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:: Come cambia l’informazione – I giornali on line: Tra normativa e prassi, le responsabilità del giornalista a cura di Daniela Distefano

23 novembre 2017

rotative

PALERMO – L’evento formativo che si è tenuto nell’Aula Magna del Tribunale di Palermo, lo scorso sedici novembre, ha visto la partecipazione sentita di due categorie professionali che stanno vivendo profondi e repentini cambiamenti nella loro quotidiana attività. Un po’ per la crisi economica, un po’ per l’evoluzione tecnologica, si avverte il bisogno di rinverdire i presupposti strategici sia dell’ordine dei giornalisti italiani, sia di quello degli avvocati. E a parlare per primo è stato l’avvocato Giuseppe Di Stefano il quale ha affermato:

Un evento come questo ci forma, siamo in contatto con i giornalisti per avere una visione comune della società”.

Da dove partire per arrivare al cuore delle problematiche di questo convegno?
Dalle leggi in Italia. Quante sono?
75.000 a livello statale; 150.000 in totale, comprendendo anche le leggi regionali.
In Francia, ci sono circa 7.000 leggi, in Germania anche meno.

Da noi, dunque leggi sconfinate, un numero senza limiti.
Riflettiamo su questo dato di fatto, poi possiamo procedere per affrontare gli altri aspetti sorprendenti che ci riguardano come cittadini dalle troppe norme che non sempre agiscono in difesa dei diritti.
A seguire, l’intervento dell’avvocato Nino Caleca per il quale se la comparsa di internet è un’evoluzione, ciò significa che entriamo in un mondo totalmente nuovo, e occorrono anche accorgimenti giuridici diversi; vale a dire adeguare le norme penali alle regole del web.
Operazione quasi impossibile. Ed emerge la dicotomia tra due ambiti, quello europeo e quello degli Stati Uniti. Esistono due blocchi.
Da una parte, l’Europa si prodiga per una libertà di espressione che tuteli e trovi un limite; dall’altra la visione U.S.A. molto più tollerante e morbida.
Cioè, per gli States non esisterebbero limiti alla manifestazione di pensiero.
Per esempio, per gli statunitensi non ci sarebbe bisogno di intervenire neanche di fronte alle c.d. Fake News.
Quale delle due soluzioni prevarrà alla fine? Chi avrà la meglio, Europa o Stati Uniti?

Due concetti vanno approfonditi per interpretare il problema:

1) Internet è un sistema di produzione di informazione decentralizzato: tutti sul web possono produrre informazione.
2)Per rendere utilizzabile questa massa di informazioni è essenziale il ruolo di chi ordina questi flussi di notizie (perché qualcuno c’è che lo fa) tramite algoritmi.

Ora, la rete è aperta a tutti, ma pochi sono i soggetti che mettono in ordine queste informazioni. Questo è quello che fa per esempio Google News, il motore di ricerca più affidabile.
In Italia, i giornali sono in crisi e la Rete per i giovani è la principale fonte di informazione.
Già, ma cos’è un “algoritmo”? Semplicemente un numero di operazioni con cui si risolvono alcuni problemi; un insieme di istruzioni: con l’algoritmo le macchine imparano da sole (“machine learning”: “l’apprendimento automatico rappresenta un insieme di metodi sviluppati negli ultimi decenni in varie comunità scientifiche con diversi nomi come statistica computazionale, riconoscimento di pattern, reti neurali artificiali, filtraggio adattivo, teoria dei sistemi …”).
Più dati leggo, più sono in grado di sapere ciò che il consumatore vuole.
Stessa concezione anche con il social dei social, Facebook.
E’ così che vengono calpestati i diritti alla riservatezza, e anche alla dignità umana.
Ma di questa violazione i provider rispondono?
Nella diffamazione attraverso internet, è possibile individuare da dove parte l’offesa, cioè dove si commette la prima azione. Poi il resto è tutto una catena.
La Polizia postale, responsabile di questa materia, tuttavia non compie quasi mai indagini.
E’ ancora un teatro in costruzione, la difesa da nuovi mezzi di diffamazione.
Come controllare allora il mondo dei social media di per sé non controllabile facilmente?
La chat è uno spazio in cui si consumano i reati potenziali.
Il resto del seminario è stato dedicato tutto alla trattazione del Testo Unico dei doveri del giornalista (2016-2017) che – come si legge nella premessa –

nasce dall’esigenza di armonizzare i precedenti documenti deontologici al fine di consentire una maggiore chiarezza di interpretazione e facilitare l’applicazione di tutte le norme, la cui inosservanza può determinare la responsabilità disciplinare dell’iscritto all’Ordine”.

Occorre prima di tutto una tempestiva rettifica di notizie, obbligo non solo per il giornalista, ma anche per l’editore di una testata.
Diritto all’oblio? Parliamone. Quale condotta deve tenere il giornalista in merito?
Fondamentale è il rispetto della identità della persona.
Riferimenti a fatti del passato devono essere effettuati solo se necessari. Occorre poi dare notizia del reinserimento del soggetto nella società; pure una valutazione attenta sull’opportunità di pubblicare una notizia.
Più andando a fondo con questo ragionamento, viene in superficie la questione del trattamento dei dati personali. La riservatezza, per esempio, per i dati che riguardano minori (Carta di Treviso), soggetti deboli, stranieri.
Importantissimo, oltre ai doveri di rettifica delle notizie, il rispetto delle fonti e del segreto professionale.
Siamo nell’ambito di una sfera spesso trasgredita.
Ultime tematiche sono: i doveri in termini di pubblicità e sondaggi, informazione sportiva, e uffici stampa.
Le conclusioni di questo percorso formativo sono volte a scacciare gli spettri del panico di fronte al dilagare di una informazione non garantita.
E’ vero, l’America ha un diverso concetto di libertà, e noi in Europa siamo più per la tutela, la garanzia.
Ma non serve l’eccessiva cautela, la rete non è il far west, anzi, a volte esprime una vigilanza impressionante. Provando a tirare le somme, siamo in una fase cruciale, di passaggio, sappiamo che quello che abbiamo davanti è ancora confuso, oscuro, incerto, ma non per questo dobbiamo privarci della speranza che possa in futuro servire l’ignoto per decodificare presente e passato.
Cliccate su google la parola “coraggio” e imparerete a volare.

:: Un’ intervista con Antonio Zoppetti

23 novembre 2017

diciamolo in italianoBentornato sul nostri blog, ci siamo conosciuti tanti anni fa, ricordo a Milano abbiamo preso un caffè in piazza Duomo, sei tra i pochi che mi conosce personalmente. Poi ti abbiamo intervistato per il blog, chi fosse curioso può trovare qui la vecchia intervista. Ti ritrovo paladino della lingua italiana e della sua purezza lessicale. Una domanda a bruciapelo: l’italiano, nella tua esperienza di docente e di scrittore, è davvero in pericolo?

Prima di tutto credo sia necessario chiarire un equivoco: non sono affatto un paladino della purezza della lingua, e ci tengo a sottolineare che non c’è nessun “purismo” nelle mie ricerche. Storicamente, il purismo si è sempre opposto ai neologismi e ha rappresentato un freno all’evoluzione della lingua, che invece, essendo viva, ha bisogno di evolversi e arricchirsi. Per questo ritengo che l’italiano sia effettivamente in pericolo: perché non è più capace di evolvere e di stare al passo con i tempi. Invece di creare parole nuove per le cose nuove, non fa altro che importare termini inglesi, senza tradurli, senza adattarli, e preferendoli spesso anche nel caso esistano gli equivalenti italiani. Il mio allarme, però, non come i tanti che sono stati lanciati in passato, è basato sui numeri e su una ricerca inedita: negli ultimi 30 anni gli anglicismi senza adattamento registrati dai dizionari sono più che raddoppiati (dai 1.600 circa del Devoto Oli 1990 ad almeno 3.400 del 2017), come è aumentata la loro penetrazione nel linguaggio comune (un tempo erano soprattutto tecnicismi, oggi no). La cosa più preoccupante riguarda i neologismi. Stando a Devoto Oli e Zingarelli, quasi la metà delle parole nuove del nuovo Millennio è in inglese (se si aggiungono i semiadattamenti come whatsappare, googlare, downloadare… le percentuali salgono). Insomma, il rischio è che presto ci mancheranno le parole italiane per esprimere le novità e saremo costretti a parlare in itanglese. Ciò è già successo in vari ambiti come quello del lavoro o in vari settori della scienza e della tecnologia. A rischio, però, c’è soprattutto il lessico, cioè le parole che usiamo, e non la struttura della nostra lingua e la sintassi. Questo va precisato. Ma dal punto di vista lessicale, dallo spoglio dei dizionari, emerge che ormai il 4 o 5% dei sostantivi che abbiamo per esprimere le cose è costituito da anglicismi senza adattamento. E se questa crescita non cambia, intorno al 2050 potrebbero rappresentare il 10% dei nostri sostantivi.

Una volta erano i latinismi, o i grecismi molto diffusi, ora è l’inglese la lingua dei detentori del potere economico, politico e anche culturale. E’ un senso di sudditanza che ci spinge, anche inconsciamente, a usare più anglicismi di quanto sia strettamente necessario?

Certamente! Abbiamo un complesso di inferiorità nei confronti dell’inglese, e preferiamo usare termini inglesi, o più precisamente angloamericani, perché ci vergogniamo di adattarli come si faceva un tempo (rivoltella da revolver), di tradurli (bistecca e grattacielo da beefsteak e skyscraper) e addirittura preferiamo l’inglese come sostituto di parole esistenti: stiamo dicendo sempre più competitor al posto di competitore, o mission, vision… Controllavo le frequenze di pusher sui giornali e ho visto che ormai ha rimpiazzato abbondantemente spacciatore. Parole come tesserino al posto di badge arrancano, e mi chiedo se oggi si possa ancora parlare di un completo al posto di un outfit, o di trucco e di truccatrice, invece che di make up e make up artist o se non siano ormai termini da “vecchie signore cotonate”, come mi è stato fatto notare.

Per fare il punto sull’ invasione degli anglicismi nell’ italiano hai scritto da poco un libro: Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla (prefazione di Annamaria Testa), Hoepli 2017. Raccontaci la sua genesi, cosa ti ha spinto a scriverlo?

Volevo pubblicare uno studio sull’italiano del nuovo Millennio, alla ricerca di come stia cambiando la nostra lingua ed era quello il mio scopo, ma arrivato a scoperchiare il problema degli anglicismi, che rappresentano solo una parte di questo cambiamento, mi sono fermato perché mi sono reso conto di qualcosa che non era mai stato conteggiato. Paradossalmente, sono partito dalla convinzione che gli anglicismi non fossero affatto un problema, seguendo le teorie di De Mauro e di illustri studiosi “negazionisti”, ma approfondendo e contando mi sono reso conto che le cose non erano così. Se nel 1980, secondo lo stesso De Mauro, c’erano solo una decina di anglicismi che facevano parte delle parole di base, oggi sono decuplicati, e nell’aggiornamento dello stesso dizionario se ne contano 129. Quelli che un tempo erano tecnicismi di bassa frequenza, nella bocca degli addetti ai lavori (benchmark, spread…) oggi sono nelle orecchie di tutti. E allora ho approfondito e pubblicato nuovi numeri e dati, e ritengo che dopo questo libro le tesi dei negazionisti, che avevano un perché sino a 30 anni fa, non siano più sostenibili.

Tutte le lingue hanno origini meticce, molte parole derivano dal francese, dal tedesco, dall’arabo, dalle lingue slave. Studiando queste origini si può studiare le influenze che alcune culture hanno avuto sulle altre, si possono studiare le migrazioni dei popoli, si può studiare la storia dell’umanità. Non è affascinante, non è un arricchimento, invece che una mera forma di colonialismo culturale? E’ solo proprio l’inglese che ha una massività fuori controllo?

Questo che tocchi è un argomento fondamentale su cui però si fa spesso molta confusione. La lingua di Dante è stata influenzata dalla lingua d’oc e d’oïl, e includeva latinismi, gallicismi, parole ebraiche, arabe e di altre origini ancora, che sono state tutte italianizzate. È sull’adattamento che va spostata la questione. Sulla necessità sacrosanta di “accattare” parole di altre lingue, per dirla con Machiavelli, hanno insistito linguisti e pensatori di ogni epoca, da Ludovico Muratori fino ad Alessandro Verri, che nella sua solenne “rinunzia”, pubblicata sul Caffè, al vocabolario della Crusca (che voleva ingessare l’italiano alla lingua del Trecento e dei classici) scriveva che avrebbe usato qualunque parola, francese, tedesca, inglese, turca, greca, araba o sclavone, se se italianizzandola fosse servita. Lo stesso concetto che si trova in Leopardi. E allora cosa accomuna le posizioni dei più accesi puristi fustigatori dei barbarismi e quelle dei più aperti e moderni sostenitori di francesismi, anglicismi e internazionalismi di ogni epoca? Il fatto che nessuno si è mai sognato di fare entrare nel nostro lessico migliaia e migliaia di forestierismi non adattati. Oggi, in gioco, non c’è una questione di principio, non c’è alcun opporsi all’inglese per purismo o antipatia. È un problema di numeri e di sproporzioni preoccupanti che hanno snaturato il nostro lessico. I francesismi non adattati sono meno di 1.000, nei dizionari, e il francese ci ha influenzati attraverso substrati linguistici secolari, dal provenzale ai tempi di Dante, sino all’epoca delle invasioni, l’Illuminismo, l’età napoleonica e la Belle époque. Anche i substrati secolari dello spagnolo hanno lasciato poco più di un centinaio di parole non adattate. Tutte le altre sono state perfettamente assimilate e integrate nel nostro sistema senza traumi. Dallo spagnolo ci arrivano i tanti nomi che terminano in –iglia (bottiglia, pastiglia, maniglia, quadriglia) oppure caramella, torrone, appartamento, borraccia, dispaccio, cordigliera, mattanza… Il francese ci arricchiti con quasi tutte le parole che terminano in -zione (emozione, precisazione, rivoluzione), in –ismo, –ista, –aggio (illuminismo, materialista, libertinaggio…). Ecco, questo è l’arricchimento: parole nuove che si adattano alla nostra fonetica, alle nostre regole, ai nostri suoni. L’inglese sta invece colonizzando il nostro lessico con suoni estranei, parole che si scrivono e pronunciano in modi che snaturano e scardinano il nostro sistema, e soprattutto con una pervasività che cresce esponenzialmente e che ha già portato all’itanglese in certi ambiti e che porterà all’itanglese anche nel linguaggio comune, se non ci riappropriamo della capacità di creare neologismi e adattamenti, e se non la smettiamo di pensare che l’inglese sia una lingua superiore alla nostra. Stiamo attuando quella che ho chiamato la “strategia degli etruschi”, che si sono sottomessi spontaneamente alla cultura romana sino a scomparire.

Ricordo che ci sono paesi molto “campanilisti” lessicalmente, soprattutto mi viene in mente la Francia, parole come computer, ormai comunemente usata anche da chi non è un cultore sfegatato degli anglicismi, è l’ordinateur. Solo in Italia non c’è questo spirito di difesa del proprio patrimonio linguistico? E’ finito il tempo in cui l’italiano era per esempio la lingua della lirica?

L’italiano è stato il modello culturale dominante durante il Rinascimento, la nostra epoca d’oro, quando ci siamo imposti in tutto il mondo anche linguisticamente non solo nella musica (fuga, sonata…), ma anche nell’arte (affresco, architrave, balcone, chiaroscuro, facciata…). Ma quei tempi sono passati e lontani e oggi esportiamo marchi come Eataly o Slow food. Molti dei nostri antichi termini internazionali oggi rientrano nell’italiano dall’inglese, ma purtroppo solo dopo un adattamento linguistico che li trasforma in suoni d’oltreoceano. Pensiamo a una delle nostre eccellenze: il design. Il termine deriva dal nostro disegno, che però non possiamo più utilizzare in questo senso. E lo stesso si può dire di schizzo, che è diventato sketch e ci ritorna così nel suo significato di scenetta teatrale invece che dipinta; maschera ha generato mascara e ci ritorna così, persino novella, che entra nell’inglese grazie al Boccaccio con il significato di romanzo, oggi ritorna nelle graphic novel all’inglese, mentre in spagnolo si dice novela gráfica, e in francese roman graphique. Nella Costituzione francese c’è scritto che il francese è la lingua istituzionale, e nessun politico potrebbe varare act invece di leggi o introdurre spendig review, ministeri del welfare o garanti della privacy, da loro. In Spagna operano almeno 20 accademie per mantenere l’uniformità linguistica dello spagnolo in tutti i Paesi dove si parla, e tra le loro attività c’è proprio la diffusione e la circolazione delle alternative autoctone agli anglicismi. Il dizionario panispanico dei dubbi è un manuale che ogni giornalista tiene sulla scrivania e consulta, e alla sua presentazione ufficiale erano presenti tutti i mezzi di informazione, che, consapevoli dell’enorme responsabilità che hanno nella diffusione della lingua, si sono impegnati a non abusare degli anglicismi, per citare Gabriele Valle. Da noi i giornali e la televisione, che un tempo hanno contribuito all’unificazione della lingua, oggi la stanno distruggendo, e sono considerati da molti studiosi i maggiori “untori” delle parole inglesi.

Mio fratello mi faceva notare, ne è nato un dibattito in famiglia, che hai usato molti numeri e dati statistici. Hai utilizzato un rigoroso criterio scientifico? Quanto tempo hai impiegato a raccogliere tutti i tuoi dati?

Nel 1992 ho curato il riversamento elettronico del primo dizionario digitale italiano, il Devoto Oli 1990, la prima opera che consentiva un’analisi linguistica automatizzata. Sono partito dall’estrazione dei circa 1600 anglicismi dell’epoca, e poiché questo primo prototipo ha avuto scarsa circolazione, i dati in mio possesso erano praticamente inediti, nessuno li ha mai analizzati prima. Ho confrontato questi dati con quelli di Devoto Oli e Zingarelli 2017, e così ho potuto non solo quantificare l’aumento degli anglicismi, ma anche smontare la tesi dei negazionisti che sostengono che gli anglicismi siano soggetti ad obsolescenza rapida e passino di moda. Questi argomenti però non sono basati su alcuno studio basato sui numeri. Confrontando gli anglicismi del 1990 e quelli del 2017 e ho scoperto che mentre ne sono entrati quasi 2.000 nuovi, quelli usciti sono solo 87! Ma poi le mie ricerche si basano anche sui dizionari delle parole di base di De Mauro, sui grafici di Ngram che permettono di vedere le frequenze delle parole nei libri indicizzati da Google, e anche sugli archivi digitali dei giornali. Ho usato tutti gli strumenti attualmente a disposizione, e l’ho fatto in modo rigoroso, visto che un tempo ho avuto la fortuna di conoscere e di lavorare con il padre mondiale della linguistica computazionale, Roberto Busa, e che mi occupo di analisi linguistiche digitali dagli anni Novanta. In sintesi, la mia ricerca e i miei conteggi si sono svolti in circa 6 mesi di ricerche, ma alle spalle avevo decenni di esperienze pregresse. Sulla “scientificità” e il rigore dei numeri che ho presentato sto aspettando che qualcuno si faccia avanti per smontarli, se ne è capace. Sarei ben lieto di discuterne e di difendere le mie ricerche, ma per il momento nessun negazionista mi ha affrontato su questo terreno. Li invito a farlo. I miei dati sono pubblici e controllabili, e sono scientifici proprio perché sono in teoria falsificabili.

A un certo punto dici che gli anglicismi spesso arrivano propagati dai media, e in molti casi scompaiono perché non riescono ad acclimatarsi e entrare nei dizionari. Dunque la lingua è un’entità viva, in costante movimento, giusto?

Certo che la lingua è un’entità viva, ma proprio per questo si può ammalare e anche morire se non si sa adeguare ai cambiamenti storici. Se l’adeguamento di fronte alla modernità e alla tecnologia significa usare l’inglese non c’è futuro, e l’italiano di domani sarà l’itanglese. Comunque non bisogna confondere gli anglicismi incipienti e circolanti con quelli che si attestano ed entrano nei dizionari. In realtà noi viviamo in una nuvola di anglicismi che ci avvolge e che viene propagata dagli apparati mediatici, molto superiore ai numeri che si ricavano dai dizionari. Molte di queste parole sono però occasionalismi, e quindi non sempre si affermano e si stabilizzano. L’unica obsolescenza dell’inglese è qui, nelle migliaia di parole che usiamo con una frequenza bassa o passeggera, e che talvolta non si affermano. Ma quando invece entrano nel dizionario, poi è molto difficile che escano o regrediscano.

Molti politici ostentano l’inglese nella loro comunicazione. Da cosa deriva secondo te? Oltre alla sudditanza culturale di cui parlavamo prima. Ci sono parole in inglese che restano più in mente, che condizionano più incisivamente l’uditorio. L’uso dell’inglese è anche strumentale?

L’ostentazione dell’inglese è una moda, e secondo me è da mettere in relazione con il fatto che l’inglese non lo sappiamo: solo il 34% degli italiani è in grado di sostenere una conversazione e solo il 40% ha una conoscenza di base più bassa, dai dati ISTAT 2012. Dunque, meno si conosce l’inglese e più si vuole fare gli americani come nella canzone di Carosone o nel film Un americano a Roma con Alberto Sordi. I politici che si riempiono la bocca di anglicismi e che li introducono nel linguaggio istituzionale, quando devono parlare l’inglese vero risultano imbarazzanti.
Ma a questo proposito bisogna fare una distinzione tra gli anglicismi. Ci sono quelli che piacciono nel parlare, la lingua dell’ok, qualcuno l’ha chiamata. Per esempio diciamo preferibilmente weekend, happy hour, part-time, o usiamo espressioni non nei dizionari come my dear, please, oh my God... Ma questo è un problema marginale, se non altro queste espressioni sono comprensibili a tutti. Gli anglicismi del Nuovo millennio sono invece quelli “difficili”, imposti dall’alto, che non arrivano a tutti e spesso non risultano comprensibili. Si tratta di un linguaggio che evoca modernità e internazionalismo, ma è solo un’apparenza. E su questo effetto che dà una maggiore scientificità a espressioni per esempio come trend al posto di tendenza, ci sguazzano i giornali, le multinazionali (che sono impregnate di customer care o di limited edition invece che di assistenza clienti o di offerte limitate) e soprattutto i politici. Il nuovo politichese punta all’anglicismo, che suona come moderno, per mascherare eufemisticamente come stanno le cose. Meglio parlare di gig economy o di jobs act invece che di sfruttamento dei lavoratori e di abolizione dell’articolo 18. Ribattezzare job center le agenzie di collocamento serve per far credere che sia stato fatto qualcosa di nuovo, anche se nella sostanza non è cambiato nulla. Il linguaggio della pubblicità e della politica deve evocare per convincere, e questo si fa seguendo una precisa strategia commerciale (o forse di marketing suona a molti più moderno?) che è una scelta voluta e funzionale che va a scapito della trasparenza e della chiarezza.

Progetti per il futuro?

Preferisco parlare di progetti presenti, che spero di concretizzare in un futuro molto prossimo. Dopo i numeri che ho pubblicato, il secondo passo è quello di creare un dizionario delle alternative agli anglicismi, per farle circolare. In Italia non esiste molto in proposito. La gente ripete quello che sente e pensa che certi anglicismi come budget, range, welfare, privacy… siano ormai insostituibili, mentre si può dire perfettamente stanziamento o tetto di spesa, divario, stato sociale, riservatezza… Ognuno parla come vuole, questo deve essere chiaro, ma per potere scegliere è necessario che le alternative circolino. E per avere idea dei numeri vi rimando per esempio alla lettera C del mio dizionario in costruzione (LINK ): ho trovato più di 300 alternative agli anglicismi solo con questa lettera. Basta fare i conti per capire meglio quello che sta succedendo al nostro lessico. Quando avrò terminato questa impresa, mi piacerebbe tentare il terzo passo: provare a creare un movimento di opinione e di consumatori che passino dalla protesta all’azione. Molta gente non ne può più dell’abuso degli anglicismi, e se questa fetta di consumatori e di elettori si organizzasse e protestasse, forse le cose potrebbero cambiare. In Germania i consumatori hanno esercitato pressioni per esempio sulle ferrovie dello Stato obbligandole a ripensare la loro comunicazione anglicizzata e a tornare a un linguaggio fatto di parole tedesche. Da noi invece la prima classe è diventata business o premium, e la terza si chiama economy, si aprono le aree kiss and ride, ci si vanta di aprire help center invece di punti di informazione… Per passare a questa terza fase ho però bisogno di creare una comunità di persone disposte a collaborare, non posso essere da solo. È un’impresa difficile, ma punto molto nella possibilità di aggregazione della rete. In ogni caso ci voglio perlomeno provare.

Grazie, è stato piacevole chiacchierare con te, poi facciamo un gioco, contiamo tutti gli anglicismi che ho usato io nelle domande e tu nelle risposte. Ora ti saluto, alla prossima.  

:: 3000 chicchi di riso di Alberto Girotto (Compagnia Editoriale Aliberti 2017) a cura di Davide Mana

23 novembre 2017

3000 chicchi di risoMolti rimangono sorpresi nello scoprire che l’Italia è il maggior produttore di riso in Europa, e uno dei maggiori nel mondo, al punto che il nostro riso viene esportato in Estremo Oriente, ed apprezzato per la sua qualità .
In “3000 Chicchi di Riso” Alberto Girotto non ci offre solo una collezione di ricette, ma una vera e propria esplorazione del riso, alimento fondamentale per miliardi di persone, fondamento diculture e non solo di tradizioni culinarie.
In fondo è questa la differenza sostanziale fra un libro di cucina e un ricettario – quest’ultimo è una lista di formule, mentre il primo non ci parla solo di calorie e porzioni, tempi di cottura e condimenti, ma va oltre, e ci offre lo spaccato di una o più culture. Ci insegnanon solo a cucinare, ma anche ad apprezzare ciò che sta dietro a quello che mettiamo in padella.
Il libro di Girotto è suddiviso per capitoli, ciascuno dedicato ad un’area geografica, e corredato di una nota introduttiva storica e culturale. Alle ricette si alternano note sulle varietà  di riso disponibili sul mercato, sul loro uso e sulle loro caratteristice peculiari.
Scopriamo intanto la storia degli spaghetti di riso e altre curiosità .
Dall’Estremo Oriente (che fa comprensibilmente la parte del leone) si passa all’Asia Centrale e al Medio Oriente, all’Europa, alle Americhe, all’Africa e infine all’Oceania.
Ogni ricetta è accuratamente descritta e accompagnata da una fotografia particolarmente attraente.
“3000 Chicchi di Riso” (il titolo si riferisce alla quantità  che quasi ovunque nel mondo costituisce una porzione di riso, circa 95 grammi) è un volume intelligente, che interesserà  sia chi è alla ricerca di qualcosa di nuovo da mettere in pentola, ma anche chi è semplicemente interessato a scoprire quanto sia versatile il riso, e quanta varietà  storica e culturale questo semplice ingrediente esprima in tutto il mondo.

ricettaAlberto Girotto è nato a Biella. Viaggiatore del mondo per promuovere commerci, è da sempre un buongustaio goloso e curioso, oltre che appassionato di storia, etnologia, gastronomia e soprattutto di riso. In questo campo ha collezionato oltre 4.200 ricette con il riso di più di 170 Paesi del mondo. Ha un blog in quattro lingue, 3000 chicchi di riso, che presenta curiosità sul riso, ricette, notizie storiche e etnografiche dei paesi produttori di riso e viaggi.

Source: pdf inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Compagnia Editoriale Aliberti”.

#Libriinarrivo #Novità #InLettura #N°3

22 novembre 2017

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:: L’uomo di casa di Romano De Marco (Piemme 2017) a cura di Nicola Vacca

22 novembre 2017

l'uomo di casaIn occasione del Premio dei Lettori come romanzo più votato sul sito del Premio Scerbanenco 2017, in cui è rientrato nella cinquina finale, (il vincitore sarà proclamato il 4 dicembre), publichiamo questa recensione di Nicola Vacca già edita su Satisfiction.

Romano De Marco con L’uomo di casa scrive un thriller accattivante. L’ambientazione americana è impeccabile.
L’autore ricostruisce perfettamente i luoghi in cui si svolge la storia. Tra Richmond e Vienna, cittadina della Virginia, De Marco costruisce una storia mozzafiato dagli intrighi e colpi di scena infiniti che inchiodano i lettori al libro.
Su diversi piani temporali si svolgono le vicende narrate: un passato da incubo che riporta alla memoria il caso della misteriosa Lilith di Richmond, una donna che mai nessuno è riuscita a identificare ed è ricercata per il sequestro e l’assassinio di numerosi bambini.
Poi c’è il presente con il barbaro assassino di Alan, trovato morto nella sua auto in un parcheggio, e la storia di Sandra Morrison, sua moglie, che dopo la morte del marito si chiede chi fosse davvero l’uomo con cui ha condiviso un pezzo importante della sua vita.
Alan sempre premuroso e attento, appunto un perfetto uomo di casa, professionista stimato che non trascurava nulla adesso si scopre che aveva dei segreti e una doppia vita che lo ha portato a essere assassinato brutalmente.
Sandra precipita in un incubo quando apre i cassetti segreti dell’esistenza di suo marito che credeva di conoscere bene. Comincia a indagare, vuole conoscere la verità.
La vita segreta di suo marito si incontra per una serie di circostanze con il vecchio caso irrisolto dei delitti commessi dalla Lilith di Richmond.
Alan era ossessionato da quella oscura vicenda e lei non riesce a capire il perché.
Accade di tutto: il passato e il presente nella loro tragicità sono uniti da un filo comune di sangue. I delitti di Richmond sono legati alla strana e violenta morte di Alan.
Sandra nella ricerca della verità si accorgerà che molte delle persone a lei vicine hanno qualcosa da nascondere e sono coinvolte nella storia anche se sembrano al di sopra di ogni sospetto.
Un thriller in piena regola quello scritto da Romano De Marco. Una scrittura coinvolgente e soprattutto attenta a soffermarsi sull’introspezione e sulla caratterizzazione dei personaggi è la cornice perfetta che trascina il lettore negli abissi di questa storia nera fino al colpo di scena finale che lascerà tutti senza parole, con la consapevolezza che al male non c’è nessuna risposta ed è per questo che ci illudiamo di fingere che il mondo è un luogo di pace e di amore.

Romano De Marco, classe 1965, è responsabile della sicurezza di uno dei maggiori gruppi bancari italiani. Esordisce nel 2009 nel Giallo Mondadori con Ferro e fuoco, ripubblicato in libreria nel 2012 da Pendragon. Nel 2011 esce il suo Milano a mano armata (Foschi, Premio Lomellina in Giallo 2012). Con Fanucci pubblica nel 2013 A casa del diavolo e con Feltrinelli Morte di Luna, Io la troverò e Città di polvere (gli ultimi due finalisti al Premio Scerbanenco-La Stampa nel 2014 e nel 2015). I suoi racconti sono apparsi su giornali e riviste, tra cui “Linus” e il “Corriere della sera”, e i periodici del Giallo Mondadori. Vive tra l’Abruzzo, Modena e Milano.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Piemme”.

:: Le vite parallele – Un nuovo inizio per il commissario Casabona di Antonio Fusco (Giunti 2017) a cura di Federica Belleri

22 novembre 2017

le vite paralleleQuarto romanzo per Antonio Fusco. Torna l’amato protagonista seriale dei suoi precedenti libri, il commissario Tommaso Casabona. A Valdenza, sulle colline toscane, l’inverno non risparmia temperature rigide e il cielo minaccia neve. Casabona ha una domanda di trasferimento ad altro incarico da inviare. Sua moglie Francesca è malata e lui vuole starle vicino. I figli Alessandro e Chiara stanno crescendo e sono consapevoli di dover dare una mano ai genitori. Il commissario rimane in bilico nella sua decisione di lasciare il lavoro quando Martina scompare. Ha solo tre anni ed è bellissima. La preoccupazione si impossessa di Tommaso e sente di doverla cercare. Il suo letto è rimasto vuoto e i genitori sono angosciati. Questo capitolo della serie ci porta a conoscere i personaggi in modo sfaccettato e complesso. Si fa carico della sofferenza provata quando si è travolti da un destino inaspettato. Scava nel privato portando alla luce i dubbi e le certezze di un’indagine delicata. Nel frattempo della bambina, nessuna traccia. Sembra svanita nel nulla. Valdenza viene travolta da tv e giornalisti, che Casabona cerca di tenere a bada come può. Ci sono sospetti e sospettati, ma tutto appare troppo semplice.
Sullo sfondo l’autore ci parla del mondo della droga, del disagio. Sottolinea l’impegno delle forze dell’ordine nello svolgimento del proprio lavoro, nonostante gli scarsi mezzi a disposizione e il tempo maledetto che sembra non bastare mai. Affronta la scalata verso la soluzione del caso attraversando spezzoni di vita quotidiana che hanno il sapore dei ricordi e della malinconia. La ricerca di Martina impone una procedura specifica, nel rispetto suo e di chi le vuole bene. Quanto conta la paura di non trovarla? Quanto possono essere utili le voci di paese? Quanto si può dire all’opinione pubblica, evitando di scaraventare una famiglia nella fossa dei leoni?
Coscienza, verità e bugie. Perquisizioni e interrogatori. Esperienza e intuito.
Scrittura precisa, equilibrata e corretta, in grado di seminare indizi al momento giusto. Ma nulla è come sembra …
Buona lettura.

Antonio Fusco, nato nel 1964 a Napoli, è funzionario nella Polizia di Stato e criminologo forense. Dal 2000 si occupa di indagini di polizia giudiziaria in Toscana. Nel 2017 Giunti ha raccolto in un volume unico le prime tre indagini della fortunata serie di Casabona.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Marilou dell’Ufficio Stampa “Giunti”.

:: Elogio dell’ombra di Jorge Luis Borges (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

21 novembre 2017

elogio dell' ombraElogio dell’ombra è il punto più alto della poesia di Jorge Luis Borges. Il libro, in una nuova e importante traduzione di Tommaso Scarano, torna in libreria per i tipi di Adelphi.
Scritto tra il giugno 1967 e l’agosto 1969, questo volume di versi rappresenta per il grande scrittore argentino uno dei momenti più significativi della sua poesia congetturale e labirintica.
L’inconoscibilità del reale, visto e sentito all’ombra del labirinto, è il tema principale di questo nucleo di poesie in cui Borges si smarrisce senza alcuna preoccupazione di ritrovarsi.
Ed è proprio nel cuore del suo labirinto che il poeta scopre un’etica della scrittura in cui il sogno e il tempo presente si coniugano e insieme squadernano una serie infinita di interrogazioni. Questo è il luogo in cui Borges alimenta, attraverso il fuoco incandescente della parola, dissertazioni metafisiche sul senso dell’esistere.
Nell’Elogio dell’ombra il poeta è prima di tutto un uomo scettico che sul filo della memoria non lascia indietro nessun punto di domanda.
Memoria che incontra sempre la nostalgia rende la riflessione borgesiana sulla condizione umana un fatto tutto da attraversare. Perché nella consapevolezza degli attraversamenti l’ombra (che è la cecità, ma anche la morte) pretende il suo elogio e il poeta, scavando nei labirinti delle congetture, potrà finalmente giungere al suo centro, alla sua chiave e alla sua algebra e alla fine del viaggio scrivere: «Presto saprò chi sono».
Elogio dell’ombra è il cuore della poesia congetturale e metaforica del grande poeta argentino, che per tutta la sua esistenza ha esplorato i labirinti mentali dell’essere umano. Cavalcando il sogno esercitandosi sempre col pensiero del dubbio, ha costruito un mondo lirico pieno di invenzioni assolute e fantastiche.
La lettura di queste poesie di Borges ci conduce in un universo ricco di suggestioni dove l’universalità dell’Assoluto, la ricerca della bellezza, la percezione dell’eternità e le atmosfere pensanti del sogno ci danno l’impressione di entrare direttamente nel cuore della grande biblioteca di ogni tempo, dove troviamo uno scrigno di tesori letterari offerti in una forma che conserva l’immediatezza, la naturalezza, l’umorismo raffinato del poeta sapiente e saggio.
Elogio dell’ombra, come del resto tutta la sua opera, è un meraviglioso insieme di intuizioni filosofiche, religiose e morali che hanno dato voce alle inquietudini etiche e metafisiche del mondo intero. E lui è uno straordinario grande maestro della bagliore che ha camminato nell’oscurità perenne per giocare con la poesia una misteriosa partita a scacchi. Come in un lungo sogno il poeta ha accarezzato la bellezza, ha cercato la verità perdendosi nel tempo immortale della biblioteca di tutti i libri del mondo.

Jorge Luis Borges nacque a Buenos Aires, il 24 agosto 1899, è stato uno scrittore, poeta, saggista, traduttore e accademico argentino. È ritenuto uno dei più importanti e influenti scrittori del XX secolo. Oggi l’aggettivo «borgesiano» definisce una concezione della vita come storia (fiction), come menzogna, come opera contraffatta spacciata per veritiera (come nelle sue famose recensioni di libri immaginari, o le biografie inventate), come fantasia o come reinvenzione della realtà. Morì a Ginevra nel 1986.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Milano Bagdad – Diario di un magistrato in prima linea nella lotta al terrorismo islamico in Italia di Stefano Dambruoso, con Guido Olimpio (Mondadori 2004) a cura di Marcello Caccialanza

21 novembre 2017

Milano BagdadCome sono organizzate le cellule del terrorismo islamico operanti in Italia? Qual è la loro funzione in ambito internazionale? Dove si concentrano i militanti e quali sono i loro contatti con i paesi musulmani? Con questo libro, Stefano Dambruoso, magistrato della procura milanese in prima linea nelle indagini sul terrorismo islamico, e il giornalista Guido Olimpio, esperto di terrorismo internazionale, ci illustrano la reale entità del pericolo e in quali direzioni si stanno muovendo gli inquirenti, quali sono le persone che contano all’interno della rete di moschee e centri di aggregazione musulmana, quali le zone a più alto rischio di attentati in questi mesi. Le indagini condotte negli ultimi anni, soprattutto dopo l’11 settembre, hanno fornito un quadro inquietante. È emersa una rete di specifiche funzioni gerarchiche e parallele, dal predicatore al reclutatore, dal finanziere al capo militare, dal responsabile dell’informazione all’addetto alle relazioni fino allo shahid, l’ultimo anello della catena. Le nazionalità sono diverse e così pure l’estrazione sociale. Diverse sono anche le sigle, intrecciate talora in un groviglio non facilmente districabile, con cambi di ruolo e di alleanze e lotte di potere interne. Un crogiuolo di forze aggreganti insieme a forze disgreganti, dove l’esaltazione massima dell’individualità rappresentata dall’attentatore suicida si affianca alla volontà di riscatto della comune radice islamica. Prende corpo un asse Milano-Bagdad, composto di elementi formati in Europa e federato con i gruppi locali mediorientali, un organismo che si muove nel segno della globalizzazione utilizzando per i suoi scopi l’informatica e la neotecnologia assieme alla strumentazione bellica più primitiva e più accessibile. Sull’altro fronte c’è il lavoro investigativo delle varie procure italiane, collegate con le procure europee, che, fra mille difficoltà, hanno compiuto grandi passi avanti negli ultimi anni. Questo libro è il diario di bordo di un ufficio giudiziario impegnato giorno per giorno contro il terrorismo.

Un libro dalla stesura difficile e dal contenuto attuale, scritto con grande puntualità di nozioni ed obiettività di intento; capostipite di quella letteratura d’attualità che purtroppo non ha smesso di tenere banco anche ai giorni nostri.
Questo testo concepito a quattro mani da Stefano Dambruoso con la collaborazione di Guido Olimpio- datato 2003-2004- rappresenta a ragion veduta un primo e valido esempio di documento/studio in merito alla spinosa questione del terrorismo.
Si parte dalla presentazione a tutto tondo del radicalismo islamico, cioè una sorta di rete di supporto logistico al terrorismo di Al Qaeda, eversione allo stato puro che si trasforma in un sistema operante che uccide materialmente.
Per poi in un secondo momento sottolineare, con grande lucidità, di come la città di Milano e la Lombardia stessa siano a tutti gli effetti i luoghi più appetibili, in cui prendono forma queste tesi di morte. Infatti, nolente o volente, il faro che illumina il terrorismo islamico in Italia resta la Moschea di viale Jenner, sita nel capoluogo lombardo.
L’autore medesimo, però, per sfatare equivoci e facili generalizzazioni che potrebbero scaturire un pericoloso scontro di civiltà, si affretta ad affermare con grande chiarezza che la stragrande maggioranza dei luoghi di culto frequentati da Mussulmani non sono da ritenersi fucina di violenza e di odio.
Anche se, grazie alle sue ricerche ben ponderate e suffragate da riscontri tangibili, si è riusciti a dimostrare che dal computer di viale Jenner sono partiti prima dell’ 11 settembre importanti messaggi per l’Afghanistan, creando così un invisibile filo telematico che ha dunque unito gli estremisti presenti nel nostro Paese alle basi organizzate da Bin Laden.
In un rapporto ufficiale gli stessi Americani hanno confermato che dopo gli attacchi alle Torri Gemelle sono emerse documentazioni attendibili che hanno dimostrato senza ombra di dubbio la complicità di Viale Jenner …quale centro di reclutamento per gli stessi militanti.
Da leggere per riflettere e trarre le proprie considerazioni!

Stefano Dambruoso, esperto giuridico presso la Rappresentanza permanente italiana alle Nazioni Unite di Vienna, è stato per otto anni Sostituto Procuratore della Repubblica a Milano, dove si è occupato in particolare di inchieste sul terrorismo ultra-fondamentalista islamico.

Guido Olimpio giornalista esperto di terrorismo internazionale ha seguito sul Corriere della Sera le attività della stessa forma di terrorismo in Italia e all’estero.

Source: libro del recensore.

:: Guest post – Final Girls: Le sopravvissute di Riley Sager (Giunti 2017) di Lucia Patrizi

21 novembre 2017

final girlsSe è vero che quasi ogni genere cinematografico ha un suo omologo letterario da cui discende e di cui, con fare parassitario, si nutre, esistono dei sotto-generi e dei filoni che hanno avuto una propria genesi e vivono in totale autonomia. Uno di essi è di sicuro lo slasher, in cui al massimo si può trovare qualche traccia sparsa di Dieci Piccoli Indiani, ma che è assolutamente cinematografico di nascita. Un po’ come la figura dello zombie moderno, che ha dei debiti contratti con Matheson, ma esiste e prospera in quanto creatura concepita apposta per il grande schermo, anche gli assassini dello slasher sono stati visti per la prima volta in sala e non tra le pagine di un libro.
E tuttavia, mentre di romanzi a tema morti viventi ce ne sono in quantità industriale, la stessa cosa non si può dire di romanzi dichiaratamente slasher. A parte un paio di titoli come L’Isola di Richard Laymon e il thriller young adult I Know What you Did Last Summer di Lois Duncan, che però rientra nel genere più perché ne è stato tratto un film slasher che per le sue intrinseche caratteristiche da slasher, la narrativa di questo tipo è virtualmente inesistente.
La ragione è anche abbastanza semplice: lo slasher è un genere che, per avere una qualche efficacia, deve esprimersi attraverso le immagini. Il suo schematismo, la sua struttura fissa e codificata tramite regole rigidissime da cui è quasi impossibile fuggire e che bisogna essere davvero bravi per aggirare o forzare, funzionano molto bene al cinema, ma hanno meno possibilità in narrativa.
E così arriva Riley Sager (uno pseudonimo dietro cui si nasconde con ogni probabilità un uomo) e usa, sin dal titolo, l’elemento più riconoscibile dello slasher, la final girl, ovvero l’unica superstite di un massacro, colei che ha visto morire tutti i suoi amici ed è uscita viva, trionfante e coperta di sangue dall’incontro con l’assassino di turno.
Di final girl il cinema è pieno. Per comodità e risparmio di spazio, diremo che la capostipite di ogni final girl che si rispetti è la Jamie Lee Curtis di Halloween, fingendo di ignorare i numerosi precedenti. Dal 1978 in poi, innumerevoli ragazze hanno sconfitto altrettanti innumerevoli killer, cosa che di solito coincideva con la fine del film.
Sager ha invece l’ambizione di rispondere alla domanda che tutti gli appassionati di slasher si sono posti dopo i titoli di coda dei loro filmacci preferiti: cosa succede alla final girl una volta tornata a casa?
In realtà, la risposta a questa domanda l’aveva già data lo scrittore horror Stephen Graham Jones nel 2012, con il bellissimo The Last Final Girl, ma purtroppo il suo romanzo in Italia non è mai arrivato e non fa parte della narrativa mainstream.
Final Girls, al contrario, è un best seller tempestivamente tradotto in italiano e pronto per un adattamento cinematografico che la Universal ha programmato per l’anno prossimo.
Un successo, di pubblico e persino di critica.
Solo che non è uno slasher, non è un (se mi passate il termine applicato alla narrativa) un B-movie; per continuare con i paragoni cinematografici, Final Girls è il corrispettivo di quei thriller con un grande cast di star un po’ bollite, un regista da discount al servizio della produzione e degli alti valori produttivi. Roba da serie A, insomma. Roba da scaffale del supermercato. Roba da ombrellone. L’esatto opposto rispetto alla natura scalcinata e un po’ miserabile dello slasher. Non esistono slasher di serie A, lo slasher è serie B per definizione.

Appurato che Final Girls non è uno slasher quanto non lo è un qualsiasi romanzo sui serial killer, andiamo a vedere che relazione ha con lo slasher, perché è il genere cui fa riferimento fin dal titolo e da cui prende di peso situazioni e cliché, per poi andare in tutt’altra direzione.
La protagonista del romanzo è Quincy Carpenter (il cognome non è casuale), unica sopravvissuta al brutale assassinio di tutti i suoi amici: durante un fine settimana in una classica “cabin in the woods” all’insegna di festeggiamenti, alcol e sesso promiscuo, un paziente evaso da un manicomio nei dintorni ha ucciso, uno dopo l’altro, i ragazzi, mentre Quincy è riuscita a fuggire e ha avuto la fortuna di incontrare un poliziotto che ha sparato al killer poco prima che facesse fuori anche lei.
Sono passati dieci anni e Quincy ancora non ricorda nulla di quella notte: dal momento in cui la sua migliore amica le è morta tra le braccia a quello in cui l’agente l’ha salvata, nella sua memoria c’è un buco nero.
Quincy, nel frattempo, è diventata una blogger di cucina con un discreto seguito e, grazie al risarcimento ottenuto dalla direzione dell’istituto che si era lasciato scappare l’assassino, vive da benestante in un lussuoso appartamento a New York, con un compagno che la adora e il poliziotto responsabile di averle salvato la vita che forse è innamorato di lei e accorre ogni volta che ne ha bisogno.
Quincy non è l’unica final girl che incontreremo nel corso del romanzo. Altre due donne infatti condividono un destino simile: Lisa, sopravvissuta al massacro di tutte le sue consorelle negli anni ’90, e Sam, che è riuscita ad avere la meglio su un assassino introdottosi nell’hotel dove faceva la cameriera durante il turno di notte.
La notizia del suicidio di Lisa dà il via alla narrazione vera e propria, alternata alla frammentaria ricostruzione della notte in cui Quincy è diventata una final girl.
La struttura è quindi quella del thriller investigativo più che dello slasher: cosa è successo davvero a Quincy dieci anni fa? Perché Lisa si è uccisa? Si è veramente uccisa? E cosa vuole da Quincy l’altra final girl rimasta, Sam, che un bel giorno si presenta a casa sua con lo scopo apparente di aiutarla a ricordare?
Ovvio che la parte di maggiore interesse sia quella relativa al passato, perché è lì che Sager gioca davvero con il materiale da slasher. Il resto del romanzo è una fiacca serie di indagini condotte da una protagonista ai limiti del sostenibile e da personaggi di contorno privi di qualunque spessore o interesse.

Si dice che lo slasher sia un sotto-genere fortemente reazionario e misogino: un assassino, il più delle volte mascherato, si accanisce su giovani che vogliono solo divertirsi, colpendo con più ferocia le donne ed eliminando quelle che si danno con gioia al sesso promiscuo, mentre la final girl sopravvive in virtù della sua purezza.
Questo è uno schema valido, difficile negarlo. Eppure il paradosso dello slasher, nonché gran parte del fascino che ancora esercita sul pubblico, sta proprio nel fatto di aver regalato al cinema una galleria di personaggi femminili difficili da dimenticare. Le varie final girl cinematografiche (e non soltanto loro: tutti ricordano con affetto Wendy di Prom Night e Lynda e Annie di Halloween, tanto per nominare le prime che mi vengono in mente) hanno tutte un tratto distintivo che le accomuna, e che avrebbe sintetizzato magnificamente Sidney Prescott nel secondo Scream: sono delle guerriere, sono delle combattenti; non si limitano a stare nascoste o a scappare mentre attorno a loro muoiono tutti malissimo, no. Loro contrattaccano, mettono in difficoltà l’Uomo Nero di turno, lo superano in astuzia, riescono, pagando un prezzo altissimo, a neutralizzarlo. Almeno fino al capitolo successivo.
Quincy non è una final girl e non si merita questo status: lei non si è salvata da sola, è stata tirata fuori dai guai da un cavaliere maschio in scintillante armatura e distintivo.
È qui che un romanzo mediocre, tuttavia, piazza il suo colpo di genio: Final Girls non risponde alla domanda su che cosa accada a una final girl dopo essere sopravvissuta; al contrario racconta la formazione di una final girl. Nel momento in cui le due linee temporali si incontrano, nelle pagine conclusive del romanzo, Quincy, l’insopportabile, passiva, autoindulgente Quincy, si trasforma nella final girl che avrebbe dovuto essere dieci anni prima. È lì che il libro diventa il B movie che tutti volevamo che fosse.
Purtroppo questa bella svolta narrativa arriva tardissimo e, per vederla concretizzarsi sulle pagine, tocca aspettare un po’ troppo.
Final Girls è un ibrido citazionista costruito con una certa maestria, pieno di riferimenti cinematografici che dimostrano che almeno Sager ha studiato e sa di cosa sta parlando. Ma annega in un mare di ovvietà e in un colpo di scena finale telefonato sin dalle prime pagine. È comunque interessante per chi ama il genere di riferimento vedere come la materia perda un po’ in efficacia quando passa dal grande schermo alla pagina scritta.
Non tutti sono Richard Laymon e non tutti hanno la volontà di far narrativa marginale per definizione e scelta.
In fin dei conti, Final Girls è un romanzo adatto a chi non guarderebbe mai film come Terror Train o Sleepaway Camp senza sentirsi un po’ sporco, ma che vuole comunque provare qualche brivido da serie B standosene tranquillo nei ranghi della narrativa generalista.

Riley Sager vive a Princeton, New Jersey. Prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura ha lavorato come editor e graphic designer. Final Girls è in corso di traduzione in 14 Paesi.

Lucia Patrizi è l’autrice del blog Il giorno degli zombi- cinema horror e velleità culturali.

:: La cagna di Mattia Cuelli (Clown Bianco Edizioni 2017) a cura di Federica Belleri

20 novembre 2017

La-cagna-di-Mattia-CuelliAndrea Negri ha i capelli corvini e gli occhi verde smeraldo. È Appuntato dei Carabinieri a Brescia. Donna bellissima, dal fisico tonico e preparato. I suoi turni di pattuglia scorrono uno dopo l’altro, fino al giorno maledetto nel quale un’aggressione brutale le cambia completamente la vita. Il suo fascino subisce la distorsione dettata dal male, le sue sicurezze crollano per lasciare spazio alla pura crudeltà. La sua lucidità subisce un duro colpo e si ritrova scaraventata contro il muro dell’illegalità. Scavalcarlo è un attimo, un breve istante per cambiare rotta e non voltarsi più indietro. Da quel momento il tempo scorre in maniera diversa, i minuti si susseguono fra continue scariche di adrenalina, la sua personale giustizia calpesta quella del popolo. Andrea si circonda di amici particolari, unici e originali. Scopre se stessa e il suo lato buio attraverso un’oscura presenza che la segue ovunque, costringendola a buttare fuori il peggio di sé o il meglio. Dipende dal punto di osservazione. Andrea soffre e sembra alimentare il proprio dolore ogni volta che uccide. Cosa ci si può aspettare da una donna che ha perso tutto, e che ha soltanto bisogno di un po’ di sano calore umano?
Brescia e provincia sono invase da un vortice di violenza incontrollabile, la mafia russa padroneggia e controlla prostituzione e nuove droghe da immettere sul mercato. Non ci si può fidare di nessuno e bisogna per forza imparare a proteggersi le spalle. Dove sta la verità? Qual è il suo prezzo?
La cagna è la storia di una guerra, dal ritmo serrato, dai toni pulp. Andrea è un’eroina moderna e intuitiva. Ma è pur sempre una donna, dalla sensibilità celata. Una femmina che vorrebbe amare e proteggere, senza riuscirci. La cagna è una lotta contro il tempo, maledetto e inesorabile. La cagna è un thriller che ci inchioda di fronte alla realtà, alla morte, all’odore del sangue. Non lascia scampo al lettore, che prova empatia immediata con i personaggi creati dall’autore, nel bene e nel male. Le scene descritte si visualizzano con chiarezza e lasciano spiazzati. La lettura scorre e le pagine vengono voltate una dopo l’altra fino all’epilogo. Senza scampo, senza tregua.
Immergetevi nella vita di Andrea Negri. Buona lettura.

Mattia Cuelli nasce a Leno (Brescia) il 26/01/1976. Si diploma nel 1995 al Liceo Scientifico statale di Ghedi (brescia), per poi entrare nell’azienda di famiglia dove tutt’ora è impiegato. La passione per la lettura la scopre in giovane età, quando inizia a divorare in particolare gli scritti di Terry Brooks e Stephen King. E’ amante del cinema, della Harley-Davidson e è un convinto animalista. Vive con la moglie Francesca. con la quale è sposato dal 2009, e con piccolo cagnolino di nome Banny a Montichiari, in provincia di Brescia.

Source: inviato al recensore dall’autore.

:: C’era una volta Goldrake – La vera storia del robot giapponese che ha rivoluzionato la TV italiana di Massimo Nicora (La Torre edizioni 2017) a cura di Elena Romanello

20 novembre 2017

CopertinaTra pochi mesi, ad aprile, saranno quarant’anni esatti dall’arrivo di Atlas Ufo robot Goldrake sui teleschermi dei nostri Paesi, primo anime giapponese di genere fantascientifico ancora oggi amatissimo da più di una generazione e inizio di una passione che per molti è durata tutta la vita, anche da adulti, ispirando carriere e creatività.
Per raccontare la storia di un’epopea animata e di costume, è uscito per La Torre edizione, specializzata in studi sulla cultura dei manga e degli anime, un poderoso ma scorrevole saggio di Massimo Nicora, intitolato proprio C’era una volta Goldrake. L’autore ricostruisce una storia interessante e variegata, che si è dipanata su più Paesi, il Giappone innanzitutto, poi la Francia e l’Italia, svelando aneddoti interessanti e raccontando il fenomeno Goldrake (in originale Grendizer) sia dal punto di vista contenutistico che di impatto culturale.
In Giappone ci si volle ispirare ai film di fantascienza anni Cinquanta, sia quelli prodotti in casa, Godzilla in testa, che a quelli americani basati sulle invasioni aliene. Però Grendizer arrivò come terzo capitolo di una saga iniziata con Mazinga Z e continuata con Il Grande Mazinga, sempre da idee originali di Go Nagai, e ai fan non piacque fino in fondo l’idea di vedere Koji (da noi Alcor) ridotto a fare da spalla non sempre intelligente del nuovo eroe Daisuke, conosciuto in Italia come Actarus. In ogni caso la serie ebbe un suo pubblico, grazie anche all’apporto artistico del grande Shingo Araki, che realizzò gli episodi più belli, tragici e memorabili.
In Francia il successo fu improvviso, anche se ostacolato all’origine dai programmatori di rete, che vollero relegare Goldorak in estate, non tenendo conto che quella fu un’estate piovosissima e che i più giovani amarono da subito quello che oltralpe è rimasto uno dei simboli della cultura otaku.
Da noi Atlas Ufo robot Goldrake seppe calamitare l’attenzione di più generazioni di spettatori, e l’autore ricorda l’importanza delle sigle e del doppiaggio, i gadget e gli articoli che uscivano allora, ma anche le polemiche sulla violenza degli anime, portate avanti innanzitutto dal parlamentare Silviero Corvisieri.
C’era una volta Goldrake è un libro imperdibile per chi fa parte della generazione che si appassionò alla serie, sia chi ha continuato poi ad interessarsi al mondo degli anime sia chi se ne è staccato, ma è interessante anche per capire l’importanza di queste ormai non più tanto nuove icone dell’immaginario che sono manga e anime nella cultura giovanile e non solo di questi ultimi decenni.

Massimo Nicora (Varese, 1972), giornalista, è laureato in Filosofia Teoretica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e si occupa di comunicazione e relazioni con la stampa per conto di importanti aziende nazionali e internazionali, in particolare inerenti videogiochi e cinema di animazione. Appassionato di Goldrake e di robot giapponesi, ha tenuto conferenze sui 30 anni di Goldrake in Italia nel corso delle manifestazioni Maggio Bambino (2008) e FirenzeGioca (2008) e ha rilasciato interviste a Radio Deejay e a TG3 Neapolis. Per conto dell’editore giapponese d/visual, nel 2007 si è occupato del lancio e della promozione in Italia della prima edizione in DVD della serie. È autore del libro C’era una volta… prima di Mazinga e Goldrake. Storia dei robot giapponesi dalle origini agli anni Settanta (Youcanprint, 2016) ed è curatore di un blog dedicato a Goldrake (ceraunavoltagoldrake.blogspot.it).

Source: omaggio dell’editore La Torre al recensore, che ringraziamo insieme all’autore Massimo Nicora.

:: China Keemun Tè nero & Fuori da Gaza di Selma Dabbagh

20 novembre 2017

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Oggi vi parlerò di un tè davvero speciale, che ho avuto modo di degustare sempre grazie ai sample di PETER’S TeaHouse. Anche se non è un tè prezioso, (gli intenditori sanno che ci sono tè rarissimi con prezzi da Cartier), è considerato uno tra i cinque migliori tè del mondo. E a ragione. E’ un tè nero, intenso, dal gusto deciso. Uno dei miei preferiti e potete berlo sia amaro, sia col miele (il sapore si adatta benissimo). Di colore rosso intenso, tendente al marrone una volta in infusione, ha un profumo gradevole e delicato. Il sapore è ottimo, asciutto, persistente. Resta sul palato per alcuni minuti dopo la degustazione. Ha grandi capacità digestive, lo consiglio a fine pasto o colazione.

China KeemunE’ il classico tè nero cinese, dalla Provincia di Anhui, anche chiamato “Tè dell’orchidea”. Mediamente corposo, dal sapore leggermente affumicato ma tipicamente dolce sul finale. Costa € 6,00 all’etto. Nella foto a destra potete vedere come si presenta il tè sfuso.

Esiste anche una voce su Wikipedia che ne descrive origine, storia e varietà.

Preparazione, tempi e dosi

Per la preparazione del China Keemun Tè nero è consigliato portare l’acqua a una temperatura di 95 °. (Spegnete il fuoco un  attimo prima della piena bollitura). Assolutamente non fate bollire l’acqua a lungo perderebbe di ossigeno, e la qualità del sapore del tè ne risentirebbe.

Dosi consigliate: 1 cucchiaino di tè per tazza, uno per la teiera.

Tempo di infusione: dai 3 ai 4 minuti (un segreto, se lo volete più carico non aumentate i tempi di infusione, ma maggiorate la quantità di tè).

Per la preparazione di un’ ottimo tè e la conservazione del tè rimando al post precedente: qui

Per l’acquisto, troverete qui la pagina dedicata da PETER’S TeaHouse a questo tè.

Consiglio goloso

China Keemun Tè nero lo consiglio con i biscottini al cioccolato e melograno. Qui una gustosa e semplice ricetta. Che oltre che buoni sono anche benaugurali. Il melograno è simbolo di ricchezza e fertilità.

Curiosità letteraria

Si beve tè anche nei libri, molti scrittori sono insospettabili cultori di questo piccolo rito, oggi vi parlo dell‘ incipit di Ritratto di signora di Henry James.

«Sotto certi aspetti ci sono nella vita poche ore più piacevoli di quelle dedicate alla cerimonia del tè del pomeriggio. Vi sono circostanze in cui, sia che si prenda il tè o no – c’è della gente che non ne vuol sapere – quel momento è in sé delizioso. Le condizioni alle quali io penso, incominciando a scrivere questa semplice storia, offrivano un assetto mirabile per l’innocente passatempo. Gli oggetti necessari alla piccola cerimonia erano stati disposti sulla prateria di una vecchia casa di campagna inglese, nel cuore di uno splendido pomeriggio estivo. Una parte del quale era già trascorsa, ma ancor molta ne rimaneva, ch’era della più bella e fine qualità

L’incipit di Ritratto di signora, uscito a puntate in The Atlantic Monthly e Macmillan’s Magazine nel 1880–81 e poi come libro nel 1881.

Tè del mondo

Anche in Russia la cerimonia del tè fa parte della tradizione. Una tradizione antichissima e molto diffusa in tutti gli strati sociali. Simbolo di accoglienza e ospitalità. Adatto a risaldare gli ospiti anche nei climi più rigidi. Il tè arrivò in Russia dalla Cina, attraverso le vie carovaniere e si diffuse in modo più pervasivo all’inizio del Seicento. Tipico componente della tradizione russa è il samovar, tipico contenitore di metallo nel quale si bolliva l’acqua per il tè che veniva preparato molto forte in una teiera a parte e poi si allungava con l’acqua bollente del samovar a seconda dei gusti. Il tè viene sempre zuccherato. Tradizionalmente lo zucchero non si metteva nella tazza ma direttamente in bocca, di solito in zollette. In Russia il tè si beve dopo pranzo insieme al dolce o alla frutta. Ma può anche essere servito lontano dai pasti principali, in questo caso viene accompagnato da stuzzichini sia dolci che salati. Tra questi ci sono senz’altro i blinis.

Per la ricetta dei blinis vi rimando al blog di Natasha Stefanenko.

E ora veniamo al mio consiglio di lettura:

China Keemun Tè nero è perfetto leggendo Fuori da Gaza dell’autrice anglo-palestinese Selma Dabbagh.

Source libro: libro inviato dall’editore, si ringrazia Chiarastella dell’ ufficio stampa Il Sirente.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.