:: Premio Stefano Di Marino 2022 – prima edizione

18 ottobre 2021 by

Segretissimo Mondadori bandisce il premio Stefano Di Marino, edizione 2022, per il miglior racconto italiano inedito di spy story.

Caratteristiche del premio:

1. Il premio è aperto a tutti.

2. Sono ammesse solo opere in lingua italiana, inedite, mai pubblicate neanche parzialmente (nemmeno sul web), di lunghezza compresa fra le 10 e le 30 cartelle dattiloscritte (di 2.000 battute ciascuna, spazi vuoti compresi).

3. Si può partecipare con un solo elaborato.

4. I racconti dovranno essere inviati via mail all’indirizzo segretissimo@mondadori.it entro e non oltre il 15 gennaio 2022.

5. Le opere dovranno essere corredate di titolo, nome dell’autore, numero di telefono e indirizzo e-mail.

6. Sarà cura della redazione comunicare a tutti i partecipanti, esclusivamente via e-mail, i nomi dei finalisti al Premio, che saranno anche pubblicati sul blog di Segretissimo Mondadori http://www.segretissimomondadori.it

7. Non verranno forniti giudizi, commenti o ulteriori informazioni sulle opere in concorso.

8. Una giuria composta da scrittori ed editor professionisti esaminerà i racconti finalisti e deciderà, a suo insindacabile giudizio, il vincitore assoluto.

9. Il racconto vincitore verrà pubblicato su un fascicolo di Segretissimo, in appendice al romanzo vincitore del premio Altieri per il miglior romanzo inedito di spy story.

Scarica il bando.

Ruby Bridges è entrata a scuola, Elisa Puricelli Guerra (Einaudi Ragazzi, 2021) A cura di Viviana Filippini

18 ottobre 2021 by

La storia di “Ruby Bridges è entrata a scuola” è stata scritta da Elisa Puricelli Guerra. La storia, edita da Einaudi Ragazzi, è ambientata nella New Orleans di oggi, dove c’è l’arresto di una giovane afroamericana accusata ingiustamente di aver causato un incendio nella scuola che frequenta. Il fatto evidenzia come, nonostante siano passati anni e decenni e siano state fatte tante battaglie e sacrifici per i diritti civili, purtroppo il razzismo è ancora presente e la tanto ricercata integrazione ha subito una battuta di arresto e un vero e proprio passo indietro. Ne sanno qualcosa Billie e Eric, due compagni di scuola dell’amica arrestata. Lei afroamericana, lui bianco, dopo una zuffa si troveranno a lavorare assieme per una ricerca. Tema: la storia di Ruby Bridges. In una prima fase della ricerca i due ragazzi lavoreranno separatamente, o meglio, Eric cercherà tutto il materiale utile su Ruby Bridges, poi lo porterà a Billie che avrà il compito di scrivere la storia della ragazzina, visto che lei ci sa davvero fare con la penna. Giorno dopo giorno però, la storia della piccola Ruby, la sua battaglia nell’America degli anni ’60 del secolo scorso per poter andare a scuola come tutti gli altri e con tutti gli altri bambini e il non essere più esclusa per il colore della pelle, porteranno i due adolescente ad avvicinarsi sempre di più. Billie e Eric scopriranno non solo di essere convinti che non è stata la compagna di scuola ad appiccare l’incendio, ma lavoreranno assieme per trovare le prove per scagionarla. I due protagonisti adolescenti sono diversi tra loro, ma allo stesso tempo scoprono di essere simili, perché tormentati nel loro giovane animo da una serie di ingiustizie a cui assistono, che subiscono e alle quali non riescono a trovare strumenti adatti per rispondere. Sarà proprio il lavorare gomito a gomito e il conoscersi, a permettere a Billie e a Eric di comprendere che lottare per il bene e per qualcosa in cui si crede è faticoso, provoca dolori e ammaccature, ma la tenacia e il fare insieme permettono di raggiungere buoni risultati e importanti traguardi. “Ruby Bridges è entrata a scuola” di Elisa Puricelli Guerra è un romanzo dal ritmo incalzante dove, tra passato e presente, si trattano temi ancora attuali come la discriminazione, la paura del diverso e l’odio razziale purtroppo ancora troppo radicati nelle nostre società. Accanto ed essi c’è il coraggio del quale serve dotarsi per portare avanti una vera e propria lotta per l’emancipazione umana che restituisca la dignità e la libertà alle persone.

Elisa Puricelli Guerra è nata a Milano nel 1970. Lettrice insaziabile, dal 1998 si dedica alla letteratura per ragazzi come autrice, editor e traduttrice. Ha pubblicato diversi romanzi che spesso hanno per protagonisti brillanti ragazze e ragazzi dai capelli rossi. Tra i riconoscimenti ottenuti, nel 2013 ha vinto il «Premio Bancarellino» e il «Premio Castello di Sanguinetto» con il libro “Cuori di carta”. Per Einaudi ragazzi ha scritto anche “Ruby Bridges è entrata a scuola”. Ha inoltre scritto molti libri per le collane «Classicini», «Grandissimi» e «Che storia!».

Source: del recensore. Grazie a Anna De Giovanni e all’ufficio stampa di Einaudi Ragazzi.

Nasceva oggi: Italo Calvino

15 ottobre 2021 by

Italo Calvino (Santiago de Las Vegas de La Habana, 15 ottobre 1923 – Siena, 19 settembre 1985)

Il ritorno de La città incantata di Sachiko Kashibawa, a cura di Elena Romanello

15 ottobre 2021 by

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Kappalab continua a proporre libri che hanno in qualche modo a che fare con l’animazione giapponese, ripresentando dopo alcuni anni il romanzo La città incantata di Sachiko Kashibawa, già noto come Il meraviglioso paese oltre la nebbia, in una nuova edizione.
Come suggerisce il titolo, il libro ha ispirato il maestro Hayao Miyazaki per l’omonimo film d’animazione, vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino e del Premio Oscar quale miglior film di animazione, capace di sdoganare definitivamente gli anime a livello mondiale come storie interessanti e di grande valore.
Fiaba, urban fantasy, storia su dimensioni parallele, La città incantata racconta il difficile momento in cui da bambini si scopre il mondo al di fuori dall’ambiente familiare, senza la mediazione di genitori e nonni, che sia la scuola, che sia un viaggio interiore o esteriore che si compie. Paragonato da alcuni a classici come Il mago di Oz Alice nel paese delle meraviglie,  La città incantata si rifà anche molto alle fiabe e alle leggende giapponesi, mescolando mondi e universi.
Il libro racconta la vicenda di Chihiro, che si perde in un paese all’apparenza normale, ma popolato da strani personaggi e avvolto in un’atmosfera misteriosa e irreale, dove deve imparare a vivere senza l’aiuto dei genitori, lavorando nella pensione di una misteriosa vecchia, forse strega.
Un racconto di crescita e formazione adatto ad ogni età, testimonianza di una letteratura interessante e in fondo poco nota se non nei suoi rapporti appunto con manga e anime come è quella per ragazzi e di genere fantastico presente nel Paese del Sol levante.

Dice Angelica di Vittorio Macioce (Salani, 2021) a cura di Elena Romanello

9 ottobre 2021 by

1093121_Dice Angelica_Esec@01.inddTra le letture che si incontrano a scuola, di solito non particolarmente amate, c’è l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, con le folli avventure del paladino di Carlo Magno che perde la testa per la bellissima Angelica.
In realtà, questo e altri poemi sono gli antenati di storie modernissime, come quelle del genere fantasy e non solo, e non è un caso che negli anni critici e romanzieri si siano cimentati con loro, con toni diversi, a raccontare la loro modernità e attualità.
Il giornalista Vittorio Macioce presenta per la collana Stanze della Salani il risultato di un suo studio, tra critica e romanzesca, dell’Orlando furioso, partendo dai personaggi femminili, in particolare dalla protagonista, con Dice Angelica.
A scuola abbiamo letto tutti la sua storia, la bella per eccellenza Angelica, donna per cui i paladini di mezzo mondo impazziscono, si sfidano in duelli e battaglie, pur di averle. A differenza della guerriera Bradamente, per molti già da tempo un’antenata delle iconiche super eroine e combattenti dell’immaginario di oggi, Angelica esotica, insidiosa, motore di ogni brama, è vista come una preda o un trofeo che attende di essere conquistato. Ma nessuno si è mai chiesto se era d’accordo, se le piaceva il paladino della cristianità Orlando, se non trovasse ridicoli tutti questi maschi alpha che si sfidavano per loro.
Vittorio Macioce si è fatto tutte queste domande e per la prima volta dà voce a questa creatura tanto celebrata quanto misteriosa. Angelica è in fondo una ragazza normale, moderna, con le stesse emozioni che hanno le appartenenti all’altra metà del cielo oggi, sentirsi viva e trovare un posto nel mondo. Nello stesso tempo non ama certo essere continuamente un oggetto sessuale per gli uomini e soffre di dover interpretare un ruolo cucito addosso da altri.
L’autore racconta con gli occhi di oggi tutto ciò che la storia della letteratura ha trascurato di Angelica e delle pulsioni che la animano, facendo riscoprire una vicenda densa di riferimenti alla cultura pop contemporanea di cui è stata in fondo l’antenata, dai videogiochi al fantasy, dagli spaghetti western ai fumetti. Una vicenda dove, tra l’altro, si è parlato di un argomento attuale e scomodo come le ossessioni amorose e i guai che queste provocano ai diretti interessati e a chi sta loro vicino.
Vittorio Macioce ha lavorato su questo libro per molto tempo, confrontando i poemi cavallereschi con le tracce che sono arrivate fino ad oggi, e restituisce interesse ad un personaggio come Angelica, per molto tempo sottovalutato e visto come irritante e poco incisivo, rispetto alle più intriganti e per certi versi moderne Alcina e Bradamante.
Come fa dire l’autore alla sua ritrovata Angelica è questo:  Ero solo una ragazza che cercava la strada più breve per raggiungere il centro del mondo. Quando ci sono arrivata, lo confesso, mi sono persa. Quello che non mi hanno mai perdonato è di averli sorpresi. Sono stata inseguita da personaggi che hanno generato stirpi di eroi. I loro figli e i figli dei figli sono ancora in giro, magari con maschere e nomi diversi, ma con lo stesso stampo. Molti neppure lo sanno. A tutti ho concesso qualcosa, spesso una speranza. Non me ne vergogno. Sono uscita di scena per amore, perché un ragazzo mi ha stretto la mano, con la stessa forza con cui ci si attacca alla vita.

Vittorio Macioce, caporedattore ed editorialista del Giornale, è da anni una delle migliori penne del giornalismo culturale italiano. Tra le altre cose è il fondatore e il direttore artistico del Festival delle Storie nella Valle di Comino. Questo è il suo esordio nella narrativa.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: La rivolta dei demoni ballerini di Antonio Catalfamo, con Prefazione di Wafaa A. Raouf El Beih e Postfazione di Alfredo Antonaros (Pendragon, Bologna, 2021) a cura di Carmine Chiodo

9 ottobre 2021 by

Oltre che penetrante critico letterario, Antonio Catalfamo si mostra anche un dotato e significativo poeta. Dico subito che critica e poesia sono fortemente intrecciate, nel senso che i sentimenti, le vedute, le convinzioni storico-politiche e sociali che stanno alla base della sua esegesi letteraria li troviamo pure ben espressi in poesia. Ciò significa che Catalfamo bada a mettere in evidenza e a sottolineare i valori umani, la libertà, la dignità della persona umana e quindi dichiara guerra alle angherie, alle prevaricazioni, ai soprusi, tutte cose che offendono la libertà. Son questi valori, cari a Catalfamo, che lievitano nella sua scrittura critica e poetica. Quindi le sue, partendo da queste premesse, non sono poesie di maniera, o di scuola, non obbediscono alle mode o a movimenti poetici d’avanguardia, ma sono impregnate di quelli che sono – lo ripeto – i sentimenti umani, i valori di uguaglianza e di libertà: insomma la «rivolta», per richiamare la parola che compare nel titolo della splendida silloge che sto esaminando (La rivolta dei demoni ballerini, Pendragon, Bologna, 2021, euro 14), verso ogni forma di dittatura e di oppressione umana.

Catalfamo viene ed è stato educato da una famiglia che ha portato sempre avanti quei valori, quella rivolta contro la dittatura ed egli, memore di ciò, la prosegue ora anche in poesia con questa altra silloge ben analizzata da Wafaa A. Raouf El Beih e Alfredo Antonaros che ne mettono in evidenza tutto il significato e l’importanza. In sostanza le loro osservazioni ci aiutano a capire più a fondo le motivazioni che hanno spinto il poeta a scrivere questi versi, come pure, specie nella prefazione di Wafaa A. Raouf El Beih, si mostra la formazione poetica di Catalfamo e il suo evolversi nel corso del tempo.

Il Nostro appartiene a un clima culturale, politico, che è impregnato di idee gramsciane e antifasciste, ereditate – lo dicevo prima – dai nonni, dal padre, insegnante di lettere e immerso nella lotta contro ogni forma di fascismo e di sistemi che si basano su soprusi e vessazioni. Fin da ragazzo Antonio Catalfamo ha coltivato la poesia, e non solo, e al riguardo leggo nelle pagine della Prefazione che egli si è

«accostato molto presto alla poesia. Già quando frequentava le elementari e, d’estate, passava le vacanze nel paese d’origine del padre, aveva appreso da un giovane amico manovale che le poesie, non solo possono essere lette nei libri di scuola, ma ognuno può anche scriverle».

Questo amico operaio aveva composto delle poesie scritte su un grosso quaderno che teneva sotto il materasso, e tirò fuori questo quaderno e lesse all’allora giovanissimo Antonio una poesia che parlava di una ragazza vietnamita violentata da un soldato americano, e tal poesia suggestionò molto Catalfamo che da quel momento in avanti cominciò anch’egli a scrivere poesie, diverse da quelle di altri poeti anche noti, poesie che parlavano e parlano di problemi veri, passati e presenti, e son problemi che riguardano gli uomini oppressi, sfruttati, offesi da ingiustizie e sistemi politici che si basano sulla forza e sulla violenza. Per essi compone versi Catalfamo ed è qui che il poeta parla chiaro e ha il coraggio, come è già stato felicemente osservato, di dire la verità, di mostrare, di additare «l’esistenza» di idee e movimenti comunisti che, nel contempo, sono riaffermati e fatti rivivere richiamando uomini e idee che si sono manifestate nella vita sociale passata ed hanno visto protagonisti, come in Sicilia, i familiari del poeta. Riaffermare quelle idee come «un fiume che scorre da Ora al Futuro», come ha scritto Jack Hirschman a proposito dei versi del Nostro.

Poesia come conoscenza e denuncia, dunque; poesia come lotta a far primeggiare gli autentici valori umani e non le ingiustizie e le disuguaglianze; poesia come lotta per conquistare quei valori, quella libertà che le forze brutali di un potere efferato cercano di reprimere. Quindi queste poesie di Catalfamo dovrebbero essere lette e meditate dalle nuove generazioni. Catalfamo è poeta di sostanza e non di masturbazioni cervellotiche e sentimentali, va dritto al problema, parla chiaro e senza peli sulla lingua, e talvolta la sua poesia assume cadenze narrative per esprimere aspetti biografici o legati alla sua famiglia e alla storia sociale dell’ambiente siciliano in cui è vissuto:

«Mio padre / appollaiato su un albero / studiava i classici, / penetrava il mito greco […]. / Sognava una nuova grecità: / i pastori con i greggi / e i campanacci invadevano / le stanze del potere, / imponevano il comunismo, / che ci rende tutti uguali. / Fondò l’Alleanza contadini / in una vecchia stalla, / il fieno ammucchiato alle pareti, / ritirò concimi a prezzi modici, / istruì pratiche per i trattori Brumi» (Simbologia della vigna). E ancora il padre che faceva comizi, «parlava / dal balcone / a una piazza vuota, / i braccianti ascoltavano / rinchiusi nelle loro tane, / animali braccati / dai campieri mafiosi / e dai loro padroni, / che non sapevano / quanto terra avessero» (Il comunismo e mio padre).

Da questi versi che fin qui ho citato si evince chiaramente il tenore e lo spessore della poesia di Catalfano che si serve di essa, come si legge chiaramente nel componimento dal titolo La mia poesia, per raccontare la

«vita degli umili / a dire sgrì, / come Santo Cali / a dire mmé, / a usare il linguaggio universale / di uomini, piante, animali, / a ritornare al naturale di Ruzzante. / Non mi interessano i versi barocchi / del poeta-puttaniere / che ruba amore mercenario / nella città dello Stretto, / dominata dalla follia, / dal tanfo di salamoia / nei barili del porto».

In fondo questo testo è una dichiarazione di poetica, è una presentazione di se stesso come poeta e nello stesso tempo prende le distanze dai poeti renitenti, da quelli esoterici. A guardar bene nella silloge è presente l’Italia del dopo-guerra ma pure – come detto – la famiglia del poeta, ma son presenti pure i pastori del suo paese che non sanno né leggere né scrivere, i quali «nella loro lotta contro il fascismo ecclesiastico e la mafia, hanno imparato dal miglior maestro – la lotta stessa -cos’è il comunismo» (Jack Hirschman). Certamente ci troviamo davanti a una silloge molto complessa nei motivi e tematiche, ma omogenea, compatta, che riflette quelle che sono le convinzioni culturali, politiche, esistenziali del poeta che esterna il suo sentire in modi diretti e comprensibili da tutti. C’è «l’eterno carnevale della storia» (Il comunismo e mio padre), per esempio. Ancora si parla di uomini, donne, ragazze, di gente che il poeta ha incontrato o di cui ha sentito parlare ed ora sono richiamati attraverso versi sempre fortemente comunicativi e naturali (la naturalezza, secondo me, è uno dei principali pregi di questa silloge, e al riguardo cito i versi seguenti:

«Ritorna nei miei ricordi / Maria Grazia chimera, / ragazza di Udine. / […] / Novella Saffo, / coltivi in silenzio / passioni inconfessabili» (Novella Saffo); «Tu mi chiedi / il significato delle parole, / io ti rispondo, con Eduardo, / che le parole sono colorate. / Le parole nere, / che preannunciano / guerre e lutti» e poi le parole «viola», le parole «rosse» e queste son quelle amate da Catalfamo e non quelle «grigie», per fare un altro esempio, «dei burocrati / dalle rinomate scartoffie, / che stancano l’uomo comune» (Le parole).

Ma chi sono questi «demoni ballerini»? Ecco la risposta: i pastori-contadini siciliani che lavoravano i feudi «dei padroni forestieri» ed erano schiavizzati. Ma il

«sangue di Euno / ribolliva nelle loro vene, / provocando la rivolta degli schiavi: / come demoni ballerini, / leggeri nella danza, / vennero in paese, / viaggiando di notte. / Aprirono la Camera del Lavoro» (La rivolta dei demoni ballerini).

Questi demoni hanno dei nomi qui evocati: Peppe Trelire, «il più feroce»; Don Mariano e Peppe Lasagna: essi poi diventarono satiri e andarono all’assalto delle «centrali del potere». Catalfamo richiama un mondo, quello contadino, che non c’è più, ma che ha avuto grande importanza, che ha segnato la storia di un’epoca e di cui c’è abbondante traccia in queste poesie varie nei toni, ora ironici, ora fortemente satirici, ora narrativi, che racchiudono fatti, avvenimenti e personaggi, atmosfere, miti di un tempo trascorso, quello contadino, e del suo riscatto dalla schiavitù padronale. Però nella poesia, in questa poesia c’è non solo questo ma dell’altro: la società attuale, il tempo presente, la pandemia, e altro ancora, e il tutto viene sempre espresso con un linguaggio molto intenso e chiaro. Eccolo ora il poeta operato di cataratta «con sistemi ultramoderni», ma nell’ospedale manca qualcosa:

«L’affetto materno / di Varvàra Alexandrovna, / le sue cure amorevoli», per cui ci si sente un numero (e si viene chiamati per numero, appunto), e si corre da una stanza all’altra, ma – aggiunge Catalfamo – «io non sono Quasimodo / e questa non è / una società comunista, / in cui tre parole / hanno lo stesso peso: / madre, / pane, / compagno» (Operazione).

Ciò che più conta è che Antonio Catalfamo compone versi che racchiudono vita vissuta e salde convinzioni e sono scritti con vero cuore e sentimenti :

«I ruffiani si nascondono ovunque, / si mimetizzano per le strade / come alberi, / piante ornamentali, / oggetti banali» (Ruffiani); «Riattiveremo / onde gravitazionali / che consacrano i templi, / tramandano le civiltà, / fino a quando ci saranno / cuori puri ed onesti / e non prevarranno / per sempre / lo spirito belluino / e il fascismo» (Poesia biologica).

E da un cuore puro e onesto sortisce questa poesia:

«Solo la poesia può lenire / i dolori della vita, / rendere eterna, madre mia, / la tua memoria / per chi ti conobbe / negli anni migliori, / quando, regina della parola, / dispensavi a tutti / conforto e speranza / nel mondo vile e infernale» (Petrarchesca); «Figlio dell’amore / e del dolore, / piccolo amico, / io ti conosco / attraverso le parole / di tua madre, / che non possono mentire. / Tu leggi le fiabe di Rodari / e, forse, impari / che il mondo è ingiusto / e tocca a noi / difendere i più deboli, / anche se sempre ci deludono» (Martiniano).

Per terminare queste mie considerazioni sulla poesia di Catalfamo dico che egli, lettore anche di Giordano Bruno, è un poeta di sostanza, di pensiero e che si affida a una poesia naturale ed efficace per dire la sua presenza nella società, nel metterne a fuoco le storture, i pseudo valori e le magagne del potere. La sua poesia è specchio della sua personalità di uomo tutto di un pezzo, come suol dirsi, di pertinace difensore dei valori umani e della giustizia sociale, cantore dell’ «umanesimo comunista».

Antonio Catalfamo è nato a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) nel 1962. È abilitato all’insegnamento come Professore Associato di Letteratura italiana e Letteratura italiana contemporanea nelle Università. Tiene lezioni di Letteratura italiana per via telematica a beneficio degli studenti della Sichuan International Studies University (Cina). È coordinatore dell’“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo”, che ha sede nella casa natale di Cesare Pavese, a Santo Stefano Belbo (Cuneo), per conto del quale ha curato sinora venti volumi di saggi internazionali di critica pavesiana. Ha pubblicato diversi volumi di poesie: Il solco della vita (1989); Origini (1991); Passato e presente (1993); L’eterno cammino (1995); Diario pavesiano (1999); Le gialle colline e il mare (2004); Frammenti di memoria (2009); Variazioni sulla rosa (2014).

Roberto Barbolini ci racconta il suo romanzo: “Pesca al cantautore in Emilia e altre storie in vinile” (Oligo, 2021)

9 ottobre 2021 by

“Pesca al cantautore in Emilia e altre storie in vinile” di Roberto Barbolini, edito da Oligo, è un romanzo corale, dove l’ironia è una delle componenti costanti per tratteggiare quella che è l’immagine di una generazione di giovani amanti della musica e alla ricerca del loro posto nel mondo, anche se, a volte, questo percorso è molto più complesso di quello che sembra. Ne abbiamo parlato con l’autore Roberto Barbolini.

Come è nata l’idea del libro “Pesca al cantautore in Emilia”? Direi che è nata per stratificazioni geologiche, con un nucleo di base legato a due aneddoti che mi portavo dietro fin dall’adolescenza: una gara di veglia che si tenne davvero nella mia città d’origine, Modena, verso la metà degli anni Sessanta, e l’avventura altrettanto autentica d’un mio vecchio amico, al quale capitò davvero di pescare un cantautore (e il suo motoscafo) nelle Valli di Comacchio. O almeno così raccontava. Attorno a queste due storie principali si agglutinano lasse narrative più brevi, fino al nanoracconto, in un arco temporale che dall’epoca dei Beatles e dei Rolling Stones arriva a oggi. I personaggi appartengono a una «generazione di sconvolti/ che non ha più santi né eroi», per dirla con Vasco Rossi, perduti fra le nebbie della provincia e la globalizzazione incipiente. Che vedono i loro idoli musicali andare via via all’altro mondo, oppure trasformarsi in innocui feticci.

Quanto per i personaggi protagonisti è importante la musica? Da zero a dieci, sicuramente dieci. È la generazione della musica ribelle, «che ti entra nelle ossa/ che ti entra nella pelle», come cantava Finardi. I suoni aspri e distorti delle chitarre rock esprimono le rabbie, le frustrazioni dei protagonisti, ma anche il loro oscuro desiderio di amore e di bellezza. 

Quale è il filo rosso che collega i diversi momenti della narrazione, che spaziano dal racconto breve a quello lungo? Più che un filo rosso è un intreccio di fili: la musica rock innanzitutto, non semplice colonna sonora di sottofondo ma autentico collante della narrazione, che dà impulso e ritmo alla scrittura. È un sound che affonda nell’era beata dei dischi in vinile, dai Beatles ai Nomadi, da Hendrix e Clapton agli Who, dagli Stones all’Equipe 84 e ritorno. E poi la provincia, certo, con i suoi miti e i suoi riti, i sapori e i sopori. Si tratta però di intendersi: esiste certo un torpore della provincia, una specie di Grande Sonno che t’avvolge come un liquido amniotico, tanto più temibile quanto più confortevole. Ma c’è una forma di letargo perfino più insidiosa: il provincialismo di chi crede d’essersi scrollato di dosso il “mondo piccolo” solo perché si aggiorna secondo l’ultimo grido delle mode culturali. La provincia e la moda, osservava Cesare Garboli, sono in fondo la stessa cosa. Anche se vive in una grande metropoli, chi segue pedissequamente la moda è un provinciale. In questo senso, perfino perdersi nelle Valli di Comacchio può rivelarsi un’insperata salvezza, una via di fuga dal provincialismo.

Nella sinossi il suo romanzo è definito un “libro di formazione, o di deformazione”, come convivono nel vissuto dei diversi personaggi questi due aspetti? Il romanzo di formazione o Bildungsroman (in tedesco è più altisonante) è un genere che si fa nascere con il Wilhelm Meister di Goethe, e dico poco, ma ha antenati che possono risalire fino alla Telemachia nell’Odissea di Omero. Roba grossa, insomma. Perciò mi sarei sentito pomposo a definire “romanzo di formazione” il mio libro, anche se indubbiamente lo è. Ecco allora l’idea di un doppio parodico, il “romanzo di deformazione”, che sta al primo come Mr.Hyde al dottor Jekyll. Alla base c’è la mia convinzione che nelle nostre vite, anche nei momenti più autentici, all’amore e al dolore s’intrecci spesso un elemento grottesco. Per questo le passioni, i tic, i drammi esistenziali dei miei personaggi hanno quasi sempre un contrappunto ironico.

Il libro può essere visto anche come romanzo corale e specchio di una generazione? La mia è la generazione di My Generation degli Who, con quel verso: “I hope I die before I get old”, “spero di morire prima di diventare vecchio”, che per tanti protagonisti di quegli anni -da Hendrix alla Joplin, da Jim Morrison a John Lennon, allo stesso Keith Moon degli Who- sarebbe diventato una sinistra profezia. Ma è anche la generazione di Woodstock, che nei grandi raduni giovanili viveva il suo romanzo di formazione collettivo: corale, appunto. Non fu sempre un coro armonioso, né mancarono le “stecche”: se Pesca al cantautore in Emilia rispecchia quella generazione, deve somigliare a uno di quegli specchi anamorfici che si trovano nei baracconi dei Luna Park, dove le immagini si deformano, le fisionomie si alterano, le identità si confondono. Ma forse solo fraintendendoci siamo in grado di riconoscerci.

Riguardo al titolo, perché proprio “pesca al cantautore in emilia e altre storie in vinile?” Be’, qui devo dichiarare a gran voce il mio amore per la parodia, evidente già nel titolo , che richiama Pesca alla Trota in America di Richard Brautigan, un piccolo mito della generazione beatnik. Quanto al vinile, col suo richiamo vintage, potrebbe sembrare l’esca per un’operazione nostalgia quanto mai scontata  (e vorrei pure vedere che fosse a prezzo pieno…). Ma guai a considerare la nostalgia un fenomeno soltanto regressivo, identificandola con il rimpianto per qualcosa di perduto. Essa è invece quella “sofferenza dell’ignoranza” di cui parla Milan Kundera nel romanzo L’ignoranza, ossia qualcosa di legato alla dimenticanza più che alla memoria: è l’oscura volontà di tornare in un luogo dove in realtà non siamo mai stati. Tale è infatti il passato, finchéé i viaggi nel tempo non saranno possibili: quando lo abitammo esso era il presente, e adesso possiamo illuderci di ricrearlo solo attraverso gli inganni e le fallacie della memoria. Chissà se quel mio amico pescò davvero un cantautore nelle Valli di Comacchio…

Roberto Barbolini (Formigine,1951) è narratore che predilige il comico, il visionario e il fantastico. Ha lavorato con Giovanni Arpino al “Giornale” di Indro Montanelli, è stato redattore e critico teatrale di “Panorama”, si è occupato di gialli e di poesia erotica. Attualmente collabora al “QN-Quotidiano nazionale” e a “Tuttolibri”. Ha pubblicato numerosi romanzi, saggi e raccolte di racconti, tra cui “La strada fantasma” (1991, vincitore del premio Dessì), “Il punteggio di Vienna” (1995), “Piccola città bastardo posto” (1998), “Stephen King contro il Gruppo 63” (1999), “Ricette di famiglia” (2011), “L’uovo di colombo”(2014), “Vampiri conosciuti di persona” (2017). Il suo libro più recente è la raccolta di racconti “Il maiale e lo sciamano”, edito nel 2020 dalla Nave di Teseo.

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’Ufficio stampa 1A Comunicazione

                                 

:: Ad Abdulrazak Gurnah il Premio Nobel per la Letteratura 2021

7 ottobre 2021 by

:: Caduta libera, di Natascia Sgarbossa

7 ottobre 2021 by

Mentre rientrava a casa in tram, con il viso rivolto al finestrino, Elena Ballarin scorse una famiglia intenta a scaricare i bagagli dall’auto. Dovevano essere tornati dalle vacanze estive e sembravano felici a giudicare dall’espressione rilassata dei volti. Era da questi particolari che si notava il grado di affinità di una coppia. Di certo non erano ancora entrati nella fase di apatia a cui seguiva quella di ostilità. In quel preciso momento provò una sensazione di grande malinconia, pensando alla sua di famiglia, che ormai non c’era più.
Non sapeva se a mancarle davvero fosse il suo vecchio ménage quotidiano o l’illusione della sicurezza. E poi, sicurezza, per difendersi da cosa e da chi? Quali oscure entità minavano alla sua vita, Elena Ballarin non sapeva dirlo. Le persone si costruivano prigioni perché temevano la solitudine. Più che altro, pensava, le mancava l’idea di ciò che erano stati. Trovare la luce accesa al rientro la sera e allungare i piedi freddi nel letto in direzione di Giacomo. C’era stato un tempo in cui amava addormentarsi contro la sua schiena. Si sentiva felice e protetta e lo era ancor di più sapendo che la piccola Sophie dormiva beata nella stanza accanto. La cameretta dalle pareti verde acqua che aveva dipinto con tanto amore e decorato negli anni con ninnoli e fotografie dei loro momenti felici. Quello era stato per tanti anni il loro mondo. Poi le cose erano cambiate. Piano piano, giorno dopo giorno, erano diventati sempre più distanti o, come era solita autodefinirsi lei, semplici gestori della casa. Giacomo era un bravo compagno, ma col tempo aveva smesso di essere il suo uomo. Si erano conosciuti ventenni alla facoltà di lettere e da allora non si erano più lasciati. Lei gli voleva un gran bene, ma non riusciva più ad accoglierlo nel suo corpo. Si era resa conto che non era sufficiente essersi amati moltissimo da ragazzi per far funzionare un matrimonio. Ci volevano gratificazioni. Complicità. Risate. Ecco, lei e Giacomo avevano smesso da un pezzo di divertirsi insieme, come se l’esser diventati marito e moglie prima e genitori poi li avesse privati di quella primordiale e a lei necessaria lievità. Si era aperta una sottile crepa fra loro che non si sarebbe più rimarginata. Al principio non badò alla cosa, sapeva che succedeva a tutte le coppie di lungo corso, poi, però, iniziò a rifletterci. Non poteva fare come se niente fosse e mettere la testa sotto la sabbia. Non era questo il modo per riportare verve al loro rapporto ormai logoro. Cercava di fare luce dentro di sé, ma era da tempo ormai che non riusciva a darsi pace. Lui forse non se ne era accorto nemmeno oppure gli stava bene così, comodo nel suo bozzolo. Del resto era sempre stato un tipo tranquillo. E poi c’erano quei gesti che la infastidivano profondamente. Come quando parlava con la bocca piena sapendo che a lei non piaceva. Senza parlare delle sue piccole manie. Controllare più volte le mandate di casa, chiamarla tutti i giorni alla stessa ora per sapere se doveva passare al supermercato, anche quando lei aveva già fatto la spesa. Giacomo era un uomo mite ed abitudinario, in ogni ambito. Elena l’esatto contrario: passionale e dotata di grande immaginazione.
Subito dopo l’università aveva iniziato a collaborare per una rivista di cinema indipendente per poi approdare a una nota testata nazionale. Giornalista brillante ed appassionata si era battuta da sempre per i diritti delle donne. E fra questi la libertà di scelta era in cima alla sua lista. Ostinata al punto da sembrare insistente quando credeva in qualcosa, come quando era andata dal Magnifico Rettore dell’Università Statale per denunciare le molestie di un illustre professore. Non aveva paura di metterci la faccia lei. Non avrebbe potuto tacere la corruzione che dilagava nei corridoi di un nota clinica privata milanese facendone trapelare nomi e cognomi. Aveva ricevuto minacce anonime, ma non si era arresa. Nella sua carriera aveva firmato pezzi che contestavano la disparità di genere, il razzismo, l’omofobia. Sua madre se la ricordava così anche da bambina. Anarchica e cocciuta, ma coscienziosa. Aveva messo sempre il cuore in ciò che faceva. Lui se ne era innamorato all’istante durante una manifestazione universitaria. Ne aveva colto immediatamente l’impeto e l’audacia. Era rimasto folgorato dalla sua forza vitale. Giacomo, dal canto suo, aveva personalità, pur essendo riservato. Era uno di quelli che si fanno notare anche stando in silenzio. La chiamano aura. Piaceva alle ragazze proprio per questo. La passione per le lettere li aveva uniti. E lei aveva trovato in lui una tenerezza che la rassicurava. L’aveva sentito famigliare, sin dal loro primo incontro. Si era fidata subito di lui. Quelle cose a pelle che non puoi spiegare. Un amore di ragazzo, l’aveva definito nonna Maria. Erano passati tanti anni da allora, da quando lo aveva portato per la prima volta a casa, nella tenuta agricola dei suoi genitori, alle porte di Verona, dove producevano ottimo Soave e Valpolicella Doc. Elena Ballarin, però, era diversa dalle donne della sua famiglia. Non era devota come sua madre, figuriamoci come sua nonna. Lei non aveva desiderato altri figli dopo Sophie, nonostante le pressioni di marito e suocera. Una signorona di Monza che viveva per la casa e i figli, a detta sua. “Un figlio solo è troppo poco!” le ripeteva mentre spadellava in cucina, non era tipa da starsene con le mani in mano, la signora Lucia. “Quando non ci sarete più resterà sola e non c’è niente di peggio al mondo della solitudine cara mia!” Ed Elena “Oh, ma ci sono sempre gli amici…” amava scherzarci su. “Eh, gli amici ti abbandonano nel momento del bisogno!” ribatteva implacabile la suocera con quel suo modo tutto particolare di gesticolare. Quelle parole erano l’introduzione al pranzo domenicale che si svolgeva ad una tavola imbandita nell’accogliente sala di pranzo dei genitori di Giacomo, alla presenza del fratello Simone con la moglie Giovanna e i loro due bambini modello. “Guarda Giovanna com’è felice coi suoi due bei maschietti! Un po’ di sacrifici all’inizio, ma poi vivi di rendita…” Al che Giovanna annuiva, elencando pregi e difetti dell’avere due figli in un tempo molto ravvicinato. Elena la ascoltava per educazione, ma trovava del tutto fuori luogo tali considerazioni, dal momento che concepiva la maternità come una vocazione più che un dovere. Si sentiva prima di tutto una donna e una giornalista. Ai bambini non ci aveva mai pensato, anche se a volte le piaceva l’idea di crescere una creaturina sua, con gli occhi di Giacomo e le sue fossette. Pensava che un figlio fosse più di un corpicino da nutrire e lavare, ma un cuoricino di cui prendersi cura emotivamente. Richiedeva tempo e attenzioni. Ci volevano desiderio e passione, anche per essere madre. Soprattutto per essere madre.
Quando nacque Sophie fu molto felice della maternità, ma non nascose mai la fatica dei primi mesi. La piccola le aveva insegnato la pazienza e la tolleranza. Nessuno, nemmeno sua madre, le aveva detto prima di allora che da quel momento quell’esserino avrebbe dipeso de lei almeno per i futuri vent’anni. Sophie non dormiva la notte ed Elena la cullava da una stanza all’altra del loro appartamento, finché crollava esausta. Sua madre non l’aveva mai potuta aiutare abitando in Veneto. Era venuta alla sua nascita, ma aveva portato così tanto scompiglio, come del resto era solita fare, che preferì cavarsela da sola. Grazie al cielo, anche Monza era a una distanza di sicurezza tale da sollevarla dal peso di avere la suocera in casa quotidianamente. Le visite comandate avevano luogo la domenica mezzogiorno, il che era accettabile. Quando varcava la soglia dell’appartamento materno, Giacomo tornava ad essere un bambino, nel senso meno nobile del termine. Sua madre lo sbaciucchiava prima ancora di dare il benvenuto ad Elena, cosa che funzionava esattamente al contrario da lei a Verona. Poi era la volta della piccola Sophie, sollevata dalle braccia corpulente della nonna che, osservando il figlio con orgoglio, diceva: “Guardala come ha preso tutta da te!” Ma quando Sophie, crescendo, divenne incline alle monellerie, si domandava a chi dei due somigliasse, dal momento che i suoi figli erano stati due così bravi bambini! Quel temperamento turbolento doveva averlo certamente ereditato dalla famiglia Ballarin. Appena saputo quel che era successo fra lei e Giacomo però, Lucia Bonfanti era stata l’unica a non puntarle il dito. Questo se lo ricordava bene. Così Elena aveva rivalutato quella donna dallo spirito pratico e dalla parlantina veloce. Aveva cercato di spiegarle, ma Lucia l’aveva zittita, ancora una volta, prendendole le mani fra le sue. “Non dirmi niente gioia, per me nulla è irreparabile. Può succedere. Pensate alla bambina e non buttate via tutto”. Questo le aveva detto con gli occhi lucidi. In quel momento Elena le aveva voluto sinceramente bene.
Giacomo avrebbe anche potuto perdonare il tradimento e lei lo sapeva, ma ciò che non riusciva ad accettare era stato il dopo, quando ci era ricascata e aveva scoperto che continuava a ingannarlo. Un brivido gelido le passò dietro la schiena scendendo all’altezza del piccolo seminterrato che era divenuto la sua nuova casa. Quello di cui si rendeva conto, alla luce dei fatti, era di essere piombata in una profonda miseria personale per cui provava addirittura imbarazzo. Oltre ad essere moralmente depressa doveva affrontare i problemi economici. Non sapeva se le avrebbero rinnovato il contratto al giornale ed il suo blog era ormai scaduto. Si sentiva svuotata e più tentava di non pensarci, più finiva col cercarlo nella sua mente. Chiudeva gli occhi e ricordava certi attimi. Una sera, usciti dalla redazione, erano andati a bere una birra e lei aveva vuotato il sacco. Diego se ne approfittò. Elena non aveva mai tradito il marito prima, ma il ragazzo era piombato nella sua vita come un fulmine a ciel sereno con la vitalità ed il vigore dei suoi trent’anni. Ecco, ora si rendeva conto di questa verità. L’amore con Giacomo era semplicemente finito. In quel momento lei aveva bisogno di emozioni forti e Diego gliele aveva date. Era più semplice di quanto si pensasse la cosa. Che cos’era l’amore lei non lo sapeva dire, ma forse, pensandoci bene, aveva a che fare col rinascere. Sentirsi di nuovo vivi.
Diego che arrivava affamato di lei la mattina, Diego che sapeva farla ridere. L’intesa con lui era stata immediata . Si era sentita donna dopo anni di svogliata routine. Si erano desiderati a lungo prima di lasciarsi andare e questo aveva reso il tutto più eccitante. Non riusciva a stargli lontano, bastava sentirne la scia di profumo quando le passava accanto per desiderarlo. Sognava le sue mani dappertutto, aveva sempre una gran voglia di fare l’amore con lui. Confidente, amico e meraviglioso amante. Si era innamorata del ragazzo come ci si innamora sempre, all’improvviso. Un giorno era tornata a casa particolarmente felice e Giacomo l’aveva notato, ma non ci aveva dato troppo peso. Per una legge fisica di attrazione quando siamo felici diventiamo più belli.
Anche gli uomini la osservavano lungo la strada, la camminata stanca aveva ceduto il passo a un incedere diverso. Persino il portinaio della redazione notò la trasformazione e una mattina, al suo passaggio, si lasciò sfuggire un commento con il Cavalier Maggioni. “Quic’è senz’altro di mezzo un uomo”, disse, strizzando l’occhio.
La sala convegni del giornale, al quinto piano della redazione, diventò il loro pied-à-terre. Elena ne aveva le chiavi, essendo la responsabile della sicurezza. Si incontravano quando era possibile e ogni volta si pregustava il momento. Parlavano tanto, specialmente all’inizio. A volte andavano a casa di lui, un accogliente monolocale in Viale Tunisia dove giocavano a letto ascoltando musica trap. Che attimi liberatori aveva vissuto! Si era sentita di nuovo giovane e libera, con la spensieratezza dei suoi vent’anni. Non avvertiva i quattordici anni di differenza, era ancora molto bella e Diego la faceva sentire meravigliosa . Fu una passione travolgente, finché un giorno si dimenticò la brutta copia di una lettera indirizzata a lui nella borsa e Giacomo scoprì il tradimento. Si dice che lasciamo tracce per essere scoperti. Forse Elena aveva inconsciamente cercato il modo di venire a galla.
Giacomo reagì male minacciando di prendersela col ragazzo qualora non avesse troncato immediatamente la relazione. Lei cercò di calmarlo, gli giurò che avrebbe smesso, che era stata una pazzia, ma sapete com’è in questi casi: al cuor non si comanda. Inutile tentare di ricucire invano, quando un vaso è rotto si aggiusta, ma nei sentimenti amorosi non è proprio così che funziona. Una volta compiuto il cerchio niente torna più come prima. Resta l’amaro in bocca a chi ha subito. Il senso di colpa a chi se ne è andato, insieme al giudizio impietoso della gente. Bisognerebbe prenderne atto ed avere il coraggio di guardare avanti, ma Giacomo non poteva accettare di perdere tutto per un ragazzino e fece in modo di trovare una cura per il loro vaso rotto.
Al secondo piano di un austero palazzo Liberty, in zona Cordusio, li accoglieva ogni martedì sera la Dottoressa Brancati. Era una bella donna di mezz’età che aspirava a sembrare più giovane, con grossi seni rifatti, messi in bella mostra da generose scollature e un viso ritoccato che appariva del tutto inespressivo. Chissà da quali dilemmi era attanagliata per occuparsi dei problemi sessuali altrui, pensò Elena quando la vide per la prima volta. Ebbe l’impressione che tutto fosse una farsa. La donna fece loro domande intime e diede loro anche compiti da svolgere a casa.
Elena trovò del tutto inutile questa storia della terapia di coppia. Le pareva una pagliacciata. Niente e nessuno avrebbe potuto risvegliare un ardore che si era lentamente assopito negli anni. Le persone non accettavano la fine delle cose, ma questo faceva parte dell’inesorabilità della vita. La lotta contro il tempo della dottoressa Brancati ne era una triste testimonianza. In capo a un mese non ci volle più andare e cercò di convincere il marito che avrebbero ricominciato daccapo, senza l’aiuto di terzi.
Ce la mise tutta per toglierselo dalla testa, soprattutto per il bene della piccola Sophie, ma Diego non si arrese.
Il ragazzo non si dava per vinto, anzi più la donna lo respingeva, più provava piacere nel cercarla. La resistenza andò avanti per poco, finché un giorno lui la bloccò in ascensore e la prese con tutto lo slancio che aveva. Le disse che sarebbero stati attenti, che mai avrebbe potuto rinunciare a lei. Iniziarono altre bugie. Corse a casa sua, pranzi saltati e tanta impazienza. Impazienza che il week-end passasse alla svelta per tornare in ufficio il lunedì mattina. Dispiacere di non potergli fare una telefonata serale, oppure doversi nascondere in bagno per mandare un messaggio e cancellare subito dopo la chat. Ma anche il timore che Diego potesse stancarsi di lei e lasciarla per una ragazza più giovane e appetibile. Nei giorni bui, quando era costretta alla convivenza forzata, restava a casa in tuta e nel vedersi allo specchio si trovava di colpo vecchia e sciatta, poi però le bastava un cenno del suo giovane amante per sentirsi di nuovo desiderabile. Allora non badava a spese per abiti succinti e nuove nuance per il trucco, si era anche regalata un taglio alla moda e così, parola di Diego, sembrava proprio una ragazzina. Però la stanchezza incombeva su di lei. La tensione per tenere in piedi tutta la sua fragile impalcatura l’assaliva nei momenti più inaspettati sotto forma di tachicardia. Non c’era niente da fare: Elena Ballarin era tutto fuorché una brava equilibrista o, come diceva la sua amica Gaia, non era semplicemente tagliata per il tradimento. C’erano donne nate per farlo, ma non lei. Le dispiaceva mentire a Giacomo e si sentiva terribilmente in colpa. A volte era così stanca da non riuscire a godersi i momenti con il suo giovane amante. In capo a un anno non ce la faceva più a stare dietro a tutto. Il giornale, Sophie, Diego, la casa, Giacomo che ora le chiedeva più attenzioni. Diego la voleva sempre e nei posti più disparati. Arrivava a sera esausta. Di idee per il blog ormai non ne aveva più. Perdeva colpi. Si dimenticava le cose oppure rispondeva male a Sophie per un nonnulla. Subito dopo se ne pentiva e correva ad abbracciarla. Era irrequieta. Da qualche tempo poi, avvertiva una strana sensazione, come se Diego si fosse allontanato.
Non le scriveva più, i caffè al bar si erano diradati e subito dopo l’amore, senza più baci, né preliminari, si rivestiva in fretta. Sensazioni. Elena lo aveva favorito non poco nel lavoro e spesso i colleghi le lanciavano frecciatine.
Andò così. Qualcuno fece la spia e Giacomo non riuscì a perdonarla per la seconda volta. Fu una tragedia. Il marito intentò una causa di separazione giudiziale per colpa a fronte della flagranza di reato chiedendo l’affidamento della bambina e l’assegnazione della casa coniugale oltre al cospicuo pagamento di tutte le spese legali. Sophie avrebbe vissuto prevalentemente col padre nel loro appartamento di Porta Venezia, andando due weekend al mese a casa della mamma. Elena avrebbe potuto vederla anche un giorno infrasettimanale da designare in accordo col padre. Ma quel che era peggio, Sophie ora non voleva parlarle. Il padre non le aveva risparmiato la verità. Per punire la moglie aveva ferito a morte la bambina.
Al quinto piano della redazione lei e Diego erano stati ripresi da una microtelecamera di sorveglianza ed ora lei rischiava il posto oltre che la faccia. Le pareva di sentire i commenti sprezzanti della gente anche sul tram, forse le sue colleghe maligne avevano capito fin dall’inizio di che pasta era fatto Diego. Infide sì, ma più astute e sagge di lei. Che ingenua era stata a fidarsi del ragazzo! A che cosa le erano serviti i moniti di sua nonna? Non le aveva sempre detto di stare in guardia chel’uomo ècacciatore? Se la ricordava bene la storia del paròn che aveva messo incinta la giovane governante. Quel racconto aveva segnato la sua educazione sentimentale portandola a dividere i maschi in due categorie: i buoni e i cattivi. Era forse per questo che aveva scelto Giacomo? Si era forse sentita intimamente rassicurata dalla sua prevedibilità? E poi le venne in mente sua madre, lei sì che era stata una moglie devota, sposata per quarantasette anni alla buonanima di suo padre. Lei, invece, non aveva saputo rinunciare al suo desiderio, non era questione di sesso, centrava il cuore. In Diego Elena aveva trovato una parte di sé, era stato come guardarsi allo specchio. Aveva ritrovato quella ragazza alla ricerca della verità. Non sono cose che si scelgono, accadono. Chi poteva capirla? Di certo non sua madre. Chissà come l’avrebbero biasimata alle cantine.
Questo e molto altro le balenava per la testa nella triste luce del suo nuovo domicilio. Le avevano fatto un prezzo di favore essendo amica di amici del proprietario. Le scure porte in formica ne incupivano l’ambiente e la tela cerata sul tavolo, a motivi floreali anni settanta, le ricordava le pacchianerie delle case modeste in cui aveva alloggiato ai tempi del suo arrivo a Milano. Un’accozzaglia di stili e oggetti buttati lì a caso. Non si sarebbe abituata a vivere senza Sophie. Ora, molto lucidamente, riusciva a vedersi in tutta la sua miserabile disperazione. Come se potesse osservarsi dal di fuori: vedeva una donna distrutta e umiliata. Le corse estenuanti degli ultimi mesi l’avevano consumata non solo nello spirito, ma anche nel fisico già asciutto, ora visibilmente sciupato. Carola Bonomi, sua acerrima nemica al giornale, non le aveva risparmiato l’umiliazione quando era uscita a testa bassa dall’ufficio del direttore. Aspettava il momento da anni. Il giudizio degli altri l’avrebbe anche potuto accettare, ma la vigliaccheria di Diego, quella no. Le pungeva come una spina nel fianco. A volte da toglierle il fiato. In quello stato non poteva scrivere e nemmeno pensare. Nel seminterrato buio in cui aveva trovato asilo provvisorio le pareva di essere stata calata in castigo negli inferi. Eccola, spettatrice impotente della sua caduta libera.
Diego non solo non le era stato vicino, non ci aveva neanche provato, ma era scappato a gambe levate dopo averne tratto il suo personale tornaconto. Mesi prima lo aveva presentato lei stessa alla direttrice di una nota rivista di moda, che ora gli aveva offerto un’ottima opportunità, oltre che un posto nel suo letto. A pensarci, provava una gran rabbia e delusione. Rabbia verso sé stessa per non essersi saputa fermare in tempo. Per avergli permesso di umiliarla fino a quel punto. In quell’attimo, raggomitolata sul divano, ricordava particolari rivelatori. Non aveva saputo o voluto coglierli. Siamo così ciechi quando ci abbandoniamo alle passioni, pensò. Si versò delle gocce in un bicchiere e bevve d’un fiato. Non le restava che buttarsi a letto e dormire. Solo di questo aveva voglia.
Ci sarebbe voluto tempo per ricominciare. L’estate volgeva ormai al termine. Presto sarebbero arrivate le foglie d’autunno.

(Racconto tratto dalla raccolta “Attraversando il Confine” di Natascia Sgarbossa, Compagnia della Rocca Edizioni, luglio 2021).

Pubblichiamo il racconto grazie all’autorizzazione dell’editore, che ringraziamo.

L’autrice: Natascia Sgarbossa vive ad Arona (No), dove lavora come segretaria nella piccola azienda di famiglia che opera nel settore plastico dell’indotto automobilistico. È mamma di Vittoria, 12 anni, e coltiva la passione di scrivere da sempre. Questa è la prima pubblicazione. Si tratta di storie di vita contemporanea fatte di sentimenti, scelte, rivelazioni e decisioni. Vicende di uomini e donne di questa nostra epoca che porta con sé difficoltà e prospettive. I suoi studi linguisitici l’hanno portata a viaggiare molto e a vivere a Londra e a Milano oltre che in altre città europee per brevi periodi.

:: Mi manca il Novecento: Antonio Debenedetti e la memoria del Novecento – a cura di Nicola Vacca

4 ottobre 2021 by
ANTONIO DEBENEDETTI

I miei maestri sono tutti nel Novecento. Alcuni di questi ho avuto l’onore di conoscerli grazie alla mia attività di critico letterario. Antonio Debenedetti, l’ultima grande voce di quel Novecento che ci manca, se n’è andato in queste ore.
Figlio del grande critico letterario Giacomo, ho avuto l’onore di essergli amico quando vivevo a Roma. Per un lungo periodo ci incontravamo ogni giorno e io passavo ore intere a ascoltarlo, perché lui aveva molto da raccontare.
Le nostre chiacchierate nel suo appartamento alle spalle di Fontana di Trevi mi hanno insegnato tanto.Mi parlava del Novecento e della sua umana civiltà letteraria di cui lui è stato un autorevole testimone. Antonio era anche un grande scrittore di racconti e un perfetto romanziere.
Insomma un vero figlio d’arte.
Fui contento quando nel 2007 accettò di scrivere la prefazione a un u mio libro pubblicato da Manni.
Antonio Debenedetti è stata una memoria storica del nostro mondo letterario. Ha avuto il privilegio di conoscere i più importanti tra poeti e scrittori del Novecento.
Seguendo professionalmente le orme paterne, Debenedetti si è occupato di libri per tutta la sua vita, una delle firme più autorevoli della Terza pagina del Corriere, critico letterario degno di suo padre.
Al meraviglioso mondo della società letteraria del secondo Novecento, Antonio nel 2005 ha deciso di dedicare un libro di ricordi e impressioni. In Un piccolo grande Novecento (Manni editori, pagg.175, euro 14) l’autore conversa con l’allora giovane scrittore Paolo Di Paolo, aprendo l’archivio della memoria di casa Debenedetti.
In presa diretta e con una poetica nostalgia, Antonio Debenedetti si racconta attraverso i più grandi scrittori del secolo scorso, che ha avuto la fortuna di incontrare e di conoscerne in maniera approfondita vizi e virtù.
Ci sono proprio tutti: Dario Bellezza, Giorgio Caproni, Giuseppe Ungaretti, Mario Soldati, Alberto Moravia, Sandro Penna, Vincenzo Cardarelli, e molti altri ancora. Debenedetti ha avuto il grande privilegio di poterli più volte incontrare, trascorrere moto tempo a parlare con loro di libri, letterature e molto altro.
Il critico letterario, ma anche lo scrittore, ha deciso di rendere pubblica la sua memoria, ma anche di dare sfogo a quella più privata e intima, sui bellissimi anni del Novecento letterario.
In tutte le pagine di questo libro si trovano i segni di quella grande civiltà letteraria che è stata la storia novecentesca italiana, raccontata da uno dei suoi protagonisti più veri.
Antonio Debenedetti, che ha attraversato il secondo Novecento da scrittore, da protagonista, da critico, con grande trasporto emotivo non ha mai dimenticato di essere stato spettatore privilegiato delle trame novecentesche.
Continuava a scrivere con la speranza che di quella grande lezione del Novecento i posteri potessero beneficiarne. Soprattutto oggi che la letteratura contemporanea sembra preferire sempre più l’autoreferenzialità alla consolidata esperienza di una società letteraria di cui Debenedetti è stato ieri protagonista, oggi testimone sentimentale.
Ha continuato a scrivere libri e articoli che recuperano la memoria di una delle stagioni più belle della nostra letteratura.
Debenedetti ha avuto la fortuna di conoscere quasi tutti i più grandi scrittori del secondo Novecento. Tutti i più grandi nomi di quella inarrivabile società letteraria (Bassani, Moravia, Caproni, Penna, Ungaretti, Saba) hanno abitato la sua casa. Debenedetti è l’ultimo testimone di quella memorabile stagione, e in tutti i suoi libri è sempre attento a recuperarne la memoria troppo in fretta dimenticata dai cosiddetti nuovi talenti.
Lo scrittore Debenedetti non ha mai dimenticato l’età dei maestri e ogni volta che ha pubblicato un nuovo libro di racconti o un romanzo si è sempre affidato al vissuto di quell’epoca ogni più intima percezione della sua scrittura:

«Se mi guardo indietro, se penso che da bambino ho giocato con la ghiaia nel giardino di Croce a Sorrento, se rammento di essere stato sulle ginocchia di Saba, se mi dico di aver avuto come maestro elementare Giorgio Caproni, mi pare, legittimamente di aver attraversato due o tre epoche nella storia. Sono entrato nel nuovo millennio come se fossi sbarcato da un’altra era».

Debenedetti è stato anche un grande inventore di trame e un maestro della scrittura breve. I suoi racconti sono esempi perfetti di letteratura autentica.
Ogni suo libro (i libri per lui sono dichiarazioni d’amore fatte a virtuali, future amanti, biglietti di viaggio per assicurarsi un posto nell’aldilà) va assolutamente letto non soltanto per tutto quello ha rappresentato nella nostra letteratura, ma per le bellissime storie che è riuscito a donarci attraverso la sua scrittura e creatività impareggiabili. Come non ricordare il suo libro più bello: Un giovedì, dopo le cinque. Romanzo che è tutto dentro la grande storia del Novecento e dei suoi maestri: il lungo monologo di un ottantenne che racconta la sua esistenza fatta di nulla e di inganni. Questa storia è il palcoscenico dove vanno in scena tutte le vicende di un secolo con le sue ipocrisie e i suoi risentimenti.

«Credo che Un giovedì, dopo le cinquescrive Alfonso Berardinelli nella prefazione all’ultima ristampa del libro – sia nato dalle vicende sterili della nostra narrativa novecentesca, dalla sua febbrile, ricorrente impotenza a partorire protagonisti credibili e memorabili. Per produrre un tale evento ci voleva una certa “forza della disperazione”. Ci voleva la violenza insoddisfazione (allarmata) di un autore maturo come Antonio Debenedetti, che pur avendo scritto diversi libri notevoli soffriva di non aver dato il suo libro esemplare: di non aver fatto i conti con la generazione dei padri, con la generazione centrale del secolo, quella che aveva abitato (e determinato) quel Novecento italiano che stava finendo».

Con Antonio Debenedetti si spegne una grande luce e se ne va per sempre un intellettuale che come pochi è stato testimone diretto e sentimentale del Novecento e della sua letteratura.

:: Un’intervista con Edi Lazzi, Segretario generale della Fiom-Cgil di Torino, autore di “Buongiorno, lei è licenziata” (Edizioni Gruppo Abele) a cura di Giulietta Iannone

4 ottobre 2021 by

Buongiorno Edi, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa mia intervista. Inizierei con le presentazioni: presentati ai nostri lettori, raccontaci qualcosa di te legato sia al lavoro che alla tua vita.

Sono torinese, ho 50 anni, sposato da 23 e ho due figli Arianna di 20 anni e Amos di 19. Ho conseguito due lauree una in Scienze Politiche e l’altra in Scienze dell’amministrazione e consulenza del lavoro conseguita alla facoltà di giurisprudenza.

Per quanto riguarda il lavoro attualmente ricopro l’incarico di segretario generale della FIOM-CGIL di Torino il sindacato delle metalmeccaniche e dei metalmeccanici. Un lavoro che mi appassiona e mi permette di contribuire a delle giuste cause a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori di questo importante settore economico. È da quando ho 14 anni che mi occupo di politica e di sindacato, prima come militante e attivista poi dai 29 anni, come lavoro a a tempo pieno.

Certo, è un periodo difficile in quanto il lavoro è sempre più svalorizzato, precario, insicuro, ma proprio per questo ci metto tutto l’impegno possibile per provare a migliorare la condizione di coloro che per vivere devono lavorare.

Sei l’autore di Buongiorno, lei è licenziata – Storie di lavoratrici nella crisi industriale (Edizioni Gruppo Abele 2021) un interessante volume che raccoglie le esperienze di 10 donne, lavoratrici del settore automotive della zona Torino e hinterland, che anche dopo trent’anni di lavoro, a un passo dalla pensione, hanno perso il lavoro e si sono dovute reinventare una vita. Come le hai conosciute? Le hai contatate tu, o si sono presentate spontaneamente saputo della tua intenzione di scrivere questo libro?

Sono tutte donne straordinarie che lavoravano nelle aziende che in questi anni abbiamo seguito come FIOM-CGIL, di cui abbiamo gestito le vertenze per difendere l’occupazione, per garantire gli ammortizzatori sociali e il sostegno al reddito. Purtroppo, queste vertenze sono state moltissime, soprattutto a Torino, città profondamente in crisi economica e industriale. Quando ho avuto l’idea di scrivere il libro, ho chiesto ai delegati sindacali interni di farmene conoscere alcune per intervistarle e così sono state individuate le dieci storie raccontate in buongiorno, lei è licenziata..

Come è nata l’idea di scrivere questo libro? E come hai deciso di scegliere le testimonianze di lavoratrici donne. Il lavoro femminile è ancora più penalizzato in questo periodo di crisi industriale e sociale?

L’idea nasce da una ricerca che abbiamo condotto sul numero dei posti di lavoro persi, delle fabbriche che hanno chiuso nel nostro territorio a partire dall’inizio di questa crisi che perdura ormai dal 2008. Dietro quei numeri ci sono persone in carne e ossa, non possono essere considerati semplicemente un dato statistico perché ogni licenziamento porta con sé delle storie di vita. Allora abbiamo deciso di raccontarle, per parlare con l’opinione pubblica, per mettere in risalto l’importanza del lavoro, per provare a ricercare soluzioni a questa devastante crisi. Ci siamo concentrati sulle donne poiché sono loro che stanno pagando il prezzo più alto. Le donne fanno più fatica degli uomini a ricollocarsi, le aziende a parità di mansione e qualifica preferiscono assumere gli uomini. È assurdo, siamo nel terzo millennio, ma purtroppo è così!

Il periodo delle lotte sindacali degli anni ’70 e ’80 sembra finito per sempre, i lavoratori hanno sempre meno diritti e sempre più oneri. È una sensazione reale o c’è dell’altro?

È assolutamente reale, le lotte sindacali degli anni ’70 hanno avuto un riflusso dettato dalla predominanza di idee economiche e politiche favorevoli alla deregolazione del mercato del lavoro, alla sua svalorizzazione. Hanno cambiato le leggi che tutelavano le lavoratrici e i lavoratori rendendoli più deboli e ricattabili. La libertà di movimento dei capitali e la globalizzazione hanno poi dato il colpo finale.

Angela, Rossana, Anna, Daniela, Giuseppina, Silvana, Giovanna, Assunta, Tania, Maria Elena, questi sono i nomi delle donne coinvolte, una riflessione è d’obbligo: sono state molto coraggiose a riportare alla memoria periodi della loro vita molto dolorosi. Perchè la perdita di lavoro è un “lutto” e come il lutto va elaborato. A Torino esistono strutture che supportino econimicamente e anche psicologicamente chi perde il lavoro?

A Torino, come in tutta Italia, non esistono strutture in grado di aiutare chi ha perso il lavoro. I centri per l’impiego non funzionano correttamente e i percorsi di out placement, come viene raccontato dalle donne protagoniste del libro non sono in grado di dare una mano concreta alla ricollocazione.

Mi ha colpito soprattutto, nel leggere le testimonianze, che la perdita del lavoro non è solo una perdita economica e di sostentamento materiale, ma lede anche componenti etiche e morali più profonde, impedisce a queste donne di sentirsi parte di una comunità, impedisce a queste donne di partecipare attivamente con il loro lavoro al bene comune. Ha colpito anche te?

É sicuramente uno degli aspetti che mi ha fatto maggiormente riflettere. Una delle protagoniste esprime con forza questo concetto quando dice che «il lavoro è vita, nel lavoro c’è la realizzazione della persona, c’è l’identificarsi nella comunità e si contribuisce al bene comune».

Quando ti portano via il lavoro, ti portano via una delle parti fondamentali dell’esistenza umana.

Le esperienze di vita di queste donne sono le più diverse: ci sono donne single, madri di famiglia, donne che hanno perso il lavoro assieme ai loro mariti, per cui di colpo è mancato ogni reddito per il nucleo familiare. La perdita del lavoro genera un concatenarsi di eventi, legati a chi dipende dal lavoro delle lavoratrici, penso soprattutto ai figli, e mi viene in mente il ragazzo che voleva annullare la sua festa di compleanno. Come vivono questo “lutto” i familiari del lavoratore che perde il lavoro?

È un dramma che colpisce tutto il nucleo famigliare, soprattutto quando il licenziamento lo subisce l’unica che porta reddito nella famiglia. In questi anni abbiamo visto molti casi di persone licenziate in famiglie monoreddito che si sono trovate spaesate, impaurite sul futuro. Una condizione di questo tipo ha, inevitabilmente impatti su tutta la famiglia anche sui figli, che rendendosi conto della situazione, cercano di dare come possono il loro supporto. I bambini, i ragazzi sono coinvolti emotivamente e psicologicamente perchè percepiscono la grande difficoltà che la famiglia si trova ad attraversare e hanno anche paura per il loro futuro. Concetti che nel libro sono raccontati in modo lucido dalle protagoniste.

Tutto ciò spinge a considerare l’importanza di un ripensamento dell’industria attraverso gli strumenti che ancora esistono a disposizione dalle scelte politiche tese a una politica attiva del lavoro come priorità alla riconversione ecologica. Pensi sia da rielobare tutta un’etica del lavoro?

Nel libro tocchiamo anche questo argomento, soprattutto nell’introduzione. L’etica del lavoro deve essere rivista. Al centro delle politiche devono esserci i soggetti e non gli oggetti che si producono. Interrogarsi sulle scelte delle aziende che delocalizzano, semplicemente per guadagnare qualche euro in più e nel contempo privano del lavoro centinaia di famiglie, è un argomento che dovrebbe essere approfondito dai decisori politici al fine di evitare che queste cose accadano. Così come puntare sulla riconversione ecologica può rappresentare un buon volano per creare nuova occupazione. Insomma da fare ce ne sarebbe molto, è che bisognerebbe implementare nuove politiche economiche che al momento non sono minimamente prese in considerazione.

Gli strumenti ci sono basta avere il coraggio di utilizzarli e non arrendersi alla tentazione di smettere di investire e delocalizzare in paesi con minori tutele sindacali, minori costi, minori rischi. Come si potrebbe sensibibilizzare i dirigenti industraili sui limiti e le necessità di una ridefinizone di obblighi e considerazioni non solo economiche ma anche etiche?

Sensibilizzare i dirigenti industriali la vedo davvero dura perchè hanno il mandato dagli azionisti di massimizzare i profitti in qualunque modo e nel più breve tempo possibile. Servirebbero invece delle leggi di emanazione nazionale e comunitaria che mettano delle regole e dei limiti alle aziende sui processi di delocalizzazione, soprattutto per quelle che hanno ricevuto dei sussidi da parte dello stato..

Chiude la carrellata la testimonianze di Maria Elena, ex Embraco, vertenza non ancora conclusa. Sei ottimista, c’è ancora spazio per la speranza?

Stiamo continuando a portare avanti questa battaglia per evitare che i 400 addetti vengano licenziati alla fine di quest’anno. L’unico modo per scongiurare questa ulteriore tragedia è che il governo decida di creare una società mista pubblica/privata con un progetto realistico di reindustrializzazione di quel sito. Altre vie, purtroppo non ce ne sono. Noi come sempre saremo al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori.

Grazie della tua disponibiltà.

Una storia di stregoneria di Chris Colfer (Rizzoli, 2021) a cura di Elena Romanello

3 ottobre 2021 by

Continua per Rizzoli la nuova saga Storie di magia, tra fantasy e fiabesco del prolifico Chris Colfer, con Una storia di stregoneria, seguito di Una storia di magia.
Nel capitolo precedente Brystal e i suoi amici hanno salvato i regni del loro mondo dalla minaccia della Regina dei Ghiacci, scoprendo anche la sua vera identità con cui dovranno fare i conti e sono riusciti in un’impresa ancora più difficile, far accettare la comunità magica in regni che l’avevano bandita e vista come un pericolo.
Anche per le donne e le ragazze che praticano la magia le cose vanno meglio, e certi tempi bui che Brystal ha avuto modo di conoscere sulla sua pelle sembrano ormai finiti per sempre. Ma nuove minacce possono emergere.
Un giorno all’Accademia magica arriva una strega misteriosa di nome Lady Mara, esaltando la magia nera, ancora un tabù nei Regni e cercando di reclutare delle fate per i suoi scopi. Lucy, amica di Brystal, da sempre tentennante tra bene e male, accetta di seguirla nella sua Scuola di Stregoneria rivale, scoprendo presto misteri e complotti occulti.
Lucy si trova infatti intrappolata in un complotto oscuro che minaccia di sterminare l’umanità, mentre in giro per il mondo la pace faticosamente acquisita sta per sgretolarsi e in molti ambienti sale la rabbia per la legalizzazione della magia. Anche perché dietro a tutto esiste un pericoloso e misterioso clan, la Fratellanza Virtuosa, con membri insospettabili, pronti a seminare menzogne, con lo scopo di sterminare ogni forma di vita magica, Brystal in testa.
In questo secondo capitolo, Chris Colfer conferma il talento per reinventare archetipi del fantastico e della fiaba, costruendo un mondo suggestivo in cui ci sono non pochi echi della nostra realtà, con temi come l’intolleranza, le fake news, il maschilismo, le discriminazioni, la paura per il diverso, senza retorica. Un libro rivolto ad un pubblico di giovanissimi sulla carta, ma in realtà godibile a qualsiasi età se non si è persa la voglia di fantasia, incorniciato da una splendida grafica che porta davvero in questo scontro tra streghe e fate.

Chris Colfer è autore bestseller e attore premiato con un Golden Globe, è stato incluso dalla rivista Time nei TIME 100, la lista annuale delle cento persone più influenti del mondo. Ha raggiunto i primi posti nella classifica del New York Times con la saga La Terra delle Storie. Una storia di stregoneria, secondo volume della saga Storie di magia, è uscito per Rizzoli nel 2021.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa, che ringraziamo.