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:: Recensione di Tabula rasa di Danila Comastri Montanari (Mondadori, 2011) a cura di Giulietta Iannone

29 aprile 2012

Uscito lo scorso ottobre Tabula rasa, edito da Mondadori nella collana Omnibus e sedicesimo romanzo di Danila Comastri Montanari con protagonista l’eccentrico senatore e investigatore romano Publio Aurelio Stazio, personaggio che ha raccolto dalla prima uscita Mors tuala simpatia e l’apprezzamento di una nutrita schiera di lettori sia in Italia che all’estero, è un mistery storico ambientato nel I secolo d. C. durante il regno dell’imperatore Claudio che vede questa volta non più Roma ma Alessandria d’Egitto come scenario di una storia ricca di intrighi e complicate cospirazioni. La trama complessa e la grande quantità di personaggi che reggono l’azione rendono la lettura sicuramente impegnativa ma l’humour dell’autrice, che tra ironia e sprazzi di autentica comicità alleggerisce una materia che in mano meno lievi e capaci avrebbe potuto apparire tediosa, sicuramente farà passare ore piacevoli a tutti gli appassionati di storia antica e di delitti. Caratteristica fondamentale dei gialli di Danila Comastri Montanari è l’accuratezza storica e la grande dovizia di particolari intrecciati alla narrazione in modo spiritoso e naturale, che hanno la capacità di arricchire il lettore senza annoiarlo e questo suo talento innato penso sia la cifra distintiva del consenso di pubblico e di critica che è riuscita a raccogliere negli anni. L’imperatore Claudio invia il nostro Aurelio Stazio ad Alessandria d’Egitto per una delicatissima missione segreta al fine di portare la pace tra Roma e i bellicosi Parti. In una pausa del suo complicato lavoro diplomatico il senatore che ha appena ristrutturato un’antica villa sul delta del Nilo, che preferisce alla sfarzosa abitazione che ha ad Alessandria, rinviene il cadavere di una ragazza, unico indizio una fibula che lega la vittima al culto di Bast, la Dea- Gatta. E non sarà l’unica morte misteriosa. Altre morti infatti apparentemente slegate si susseguono, e il dubbio che ci sia un’unica trama legata alla sua missione spinge Aurelio Stazio ad indagare con ancora più impegno del solito. Tra cortigiane e soldati emissari dei Parti, spie e infidi delatori, Aurelio Stazio arriverà a rischiare la vita e il coccodrillo sacro che tiene in giardino, e per cui tutti lo prendevano in giro, avrà un suo ruolo decisamente… provvidenziale.  Che dire di più, buona lettura.

Nata a Bologna nel 1948, laureata in Pedagogia e in Scienze politiche, per due decenni Danila Comastri Montanari ha insegnato e viaggiato ai quattro angoli del mondo. Dal 1990, anno in cui è uscito il suo primo romanzo, Mors Tua, vincitore del premio Tedeschi, si dedica a tempo pieno alla narrativa. Scrive soprattutto gialli storici, tra cui si ricordano La campana dell’arciprete (1996), sullo sfondo delle campagne bolognesi della Restaurazione, e Terrore (2008) dedicato alla Parigi rivoluzionaria del 1793. Ma la sua fama è legata soprattutto al personaggio di Publio Aurelio Stazio, senatore-detective dell’antica Roma protagonista di diciannove gialli di grande successo, tutti con i titoli rigorosamente in latino, tradotti in decine di lingue. A questo genere ha dedicato anche il saggio Giallo antico. Come si scrive un poliziesco storico (2007).

:: Intervista a Danila Comastri Montanari a cura di Giulietta Iannone

24 agosto 2009

danCome è nato il personaggio di Publio Aurelio Stazio?

Come avrebbe detto Flaubert: “Aurelio c’est moi”.

Oltre ai gialli ambientati nell’antica Roma, ha scritto altri romanzi e racconti?

Molti, ma sempre e soltanto polizieschi storici: l’ultimo è TERRORE, ambientato durante la rivoluzione francese.

Quali sono i suoi autori preferiti?

Omero e Shakespeare. Tra gli italiani: Niccolò Machiavelli. In tempi più recenti: Robert Graves e Isaac Bashevis Singer.
Tra gli autori di polizieschi: Ed Mac Bain (con cui ho avuto la fortuna di passare tre bellissime giornate) Qiu Xiaolong (che conoscerò presto di persona) Anne Perry, Ellis Peters, Tony Hillermann, Jonathan Kellermann, Pierre Magnan, Jean-Francois Parot.
Tra i classici del giallo: Robert Van Gulik, Rex Stout, Agatha Christie, Israel Zangwill, S.S. Van Dine, oltre a Umberto Eco: considero “Il nome della rosa” in assoluto il più bel giallo di tutti i tempi; secondi a pari merito, nell’ambito del solo giallo storico, “C’era una volta” di Agatha Christie e “La pista delle volpi” del compianto Fabio Pittorru.
Nella saggistica: Claude Lévi-Strauss, Eva Cantarella, Umberto Eco, Jérôme Carcopino, Luigi Luca Cavalli-Sforza, Léon Poliakov, Michel Vovelle, Bertrand Russell, Piero Camporesi.

Cosa sta leggendo attualmente?

Ho appena letto due gialli bruttini assai, che non cito perché non amo denigrare i colleghi.

Cosa ne pensa del fenomeno letterario della trilogia di Millenium di Stieg Larsson?

Sono una consumatrice accanita di polizieschi scandinavi. Della trilogia di Larsson ho letto il primo volume e mi è piaciuto come le opere di tanti suoi compatrioti. Non di meno, ma neanche di più.

Ha amici scrittori, li frequenta?

I giallisti italiani li conosco quasi tutti personalmente e con molti di loro ho cordiali rapporti di amicizia. Alcuni li frequento, perché vivono a Bologna o nei pressi: Lucarelli, Fois, Varesi, Guccini, Toni, Bettini, Colitto, Rigosi, Baldini, Coloretti, Materazzo, Guicciardi. L’amico più caro, tuttavia, è certamente Loriano Macchiavelli, generoso, arguto e straordinario come scrittore, ma ancor di più come essere umano. Godo anche, da ben quattro decenni, dell’amicizia del baldo Valerio Massimo Manfredi – condividiamo l’amore per i viaggi e la cultura classica – a cui auguro di proseguire nel grande successo internazionale che merita appieno. E non posso esimermi dal citare i bolognesi (o quasi…) Valerio Evangelisti, Giuseppe Pederiali e Giuseppe D’Agata, l’indimenticabile autore de “Il medico della mutua” e de “Il segno del comando”, che fu il primo presidente della nostra Associazione Scrittori di Bologna. Per spostarsi invece oltreoceano, sono ottima amica di Ben Pastor, la creatrice dell’investigatore della Wermacht Martin von Bora.

Le piacerebbe insegnare scrittura creativa, pensa che si possa insegnare a scrivere?

Credo che si possa insegnare, ma a me non piacerebbe. Ho redatto un manualetto: “GIALLO ANTICO. Come si scrive un poliziesco storico” ad uso degli esordienti, però non sono tipo da tenere dei veri e propri corsi strutturati: non sono nemmeno mai riuscita a seguirne uno fino in fondo, all’università studiavo da sola e a scuola insegnavo piuttosto anarchicamente. Partecipo però volentieri come ospite, una tantum, ai corsi di scrittura di alcuni colleghi. .

Qual è l’opera di Shakespeare che preferisce?

Giulio Cesare, Macbeth, Il mercante di Venezia, Misura per misura, Sogno di una notte di mezza estate, Amleto, Antonio e Cleopatra, La dodicesima notte e molte altre. Amo molto Shakespeare.

Che consigli darebbe ai giovani scrittori per migliorare il loro stile?

Prima ancora dello stile bisogna avere le idee. Dunque raccomanderei ai giovani scrittori di leggere il più alto numero possibile di opere DELLO STESSO GENERE di quelle a cui intendono dedicarsi, per evitare di scoprire l’uovo di Colombo sudando su trame già trite e ritrite.

Sta scrivendo attualmente un nuovo libro?

Io sto SEMPRE scrivendo un nuovo libro!

Ci racconti i suoi esordi, qualche episodio significativo.

L’Italia scopriva in quel momento il giallo storico, così i gusti del pubblico incontrarono felicemente i miei. Una volta tanto, anziché terrorizzare gli esordienti con le vicissitudini di una dura gavetta e le soperchierie degli editori cattivi, dirò dunque a viva voce che talvolta un po’ di abilità e un pizzico di fortuna bastano per diventare scrittore di professione.

Legge libri di poesia? Chi è il suo poeta preferito?

Il poeta che preferisco è Catullo, ma amo anche molti lirici greci, latini e cinesi. Non leggo poesie contemporanee, l’autore italiano più moderno che conosco è Foscolo, di cui apprezzo parecchi versi (non sono per niente leopardiana, né per carattere, né per gusti letterari…)

Che rapporto ha con i suoi lettori?

Ottimo: sanno che scrivo soltanto per loro, non per i critici, per gli accademici, per gli intellettuali, per i recensori e nemmeno per me stessa. I giudizi e i suggerimenti dei lettori sono gli unici che tenga in considerazione.

Ha un agente letterario?

Da qualche tempo: ho esitato anche troppo, ma per l’estero era inevitabile. Adesso ne sono molto soddisfatta e non ne farei più a meno.

Ha viaggiato molto, i suoi viaggi le sono stati utili per l’ambientazione dei suoi romanzi?

Sì, ho viaggiato moltissimo e, fortunata come sono, quando ho cominciato ad avere difficoltà fisiche a muovermi, il mondo è venuto a casa mia, con internet e le migrazioni.

Quale è il suo metodo di scrittura, scrive di getto, fa molte stesure?

Che scriva di getto o meno, redigo sempre almeno due stesure, talvolta anche tre. Nessuno può confezionare al primo colpo un libro decente: chi lo millanta, sta mentendo spudoratamente.

Il talento è per lei duro lavoro o un dono innato?

Scrivo perché mi diverto e spero di divertire i lettori. Se il lavoro mi costasse tedio, angoscia o fatica, oppure se i lettori si stancassero di me, cambierei mestiere oppure mi ritirerei in pensione a leggere libri altrui, giocare videogames, accarezzare gatti e coltivare fiori.

C’è un episodio bizzarro della sua carriera che le piace ricordare?

Sono troppi, per citarli tutti occorrerebbe un libro. La vita, in grazia ai Numi, è molto bizzarra.

Molti sostengono che Giorgio Faletti non scriva da solo i suoi libri, perché pensa attiri tante maldicenze?

Perché è molto bravo e ha molto successo: è un difetto imperdonabile! E poi perché ha un respiro cosmopolita e questo è un paese di inguaribili provinciali.
Sostengono che Faletti, in piena era della globalizzazione, non avrebbe potuto scrivere i suoi libri per la presenza di alcuni anglicismi. E’ un’obiezione ridicola. Chi ha redatto “I promessi sposi” in perfetto toscano, allora? Secondo questa logica da babbei, non può certo essere stato un “lumbard” come quel tal Sandretto: altro che risciacquare i panni in Arno, sta a vedere che Manzoni aveva un ghost writer nascosto a Firenze! E a proposito, se non si può pensare in inglese, figuriamoci in latino… chi sarà allora a farcire i miei romanzi di tutte quelle locuzioni classiche? Debbo forse dedurne che qualcuno sta scrivendo i miei i libri a mia insaputa?

Ci parli del suo primo romanzo Mors Tua, ci ha messo molto a scriverlo?

Tre mesi e mezzo, è il libro che ho finito nel minor tempo, sull’onda dell’entusiasmo iniziale.
MORS TUA è anche la più generica tra tutte le inchieste di Publio Aurelio, non vi compaiono “sottoculture” particolari dell’antica Roma, come in ogni altro libro: l’ambiente della medicina di IN CORPORE SANO, quello dei gladiatori in MORITURI TE SALUTANT, quello delle scuole e delle banche in PARCE SEPULTO, quello delle legioni in NEMESIS, ecc…e questo perché è stato concepito già dal primo momento in modo da fungere da inizio di una serie. Infatti a me non premeva pubblicare un libro singolo, bensì diventare una romanziera seriale di professione, come è poi avvenuto: le due cose sono profondamente diverse.
Ah, sì, un’altra curiosità: la scena in cui Publio Aurelio dichiara che si taglierà le vene per protestare la sua innocenza (faceva molto “romano”!) è tratta in ugual misura da Tacito e da Rex Stout, con appena un pizzico di Henryk Sienkiewicz.

Come si documenta per i suoi libri? Usa spesso internet?

Lo uso da quando esiste la connessione: oggi è diventato il principale strumento di ricerca per ogni divulgatore.

Euripide, Sofocle le piacciono i tragediografi greci, ambienterebbe una serie di romanzi nell’ Atene di Pericle?

Li cito spesso, ma non ambienterei mai un romanzo nell’Atene di Pericle. Roma ha un fascino diverso, quello di una “modernità” ante litteram che si addice molto di più ai miei gusti e al mio carattere.

Il ruolo femminile nella letteratura pensa sia stato determinante?

Non mi interessa a che sesso, etnia o religione appartenga chi scrive, mi interessa CHE COSA scrive , tanto che spesso non so nemmeno se l’autore che sto leggendo è maschio o femmina.
Sono peraltro convinta che le categorie “discriminate” (donne, ma anche gay ecc…) debbano cominciare a ragionare in questo modo, se non vogliono chiudersi in una riserva indiana. Faccio un esempio: un’atleta in carrozzella vinse una medaglia nella carabina alle Olimpiadi, quelle normali, non quelle riservate ai portatori di handicap: era stata la migliore di TUTTI, invalidi e non invalidi. Alcune donne hanno governato paesi importanti: non perché erano donne, ma perché erano brave. Allo stesso modo, Barack Obama non è diventato presidente perché era di colore, ma perché l’intero popolo americano si è fidato di lui più che degli altri candidati.
Non sono dunque in grado di valutare se e quanto le donne, in una situazione di oggettiva soggezione storica durata dieci millenni, abbiano pesato sulla letteratura. Credo però che Saffo sia stata il più grande POETA (e non la più grande poetessa…) occidentale di tutti i tempi, senza bisogno di nessuna quota rosa. Dunque, fuori dal ghetto, ragazze! Guidereste un aereo “in quanto donne” o cerchereste di mantenerlo in rotta in quanto bravi piloti? Non fate “letteratura al femminile”, fate letteratura e basta: ogni vostra vittoria seppellisce un pregiudizio!

Ha mai pensato di concedere i diritti per trasformare i suoi libri in film?

In vent’anni ho concesso continue opzioni a varie case di produzione, ma nessuna è mai riuscita a realizzare la serie, che sarebbe costosissima, soprattutto per via del set.

E’ stata paragonata a P D James, le piace l’accostamento?

P.D. James è l’autrice di “Delitto 1986”, uno dei cinque racconti moderni che preferisco in assoluto. Gli altri sono: “la Biblioteca di Babele” di Borges, “Inno di congedo” di Fredric Brown, “Tutti gli smoali erano borogovi” di Lewis Padgett e “I nove miliardi di nomi di Dio” di Arthur Clarke.

Ha mai scritto poesie? Ci citerebbe qualche verso?

A vent’anni ho scritto l’unica poesia di tutta la mia vita, dal titolo:“Elogio dell’aglio”. Ricordo soltanto i primi due versi: “Divino bulbo che le nari avvinci /e le papille stimoli e innamori…”

Nella serie di Publio Aurelio Stazio quale l’ha divertita di più scrivere?

CUI PRODEST? C’è un serial killer che ammazza dei giovani MASCHI avvenenti – tanto per cambiare un po’ rispetto alle solite belle ragazze, che muoiono con allarmante frequenza in questo genere di romanzi – ma anche il continuo confronto tra due personaggi contrapposti: schiava e padrone, stoica e epicureo, femmina e maschio…

L’antica Cina l’affascina? Le piacerebbe scrivere una serie gialla con un mandarino detective come protagonista?

Il Celeste Impero è, assieme alla Roma del I secolo, la civiltà che più mi affascina: fui tra i primi a girare in lungo e in largo la Cina, quando si aprirono le frontiere. Però di mandarini investigatori ne hanno già messi in scena molti (ho scritto anche un lungo articolo a riguardo), innanzitutto il giudice Dee (o Ti, con la nuova traslitterazione) a cui erano dedicati i vecchi, magnifici romanzi dell’olandese Robert Van Gulik.e che oggi è il protagonista della serie del mio amico e collega francese Frédéric Lenormand.

Si ritiene una persona fortunata?

Mi ritengo una favorita della Dea Fortuna. La sorte mi ha concesso cose belle o brutte come a tutti, ma anche la capacità di godere delle prime e superare le seconde.

Ci parli dei suoi progetti, come si vede da qui a 10 anni?

Permettetemi di citare il Rick di “Casablanca”, che a chi gli chiede che cosa ha intenzione di fare quella sera, risponde: “Non faccio mai programmi a lungo termine.”

Si ricorda il primo libro che ha letto?

Il Peter Pan in versione Disney, e, poco dopo, il Peter Pan originale di Barrie. Odiavo di tutto cuore Pinocchio, la Fata dai Capelli Turchini e il Grillo Parlante, insopportabilmente moralisti e paternalisti.

E’ più difficile scrivere i dialoghi, delineare i personaggi o le ambientazioni?

Senza dubbio scrivere i dialoghi, dai quali, secondo la mia personale visione del romanzo, si deve desumere quasi interamente il carattere dei personaggi e l’ambientazione stessa. Un avvertimento agli esordienti: pare che una buona metà dei lettori salti – o comunque legga molto distrattamente – tutto ciò che esula dai dialoghi; quindi esercitatevi su quelli, se volete farvi capire….

Si ritiene una scrittrice femminista?

Sono attentissima al problema della uguaglianza tra i sessi (così come tra etnie o religioni) e spesso mi sono trovata in prima linea in varie battaglie politiche, giuridiche e sociali. Però non mi definirei mai una scrittrice femminista, perché non ritengo che esista una narrativa femminile o maschile, nera o bianca, gay o etero, ecc ecc.. C’è la narrativa e basta, ognuno scrive ciò che gli aggrada e chi ne ha voglia lo legge. E comunque io non sono una femminista, sono una matriarca.

Per concludere, mi dica: scrivere la rende felice?

Molto, moltissimo, è il mestiere più bello del mondo: prima di tutto posso condividere il mio immaginario con moltissimi lettori di tutto il mondo, il che sinceramente mi esalta. In secondo luogo ho ridotto il pendolarismo ai due metri che separano il mio letto dalla scrivania.