Archivio dell'autore

:: Un’ intervista con Mario Mancini, co-fondatore di goWare

27 febbraio 2018
mario_foto

Mario Mancini

Arnaud Nourry è il capo di Hachette Livre dal 2003. Hachette è una delle più grandi case editrici del mondo: controlla 170 marchi e pubblica 17mila titoli all’anno. Tra i suoi autori: John Grisham, James Patterson, Robert Ludlum e Stephen King. Recentemente Nourry ha rilasciato un’ intervista al sito indiano Scroll.in sulle prospettive di Hachette in India. Con l’occasione ha avuto modo di affrontare la questione dell’editoria digitale affermando che l’ebook è un prodotto stupido in cui non c’è nessuna creatività e nessun sviluppo per l’editoria. Le affermazioni di Nourry sono state riportate dal “Guardian” e dal “Post”, come il de profundis di questa tecnologia.

Abbiamo chiesto a Mario Mancini, co-fondatore di goWare, una start-up di nuova editoria che pubblica app, ebook e POD per i nuovi media, di commentare le affermazioni di Nourry. Mario Mancini è anche autore di due libri sulla nuova editoria entrambi pubblicati da goWare: Schermocracy. Libro o ebook? (2014) e Amazon vs Apple. Breve storia della nuova editoria a dieci anni dal Kindle (2018).

È vero che l’ebook è stupito come sostiene Ariel Nourry, CEO di Hachette?

Certo che l’ebook è stupido. “Stupido è chi stupido fa”, diceva la madre di Forrest Gump. Se continui a fare cose stupide, vuol dire che, seppur potenzialmente intelligente, sei uno stupido. È questa l’accezione di stupido per gli ebook. È stupido perché volutamente depotenziato; perché deliberatamente tenuto in uno stato di stupida minorità. Creativi, editori e piattaforme utilizzano questo nuovo media e la tecnologia che lo motorizza al 10% delle sue effettive potenzialità. Vorrei essere ancor più chiaro. In ultima analisi, e dispiace dirlo perché è tutto è partito da qui dieci anni fa, è il Kindle ad essere stupido. La tecnologia del Kindle, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, è primitiva.

In che senso primitiva?

Il Kindle si preoccupa solo di conservare la forma classica del libro. Incita a scrivere per la forma classica del libro. È qualcosa di inutilizzabile per chiunque si ponga il problema centrale di innovare il contenuto narrativo. Uno sviluppo oggi cruciale vista l’ubiquità dei nuovi dispositivi intelligenti per informarsi, apprendere, divertirsi, comunicare e anche leggere. Non è vero che si legge di meno, l’umanità non hai mai letto tanto quanto legge adesso. E siccome l’ebook è stupido, perché, come dice Nourry, “è uguale al libro di carta, non c’è creatività, miglioramento, vera esperienza digitale” e costa solo qualche euro in meno dell’aristocratico libro, succede che i lettori comprano i libri e gli scrittori scrivono libri e non ebook. E coloro che non hanno mai letto libri, e che potrebbero essere raggiunti con ebook di nuova generazione, continuano a non leggere libri. Un circolo poco virtuoso.

È per questo che i lettori, dopo un’infatuazione per gli ebook, sono tornati all’ovile?

Sì. La partita ebook-libro non si può neppure giocare alle condizioni attuali. Mentre il libro rimane per secoli e si apprezza con il tempo, l’ebook è transeunte come qualsiasi tecnologia moderna. Dell’ebook non si ha neppure la proprietà piena perché non lo si acquista, lo si prende in licenza d’uso come il software. L’ebook è privato di ogni valore di scambio e il valore d’uso è inferiore all’originale. L’unica leva è il prezzo, ma con il livellamento di quest’ultimo ogni vantaggio competitivo viene meno. L’ebook ha innovato solo la catena distributiva, ed è già tantissimo, ma nel contenuto e nel format non si è visto nulla.

Parliamo, appunto, del livellamento del prezzo.

Guarda, è lo stesso Nourry che lo spiega meglio di qualsiasi altro quando dice:

“Quando sono diventato CEO di Hachette nel 2003 ho studiato quello che è accaduto alla musica, al cinema e ai giornali. Mi sono convinto della necessità degli editori di libri di tenere il controllo dei prezzi. Se nei mercati occidentali consentiamo all’ebook di scendere di prezzo di 2 o 3 euro succede che salta tutta l’infrastruttura del mercato. Muoiono le librerie, muore la grande distribuzione, cadono i ricavi degli autori. Dobbiamo difendere la logica del nostro mercato contro gli interessi dei gruppi tecnologici e del loro modello di business”.

Chiaro, no? Nourry, però, non deve preoccuparsi dei tecnologici e di Amazon, in particolare, che non ha nessuna intenzione di mettere a soqquadro questo mercato dal momento che le sue vendite di libri crescono del 35% su base annua, mentre quelle dei competitor crollano o ristagnano. Siamo ormai a una stabilizzazione del conflitto Amazon-resto del mondo.

Perché il Kindle è il problema?

Purtroppo, o fortunatamente, sul Kindle passa l’80% del mercato digitale del libro. La posizione egemonica della tecnologia Kindle, però, soffoca l’innovazione, o meglio non attrae innovazione. In che senso? Per esempio, sviluppare un link ipertestuale su e-reader Kindle può diventare un’esperienza all’Indiana Jones. Se un misero link diventa un problema, che cosa ci resta? Gli scrittori, che dovrebbero allearsi con gli sviluppatori e i creatori di videogiochi per produrre un contenuto narrativo di nuovo tipo, non vanno a cercare nessuno perché non si può lavorare un anno per qualcosa che non ha un mercato o si rivolge a un mercato grande il 5%.

È una situazione modificabile?

Purtroppo non si vede come poter modificare questa situazione. A farlo dovrebbe essere la stessa Amazon, che innova furiosamente in tutti i campi, ma in questo comparto si comporta da incumbent: il business così com’è gli va bene. Dagli editori c’è da aspettarsi poco perché vedono l’ebook come un fattore distruttivo del loro fatturato. Gli autori stanno a guardare. Qualcuno ha fatto qualcosa di importante. La Rowling, per esempio, ha fondato Pottermore dove distribuisce le storie di Harry Potter in formati digitali innovativi. Ma Pottermore è l’unica attività della bionda scrittrice inglese che è in perdita. Pure James Patterson si è mobilitato per creare qualcosa di adatto a questo nuovo canale. Ma nessuna di queste iniziative ha avuto un seguito o scatenato un “network effect”. Non è facile farlo.

La Apple potrebbe fare qualcosa?

La Apple è senza speranza. La Apple ha tutto quelle che servirebbe per accogliere l’innovazione di contenuto degli scrittori e dei narratori: ha l’hardware e il software migliori, ha un negozio dedicato e ci sono un miliardo e mezzo di dispositivi IOS nelle tasche dei consumatori pronti a spendere. Ma sugli ebook ha sbagliato tutto ed ora è in una posizione di imbarazzante irrilevanza. Ti dico un caso che conosco. La goWare, dove lavoro, è un startup di nuova editoria che pubblica app, ebook e POD per i nuovi media. Bene, quando Bene, quando è arrivato l’iPad nel 2010 il suo business passava per il 60% per l’iBookstore di Apple. Oggi su Apple realizza solo il 3%.

Sconfortante. Ma la Apple non si definisce oggi una società media?

Hanno un bel dire Tim Cook e Luca Maestri che la Apple è diventata una società di media e di contenuti. In realtà Apple è una società troppo elitaria per accogliere un’innovazione che viene dal basso come quella necessaria per innovare questo comparto. Sembra che adesso stiano rimettendo mano a iBooks ed a iBookstore per rilanciare il business. Le intenzioni sembrano buone tanto che è stato deciso di togliere il jobsiano prefisso “i” alla denominazione dell’app e del negozio. Vogliono dare un segnale forte al mercato. Non ci resta che attendere e vedere. La Apple può davvero stupirci. Speriamo che lo faccia. Ma la partita con Amazon è perduta, come spiego anche nel mio libro.

Gli editori possono fare qualcosa?

Possono fare moltissimo come lo possono fare i loro autori. Ma sono delle montagne di sale. Lo spiega molto bene Nourry quando afferma:

“Possiamo inventare qualcosa di nuovo usando i nostri contenuti e il digitale che vada oltre gli ebook, ma sono giunto alla conclusione che non abbiamo le capacità e i talenti necessari per fare questo. Nelle nostre imprese gli editor sono abituati a prendere un manoscritto e metterlo su una pagina di carta. Conoscono poco il potenziale del 3D e del digitale. Per questo negli ultimi due anni abbiamo comprato tre società produttrici di videogiochi, per acquisire talenti da industrie diverse e vedere come possiamo arricchire i contenuti e andare oltre gli ebook fotocopia. So che dobbiamo offrire esperienze diverse ai nostri clienti”.

E bravo Nourry. Un programma interessante. In tempi non sospetti Matteo Hoepli, che dirige il negozio online della storica libreria milanese, mi disse che le case editrici devono diventare delle case di software. Una previsione azzeccatissima Ma gli editori hanno bisogno di tempo e finché non si muovono i grandi editori, anche i grandi autori, quelli che hanno l’X-Factor, stanno alla finestra.

Come si può andare oltre gli ebook nel loro format attuale?

No certo con le app-book. Esperienza chiusa. Quello delle app è un pubblico e un canale completamente diverso da quello editoriale. Ci sono certamente delle sovrapposizioni di pubblico, ma dalle app il consumatore, anche se lettore forte, si aspetta un’interattività spinta, qualcosa di pavloviano che un contenuto narrativo tradizionale, seppur rivisitato, non può fornire. Quindi capisco benissimo quello che dice Nourry quando afferma:

“Noi editori abbiamo provato a migliorare o arricchire gli ebook, ma non ha funzionato. Abbiamo provato app e siti: i successi sono stati uno o due e i fallimenti a centinaia”.

I lettori non vanno su AppStore, su Google Play o sul web, vanno su Amazon a rifornirsi di prodotti editoriali a pagamento.

Eppure l’enhanced ebook sembrava una bella idea?

Sembrava perché stava proprio nel canale corretto ed ereditava i concept dalle app. Ma anche questa è un’esperienza chiusa, perché gli enhanced ebook non potevano essere acquistati sul Kindle Store, perché non funzionavano sui Kindle e-reader. Inoltre questo prodotto non nasceva come un progetto teso a creare una vera esperienza digitale interattiva. Nasceva come libro + qualcosa di sfizioso. Quando penso a quella esperienza mi vengono in mente le sculture dell’Aurora e della Notte nella Sagrestia nuova delle cappelle medicee di Firenze. Siccome Michelangelo aveva difficoltà a raffigurare il corpo femminile, costruiva un corpo maschile a cui poi gli appendeva gli attributi femminili. Però quelli sono comunque degli enormi capolavori. Così è avvenuto con gli enhanced ebook. Si è preso un contenuto cartaceo a cui si sono aggiunti contenuti video, applet Java, test interattivi, mappe, link e tutto una roba raffazzonata che sembrava una gran cosa e invece era una gran c***ta. Non poteva funzionare. Il pubblico non è stupido come lo erano quegli ebook.

Mi pare di capire che la chiave di svolta l’abbia Amazon. Che cosa ci si dovrebbe aspettare da Bezos & co.?

Sì, decisamente è Amazon che ha il passe-partout. Si potrebbe cominciare con un passo molto semplice, una decisione da pigliare con uno schioccar di dita. Non avrebbe alcuna conseguenza sull’utenza del Kindle, ma cambierebbe parecchio lo scenario di riferimento. Basterebbe che Amazon decidesse di supportare il formato epub3, mandando in pensione il formato mobipocket. Il formato ePub è già incorporato nel file che i consumatori scaricano dal Kindle Store. ePub3 è HTML 5, la tecnologia del web. Una bomba, si può fare tutto. Basterebbe che il software del Kindle invece di caricare un file mobi caricasse un file ePub. Si parla spesso di questo passaggio che però non avviene perché Amazon è satollo di libri e se ne sta buono nel suo ruolo a tal punto che il capo di Hachette, che considerava Amazon una minaccia alla cultura planetaria, oggi gli canta il peana:

“Amazon ha giocato un ruolo fantastico nell’industria editoriale — dice Nourry. Tralasciando la nostra piccola disputa, è un rivenditore efficiente con la capacità di consegnare rapidamente i libri in ogni parte del mondo. È una grande opportunità per gli editori”.

Viene da sorridere. In realtà il management di Amazon sa benissimo che cosa fare ma non ne ha voglia.

L’ePub3 basterebbe a scatenare l’innovazione?

No, non basta. Ci vorrebbe un secondo passo che è molto più difficile. Amazon dovrebbe progressivamente mettere in mora i suoi dispositivi e-ink per abbracciare interamente la tecnologia degli smartphone e dei tablet che è già implementata sui Kindle Fire e sull’app Kindle per i dispositivi retroilluminati. In Cina, una nazione che è già nel futuro, tutti leggono sugli smartphone di grande formato e sono in pochi a cercare gli e-reader dedicati, perché semplicemente non servono. I lettori occidentali sono molto più sofisticati, la tradizione del libro è molto più radicata e lo snobismo antitecnologico è molto più di moda, pertanto gli e-reader hanno un peso maggiore nelle scelte dei lettori. Non si può però non riconoscere che in questa area culturale gli e-reader hanno avuto una funzione utilissima di traghettamento del consumatore sulla sponda digitale. Hanno avuto… Adesso a 10 anni dall’introduzione del Kindle si può osare di più. Ed è giusto farlo.

Che cosa suggeriresti ad Amazon?

Gli direi di implementare subito l’ePub3 e di lanciare un programma di rottamazione dei dispositivi e-ink con incentivi incoraggianti per passare al Kindle Fire, a un tablet o a uno smartphone di grande formato. Amazon potrebbe stringere degli accordi con produttori terzi. Sarebbe la mossa del cavallo che aprirebbe scenari impensabili adesso. Ma non succederà niente di tutto ciò.

Per concludere, esiste nella storia dei media moderni un esempio che può fare da viatico all’ebook?

Certo che esiste, è il cinema delle origini. Il cinema nasce dalla fotografia come tecnologia e dal vaudeville come contenuto così come l’ebook nasce dal web come tecnologia e dalla narrativa come contenuto. Grazie all’azione di pionieri come Georges Méliès ed Edwin Porter e all’iniziativa di imprenditori come Gaumont e Zukor, il cinematografo da un mezzo mimetico e derivato divenne un media che fu capace di sviluppare un nuovo e originale linguaggio espressivo e seppe creare dal nulla un nuovo pubblico di riferimento, un pubblico che l’industria culturale di allora non raggiungeva. Si trattò di uno sviluppo così importante e di una rivoluzione del gusto e del comportamento da rendere il cinema la settima arte, l’arte più amata dalle masse. L’industria del libro deve saper fare lo stesso percorso dell’industria cinematografica delle origini. E lo farà. Ha solo bisogno di tempo. Ma come diceva Keynes “nel lungo periodo siamo tutti morti”.

:: Scoprirsi down. La storia di Alberto, raccontata da lui stesso di Alberto e Ezio Meroni (Edizioni San Paolo 2018)

27 febbraio 2018
Scoprirsi down_Cover

Clicca sulla cover per l’acquisto

Alberto è un ragazzo come tanti, nato a Desenzano del Garda nel 1994. Un ragazzo che ha deciso, assieme a suo padre Ezio, di farci un grande dono, raccontarci la sua vita. Dalla nascita (il suo era uno spermatozoo molto consapevole) ai giorni nostri, ormai adulto. Dal 2015 con un impiego, lavora infatti come cameriere e cuoco presso il ristorante Hortus di Cusano Milanino.
Una storia di successo la sua, nessun grande eclatante avvenimento, ma tanti piccoli tasselli di una vita che sì possiamo definire felice. Due genitori che l’hanno amato e cresciuto, dandogli la migliore educazione possibile, una grande passione lo sport, la pallavolo, la scuola, le uscite con gli amici, l’oratorio, ripeto una storia simile a quella di tanti e tanti ragazzi che vivono nel nostro paese.
Una storia che comunque andava raccontata, e Alberto con il suo stile limpido e tranquillo, venato anche da una sottile e divertita ironia, lo fa consegnando la sua vita a noi. Di solito chi scrive di sé, e traccia una propria autobiografia non avendo ancora raggiunto la vecchiaia, (Alberto ha ancora tutta la vita davanti), lo fa se è stato protagonista di eventi drammatici rapimenti, aggressioni, tragedie più o meno varie, Alberto invece ci vuole trasmettere la sua felicità di avere avuto il dono della vita, l’amore di una famiglia, di essere riuscito a superarare i piccoli e grandi ostacoli che ha trovato sul suo cammino. Una storia felice, di esempio anche per altri.
Leggendo questo libro si ha la netta sensazione di leggere la storia di un ragazzo normalissimo, comune, con le sue gioie e le sue tristezze, e se non fosse che proprio lui ci ricorda la particolarità con cui è nato, noi non ce ne accorgeremmo assolutamente.
Tutti i ragazzi hanno problemi a scuola, difficoltà con i compagni. Essere vittima di anche velate forme di bullismo è capitato più o meno a tutti. Tutti i ragazzi si possono sentire emarginati, derisi, non capiti, a volte vittime dell’ignoranza o della vera e propria cattiveria. Sono cose che capitano a tutti, anche a chi ha tutti i cromosomi giusti nelle proprie cellule.
E Alberto ne ha qualcuno in più. Ha gli occhi a mandorla, e alcune caratteristiche tipiche di chi ha la Sindrome di Down o Trisomia 21.
Ormai la scienza permette di individuare questa anomalia genetica prima della nascita, e si può scegliere di interrompere la gravidanza. I genitori di Alberto hanno rifiutato l’amniocentesi, e anche se l’avessero scoperto, entrambi credenti, non avrebbero escluso questa vita. Insomma gli hanno dato una possibilità, e Alberto ha fatto di tutto per giocarsela, per conquistare una vita indipendente e normale.
Scoprirsi down, libro narrato in prima persona, parla della sua vita e pone a noi alcune questioni morali che non sono mai semplici. Né per i genitori, né per i medici, né per chi dovrà vivere poi per tutta la sua vita con alcune limitazioni, che indubbiamente ci sono. Ma la Sindrome di Down non pregiudica la vita, non è come nascere senza un organo vitale.
Alberto ha lottato per la sua, e l’ha fatto con grande coraggio e forza.
Non è stato cresciuto come un “poverino”, da due genitori che con grande intelligenza hanno capito che dovevano trattarlo come un ragazzo normale, sgridarlo quando si comportava male, premiarlo per i suoi successi, senza pietismi o sensi di colpa.
Vivere con una disabilità non è facile, ma è proprio vivere che non è facile, e di esseri perfetti non ce ne sono. Poi ognuno compie le sue scelte, ma è interessante per una volta sentire la voce di un diretto interessato. Buona lettura.

Alberto Meroni è nato a Desenzano del Garda nel 1994 e vive a Cinisello Balsamo. Dopo aver conseguito l’attestato presso l’Istituto Alberghiero Olivetti di Monza, ha svolto un tirocinio lavorativo di due anni seguito dalla Cooperativa Sociale In-Presa di Carate Brianza. Dal luglio 2015 lavora come cameriere e cuoco presso il ristorante Hortus di Cusano Milanino, assunto con un contratto di formazione trasformatosi poi in un rapporto a tempo pieno e indeterminato. Oltre alla cucina ha un’altra grande passione: la pallavolo. Quando gli impegni glielo consentono, segue le partite del Vero Volley Monza con il gruppo degli ultras. Inoltre è assistant coach di una formazione giovanile della medesima società e gioca nella squadra Special Olympics, nata dalla collaborazione tra il Vero Volley e l’Associazione Tremolada. Il sogno nel cassetto? Aprire un ristorante tutto suo sul Lago di Garda.

Ezio Meroni è nato a Cinisello Balsamo nel 1954. Appassionato di storia locale, ha scritto diversi volumi sulla comunità e sulla parrocchiale di Sant’Ambrogio, sull’antica chiesetta di Sant’Eusebio, sul Movimento Cooperativo, sull’antifascismo e sulla Resistenza. Nel 2004 per San Paolo ha pubblicato Sentieri di Libertà e il racconto La Messa partigiana, inserito nella raccolta antologica Misteri di Natale. Successivamente ha dato alle stampe alcune biografie di importanti personaggi nella storia di Cinisello Balsamo. Nel 2011 è uscito il suo romanzo Angela. Una storia d’amore nella guerra partigiana, seguito tre anni dopo dalla ricerca biografica Vittorio Beretta Un segno per la città.

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cronaca di lei di Alessandro Mari (Feltrinelli 2017) a cura di Viviana Filippini

27 febbraio 2018
Cronaca di lei di Alessandro Mari

Clicca sulla cover per l’acquisto

Cronaca di lei” di Alessandro Mari è un libro che ti trascina nella sua trama dalla prima all’ultima pagina. I protagonisti sono una giovane donna che fa la modella e tanti altri lavoretti per guadagnare un po’ di soldi e Milo One way Montero, un pugile che è stato campione del mondo. Tra i due c’è un legame che dura da tempo, ed è fatto da un continuo tira e molla. Ad un certo punto però la coppia sembra ritrovarsi per dare forma a qualcosa di più stabile, solo che Milo è in crisi. Il romanzo di Mari ha un ritmo cinematografico dove gli eventi si inseguono uno dopo l’altro come se fossero i fotogrammi in rapida successione di un film. In questo scorrere di nomi, fatti cose ed eventi il personaggio più forte che emerge è, dal mio punto di vista, quello di Lei. La ragazza amata da Milo. La giovane ha un fisico esile, mingherlino, con segni incancellabili che fanno capire, senza troppo disvelare, le prove estenuati e stressanti alle quali la giovane donna è stata sottoposta nella vita. Lui – Milo- non solo ha perso lo smalto di campione mondiale, ma è pure stato sottoposto ad un intervento all’occhio e questi eventi non fanno niente altro che renderlo più fragile e simile alla lei che lo ama e lo accudisce. Tra la ragazza e Milo non ci sono molte parole, loro comunicano attraverso i loro copri, con l’olfatto, con il tatto e con gesti che servono al lettore a caprie quanta empatia ci sia tra questi due corpi e anime ferite dalla vita. La loro storia fatta di strappi esistenziali si potrebbe ricucire solo se riuscissero a vivere la loro relazione in santa pace e invece si innesta Irene, la sorella di Milo. La donna è ossessionata dai soldi e dal doverne fare sempre di più. Non a caso è lei che gestisce il patrimonio del fratello, ed è lei che farà tutto il possibile per far venire alla luce la biografia di Milo e farne soldi. Il compito di scrivere è affidato a Leo Ruffo, il giornalista scrittore che vive in una sorta di limbo perché lui, che è stato incaricato di scrivere la biografia di Montero, entra in contatto con tutta la famiglia del pugile e questa vicinanza farà sì scattare in lui il bisogno di raccontare, ma come farlo? Ruffo è in bilico tra l’essere obiettivo, distaccato e raccontare le cose come stanno davvero, e raccontarle come vorrebbero i suoi committenti. Un bel dilemma che metterà a dura prova il giornalista diventato per i Montero, ma soprattutto per Milo, una sorta di confidente e un testimone che conoscete tutto quello che accade al pugile, su e giù dal ring. Leggendo “Cronaca di lei” di Mari ci si trova davanti ad un’umanità messa a dura prova dalla vita, travolta dagli eventi contro i quali i protagonisti vorrebbero combattere come se fossero sul ring per vincere, ma non sempre le cose vanno come loro vorrebbero. Milo, Ruffo e Lei si trovano così segnati da marchi indelebili, da ammaccature esistenziali che mai andranno via e al lettore, che è lì con il libro in mano, viene come la voglia di saltare dentro alle pagine per stare a vicino a questi umani letterari. Le creature che animano “Cronaca di lei” di Alessandro Mari appassionano chi legge, perché dimostrano che in loro vive una fragilità che li rende umani e simili a noi lettori.

Alessandro Mari (1980) è narratore e traduttore. Con Troppo umana speranza (Feltrinelli, 2011), suo esordio narrativo, si è imposto all’attenzione di pubblico e critica vincendo il Premio Viareggio-Rèpaci. Ha poi pubblicato Gli alberi hanno il tuo nome (Feltrinelli, 2013), “L’anonima fine di Radice Quadrata” (Bompiani, 2015), “Cronaca di lei” (Feltrinelli, 2017) e la graphic novel “Randagi” (Rizzoli-Lizard, 2016). I suoi lavori sono tradotti in Europa e in Sudamerica. Ha inoltre firmato e condotto programmi di cultura per la televisione.

Source: acquisto del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Una magia a Parigi di Danielle Steel (Sperling & Kupfer 2018) a cura di Marcello Caccialanza

27 febbraio 2018
Una magia a Parigi

Clicca sulla cover per l’acquisto

Una magia a Parigi” è l’ultima fatica letteraria di una scrittrice, alquanto feconda, quale è Danielle Steel.
Il suo romanzo racconta di sei amici di lunga data che ogni anno si danno un appuntamento fisso nella capitale francese, dove si offrono il lusso di una cena speciale, che avviene in una villa da sogno di Parigi, situata proprio vicino ai luoghi simbolo di questa affascinante città.
Tutto,ogni minimo particolare deve essere assolutamente di colore bianco: dall’arredamento sino all’abbigliamento dei singoli ospiti. La serata si conclude in modo romantico, ovvero con il lancio in cielo di centinaia di piccole lanterne volanti, dove ciascun partecipante alla cena racchiude in poche righe un desiderio che vorrebbe vedere realizzato.
Veramente toccante la descrizione che la medesima autrice fa del momento in cui i sei protagonisti alzano gli occhi al cielo e con uno sguardo trasognante si illudono di vederli realizzati da un momento all’altro.
Ma loro non sanno che proprio questo ennesimo incontro nella città dell’amore sarà proprio quello utile perché finalmente nella loro vita avvengano quei grandi e decisivi cambiamenti atti a portare sconvolgimenti esistenziali, dai risvolti inaspettati.

Danielle Steel vive tra gli Stati Uniti e la Francia. È la scrittrice più popolare del mondo, con oltre 650 milioni di copie vendute in 69 Paesi. I suoi romanzi pubblicati in Italia da Sperling & Kupfer sono tutti bestseller internazionali e dal 1981 l’autrice è sempre presente nella classifica del New York Times. Nel 2014 le è stata conferita la più alta onorificenza francese, la Legion d’Onore. http://www.daniellesteel.com

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La cura dell’acqua salata di Antonella Ossorio (Neri Pozza 2018) a cura di Federica Belleri

26 febbraio 2018
La cura dell'acqua salata

Clicca sulla cover per l’acquisto

La seconda tragica guerra è finita e a Napoli ci sono gli americani. La famiglia Romeo è composta da argentieri da generazioni, ma dalla ricchezza è passata alla povertà. Vivono nella stessa casa ultracentenaria, con lo stesso portone che li ha sempre protetti da ladri e intrusi. Portone che oggi non ha quasi più nulla da tenere da conto. Lo sanno bene Caterina e Franco, i loro figli Spina e Enzo, lo zio Eugenio e il nonno Ferdinando. Sanno che in tavola c’è poco, e quel poco dev’essere spartito. Spina sta sbocciando nella prima giovinezza, Enzo ha solo otto anni ma ne osserva incuriosito la trasformazione. Franco trascina la sua gamba poliomielitica e Caterina si è irruvidita dagli eventi e dagli affetti mancati. Lo zio Eugenio scrive le sue memorie di guerra e il nonno vive nel suo mondo perduto.
La vera storia di questa famiglia inizia nel 1766, a causa di un prezioso oggetto, un ciondolo meraviglioso e unico, un sapo gallego. Un elemento decorativo bellissimo che spesso le donne in Galizia usavano indossare. Ma la storia dei Romeo è legata anche alla marusìa, all’inquietudine del mare, alla solitudine, all’ansia e all’angoscia. Da cosa è provocata?
Un sapo, splendido e luminoso, in grado di stravolgere la vita di chi lo possiede, tramandato per generazioni, da custodire con attenzione e gelosia. In grado di provocare allucinazioni e visioni, di far percepire profumi e odori mai sentiti, di far ritrovare nei volti di perfetti sconosciuti qualcosa di familiare.
Un sapo gallego, che provoca tristezza e strane sensazioni. Che conduce il sonno ristoratore verso incubi terribili. Un gioiello che pulsa, sembra avere vita. Che costringe ad abbandonare le certezze e a cedere alle superstizioni.
Porta forse sventura?
È solenne la sua presenza, non si può evitare di ammirarlo almeno una volta al giorno, o di portarlo sulla pelle, a costo di sentirsi bruciare le viscere. È malvagio e insolente, decide la sorte, esige rispetto.
La cura dell’acqua salata, in grado di alleviare la sofferenza e il dolore. Le lacrime, che sfogano lasciando sollievo a chi si è bagnato il viso. Il desiderio di fuggire, attraversando il mare. La marusìa che ritorna e porta tristezza. Le colpe da espiare e la curiosità di un bambino, depositario di una grossa responsabilità.
La cura dell’acqua salata, un cerchio che si chiude, un destino che si compie attraverso l’affetto, l’amore e la passione. Una famiglia, quella dei Romeo, dal sapore antico. Una Napoli speciale, raccontata attraverso i quartieri, la gente, le tradizioni e le credenze popolari e la paura di perdersi o commettere peccato.
E il mare, il vento, la potenza delle onde a fare da sfondo a questo romanzo. Tutto è reale e immaginario. Tutto è vero e verosimile.
Ottima lettura, che vi consiglio.

Antonella Ossorio è autrice di libri di narrativa per bambini e ragazzi pubblicati da Einaudi, Rizzoli, Giunti, Electa e altre Case Editrici. Nel 2014 è uscito per i Coralli Einaudi il suo romanzo La mammana (Premio Società Lucchese dei Lettori 2015).

Source libro: libro inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio Stampa Neri Pozza.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: China Yunnan Pu Erh Tè nero e Lo Straordinario di Eva Clesis

26 febbraio 2018

20180212_171356

È arrivata la neve! Disagi permettendo, questo è il periodo perfetto per bersi un buon tè. Scalda le mani, il cuore, lo stomaco e i pensieri, e si può prendere a tutte le ore del giorno. Per accompagnarlo a un buon libro aspetteremo stasera, di ritorno dal lavoro.

Oggi della collezione di tè di PETER’S TeaHouse ho deciso di parlarvi di China Yunnan Pu Erh Tè nero.

È un tè forte, deciso, molto scuro (in tazza arriva a una colorazione marrone), prevalentemente maschile, per chi ama i tè dal gusto deciso e amarognolo sul finale. Caratteristica principale di questo tè è il suo aroma prevalente di tabacco, sia fresco che una volta in tazza. Il profumo è terroso, corposo, caldo. Il sapore è molto particolare, ricco di sfumature, per cui ci vuole attenzione per coglierle. Non credo possa piacere a tutti, se amate i tè più delicati, forse non è indicato, ma io vi conisglio di abituarvici gradualmente, io l’ho trovato subito ottimo e adatto alla prima colazione, accompagnato sia a tartine salate che a dolci.

È un tè nero cinese della provincia dello Yunnan e scopro sul loro sito che ha una particolarità davvero notevole: grazie alla post fermentazione sotto terra ha proprietà anticolesterolo. Inoltre svolge un’azione a favore del funzionamento epatico. Ne comprerò una bustina per mio fratello qui al PETER’S TeaHouse di Torino in Via Giuseppe Mazzini. Ma le sue particolarità benefiche non si fermano qui, ha effetti salutari sul tratto digestivo e riduce inoltre l’assimilazione di cibi grassi e di zuccheri, quindi è anche indicato se tenete al peso o siete a dieta.

È dunque un vero e proprio tè curativo, e se amate i rimedi naturali è davvero prezioso. Per giunta, in effetti, dopo averlo bevuto si acquista davvero una certa sensazione di benessere. Sarà stata una mia impressione, ma provate se non ci credete.

China Yunnan

Costa un po’ di più 6,60 all’etto. Ma credo li valga tutti. Se volete provarlo lo trovate a questo link.

Per una preparazione ottimale

vi rimando agli articoli precedenti qui:

Consigliati:

Un cucchiaio di tè per persona.
Temperatura dell’acqua di 95 °.
Tempo di infusione dai 3 ai 4 minuti.

Consiglio goloso

Consiglio di non accompagnare China Yunnan Pu Erh Tè nero a niente, di berlo come un rito spirituale e di salute. Altrimenti accompagnatelo a tartine di formaggio e speck.

E ora veniamo al mio consiglio di lettura

Consiglio di sorseggiare China Yunnan Pu Erh Tè nero leggendo Lo Strordinario di Eva Clesis edito da Las Vegas Edizioni. Ho voluto abbinare questo tè a un libro che parla di tè, dalle proprietà davvero stupefacenti.

Source libro: libro inviato dall’editore, si ringrazia Carlotta dell’ Ufficio Stampa Las Vegas Edizioni.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

:: Un’ intervista con Giorgio Ballario

26 febbraio 2018

Il destino dell'avvoltoioBentornato Giorgio su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. Ho spulciato nel nostro archivio, e la nostra ultima intervista risale al 2012, eccetto la parentesi estiva, lo scorso anno, in cui abbiamo intervistato Aldo Morosini. Aggiornaci. Cosa è cambiato da allora? Noto che hai avuto un percorso autoriale abbastanza tortuoso e accidentato. Per me almeno che ti seguo come scrittore dal 2009, ormai quasi da dieci anni.

Ciao Giulietta e grazie per questa nuova opportunità di incontrare i lettori di Liberidiscrivere. E’ passato parecchio tempo, in effetti, e sono anche successe molte cose. A parte un certo numero di libri che ho pubblicato, dal 2014 sono anche fondatore – e presidente – dell’associazione culturale Torinoir, che riunisce undici autori torinesi che di certo conosci: Patrizia Durante, Massimo Tallone, Rocco Ballacchino, Maurizio Blini, Marco G. Dibenedetto, Enrico Pandiani, Luca Rinarelli, Fabio Beccacini, Fabio Girelli e Claudio Giacchino. E con loro abbiamo fatto un bel po’ di iniziative: l’ultima, l’antologia “Il Po in noir” (Edizioni del Capricorno) è dell’autunno scorso, ancora reperibile in libreria.

Diamo uno sguardo alla tua bibliografia, hai pubblicato: Morire è un attimo, Una donna di troppo, Il volo della cicala, Le rose di Axum, Nero Tav, Vita spericolata di Albert Spaggiari, Fuori dal coro, e l’ultimo Il destino dell’Avvoltoio. Ci sono tutti? Dimentico qualcosa? Forse i tuoi racconti apparsi in antologia?

Romanzi e libri di taglio saggistico ci sono tutti, mancano appunto i racconti, che sono un bel numero ma non è certo il caso di elencare.

Riassumendo dopo Le rose di Axum la serie Morosini si è interrotta. Le nebbie di Massaua, la mitica (nel senso proprio che se ne parlava come di un essere mitologico) quarta indagine di Aldo Morosini doveva uscire nel 2013, poi per varie vicissitudini editoriali i tuoi lettori aspettano ancora la pubblicazione. Ci sono buone speranze che il tuo nuovo editore lo pubblichi entro quest’anno?

La serie si è interrotta non per mia volontà, ovviamente. Le vicissitudini che il mondo editoriale ha attraversato negli ultimi anni sono note a tutti e ne sono rimasto vittima anch’io, o meglio il maggiore Morosini. Il quarto romanzo coloniale è ancora inedito, ma posso sbilanciarmi fino a dire: ancora per poco. Per scaramanzia non aggiungo altro, ma alla tua domanda posso rispondere di sì.

Quando uscì Vita spericolata di Albert Spaggiari, ricordo che lo lessi e mi piacque molto, si sentiva autentica ammirazione da parte tua verso una persona che andò sì aldilà della legge, tuttavia conservò una sua etica e morale. Cosa ti ha sorpreso di più di quest’ uomo, mentre facevi le tue ricerche per il libro?

In effetti mi sono innamorato del personaggio Spaggiari sin dalle prime ricerche sulla sua vita, del resto a mio parere non avrebbe senso dedicarsi a scrivere la biografia di un personaggio che non ti intriga o che giudichi poco interessante. Di lui mi sono piaciute molte cose, sicuramente lo spirito guascone e irriverente, l’etica personale che lo allontana molto dal cliché del classico criminale, il coraggio e la capacità di attraversare la vita con il sorriso sulle labbra: uno dei suoi motti era “rido di tutto”. Inoltre mi è molto piaciuto ricostruire gli anni Settanta e Ottanta, gli ultimi, forse, in cui era ancora possibile essere avventurieri a tutto tondo, prima che globalizzazione da un lato e tecnologia asfissiante dall’altro modificassero per sempre le nostre vite.

Ma ora parliamo de Il destino dell’Avvoltoio, un noir atipico nella tua produzione, contemporaneo, ma più vicino al nero criminale. Abbiamo un protagonista che oscilla tra il lecito e l’illecito, perlomeno circoscritto a piccole truffe assicurative. Anche il linguaggio cambia, è più crudo, realistico, anche scurrile. Hai fatto fatica ad adattare il linguaggio a questi personaggi? Sei una persona molto educata, e per certi versi all’antica, in senso buono.

Con Il destino dell’avvoltoio ho voluto scrivere un noir a tutto tondo, dove la trama gialla è meno importante rispetto alle atmosfere e non esiste la solita divisione fra buoni e cattivi, tutori della legge e criminali. Anzi, come avrai letto, di buoni nel senso classico del termine non ce ne sono quasi. E’ chiaro che per raccontare questa storia, che per giunta si svolge in prevalenza nei bassifondi della città, anche il linguaggio deve adattarsi. E di sicuro il criminale del milieu torinese contemporaneo non parla come un maggiore dei carabinieri degli Anni Trenta. Ma non è solo il linguaggio, è proprio il modo di pensare dei personaggi che è diverso.

Come hai costruito l’intreccio e la trama. E’ una storia che ti è stata ispirata dalla cronaca?

E’ chiaro che per me, giornalista e attento lettore dei fatti di cronaca degli ultimi decenni, le notizie dei giornali sono sempre fonti primarie d’ispirazione. Anche in questo caso è stato così, sia pure non in senso stretto. Però per scrivere dei dettagli e per immaginare certi episodi della storia ho dato fondo anche alla mia memoria di cronista. Ma anche di cinefilo, potrei dire: nella figura dell’avvoltoio ho usato anche certe pennellate tratte da film noir, potrei citare il Danny De Vito de “L’uomo della pioggia”, il Ricardo Darìn di un film argentino che in Italia non è mai arrivato, dove il protagonista campava di truffe alle assicurazioni. Inoltre un collega mi ha detto che la figura di Montrucchio si avvicina a quella dell’avvocato De Gregorio, dell’omonimo film di Pasquale Squitieri del 2003, interpretato niente meno che da Giorgio Albertazzi. Non l’ho visto, ma è un accostamento che mi piace, cercherò di colmare la lacuna.

Tra gli aspetti più realistici del libro, lo sguardo che hai su Torino, la tua città. Una città che ha accolto più di altre molte fasi di immigrazione, dalla gente del Sud che veniva a lavorare alla Fiat negli anni del boom, negli anni ’60, alle ondate migratorie prima dei popoli dell’Est, dopo la caduta del Muro di Berlino, a quelle dei paesi arabi, anche prima della Primavera Araba che ha portato in un certo senso a ciò che osserviamo oggi. La tua Torino multietnica, e coloratissima, ancora conserva un gusto sabaudo, nei suoi caffè del centro, nelle sue librerie, nei suoi musei. Come descriveresti la Torino di oggi a chi non l’ha mai visitata?

E’ difficile descrivere la propria città a un forestiero. Da un lato rischio di dare una visione deformata dall’amore che indubbiamente provo per Torino; dall’altro l’abitudine può anche giocare brutti scherzi e indurre a sottovalutare luoghi e ambienti che agli occhi di chi viene da fuori risultano più “magici” e interessanti di quanto non appaia a chi ci vive. Ne vengo fuori con un paragone letterario: Torino è come quei vecchi romanzi gialli che a prima vista non potrebbero competere con i best-seller super-pubblicizzati, ma poco a poco, leggendone le prime pagine, ti conquistano e ti attraggono perché capisci che la realtà non è mai quella che sembra e dietro l’apparenza c’è la sostanza.

Il finale è aperto, interrompi la storia prima di un quasi certo epilogo. Sono contemplati i miracoli nel mondo dell’avvocato Montrucchio?

E’ un finale aperto? Può darsi che qualcuno lo possa leggere così, ma in realtà quando ho scritto il romanzo ho pensato che il finale fosse abbastanza esplicito, anche se, come dici tu, la “macchina da presa” si spegne appena prima dell’ultima scena. Lasciamo al lettore un briciolo di immaginazione e libera interpretazione, nei libri – a maggior ragione nei noir – secondo me non si dovrebbe mai eccedere nei dettagli descrittivi.

Progetti per il futuro? Stai scrivendo un nuovo libro?

I programmi ci sono e sono numerosi, sia con Torinoir che a livello individuale. Per abitudine io sto sempre scrivendo un libro, anche se poi le vicende della vita mi portano a volte a sospendere la stesura per dei mesi oppure a buttarne giù poche pagine ogni tanto. Al momento ti confesso che ho addirittura tre romanzi avviati, ma per un motivo o per l’altro li ho via via accantonati per seguire altri progetti. Un accantonamento temporaneo, spero.

:: Mangiando grissini alla pizza di Francesca Varagona

23 febbraio 2018
grissini alla pizza

© Valeria Varagona

Mettiamo un quindicenne con le cuffiette alle orecchie, l’occhio abbacinato dallo smart, tra i denti ancora un bombolone alla crema. Poi aggiungiamo una vecchia signora che esce dal panificio. Rendiamo inevitabile lo scontro. E l’incontro.
Alla signora cadono le borse della spesa, e il giovane, rinvenendo dal suo mondo parallelo, la sostiene per un braccio; piega il suo metro e ottanta, instabile come una torre di carte, e raccoglie le pere in fuga come barili di liquore William sul marciapiedi. È già possibile un rapido inventario: salvi i bocconcini all’olio, spezzati tutti i grissini, sopravvissuti quelli di pasta sfoglia, ma morbida, all’origano. I grissini alla pizza.
Il ragazzo pensa che sarebbe meglio andare (ha fatto brucia a scuola e noi lo sappiamo), ma non se la sente di lasciare la vecchia per strada, la gamba dolorante. E qui ci sorprende. Si offre di accompagnarla a casa.
La vecchia signora lo ha inquadrato bene, da dietro i suoi occhiali appannati e un po’ sbilenchi: le sembra così magrino, anche se è alto, una faccina pulita, senza peluria, poco più di un bambino. Anche lei s’è già chiesta come mai non è andato a scuola.
Facciamo che, a questo punto, l’adolescente si accende una sigaretta; la signora dondola la testa in segno di disappunto: si vuole rovinare la salute, già così giovane. Questa fretta di crescere! Di anni lei ne ha impilati una sfilza, ma il fumo no, non lo ha mai tollerato.
Ricostruiamo una vita: la signora vive sola, i suoi figli abitano in altre città. Riesce ancora a essere autonoma e indipendente, ce la fa a non avere bisogno di badanti. Ma insomma, sempre meno. È una maestra in pensione, ha insegnato nella scuola del quartiere per oltre quarant’anni, adesso vive con la sua pensione, un gatto persiano e i libri accumulati negli anni. Non guarda quasi mai la televisione, a volte ascolta la radio a volte, con l’aiuto di un vecchio mangianastri (che, grazie al potere eternante della scrittura, abbiamo cura di non far rompere mai), una musicassetta di canti latinoamericani che le ricordano i viaggi fatti in gioventù.
La conoscono tutti, nel quartiere, la maestra Viola, che con ogni tempo, neve, pioggia, sole o vento, esce alle dieci del mattino per il giro sotto il portico, compra clementine o fichidindia (e sì, proprio quelli) dal fruttivendolo, il quotidiano e il cruciverba dall’edicolante, il pane (sempre in eccesso, come può essere l’ansia di un passato che non passa), e si ferma al bar a bere un cappuccino con il cacao spruzzato sulla schiuma.
Ora ricostruiamo una carriera (un po’ così, però, ecco: non vogliamo si pensi, alla fine, che il giovane sia l’eroe di questo racconto): Alberto – questo il nome che abbiamo messo al ragazzo a zonzo – ha evitato l’incombente interrogazione di diritto. Non è preparato e, del resto, non vuol prendere un altro due. Non gli piace studiare, non si trova a scuola, non ha amici, ha cannato nella scelta delle superiori. In passato abbiamo cercato di spingerlo a dirlo ai suoi genitori, ma non ha saputo dire loro come mai non riesce a ingranare e loro son sempre indaffarati; alle medie se l’è sempre cavata, adesso ha perso l’interesse: ogni giorno una prova, una verifica, un’interrogazione, e lui non apre libro, sempre in giro da solo, sempre ad ascoltare musica, occupato solo a crescere e a cambiare come in un corpo biologicamente programmato, senza sapere cosa diventare.
La signora Viola ringrazia il ragazzino dell’offerta di accompagnarla, ma no, ha deciso che non si può e rifiuta sia pur con gentilezza. Meglio non fidarsi, non si sa mai cosa può passare in testa a questigiovanidoggi, e poi fuma. Glielo diciamo sempre ai suoi figli di raccomandarle tutte le sere di stare attenta, durante le telefonate prima di coricarsi – a turno uno squillo veloce – e sempre gli ricordiamo di dirle di portare con sé il cellulare, che però dimentica regolarmente, non fosse altro che per quelle complicatezze, tutti quei tastini minuscoli, il display verde. E tutto questo nonostante il modello sia obsoleto, ma almeno semplice nelle sue ristrette funzioni…
Alberto però insiste. Almeno che la signora gli riferisca il nome di una persona di fiducia da poter avvertire: è malferma sulle gambe, un po’ confusa e non osa abbandonarla in mezzo alla strada, anche se l’istinto resta quello di sparire dalla zona (teme che potrebbe venirci in mente, per muovere la trama, di fargli fare un incontro imbarazzante!)
«Signora, è sicura di farcela? L’accompagno solo vicino a casa, se non si fida». (((((((())))))
Conosce il congiuntivo, il ragazzino. Sa parlare, nonostante la sua aria stropicciata. La maestra ha intuito le sue perplessità e non si sente forzata. Però non vorrebbe abbassare la guardia. Però, le borse pesano, e anche il piede le fa male (questo noi, per coerenza, non possiamo evitarlo). Però, inizia pure a piovigginare – del resto, si sa, è febbraio e il meteo si fa le cose sue – e il marciapiedi diventa di sapone. Però, però, però…
«Va bene, andiamo», ci sorprende, «ma spegni la sigaretta!» (ah, ecco, ci pareva).
Alberto, punto sul vivo, resiste all’istinto di mandarla a quel paese, ma si ferma, forse un’analogia, una sovrapposizione improvvisa con la nonna Giorgina, morta appena l’anno prima. Viola approfitta del momento di incertezza: prende sottobraccio il ragazzino e si sente sicura. Non ha nipoti, del resto, solo il ricordo di centinaia di alunni passati tra i banchi, fantasmi poco più giovani di lui che, nella sua memoria si fan tutti sorridenti, positivi, attivi, giovani menti produttive.
«Come ti chiami?»
«Alberto».
«E non vai a scuola?»
«Oggi era sciopero».
«Perché non sei andato a scuola?»
«L’ho detto!»
«La verità-àà».
La vecchia signora lo legge bene e Alberto, senza quasi accorgersene, passo dopo passo, offre piena e completa confessione di non aver studiato, di non averne voglia, di non essere capito dai suoi, di non avere amici, di voler mangiare solo il bombolone alla crema in santa pace e magari anche i grissini alla pizza che ha intravisto dalla sporta della maestra Viola. Alberto non vuole tornare nemmeno a casa, ma non sa dove andare, non sa dove sbattere la testa e non riesce a concentrarsi se non sulla sua musica. Hip-hop.
Lasciamo che Viola si fermi. Ormai sono quasi arrivati al suo indirizzo. Non vuole farlo entrare, vuole solo tornare tra i suoi libri e sedersi sulla poltrona, sgranocchiare i bocconcini, sbucciare le pere succose e aspirare l’odore delle bucce di clementine che mette sul termosifone per profumare l’aria. I vecchi si sa, sono egoisti per intervenuta mancanza di tempo.
«Signora io la saluto, penso che sia arrivata».
La maestra Viola si è voltata a guardare in faccia il ragazzino che, intanto, rimette le cuffie alle orecchie.
«Potrei darti una mano», le è parso di dire, «potrei aiutarti con i compiti». In realtà glielo abbiamo fatto pensare ma, invece, lei ci ignora: «Grazie, Alberto; e mi raccomando: domani va a scuola. E non fumare tanto, che ti rovini la salute!».
Si è fatto mezzogiorno, ha smesso di piovere. Alberto tira fuori dalla tasca il cappellino di maglia, fa un cenno con la mano, un mezzo sorriso tirato. Scriviamo: lo sguardo gli rientra nella sua bolla smart-virtuale. Hip-hop e s’allontana. Eppure il dubbio gli è venuto che la vecchia gli sia andata addosso apposta.

Francesca Varagona è nata a Palermo nel 1962. Germanista, ha vissuto a Roma e a Palermo, dove ha compiuto gli studi universitari laureandosi in Lingue e letterature straniere moderne nel 1986, prima di trasferirsi a Bologna, dove risiede dal 1992.
Lavora come docente in una scuola superiore bolognese.
Si dedica da molti anni alla scrittura. Ha pubblicato alcuni racconti sulla webzine letteraria Kultural, ha partecipato ad alcune sillogi di poesia della casa editrice Pagine (Riflessi, Immagini, I poeti contemporanei, Viaggi diVersi) e ha pubblicato nel 2009, con altre sei poetesse, il libro “Plurale femminile” con ilmiolibro.it della Feltrinelli.
Ha collaborato ai blog Poeti clandestini e Incanto errante.
Ha pubblicato articoli sul blog Rosalio di Palermo e su Il nuovo paese di Bagheria.

:: So tutto di te di Clare Mackintosh (DeA Planeta Libri 2018) a cura di Marcello Caccialanza

23 febbraio 2018
So tutto di te

Clicca sulla cover per l’acquisto

So tutto di te”, storia mozzafiato scritta con grande maestria da Clare Mackintosh, ha l’innata capacità di trascinare l’ignaro lettore in un turbinio di emozioni a tinte forti, turbinio di emozioni capace di creare un’atmosfera angosciante e quasi gotica per il faraginoso e demoniaco gioco ad incastri della stessa trama.
Zoe Walker, la protagonista di questa storia, è una donna quasi banale, dalla vita semplice e scandita dalla normalità più piatta: ogni santo giorno si sveglia all’alba, prende la metropolitana e si reca al lavoro, dove l’attende un capo dannatamente insopportabile. Poi torna a casa facendo sempre il medesimo tragitto, desiderando solamente di rilassarsi sul divano davanti alla tv in compagnia del suo compagno di sempre e dei suoi due figli.
Ma un terribile venerdì accade il fattaccio! Mentre legge come d’abitudine e distrattamente una copia della “London Gazzette”, si trova di fronte ad un fatto alquanto sconcertante, il suo volto compare in modo evidente in mezzo alle immagini equivoche di un telefono a luci rosse a pagamento.
E seppure i suoi cari tentano di rincuorarla dicendole che con molta probabilità non si tratta d’altro che di un errore o di uno scherzo; Zoe non si sente per nulla tranquilla. La situazione degenera clamorosamente nel momento in cui sullo stesso quotidiano e con il solito indirizzo Internet appare distintamente la foto di una donna che di lì a pochi giorni verrà assassinata nella periferia di Londra.
Nessuno sembra però disposto a credere che tra l’omicidio e gli annunci del fantomatico sito “Findtheone.com” possa esistere un legame. Ma quando il numero delle vittime di crimini aumenta in modo esponenziale, il sospetto che quella di Zoe non sia soltanto una semplice paranoia si insinua come un tarlo nella mente dell’agente Kelly Swift, una detective tosta e dal passato difficile, dal quale cerca ovviamente una sorta di riscatto morale e personale.
Unite e solidali le due donne riusciranno ad intercettare una rete di uomini dai gusti inquietanti, manovrati da un unico ed insospettabile burattinaio.
Clare Mackintosh riesce dunque in questo capolavoro di genere a tessere una trama davvero appassionante e allo stesso tempo verosimile, ricca di notizie di cronaca e di personaggi carichi di umanità.
Non stupisce quindi che la medesima Paula Hawkins, autrice del bestseller “La ragazza del treno” abbia definito questo noir “un romanzo coinvolgente, carico di tensione e di compassione.”

Clare Mackintosh ha lasciato la professione di poliziotta per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Il suo romanzo d’esordio, Scritto sulla sabbia, ha dominato le classifiche internazionali per mesi, collocandola di diritto tra le nuove protagoniste della psychological suspense. Tradotta e premiata in tutto il mondo, ha vinto, tra gli altri, il prestigioso Theakston Old Peculier Award, sbaragliando anche J.K. Rowling. So tutto di te è il suo secondo, vendutissimo e acclamato romanzo.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Terramare – La saga completa di Ursula K. Le Guin (Mondadori 2018) a cura di Elena Romanello

23 febbraio 2018
Terramare

Clicca sulla cover per l’acquisto

Quando muore un autore o un’autrice famosi non c’è niente di meglio per ricordarli che riprendere in mano i suoi libri e rileggerli. In questi anni abbiamo dovuto salutare tanti compagni e compagne di letture di lungo corso, spesso iniziate durante l’infanzia o l’adolescenza, uno degli ultimi è stata Ursula K. Le Guin, scomparsa il 22 gennaio scorso a 87 anni, maestra del fantastico, sia fantascienza che fantasy, autrice di mondi alternativi che ha anche ispirato cinema e film d’animazione, anche se lei non è rimasta soddisfatta fino in fondo.
I libri di Ursula K. Le Guin meritano tutti di essere letti o riletti, negli anni sono usciti in varie edizioni e sono reperibili sia tra le novità che nel mercato dell’usato che in biblioteca, per cui in qualsiasi momento si possono leggere o rileggere le sue opere, approfittando dell’occasione della sua scomparsa ma ricordando che è sempre bello riprendere in mano libri che restano nel cuore. Però, tra le tante, forse ce ne è una imperdibile sempre e comunque, la serie di Terramare, di cui per puro ma fortuito caso è uscita una nuova edizione per gli Oscar Mondadori in concomitanza con la scomparsa dell’autrice, dal titolo Terramare la saga completa. La serie è nota anche come Earthsea, titolo usato anche in passate edizioni italiane presso altri editori e negli anni i libri che compongono la saga sono usciti anche singolarmente.
Nella storia di apprendistato del giovane Ged, mago destinato a lottare contro le forze delle tenebre che minacciano il suo mondo, diventando Signore dei draghi, il protagonista si troverà a dover lottare contro se stesso e le sue ambizioni, in una saga che coinvolgerà anche altri personaggi, metafora della vita, con ispirazioni che spaziano dalla fiaba classica a Philip K. Dick, da Tolkien a Isaac Asimov, con al centro di tutto discorsi non retorici sulla parità di genere, la ricerca di se stessi, il pacifismo, la ricerca di una società giusta e utopica.
Un romanzo diventa un classico quando ha sempre qualcosa da dire, anche a chi è nato anni dopo la sua prima pubblicazione: Terramare è uno di questi casi, un insieme di libri che si può leggere sotto varie angolazioni, come pura avventura nella fantasia, come descrizione di un mondo alternativo fatto non solo di incanto, come storia sociale, come aspirazione ad un modo migliore di essere e di vivere.

Ursula K. Le Guin (Berkeley, California, 1929 – Portland, 2018) ha iniziato a scrivere fantascienza fin da bambina; ha pubblicato il primo racconto, Aprile a Parigi, nel 1962, ma è divenuta famosa nel 1969 vincendo sia il Premio Nebula che il Premio Hugo per La mano sinistra delle tenebre. Gli stessi riconoscimenti ottenuti poi nel 1974 per I reietti dell’altro pianeta. Anarchica e femminista, è una delle rare esponenti della fantascienza utopica contemporanea e per i suoi libri ha ricevuto decine di premi, tra cui un National Book Award (La spiaggia più lontana, 1973).

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La preda di Émile Zola (Edizioni Clichy 2018) a cura di Greta Cherubini

23 febbraio 2018
zola

Clicca sulla cover per l’acquisto

«Ardeva in piena Parigi come un colossale falò. Era l’ora in cui la corsa per la preda palpitante riempie una parte della foresta con il latrato dei cani, lo schioccare delle fruste e il fiammeggiare delle torce. Gli appetiti sfrenati si appagavano finalmente, nell’imprudenza del trionfo, al rumore dei quartieri che crollavano e dei patrimoni costruiti in sei mesi. La città non era più ormai che una grande orgia di milioni e di donne».

Parigi, Secondo Impero. Aristide Saccard, giunto dalla provincia carico di sfrenata ambizione, approfitta del grandioso piano di ammodernamento della città voluto da Napoleone III per mettere in moto una spregiudicata serie di speculazioni edilizie. All’ombra del suo successo, la seconda moglie Renèe, in cerca di nuovi stimoli ai suoi insaziabili appetiti, intreccerà una relazione incestuosa con il figliastro Maxime, in un crescendo vorticoso di vizio e lussuria.
La preda è il grandioso affresco degli anni dello sventramento di Parigi, sbranata dai famelici appetiti di speculatori corrotti e senza scrupoli e consumata dai voraci istinti dei parvenue; nello scintillante mondo del Secondo Impero, tra balli sfrenati e fiumi di denaro, lussureggianti palazzi e abiti d’alta moda, si consumerà l’agghiacciante ascesa di Aristide Saccard e la parabola degenerativa di Renèe, i «mostri sociali» frutto di un’era dominata dal profitto personale.
L’edizione curata da Federica Fioroni per la collana Père Lachaise di Edizioni Clichy – edizione pregevole sia per la sapiente scelta del titolo, che conserva la metafora venatoria dell’originale, sia per la precisione documentaria dell’introduzione, cui fa seguito una piccola appendice iconografica – ha il merito di restituire al lettore un romanzo da lungo tempo introvabile: La Curée di Zola, inizialmente pubblicato a puntate sulla rivista «La Cloche» nel 1871 e poi sospeso dalla censura per via dello scandalo suscitato dall’incesto.
Un romanzo reportage – “opera d’arte e di scienza”, la definisce Zola nell’introduzione – che smaschera i vizi e la dissoluzione di una società corrotta e senza freni, devota unicamente ai miti dell’oro e della carne.

Émile Zola (1840-1902) è stato uno scrittore francese, caposcuola del naturalismo, di cui fissò i principi nel saggio Il romanzo sperimentale (1880). Coinvolto in varie polemiche, si schierò con gli innocentisti nel caso Dreyfus. I suoi romanzi compongono il ciclo dei Rougon-Macquart e sono spietati ritratti di vita sociale, cultura e politica, ispirati ai canoni del determinismo positivistico.

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Clichy.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Book blogger. Scrivere di libri in rete: come, dove, perché di Giulia Ciarapica (Franco Cesati Editore 2018)

22 febbraio 2018
scrivere di libri in rete

Clicca sulla cover per l’acquisto

È appena uscito in libreria Book blogger. Scrivere di libri in rete: come, dove, perché di Giulia Ciarapica ed è un po’ difficile che una book blogger (come io mi reputo infondo) non sia incuriosita e se lo lasci scappare. Giulia non posso definirla a tutti gli effetti un’ amica (non ci siamo mai incontrate di persona, ne abbiamo preso mai un caffè insieme) ma grazie al suo carattere estroverso e al suo sincero entusiasmo sembra davvero di conoscerla da sempre e perlomeno online, grazie ai social, si può facilmente chiacchierare con lei.
Innanzitutto non è una che se la tira, ha una parola gentile per tutti, e una grande pazienza quando si confronta anche con i commentatori un po’ critici se non ostili. E questo non può che renderla simpatica e familiare, nel grande mare del web. Tra le book blogger è una Blogstar, lei non lo ammetterà mai ma è così, forse non avrà milioni di follower ma ha creato il suo status grazie alla credibilità e alla competenza, e ditemi se è poco.
Sfatando il mito (che diciamolo ormai sta svanendo) che una book blogger sia una ragazzina con tanto tempo da perdere, anche un po’ sciocchina che scrive di libri senza competenza né passione. Giulia è una persona seria, e lo si capisce ancora di più leggendo il suo breve saggio di cui voglio parlarvi oggi.
Innanzitutto scrive bene, ha uno stile molto limpido, immediato e empatico. Non solo quando scrive recensioni, ma anche qui quando si confronta con un testo più complesso e articolato, che attenzione è molto diverso dai diversi manuali che ho letto ultimamente sul blogging, che alla fine ben che vada ti sembra solo abbiano ribadito l’ovvio.
Molti consigli che dispensa sono utili e pratici, e se seguiti aiutano davvero a migliorare il proprio stile di recensore o critico letterario 2.0 che dir si voglia. Si può anche non essere d’accordo su alcuni punti, instaurare un dibattito, confrontare i punti di vista e gli stili. C’è chi propende per la semplicità e l’immediatezza, chi scrive per lettori più preparati e smaliziati, ma le semplici regole che stila per le recensioni online (ma anche su giornale o rivista culturale, con ampi accenni) sono valide e funzionano. Ce lo dimostra il suo successo.
Io per esempio adoro le recensioni lunghe, complesse e articolate, e cosa mi fa andare a vanti a leggerle è lo stile del recensore, l’intelligenza che traspare dal suo scritto, la sua abilità nell’argomentare, nel concatenare le osservazioni, ma il web ha altre regole, scrivere su un blog ha un proprio codice, prevede delle specifiche competenze, e con diversi esempi molto puntuali e tanta pazienza ce le spiega, (come passare dal blocco di testo, a un testo velocemente comprensibile e fruibile per il lettore). La parte degli esempi l’ho per esempio molto apprezzata, e non usa solo sue recensioni, ma anche testi di altri blogger o giornalisti.
Ho apprezzato anche i titoli di critica letteraria che cita, (perché ricordiamolo il lavoro di blook blogger prevede competenze raggiungibili con lo studio e la lettura, naturalmente se lo si vuole fare seriamente e distinguersi). I classici di cui consiglia la lettura, testi formativi indispensabili per conquistare un proprio stile e una propria originalità.
Seppure breve, ha 144 pagine, tocca un po’ tutti gli ambiti, da come scegliere i libri da recensire, a come leggere un testo per svolgere poi un’ analisi critica, a come scrivere a tutti gli effetti una recensione e come revisionarla (tasto dolente che spesso e volentieri si salta anche per mancanza di tempo). Non disdegna consigli sull’uso dei social, indispensabili per far circolare in rete il proprio lavoro, come il consiglio di due testi SEO, più specialistici.
Capitolo a parte quello sulle video recensioni. Per blogger poco timidi, almeno.
E tanti i siti e i blog citati, dagli albori del book blogging perlomeno in Italia, a quelli più recenti.
Che dire ancora, correte in libreria!

Giulia Ciarapica, classe 1989, è un’appassionata bibliofila marchigiana. Oltre a gestire il suo blog (Chez Giulia), collabora con Il Messaggero e Il Foglio; da un anno cura la rubrica Food&Book su Huffington Post Italia, in cui abbina libri e ricette. Si occupa di libri e promozione culturale anche nelle scuole superiori di Primo e Secondo grado di molte città italiane, portando avanti il progetto “Surfing on books”.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia e Silvio dell’ Ufficio stampa Franco Cesati Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.