Posts Tagged ‘I classici del crime’

:: Recensione di Quando chiama una sconosciuta di Margaret Millar (Polillo editore, 2012) a cura di Giulietta Iannone

2 luglio 2012

Attraversò il salotto e aprì la portafinestra che dava su un piccolo balcone. C’era posto appena per una sedia, e lì Miss Clarvoe si sedette per guardare il viale tre piani più sotto. Era pieno di luci e di automobili, e i marciapiedi brulicavano di gente. La notte era piena di vita. I rumori giungevano strani alle orecchie di Miss Clarvoe, come se provenissero da un altro pianeta.
Una stella apparve nel cielo. La prima stella della sera, alla quale si usa confidare un segreto desiderio. Ma Miss Clarvoe non aveva desideri. I tre piani che la dividevano dalla folla erano lontanissimi, come quella stella nel cielo.

Quando chiama una sconosciuta (Beast in view, 1955) di Margaret Millar, (moglie di Kenneth Millar, che proprio per non oscurare la fama della moglie scelse lo pseudonimo di Ross Macdonald), edito nella collana i Mastini della Polillo Editore nella traduzione di Giovanni Viganò, è un thriller psicologico molto hitchcockiano giocato sull’ambiguità e il dubbio.
Vincitore nel 1956 dell’Edgar, e presente nella lista dei migliori 100 romanzi crime di sempre, stilata dalla Mystery Writers of America, Quando chiama una sconosciuta è un romanzo scritto magnificamente, non a caso è considerato l’opera migliore della Millar. Forse solo un po’ accusa lo scorrere del tempo, (fu pubblicato nel 1955 epoca in cui le malattie mentali e l’omosessualità erano ancora un tabù e le prime venivano curate con la lobotomia e l’elettroshock), tuttavia possiede e conserva un fascino vintage che interesserà sicuramente gli appassionati.
Helen Clarvoe, la donna al centro di questa vicenda, ricca e disperata trentenne californiana chiusa dopo la morte del padre in un volontario isolamento in un albergo di terz’ordine di Hollywood, un giorno riceve la telefonata di una squilibrata che dice di chiamarsi Evelyn Merrick, di essere sua amica anche se lei non se la ricorda affatto e che la terrorizza con farneticanti dichiarazioni che la spingono a cercare l’ aiuto di Paul Blackshear amico di suo padre e suo consulente finanziario.
Paul sul momento è scettico, Helen Clarvoe non gli piace, tuttavia, un po’ per noia, un po’ perché nessuno si occuperebbe di aiutarla, tanto meno la polizia, si mette sulle tracce di questa Evelyn Merrick.
Prima si reca in una scuola per modelle, poi da alcuni fotografi e pittori che si occupano di foto e dipinti artistici, e intanto scopre che Helen Clarvoe non è la sola vittima delle telefonate assurde di Evelyn Merrick.
Recandosi poi dalla madre di Helen finalmente ne scopre anche l’identità. Sarebbe l’ex moglie di Douglas, fratello di Helen Clarvoe. Lo shock per la scoperta dell’omosessualità di Douglas, con conseguente annullamento del matrimonio, sembrano le cause del crollo psichico e nervoso di Evelyn o almeno così parrebbe. Ma la verità naturalmente è tutt’altra.
La bravura della Millar a mio avviso consiste nella creazione dei personaggi, nelle sfumature psicologiche che è capace di dare con pochi tratti e nel senso di minaccia, d’allarme, d’angoscia legato ad un vero senso di malessere che cresce più si va avanti nella lettura.
Più si crede di aver acquisito certezze, assolutamente non veicolate da falsi indizi, (la Millar seppure giochi un po’ con il lettore è tuttavia fondamentalmente leale e lascia varie tracce per la risoluzione del mistero legato alla personalità disturbata della presunta Evelyn Merrick), più queste sfuggono in un finale che se forse non sorprenderà più gli smaliziati lettori di oggi, pur tuttavia conserva un tristezza e una malinconia che ci accompagneranno fino all’ultima scena.

:: Recensione di Lemmy Caution Pericolo pubblico di Peter Cheyney (Polillo Editore 2012) a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2012

“Centrale di polizia dell’Oklahoma, a tutte le unità, a tutti i mezzi della stradale…
“Cercate Lemmy Caution, evaso oggi a Oklahoma City dopo aver ucciso una guardia e un vicesceriffo.
“Visto l’ultima volta in direzione del confine di stato presso Tahlequah. Probabilmente procede per Joplin. Usare cautela. Quest’uomo è pericoloso”.

Con tutto il rispetto per il mio amatissimo Philippe Marlowe, per Lew Archer, o per Sam Spade di Hammett, Lemmy Caution occupa un posto di riguardo tra gli antesignani di tutti i detective duri e puri che popolano il nutrito immaginario di noi cultori dell’ hardboiled. Senza la sua ironia tagliente, il suo sorriso da sciupafemmine, il suo fascino da duro che non disdegna di menare le mani o freddare gli avversari a colpi di pistola senza troppi scrupoli e sentimentalismi, probabilmente l’ hardboiled non sarebbe stato lo stesso. E sì che forse i suoi più amati e conosciuti colleghi splendono di luce propria e forse il ricordo di Lemmy Caution è un po’ sbiadito e ha vissuto i suoi anni d’oro tra gli anni 30 e gli anni 50, tuttavia i veri appassionati non possono non conservare un angolino speciale nel loro ruvido e polveroso cuore per il nostro agente dell’Fbi prima e detective privato poi Lemuel H. Caution. La Polillo nella collana I mastini ci riserva una chicca sicuramente imperdibile per tutti coloro che il nome di Caution non l’hanno mai sentito e non conoscono i vecchi gialli Mondadori che egregiamente hanno ospitato le sue avventure per volere dello stesso Alberto Tedeschi che aveva tentato inutilmente di pubblicarlo già nel periodo fascista e non c’era riuscito sarà perchè Lemmy Caution era un “lurido” yankee, sarà perchè decisamente aveva una maniera piuttosto spregiudicata di  trattare il gentil sesso, per non tacere le dosi di indiscutibile violenza  che turbavano i morigerati gerarchi tutti lavoro, Duce e famiglia. Nel 1936 uscì “This Man is dangerous” Lemmy Caution Pericolo pubblico, tradotto per Polillo dal bravo e divertito Bruno Amato  e il mondo fu pronto a fare la conoscenza per la prima volta con Lemmy Caution. Era pronto per davvero per cotale avvenimento? Chissà. Quello che è certo un po’ di scompiglio deve averlo messo senz’altro se non fosse per il fatto che si presenta subito come un gangster, un evaso che doveva scontare una pena di vent’anni per aver ucciso un poliziotto e durante l’evasione aveva ucciso un altro poliziotto e un vicesceriffo. Dunque questo ci appare dalle prime pagine e ci pone dalla parte dei cattivi, dalla parte di coloro che eroi non sono. Certo Lemmy ci riserverà sorprese ma il ruolo del gangster lo recita bene. Sarà per il linguaggio da gergo della mala anni Trenta che usa, sarà per il fatto che uccide con estrema facilità, vedi la nonchalance con cui  uccide Goyaz il proprietario della bisca su acqua:

Guardo oltre la spalla come se vedessi qualcosa sull’acqua. Lui si alza e si volta per guardare e io procedo. Gli piazzo cinque pallottole nel cuore e nella spina dorsale un paio per Gallat , due per MacFee e una per me. Si accascia sul parapetto. Gli metto il piede sotto le gambe e gliele alzo e lui scivola giù in acqua con un tonfo.

Sarà che incassa pugni e proiettili senza un lamento o quasi. Lemmy ha qualcosa del brutale figlio di puttana nascosto in fondo, ma ne anche tanto, ad un umorismo cinico e mordace. C’è una certa durezza, insolita e fredda che non ostante gli anni passati, lascia sorpresi, se pensiamo poi che non fu neanche un americano a crearlo ma un inglese mentre i suoi colleghi erano intenti a descrivere cacce alle volpi, tè delle cinque e a gettare tutti i sospetti sui maggiordomi, la cosa si fa ancora più interessante. Agli appassionati consiglio di fare un salto anche sul sito ufficiale dedicato a Cheyney http://www.petercheyney.co.uk/ tra copertine vintage  provenienti dai quattro angoli del mondo, aneddoti e curiosità passerete scuramente alcune ore divertenti.

:: Recensione di Bunny Lake è scomparsa di Evelyn Piper a cura di Giulietta Iannone

14 aprile 2011

bunny lake è scomparsaPer chi avesse l’idea, o piuttosto il preconcetto, che il pulp sia un genere esclusivamente maschile, segnalo che anche le donne scrivono pulp e anzi iniziarono a farlo in tempi non sospetti, quando era ancora considerato scandaloso per una donna trattare temi scabrosi o anche solo dire la propria opinione.
Nella perbenista e puritana America degli anni ’50, conservatrice fino al midollo anche se apparentemente spregiudicata e progressista, Bunny Lake è scomparsa, pubblicato nel 1957 da Evelyn Piper pseudonimo di Marryam Modell ed ora edito in Italia nella collana I Mastini della Polillo editore, avrà avuto davvero l’effetto dirompente di una bomba a mano, soprattutto nell’ottuso cenacolo dei benpensanti che avevano concezioni tenacemente granitiche da applicare alla morale e alla cosiddetta virtù.
Innanzitutto la protagonista è una ragazza madre della provincia americana più bigotta determinata con le sue sole forze, e senza alle spalle una figura maschile protettrice e rassicurante, a crescere la sua bambina nella peccaminosa e cosmopolita New York.
Già questo basta a creare un effetto destabilizzante, poi sommateci che la bambina scompare e Blanche, questo è il nome della protagonista, si trova da sola, con tutta la città contro, a cercarla ed anche solo a dimostrare che Bunny esiste davvero e non è solo il parto della sua fantasia malata.
Il proto femminismo della Piper è più che manifesto, anzi è un valore aggiunto che dà alla narrazione il sapore di un’ impietosa fotografia d’epoca, un ritratto di costume davvero moderno, perdonatemi il termine, se considerate che dopo tutti questi anni, dal 1957 sono ormai passati più di cinquant’anni, lo scavo psicologico dei personaggi conserva un che di ancora attuale pur con qualche concessione al melodramma, dal fascino un po’ retrò, strettamente debitore del periodo.
I pericoli della grande metropoli occhieggiano per tutta la narrazione in bilico tra normalità e follia, tra un distorto concetto di amore materno e il genuino affetto che lega una madre ad una figlia.
La suspence ossessiva, martellante, cresce e si alimenta grazie ai dubbi che l’autrice riesce a mettere allo stesso lettore ignaro spettatore di un dramma psicologico giocato sui toni del reale e dell’irreale.
Tolta qualche ingenuità che allo smaliziato lettore di oggi può forse far sorridere, i meccanismi archetipi messi in moto dalla Piper sono micidiali e non a caso hanno ispirato numerosi libri e pellicole cinematografiche successive a partire dall’ omonimo Bunny Lake è scomparsa di Otto Preminger che seppure con soluzioni diverse riprende il tema della protagonista che non viene creduta e da sola deve lottare contro una città ostile per scoprire la verità.