Posts Tagged ‘luca conti’

:: Gruppo di lettura – L’ultimo vero bacio, James Crumley

28 gennaio 2017
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«… Scorsi una donna appoggiata allo stipite della porta, una silhouette in controluce, braccia conserte e caviglie incrociate come se ci aspettasse da chissà quanto, come se fosse lí da giorni interi, a scrutare un mare buio e tempestoso da un ballatoio coperto».

Sembra un caso facile per Sughrue, reduce dal Vietnam e investigatore privato che ha seppellito ogni illusione sotto una colata di sarcasmo. Deve ritrovare Trahearne, uno scrittore stanco di quotidianità che ha cominciato a bere e sembra non voglia più smettere. Sughrue ne condivide appieno la deriva alcolica e così, quando lo trova, non c’è da stupirsi se i due partono insieme alla ricerca di Betty Sue, una ragazza che ha fatto perdere ogni traccia di sé quasi dieci anni prima. Una storia che si dispiega come un viaggio, fisico e mentale, attraverso vari stati d’animo e altrettanti stati geografici in un’America violenta e per certi versi caricaturale. Il romanzo d’esordio che ha salutato Crumley come uno degli eredi della grande tradizione americana. Traduzione di Luca Conti.

Texano di nascita ma anima perennemente on the road, James Crumley (1939-2008) è considerato il maggiore esponente della narrativa hard-boiled americana degli ultimi trent’anni. Dei suoi nove romanzi, a turno dedicati agli stravaganti detective Milo Milodragovitch e C. W. Sughrue, Einaudi Stile libero ha finora pubblicato Il caso sbagliato, L’ultimo vero bacio, La terra della menzogna, Una vera follia e La cattiva strada.

Appuntamento oggi, sabato 28 gennaio, dalle ore 18,00 alle 19,00 per discutere del libro qui nei commenti al post. Partecipate numerosi.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Il bosco morto di James Sallis (Neri Pozza/Giano, 2008) a cura di Giulietta Iannone

9 giugno 2012

Avete presente il limbo? Quel ballo in cui si passa sotto un bastone che si abbassa sempre più. Così è la speranza solo che, ogni anno che passa, il bastone lo vediamo salire, non scendere.
“Tienila pure tu, la speranza. Io non credo di portarmela dietro.”
Arrivarono i nostri piatti, serviti dal proprietario del ristorante in persona. Nel corso dell’operazione Susan rimase in silenzio, e attese che con un altro viaggio in cucina l’uomo ci portasse un cestino di pane.
“Invece sì”disse infine.

Uscito in Italia nel 2004 con il titolo Cypress Groove Blues nella collana Nerogiano di Giano Il bosco morto (Cypress Groove, 2003), tradotto con la solita limpida naturalezza e sensibilità da Luca Conti, è il primo volume della trilogia dedicata da James Sallis a John Turner, trilogia che comprende oltre a questo titolo La strada per Memphis (Cripple Creek, 2006)  e Salt River ( Salt River, 2007) sempre editi Neri Pozza/Giano.
Con in sottofondo il suono di un banjo, non riesco a non pensare al virtuosismo del banjo che duella con la chitarra in Un tranquillo week end di paura, e sullo sfondo un panorama di campi immobili di granoturco, cappelli di paglia sfilacciati, il cigolio di una vecchia sedia a dondolo, una pompa di benzina arrugginita, zanzariere alle porte, il frinire delle cicale, verande dove passare le serate o aspettare il postino, si dipana una storia quasi sussurrata in cui l’amara bellezza non risiede nell’indagine, più che altro un pretesto narrativo, anche se c’è sì un morto, c’è uno sceriffo, c’è un colpevole, ma più che altro nei picchi lirici, nella costruzione dei personaggi con luci e soprattutto ombre, nell’atmosfera che si respira, nel passato che si intreccia con il presente e dona profondità ad un vissuto venato di tracce intime e introspettive.
John Turner, il protagonista e narratore in prima persona, a prima vista è il tipico eroe solitario di tanta letteratura americana epica in bilico tra la libertà degli hoboes e il ruvido isolamento di chi ha un passato ingombrante da nascondere e dimenticare. Ma grattando la superficie, scavando un po’ più a fondo emerge il profilo di un uomo che si staglia contro la luce accecante dell’orizzonte con una certa singolarità ben lontana dai classici stereotipi o cliché.
Il bosco morto è stato definito un noir, anzi un country noir, per quel retrogusto rurale e rustico che si insinua tra le pieghe di una storia apparentemente convenzionale, ma se ne osserviamo in filigrana le venature ci accorgiamo che i silenzi contano quanto i dialoghi, la lentezza cadenza una certa monotonia riflesso di un disagio esistenziale illuminato da passaggi poetici in cui la natura emerge potente e impenetrabile, il pessimismo non è così marcato e assoluto anzi se vogliamo ad infrangere quasi la legge fondamentale del noir c’è pure un lieto fine.
Essenziale la trama: Lonnie Bates sceriffo di uno sperduto e polveroso paesino nella campagna del Tennessee si trova ad indagare sull’omicidio di un vagabondo. Non venendocene a capo decide di chiedere aiuto al detective in pensione Turner, un uomo misterioso con un passato doloroso che vive in quasi completo isolamento in una capanna persa tra i boschi e un lago. Turner accetta di diventare suo consulente e pian piano, mentre avanza nell’indagine e fa i conti con il suo passato, ritorna alla vita civile iniziando una delicata amicizia, fatta di silenzi e profonda comunione, con Valerie Bjorn della Polizia di Stato.
Una curiosità: non ho potuto non vedere in John Turner il volto scavato e vissuto di Clint Eastwood.

:: Recensione di Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler a cura di Giulietta Iannone

15 marzo 2011

4Immaginatevi una città fantasma di quelle che costellano come chiazze polverose la desolante realtà della provincia americana. Una città che si sviluppa lungo un’unica via, un’ unica spina dorsale, la Main Street, costeggiata da negozi: la bottega del barbiere, l’emporio, la banca, l’ufficio dello sceriffo, la stazione dei pompieri. Edifici che sembrano i resti spettrali di un vecchio set cinematografico abbandonato dove si giravano vecchi western con il sottofondo lagnoso di qualche ballata country. Con un unico bar Skeeter ’s dove si facevano anche hamburger, un vecchio drive-in, il Tropicana, ormai dismesso e in avanzato stato di abbandono, un motel, una stazione di servizio Texaco, un trailer park che si riduce ad essere “uno scalcinato assembramento di una ventina di case mobili” e tanta campagna incolta, coltivata, adibita a pascolo, limitata da ranch.
Benvenuti nel profondo Oklahoma, e per la precisione a Coyote Crossing, uno sputo di paese in mezzo al più beato nulla. Già il nome è tutto un programma, un nome appiccicato da qualche pioniere forse in vena di scherzi per dare nuova vita ad un paese “nel buco del culo dell’Oklahoma” che prima che arrivasse la ferrovia forse “chiamavano Creek Qualcosa, con qualche parola indiana che significava spirito di scorpione sputato dall’inferno o giù di li”. A Coyote Crossing non succede mai nulla. La gente è tranquilla, non ci sono che bifolchi e camionisti, e a vigilare su tutti lo sceriffo Frank Kruger, un omone gigantesco, tenero come uno schiacciasassi che ha i suoi metodi per ricacciare i ragazzetti che arrivano in paese per ubriacarsi: due colpi di sfollagente assestati nei punti giusti, una notte in guardina e vedi che non ritornano.
Già ma una notte d’agosto un evento imprevisto darà il via ad un vertiginoso susseguirsi di morti ammazzati che vedrà al centro il vicesceriffo part-time Toby Sawyer, ancora un ragazzo in fondo, padre per caso, marito controvoglia, amante di una minorenne per noia,  il cui unico chiodo fisso è la musica e il rimpianto per la vecchia band con la quale aveva vissuto per una breve stagione il sogno di scollarsi da quel pantano.
Qualcuno ha pensato bene di crivellare di colpi il pick up di Luke Jordan, naturalmente con lui a bordo. Ora il cadavere di Luke inizia a decomporsi circondato dalle facce perplesse dello sceriffo e del suo vice part-time. Chi può essere stato a dare il via ad una sparatoria in piena regola nella via principale di Coyote Crossing? Il fatto grave è che Luke Jordan, il classico bullo di paese, belloccio e violento, sempre in jeans stinti, T-shirt senza maniche e stivali da cowboy in finta pelle fatti passare per pelle di serpente a sonagli, ha dei fratelli delinquenti come lui, coinvolti in ogni disonesto traffico nel giro di miglia. “Un intera famiglia assoldata dal diavolo per i suoi sporchi affari.” E questo significa che presto piomberanno in città a reclamare vendetta come nel più classico film western dei bei tempi andati, pensiamo solo a Mezzogiorno di fuoco o Sfida all’O.K. Corral.
Toby Sawyer anche se ancora inesperto non è proprio stupido e capisce all’istante che quando il cadavere di Luke scompare, e ironia della sorte proprio lui era stato incaricato di vigilarvi, beh qualcosa che non quadra deve esserci per forza. E che dire quando vede un suo collega Billy Banks complottare con una banda di chicanos gli stessi che l’hanno appena gonfiato come una zampogna per prendergli un paio di chiavi, per giunta quelle sbagliate.
E’ l’inizio di una notte allucinante e interminabile in cui si troverà a uccidere un collega a colpi d’ascia, a correre con in braccio il figlio di pochi mesi inseguito da un pioggia di proiettili, a entrare in una stanza di un motel con il muso di un camion, a saltare da una finestra di una casa in fiamme, a vedersela molto da vicino con un dobermann inferocito, a sfuggire alla vendetta dei fratelli Jordan seriamente intenzionati a ucciderlo credendolo il responsabile della morte di Luke, per una faccenda di corna che gli cade addosso come una tegola tra capo e collo, e infine come se non bastasse dovrà fare i conti con i veri responsabili di un traffico di clandestini.
Questo è in sintesi quello che succede in questo adrenalinico e scoppiettante western-noir moderno, ultima opera edita in Italia dell’ormai mitico e inimitabile Victor Gischler, per gli amanti del pulp noir una garanzia. Dopo la Gabbia delle scimmie, esordio spiccatamente hard boiled, Anche i poeti uccidono black comedy già recensita da noi su queste pagine e Black city. C’era una volta la fine del mondo, meglio conosciuto con il titolo originale Go-go girls of the apocalypse, ecco a voi dunque Notte di sangue a Coyote Crossing (Meridiano Zero).
La penna nera e intinta di veleno, molto alla Jim Thompson, di Gischler ci porta a confrontarci con un Toby Sawyer atipico antieroe, paladino di un’altra America violenta e nello stesso tempo irriverente, ancora capace di un’ostinata moralità, dove i buoni si contrappongono ai cattivi e ne escono pure vincenti. I personaggi sono sfaccettati e compositi, ognuno con i suoi tratti caratteristici anche i personaggi minori, specialmente quelli femminili, che magari compaiono in una o poche scene come la vecchia matriarca Antonia, nonna ultranovantenne dei terribili fratelli Jordan, la infelice e insoddisfatta Doris, moglie fedifraga del protagonista e madre degenere del piccolo Toby junior, un frugoletto rosa che non fa che dormire e che lei non esiterà ad abbandonare, l’indipendente e forte Molly, gothic girl minorenne della situazione, amante di Toby e decisa anche lei ad abbandonare Coyote Crossing per sfuggire a un patrigno ubriacone e violento.
Lo stile di Gischler cadenzato da un ironia e un humour nero a go go alterna particolari decisamente splatter, da non perdersi l’uccisione a colpi d’ascia, a parti più spiccatamente thriller. E poi la traduzione di Luca Conti è un fatto non trascurabile. Si legge alla velocità di un treno senza freni scagliato nella notte a tutta birra e sovrastato da un cielo nero come la pece chiazzato da stelle grandi come stelle di latta. Dal 26 marzo in tutte le librerie. Da non perdere.

Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler, Meridiano Zero, Collana Meridianonero, Traduzione dall’inglese di Luca Conti, Titolo originale dell’opera The deputy, 2011, 256 pagine, Prezzo di copertina Euro 14, 00.

:: Intervista a Luca Conti a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2010

luca-contiBenvenuto Luca su Liberidiscrivere, per me è un vero piacere averti con noi ed aiutare i nostri lettori a conoscerti meglio. La prima domanda è da sempre legata alle presentazioni. Descriviti dunque come se fossi un personaggio di James Crumley.

In questo caso preferisco il modo in cui Elmore Leonard descrive i suoi personaggi: dopo duecento pagine vieni a sapere, del tutto casualmente, che il protagonista del libro ha gli occhi azzurri e, dopo altre cento, che ha i capelli castani… Questo per dire che sono una persona come tante, che ha però la fortuna di fare il lavoro dei suoi sogni.

Giornalista e traduttore; come concili queste due professioni così  impegnative?

Le ho conciliate, a fatica, per qualche anno. Adesso faccio il traduttore a tempo pieno e il giornalista quando posso.

Sei specializzato in narrativa nordamericana e prevalentemente noir, faccio dei nomi Chester Himes, Charles Willeford, Elmore Leonard, Don Winslow, praticamente i più  grandi che molta gente non leggerà  mai in versione originale ma conoscerà essenzialmente tramite le tue traduzioni. Come vivi questa responsabilità?

La vivo bene, anzi benissimo. Soprattutto perché tradurre i romanzi di autori che stimo mi ha impedito di diventare scrittore in proprio, cosa di cui il mondo non sentiva certo la necessità. Ho quindi risparmiato ai lettori il tormento di leggere i miei eventuali romanzi, e cerco di ricambiare offrendo loro buone traduzioni. Non sarei mai stato all’altezza, che so, di Willeford o Crumley, e tradurre i loro libri è per me la cosa più vicina allo scrivere come loro. Un mio romanzo – che non è mai esistito e non esisterà mai – non mi darebbe la stessa soddisfazione. Credo di essere uno dei pochi cittadini italiani a non avere un romanzo nel cassetto. Anzi, non ho neanche il cassetto.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Non scrivendo narrativa non ho maestri letterari veri e propri. Quando scrivo articoli, recensioni o saggi cerco di avere ben presente lo stile di certi famosi giornalisti americani di qualche decennio fa, come il grande Mike Royko, o di un narratore contemporaneo come Carl Hiaasen, che ha sempre vissuto una carriera parallela nel campo della carta stampata. Chiarezza, semplicità e, se ci riesco, leggerezza di tocco. Pedanteria, mai.

Ho avuto modo di intervistare James Sallis e gli ho chiesto di dirmi qualcosa divertente sul tuo conto, il buon James ha eluso la mia domanda e mi ha detto che non poteva perché  sei una persona serissima e un grande professionista. Che effetto ti fa essere così stimato, oltre dai lettori, anche dagli autori che traduci?

Un effetto molto gratificante, ovvio. Soprattutto quando alcuni di questi autori chiedono espressamente di essere tradotti da me.

Il mestiere del traduttore, oltre ad essere un lavoro difficilissimo, è anche poco visibile, e spesso misconosciuto quando invece molte volte fa la differenza. Come affronti questo lato oscuro della tua professione?

Direi che il traduttore fa sempre la differenza, nel bene e nel male, e credo che negli ultimi anni se ne siano resi conto anche i lettori. Adesso capita sempre più spesso, prima di acquistare un libro, di andare a vedere chi l’ha tradotto, e non solo nella narrativa mainstream ma anche in quella cosiddetta di genere.

Quali sono le tue letture preferite quando non lavori, i libri che ami leggere nel tempo libero?

Leggo molta saggistica angloamericana, soprattutto a carattere musicale e di critica letteraria, mentre per quanto riguarda la narrativa col passare degli anni tendo sempre più a rileggere certi libri che conosco praticamente a memoria: che so, I tre moschettieri o Il buon soldato Sc’vejk.

Come hai fatto ad imparare così bene l’inglese? Pensi sia un dono naturale o ci sono dei segreti legati al metodo e alla tecnica oltre ad una buona memoria?

Quella per l’inglese è  una passione che mi porto dietro fin da piccolissimo. Già a quattro, cinque anni avevo la mania di tradurre dall’inglese e di riscrivere a mio modo i libri degli altri. I miei genitori non conoscevano le lingue, quindi devo per forza pensare che per quanto mi riguarda sia un dono di natura. Poi, è chiaro, ho studiato inglese dapprima a scuola e poi all’università, ma come traduttore sono completamente e testardamente autodidatta.

Chandler o Hammett?

Vado a periodi. Adesso Chandler.

Ti piacciono i film noir americani degli anni 50’? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

Mi piacciono moltissimo. E per autori come Elmore Leonard o James Sallis sono una parte rilevante del loro immaginario. Quindi averne una buona conoscenza mi torna assai comodo.

Domanda tecnica, parliamo del tuo metodo di tradurre. Come ti prepari per un nuovo lavoro, quante stesure fai, come scegli i termini da utilizzare e come risolvi il problema spinoso dello slang americano?

Non mi preparo: attacco da pagina uno senza leggere prima il romanzo (a meno che non lo conosca già, ovvio) e cerco di arrivare in fondo il prima possibile, nel migliore dei modi. Faccio una stesura sola e correggo pochissimo. Ho scoperto col tempo che le intuizioni iniziali, per quanto riguarda la costruzione delle frasi e, soprattutto, il tono, sono quasi sempre le migliori. Questo vale per me, ovvio; ogni collega ha il proprio metodo. E’ un approccio molto jazzistico, per così dire; sono un buon improvvisatore e credo molto nelle reazioni immediate che mi suscita il testo. Muovermi all’interno dello slang mi è sempre riuscito facile, quindi è una cosa che non mi dà pensiero.

Preferisci tradurre dall’inglese o dal francese?

Dall’inglese.

Che libro stai leggendo attualmente?

La biografia di Franz Liszt scritta da Alan Walker e quella, appena uscita, di Thelonious Monk scritta da Robin D.G. Kelley.

Per Fanucci editore hai tradotto di Lansdale “Altamente esplosivo” dieci racconti scelti dall’autore per il pubblico italiano. Cosa noti nel suo stile, si è raddolcito dagli esordi?

No, in sostanza Lansdale è  sempre lo stesso. Ha uno stile molto riconoscibile e, per me, ormai familiare: quello dello storyteller nato che ti racconta le cose più incredibili, magari dopo cena e davanti a una bottiglia.

Per quanto ci si sforzi una parte di sé emergerà  sempre nel lavoro di traduzione. Come fai a rispettare lo stile e lo spirito di un libro?

E’ un lavoro mimetico, come hanno già fatto notare molti altri prima di me. Per quanto mi riguarda, come ho già detto, credo mi sia di grande aiuto non avere velleità di autore in proprio. Per il resto, possedere un buon orecchio serve moltissimo.

Hai curato assieme a Giovanni Zucca l’edizione italiana del Dictionnaire des littératures policières di Claude Mesplède che esperienza è stata?

Molto divertente e istruttiva. Peccato che il libro non sia mai uscito…

Ci sono autori con cui hai lavorato che sono diventati tuoi amici anche nella vita privata e dimmi chi è il più simpatico?

Tra quelli che ho conosciuto, Lansdale è una forza della natura, mentre Sallis è ormai per me come un fratello. Ma ho sempre trovato persone molto aperte e disponibili, professionisti nel senso migliore del termine.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso grazie all’esperienza non rifaresti più?

La valanga di note a piè  di pagina di cui avevo infarcito la mia prima traduzione di narrativa. Ma ho imparato subito, e adesso le metto solo quando non è possibile farne a meno.

James Lee Burke è stato uno dei primi scrittori che ho intervistato pressappoco quando è successo l’allagamento di New Orleans e lui è stato un po’ a descrivermi come si era messo alla testa dei soccorsi, quando mi è arrivata la sua mail che accettava l’intervista quasi caracollavo dalla sedia, tu che ricordo hai di Burke?

Una persona magnifica, un vero gentiluomo del Sud. Una persona di un’umiltà quasi imbarazzante.

Sembra davvero che tu ami le sfide impossibili. Victor Gischler è un altro dallo stile mica facile, forse uno di quelli che ho penato di più a tradurre e io mi sono limitata a tradurre un’ intervista. Anche già dal titolo “Anche i poeti uccidono” hai voluto rendere la sua forte ironia che usa spesso e che caratterizza tutta la sua opera, parlami del suo stile e delle difficoltà che hai incontrato a tradurlo.

Il titolo italiano del romanzo di Gischler non è mio, si deve a Marco Vicentini di Meridiano Zero. Ma lo trovo riuscito. Per il resto, il buon Victor – altra persona umanamente debordante – non mi è rimasto particolarmente difficile. Spero che ai lettori piaccia, perché a tradurlo mi sono divertito moltissimo.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con incoraggiamenti o consigli che vorresti ringraziare?

Debbo moltissimo, se non tutto, a Luigi Bernardi che mi ha fatto entrare nel mondo della traduzione letteraria dalla porta principale malgrado io non avessi la benché  minima esperienza nel settore. Evidentemente aveva visto lontano, di sicuro più di me. Dieci anni dopo, credo di aver ripagato la sua ben nota abilità di talent scout.

Giorni fa Luigi Bernardi ti ha chiesto di scrivere una monografia su James Crumley. Vi siete messi d’accordo, la scriverai sul serio?

Sì, sostanzialmente sì.

Hai mai pensato di scrivere un libro, magari un noir ambientato a Firenze?

Non ho mai scritto una sola riga di narrativa e non lo farò mai, non penso di esserne in grado. Mi piace molto di più riscrivere i libri altrui.

Ci sono in Italia buone scuole per traduttori? Ad un giovane che volesse intraprendere la tua professione che consigli daresti?

Ci sono, ci sono. Quando me lo chiedono porto volentieri la mia esperienza, anche se non insegno regolarmente. Se avessi tempo lo farei volentieri. Ritengo comunque che questo sia un mestiere che ci si costruisce in gran parte da soli, con la tenacia e l’applicazione. E l’unico consiglio che posso dare è quello di leggere, leggere di tutto e senza sosta.

A che traduzioni stai lavorando in questo momento? Ci puoi anticipare qualcosa?

Ho in ponte un paio di Elmore Leonard, la ritraduzione di un vecchio Lansdale, un romanzo di Andrew Vachss e, appena lo avrà terminato, il secondo libro di Josh Bazell.