:: Recensione di Respiro corto di Massimo Carlotto (Einaudi, 2012)

La mattina era umida ma non fredda. Sigaretta e Johnny Halliday, occhi puntati sul portone. Il commissario Bourdet era immersa nei suoi pensieri. Non doveva trovarsi lì. La condizione per essere riammessa in servizio era stata chiara. Mai più indagini sull’onorevole Bremond e sui suoi amici. Mai più. Aveva accettato riconoscente perché quel distintivo era tutta la sua vita. Era sola e sola sarebbe rimasta fino al giorno in cui avrebbe dovuto lasciare il suo appartamento e trasferirsi alla casa di riposo della polizia. Sempre se non si fosse tirata un colpo in testa. Ogni tanto ci pensava. La solitudine era feroce. Fu tentata di allungare la mano sulla chiave e mettere in moto la macchina, ma ricacciò il pensiero. Non si sarebbe mai perdonata di non aver tentato di fottere la cricca. Lo doveva a Marsiglia, che non meritava anche quell’affronto.

E’ difficile scrivere un noir ambientato a Marsiglia senza sentire il respiro di Jean-Claude Izzo aleggiare per il porto vecchio, splendere nelle luci notturne di una città che non dorme mai, dissolversi nella pioggia sottile che sporca strade abitate da spacciatori, puttane, papponi, politici corrotti, poliziotti con un personale senso della giustizia e sempre più simili ai criminali. Massimo Carlotto ha accettato la sfida decisamente consapevole che un noir non è scritto per anime candide, desiderose di vedere sempre il bene e il male contrapporsi con contorni precisi e nella lotta finale desiderose di vedere l’immancabile lieto fine. La vita si sa è un’altra cosa e il noir è ciò che più le somiglia. In Respiro corto, edito da Einaudi nella collana Stile Libero Big, Carlotto lascia gli scenari consueti dei suoi precedenti romanzi e porta l’azione nel cuore nero della Francia profonda, nel crocevia di traffici criminali sempre più complessi, sempre più ramificati nelle alte sfere del potere politico, protetti da una polizia sempre più decisa a perseguire i pesci piccoli e lasciare al sicuro gli intoccabili. Di questa mafia occulta è vittima il commissario Bernadette Bourdet, B.B., una poliziotta della vecchia guardia a capo della Brigade Anti-Criminalitè, di mezza età, brutta, lesbica, cattiva, anche antipatica, ma che sotto la scorza dura e arrabbiata nasconde un cuore materno, si svela nella scena in cui abbraccia Rosario, e un romantico senso della giustizia e preferisce sempre vedere i suoi “clienti” al sicuro in carcere che crivellati dai colpi di kalashnikov di bande rivali su marciapiedi anonimi della “sua” città. Il commissario Bourdet ha rischiato grosso mettendosi contro alcuni pezzi grossi della città noti come “la cricca Bremond”, insistendo su un’ indagine per corruzione e appropriazione indebita di denaro pubblico per trentacinque milioni di euro riciclati in una banca di Ginevra, e ne è uscita con le ossa rosse e la carriera finita.Per tenersi il distintivo ha dovuto giurare che non avrebbe più toccato Bremond ma c’è un abisso tra il dire e il fare e la sua indagine segreta continua tra i suoi soliti casi di normale amministrazione condotti con metodi discutibili tra cui catturare un corriere della droga paraguayano e usarlo per il lavoro sporco, o intrattenere rapporti di amicizia con il vecchio boss della mala marsigliese Armand Grisoni, un corso con ancora un superato codice morale fatto di rispetto e senso dell’onore ma pronto a tradirla in cambio di una buona fetta di guadagno. Bernadette Bourdet che paga il doppio una puttana per un po’ di affetto, è testimone di un cambio al vertice, non sono più a comandare i vecchi mafiosi che tentano in tutti i modi di controllare la guerra dei territori, ma c’è una nuova criminalità in ascesa, senza legge ne morale, pronta a tutto. Pronta a trafficare in legname radioattivo di Chernobil, pronta ad aprire cliniche per il trapianto clandestino di organi, pronta ad investire in attività immobiliari, in giochi finanziari sempre più rischiosi e spericolati. I nuovi criminali vanno all’università, vestono Armani, hanno gli agganci giusti e B.B. ha ben poche possibilità di combatterli uscendone vincitrice. Bel personaggio quello del commissario Bourdet, a mio avviso il più riuscito del romanzo, sicuramente il più complesso, che si presta, per i vari nodi irrisolti, a proseguire la sua storia in un nuovo libro. Chissà quali sono le intenzioni di Carlotto. Bel personaggio di criminale anche quello del corso Grisoni, il tradimento finale forse ne offusca un po’ la dignità come è giusto che sia trattandosi sempre di un delinquente, e sia quello di Zosim Kataev, della Dromos gang,  spietato ma capace di provare amore per la bella Inez, dando vita ad una sorta di Romeo e Giulietta criminale, vittima in un certo senso di un gioco che deve essere portato fino infondo. Un buon libro, essenziale, ruvido, cattivo, una gangster story senza vincitori, o meglio quelli ci sono ma non sono quelli giusti. Piaciuto e molto per il senso di autenticità e verità che traspare e per il coraggio dello scrittore che penso apprezzeranno quelli che quei luoghi li conoscono e sanno che chi ha indagato sui crimini della nuova mafia nel sud della Francia, giudici, giornalisti, poliziotti quasi sempre c’è morto.

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