Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: Recensione di L’ora decisiva di Lee Child (Longanesi, 2012) a cura di Stefano Di Marino

3 Maggio 2012

Duro, durissimo, senza pietà. Jack Reacher torna in una nuova avventura, fedele alla formula che gli ha portato fortuna negli anni. In viaggio, sempre senza bagaglio, una meta abbozzata, si ritrova in una situazione di emergenza, coinvolto in un complicato meccanismo che lo schiera in prima linea contro il crimine. E lui, che vorrebbe star fuori dalla lotta, finisce per trasformare in personale ogni battaglia. Forse il segreto del personaggio sta tutto in un frammento di film che Susan Turner, che lo ha sostituito nell’esercito e intreccia con lui una bizzarra ma coinvolgente relazione a distanza, ritrova nelle sue valutazioni. Una reazione di un bambino di sei anni che, mentre gli altri mostrano paura, impugna un serramanico e si prepara ad affrontare un mostro. Non importa che sia di celluloide. È il tratto psicologico di Reacher a stupire. Reagire, combattere, non accettare soprusi. Sempre più eroe western in un’epoca sbagliata. Ma forse Reacher è l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. O quello giusto nel posto giusto. Questa volta in una tormenta con solo 61 ore per sventare il piano di un narcotrafficante che ha portato alla luce un segreto vicino a una prigione. Ci sono poliziotti, testimoni, biker, gente comune, gangster messicani e russi. Solo contro tutti, Reacher corre verso il traguardo. Ci arriverà? L’ho conosciuto nel 2006, Lee Child. Molto british, taciturno come il suo eroe. Capace di creare vicende complesse coinvolgenti, ricche di azione ma anche di suspense e umanità. Uno di quei personaggi che compro il giorno stesso in cui li vedo in libreria e me li leggo d’un fiato. Per divertirmi e imparare. Solo, mi rimane  sempre il dubbio che accorciati di una cinquantina di pagine i romanzi di Child potrebbero essere anche più belli, più adrenalinici. Ma se proprio un difetto lo vogliamo trovare. Avercene, cari maestri del thriller italiano…

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro del recensore.

:: Recensione de L’impiccato di Russel D. McLean (Revolver, 2012) a cura di Giulietta Iannone

30 aprile 2012

Presi il sentiero che Robertson aveva percorso la sera in cui aveva scoperto il cadavere del fratello. Lo seguii lentamente. Superai i resti del nastro della scena del delitto, lasciati disseminati sul lato del sentiero. Impigliati nel fitto della vegetazione. Un brutto ricordo di quello che era accaduto lì.
Abbandonai il sentiero, spingendo via rami spessi e foglie.
Di fronte a me c’era l’albero a cui era stato trovato appeso il cadavere di Daniel Robertson. Uno spregevole e nero scherzo di natura, eruttato dalla terra come se si fosse fatto strada artigliandola direttamente dall’inferno. L’albero stava là: una cosa morta al centro della foresta viva. Foglie ricoprivano il terreno fangoso alla sua base. Crocchiavano e si rompevano sotto il mio peso.
Chiusi gli occhi, tentai di visualizzare il copro che aveva dondolato dai rami anneriti.
Il vento si alzò.
La silhouette del cadavere di Daniel apparve e scomparve come un fantasma che non voleva essere visto.

L’impiccato (The Good Son, 2008), edito in Italia nella collana Revolver di Edizioni BD e tradotto da Matteo Strukul, è il romanzo di esordio dello scrittore scozzese Russel D McLean con cui ha ottenuto una nomination allo Shamus Award 2010 nella categoria migliore opera prima, premio letterario assegnato annualmente dall’associazione Private Eye Writers of America a quei romanzi gialli che hanno un investigatore privato come protagonista. Autore di due romanzi, oltre a L’impiccato anche di The Lost Sister, sempre con protagonista il detective privato John “Steed” McNee ancora inedito in Italia, Russel D. McLean arriva da noi accompagnato dall’entusiasmo di numerosi suoi colleghi del calibro di John Connolly, Tony Black e Ken Bruen tra gli altri, e dalle recensioni a dir poco esaltanti dei maggiori giornali e riviste di settore. Basta questo per suscitare una certa curiosità tra gli appassionati di noir e hardboiled, che vedono nel tartan noir, termine coniato da quel mattacchione di James Ellroy, una scuola di indubbio interesse, e sicuramente nella sottoscritta più che propensa a vedere l’evoluzione di un genere che sembrava già con Raymond Chandler aver detto tutto. L’America degli anni Trenta è ben lontana, ma la Scozia degli anni Duemila non è da meno come scenario di una storia torbida e traboccante violenza con al centro i classici stilemi e le iconografie tipiche del genere. Non mancano un detective privato tormentato, un cliente che non la racconta giusta, una vittima che decisamente non era uno stinco di santo, una dark lady troppo truccata e quasi grottesca, un poliziotto stronzo ma infondo onesto, vecchi gangster riciclatici come cittadini onesti e killer psicopatici destinati a fare una ben brutta fine. Sullo sfondo Dundee ex città industriale in via di trasformazione situata sull’estuario del fiume Tay a un centinaio di chilometri a nord-est della più affascinante e suggestiva Edimburgo. La storia raccontata non presenta picchi di eccessiva eccentricità anzi si adegua in modo quasi certosino alle regole della detective story proponendo uno stile lineare e uniforme che stranamente ha la capacità di sedurre il lettore attirandolo pagina dopo pagina in un vortice di oscura bellezza. John “Steed” McNee, ex poliziotto burbero e solitario, ora riciclatosi come investigatore privato, ancora in lutto per la fidanzata Elaine, la sola capace di vedere qualcosa di buono in lui, e afflitto dal senso di colpa per la sua morte che si somatizza in una zoppia quasi invalidante, riceve la visita di un cliente James Robertson, un agricoltore con coppola in testa deciso a fare chiarezza sul suicidio del fratello Daniel, trovato impiccato ad un albero della foresta di Tentsmuir nei dintorni della sua fattoria. Robertson dichiara di non vedere il fratello da trent’anni, quando aveva lasciato Dundee per fare fortuna a Londra ed era finito a fare lo scagnozzo e il buttafuori di un gangster di un certo prestigio di nome Gordon Egg. McNee non esita a credergli desideroso di tenersi un lavoro sicuro, uno di quelli che pagano subito e inizia a investigare consapevole che: “In Gran Bretagna la vita di un investigatore di rado è considerata affascinante. Non godiamo della stessa aura da lupo solitario che contraddistingue i nostri colleghi americani. Quando la gente pensa a noi, pensa a una squallida, modesta ultima spiaggia. E in Scozzia la gente a noi non pensa proprio”. Lo strano atteggiamento della polizia troppo solerte nel chiudere la cosa come un suicidio senza importanza, l’arrivo della moglie di Egg con cui la vittima aveva una relazione e che morirà in modo violento poco dopo, il coinvolgimento di David Burns, un imprenditore coinvolto in affari sia legali che illegali, una strana aria restia in Robertson che è troppo evidente nasconde qualcosa, spingono McNee, oltre a combattere con i suoi demoni interiori, senza riuscire a fare chiarezza nel rapporto irrisolto con suo suocero e con la poliziotta Susan che ha conservato per lui una parvenza di amicizia e forse qualcos’altro, ad andare in fondo alla faccenda anche a rischio di vedersela esplodere tra le mani. Tutto si giocherà in un cimitero sotto una pioggia torrenziale, in uno scontro decisivo in cui McNee dovrà decidere se l’oscurità sia la parte che ha prevalso nella sua anima.

:: Recensione di Tabula rasa di Danila Comastri Montanari (Mondadori, 2011) a cura di Giulietta Iannone

29 aprile 2012

Uscito lo scorso ottobre Tabula rasa, edito da Mondadori nella collana Omnibus e sedicesimo romanzo di Danila Comastri Montanari con protagonista l’eccentrico senatore e investigatore romano Publio Aurelio Stazio, personaggio che ha raccolto dalla prima uscita Mors tuala simpatia e l’apprezzamento di una nutrita schiera di lettori sia in Italia che all’estero, è un mistery storico ambientato nel I secolo d. C. durante il regno dell’imperatore Claudio che vede questa volta non più Roma ma Alessandria d’Egitto come scenario di una storia ricca di intrighi e complicate cospirazioni. La trama complessa e la grande quantità di personaggi che reggono l’azione rendono la lettura sicuramente impegnativa ma l’humour dell’autrice, che tra ironia e sprazzi di autentica comicità alleggerisce una materia che in mano meno lievi e capaci avrebbe potuto apparire tediosa, sicuramente farà passare ore piacevoli a tutti gli appassionati di storia antica e di delitti. Caratteristica fondamentale dei gialli di Danila Comastri Montanari è l’accuratezza storica e la grande dovizia di particolari intrecciati alla narrazione in modo spiritoso e naturale, che hanno la capacità di arricchire il lettore senza annoiarlo e questo suo talento innato penso sia la cifra distintiva del consenso di pubblico e di critica che è riuscita a raccogliere negli anni. L’imperatore Claudio invia il nostro Aurelio Stazio ad Alessandria d’Egitto per una delicatissima missione segreta al fine di portare la pace tra Roma e i bellicosi Parti. In una pausa del suo complicato lavoro diplomatico il senatore che ha appena ristrutturato un’antica villa sul delta del Nilo, che preferisce alla sfarzosa abitazione che ha ad Alessandria, rinviene il cadavere di una ragazza, unico indizio una fibula che lega la vittima al culto di Bast, la Dea- Gatta. E non sarà l’unica morte misteriosa. Altre morti infatti apparentemente slegate si susseguono, e il dubbio che ci sia un’unica trama legata alla sua missione spinge Aurelio Stazio ad indagare con ancora più impegno del solito. Tra cortigiane e soldati emissari dei Parti, spie e infidi delatori, Aurelio Stazio arriverà a rischiare la vita e il coccodrillo sacro che tiene in giardino, e per cui tutti lo prendevano in giro, avrà un suo ruolo decisamente… provvidenziale.  Che dire di più, buona lettura.

Nata a Bologna nel 1948, laureata in Pedagogia e in Scienze politiche, per due decenni Danila Comastri Montanari ha insegnato e viaggiato ai quattro angoli del mondo. Dal 1990, anno in cui è uscito il suo primo romanzo, Mors Tua, vincitore del premio Tedeschi, si dedica a tempo pieno alla narrativa. Scrive soprattutto gialli storici, tra cui si ricordano La campana dell’arciprete (1996), sullo sfondo delle campagne bolognesi della Restaurazione, e Terrore (2008) dedicato alla Parigi rivoluzionaria del 1793. Ma la sua fama è legata soprattutto al personaggio di Publio Aurelio Stazio, senatore-detective dell’antica Roma protagonista di diciannove gialli di grande successo, tutti con i titoli rigorosamente in latino, tradotti in decine di lingue. A questo genere ha dedicato anche il saggio Giallo antico. Come si scrive un poliziesco storico (2007).

:: Recensione di Respiro corto di Massimo Carlotto (Einaudi, 2012)

23 aprile 2012

La mattina era umida ma non fredda. Sigaretta e Johnny Halliday, occhi puntati sul portone. Il commissario Bourdet era immersa nei suoi pensieri. Non doveva trovarsi lì. La condizione per essere riammessa in servizio era stata chiara. Mai più indagini sull’onorevole Bremond e sui suoi amici. Mai più. Aveva accettato riconoscente perché quel distintivo era tutta la sua vita. Era sola e sola sarebbe rimasta fino al giorno in cui avrebbe dovuto lasciare il suo appartamento e trasferirsi alla casa di riposo della polizia. Sempre se non si fosse tirata un colpo in testa. Ogni tanto ci pensava. La solitudine era feroce. Fu tentata di allungare la mano sulla chiave e mettere in moto la macchina, ma ricacciò il pensiero. Non si sarebbe mai perdonata di non aver tentato di fottere la cricca. Lo doveva a Marsiglia, che non meritava anche quell’affronto.

E’ difficile scrivere un noir ambientato a Marsiglia senza sentire il respiro di Jean-Claude Izzo aleggiare per il porto vecchio, splendere nelle luci notturne di una città che non dorme mai, dissolversi nella pioggia sottile che sporca strade abitate da spacciatori, puttane, papponi, politici corrotti, poliziotti con un personale senso della giustizia e sempre più simili ai criminali. Massimo Carlotto ha accettato la sfida decisamente consapevole che un noir non è scritto per anime candide, desiderose di vedere sempre il bene e il male contrapporsi con contorni precisi e nella lotta finale desiderose di vedere l’immancabile lieto fine. La vita si sa è un’altra cosa e il noir è ciò che più le somiglia. In Respiro corto, edito da Einaudi nella collana Stile Libero Big, Carlotto lascia gli scenari consueti dei suoi precedenti romanzi e porta l’azione nel cuore nero della Francia profonda, nel crocevia di traffici criminali sempre più complessi, sempre più ramificati nelle alte sfere del potere politico, protetti da una polizia sempre più decisa a perseguire i pesci piccoli e lasciare al sicuro gli intoccabili. Di questa mafia occulta è vittima il commissario Bernadette Bourdet, B.B., una poliziotta della vecchia guardia a capo della Brigade Anti-Criminalitè, di mezza età, brutta, lesbica, cattiva, anche antipatica, ma che sotto la scorza dura e arrabbiata nasconde un cuore materno, si svela nella scena in cui abbraccia Rosario, e un romantico senso della giustizia e preferisce sempre vedere i suoi “clienti” al sicuro in carcere che crivellati dai colpi di kalashnikov di bande rivali su marciapiedi anonimi della “sua” città. Il commissario Bourdet ha rischiato grosso mettendosi contro alcuni pezzi grossi della città noti come “la cricca Bremond”, insistendo su un’ indagine per corruzione e appropriazione indebita di denaro pubblico per trentacinque milioni di euro riciclati in una banca di Ginevra, e ne è uscita con le ossa rosse e la carriera finita.Per tenersi il distintivo ha dovuto giurare che non avrebbe più toccato Bremond ma c’è un abisso tra il dire e il fare e la sua indagine segreta continua tra i suoi soliti casi di normale amministrazione condotti con metodi discutibili tra cui catturare un corriere della droga paraguayano e usarlo per il lavoro sporco, o intrattenere rapporti di amicizia con il vecchio boss della mala marsigliese Armand Grisoni, un corso con ancora un superato codice morale fatto di rispetto e senso dell’onore ma pronto a tradirla in cambio di una buona fetta di guadagno. Bernadette Bourdet che paga il doppio una puttana per un po’ di affetto, è testimone di un cambio al vertice, non sono più a comandare i vecchi mafiosi che tentano in tutti i modi di controllare la guerra dei territori, ma c’è una nuova criminalità in ascesa, senza legge ne morale, pronta a tutto. Pronta a trafficare in legname radioattivo di Chernobil, pronta ad aprire cliniche per il trapianto clandestino di organi, pronta ad investire in attività immobiliari, in giochi finanziari sempre più rischiosi e spericolati. I nuovi criminali vanno all’università, vestono Armani, hanno gli agganci giusti e B.B. ha ben poche possibilità di combatterli uscendone vincitrice. Bel personaggio quello del commissario Bourdet, a mio avviso il più riuscito del romanzo, sicuramente il più complesso, che si presta, per i vari nodi irrisolti, a proseguire la sua storia in un nuovo libro. Chissà quali sono le intenzioni di Carlotto. Bel personaggio di criminale anche quello del corso Grisoni, il tradimento finale forse ne offusca un po’ la dignità come è giusto che sia trattandosi sempre di un delinquente, e sia quello di Zosim Kataev, della Dromos gang,  spietato ma capace di provare amore per la bella Inez, dando vita ad una sorta di Romeo e Giulietta criminale, vittima in un certo senso di un gioco che deve essere portato fino infondo. Un buon libro, essenziale, ruvido, cattivo, una gangster story senza vincitori, o meglio quelli ci sono ma non sono quelli giusti. Piaciuto e molto per il senso di autenticità e verità che traspare e per il coraggio dello scrittore che penso apprezzeranno quelli che quei luoghi li conoscono e sanno che chi ha indagato sui crimini della nuova mafia nel sud della Francia, giudici, giornalisti, poliziotti quasi sempre c’è morto.

:: Recensione di Scomparso di Joseph Hansen (Elliot 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 aprile 2012

Gli sudavano le mani mentre guidava. Perchè? Sul suo volto apparve un sorriso amaro. Che senso aveva tanta cautela? Non aveva forse desiderato solo morire nelle ultima sei settimane? Serrò la bocca. Era finita. Adesso doveva adattarsi a vivere. Che altro poteva fare? Vivere e dimenticare, almeno finchè non fosse stato in grado di ripensarci senza soffrire. E prima o poi ci sarebbe riuscito. Ma certo. Lo dicevano tutti i libri. La summa dell’ umana saggezza. Nel frattempo, era di nuovo al lavoro.

Sembra banale iniziare una recensione dicendo che il libro che si è appena letto è bellissimo, già banale, mi perdoneranno quindi quelli che non lo farebbero mai, ma Scomparso di Joseph Hansen, edito da Elliot, titolo originale Fadeout, tradotto con sensibilità e limpidezza da Manuela Francescon, è davvero un libro bellissimo, dal ritmo perfetto, che apprezzeranno tutti gli amanti dell’ hardboiled con venature psicologiche e crepuscolari quanto lo può permettere l’impietoso sole della California, molto alla Ross Mcdonald per intenderci, e non solo.
Innanzitutto questo romanzo ha un’ impostazione classica, un buon equilibrio tra parti descrittive e caratterizzazione dei personaggi, dialoghi incisivi e sempre impeccabili, senza sbavature o parole superflue, poi è doveroso evidenziare che ha i suoi bei 40 anni, fu infatti pubblicato in America nel 1970 e ambientato qualche anno prima, e per finire ha un protagonista gay, cosa che se può sembrare normale oggi, negli anni in cui fu scritto, e pubblicato, non lo era affatto, anzi fervevano i primi tentativi di liberazione sessuale ed essere gay era ancora un marchio infamante capace di precludere carriere e ghettizzare nel vero senso della parla.
Hansen ci mise tanto a pubblicarlo, perché non voleva fare del suo libro un manifesto gay, voleva semplicemente pubblicare un libro le cui tendenze sessuali del protagonista fossero marginali e unicamente atte a evidenziare la sua psicologia, il suo carattere e la sua personalità.
Dave Brandstetter, protagonista di Scomparso, è infatti un investigatore assicurativo dell’agenzia del padre, vedovo del suo compagno Rod, appena morto di cancro all’intestino, e basta questo particolare a stendere un velo di malinconia e tristezza rendendo meno vivido il sole accecante della Los Angeles di fine anni 60.
Per sopravvivere al lutto si butta nel lavoro e il primo caso che deve affrontare riguarda la presunta morte di Fox Olson, stella del Fox Olson show, programma radiofonico della radio locale di Pima, amena cittadina persa in un canyon non lontano da Los Angeles. Presunta morte perché tutto quello che resta è l’auto, una Thunderbird bianca, precipitata da un ponte alla fine di una strada tutta tornanti, in una grigia giornata di pioggia.
Del corpo di Olson nessuna traccia e basta questo a mettere in allarme la compagnia assicurativa, che rischia di sborsare alla vedova l’assicurazione sulla vita di centocinquantamila dollari – un sacco di soldi – come dirà lo stesso Brandstetter all’affranta vedova, già pronta a farsi consolare tra le braccia di un aitante riccone del luogo.
Come nei migliori romanzi di Ross Mcdonald intrighi famigliari, soldi e potere si intrecciano portando a galla una storia terribile nella sua semplicità e dolorosa in cui i sentimenti sono i soli sconfitti, in cui i più sensibili pagano per tutti.
Il meccanismo dell’indagine è impeccabile, Brandstetter con umanità e comprensione si lascia coinvolgere in una storia in cui non c’è nessun vero colpevole, ma solo uomini e donne dolorosamente occupati a sopravvivere al male di vivere.
Scomparso è il primo romanzo di una serie di dodici episodi che la Elliot pubblicherà in Italia per la prima volta. Sono certa che se lo leggerete non potrete, come me, non aspettare il prossimo della serie previsto prima dell’estate.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Recensione di Amnesia di Jean-Christophe Grangè a cura di Giulietta Iannone

16 marzo 2012

A poco a poco la situazione le diventava chiara: l’assassino non poteva essere un barbone o uno spacciatore e tanto meno l’uomo che aveva perso la memoria. Era un killer folle, freddo, razionale. Un essere dai nervi d’acciaio che si era preparato accuratamente in vista del sacrificio. Non era un macellaio né un allevatore e neppure un veterinario, lei ne era sicura. Aveva acquisito quell’abilità soltanto per allestire la sua messinscena.
Anais fremeva all’idea di affrontare un avversario simile, non sapeva se di paura o di eccitazione; probabilmente di entrambe. Era consapevole che nella maggior parte dei casi gli omicidi psicopatici venivano arrestati perché commettevano un errore o perché la polizia aveva un colpo di fortuna. Nel caso del killer, non poteva contare sul fatto che facesse errori; quanto alla fortuna…

Mathias Freire, psichiatra al centro ospedaliero specializzato Pierre-Janet di Bordeaux, e protagonista del nuovo romanzo edito in Italia da Garzanti di Jean-Christophe Grangè Amnesia, titolo originale Le passager tradotto dal francese da Doriana Comerlati, riceve una telefonata in piena notte sul suo cellulare del dottor Fillon, medico di guardia nel quartier Saint-Jean Belcier, che lo informa di un caso singolare avvenuto alla stazione Saint-Jean: verso mezzanotte i guardiani notturni si sono imbattuti in un uomo, un vagabondo nascosto in una cabina all’altezza del punto di ingrassaggio, sui binari. Uno sconosciuto, un uomo completamente privo di memoria, un colosso, alto almeno due metri, di centotrenta kili di peso con indosso un vero Stetson da texano e stivali da cowboy di lucertola. Quella stessa notte il capitano di polizia Anais Chatelet viene chiamata sul luogo di ritrovamento di un cadavere. Un giovane nudo, con diverse ferite. Una messinscena aberrante. Qualcosa che puzzava di follia e crudeltà lontano un miglio. Non una banale rissa finita male né un volgare furto di denaro. Roba seria. Il morto, rinvenuto in una fossa accanto ai binari della stazione di Saint-Jean, “ucciso” da un overdose di eroina, presenta un particolare aberrante: la sua testa non è quella di un uomo ma è inglobata nella testa di un toro. Subito le indagini portano ad un collegamento tra lo sconosciuto senza memoria e il delitto. I casi sono due: o lui è il principale sospettato, o ha assistito al delitto e per lo shock ha perso la memoria. Amnesia inizia così  presentando due personaggi Mathias Freire e Anais Chatelet, che si incontrano casualmente e ci accompagnano per le ben 750 pagine del romanzo facendoci affrontare un viaggio avventuroso e interessante nella psiche umana e nei segreti racchiusi nella memoria ancor più quando è ferita, frammentata, lacerata. Innanzitutto non fatevi spaventare dalla mole del libro, sarà per le frasi brevi, per lo stile incisivo e pulito di Grangè, ma si legge molto velocemente. Se amate i thriller, pieni di colpi di scena, dove nulla è come sembra, dove l’autore sa escogitare trame vertiginose praticamente impossibili da svelare prima che sia lui stesso a farlo, troverete pane per i vostri denti. Se avete amato L’impero dei lupi vi troverete a casa. Senza svelare troppo della trama labirintica e davvero complessa, comunque per sommi capi presente nel risvolto di copertina, sicuramente è un libro in cui un uomo si interroga su chi sia realmente, su quali siano davvero i suoi ricordi, angosciato dalla paura di poter essere un assassino freddo e spietato e minacciato da un reale pericolo del quale non riesce in nessun modo ad individuarne l’origine. Il personaggio di Anais Chatelet, tipica eroina alla Grangè, è sicuramente una coprotagonista riuscita e agguerrita che compete ad armi pari con Mathias Freire. Sin dai tempi di Fiumi di porpora, l’autore ama presentare donne forti, volitive, capaci di reggere il confronto con i personaggi maschili, quasi sempre più problematici pensiamo a Pierre Niemans di Fiumi di porpora appunto o Jean-Louis Schiffer de L’impero dei lupi. Grangè unisce il thriller psicologico al romanzo di azione puro e lo fa conservando il suo stile particolare e tipicamente francese alla Besson per intenderci e dato che ogni romanzo di Grangè ha il destino quasi segnato di diventare un film non ci vedrei male proprio Besson alla regia.

:: Recensione di Oltre le apparenze di Charlotte Link (Corbaccio, 2012) a cura di Giulietta Iannone

13 marzo 2012

Spiava tante di quelle persone…! S’imprimeva il modo in cui trascorrevano le loro giornate, le loro abitudini, si sforzava di esplorare a fondo le loro esistenze. Non sarebbe riuscito a spiegare  a nessuno cosa l’affascinasse tanto in quella attività: era come un vortice in cui sprofondare. Non era possibile smettere una volta che si fosse cominciato.  Un’altra vita accanto all’esistenza vera. Destini in cui era possibile sognare di intrufolarsi. Ruoli in cui calarsi. Conferiva in quel modo smalto e gioia alla vita di ogni giorno e, anche se qualcuno lo avesse giudicato pericoloso o comunque spostato – e intuiva che uno psicologo avrebbe trovato un mucchio di definizioni allarmanti per il suo hobby- quell’attività restava comunque per lui l’unica possibilità di sopportare la tristezza che lo circondava.

Oltre le apparenzeDer Beobachter” titolo originale che tradotto in italiano significa L’osservatore edito in Italia da Corbaccio e tradotto dal tedesco da Umberto Gandini nuovo romanzo di Charlotte Link è un thriller molto particolare che scava nelle paure più profonde che affliggono le donne. E’ cronaca recente, suffragata dalle statistiche, che molto spesso gli stalker si trasformano in assassini, quasi che la strada che porta a perseguitare, tormentare una donna porti anche inevitabilmente al delitto. E questo dubbio, è il nucleo centrale del romanzo che ci porta a chiederci sin dall’inizio se davvero Samson Segal, l’osservatore del titolo originale, è anche un assassino, colpevole delle barbare uccisioni di donne che si susseguono in una fredda Londra invernale. Samson è un osservatore abusivo delle vite degli altri. Una malattia lo divora, la curiosità di conoscere tutto quel che succede nel segreto della privacy delle donne che attirano il suo sguardo. Samson scruta, spia le donne, ne trascrive maniacalmente le vite, i movimenti, i tic, finchè la sua malata curiosità non si fissa su un’unica donna Gillian Ward, una donna di successo, realizzata sia nel lavoro che nella vita privata, sposata felicemente con Tom, con una figlia di dodici anni, una donna che suscita in lui un sentimento-surrogato molto simile all’amore. Ma le apparenze a volte ingannano, a volte la facciata perfetta che si mostra al mondo nasconde crepe, ragnatele, inganni e più Samson prende coscienza di questo, più la sua vita va in pezzi. Parallelamente una serie di omicidi si susseguono apparentemente senza connessioni, le vittime hanno solo la caratteristica comune di essere tutte donne sole, uccise in modo spietato e assurdamente crudele, dopo aver vissuto l’incubo di essere perseguitate e minacciate. Inquietante l’ascensore che perseguita Carla, che giunge fino al suo piano abitato solo da lei, senza che nessuno esca. Da particolari come questi la Link crea la sua ragnatela di tensione che imprigiona il lettore generando abilmente ansia, angoscia, terrore in un crescendo sempre più soffocante. L’abilità della Link è soprattutto evidente nella sua capacità di accostare la vita quotidiana dei personaggi, normale, quasi banale, descritta fin nei minimi dettagli consueti, la colazione la mattina, la preparazione dei muffins in linde cucine super attrezzate, il the con le amiche, all’orrore che nasce quando ci si ritrova vittime di persone profondamente disturbate e capaci di tutto. Altro tema fondamentale del libro su cui l’autrice gioca molto pur senza barare apertamente con il lettore è la infondatezza delle apparenze, niente è come sembra, tutto si trasforma, anche quando si arriva ad una certezza, poi inevitabilmente succede che si riveli infondata, fluttuante, alienante. L’autrice parte da paure reali, molto concrete e costruisce una trama fitta di autentica angoscia più psicologica, che generata dalla descrizione di efferatezze o violenze esibite. Oltre le apparenze è il primo libro della Link che leggo, ma sembra che in Germania sia molto amata e addirittura chiamata Lady bestseller e che anche in Italia si sia guadagnata una schiera di lettori affezionati. La sua produzione è piuttosto nutrita e spazia dai romanzi storici agli psicothriller molti dei quali editi da Corbaccio e riediti da Tea. L’uscita nelle librerie di Oltre le apparenze è prevista per il 15 marzo e grazie all’editore Corbaccio abbiamo provveduto a mandare alcune domande alla Link in visita in Italia dal 20 al 22 marzo per la pubblicazione del libro. Non mi resta che recuperare anche i suoi vecchi romanzi. Particolare che mi piace segnalare è la strepitosa copertina scelta da Corbaccio sui toni del bronzo, una delle più belle viste quest’anno.

:: Recensione di Orchidee nere di Rex Stout (Beat 2012) a cura di Giulietta Iannone

11 marzo 2012

Se Chandler ne La semplice arte del delitto in “Atlantic Monthly”, Boston 1944, scrisse di Hammett che tirò furori “il delitto dal vaso di cristallo e lo buttò in mezzo alla strada”, restituì  “il delitto alla gente che lo commette per ragioni concrete, e non semplicemente per fornire un cadavere a dei lettori”, mise “sulla carta i personaggi com’erano” e li fece “parlare e pensare nella lingua che si usava di soliti per questi scopi” proclamando al mondo i caposaldi indiscutibili dell’ hardboiled, in netta seppur educata polemica con il giallo classico affollato di investigatori dilettanti, maggiordomi infidi, vecchiette pettegole e intriganti con l’hobby dell’ uncinetto, delle rose e del delitto, Rex Stout creando Nero Wolfe riprese a piene mani dalla tradizione più consolidata del giallo classico dell’età dell’oro che vede nello Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle un modello indiscusso e nume tutelare del celebre Detection Club inglesissimo circolo che racchiude tra i suoi membri tutti i più importanti autori del genere poliziesco. Rex Stout non era inglese ma americano, e la nazionalità in questo caso ha un peso non trascurabile se pensiamo che non scelse la campagna inglese, i castelli, alternando le vicende dei personaggi a the delle 5 e caccia alla volpe, ma come scenario al centro delle sue storie predilesse l’ambiente metropolitano newyorkese, pur tuttavia Nero Wolfe non è certo un investigatore che utilizzi la forza bruta o batta le strade in cerca di testimoni e colpevoli, per questo c’è Archie Goodwin, suo braccio “armato” se vogliamo pronto a sporcarsi le mani mentre lui se ne sta al sicuro nel suo palazzo “fortezza” di arenaria situato al numero 918 della 35a strada, a curare come figli le sue adorate orchidee, a bere birra e ad assaporare le prelibatezze da gourmet che gli prepara il suo fidato cuoco svizzero, bizzarria questa abbastanza singolare se pensiamo che sarebbe stato molto più facile trovargli una nazionalità francese più in sintonia con il personaggio. Ma anche Nero Wolfe non è americano ma montenegrino, e questa sua esotica caratteristica forse singolarmente definisce e giustifica nella mentalità tipicamente americana le bizzarrie che lo caratterizzano: la sua inveterata misoginia, il pessimismo uggioso con cui guarda i suoi simili, il suo fare burbero e scostante, il suo narcisismo imbarazzante figlio di un egocentrismo che tocca picchi davvero grotteschi e quasi caricaturali. Ma pur tuttavia Nero Wolfe suscita simpatia e perché no rispetto, le sue debolezze diventano paradossalmente punti di forza che ne evidenziano la spiccata personalità e lo delineano in modo inequivocabile, non solo per la sua mole, nel panorama degli investigatori del giallo. La nuova collana Giallobeat di Beat edizioni riporta le indagini di Nero Wolf all’attenzione dei suoi numerosi lettori ed estimatori. A novembre abbiamo avuto modo di guastare  Fer-de-lance, a cui seguono dieci nuove avventure caratterizzate da nuove traduzioni e per ciascun volume da una prefazione diversa scritta dalle penne di alcuni dei più famosi intenditori del nostro prode detective, ora è il turno di Orchidee nere con prefazione di Carlo Lucarelli e traduzione della mitica Laura Grimaldi. Il volume contiene due racconti lunghi Orchidee nere (Black Orchids) e Cordialmente invitati ad incontrare la morte (Cordially invited to Meet Death) apparsi insieme nel 1942. Archie Goodwin, voce narrante delle storie, ci porta a conoscere come in una vera e propria indagine nuove peculiarità del nostro eroe montenegrino sempre pronto a rivelare nuove facce di sé. In Orchidee nere succede un fatto straordinario , Wolfe lascia la sua casa–rifugio e per amore di un rarissimo ibrido di orchidea nera si reca ad un’esposizione floreale. Cosa ancora più inusitata lo vediamo blandire Lewis Hewitt, lui di norma burbero e scorbutico, lo vediamo mentire, nascondere testimoni, pur di accaparrarsi i suoi agognati tre rari esemplari, sotto gli occhi sempre più esterrefatti del suo assistente, factotum, amico Archie Goodwin. Questa volta hanno ucciso un giardiniere Harry Gould in un modo tanto astruso e improbabile, che per incastrare il colpevole Wolfe sarà pronto quasi a  rischiare la vita in una camera a gas. In Cordialmente invitati ad incontrare la morte sarà il triste destino di Bess Huddleston, la miglior organizzatrice di ricevimenti per ricchi che New York avesse mai avuto, morta di tetano lunedì 25 agosto ad incuriosire il nostro. Riuscirà Nero Wolfe a dimostrare che è stato commesso un omicidio e a incastrare il colpevole? Non vi dico di più. Il divertimento è assicurato.

Rex Stout nasce nel 1886 e muore nel 1975 negli Stati Uniti. Nel 1934 pubblica Fer-de-Lance (BEAT 2011), il primo volume delle inchieste di Nero Wolfe. Il successo si ripete regolarmente per tutti i 42 successivi volumi, sfornati pressappoco al ritmo di uno all’anno. In BEAT sono usciti anche Orchidee nere (2012), Non abbastanza morta (2012), Entra la morte (2013), Palla avvelenata (2014) e la raccolta di ricette ispirate ai suoi libri Crimini e ricette (2013). Nel 1959 viene premiato con il Mistery Writers of America Grand Master.

:: Recensione di Le rose di Axum di Giorgio Ballario (Hobby & Work 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 febbraio 2012

“Vanno le carovane del Tigrai /verso una stella che oramai brillerà/ e più splenderà d’amor…”

Anche noi andavamo nel Tigrai, come i cammellieri della canzonetta: di stelle ne avevamo viste a migliaia, pensai ma di amore manco a parlarne. Laggiù infuriava una guerra senza tregua e semmai ci saremmo imbattuti in cadaveri insepolti, villaggi bruciati, sangue e dolore. E avremmo dovuto rischiare la pelle per garantire l’incolumità a un gruppo di topi di biblioteca e consentire loro di svolgere non meglio precisati scavi archeologici… Non capivo, ma ero costretto ad adeguarmi. L’uniforme che indossavo ogni giorno, e quasi sempre con orgoglio, non permetteva di porsi troppe domande e di avere dei dubbi.

Chai il tè eritreo, un bicchierino d’anice, la birra Melotti, le sigarette Macedonia, bastano pochi riferimenti per sentirsi di colpo trasportati a Massaua nell’Eritrea degli anni Trenta in compagnia del maggiore dei Regi Carabinieri Aldo Morosini, del maresciallo Barbagallo, dello scium-basci Tesfaghì, personaggi che abbiamo iniziato a conoscere in Morire è un attimo (Edizioni Angolo Manzoni 2008) e Una donna di troppo (Edizioni Angolo Manzoni 2009) e ora ritroviamo in Le rose di Axum pubblicato da Hobby & Work nella collana Giallo & nero.
Nuova casa editrice, respiro più ampio, per Giorgio Ballario autore piemontese raffinato e colto, una vita nel giornalismo a dedicarsi di cronaca nera per la Stampa di Torino e ora autore di noir coloniali intrisi di spleen e fascino retrò.
Siamo a Massaua nel caldo e afoso febbraio del 1936. Sul soffitto le pale del ventilatore ruotano stancamente e il maggiore Morosini se ne sta a riflettere nel suo ufficio sul ritrovamento nelle Saline  Eritree di un uomo barbaramente torturato e ucciso.
Un delitto misterioso, che colpisce per la crudeltà e l’efferatezza con cui è stato portato a termine: un corpo martoriato da profonde coltellate immerso nel sale a contatto della carne viva. Perché accanirsi così tanto su un essere umano? Questa è la domanda che inquieta e tormenta il maggiore nella cui mente risuonano le ultime parole del morente tra cui l’unica comprensibile “Axum”.
L’identità del morto è sconosciuta, non ci sono effetti personali che aiutino nell’identificazione, la testa è stata dilaniata dai corvi ed è per giunta un indigeno chiaramente di pelle nera, trovare il suo assassino non diventa una priorità. Nessuno dall’alto avrebbe chiesto conto di un delitto maturato in una probabile faida tra clan locali, che certo non avrebbe interferito con l’avanzata delle nostre truppe ad Addis Abeba.
Già è la guerra con l’Abissinia ad impensierire gli alti comandi i cui echi giungono smorzati nella sonnolenta provincia del Bassopiano. Gli echi di una guerra fortemente voluta da Mussolini per dare all’Italia il suo irrinunciabile impero coloniale i cui esiti porteranno l’annessione dell’Abissinia all’Italia e la creazione del nuovo possedimento coloniale chiamato Africa Orientale Italiana che riunirà  Eritrea, Abissinia e Somalia Italiana sotto un unico Governatore.
Ma il fato o il destino ha deciso che questa morte non deve restare impunita, questo delitto rimanere insoluto e quando Morosini viene incaricato di accompagnare alcuni archeologi tedeschi fino alle antiche rovine di Axum avrà modo di scoprire l’identità del morto, di innamorarsi di una affascinante fotografa dagli occhi verdi e di imbattersi in un ginepraio fatto di spionaggio, sette esoteriche naziste, tesori trafugati e altre morti. Tra pericoli e avventure riuscirà a risolvere il mistero, perdendo un pezzo di sé, ma queste sono le regole del gioco anche nell’Africa del 1936.
Aldo Morosini è un bel personaggio, educato, vecchio stile, che fa ancora il baciamano quando incontra una signora, con una sua morale ma non privo di un’ anima noir fatta di tristezza, disillusione, scetticismo, capace di accettare l’amore mercenario dei bordelli di madame Chantale, capace per orgoglio di non chiedere di restare alle donne della sua vita.
E’ un uomo comune, ma non convenzionale, non il classico super eroe tutto muscoli e forza bruta, Morosini ama il ragionamento pacato, l’intuizione fulminea, il sondare le persone, non è razzista, ha lo stesso rispetto per i suoi subalterni indigeni e per i suoi compatrioti, non è volgare, grezzo, opportunista, non farà mai carriera, come dice con un pizzico di divertita rassegnazione il suo autore, pur tuttavia è simpatico, uomo del suo tempo pur con tutte le sue contraddizioni il suo gusto per le canzonette in voga, la comica tenerezza con cui si innamora.
Forse Barbagallo è più scaltro e gioviale, a lui i kartoffeln non piacciono da subito, forse il suo sentimentalismo demodé non ne fa un duro da letteratura hardboiled, comunque Aldo Morosini resta impresso nell’immaginario giallo proprio per tutte le ragioni che non ne fanno un super uomo a tutti i costi.
Le rose di Axum riconferma a mio avviso le doti narrative di Ballario, caratterizzate da uno stile pacato, dai toni sfumati e mai eccessivi, molto salgariano, molto understatement. Con un grande lavoro di ricostruzione storica, di attenzione per le ambientazioni, per il colore locale che non scade mai in una foto patinata e nostalgica del tempo che fu.  Non ci resta che aspettare la quarta indagine del maggiore Morosini e dato che l’autore rispetta una cronologia temporale non potrà non ambientarsi nel 1937. La Seconda Guerra mondiale si avvicina.

Giorgio Ballario, è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017), e sei romanzi: Morire è un attimo (2008), Una donna di troppo (2009), Il volo della cicala (2010), Le rose di Axum (2012), tutti appartenenti al ciclo del maggiore Morosini; Nero Tav (2013) e, per Edizioni del Capricorno, Il destino dell’avvoltoio (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017) è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa Hobby & Work.

:: Recensione di Non ti addormentare di S.J. Watson

11 febbraio 2012

Christine Lucas, la protagonista di Non ti addormentare opera prima dell’ esordiente inglese S.J. Watson, titolo originale Before I Go To Sleep, tradotto da Stefano Bortolussi e pubblicato a gennaio da Piemme, è una donna di 47 anni, amnesica. Vent’anni prima a causa di un incidente d’auto ha perso la memoria e ora ogni mattina si sveglia nella sua casa di Londra priva di ricordi, priva di quelle tracce insite nel nostro io più profondo che costituiscono la nostra identità, e la relazione tra memoria e identità, tema centrale di questo libro etichettabile unicamente come thriller psicologico solo dopo una lettura superficiale, si presta a riflessioni interessanti se è anche vero come scrive il Guardian che la memoria è per il romanzo contemporaneo ciò che era la follia in epoca vittoriana. Ogni mattina trova nel suo letto un uomo, Ben, che dice di essere suo marito ma che lei non riconosce, in una casa che non sente sua, fissando allo specchio un’ estranea, molto più anziana di quanto lei si senta. Fino a quando non si riaddormenterà ricorderà tutti gli avvenimenti della giornata e col sonno tutto svanirà. Un medico, il dottor Nash, un neuropsicologo affascinato dal suo caso e che vuole aiutarla, le consiglia di scrivere un diario per avere così una traccia dello scorrere del tempo sulla quale pezzo per pezzo ricostruire la sua vita. Christine si aggrappa a questo diario, arrivando a tenerlo segreto al marito, e così facendo viene a scoprire molte cose: l’esistenza di un’amica di antica data, Claire, che non ha più rivisto,  di un figlio, Adam, che il marito le dice essere morto, e  cosa più strana che era una scrittrice non ostante il marito lo neghi e affermi che non ostante il dottorato in Lettere  si arrangiasse con lavori di segretaria.  Infine Christine  scopre anche che una minaccia misteriosa incombe nella sua vita e, incerta su chi fidarsi, sarà costretta a lottare disperatamente fino al drammatico  colpo di scena finale. Se la buon anima di Sir Alfred Hitchcock fosse ancora tra noi sono certa che si sarebbe messo di impegno per trasformare Non ti addormentare  in un film facendo recitare la parte di Christine a Grace Kelly o magari no alla più dolce e tormentata Tippy Hedren ora mi pare che Ridley Scott abbia scelto di produrre il rifacimento cinematografico con Rowan Joffe come regista. Gli elementi che hanno fatto grande il suo cinema ci sono tutti: una donna in pericolo, un piano diabolico quasi perfetto, angoscia, ambiguità, suspense, traumi psicologici,  sembra quasi che l’autore abbia giocato con i canoni del genere mettendoceli tutti. Di per sé la storia è semplice, quasi elementare ed è difficile che un lettore un tantino smaliziato non capisca tutto già ben prima della parola fine. Forse Watson avrebbe dovuto giocare più sull’ambiguità per ingannare il lettore fino all’ultimo, mettere meno indizi rivelatori anche se parzialmente assorbiti dall’incertezza tra vero e falso, tra ricordi reali e indotti. Comunque anche così la storia funziona, è quasi geniale se vogliamo, una scatola ad orologeria pronta ad esploderti in faccia all’improvviso. La suspense e l’angoscia crescono dosati come un lento veleno che si insinua nella mente del lettore facendo passare in secondo piano tutto il resto. L’autore è bravo in questo rende reale l’assurdo un po’ come ne La donna che visse due volte. Una curiosità ero dannatamente convinta che l’autore fosse una donna, prendetelo come un complimento per la bravura di un uomo nell’identificarsi in un personaggio femminile.

:: Recensione di Incidenze di Philippe Djian (Voland 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2012

Diventare un bravo scrittore prima dei trenta, ecco una cosa davvero inimmaginabile salvo rare eccezioni, trent’anni è il minimo assoluto, attaccava sempre con i suoi studenti, pensate si impari a far risuonare le parole in un giorno, o anche in cento, o che la grazia caschi dal cielo in un attimo, state a sentire, voglio essere franco con voi, calcolate vent’anni, calcolate vent’anni prima di saper riconoscere la vostra voce, a prescindere da come vi ci metterete, questo per dire che se qualcuno tra voi nutre una pur vaga illusione in proposito si rassicuri, amici miei, ve lo dico io, non aspettatevi niente di importante, niente di sconvolgente, niente di veramente valido prima di vent’anni, seppiatelo. Intendo due decenni. Guardate, chi non ama il sacrificio è meglio se rinuncia subito. Ecco, ho scritto il mio nome sulla lavagna. Inutile cercarlo su Wikipedia. Non sono Michel Houellebecq. Spiacente.

Marc, il protagonista di Incidenze, titolo originale Incidences, traduzione di Daniele Petruccioli, breve e strano romanzo di Philippe Djian uscito l’anno scorso per Voland avvolto nell’aura di culto che in Francia circonda il suo autore, lo incontriamo per la prima volta una bella serata d’inverno imbiancata dalla luna, dopo tre bottiglie di vino cileno molto forte a bordo della sua malridotta 500 dalla marmitta assordante come un aereo a reazione, che se ne torna a casa con una ragazza ubriaca a fianco. Molto più giovane di lui, una sua studentessa per giunta di cui ricorda a malapena il nome e che ha un certo insolito talento cosa abbastanza insolita nella mediocrità assoluta che lo circonda. Già, perché Marc, cinquantatre anni, scrittore frustrato dalla mancanza di talento, non potendo scrivere si accontenta del suo surrogato più prossimo, insegnare scrittura in una piccola e sperduta università di provincia e quasi meravigliandosi lui stesso compensa ogni sua inadeguatezza letteraria, con un talento altrettanto appagante  apparire decisamente irresistibile per le sue giovani studentesse che si succedono nel suo letto a ritmo forsennato e lui è pronto ad approfittarne quasi con rabbia accecato da un’ oscura volontà tesa a mascherare il vuoto e la pochezza che è la sua vita. Barbara, questo è il nome della ragazza, se ne ricorderà infine qualche giorno dopo, si era appena iscritta al suo laboratorio di scrittura e lui non aveva cercato neanche per un secondo di lottare contro l’attrazione che provava per lei, un’attrazione eccessiva. Barbara non ha intenzione di rimanere un’avventura sullo sfondo senza importanza, ha deciso di conquistarsi un posto di rilievo nella sua vita. Aveva ventitre anni. Labbra a cuore. Fianchi pronunciati. Gambe un po’ tozze. Ed è inequivocabilmente morta il mattino dopo. Marc non si ricorda gran chè di quella notte, solo che lo avevano fatto. Non lo sfiora nemmeno il pensiero di averla uccisa, ma poi è davvero una morte accidentale, ne siamo proprio sicuri, pur tuttavia un certo senso di colpa lo spinge a nascondere le tracce ad attraversare il bosco che circonda la sua casa e digrada fino al lago e buttarla in un crepaccio prima di correre sporco di fango e impresentabile a lezione a parlare di John Gardner e della narrativa morale. La scomparsa della ragazza crea un po’ di agitazione, un funzionario di polizia viene incaricato di indagare e Marc, forte delle precauzioni prese, nasconde la verità e si finge anche stupito pure con la presunta madre adottiva Maryam, personaggio che riserverà qualche sorpresa, una vera donna finalmente in un mare di conquiste senza rughe e senza personalità, una donna di cui Marc non potrà che non innamorarsi perdutamente, a modo suo comunque. Gravato da un passato oscuro, la follia della madre ha lasciato cicatrici indelebili in lui e in sua sorella Marianne, una madre morta con suo marito nell’incendio della loro casa, e anche qui il dubbio che la mano di Marc adolescente non l’abbia appiccato si fa insistente, l’uomo si trova a combattere con la sua coscienza, con il licenziamento imminente, nelle mani di Richard Olso il direttore del dipartimento di letteratura, uomo mediocre, che ha acquistato un posto di potere senza merito, di una stronzaggine nauseante, una nullità incompetente e insignificante che insidia Marianne con le armi spuntate della sua pochezza, con il suo amore fino al finale improvviso, spiazzante privo di redenzione. Incidenze dicevo all’inizio è un romanzo strano, crudele se vogliamo, un noir cinico e triste, di una tristezza venata non di malinconia ma qualcosa di più cattivo, velenoso, rabbioso. Djian mette in bocca al suo protagonista riflessioni sulla letteratura, amare e spiacevoli quasi che con la scusa di imbastire una storia che ruota intorno al grumo oscuro di una verità negata, di menzogne ben congegnate, della differenza sottile tra vero e falso, in realtà si accanisse sui mali che affliggono la letteratura, sulle difficoltà di essere scrittore, sul fatto che essere un mediocre di successo a volte è tutto quello che conta. Il personaggio di Richard permette a Djian tutto questo e gli permette di far da specchio alle frustrazioni del protagonista personaggio in cui sebbene è ben difficile riconoscersi o identificarsi è per tuttavia portatore e depositario di alcune verità folgoranti che fanno quasi impressione in bocca a lui. Marc gioca sporco si sa, inganna il lettore ma non se stesso, ci porta  ad intravedere qualcosa che poi ci viene nascosto dietro il velo del dubbio e dell’incertezza. E’ un personaggio fluttuante, complesso, e schiacciato dalle incidenze che sembrano costellare la sua vita. La sua moralità è stata incenerita nell’infanzia, non aspettiamoci che sappia distinguere il bene e dal male, il rassicurante opportunismo e l’ipocrisia borghese non gli appartengono, e questa sua anima noir viene descritta con intensità e efficacia. Il morboso rapporto con la sorella, l’incesto che occhieggia e lascia un sapore acre fino all’ultimo, fino alla inutile telefonata con la sua studentessa nel bungalow a testimoniare, che non è cambiato, nè il sesso nè l’amore hanno avuto su di lui questo potere e quando accende l’accendino per fumarsi la sua ennesima sigaretta, sappiamo che non ci mancherà o forse sì.  Già questo dubbio non ci lascerà per un bel po’ di tempo anche dopo aver chiuso il libro.

:: Recensione di Lemmy Caution Pericolo pubblico di Peter Cheyney (Polillo Editore 2012) a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2012

“Centrale di polizia dell’Oklahoma, a tutte le unità, a tutti i mezzi della stradale…
“Cercate Lemmy Caution, evaso oggi a Oklahoma City dopo aver ucciso una guardia e un vicesceriffo.
“Visto l’ultima volta in direzione del confine di stato presso Tahlequah. Probabilmente procede per Joplin. Usare cautela. Quest’uomo è pericoloso”.

Con tutto il rispetto per il mio amatissimo Philippe Marlowe, per Lew Archer, o per Sam Spade di Hammett, Lemmy Caution occupa un posto di riguardo tra gli antesignani di tutti i detective duri e puri che popolano il nutrito immaginario di noi cultori dell’ hardboiled. Senza la sua ironia tagliente, il suo sorriso da sciupafemmine, il suo fascino da duro che non disdegna di menare le mani o freddare gli avversari a colpi di pistola senza troppi scrupoli e sentimentalismi, probabilmente l’ hardboiled non sarebbe stato lo stesso. E sì che forse i suoi più amati e conosciuti colleghi splendono di luce propria e forse il ricordo di Lemmy Caution è un po’ sbiadito e ha vissuto i suoi anni d’oro tra gli anni 30 e gli anni 50, tuttavia i veri appassionati non possono non conservare un angolino speciale nel loro ruvido e polveroso cuore per il nostro agente dell’Fbi prima e detective privato poi Lemuel H. Caution. La Polillo nella collana I mastini ci riserva una chicca sicuramente imperdibile per tutti coloro che il nome di Caution non l’hanno mai sentito e non conoscono i vecchi gialli Mondadori che egregiamente hanno ospitato le sue avventure per volere dello stesso Alberto Tedeschi che aveva tentato inutilmente di pubblicarlo già nel periodo fascista e non c’era riuscito sarà perchè Lemmy Caution era un “lurido” yankee, sarà perchè decisamente aveva una maniera piuttosto spregiudicata di  trattare il gentil sesso, per non tacere le dosi di indiscutibile violenza  che turbavano i morigerati gerarchi tutti lavoro, Duce e famiglia. Nel 1936 uscì “This Man is dangerous” Lemmy Caution Pericolo pubblico, tradotto per Polillo dal bravo e divertito Bruno Amato  e il mondo fu pronto a fare la conoscenza per la prima volta con Lemmy Caution. Era pronto per davvero per cotale avvenimento? Chissà. Quello che è certo un po’ di scompiglio deve averlo messo senz’altro se non fosse per il fatto che si presenta subito come un gangster, un evaso che doveva scontare una pena di vent’anni per aver ucciso un poliziotto e durante l’evasione aveva ucciso un altro poliziotto e un vicesceriffo. Dunque questo ci appare dalle prime pagine e ci pone dalla parte dei cattivi, dalla parte di coloro che eroi non sono. Certo Lemmy ci riserverà sorprese ma il ruolo del gangster lo recita bene. Sarà per il linguaggio da gergo della mala anni Trenta che usa, sarà per il fatto che uccide con estrema facilità, vedi la nonchalance con cui  uccide Goyaz il proprietario della bisca su acqua:

Guardo oltre la spalla come se vedessi qualcosa sull’acqua. Lui si alza e si volta per guardare e io procedo. Gli piazzo cinque pallottole nel cuore e nella spina dorsale un paio per Gallat , due per MacFee e una per me. Si accascia sul parapetto. Gli metto il piede sotto le gambe e gliele alzo e lui scivola giù in acqua con un tonfo.

Sarà che incassa pugni e proiettili senza un lamento o quasi. Lemmy ha qualcosa del brutale figlio di puttana nascosto in fondo, ma ne anche tanto, ad un umorismo cinico e mordace. C’è una certa durezza, insolita e fredda che non ostante gli anni passati, lascia sorpresi, se pensiamo poi che non fu neanche un americano a crearlo ma un inglese mentre i suoi colleghi erano intenti a descrivere cacce alle volpi, tè delle cinque e a gettare tutti i sospetti sui maggiordomi, la cosa si fa ancora più interessante. Agli appassionati consiglio di fare un salto anche sul sito ufficiale dedicato a Cheyney http://www.petercheyney.co.uk/ tra copertine vintage  provenienti dai quattro angoli del mondo, aneddoti e curiosità passerete scuramente alcune ore divertenti.