Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: Recensione di Il sangue dell’orchidea di James Hadley Chase (Polillo Editore I Mastini, 2012) a cura di Giulietta Iannone

17 ottobre 2012

James Hadley Chase, scrittore britannico di hard boiled molto americani, è senz’altro un nome che non lascerà indifferenti i lettori appassionati del genere. Di libri il buon James ne ha scritti davvero tanti, quasi tutti pubblicati in Italia grazie al Giallo Mondadori, come The Flesh of the Orchid pubblicato per la prima volta in Italia con il titolo La carne dell’orchidea nel 1966 per I Neri Mondadori e ora riproposto dalla Polillo –The crime collection I Mastini- con il titolo Il sangue dell’orchidea, tradotto da Giovanni Viganò. E’ difficile che gli appassionati non l’abbiano già letto o visto nella trasposizione cinematografica di Patrice Chereau, con protagonista una luminosa Charlotte Rampling, ma a chi fosse sfuggito è un’occasione davvero da non perdere per recuperarlo in una traduzione riveduta e corretta.
Seguito del celeberrimo No Orchids for Miss Blandish, edito in Italia con il titolo Niente orchidee per Miss Blandish, libro con cui James Hadley Chase esordì nel 1939, Il sangue dell’orchidea è un classico hard boiled d’azione con venature noir in cui rapinatori di banca, sicari di professione, giornalisti intraprendenti, artisti del circo, testimoni da far tacere per sempre, amministratori corrotti, fanciulle fuggiasche si rincorrono tra vendetta, sete di soldi, ci sono ben sei milioni di dollari in gioco, e rapimenti.
Come i migliori hard boiled anni Quaranta Chase ricorda Hammet e Chandler, anche se forse con più cattiveria e disperazione, e trascina il lettore in una storia nerissima dove non c’è speranza né di lieto fine né di redenzione. E’ tutto un susseguirsi di colpi di scena, inseguimenti, uccisioni, in un vorticoso luna park di cinismo e violenza con sullo sfondo un’ America amara e disincantata, ai limiti del grottesco e quasi del caricaturale, che James Hadley Chase ricreò praticamente trasfigurandola dai romanzi americani che era solito leggere.
Tutto ruota intorno a Carol, la bellissima figlia dell’Orchidea, ora cresciuta e chiusa in manicomio per le sue crisi di violenza. Morto il nonno, re della carne, diventa la virtuale ereditiera di sei milioni di dollari, al momento amministrati da un avido curatore deciso a tenerseli tutti per sè. Se non fosse che nel testamento una clausola stabilisce che se la ragazza riuscisse a uscire dal manicomio per 15 giorni automaticamente diventerebbe la sola amministratrice della sua eredità.
Carol scappa e da quel momento è una corsa contro il tempo. Inseguita da sceriffi, giornalisti, sicari, la ragazza riuscirà anche ad innamorarsi del gentile Steve Larson, prima di fare i conti con il suo destino e la cattiva stella che sembra splendere sulla sua testa.
I “fratelli” Sullivan, ex lanciatori di coltelli e ora killer a pagamento, meritano senz’altro una menzione per l’ironia e l’incisività con cui Chase li delinea e sono forse i veri protagonisti del romanzo.

James Hadley Chase (pseudonimo di René Brabazon Raymond, Londra 1906 – Ascona 1985) è stato definito «il maestro del thriller di un’intera generazione» e «il re di tutti gli scrittori di thriller». Prima di diventare un autore di noir lavorò a lungo come piazzista di enciclopedie e grossista di libri. La sua produzione è sconfinata: più di novanta titoli, sotto vari pseudonimi (James L. Docherty, Ambrose Grant, e Raymond Marshall).
In Italia, Feltrinelli ha pubblicato Inutile prudenza (2008), Eva (2007) e Una splendida mattina d’estate (2007), mentre Niente orchidee per Miss Blandish, il suo romanzo d’esordio che gli diede il successo, è uscito per Polillo nel 2004.

:: Recensione di Assassini di Philippe Djian (Voland, 2012) a cura di Giulietta Iannone

12 ottobre 2012

Marc era convinto che ce l’avessi proprio con lui per l’imprecisato numero di tonnellate di veleni riversatosi nel fiume. Certo, lì per lì avevo avuto uno scatto. Come chiunque altro. Ma l’indomani mattina ero tornato al lavoro alla Camex- Largaud. Come qualunque abitante di Héno­ch­ville. Una piccola arrabbiatura che non esplodeva, anzi andava spegnendosi prima ancora di uscire di bocca. Quanto a me, se gli avevo dato”dell’assassino”era per ragioni vaghe, perse nei meandri dell’amicizia. Riguardo ai pesci morti, certo, lo ritenevo un assassino. Ma non meno di me o Thomas, non meno di un qualsiasi impiegato della Camex-Largaud, non meno del più piccolo negoziante della città. Tutto qui. Eravamo invischiati in questa situazione da talmente tanto tempo che preferivamo non pensarci.

Benvenuti a Héno­ch­ville, ridente cittadina francese di montagna, in cui la natura sembra essersi impegnata al suo meglio per farne un piccolo paradiso: boschi di abeti, un fiume ricco d’acqua e di pesci, la  Sainte-Bob, cieli azzurri. Il posto ideale dove vivere se non fosse per il fatto che una fabbrica, la Camex-Largaud, di proprietà di Marc Largaud, riversando da anni rifiuti tossici nel fiume, inquinandolo inarrestabilmente, ne sta segnando la morte.
La gravità della situazione sembra impensierire il Ministero dell’Ambiente che ad ogni incidente manda nuovi ispettori a fare il punto della situazione. Di norma grazie a bustarelle e signorine compiacenti tutto si sistema, finché non capita l’imponderabile. Arriva in città Victor Brasset. Accetta i soldi, va a letto con la bella Luarence, ma poi sul punto di chiudere l’accordo risulta irremovibile: la Camex-Largaud deve chiudere.
Per gli abitanti di Héno­ch­ville la fabbrica è praticamente l’unica fonte di reddito, chiuderla significherebbe gettare sul lastrico intere famiglie, così un po’ perché la situazione gli prende la mano, un po’ perché Luarence colpisce in testa Victor Brasset, Marc e il suo migliore amico Patrick Shea­han, narratore in prima persona della storia, rapiscono l’ispettore e lo portano in una baita di proprietà di Marc. Il caso vuole che anche alcuni amici in gita gli facciano visita, così Thomas e sua moglie Jackie e la bella irlandese dai capelli rossi Eilen Mac Keogh, inquilina di Patrick Shea­han, si trovano imprigionati nella baita, perché nel frattempo un vero e proprio diluvio si è abbattuto nella zona rendendo impraticabili tutte le vie d’accesso.
Inizia così un soggiorno coatto, allietato da candele, ottimi vini e cibi raffinati, in cui emergono tutti i conflitti irrisolti tra i protagonisti, mentre la forza dell’acqua è sul punto di spazzare via tutto.
Assassini (Assassins, 1994) di Philippe Djian, primo volume di una trilogia composta anche da Criminels e Sainte-Bob, sebbene tratti di un argomento di stretta attualità, uscì in Francia per Gallimard ben 18 anni fa e solo oggi, grazie all’editore romano Voland, possiamo leggerlo anche in Italia, tradotto da Daniele Petruccioli.
A dispetto del titolo non ci sono veri assassini o un vero delitto, non almeno nel senso normale del termine. Certo i pesci del fiume muoiono e Marc Largaud, la sua fabbrica e tutti quelli che ci lavorano sono coinvolti, ma la presunta vittima che potrebbe rendere veramente assassini i personaggi, seppure dolorante e malridotta, continua a respirare per tutto il romanzo.
Può essere considerato lo stesso un noir a tutti gli effetti? Come in tutte le opere di Djian è lecito porsi questa domanda che inevitabilmente porterà a ponderare il fatto che come dice Djian stesso, i suoi lavori sono un qualcosa che nessuno aveva mai osato o voluto scrivere. Per me sono noir. Anche senza fiumi di sangue, pistole fumanti, e tutto il corollario a cui siamo abituati. Il noir nasce quando si sonda l’oscurità dei personaggi, e di oscurità in questo romanzo ce ne è parecchia.
Un attimo di spiazzamento quando a pagina 161 dalla prima persona passa alla terza ma “Non ho cercato di capire, ero troppo occupato a lottare contro Patrick Sheahan, con il quale tentavamo di strozzarci a vicenda” mi sembra un buon consiglio da seguire.

:: Recensione di Atto di morte di Joseph Hansen (Elliot, 2012) a cura di Giulietta Iannone

3 ottobre 2012

Atto-di-morteAtto di morte (Death Claims, 1973), tradotto da Manuela Francescon, secondo volume della serie “The Dave Brandstetter Mysteries”, scritta a partire dal 1970 da Joseph Hansen, e composta da dodici romanzi, di cui abbiamo già potuto apprezzare Scomparso, pubblicato sempre da Elliot nei mesi scorsi, è sicuramente un poliziesco di stampo classico con al centro la figura dell’investigatore, questa volta assicurativo, nato sulla scia dell’hardboiled riveduto e corretto da Ross MacDonald.
Hansen sembra prediligere infatti le storie famigliari, il crimine commesso non da veri delinquenti, mafiosi, assassini seriali, ma da uomini normali mossi da invidie, gelosie, avidità, verità inconfessate. La California degli anni 70 con la sua luce accecante, la sua profonda solitudine, fa da sfondo a  tutto questo e riflette il buio e la tristezza dei paesaggi e degli interni, nascosta dall’apparente luccichio e sfarzo, nell’anima dei personaggi. Una salsedine corrosiva, intacca cose e persone, mentre il protagonista, Dave Brandstetter, si muove in cerca della sua verità.
L’indagine questa volta ruota intorno alla morte di John Oats, ritrovato annegato sulla sabbia bianchissima di Arena Blanca dalla sua compagna April Stannard, ex libraio, ferito nel copro e nell’anima, un uomo generoso. Una polizza di 20.000 dollari sembra essere alla base di questo presunto omicidio, troppo affrettatamente classificato incidente dalla polizia. Ma Dave Brandstetter non crede all’incidente, e né tanto meno al suicidio, ipotesi scartate anche da April, e si butta a capo fitto in un’ indagine dove tutti quelli che incontra sembrano nascondere doppie verità e grande dolore.
Il beneficiario doveva essere il figlio Peter, anche se John poco prima di morire aveva avviato le pratiche per cambiarlo, e questo sommato alla scomparsa del ragazzo sembra rendere evidente la sua colpevolezza. Oltre a Peter, attori cinematografici, ex soci, ex mogli, si susseguono come i personaggi di una tragedia in cui spesso uccidere è inevitabile, quanto respirare, in cui spesso la colpa non è così ovvia come potrebbe sembrare in un primo tempo.
Dave Brandstetter investigatore pacato e gentile, tormentato dai fantasmi di un antico amore, lo sa e con ostinata compostezza scava nelle vite di tutti coloro che avevano una buona ragione per uccidere, e naturalmente scopre il colpevole, anche se non può evitare che altri paghino il prezzo.
La capacità di Hansen di tratteggiare i personaggi, da uno sguardo, un modo di porsi, un tremore della mano, i dialoghi efficaci, le descrizioni accurate e poetiche dei paesaggi, delle case, dei colori, rendono questo libro affascinante e a tratti struggente. Davvero un piccolo gioiello da riscoprire.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Recensione di Nero criminale – I segreti di una città corrotta di Stefano Di Marino (Edizioni della Sera, 2012) a cura di Giulietta Iannone

7 settembre 2012

Era il ‘nero criminale’, una mia elaborazione dell’hard-boiled ispirata un po’ a Richard Stark, un po’ a Josè Giovanni e a Melville, parecchio al poliziottesco e al cinema del milieu di Fernando Di Leo che poi era una sua rivisitazione personale di Scerbanenco.

Io racconto storie criminali, come questa in cui si trovano persone di ogni etnia e ceto sociale in un intrico che lega tutti perché a volte, la sera, quando guardo il traffico cittadino scorrere nelle grandi arterie tutte quelle luci mi sembrano far parte di un unico disegno, un unico piano. Non so se criminale ma, con la fantasia, di certo lo è.

Ma, in questa foto al nero della mia città c’è anche fortissima la passione per il ‘polar’ francese degli ultimi anni. Di quello cinematografico e televisivo ma anche quello reale. La storia dei Manouches è una storia vera e ci riporta all’epopea dei ‘flic e dei caid’ che hanno creato la leggenda criminale della banlieue francese. [1]

Chance Renard, alias il Professionista, torna in libreria con Nero criminale – I segreti di una città corrotta, grazie a Edizioni della Sera e a Enzo Carcello, che l’ha voluto nella sua collana Calliphora, dopo Rock – I delitti dell’uomo nero di Danilo Arona.
L’autore, Stefano Di Marino, con una bibliografia importante, qualcosa come più di 80 romanzi pubblicati oltre a numerosi racconti, saggi e traduzioni, è indubbiamente un maestro del “nero criminale” e soprattutto uno scrittore di talento capace di nobilitare un genere che ha avuto anche i suoi grezzi eccessi pieni di stereotipi ed effettacci da z movie.
Con una solida scrittura e grazie all’insolita capacità di unire il senso dell’azione a lampi introspettivi venati anche di malinconia, Di Marino si colloca tra gli scrittori in grado di dare spessore e realistica profondità ad un genere che è riduttivo definire solo “noir”. E’ molto di più, è letteratura senza categorie e limitazioni.
La sua capacità di dare vita all’anima più nascosta di Milano, con pochi tratti, con poche frasi essenziali e illuminanti, facendo si che i luoghi diventino parte viva della narrazione e protagonisti essi stessi, è a mio avviso cosa meglio definisce il suo stile ed è sicuramente la parte che ho amato di più di questo libro. Tutto scorre come nel fiume di auto che scivola tra i grattacieli, tra i grandi palazzi dalle sagome più bizzarre costruiti in vista dell’Expo 2015. Un torrente di luci in movimento che supera i navigli, i rioni con le case basse, quelli delle fabbriche abbandonate. Cartelloni pubblicitari e insegne di locali notturni, grandi magazzini e scure abitazioni popolari. Gangland, appunto. La mia città.
L’utilizzo della prima persona, canale diretto tra il protagonista, alter ego dell’autore e il lettore, aggiunge ad una storia dannatamente seria e violenta se vogliamo, connotazioni intime e private capaci di suscitare suggestioni ed emozioni che nascono dalla spontaneità e dalla sincerità che traspare come in filigrana tra le pagine.
Non è certo un testo dichiaratamente politico o con intenti sociali, pur tuttavia emerge un quadro sociologico che necessità di una lettura ben più approfondita di una semplice lettura superficiale. Nel testo sono presenti messaggi, riflessioni, considerazioni dell’autore, che denotano la volontà di parlare di cose serie pur sotto la forma di letteratura di intrattenimento e di svago. Ma svago intelligente, che trasmette qualcosa, non si limita a parlare del nulla.


:: Recensione di Il respiro del drago di Michael Connelly (Piemme 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 agosto 2012

Il respiro del drago (Nine Dragons, 2009), tradotto da Stefano Tettamanti e Giuliana Traverso ed edito da Piemme, è la quattordicesima avventura giunta in Italia che Michael Connelly dedica all’amatissimo Harry Bosch, ne esistono ancora due pubblicate negli Usa tra cui l’ultima The black box sarà pubblicata il 26 novembre per onorare il 20° anniversario del personaggio. Questa volta Harry Bosch è coinvolto in un caso che lo tocca nei suoi affetti più cari arrivando a colpire la sua ex moglie e sua figlia Maddie, e costringendolo a lasciare Los Angeles per recarsi ad Hong Kong per liberare quest’ultima. Tutto ha inizio con una chiamata di ordinaria amministrazione. L’omicidio di un commerciante cinese di liquori  John Li avvenuto nella periferia sud di LA una delle zone più pericolose della città. Quando Harry si reca sul posto assieme al suo compagno Ferras, subito riconosce l’emporio di liquori e si ricorda dell’anziano proprietario con cui fece amicizia o meglio scambiò qualche parola e quest’ultimo gli offrì l’ultima sua sigaretta durante la rivolta di Los Angeles del 1992. Basta questo per fargli sentire un’ intima comunione con la vittima e a spingerlo ad impegnarsi ancora di più sul caso. Le apparenze fanno pensare ad una rapina ma alcune cose non tornano. Intanto se fosse stato un membro delle bande che infestano il quartiere si sarebbe impossessato come trofeo del costoso liquore alle spalle della vittima, poi il fatto che Li pur possedendo un’ arma non abbia tentato neanche di difendersi subito gli sembra per lo meno insolito. Dal figlio della vittima scopre che il negozio non navigava in buone acque e dalle registrazioni dell’ impianto di sorveglianza capisce che era solito pagare una tangente ad un emissario delle Triadi Cinesi. Appena arrestato l’uomo apparso nel dvd nel momento in cui ritira una mazzetta Bosch riceve prima una telefonata di minaccia poi sul telefonino un video della figlia legata e imbavagliata. Il messaggio è apparentemente chiaro o smette di indagare sul caso o non rivedrà più la figlia. Ma le apparenze come sempre in questo libro sono lontane dalla verità. Comunque ha disposizione solo poche ore per recarsi ad Hong Kong e liberare la figlia prima che il presunto colpevole venga rilasciato e lasci per sempre gli Stati Uniti. Gli basteranno? C’è davvero un nesso tra il rapimento e l’omicidio del commerciante Li? E soprattutto riuscirà tornato a Los Angeles a risolvere il caso? Vi basterà leggere Il respiro del drago per dare una risposta a queste domande.Come lettura estiva è un libro di certo consigliato. Forse non è un Connelly al suo meglio, i primi a mio avviso sono sempre i migliori e tra tutti ho molto amato Il poeta della serie con Jack McEvoy, forse la narrazione è un po’ troppo lenta nella prima parte rispetto agli standard a cui siamo abituati e la parentesi hongkonghese è un po’ slegata dal resto della narrazione, con un evento drammatico non necessario all’economia della storia ed evitabile o per lo meno le cui ripercussioni sono gestite un po’ troppo frettolosamente, tuttavia Connelly è sempre Connelly, il libro si legge, ci si interroga quale colpo di cena l’autore abbia in mente per spiazzare il lettore, e il ruvido ma infondo paterno Bosch come sempre si fa valere. Ho amato molto l’evoluzione che Connelly ha fatto vivere al suo personaggio, ormai vecchio e stanco, appassionato di jazz e diffidente verso colleghi e amici, forse ancora innamorato dell’ex moglie, costretto a combattere con le unghie e coi denti per sua figlia, un po’ mi ha ricordato la malinconia dell’ultimo Wallander di  Mankell.

:: Recensione di L’aquila d’Oriente di Ben Kane (Piemme, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 luglio 2012

l'aquila dimenticataPer gli appassionati di romanzi storici ambientati nell’Antica Roma consiglio la lettura di un autore che ho scoperto quasi per caso trovando un suo libro su una bancarella dell’usato. Facendo un po’ di ricerche ho scoperto che L’aquila d’Oriente  (The Silver Eagle, 2009) uscito per Piemme nella collana economica Piemme bestseller nel marzo di quest’anno è il secondo volume della trilogia della Legione dimenticata che comprende anche La legione dimenticata, (The Forgotten Legion, 2007) già pubblicato per Piemme nel 2011 e Road To Rome ancora inedito in Italia. Oltre a questa trilogia Ben Kane ha anche pubblicato Hannibal : Enemy of Rome e Spartacus: The Gladiator uscito nel gennaio 2012 in versione originale. Ecco la trama di L’aquila d’Oriente: dopo la sconfitta di Crasso a Carre nella Margiana Orientale i superstiti, divenuti la Legione dimenticata, per sopravvivere devono accettare di combattere per i Parti. Tra questi soldati ci sono anche Romolo, Brenno e Tarquinio che essendo schiavi si erano arruolati a Roma. Intanto in Occidente Fabiola sorella di Romolo, decide di partire per la Gallia in cerca del fidanzato Bruto partito a sua volta al seguito di Cesare. Ricongiunta a Bruto assiste all’orrenda fine della città di Alesia che viene conquistata e distrutta da Cesare. Intanto i legionari che sono in Margiana grazie ad una visione concessa dal dio Mitra trovano una via di fuga in Occidente. Ad Alessandria d’Egitto dove Fabiola ha seguito Bruto al seguito di Cesare nella campagna contro Pompeo, riesce a vedere il suo gemello Romolo ma viene separata da lui quasi subito. Sogno di tutti i personaggi è di ricongiungersi a Roma e il titolo dell’ultimo capitolo della trilogia Road To Rome fa ben sperare. Che dire scritto bene, scorrevole, storicamente molto accurato, anche se l’autore ammette di aver unito parti storiche e parti di fantasia. I personaggi sono simpatici e caratterizzati in modo interessante e l’avventura domina su tutto. Per la qualità della scrittura e l’amore per i particolari decisamente superiore alla norma. Consigliato.

:: Recensione di Viva la muerte! di André Héléna (Aisara, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 luglio 2012

Viva la muerte! (J’aurai la peau de Salvador, 1949) è un bellissimo e amaro noir di André Héléna, pubblicato da Aisara e tradotto dal francese da Giovanni Zucca.
Ambientato in Spagna durante la Guerra Civile, e subito dopo l’avvento di Franco, e scritto qualche anno prima di Massacres à l’anisette (1955), altro noir di Héléna con ambientazione spagnola, ha per protagonista Josè Ruiz un delinquente di strada abituato sin da ragazzo a cavarsela con espedienti, furti e piccole rapine.
Nel prologo assistiamo all’incontro di Josè con un uomo in un bistrot di esuli di Montmartre.
Sarà per nostalgia, sarà per l’alcool, Josè inizia a raccontare allo sconosciuto la sua vita, la sua giovinezza in Spagna, il suo amore tormentato per Conchita, il suo odio per Salvador, un ex complice di una rapina al Banco de España scappato con buona parte del bottino.
Viva la muerte! è infondo la storia di una vendetta perseguita come unica ragione di vita da un uomo che infondo ha perso tutto, non in ultimo l’amore di Conchita, suo grande amore adolescenziale, divenuta proprio la donna di Salvador.
E’ la storia narrata in prima persona di un uomo votato alla solitudine nella più autentica tradizione noir.

Ero come un lupo solitario che vaga, d’inverno, nei boschi ormai spogli. Non può avvicinarsi a niente e a nessuno. Qualunque essere incontri, è un nemico. E’ votato alla solitudine. Era proprio così. Ero condannato a restare solo. In trincea contro il mondo, un indesiderabile, un uomo da abbattere, un lupo rabbioso. Insomma, niente per cui essere contenti e rendere grazie al Cielo.

Amarezza, melanconia, disincanto si uniscono ad un soffio poetico che quasi stride con il linguaggio duro, basso, anche volgare sicuramente inconsueto per il periodo in cui fu scritto.
La modernità di Héléna è senz’altro la caratteristica più rilevante e quasi sconcertante. Pensare che questo libro fu pubblicato nel 1949 lascia in effetti una sensazione di stupore misto a meraviglia.
L’abilità con cui alterna il registro sentimentale e poetico a riflessioni amare e non prive di un certo cinismo, pensiamo solo alle considerazioni che fa fare al protagonista sulle donne, velate di pura misoginia, è senz’altro la cifra distintiva del suo stile personale e originale che gli ha fatto giustamente guadagnare il titolo di Prince Noir.
Non ci sono ideali politici a nobilitare i comportamenti dei personaggi: Josè quasi per caso si unisce a degli anarchici, Salvador per interesse diviene falangista.
Héléna non ammanta la storia di retorica comune, e lo si nota specialmente nel suo antimilitarismo dichiarato che gli fa dire frasi lapidarie come:

appena un uomo ha una divisa addosso, diventa un malvivente.

Per gli appassionati di Héléna e del noir, da non perdere.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.

:: Recensione di Quando chiama una sconosciuta di Margaret Millar (Polillo editore, 2012) a cura di Giulietta Iannone

2 luglio 2012

Attraversò il salotto e aprì la portafinestra che dava su un piccolo balcone. C’era posto appena per una sedia, e lì Miss Clarvoe si sedette per guardare il viale tre piani più sotto. Era pieno di luci e di automobili, e i marciapiedi brulicavano di gente. La notte era piena di vita. I rumori giungevano strani alle orecchie di Miss Clarvoe, come se provenissero da un altro pianeta.
Una stella apparve nel cielo. La prima stella della sera, alla quale si usa confidare un segreto desiderio. Ma Miss Clarvoe non aveva desideri. I tre piani che la dividevano dalla folla erano lontanissimi, come quella stella nel cielo.

Quando chiama una sconosciuta (Beast in view, 1955) di Margaret Millar, (moglie di Kenneth Millar, che proprio per non oscurare la fama della moglie scelse lo pseudonimo di Ross Macdonald), edito nella collana i Mastini della Polillo Editore nella traduzione di Giovanni Viganò, è un thriller psicologico molto hitchcockiano giocato sull’ambiguità e il dubbio.
Vincitore nel 1956 dell’Edgar, e presente nella lista dei migliori 100 romanzi crime di sempre, stilata dalla Mystery Writers of America, Quando chiama una sconosciuta è un romanzo scritto magnificamente, non a caso è considerato l’opera migliore della Millar. Forse solo un po’ accusa lo scorrere del tempo, (fu pubblicato nel 1955 epoca in cui le malattie mentali e l’omosessualità erano ancora un tabù e le prime venivano curate con la lobotomia e l’elettroshock), tuttavia possiede e conserva un fascino vintage che interesserà sicuramente gli appassionati.
Helen Clarvoe, la donna al centro di questa vicenda, ricca e disperata trentenne californiana chiusa dopo la morte del padre in un volontario isolamento in un albergo di terz’ordine di Hollywood, un giorno riceve la telefonata di una squilibrata che dice di chiamarsi Evelyn Merrick, di essere sua amica anche se lei non se la ricorda affatto e che la terrorizza con farneticanti dichiarazioni che la spingono a cercare l’ aiuto di Paul Blackshear amico di suo padre e suo consulente finanziario.
Paul sul momento è scettico, Helen Clarvoe non gli piace, tuttavia, un po’ per noia, un po’ perché nessuno si occuperebbe di aiutarla, tanto meno la polizia, si mette sulle tracce di questa Evelyn Merrick.
Prima si reca in una scuola per modelle, poi da alcuni fotografi e pittori che si occupano di foto e dipinti artistici, e intanto scopre che Helen Clarvoe non è la sola vittima delle telefonate assurde di Evelyn Merrick.
Recandosi poi dalla madre di Helen finalmente ne scopre anche l’identità. Sarebbe l’ex moglie di Douglas, fratello di Helen Clarvoe. Lo shock per la scoperta dell’omosessualità di Douglas, con conseguente annullamento del matrimonio, sembrano le cause del crollo psichico e nervoso di Evelyn o almeno così parrebbe. Ma la verità naturalmente è tutt’altra.
La bravura della Millar a mio avviso consiste nella creazione dei personaggi, nelle sfumature psicologiche che è capace di dare con pochi tratti e nel senso di minaccia, d’allarme, d’angoscia legato ad un vero senso di malessere che cresce più si va avanti nella lettura.
Più si crede di aver acquisito certezze, assolutamente non veicolate da falsi indizi, (la Millar seppure giochi un po’ con il lettore è tuttavia fondamentalmente leale e lascia varie tracce per la risoluzione del mistero legato alla personalità disturbata della presunta Evelyn Merrick), più queste sfuggono in un finale che se forse non sorprenderà più gli smaliziati lettori di oggi, pur tuttavia conserva un tristezza e una malinconia che ci accompagneranno fino all’ultima scena.

:: Recensione di La fabbrica delle vespe di Iain Banks (Meridiano Zero, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 giugno 2012

E dove sono adesso, dove io e Eric siamo seduti, sdraiati, a dormire, a guardare, in questa calda giornata d’estate, tra sei mesi cadrà la neve. Il ghiaccio e il gelo, la brina e la condensa, il vento ululante che arriva dalla Siberia, spinto sopra la Scandinavia a spazzare il Mare del Nord, le acque grigie del mondo e l’aria livida dei cieli. Tutte queste cose poggeranno le loro mani fredde e decise su questo posto e ne prenderanno possesso.
Voglio ridere, o piangere, o tutt’e due le cose, mentre sto qui a pensare alla mia vita, alle mie tre morti. Quattro, ora, visto che la verità di mio padre ha ucciso ciò che io ero. 

La fabbrica delle vespe (The Wasp Factory, 1984) libro d’esordio dell’autore scozzese Iain Banks, tradotto da Alessandra Di Luzio, (autrice anche della interessante postfazione da leggere rigorosamente dopo aver letto il romanzo fino all’ultima parola), fu edito per la prima volta in Italia con il titolo La fabbrica degli orrori da Fanucci nel 1996, per poi passare a Guanda e Tea alcuni anni dopo.
Ora, dopo che Alessandra Di Luzio ha rivisto e revisionato la traduzione, approda a Meridiano Zero e inaugura la collana “de te fabula narratur” punta di diamante del nuovo corso della gloriosa casa editrice padovana intrapreso con la acquisizione da parte di Odoya.
In più occasioni definito romanzo di culto La fabbrica delle vespe è un romanzo decisamente surreale e inquietante e per alcuni versi anche scioccante non tanto per gli aspetti macabri e per la violenza descritta fin nei minimi dettagli contro animali e bambini, sottolineata da abbondanti dosi di humour nero, ma per la totale naturalezza con cui il protagonista descrive il suo essere percepito come normale e deprivato quasi da ogni senso di colpa, sebbene abbia la consapevolezza di avere crimini spaventosi sulla coscienza.
Frank Cauldhame, il sedicenne antieroe e narratore in prima persona di questa terribile favola macabra, possiede o è posseduto dal Male nella sua forma più velenosa e eccessiva. La sua infanzia, la sua adolescenza sono dominati da un segreto che verrà rivelata nell’ultimo capitolo, forse nel finale più sconcertante che abbia mai letto.
La tentazione di rivelarvi questo segreto è tanta e la capacità della traduttrice di non fare trapelare nulla durante la traduzione è davvero eroica, per cui cercherò di resistere e di parlarvi di questo libro senza rovinarvi il salto sulla sedia che farete nel leggere di cosa Frank è vittima, fatto che ribalterà probabilmente in parte la pessima opinione che vi sarete fatti di lui o anche se non giustificherà del tutto il suo comportamento perlomeno gli darà una spiegazione comprensibile e quasi razionale.
Dite che è impossibile? Non conoscete il sottile amore per il paradosso di Iain Banks, conosciuto in Italia forse più per i suoi libri di fantascienza con il nome di Iain M. Banks, ma capace di costruire trame contaminate di horror e critica sociale davvero sinistre.
Frank Cauldhame adolescente complicato e fuori dalla società, non ha certificato di nascita né è mai andato a scuola, vive con il padre in una piccolissima isola della Scozia in uno stato di quasi completo isolamento sacerdote di un culto quasi religioso che implica le immolazioni come vittime di piccoli animali e anche di tre bambini, uccisi quando non aveva ancora compiuto dieci anni.
La sua sete di sangue e di dolore sembra avere origini oscure probabilmente legate a cosa succede dietro la porta dello studio di suo padre, sempre chiusa a chiave. La strana normalità in cui Frank è immerso sembra precipitare quando vengono avvertiti che il fratello Eric, piromane da anni rinchiuso in ospedale psichiatrico, è scappato e la polizia pensa che sia stia dirigendo nell’isola per tornare a casa.
Per palati forti.

Iain Banks (Dunfermline 1954-2013), grandissimo scrittore scozzese, è considerato dalla critica e dai lettori l’autore più significativo emerso nella fantascienza britannica contemporanea. Dopo aver girato l’intera Europa in autostop svolgendo i più svariati lavori, negli anni Ottanta è clamorosamente salito
alla ribalta letteraria con la pubblicazione del romanzo La fabbrica delle vespe (Meridiano Zero 2012). Fra le sue opere fantascientifiche magistrali sono i romanzi appartenenti al celebre “Ciclo della Cultura”.

:: Recensione di Il bosco morto di James Sallis (Neri Pozza/Giano, 2008) a cura di Giulietta Iannone

9 giugno 2012

Avete presente il limbo? Quel ballo in cui si passa sotto un bastone che si abbassa sempre più. Così è la speranza solo che, ogni anno che passa, il bastone lo vediamo salire, non scendere.
“Tienila pure tu, la speranza. Io non credo di portarmela dietro.”
Arrivarono i nostri piatti, serviti dal proprietario del ristorante in persona. Nel corso dell’operazione Susan rimase in silenzio, e attese che con un altro viaggio in cucina l’uomo ci portasse un cestino di pane.
“Invece sì”disse infine.

Uscito in Italia nel 2004 con il titolo Cypress Groove Blues nella collana Nerogiano di Giano Il bosco morto (Cypress Groove, 2003), tradotto con la solita limpida naturalezza e sensibilità da Luca Conti, è il primo volume della trilogia dedicata da James Sallis a John Turner, trilogia che comprende oltre a questo titolo La strada per Memphis (Cripple Creek, 2006)  e Salt River ( Salt River, 2007) sempre editi Neri Pozza/Giano.
Con in sottofondo il suono di un banjo, non riesco a non pensare al virtuosismo del banjo che duella con la chitarra in Un tranquillo week end di paura, e sullo sfondo un panorama di campi immobili di granoturco, cappelli di paglia sfilacciati, il cigolio di una vecchia sedia a dondolo, una pompa di benzina arrugginita, zanzariere alle porte, il frinire delle cicale, verande dove passare le serate o aspettare il postino, si dipana una storia quasi sussurrata in cui l’amara bellezza non risiede nell’indagine, più che altro un pretesto narrativo, anche se c’è sì un morto, c’è uno sceriffo, c’è un colpevole, ma più che altro nei picchi lirici, nella costruzione dei personaggi con luci e soprattutto ombre, nell’atmosfera che si respira, nel passato che si intreccia con il presente e dona profondità ad un vissuto venato di tracce intime e introspettive.
John Turner, il protagonista e narratore in prima persona, a prima vista è il tipico eroe solitario di tanta letteratura americana epica in bilico tra la libertà degli hoboes e il ruvido isolamento di chi ha un passato ingombrante da nascondere e dimenticare. Ma grattando la superficie, scavando un po’ più a fondo emerge il profilo di un uomo che si staglia contro la luce accecante dell’orizzonte con una certa singolarità ben lontana dai classici stereotipi o cliché.
Il bosco morto è stato definito un noir, anzi un country noir, per quel retrogusto rurale e rustico che si insinua tra le pieghe di una storia apparentemente convenzionale, ma se ne osserviamo in filigrana le venature ci accorgiamo che i silenzi contano quanto i dialoghi, la lentezza cadenza una certa monotonia riflesso di un disagio esistenziale illuminato da passaggi poetici in cui la natura emerge potente e impenetrabile, il pessimismo non è così marcato e assoluto anzi se vogliamo ad infrangere quasi la legge fondamentale del noir c’è pure un lieto fine.
Essenziale la trama: Lonnie Bates sceriffo di uno sperduto e polveroso paesino nella campagna del Tennessee si trova ad indagare sull’omicidio di un vagabondo. Non venendocene a capo decide di chiedere aiuto al detective in pensione Turner, un uomo misterioso con un passato doloroso che vive in quasi completo isolamento in una capanna persa tra i boschi e un lago. Turner accetta di diventare suo consulente e pian piano, mentre avanza nell’indagine e fa i conti con il suo passato, ritorna alla vita civile iniziando una delicata amicizia, fatta di silenzi e profonda comunione, con Valerie Bjorn della Polizia di Stato.
Una curiosità: non ho potuto non vedere in John Turner il volto scavato e vissuto di Clint Eastwood.

:: Recensione di Io, Anna di Elsa Lewin (Corbaccio, 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 Maggio 2012

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Spense l’autoradio e accese la ricetrasmittente. Gli parve che emettesse un suono concitato. Lo ascoltò: 1010, segnalazione ripetuta del ritrovamento di un cadavere. In West End Avenue. Era il suo distretto. Sarebbe passato davanti a quell’isolato tra un paio di minuti.
Tanto valeva fermarsi a dare un’occhiata. Se fosse arrivato in ufficio così presto, sarebbe stato solo d’intralcio. E probabilmente non sarebbe neanche riuscito a dormire, non si sentiva più stanco. Inoltre poteva essere interessato a rispondere a una chiamata, non lo faceva da tanto tempo. Si domandò se si ricordasse ancora qualcosa su come risolvere un crimine.

Io, Anna (I, Anna, 1984) edito in Italia da Corbaccio e tradotto dall’americano da Valeria Galassi è il romanzo d’esordio della scrittrice e psichiatra newyorkese Elsa Lewin.
Ambientato in una piovosa e crepuscolare New York anni ’80, ha per protagonista una donna Anna Welles, bibliotecaria divorziata, che vive con la figlia adolescente in un squallido bilocale, e tenta di ricostruirsi una vita ormai a cinquant’anni frequentando deprimenti feste per single.
Noir metropolitano di una bellezza sciupata e malinconica come Anna stessa, racchiude una struggente storia d’amore tra due persone fondamentalmente sole e disperate e un’indagine poliziesca insolita di cui conosciamo già dalle prime pagine il nome del primo colpevole.
La bellezza di questo romanzo sta nei dettagli e nell’atmosfera che riesce a ricreare, nella solitudine che si respira e imprigiona ogni personaggio dalle vittime, al poliziotto che indaga, alla figlia di Anna, ai partecipanti ai party per single, agli abitanti del palazzo dove viene rinvenuto il primo cadavere orrendamente mutilato.
Tutto ruota intorno ad un ombrello di plastica gialla, perduto, ritrovato, quasi gettato, ripreso, quasi un feticcio che accentra le ossessioni dei personaggi. Ci sono alcune scene piuttosto forti che turberanno forse i più sensibili per il resto è un romanzo garbato e pieno di una tristezza velata e non invadente e non per questo meno dolorosa.
La solitudine è senz’altro la protagonista silenziosa che increspa i volti dei personaggi, bellissimo a mio avviso quello di Bernie Bernstein, ispettore di polizia ebreo, padre infelice di un figlio celebroleso, marito disperato di una moglie che lo ha cacciato di casa, personaggio di cui è davvero difficile non innamorarsi. Cercherò di non dire troppo della trama, anche se la sua costruzione non prevede una suspense diretta dell’individuazione del colpevole, che come ho detto è subito evidente.
L’autorivelazione al colpevole stesso del suo crimine corrisponderà ad un punto di non ritorno. Non è previsto un lieto fine e dopo tutto è naturale e probabilmente avrebbe stonato anche se fino all’ultimo si spera che l’amore consenta una rinascita che naturalmente non ci sarà e la solitudine riprende la forma di una squallida camera d’albergo in cui piangere in silenzio.
Singolare il fatto che probabilmente in Italia ci saremmo persi questo gioiellino se l’anno scorso non ne avessero fatto un film con un cast internazionale tra cui Charlotte Rampling e Gabriel Byrne. Indimenticabile lo sguardo che si lanciano i due protagonisti incontrandosi per la prima volta e sfiorandosi fuori dall’ascensore.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Ilaria dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Dietro le sbarre di Allan Guthrie (Revolver, 2012) a cura di Giulietta Iannone

23 Maggio 2012

Dietro le sbarre (Slammer, 2009), edito in Italia da Revolver collana noir-crime diretta da Matteo Strukul delle Edizioni BD e tradotto da Marco Piva Dittrich, è l’ultimo romanzo dell’agente letterario e scrittore scozzese di romanzi crime Allan Guthrie, esponente del Tartan Noir. Ambientato nel carcere “Hotel” Hilton di Edimburgo,  ha per protagonista Nick “Cristallo” Glass una giovane e inesperta guardia carceraria schiacciata da troppe responsabilità e da un lavoro per cui non è portata che la porteranno a perdere il suo equilibrio mentale e a distruggere la sua vita. Usato e abusato dai suoi stessi colleghi e dai detenuti Nick infatti perderà sempre più i contatti con la realtà sprofondando in un abisso di disperazione e violenza che l’autore descrive in maniera così accurata e minuziosa che più si avanza con la lettura e più ci si sente come se una mano ci afferrasse alla gola. Asfissiante, claustrofobico, delirante più che un dramma carcerario è una tragedia della follia che descrive gli stadi in cui la psiche si disgrega disintegrata da varie forze oltre le quali si raggiunge un punto di rottura. Nick in fondo è un bravo ragazzo, onesto, pulito che vive per la sua famiglia, per sua moglie e per sua figlia, il suo mondo è elementare, semplice non ha grandi ambizioni, non è eccessivamente coraggioso o altruista, non vuole cambiare il mondo, vuole solo sopravvivere tra delinquenti e guardie non meno feroci e corrotte, ma naturalmente non gli sarà concesso con esiti del tutto inarrestabili. Tutto inizia quando Nick subisce un vero e proprio ricatto da parte di Cesare un detenuto che controlla la circolazione della droga all’interno del penitenziario. Fare da mulo non è decisamente coerente con le sue aspettative ma quando Cesare tramite il fratello di Mafia minaccia la sua famiglia, Nick è costretto ad accettare. Naturalmente Cesare non vuole da lui solo questo, il suo obbiettivo è la fuga. Il piano è ben congegnato, ma un evento imprevisto farà precipitare tutti gli equilibri in un vortice di violenza che non risparmierà nessuno. Dietro le sbarre  è un romanzo  angosciante, in cui il grado di violenza, più psicologica che fisica, ma anche quella non manca, e i meccanismi che rendono il più debole schiavo del più forte hanno ripercussioni drammatiche e terribili. Nick sarebbe in fondo un debole, incapace in circostanze normali di atti veramente violenti e invece arriva a commettere i crimini più atroci senza rendersene quasi conto. Il finale è piuttosto aperto, la follia del protagonista si presta a diverse interpretazioni, lascio a voi lettori di trovare la giusta chiave di lettura. Se amate le atmosfere cupe e malate di Irvine Welsh non potrete non amare anche questo libro. Sconsigliato alle guardie carcerarie fresche di diploma e in attesa del primo incarico.