della potenza coloniale italiana. Si arrivò al 1919 quando

la Costituzione sembrava negare ogni principio sul quale si era retto l’ordinamento Bertolini: all’arbitrio si opponevano le libertà civili; il monopolio delle cariche da parte dei funzionari italiani era superato grazie a procedure che favorivano la presenza di libici all’interno dell’amministrazione; l’autorità delle cariche monocratiche era bilanciata dalle assemblee locali e dal parlamento di Tripoli.

La rivoluzione attecchì anche nei fondali della popolazione, la Tripolitania ripiombò ben presto nell’odioso clima di guerra, ancora un conflitto atroce, il fascismo di Mussolini, il resto è storia mondiale che appannò le vicende di questo Paese mai del tutto pacificato. L’autrice sembra a suo agio nel descrivere fatti, retroscena, testimonianze di quello che fu vissuto dal popolo libico come un boccone difficile da digerire. Mancò l’accortezza, la sensibilità nel maneggiare gangli della società civile in continuo stimolo rivoltoso. Ci si voleva liberare, prima dell’oppressore, poi della realtà di un paese ricco di gente povera.

Simona Berhe è storica dell’Università degli Studi di Milano. Fa parte del Laboratorio di Storia, Sociologia e Scienza delle Istituzioni MaTriX, già dottoressa di ricerca in Storia e comparazione delle istituzioni politiche e giuridiche europee (Università di Messina). E’ borsista dell’Istituto Storico Germanico di Roma.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio dell’Ufficio Stampa Rubbettino.

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:: Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, Eugenio Di Rienzo (Rubbettino, 2015)

7 aprile 2015

conflitto russo-ucrainoDi questo nuovo «Grande Gioco», l’ Ucraina è certamente la pedina più considerevole. Lo è per la ricchezza delle sue risorse minerarie (carbone, minerali di ferro, petrolio, enormi riserve non ancora sfruttate di gas metano e petrolio derivati dalla frantumazione del suolo, shale gas e shale oil) e agricole (soprattutto cereali). Risorse che avevano destato l’interesse di Pechino, dichiaratosi disposto nel settembre 2013 a siglare un accordo per l’acquisizione dello sfruttamento di tre milioni di ettari delle fertilissime «terre nere» ucraine e ora poco propenso a schierarsi nel fronte antirusso.
Lo è per il passaggio nel suo territorio di circa quarantamila chilometri di gasdotti che la collegano alla Russia e all’area del Mar Caspio (Turkmenistan, Kazakistan, Azerbaigian e Uzbekistan).
Lo è per la cruciale rilevanza della sua posizion egeopolitica da cui dipende strettamente la sicurezza nazionale russa poiché lo spazio ucraino, insieme alla Bielorussia, costituisce l’intercapedine strategica che separa a occidente la Russia dal sempre più minaccioso schieramento dei Paesi NATO.

I fatti (recenti): dopo manifestazioni di piazza, iniziate in Ucraina la notte del 21 novembre 2013, (dopo la sospensione da parte del Governo Ucraino di un accordo denominato DCFTA tra l’Ucraina e l’Unione europea) il presidente Viktor Janukovyč, filorusso ma democraticamente eletto, tra la notte di venerdì 20 e sabato 21 febbraio 2014 fugge e lascia l’Ucraina rifugiandosi in Russia[1].  Deposto Janukovyč la notte del 22-23 febbraio 2014 viene in seguito istituito il governo del nuovo Primo Ministro ad interim, presieduto da uno dei leader delle proteste, Arseniy Yatsenyuk. Il governo locale della Crimea, la cui popolazione e a maggioranza di etnia russa, a seguito di questi fatti ritenuti illegittimi, rifiuta di riconoscere il nuovo governo. L’11 marzo Crimea e Sebastopoli si dichiarano unilateralmente indipendenti, con 78 voti favorevoli su 100 al Parlamento della Crimea. Il 15 maggio viene proclamato un referendum, il cui esito (che raggiunge quasi il 97% dei consensi), è a favore del ricongiungimento della Repubblica autonoma di Crimea con la Russia come soggetto federale della Federazione Russa. (Dal 25 maggio 2014 il Presidente dell’Ucraina è Petro Oleksijovyč Porošenko). E’ l’inizio di una sorta di guerra civile tra governativi e separatisti filorussi a cui gli accordi di Minsk-2 pongono il cessate il fuoco, valido dal 15 febbraio 2015, che tra alti e bassi regge fino a oggi.
Ecco in sintesi cosa è successo negli ultimi (confusi) mesi, tutto all’interno di un quadro geopolitico di grande instabilità, che sembra porre da un lato l’Unione Europea, (appoggiata dagli USA) e dall’altra la Federazione Russa. Tra i due l’Ucraina come oggetto del contendere. Assistendo ai telegiornali, leggendo i quotidiani, approfondendo notizie su Internet, il quadro che si delinea non è molto più chiaro.
Ma chi sono i cattivi, gli aggressori? Chi si sta difendendo? Cosa sta davvero accadendo e quali saranno le reali ripercussioni su di noi? (A molti di tutto ciò importa sapere se il prossimo inverno avremo ancora gas sufficiente, e non è una osservazione unicamente utilitaristica, ma sottolinea l’interconnessione tra Europa e Russia, e quanto questi legami siano non solo strategicamente rilevanti, ma anche vitali).
Per rispondere a queste domande, e per accrescere la nostra coscienza critica, vi consiglio la lettura de Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, del professore di Storia moderna alla “Sapienza” di Roma Eugenio Di Rienzo, edito da Rubbettino editore.
Un testo essenziale e se vogliamo anche breve, non più di un’ ottantina di pagine reali, alle quali si aggiungono note e apparato bibliografico. Un testo specialistico, scritto da un osservatore autorevole, ma non unicamente per addetti ai lavori, anzi il linguaggio chiaro e schematico lo rende allo stesso tempo anche un ottimo testo divulgativo.
Io dal canto mio non farò una recensione specialistica, rimando questo ad altre sedi, ciò che invece mi preme fare è un’analisi, la più chiara e semplice possibile, perché la politologia non è unicamente una scienza astratta, ma anzi ci tocca molto da vicino ed è bene assumere i giusti anticorpi per non essere manipolati o condizionati, quando in ballo ci sono bene o male anche i nostri interessi specifici.
Una guerra, (per di più nel cuore slavo dell’Europa orientale), le sanzioni, con i conseguenti danni economici con ripercussioni ramificate, l’ incertezza geopolitica che si ripercuote negativamente non solo sulle regioni e i paesi coinvolti, bene o male sono problemi di tutti, che incidono anche pesantemente sulla nostra vita quotidiana, in un mondo sempre più globalizzato e correlato.
In un quadro di crisi finanziaria e economica piuttosto diffusa, la rottura di rapporti commerciali significa debolezza per alcune aziende, (che prima esportavano quantità ingenti di beni e prodotti in Russia), le succitate limitazioni alle forniture di gas di cui l’Europa è debitrice (circa il 15% del gas consumato in Europa passa per l’Ucraina[2]) circa 40.000 chilometri di gasdotti la collegano alla Russia e alla zona del Mar Caspio e che soddisfano il 25-31% dei bisogni energetici dell’UE (e il 43% dell’Italia), la carenza di beni e servizi, anche solo l’insicurezza nei trasporti, insomma non solo teoriche problematiche astratte. E’ bene quindi capire a cosa andiamo incontro, con le nostre scelte e anche solo con le nostre (disinformate) opinioni.
Di Rienzo ha il pregio di non abbracciare una tesi a discapito di un’ altra, solo perché è la più diffusa (dai mass media) o conveniente, ma anzi si interroga, ponendo uno accanto all’altro i fatti, coadiuvato dalle riflessioni di importanti esperti di politica e economia, tra gli altri il pensiero di Henry Kissinger (non certo un sinistrorso) trova largo spazio a dimostrazione che la sua analisi non può essere tacciata di antiamericanismo o antioccidentalismo tout court. Anzi le conclusioni a cui perviene Di Rienzo sono relativamente condivise anche negli USA, e diffuse da riviste di settore.
Innanzitutto, scavando a fondo, per capire le origini, più o meno manifeste di questo conflitto, Di Rienzo sottolinea come origine di tutto sia individuabile nel tentativo degli Stati Uniti di spingere l’Ucraina nella NATO violando gli stessi accordi, (già ampiamente violati) di rinunciare formalmente a qualsiasi forma di espansione dell’Alleanza Atlantica verso est. Questa sorta di peccato originale ha prodotto a cascata tutta una serie di ripercussioni (negative) che inficiano anche oggi i pur sinceri e onesti sforzi intrapresi per la negoziazione di una pace duratura. Da guerra di aggressione quindi in giusta prospettiva può essere declassata a guerra di difesa. Difesa di interessi strategici, economici, politici da parte russa, opposti a quelli occidentali, in un tentativo, di quest’ultimi, quasi grottesco di ricreazione di una sorta di guerra fredda, anacronistica e inopportuna.
Si evincono poi altri punti nodali come la debolezza dell’Unione Europea in politica estera, (ancora troppo influenzata dagli interessi e dalle decisioni USA), fatto che di per sé può essere giudicato poco influente, quando invece mette a rischio gli equilibri generali in modo esponenziale, (pensiamo solo al fatto che Putin era pronto ad usare l’atomica durante la crisi in Crimea) e l’azione di movimenti di estrema destra tra le file governative ucraine, in funzione antirussa, (e qui pensiamo ai bizantinismi dell’Occidente, tesi a giustificarli in funzione democratica).
Insomma il quadro è complesso, ma meno oscuro. Rimando quindi alla vostra lettura del testo, e ai vari approfondimenti, suggeriti dalla abbondante bibliografia. Sarete, dopo, se non altro più consapevoli, e questo è già di per sé molto.

Intervista al professor Di Rienzo: qui

[1] http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/02/23/ucraina-fuga-in-elicottero-di-yanukovich-che-lascia-kiev/267182/

[2] http://www.unita.it/ambiente/russia-taglia-gas-all-ucraina-br-e-ora-trema-anche-l-europa-1.575257