Archive for dicembre 2017

:: Morte ad Asti – La nebbiosa domenica dell’investigatore Martinengo di Fabrizio Borgio (Fratelli Frilli Editori 2017)

14 dicembre 2017
morte ad asti

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Morte ad Asti, terzo romanzo della serie dedicata all’ investigatore privato Giorgio Martinengo, è un romanzo dalla scrittura lineare che indaga sulle luci (poche) e le ombre (molte) della provincia italiana dagli anni ’90 ad adesso. Abbiamo un investigatore privato piemontese, ex poliziotto, di origini contadine (sarebbe stato destinato a dirigere un’azienda vinicola se i dissidi col padre non l’avessero portato a cercare altro) e un caso a lui affidato da una banca d’affari tedesca con filiale a Milano, la MidaGest. Proprio il losco e mellifluo dottor Cazzaniga, safety manager di questa azienda, lo ingaggia per investigare su una dipendente che è implicito gli sta creando un mucchio di guai. Martinengo sa che è un lavoro sicuro, queste grandi aziende pretendono risultati ma pagano sull’ unghia, ma presto scopre che la donna oggetto di questa indagine è proprio Vittoria Squassino, suo grande amore di gioventù, donna bellissima e affascinante che in un certo senso non ha mai dimenticato. La morte della donna spariglia le carte e toccherà a Martinengo tirare le fila di questa oscura vicenda portando il colpevole del delitto a confessare e aiutando gli inquirenti a far luce sui maneggi finanziari all’origine di tutto. Tra passato e presente la narrazione si alterna fluida fino al concitato finale. Fabrizio Borgio ha uno stile piuttosto personale, e una buona padronanza dei tempi narrativi. I personaggi sono sottilmente caratterizzati, soprattutto il dottor Cazzaniga, il villain della situazione, che ci riporta ai cummenda di tanta narrativa, penso a Scerbanenco soprattutto. Nel complesso un buon noir regionale, non eccessivamente insolito nella trama, ma inserito nel solco della tradizione giallistica italiana.

Fabrizio Borgio nasce prematuramente nella città di Asti il 18 giugno 1968. Appassionato di cinema e letteratura, affina le sue passioni nell’adolescenza iniziando a scrivere racconti. Trascorre diversi anni nell’Esercito. Lasciata l’uniforme, bazzica gli ambienti artistici astigiani, segue stages di sceneggiatura con personalità del nostro cinema, tra cui Mario Monicelli, Giorgio Arlorio e Suso Cecchi d’Amico. Collabora proprio come sceneggiatore e soggettista assieme al regista astigiano Giuseppe Varlotta. La fantascienza, l’horror, il mistero, il fantastico “tout court”, gialli e noir sono i generi che maggiormente lo coinvolgono e interessano. Esordisce partecipando con un racconto breve al concorso letterario Il nocciolino di Chivasso e ricevendo il premio della giuria. Ha pubblicato Arcane le Colline nel 2006 e La Voce di Pietra nel 2007. Per Fratelli Frilli Editori pubblica nel 2011 Masche (terzo classificato al festival Lomellina In Giallo) e nel 2012 La morte mormora. Nel 2014 esce Vino rosso sangue, il primo noir che vede protagonista l’investigatore privato Giorgio Martinengo. Firma un contratto con la Acheron Books di Samuel Marolla con la quale pubblica il romanzo IL SETTIMINO, terza avventura dell’agente speciale del DIP Stefano Drago. Asti ceneri sepolte è l’ultimo noir pubblicato con Martinengo protagonista, sempre per la Frilli editori. Dal 2015 è membro della Horror Writers Association. Nel 2017 partecipa all’antologia in ebook Spettrale con il racconto Il tempo delle spigole. Sposato, vive a Costigliole d’Asti sulle colline a cavallo tra Langhe e Monferrato con la sua famiglia e un gatto nero di nome Oberyn, dove oltre a guadagnarsi da vivere e scrivere i suoi romanzi, milita nella locale sezione della Croce rossa Italiana come soccorritore. Membro ONAV è anche assaggiatore di vino.

Suorce: libro inviato dall’editore. Si ringrazia Carlo Frilli.

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:: Audrey Hepburn – Un’anima elegante di Sean Hepburn Ferrer (Tea 2011) a cura di Marcello Caccialanza

14 dicembre 2017

hepburnUn libro raffinato per un regalo di Natale di sicuro effetto a quanti vedono in Audrey Hepburn, la stella più luminosa tra le icone indimenticate della frivola Hollywood.
Il suo fascino e la sua grazia accompagnano con dolcezza quella sua apparente fragilità disarmante, che si materializza in quel suo viso straordinario, ammaliatore di un gran numero di spettatori- in delirio- in ogni angolo del mondo.
Ci ha sicuramente conquistati, affascinandoci e seducendoci, nel momento in cui ha vestito i panni di Gigi, Eliza Doolittle e Holly Golightly. Ma per il figlio Sean, l’autore di quest’opera, lei è stata semplicemente e prima di tutto la mamma, la figura più importante della sua vita!
In questo libro fotografico e con ricordi tradotti in pensieri senza tempo, Sean offre ai lettori il primo vero ritratto più intimo di una donna a tutto tondo.
Ci accompagna, prendendoci per mano e con una particolare delicatezza, nel mondo più segreto dell’attrice più celebrata di Hollywood, raccontandoci, senza veli e senza fronzoli, la storia di sua madre dall’infanzia vissuta in Olanda al tempo del secondo conflitto mondiale; all’apice della sua carriera cinematografica, fino ai giorni nostri, lontano dalla freddezza della macchina da presa e dalla irriverenza dei paparazzi, assetati di gossip.
Sean guarda Audrey non come semplice fotografo; ma attraverso lo sguardo di un figlio adorante!
Audrey Hepburn, un’anima elegante” contiene circa 300 testimonianze tra fotografie, disegni (quelli della stessa diva) e documenti; molti dei quali ancora inediti.
Questo testo non è dunque la solita biografia fredda ed accademica, ma il dialogo oltre la morte tra un figlio e la propria madre!
Un dialogo in punta di piedi che ci presenta, a noi estimatori, il ritratto inedito di una donna tanto triste, quanto bella, una madre straordinaria per i suoi due figli. Una donna unica che ha abbandonato, senza se senza ma, la Mecca del cinema, prima per accudire le sue creature; poi per dedicarsi al ruolo di ambasciatrice dell’UNICEF, dove ha lottato, fino alla morte, in difesa della vita di milioni di bambini vittime della miseria e di tutte le sue conseguenze più nefaste.

Sean Hepburn Ferrer è nato nel mondo del cinema. Ha studiato in Europa, Svizzera ed Italia, parla correttamente molte lingue.
Ha sempre lavorato nei settori dello sviluppo, della regia, del marketing, della produzione e della post-produzione cinematografica.
Nel 1994 ha deciso di mantenere viva l’eredità spirituale di sua madre attraverso l’opera della Audrey Hepburn Children’s Fund, al quale ha devoluto e devolverà anche i propri guadagni originati dalla stessa vendita di questo libro.
Vive tra la Toscana e la California con sua moglie Giovanna e i suoi 3 figli: Emma, Gregorio e Santiago.

Source: libro del recensore.

:: Un pacco inatteso di Sam Stoner (Kubera Edizioni 2017) a cura di Federica Belleri

14 dicembre 2017

pacco inattesoUn pacco inatteso attende di essere aperto dal lettore. Contiene quattro racconti ironici, concreti, irriverenti. Sam Stoner utilizza il linguaggio che appartiene alla sceneggiatura, alla scrittura di un’epoca passata, alle parole del nostro vicino di casa. Gioca con i personaggi proposti, mettendoli a nudo, nel vero senso della parola. Il suo è un pacco che non contiene moralismi o false illusioni. Si scopre man mano, attraverso il vincolo del matrimonio, che non esiste più. Attraverso le bugie e i sotterfugi creati per cornificare il partner. Attraverso gli sguardi e la carica erotica. Umorismo senza regole, istinto allo stato brado. Tutti sono in discussione, anche nella conoscenza di sé. Il piacere e il peccato vengono sviscerati a dovere, pure di fronte alla morte. I vizi e le virtù sono protagoniste. Il superfluo viene scacciato, per lasciare spazio alla cruda realtà. Si ride e si scuote la testa in un no, in contemporanea. Divertitevi e aprite questo pacco. Vi sorprenderà. Buona lettura.

Source: libro inviato dall’autore al recensore.

:: I bastardi dovranno morire di Emmanuel Grand (Neri Pozza 2017) a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2017
i bastardi dovranno morire

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Pauline lasciò la drogheria e risalì rue Jules-Guesde, che era meno illuminata ma rappresentava la via più breve per rincasare. Tutte quelle viuzze le conosceva a memoria, avrebbe potuto percorrerle a occhi chiusi. E tutto questo, presto, sarebbe stato solo un ricordo. Se un giorno avesse avuto dei figli, gli avrebbe parlato delle strade di Wollaing? Dei canaletti di scolo, delle buche sull’asfalto, dell’ intonaco scrostato sui muri, dell’ erba che spuntava sui marciapiedi? Gli avrebbe parlato di quell’ ultima volta in cui aveva preso rue Jules-Guesde al calar della sera, in un buio d’ inchiostro perché non c’erano lampioni?

Dopo Terminus Belz, polar con cui esordì nel 2014, insignito nel 2016 del premio “SNCF du polar”, il più importante premio dei lettori francesi, Emmanuel Grand arriva finalmente anche in Italia con il suo secondo romanzo, I bastardi dovranno morire (Les salauds devront payer, 2016), grazie a Neri Pozza e alla traduzione di Alberto Folin. E conferma un talento davvero notevole.
Insomma se non l’avete ancora letto Les salauds devront payer dovreste leggerlo al più presto, a tutt’ oggi, e il 2017 è ormai agli sgoccioli, è il più bel libro che ho letto quest’anno. Un noir se vogliamo, un polar per meglio dire, originale e ruvido che colpisce nel profondo, presentandoci un affresco sociale indubbiamente realistico e inquietante.
A volte un romanzo è migliore di un saggio sociologico, più incisivo e schietto, nel sensibilizzare l’opinione pubblica su certi temi, e I bastardi dovranno morire riesce nell’intento. Si sente che Emmanuel Grand parla di una realtà che conosce bene, che alimenta le sue preoccupazioni e le sue inquietudini, che immancabilmente si trasmettono al lettore.
Insomma il libro è molto più che un’ indagine poliziesca, una caccia al colpevole, la struttura poliziesca è un pretesto quasi per parlarci d’altro, di una parte dell’ Europa, il nord della Francia, devastata dalla crisi, messa in ginocchio dalla disoccupazione, e da tutti i mali ad essa collegati dall’alcolismo, alla droga, al ricorrere a strozzini e usurai via internet quando la situazione si fa disperata, o al rifugiarsi nei partiti di estrema destra, come il Front National, quando si cerca un capro espiatorio per tutto questo e lo si trova nello straniero, nel diverso.
Pur non essendo un romanzo militante nel vero senso della parola, I bastardi dovranno morire ha quel quid, quella rabbia che non scade mai in ferocia, ma ci porta a riflettere su questioni serie, su ideali più o meno traditi, sul capitalismo stesso, da sempre interessato ad un accumulo di denaro quasi fine a se stesso, più che al benessere e alla pace sociale.
Le vicende della Berga, la grande fabbrica chiusa da 30 anni dopo strenue lotte sindacali, e conflitti sociali devastanti, è un po’ il convitato di pietra del romanzo. Piuttosto impressionante la parte in cui la poliziotta Saliha Bouzem, e il giovane fotografo Jeremy fanno una specie di pellegrinaggio in questa grande cattedrale arrugginita, vestigia di un tempo lontano, che sembra impossibile da fare risorgere. Sembra come Jeremy, di sentirli davvero i fantasmi degli operai animare quel luogo.
La chiusura della fabbrica ha segnato la fine della regione, trasformandola in quella terra desolata che è oggi. La concorrenza dei paesi asiatici ne ha segnato l’immancabile uscita dal mercato prima, e la mancanza di politiche statali di sostegno, la drammatica estinzione definitiva dopo.
In questo quadro, che più noir di così non si può, si muovono i personaggi principali: il comandante Erik Buchmeyer, e il tenente Saliha Bouazem, incaricati di indagare sull‘ omicidio di una ragazza di Wollaing, Pauline Leroy. Una tossicodipendente, commessa di una drogheria che sembra invischiata in una storia di prestiti con quelle finanziarie che spuntano come funghi su internet, che danno soldi senza garanzie e senza tante domande, per poi lanciarti dietro veri picchiatori alla prima rata non pagata.
I candidati ideali al ruolo di bastardi sembrano essere Frederic Wallet e il suo scagnozzo Gerard Waterlos, conosciuti da tutti come il braccio armato per riscuotere i crediti di queste finanziarie. Sarebbe facile chiudere il caso così, incolpando quei due balordi, un caso in realtà senza nessuna reale importanza, ma il comandante Erik Buchmeyer che da sempre ha fatto prevalere l’intuito ai fatti, (esatto opposto della sua collega Saliha), sente puzza di bruciato, sente che bisogna indagare sulle dinamiche sommerse di quella cittadina del profondo Nord. Chi poi avrebbe pensato che quella morte “insignificante” avrebbe fatto scatenare una vendetta ben più cruenta covata così lungamente negli anni? Quando la situazione sembra esplodergli in mano, Erik Buchmeyer non potrà far altro che sperare in un colpo di fortuna, l’ultima ratio di ogni poliziotto.

Emmanuel Grand (Versailles, 1966) è un informatico cresciuto a Vandea, a venti chilometri dalla costa atlantica. Il suo romanzo, I bastardi dovranno morire, ha riscosso, al suo apparire in Francia, un grandissimo successo di pubblico e critica. Oggi vive a Colombes, vicino Parigi.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Martina dell’ ufficio stampa Neri Pozza.

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Il Grande Sonno – un Guest Post

13 dicembre 2017

Avatar di Luciailgiornodeglizombi

La mia amica Giulia del blog Liberi di Scrivere si occupa (come da titolo del blog) di libri ed è una grande appassionata di noir; io, lo sapete, scrivo di cinema e parlo di soprattutto di horror. E così abbiamo pensato di scambiarci di ruolo: io vado a parlare di un libro horror da lei e lei viene qui da me a parlare di un film noir. Buona lettura a tutti. 

It was about eleven o’clock in the morning, mid October, with the sun not shining and a look of hard wet rain in the clearness of the foothills. I was wearing my powder-blue suit, with dark blue shirt, tie and display handkerchief, black brogues, black wool socks with dark little clocks on them. I was neat, clean, shaved and sober, and I didn’t care who knew it. I was everything the well-dressed private detective ought to be. I was…

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:: Un’ intervista con Barbara Cantini

13 dicembre 2017

barbara-cantini-mortinaBenvenuta Barbara su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista, scrittrice e illustratrice, hai creato per la tv prima di dedicarti all’illustrazione per ragazzi. Parlaci di te, racconta qualcosa della tua vita ai nostri lettori.

E’ facile intuire che mi piace disegnare e raccontare storie di personaggi e mondi in cui posso entrare grazie a matita e colori. Cerco di trasmettere in quello che faccio il mio immaginario, che si forma a partire dalle piccole cose, dai ricordi della mia infanzia, dai racconti di vite altrui, dagli incontri fatti, dall’aver scoperto e continuare scoprire cose che amo, dal vissuto in generale insomma, che sia esso artistico, emozionale, culturale, quotidiano. Scrivere e disegnare storie mi aiuta a fare ordine in me stessa e molto disordine sulla scrivania.
Compro anche un sacco di libri, mi prendo cura delle mie bambine, mi circondo di gatti da abbracciare (ne ho 4!) e in generale stravedo per gli animali, non resisto ad acquistare compulsivamente tovagliolini di carta decorati, mi piace camminare all’aria aperta e molto incostantemente (!) pratico Yoga.

Che studi hai fatto? Quali sono state le tue prime esperienze formative?

Ho una formazione liceale di tipo artistico perché fin da piccola sapevo che avrei “disegnato”, una laurea e una breve parentesi nel settore del restauro, perché purtroppo ascoltando gli altri ho dubitato che “disegnare” potesse non essere un lavoro “serio”. E infine una scuola triennale di animazione cartoon, perché grazie a Dio la mancanza del disegno ha iniziato a urlare forte facendosi sentire e ricordandomi “il mio centro”, che fino alla maggiore età era sempre stato chiaro. Dopo il diploma in cartoon animation ho lavorato per tre anni in uno studio di animazione, esperienza assai formativa dove ho perfezionato e imparato molte cose, dal rispetto delle scadenze e i ritmi di lavoro, al clean-up, alla colorazione digitale, all’animazione vera e propria e a lavorare in team. Da lì in poi, dopo aver partecipato e vinto il concorso “L’Illustratore dell’Anno” di Città del Sole, ho scelto di dedicarmi all’illustrazione in modo esclusivo, ritrovandomi però a svolgere un lavoro in solitaria e perdendomi lo scambio diretto con i colleghi, ma soprattutto le chiacchiere delle pause caffé! 😀

Che responsabilità implica occuparsi di letteratura per ragazzi? Senti di dover fare un’attenzione particolare verso i tuoi piccoli lettori?

Implica senz’altro molta responsabilità per i contenuti e la forma in cui questi vengono veicolati, ma è una responsabilità che penso si debba affrontare con la giusta dose di leggerezza, ovviamente intesa non come superficialità, ma intesa come garbo, fantasia e ironia. I bambini hanno la capacità di sentire se qualcosa suona falso, moralistico o anche solo banale. Ogni autore ha la sua “voce” e il suo modo di raccontare, io come autore di testi sono all’inizio, ma posso dirti che il linguaggio che mi è più congeniale e che cerco di adottare è quello dell’ironia e della delicatezza, e chi mi conosce molto da vicino sa che la mia scrittura corrisponde proprio al mio modo di essere.
L’augurio che mi faccio è quello di riuscire a raccontare storie che contribuiscano nel loro piccolo, a sviluppare empatia nei bambini. Per me l’empatia è il sentimento più importante alla base delle relazioni con gli altri e con il mondo, e vorrei arrivarci proprio attraverso la delicatezza e l’ironia delle storie.

Ho letto il tuo ultimo libro illustrato Mortina –Una storia che ti farà morire dal ridere e mi è piaciuto davvero tanto. Come è nata l’idea di scriverlo?

Sono felice che ti sia piaciuto:) L’idea è nata in seguito “all’arrivo” del personaggio.
Mortina si è presentata molti anni fa, quando ancora frequentavo la scuola di animazione, ma è rimasta in attesa, come chiusa in soffitta per diverso tempo, facendo capolino però di tanto in tanto per ricordarmi che “Ehi, io son qui, ti ricordi di me?!?”.
Quando mi sono decisa ad ascoltarla ho iniziato via, via a vedere il mondo intorno a lei e a delineare la sua storia. Mi sono poi resa conto che (inconsciamente) ci sono dei piccoli rimandi a personaggi e situazioni della mia storia familiare materna, mischiati insieme al mio immaginario artistico, visivo e culturale.

Halloween è più che altro un pretesto, è una storia che si può leggere tutto l’anno, non trovi?

Sì, senz’altro! E mi auguro che sia così 🙂 Non vorrei che l’appeal “Halloweenesco” risultasse troppo penalizzante per il libro, sarebbe un peccato. La scelta di questo tipo di ambientazione nasce sì da una mia propensione (risalente all’infanzia) verso l’immaginario di questa festa, ma è anche fondamentale per lo snodo principale del testo, ovvero il piano orchestrato da Mortina.

Quali sono i temi principali che affronti nel libro?

Premetto che quando ho scritto la storia non ho deciso “a tavolino” di scrivere qualcosa che trattasse determinati argomenti. I temi principali che si possono individuare nel libro sono direi “classici”, ma sono tra i più importanti per la formazione dell’individuo. Si parla di amicizia, della ricerca dell’amicizia, che passa dalla paura di non essere accettati per come siamo, dalla paura di avere qualcosa di grottescamente sbagliato da non poter piacere agli altri. Ma parla anche del coraggio di scavalcare queste paure e di sovvertire alcune regole dettate “dai grandi” che talvolta appaiono troppo rigide (e insensate?) in nome di un obbiettivo per noi giusto e importante. Tutto questo è trattato in modo umoristico, parodiato, tra citazioni e doppi sensi delle parole.

Ho visto il book trailer, e a dire il vero anche il tuo blog, in cui ci sono bellissime immagini animate. Diventerà mai un cartone?

Magari! Nella mia immaginazione Mortina “vive” (passatemi il termine in riferimento a una zombie!) si muove e parla, avrei anche già in mente la voce della doppiatrice che  vorrei. Tutto il libro è nato e pensato in movimento nella mia testa, non come immagini statiche. A differenza di altri lavori, qui è come se avessi avuto una telecamera che ha seguito i personaggi che recitavano nella storia. Non so se questo è avvenuto perché si tratta del mio primo libro in cui sono anche autore, in cui cioè c’è una diretta corrispondenza tra testo e immagini, ma è il libro in cui più ho avvertito feeling e armonia tra storia e immagini.
Spero davvero che prima o poi qualcuno voglia “dare vita” a Mortina. Per adesso i miei amici ed ex-colleghi di Studio Cartobaleno hanno realizzato il bellissimo booktrailer che hai citato, ma purtroppo resta solo un piccolo assaggio di animazione! Quindi, se qualcuno fosse interessato si faccia pure avanti 🙂

Hai scritto la storia e disegnato le immagini. Cosa ti piace di più scrivere o disegnare?

Se mi chiedi di scegliere ti rispondo senz’altro disegnare, è il mezzo che mi è più congeniale e che mi viene più naturale, ma in fondo attraverso le immagini non raccontiamo delle storie?

Hai trovato maestri che ti hanno particolarmente aiutata durante la tua carriera con consigli, suggerimenti, veri e propri insegnamenti?

Sì. Il ruolo degli insegnanti secondo me è determinante per la formazione, non solo intesa come formazione nella materia da apprendere, ma anche come formazione dell’individuo attraverso i giusti stimoli, le domande e le critiche, anche quelle “crude”, se necessarie. Ricordo Elvira, maestra alle elementari che tra le prime mi ha appoggiato, sottolineando anche con mia madre la mia inclinazione artistica da coltivare. Ricordo il prof. d’arte alle medie, un vulcano di idee e preparatissimo, che mi ha sempre stimolato e appoggiato e che in un’occasione seppe criticare il mio lavoro in modo molto diretto, ma assai efficace per il mio miglioramento.
E anche negli anni del Liceo ricordo molti professori d’arte che mi hanno dato, con modalità differenti, insegnamenti importanti. Le famose “critiche costruttive” e gli apprezzamenti argomentati, sono state le cose che forse più mi hanno aiutato a fare uno scatto di crescita o a mettere meglio a fuoco la mia direzione. Insieme alla proposta di testi d’arte che sono fondamenti dell’educazione visiva, alle mostre e agli spettacoli teatrali con fantastiche visite al dietro le quinte, anche ai tempi dell’Università.
Infine gli insegnanti della scuola di animazione, che mi hanno dato anche un suggerimento semplice e vero: disegnare, disegnare, disegnare. Alla fin fine è solo così si acquisisce scioltezza, bravura e si “fissano” preziose idee.

Progetti per il futuro?

Adesso sono a lavoro sul secondo libro di Mortina, che dovrebbe uscire nella seconda metà di Marzo. Ne seguirà poi anche un terzo per questa estate, facendo diventare Mortina una serie di tre volumi. Il primo libro non era nato con questo intento, mi è stato proposto successivamente dall’editore e ho accettato volentieri di scrivere altre due storie, dato che sono molto affezionata al personaggio di Mortina. Saranno due avventure con un piccolo mistero da risolvere, in linea con l’ambientazione zombie, ma non più con Halloween. In ciascuna storia comparirà un nuovo personaggio.
E dopo il ciclo di Mortina, ho in fase embrionale un progetto come illustratrice con un editore americano con il quale ho già collaborato, ma che per adesso è in stand-by. Poi, come autore/illustratore (e questa è la modalità in cui mi sento meglio) ho diverse altre idee da sviluppare, staremo a vedere quali di queste prenderanno la luce!

:: Guida al cinema fantasy di Walter Catalano, Andrea Lazzeretti e Gian Filippo Pizzo (Odoya 2017) a cura di Elena Romanello

13 dicembre 2017
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La Odoya edizioni propone un nuovo volume dedicato all’approfondimento tematico del fantastico con la Guida al cinema fantasy, opera dei tre esperti Walter Catalano, Andrea Lazzeretti e Gian Filippo Pizzo.
Negli ultimi vent’anni il fantasy al cinema ha avuto vari successi e anche qualche flop, non necessariamente di bassa qualità, diventando comunque un genere atteso e amato da più generazioni di appassionati soprattutto grazie ad alcuni titoli: il saggio Odoya indica come momento importante per l’affermazione di storie di magia e eroi nella Settima Arte gli anni Ottanta, quando uscirono due titoli ancora oggi godibilissimi, il barocco Excalibur di John Boorman ispirato alle leggende della tradizione arturiana e lo spassoso Conan il barbaro di John Milius, tratto dai racconti pulp dello sfortunato autore degli anni Trenta Robert E. Howard.
Gli autori però non trascurano tutti i film che, dal muto in poi, erano ascrivibili al genere fantasy, senza scordare anche il cinema d’animazione di Walt Disney, maestro a mescolare fiaba, magia e eroi, e Hayao Miyazaki, con le sue principesse sui generis da Nausicaa a Mononoke, per arrivare poi ovviamente alla storia recente, con due teste di ponte famosisissime e amatissime come la saga de Il signore degli anelli e quella di Harry Potter, entrambe di derivazione letteraria e entrambe grandi successi di pubblico e di critica. Parlare dell’attualità vuol dire anche non dimenticare le influenze tra cinema e videogiochi, con un film come Warcraft , che racconta con il filtro del fantastico il tema attualissimo dello scontro tra civiltà, e soprattutto raccontare le serie tv, da Xena a Game of thrones, che hanno aumentato la popolarità del genere trovando nuovi target di pubblico e diventando fenomeni di costume anche per i non afidionados.
Del resto, è da tempo che si sa che il fantasy non è certo solo storie per ragazzini piene di effetti speciali, anzi nelle sue storie, letterarie o su grande e piccolo schermo spesso si parla di tematiche profonde, come viaggi iniziatici per lottare contro il male ma soprattutto per trovare un equilibrio dentro se stessi oltre che metafore dell’attualità.
Ognuno, a seconda dell’età ha il suo film fantasy preferito, e la Guida al cinema fantasy li cita tutti o quasi, dalle Cronache di Narnia al cult Labyrinth, da Stardust a La storia infinita, da La corona di ferro a La storia fantastica, confermandosi come un libro di grande interesse per cultori e curiosi del genere fantastico. L’argomento, appassionante e divertente, viene trattato comunque, come è abitudine della Odoya, in maniera non nostalgica, anche perché si tratta di una storia ben lontana dall’essere conclusa e che puà far scoprire o riscoprire tante cose.

Walter Catalano collabora con varie pubblicazioni tra cui Carmilla, Robot e Urania, ed è attivo come curatore di antologie, tra le quali l’ultima è Nostra Signora degli Alieni in collaborazione con Gian Filippo Pizzo (Homo Scrivens 2017). Per Odoya è coautore della Guida alla letteratura horror (2014) e della Guida al cinema horror (2015).

Andrea Lazzeretti da circa vent’anni coordina la più longeva pubblicazione italiana sui giochi (di ruolo e non), Anonima Gidierre, e ha pubblicato Il cinema dei fumetti (Gremese 2007).

Gian Filippo Pizzo si occupa da oltre quarant’anni di letteratura e cinema fantastici con collaborazioni a quotidiani e varie riviste.
Per Odoya ha collaborato al volume Guida alla letteratura di fantascienza a cura di Carlo Bordoni (2013) e ha scritto la Guida al cinema di fantascienza assieme a Roberto Chiavini e Michele Tetro (2014) oltre alle citate Guida alla letteratura horror e Guida al cinema horror.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Giovanni Paolo II privato – Il grande papa visto da vicino di Caroline Pigozzi (Sonzogno 2011) a cura di Marcello Caccialanza

13 dicembre 2017

papa privatoUn libro privato, una biografia appassionante ed appassionata di un pontefice visto nella sua intimità più vera ed avvolgente.
L’autrice, Caroline Pigozzi, affianca Giovanni Paolo II per lunghi periodi e ne “ ruba” i momenti più autentici, regalando a noi lettori l’immagine di un Uomo meravigliosamente complesso nelle sue certezze e nelle sue debolezze.
Ci mostra quindi un Papa nella sua quotidianità, lontano dai riflettori e dal bon ton dell’ufficialità dell’evento in sé; dall’alba al tramonto, senza veli ed ipocrisie. Possiamo toccare con mano i suoi incontri meno pubblicizzati, conoscere gli amici a lui più cari.
Caroline Pigozzi gli è accanto dunque quando compie i gesti più semplici, nei momenti di preghiera, a qualche incontro privato; ma anche nella solennità più ridondante di udienze e di celebrazioni.
L’ha seguito all’Avana o ancora al Muro del Pianto di Gerusalemme, quando lo stesso Papa ha fatto scivolare tra le millenarie pietre color ocra una lettera di scuse e di pentimento per le umiliazioni e le sofferenze inferte al Popolo Ebraico.
Nulla si può dire sia sfuggito alla capace penna dell’autrice che ha perfino conosciuto la cosiddetta “cerchia polacca” di Wojtyla; ovvero quelle persone care e fidate di cui lui amava circondarsi per colmare l’enorme vuoto lasciato dalla morte dei suoi parenti.
Interessante all’interno di questo testo, la breve ma intensa intervista che la Pigozzi sottopone ai membri dell’equipe medica che aveva in cura il Pontefice. Una serie di domande e di risposte che evidenziano la precarietà e la voglia di vivere di una figura che senz’altro ha segnato due epoche!

Caroline Pigozzi, di origine italiana , ha compiuto gli studi presso l’istituto San Domenico di Roma e ha frequentato per breve tempo la facoltà di giurisprudenza .
Ha studiato alla New York University. Ha lavorato per Le Figaro Magazine e da ben 13 anni è a Paris Match, per il quale in qualità di grand reporter ha avvicinato personalità internazionali come Juan Carlos di Spagna, Elisabetta II e il sultano del Brunei.
A partire dal 1996 ha ripetutamente trascorso lunghi periodi in Vaticano a diretto contatto con il Papa. Per i suoi reportage su Wojtyla ha ricevuto nel 1997 il Prix Mumm e il suo primo libro, Le Pape en privé, bestseller in Francia e in Polonia, è stato tradotto persino in arabo.

Source: libro del recensore.

:: Il tempo strappato – Davide Schito

12 dicembre 2017

1r

Ore 7.40
L’aria di dicembre, stamattina, è una lama affilata che graffia il viso e i pensieri.
Lo sa bene Ettore, che in sella alla sua Bianchi ha appena lasciato lo stabile in cui abita, al numero uno di via Gallina, e sta pedalando verso corso Plebisciti, in direzione del centro. Si abbassa sul manubrio, sbuffa nuvolette di fumo ghiacciato e spinge sui pedali più che può, ma nemmeno questo serve a scaldarlo: il freddo ormai gli è entrato dentro, sotto il paltò scuro e la sciarpa di lana scozzese cucita da sua moglie Anna.
“Se non mi prendo un accidente oggi non me lo prendo più”, pensa, mentre Milano, deserta e ancora mezza addormentata, scorre veloce tra i raggi della bicicletta.

Ore 7.59
Mancano solo un paio di settimane a Natale.
A Ettore quella festa non è mai piaciuta. In giro c’è sempre troppa gente, mentre per lui la vera Milano, la sua Milano, è quella che vede all’alba, appena si alza dal letto. Ci sono mattine in cui, durante quei pochi minuti di silenzio, prima che la sua famiglia e la città si sveglino, può addirittura illudersi di essere l’ultimo uomo rimasto sulla Terra.
Sarà che a Natale tutti fingono di essere felici, mentre a lui fingere non è mai riuscito molto bene. Se non fosse per Silvano probabilmente non metterebbe nemmeno l’albero in soggiorno. Lo fa solo per suo figlio: quindici anni sono troppo pochi per smettere di sognare. Non vuole che diventi come lui. Nessuno dovrebbe.
La banca, stamattina più del solito, ha le sembianze di una balena pronta a inghiottirlo. Mentre timbra il cartellino e saluta distrattamente un collega, uno di quelli che in un’altra vita avrebbe potuto considerare un amico, Ettore pensa alle feste che si avvicinano e si sorprende a sperare che quest’anno, a Milano, scenda la neve. La neve che porta silenzio e pace, che ovatta i rumori. La neve che nasconde tutto, anche i peccati, le bugie e gli errori del passato. Persino i brutti pensieri.
Milano con la neve è magica, non sembra neanche più lei. Nello spazio di una nevicata il tempo rallenta fino a fermarsi. Si trovano altri punti di riferimento, angoli smussati che esistono solo il tempo di soffiarli via, e ci si può persino illudere di essere una persona diversa. Nuova.

Ore 12.30
L’ora di pranzo, per Ettore, è il momento peggiore della giornata.
La sirena che annuncia la pausa ha il sapore amaro della sconfitta. Ettore posa sulla scrivania la matita, archivia le ultime pratiche nei loro faldoni, infila il paltò e si accoda ai suoi colleghi. Avanza a piccoli passi, guardandosi le scarpe, ben attento a non incrociare altri occhi. Qualcuno ridacchia e lo spinge da dietro: normalmente la cosa gli darebbe molto fastidio, ma la verità è che ormai ci ha fatto l’abitudine, all’irruenza e alla maleducazione delle persone.
Più passano gli anni e più Ettore si accorge di non essere tagliato per vivere gomito a gomito con altri esseri umani.
«Sei un orso», gli ripete sempre sua moglie. I primi anni lo diceva scherzando, ma Ettore sa che il tempo degli scherzi è finito da un bel po’. Ultimamente litigano spesso: lei si lamenta perché non escono mai e quando torna lui è troppo stanco persino per parlare. Ieri sera gli ha addirittura rinfacciato che quella che fanno non è vita.
Forse Anna ha ragione, riflette. Forse non sta vivendo, non davvero. Ma in fondo cosa può fare un impiegato di banca se non tentare, cercare, strappare, rubare il tempo per riuscire a vivere, in quelle misere tre ore che gli rimangono, ogni sera, prima di andare a dormire?
Strappare il tempo: un’immagine che ogni tanto gli torna in testa, ingombrante come le troppe parole che si tiene dentro. Strappare gli anni che passano, ricominciare da capo, lontano da tutto e tutti.
Chissà se si può.

Ore 16.33
Ettore ha appena spento la sigaretta nel posacenere e sta sbirciando fuori dalla finestra dell’ufficio che condivide con altri quattro colleghi. Una piccola pausa, dopo ore di lavoro ininterrotto: non ama distrarsi, lui, non è come gli altri che passano ore a chiacchierare di niente. Non si inserisce mai nei loro discorsi, li trova vuoti, privi di interesse: calcio, donne, noiosi racconti di famiglia. Si concede solo due pause da tre minuti, una alle undici e una alle quattro e mezza, per fumarsi in solitudine una Nazionale, il suo unico vizio.
Due piani più sotto, piazza della Scala inizia a popolarsi di paltò scuri troppo simili al suo e berretti ben calcati in testa. Contravvenendo alle sue ferree abitudini, Ettore indugia qualche minuto in più sui passanti che entrano ed escono dalla Galleria. Ne segue i movimenti disordinati. Più che uomini, gli sembra di guardare tante formiche che cercano disperatamente di sopravvivere. Ne osserva le ombre allungate, prive di volontà e spessore, confondersi col grigio dell’asfalto e farsi sempre più deboli.
Il sole, intanto, sta per sparire del tutto dietro le tegole rosse dei palazzi del centro. Tra poco sarà già notte: è il destino degli impiegati, d’inverno, quello di non respirare mai un raggio di luce. Ti svegli col buio, abbassi la testa sulle carte e quando la rialzi sembra non sia passato che un minuto. Salti le ore di otto in otto ed è così che a un certo punto, nel riflesso sbiadito di una finestra, ti scopri improvvisamente vecchio.

Ore 16.37
Il boato coglie tutti di sorpresa quando ormai il pomeriggio è quasi finito. Lo spostamento d’aria fa tremare i vetri e i pavimenti, l’eco rimbalza impazzita sulle pareti e le vibrazioni fanno cadere per terra alcuni fogli, impilati gli uni agli altri sulle scrivanie.
D’istinto Ettore abbassa la testa e si copre le orecchie con le mani. Per un attimo è come se il desiderio di poco prima si fosse realizzato, come se il tempo si fosse davvero strappato. Come se gli ultimi venticinque anni fossero stati solo un sogno agrodolce e lui fosse ancora in mezzo alle montagne, vestito di grigioverde, la baionetta e un fiasco d’acqua come unici compagni. Prima che il mondo rovinasse come una slavina addosso ai suoi ventidue anni. Prima di scoprire di essere stato ingannato.
Il tempo di guardarsi intorno basta però a Ettore per capire che non è così. Il tempo è ancora al suo posto, il passato è passato e non può cambiare, il futuro ancora non esiste.
La guerra – quella guerra – è finita. Hanno perso tutti, soprattutto quelli come lui che ci credevano, ragazzini col cervello infarcito di belle parole e la smania di fare gli eroi.
Ora di quel ragazzino partito volontario non è rimasto che un nome spiegazzato su una carta d’identità scaduta. L’Ettore impiegato di banca è una creatura diversa, di fare l’eroe non ha più voglia, vuole solo sopravvivere. Cosa ci sia di così speciale in quella sopravvivenza, poi….
Forse Silvano.
È sempre e solo per lui che il suo cuore accelera i battiti alla ricerca di un telefono, mentre tra le mura di quella banca divenuta prigione il boato lascia posto a un silenzio che sa di fango, schegge, spettri e ricordi così reali da poterli quasi toccare.

Ore 16.44
La sirena antincendio è un lupo affamato in una notte di luna piena.
«Tutti fuori, forza!» grida il capoufficio, indicando la tromba delle scale. Gli impiegati raccolgono alla meglio la loro roba e si incamminano disordinatamente verso l’uscita. Ettore è lì, tra loro. Ha l’espressione tirata e il colorito pallido, lo stesso della maggior parte dei suoi colleghi.
Per la prima volta sente di avere qualcosa in comune con loro: la paura. Non è riuscito neanche a chiamare a casa: ci hanno provato in troppi, le linee sono intasate. Qualsiasi cosa sia successa è di certo qualcosa di brutto.
Troppe bombe hanno sfiorato i suoi timpani per non riconoscerle.
Anche gli altri lo sanno. C’erano anche loro, magari su sponde diverse, ma c’erano. Nessuno ne parla mai, le ferite sono ancora troppo fresche.
E di questo passo, una bomba alla volta, Ettore è sicuro che non si rimargineranno mai.

Ore 16.51
Due Alfa Romeo color oliva della Polizia sfrecciano su via Manzoni, di fronte al Teatro, seguite da tre ambulanze, una dietro l’altra.
«Andate, andate a casa», annuncia il direttore, allargando le braccia in segno di resa. La settimana è finita in anticipo, ma nessuno ha voglia di festeggiare. Di sicuro non Ettore, che in silenzio, senza salutare, si annoda la sciarpa al collo, inforca la bicicletta e inizia a pedalare verso corso Matteotti. In corso Monforte incrocia almeno altre quattro ambulanze, proiettili verdi col simbolo della Croce Rossa tatuato sulle fiancate. Le osserva bruciare i semafori, in direzione del centro. All’altezza di piazza Tricolore si accorge che le sirene sono ormai diventate un sottofondo costante, un lamento di morte, rigurgito di vecchie catastrofi.
Approfitta di un semaforo rosso e si sistema meglio la sciarpa sul viso. Fa addirittura più freddo rispetto a stamattina, si ritrova a pensare. Sotto al paltò le costole spingono sulla pelle ed Ettore si accorge di tremare. Non saprebbe dire se per la temperatura o per altro.
Quando scatta il verde, Ettore riprende a pedalare, senza mai voltarsi, e non si ferma più finché non è a casa.

Ore 17.18
Quando vede Silvano corrergli incontro, sulla porta, Ettore per un attimo riesce quasi a cancellare ogni paura, ogni preoccupazione, ogni memoria dell’inferno appena passato. È solo grato di esserci ancora.
Forse, pensa, qualcosa di buono è rimasto, persino qui, in quest’epoca estranea e insoddisfatta. Anche senza strappare il tempo, senza accartocciarlo e gettarlo dalla finestra, un pizzico di felicità non è così irraggiungibile come credeva.
L’unica speranza, per lui, è quel ragazzino con i riccioli neri che abbraccia il suo papà, in un pomeriggio di dicembre di fine decennio che nessuno potrà mai dimenticare.

In memoria di Ettore Schito
16/7/1923 – 13/7/2013

Davide Schito è nato e vive a Milano. Ha pubblicato il racconto “L’uomo spaventato” con la casa editrice digitale Milanonera, oltre a diversi altri inseriti in siti web, riviste e antologie sia cartacee che digitali, tra cui “365 storie d’amore” e “Writers Magazine Italia n.70” (2013, Delos), “Ore nere – Otto racconti del terrore” (2014, dbooks.it), “Racconti mondiali” (2014, Autodafè), “Delitti d’estate” (2014, Novecento). Ha autopubblicato i racconti “Il tram del tempo” e “Blackout”, e la raccolta “Punto di non ritorno”. Insieme a Serena Bertogliatti ha fondato su Facebook il gruppo “Scrittori che danno del tu” per diffondere l’uso della Seconda Persona Singolare al Presente nella narrativa. Dall’esperienza del gruppo e da una selezione letteraria è nata l’antologia gratuita “Seconda – 15 racconti che danno del tu”.

:: Insecta di Gianrico Gambino (Astro Edizione 2016) a cura di Elena Romanello

12 dicembre 2017

insectaPer quanto si amino gli animali e si abbiano a cuore i loro diritti, ce ne sono alcuni che proprio non stimolano l’affetto, almeno nella stragrande maggioranza delle persone, e che anzi suscitano irritazione e disgusto: ovviamente si parla di insetti e aracnidi, mostri in miniatura lontanissimi come forma da quella degli esseri umani e degli animali appartenenti ai mammiferi, ai rettili, agli anfibi e agli uccelli, percepiti come pericolosi e in qualche caso lo sono comunque.
Gianrico Gambino, che detesta gli insetti dopo un incontro non certo felice con un bombo, immagina nel romanzo di fantascienza INSeCTA una storia di fantascienza distopica in cui gli insetti sono diventati enormi e capaci di organizzazione sociale complessa (cosa che comunque hanno, basti pensare a formiche e api), e che dominano il pianeta Terra contrastati da un numero sparuto di esseri umani.
Non è la prima volta che nel fantastico si immagina un mondo dominato da una specie animale, basti pensare alla serie de Il pianeta delle scimmie, o che si racconta la minaccia di un animale diventato gigantesco, come nei B Movies di culto anni Cinquanta americani e giapponesi, da Godzilla a Tarantula e forse dietro c’è anche un po’ di cattiva coscienza da parte di una specie come quella umana che ha sterminato i suoi simili e gli altri animali e devastato la natura.
Stavolta però il tutto viene affidato ad un racconto scritto, ma talmente vivace e pregnante da uscire dalle pagine e avvincere, facendo guardare con ancora più timore gli insetti anche nella stagione invernale dove per fortuna se ne vedono un po’ meno. Ma sono sempre in agguato, tra leggende metropolitane e cronaca.
Del resto, per quanto gli insetti non piacciano, e quelli di INSeCTA sono particolarmente terrificanti e insopportabili, alla fine la colpa è degli esseri umani e della loro mania di sfruttare animali e natura, perché gli enormi bombi, vespe e simili che popolano le pagine del libro sono il risultato di un esperimento nato per aumentare il profitto di alcune multinazionali poi sfuggito di mano al punto da rendere gli esseri umani la minoranza in cerca di un riscatto contro creature mostruosamente organizzate e spietate.
Un romanzo interessante di una voce italiana per ricordare che anche nel nostro Paese c’è una serie di autori e autrici attivi nel genere fantastico in tutte le sue forme: tra l’altro la Astro edizioni dà spazio a molti di loro, come altre case editrici indipendenti e in cerca di nuovi talenti capaci di stupire con i loro romanzi.

Gianrico Gambino, programmatore, si è sempre dedicato alla scrittura e al fantasy attraverso un forum e un gioco di ruolo online, di cui è anche stato dungeon master.
Un giorno un bombo gli finisce addosso; ha il sacro terrore degli insetti (apiformi in particolare) e, per sublimare l’enorme spavento, inizia a scrivere INSeCTA.
Tra le sue passioni anche la chitarra, l’astronomia, il tiro con l’arco, la lettura di classici da Asimov a Silverberg, da Marion Zimmer Bradley a Tolkien.

Source: libro inviato al recensore dall’autore.

:: Regali di Natale: ultimi giorni per riceverli sotto l’albero! 🎄

12 dicembre 2017

ultimi giorni

:: Sai fischiare Johanna? di Ulf Stark (Iperborea 2017) a cura di Viviana Filippini

12 dicembre 2017
sai fischiare Johanna

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Arriva in libreria la collana dei Miniborei della Iperborea, che raccoglie libri per l’infanzia. Tra i testi pubblicati anche “Sai fischiare, Johanna?” dello svedese Ulf Stark. Protagonisti due amici di sette anni, Ulf e Berra. I ragazzini giocano, si divertono, però Ulf è fortunato perché, a differenza di Berra, lui ha un nonno che lo fa divertire e che gli dà pure la mancia. Berra invece non ha un nonno, lo desidererebbe e sarà proprio grazie all’aiuto dell’inseparabile amico che anche il piccolo Berra troverà un nonno. Chi è? Il signor Nils, ospite di una casa di riposo, che è contento di aver trovato un nipotino. I tre vivono mirabolanti avventure, perché nonno Nils non solo racconta fantastiche storie, ma insegna anche ai due ragazzini a costruire un grande aquilone con uno scialle di seta e una cravatta. Poi, Ulf e Berra si accorgono che il nonno Nils fischietta sempre una canzone e i due incuriositi gli chiedono cosa sia il motivetto e il nonno risponde che è «Sai fischiare, Johanna?», che lui ama tanto perché Johanna era il nome della moglie. Tra nonno Nils e Berra si scatena una grandiosa amicizia, ricca di amore e affetto tra persone che non hanno legami di parentela, a dimostrazione del fatto che a volte può esserci maggiore empatia con le persone che si incontrano sul proprio cammino che con quelle della propria famiglia. “Sai fischiare, Johanna?” dello svedese Ulf Stark è un libro per bambini che dimostra quanto solido e intenso possa essere il legame tra nonni e nipoti ed stato vincitore del prestigioso Premio tedesco per la Letteratura d’infanzia nel 1994. Inoltre ogni anno la tv svedese a Natale trasmette il film che è stato tratto dal libro. Illustrazioni di Olof Landström. Tra le altre uscite del 2017 “Greta Grintosa” di Astrid Lindgren e “Il meraviglioso viaggio di Nills Holgersson” di Selma Lagerlöf.

Ulf Stark (1944-2017) è stato uno dei più importanti scrittori svedesi per l’infanzia e tra i più amati dai giovani lettori. Pubblicato con successo in tutto il mondo, ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui l’Astrid Lindgren Award, il Deutsche Jugendliteraturpreis, l’Augustpriset e il Nordic Children Literature Prize.

Source: inviato dall’ Editore. Si ringrazia Silvio Bernardi dell’ Ufficio stampa Iperborea.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.