:: La cura dell’acqua salata di Antonella Ossorio (Neri Pozza 2018) a cura di Federica Belleri

26 febbraio 2018 by
La cura dell'acqua salata

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La seconda tragica guerra è finita e a Napoli ci sono gli americani. La famiglia Romeo è composta da argentieri da generazioni, ma dalla ricchezza è passata alla povertà. Vivono nella stessa casa ultracentenaria, con lo stesso portone che li ha sempre protetti da ladri e intrusi. Portone che oggi non ha quasi più nulla da tenere da conto. Lo sanno bene Caterina e Franco, i loro figli Spina e Enzo, lo zio Eugenio e il nonno Ferdinando. Sanno che in tavola c’è poco, e quel poco dev’essere spartito. Spina sta sbocciando nella prima giovinezza, Enzo ha solo otto anni ma ne osserva incuriosito la trasformazione. Franco trascina la sua gamba poliomielitica e Caterina si è irruvidita dagli eventi e dagli affetti mancati. Lo zio Eugenio scrive le sue memorie di guerra e il nonno vive nel suo mondo perduto.
La vera storia di questa famiglia inizia nel 1766, a causa di un prezioso oggetto, un ciondolo meraviglioso e unico, un sapo gallego. Un elemento decorativo bellissimo che spesso le donne in Galizia usavano indossare. Ma la storia dei Romeo è legata anche alla marusìa, all’inquietudine del mare, alla solitudine, all’ansia e all’angoscia. Da cosa è provocata?
Un sapo, splendido e luminoso, in grado di stravolgere la vita di chi lo possiede, tramandato per generazioni, da custodire con attenzione e gelosia. In grado di provocare allucinazioni e visioni, di far percepire profumi e odori mai sentiti, di far ritrovare nei volti di perfetti sconosciuti qualcosa di familiare.
Un sapo gallego, che provoca tristezza e strane sensazioni. Che conduce il sonno ristoratore verso incubi terribili. Un gioiello che pulsa, sembra avere vita. Che costringe ad abbandonare le certezze e a cedere alle superstizioni.
Porta forse sventura?
È solenne la sua presenza, non si può evitare di ammirarlo almeno una volta al giorno, o di portarlo sulla pelle, a costo di sentirsi bruciare le viscere. È malvagio e insolente, decide la sorte, esige rispetto.
La cura dell’acqua salata, in grado di alleviare la sofferenza e il dolore. Le lacrime, che sfogano lasciando sollievo a chi si è bagnato il viso. Il desiderio di fuggire, attraversando il mare. La marusìa che ritorna e porta tristezza. Le colpe da espiare e la curiosità di un bambino, depositario di una grossa responsabilità.
La cura dell’acqua salata, un cerchio che si chiude, un destino che si compie attraverso l’affetto, l’amore e la passione. Una famiglia, quella dei Romeo, dal sapore antico. Una Napoli speciale, raccontata attraverso i quartieri, la gente, le tradizioni e le credenze popolari e la paura di perdersi o commettere peccato.
E il mare, il vento, la potenza delle onde a fare da sfondo a questo romanzo. Tutto è reale e immaginario. Tutto è vero e verosimile.
Ottima lettura, che vi consiglio.

Antonella Ossorio è autrice di libri di narrativa per bambini e ragazzi pubblicati da Einaudi, Rizzoli, Giunti, Electa e altre Case Editrici. Nel 2014 è uscito per i Coralli Einaudi il suo romanzo La mammana (Premio Società Lucchese dei Lettori 2015).

Source libro: libro inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio Stampa Neri Pozza.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: China Yunnan Pu Erh Tè nero e Lo Straordinario di Eva Clesis

26 febbraio 2018 by

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È arrivata la neve! Disagi permettendo, questo è il periodo perfetto per bersi un buon tè. Scalda le mani, il cuore, lo stomaco e i pensieri, e si può prendere a tutte le ore del giorno. Per accompagnarlo a un buon libro aspetteremo stasera, di ritorno dal lavoro.

Oggi della collezione di tè di PETER’S TeaHouse ho deciso di parlarvi di China Yunnan Pu Erh Tè nero.

È un tè forte, deciso, molto scuro (in tazza arriva a una colorazione marrone), prevalentemente maschile, per chi ama i tè dal gusto deciso e amarognolo sul finale. Caratteristica principale di questo tè è il suo aroma prevalente di tabacco, sia fresco che una volta in tazza. Il profumo è terroso, corposo, caldo. Il sapore è molto particolare, ricco di sfumature, per cui ci vuole attenzione per coglierle. Non credo possa piacere a tutti, se amate i tè più delicati, forse non è indicato, ma io vi conisglio di abituarvici gradualmente, io l’ho trovato subito ottimo e adatto alla prima colazione, accompagnato sia a tartine salate che a dolci.

È un tè nero cinese della provincia dello Yunnan e scopro sul loro sito che ha una particolarità davvero notevole: grazie alla post fermentazione sotto terra ha proprietà anticolesterolo. Inoltre svolge un’azione a favore del funzionamento epatico. Ne comprerò una bustina per mio fratello qui al PETER’S TeaHouse di Torino in Via Giuseppe Mazzini. Ma le sue particolarità benefiche non si fermano qui, ha effetti salutari sul tratto digestivo e riduce inoltre l’assimilazione di cibi grassi e di zuccheri, quindi è anche indicato se tenete al peso o siete a dieta.

È dunque un vero e proprio tè curativo, e se amate i rimedi naturali è davvero prezioso. Per giunta, in effetti, dopo averlo bevuto si acquista davvero una certa sensazione di benessere. Sarà stata una mia impressione, ma provate se non ci credete.

China Yunnan

Costa un po’ di più 6,60 all’etto. Ma credo li valga tutti. Se volete provarlo lo trovate a questo link.

Per una preparazione ottimale

vi rimando agli articoli precedenti qui:

Consigliati:

Un cucchiaio di tè per persona.
Temperatura dell’acqua di 95 °.
Tempo di infusione dai 3 ai 4 minuti.

Consiglio goloso

Consiglio di non accompagnare China Yunnan Pu Erh Tè nero a niente, di berlo come un rito spirituale e di salute. Altrimenti accompagnatelo a tartine di formaggio e speck.

E ora veniamo al mio consiglio di lettura

Consiglio di sorseggiare China Yunnan Pu Erh Tè nero leggendo Lo Strordinario di Eva Clesis edito da Las Vegas Edizioni. Ho voluto abbinare questo tè a un libro che parla di tè, dalle proprietà davvero stupefacenti.

Source libro: libro inviato dall’editore, si ringrazia Carlotta dell’ Ufficio Stampa Las Vegas Edizioni.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

:: Un’ intervista con Giorgio Ballario

26 febbraio 2018 by

Il destino dell'avvoltoioBentornato Giorgio su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. Ho spulciato nel nostro archivio, e la nostra ultima intervista risale al 2012, eccetto la parentesi estiva, lo scorso anno, in cui abbiamo intervistato Aldo Morosini. Aggiornaci. Cosa è cambiato da allora? Noto che hai avuto un percorso autoriale abbastanza tortuoso e accidentato. Per me almeno che ti seguo come scrittore dal 2009, ormai quasi da dieci anni.

Ciao Giulietta e grazie per questa nuova opportunità di incontrare i lettori di Liberidiscrivere. E’ passato parecchio tempo, in effetti, e sono anche successe molte cose. A parte un certo numero di libri che ho pubblicato, dal 2014 sono anche fondatore – e presidente – dell’associazione culturale Torinoir, che riunisce undici autori torinesi che di certo conosci: Patrizia Durante, Massimo Tallone, Rocco Ballacchino, Maurizio Blini, Marco G. Dibenedetto, Enrico Pandiani, Luca Rinarelli, Fabio Beccacini, Fabio Girelli e Claudio Giacchino. E con loro abbiamo fatto un bel po’ di iniziative: l’ultima, l’antologia “Il Po in noir” (Edizioni del Capricorno) è dell’autunno scorso, ancora reperibile in libreria.

Diamo uno sguardo alla tua bibliografia, hai pubblicato: Morire è un attimo, Una donna di troppo, Il volo della cicala, Le rose di Axum, Nero Tav, Vita spericolata di Albert Spaggiari, Fuori dal coro, e l’ultimo Il destino dell’Avvoltoio. Ci sono tutti? Dimentico qualcosa? Forse i tuoi racconti apparsi in antologia?

Romanzi e libri di taglio saggistico ci sono tutti, mancano appunto i racconti, che sono un bel numero ma non è certo il caso di elencare.

Riassumendo dopo Le rose di Axum la serie Morosini si è interrotta. Le nebbie di Massaua, la mitica (nel senso proprio che se ne parlava come di un essere mitologico) quarta indagine di Aldo Morosini doveva uscire nel 2013, poi per varie vicissitudini editoriali i tuoi lettori aspettano ancora la pubblicazione. Ci sono buone speranze che il tuo nuovo editore lo pubblichi entro quest’anno?

La serie si è interrotta non per mia volontà, ovviamente. Le vicissitudini che il mondo editoriale ha attraversato negli ultimi anni sono note a tutti e ne sono rimasto vittima anch’io, o meglio il maggiore Morosini. Il quarto romanzo coloniale è ancora inedito, ma posso sbilanciarmi fino a dire: ancora per poco. Per scaramanzia non aggiungo altro, ma alla tua domanda posso rispondere di sì.

Quando uscì Vita spericolata di Albert Spaggiari, ricordo che lo lessi e mi piacque molto, si sentiva autentica ammirazione da parte tua verso una persona che andò sì aldilà della legge, tuttavia conservò una sua etica e morale. Cosa ti ha sorpreso di più di quest’ uomo, mentre facevi le tue ricerche per il libro?

In effetti mi sono innamorato del personaggio Spaggiari sin dalle prime ricerche sulla sua vita, del resto a mio parere non avrebbe senso dedicarsi a scrivere la biografia di un personaggio che non ti intriga o che giudichi poco interessante. Di lui mi sono piaciute molte cose, sicuramente lo spirito guascone e irriverente, l’etica personale che lo allontana molto dal cliché del classico criminale, il coraggio e la capacità di attraversare la vita con il sorriso sulle labbra: uno dei suoi motti era “rido di tutto”. Inoltre mi è molto piaciuto ricostruire gli anni Settanta e Ottanta, gli ultimi, forse, in cui era ancora possibile essere avventurieri a tutto tondo, prima che globalizzazione da un lato e tecnologia asfissiante dall’altro modificassero per sempre le nostre vite.

Ma ora parliamo de Il destino dell’Avvoltoio, un noir atipico nella tua produzione, contemporaneo, ma più vicino al nero criminale. Abbiamo un protagonista che oscilla tra il lecito e l’illecito, perlomeno circoscritto a piccole truffe assicurative. Anche il linguaggio cambia, è più crudo, realistico, anche scurrile. Hai fatto fatica ad adattare il linguaggio a questi personaggi? Sei una persona molto educata, e per certi versi all’antica, in senso buono.

Con Il destino dell’avvoltoio ho voluto scrivere un noir a tutto tondo, dove la trama gialla è meno importante rispetto alle atmosfere e non esiste la solita divisione fra buoni e cattivi, tutori della legge e criminali. Anzi, come avrai letto, di buoni nel senso classico del termine non ce ne sono quasi. E’ chiaro che per raccontare questa storia, che per giunta si svolge in prevalenza nei bassifondi della città, anche il linguaggio deve adattarsi. E di sicuro il criminale del milieu torinese contemporaneo non parla come un maggiore dei carabinieri degli Anni Trenta. Ma non è solo il linguaggio, è proprio il modo di pensare dei personaggi che è diverso.

Come hai costruito l’intreccio e la trama. E’ una storia che ti è stata ispirata dalla cronaca?

E’ chiaro che per me, giornalista e attento lettore dei fatti di cronaca degli ultimi decenni, le notizie dei giornali sono sempre fonti primarie d’ispirazione. Anche in questo caso è stato così, sia pure non in senso stretto. Però per scrivere dei dettagli e per immaginare certi episodi della storia ho dato fondo anche alla mia memoria di cronista. Ma anche di cinefilo, potrei dire: nella figura dell’avvoltoio ho usato anche certe pennellate tratte da film noir, potrei citare il Danny De Vito de “L’uomo della pioggia”, il Ricardo Darìn di un film argentino che in Italia non è mai arrivato, dove il protagonista campava di truffe alle assicurazioni. Inoltre un collega mi ha detto che la figura di Montrucchio si avvicina a quella dell’avvocato De Gregorio, dell’omonimo film di Pasquale Squitieri del 2003, interpretato niente meno che da Giorgio Albertazzi. Non l’ho visto, ma è un accostamento che mi piace, cercherò di colmare la lacuna.

Tra gli aspetti più realistici del libro, lo sguardo che hai su Torino, la tua città. Una città che ha accolto più di altre molte fasi di immigrazione, dalla gente del Sud che veniva a lavorare alla Fiat negli anni del boom, negli anni ’60, alle ondate migratorie prima dei popoli dell’Est, dopo la caduta del Muro di Berlino, a quelle dei paesi arabi, anche prima della Primavera Araba che ha portato in un certo senso a ciò che osserviamo oggi. La tua Torino multietnica, e coloratissima, ancora conserva un gusto sabaudo, nei suoi caffè del centro, nelle sue librerie, nei suoi musei. Come descriveresti la Torino di oggi a chi non l’ha mai visitata?

E’ difficile descrivere la propria città a un forestiero. Da un lato rischio di dare una visione deformata dall’amore che indubbiamente provo per Torino; dall’altro l’abitudine può anche giocare brutti scherzi e indurre a sottovalutare luoghi e ambienti che agli occhi di chi viene da fuori risultano più “magici” e interessanti di quanto non appaia a chi ci vive. Ne vengo fuori con un paragone letterario: Torino è come quei vecchi romanzi gialli che a prima vista non potrebbero competere con i best-seller super-pubblicizzati, ma poco a poco, leggendone le prime pagine, ti conquistano e ti attraggono perché capisci che la realtà non è mai quella che sembra e dietro l’apparenza c’è la sostanza.

Il finale è aperto, interrompi la storia prima di un quasi certo epilogo. Sono contemplati i miracoli nel mondo dell’avvocato Montrucchio?

E’ un finale aperto? Può darsi che qualcuno lo possa leggere così, ma in realtà quando ho scritto il romanzo ho pensato che il finale fosse abbastanza esplicito, anche se, come dici tu, la “macchina da presa” si spegne appena prima dell’ultima scena. Lasciamo al lettore un briciolo di immaginazione e libera interpretazione, nei libri – a maggior ragione nei noir – secondo me non si dovrebbe mai eccedere nei dettagli descrittivi.

Progetti per il futuro? Stai scrivendo un nuovo libro?

I programmi ci sono e sono numerosi, sia con Torinoir che a livello individuale. Per abitudine io sto sempre scrivendo un libro, anche se poi le vicende della vita mi portano a volte a sospendere la stesura per dei mesi oppure a buttarne giù poche pagine ogni tanto. Al momento ti confesso che ho addirittura tre romanzi avviati, ma per un motivo o per l’altro li ho via via accantonati per seguire altri progetti. Un accantonamento temporaneo, spero.

:: Mangiando grissini alla pizza di Francesca Varagona

23 febbraio 2018 by
grissini alla pizza

© Valeria Varagona

Mettiamo un quindicenne con le cuffiette alle orecchie, l’occhio abbacinato dallo smart, tra i denti ancora un bombolone alla crema. Poi aggiungiamo una vecchia signora che esce dal panificio. Rendiamo inevitabile lo scontro. E l’incontro.
Alla signora cadono le borse della spesa, e il giovane, rinvenendo dal suo mondo parallelo, la sostiene per un braccio; piega il suo metro e ottanta, instabile come una torre di carte, e raccoglie le pere in fuga come barili di liquore William sul marciapiedi. È già possibile un rapido inventario: salvi i bocconcini all’olio, spezzati tutti i grissini, sopravvissuti quelli di pasta sfoglia, ma morbida, all’origano. I grissini alla pizza.
Il ragazzo pensa che sarebbe meglio andare (ha fatto brucia a scuola e noi lo sappiamo), ma non se la sente di lasciare la vecchia per strada, la gamba dolorante. E qui ci sorprende. Si offre di accompagnarla a casa.
La vecchia signora lo ha inquadrato bene, da dietro i suoi occhiali appannati e un po’ sbilenchi: le sembra così magrino, anche se è alto, una faccina pulita, senza peluria, poco più di un bambino. Anche lei s’è già chiesta come mai non è andato a scuola.
Facciamo che, a questo punto, l’adolescente si accende una sigaretta; la signora dondola la testa in segno di disappunto: si vuole rovinare la salute, già così giovane. Questa fretta di crescere! Di anni lei ne ha impilati una sfilza, ma il fumo no, non lo ha mai tollerato.
Ricostruiamo una vita: la signora vive sola, i suoi figli abitano in altre città. Riesce ancora a essere autonoma e indipendente, ce la fa a non avere bisogno di badanti. Ma insomma, sempre meno. È una maestra in pensione, ha insegnato nella scuola del quartiere per oltre quarant’anni, adesso vive con la sua pensione, un gatto persiano e i libri accumulati negli anni. Non guarda quasi mai la televisione, a volte ascolta la radio a volte, con l’aiuto di un vecchio mangianastri (che, grazie al potere eternante della scrittura, abbiamo cura di non far rompere mai), una musicassetta di canti latinoamericani che le ricordano i viaggi fatti in gioventù.
La conoscono tutti, nel quartiere, la maestra Viola, che con ogni tempo, neve, pioggia, sole o vento, esce alle dieci del mattino per il giro sotto il portico, compra clementine o fichidindia (e sì, proprio quelli) dal fruttivendolo, il quotidiano e il cruciverba dall’edicolante, il pane (sempre in eccesso, come può essere l’ansia di un passato che non passa), e si ferma al bar a bere un cappuccino con il cacao spruzzato sulla schiuma.
Ora ricostruiamo una carriera (un po’ così, però, ecco: non vogliamo si pensi, alla fine, che il giovane sia l’eroe di questo racconto): Alberto – questo il nome che abbiamo messo al ragazzo a zonzo – ha evitato l’incombente interrogazione di diritto. Non è preparato e, del resto, non vuol prendere un altro due. Non gli piace studiare, non si trova a scuola, non ha amici, ha cannato nella scelta delle superiori. In passato abbiamo cercato di spingerlo a dirlo ai suoi genitori, ma non ha saputo dire loro come mai non riesce a ingranare e loro son sempre indaffarati; alle medie se l’è sempre cavata, adesso ha perso l’interesse: ogni giorno una prova, una verifica, un’interrogazione, e lui non apre libro, sempre in giro da solo, sempre ad ascoltare musica, occupato solo a crescere e a cambiare come in un corpo biologicamente programmato, senza sapere cosa diventare.
La signora Viola ringrazia il ragazzino dell’offerta di accompagnarla, ma no, ha deciso che non si può e rifiuta sia pur con gentilezza. Meglio non fidarsi, non si sa mai cosa può passare in testa a questigiovanidoggi, e poi fuma. Glielo diciamo sempre ai suoi figli di raccomandarle tutte le sere di stare attenta, durante le telefonate prima di coricarsi – a turno uno squillo veloce – e sempre gli ricordiamo di dirle di portare con sé il cellulare, che però dimentica regolarmente, non fosse altro che per quelle complicatezze, tutti quei tastini minuscoli, il display verde. E tutto questo nonostante il modello sia obsoleto, ma almeno semplice nelle sue ristrette funzioni…
Alberto però insiste. Almeno che la signora gli riferisca il nome di una persona di fiducia da poter avvertire: è malferma sulle gambe, un po’ confusa e non osa abbandonarla in mezzo alla strada, anche se l’istinto resta quello di sparire dalla zona (teme che potrebbe venirci in mente, per muovere la trama, di fargli fare un incontro imbarazzante!)
«Signora, è sicura di farcela? L’accompagno solo vicino a casa, se non si fida». (((((((())))))
Conosce il congiuntivo, il ragazzino. Sa parlare, nonostante la sua aria stropicciata. La maestra ha intuito le sue perplessità e non si sente forzata. Però non vorrebbe abbassare la guardia. Però, le borse pesano, e anche il piede le fa male (questo noi, per coerenza, non possiamo evitarlo). Però, inizia pure a piovigginare – del resto, si sa, è febbraio e il meteo si fa le cose sue – e il marciapiedi diventa di sapone. Però, però, però…
«Va bene, andiamo», ci sorprende, «ma spegni la sigaretta!» (ah, ecco, ci pareva).
Alberto, punto sul vivo, resiste all’istinto di mandarla a quel paese, ma si ferma, forse un’analogia, una sovrapposizione improvvisa con la nonna Giorgina, morta appena l’anno prima. Viola approfitta del momento di incertezza: prende sottobraccio il ragazzino e si sente sicura. Non ha nipoti, del resto, solo il ricordo di centinaia di alunni passati tra i banchi, fantasmi poco più giovani di lui che, nella sua memoria si fan tutti sorridenti, positivi, attivi, giovani menti produttive.
«Come ti chiami?»
«Alberto».
«E non vai a scuola?»
«Oggi era sciopero».
«Perché non sei andato a scuola?»
«L’ho detto!»
«La verità-àà».
La vecchia signora lo legge bene e Alberto, senza quasi accorgersene, passo dopo passo, offre piena e completa confessione di non aver studiato, di non averne voglia, di non essere capito dai suoi, di non avere amici, di voler mangiare solo il bombolone alla crema in santa pace e magari anche i grissini alla pizza che ha intravisto dalla sporta della maestra Viola. Alberto non vuole tornare nemmeno a casa, ma non sa dove andare, non sa dove sbattere la testa e non riesce a concentrarsi se non sulla sua musica. Hip-hop.
Lasciamo che Viola si fermi. Ormai sono quasi arrivati al suo indirizzo. Non vuole farlo entrare, vuole solo tornare tra i suoi libri e sedersi sulla poltrona, sgranocchiare i bocconcini, sbucciare le pere succose e aspirare l’odore delle bucce di clementine che mette sul termosifone per profumare l’aria. I vecchi si sa, sono egoisti per intervenuta mancanza di tempo.
«Signora io la saluto, penso che sia arrivata».
La maestra Viola si è voltata a guardare in faccia il ragazzino che, intanto, rimette le cuffie alle orecchie.
«Potrei darti una mano», le è parso di dire, «potrei aiutarti con i compiti». In realtà glielo abbiamo fatto pensare ma, invece, lei ci ignora: «Grazie, Alberto; e mi raccomando: domani va a scuola. E non fumare tanto, che ti rovini la salute!».
Si è fatto mezzogiorno, ha smesso di piovere. Alberto tira fuori dalla tasca il cappellino di maglia, fa un cenno con la mano, un mezzo sorriso tirato. Scriviamo: lo sguardo gli rientra nella sua bolla smart-virtuale. Hip-hop e s’allontana. Eppure il dubbio gli è venuto che la vecchia gli sia andata addosso apposta.

Francesca Varagona è nata a Palermo nel 1962. Germanista, ha vissuto a Roma e a Palermo, dove ha compiuto gli studi universitari laureandosi in Lingue e letterature straniere moderne nel 1986, prima di trasferirsi a Bologna, dove risiede dal 1992.
Lavora come docente in una scuola superiore bolognese.
Si dedica da molti anni alla scrittura. Ha pubblicato alcuni racconti sulla webzine letteraria Kultural, ha partecipato ad alcune sillogi di poesia della casa editrice Pagine (Riflessi, Immagini, I poeti contemporanei, Viaggi diVersi) e ha pubblicato nel 2009, con altre sei poetesse, il libro “Plurale femminile” con ilmiolibro.it della Feltrinelli.
Ha collaborato ai blog Poeti clandestini e Incanto errante.
Ha pubblicato articoli sul blog Rosalio di Palermo e su Il nuovo paese di Bagheria.

:: So tutto di te di Clare Mackintosh (DeA Planeta Libri 2018) a cura di Marcello Caccialanza

23 febbraio 2018 by
So tutto di te

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So tutto di te”, storia mozzafiato scritta con grande maestria da Clare Mackintosh, ha l’innata capacità di trascinare l’ignaro lettore in un turbinio di emozioni a tinte forti, turbinio di emozioni capace di creare un’atmosfera angosciante e quasi gotica per il faraginoso e demoniaco gioco ad incastri della stessa trama.
Zoe Walker, la protagonista di questa storia, è una donna quasi banale, dalla vita semplice e scandita dalla normalità più piatta: ogni santo giorno si sveglia all’alba, prende la metropolitana e si reca al lavoro, dove l’attende un capo dannatamente insopportabile. Poi torna a casa facendo sempre il medesimo tragitto, desiderando solamente di rilassarsi sul divano davanti alla tv in compagnia del suo compagno di sempre e dei suoi due figli.
Ma un terribile venerdì accade il fattaccio! Mentre legge come d’abitudine e distrattamente una copia della “London Gazzette”, si trova di fronte ad un fatto alquanto sconcertante, il suo volto compare in modo evidente in mezzo alle immagini equivoche di un telefono a luci rosse a pagamento.
E seppure i suoi cari tentano di rincuorarla dicendole che con molta probabilità non si tratta d’altro che di un errore o di uno scherzo; Zoe non si sente per nulla tranquilla. La situazione degenera clamorosamente nel momento in cui sullo stesso quotidiano e con il solito indirizzo Internet appare distintamente la foto di una donna che di lì a pochi giorni verrà assassinata nella periferia di Londra.
Nessuno sembra però disposto a credere che tra l’omicidio e gli annunci del fantomatico sito “Findtheone.com” possa esistere un legame. Ma quando il numero delle vittime di crimini aumenta in modo esponenziale, il sospetto che quella di Zoe non sia soltanto una semplice paranoia si insinua come un tarlo nella mente dell’agente Kelly Swift, una detective tosta e dal passato difficile, dal quale cerca ovviamente una sorta di riscatto morale e personale.
Unite e solidali le due donne riusciranno ad intercettare una rete di uomini dai gusti inquietanti, manovrati da un unico ed insospettabile burattinaio.
Clare Mackintosh riesce dunque in questo capolavoro di genere a tessere una trama davvero appassionante e allo stesso tempo verosimile, ricca di notizie di cronaca e di personaggi carichi di umanità.
Non stupisce quindi che la medesima Paula Hawkins, autrice del bestseller “La ragazza del treno” abbia definito questo noir “un romanzo coinvolgente, carico di tensione e di compassione.”

Clare Mackintosh ha lasciato la professione di poliziotta per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Il suo romanzo d’esordio, Scritto sulla sabbia, ha dominato le classifiche internazionali per mesi, collocandola di diritto tra le nuove protagoniste della psychological suspense. Tradotta e premiata in tutto il mondo, ha vinto, tra gli altri, il prestigioso Theakston Old Peculier Award, sbaragliando anche J.K. Rowling. So tutto di te è il suo secondo, vendutissimo e acclamato romanzo.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Terramare – La saga completa di Ursula K. Le Guin (Mondadori 2018) a cura di Elena Romanello

23 febbraio 2018 by
Terramare

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Quando muore un autore o un’autrice famosi non c’è niente di meglio per ricordarli che riprendere in mano i suoi libri e rileggerli. In questi anni abbiamo dovuto salutare tanti compagni e compagne di letture di lungo corso, spesso iniziate durante l’infanzia o l’adolescenza, uno degli ultimi è stata Ursula K. Le Guin, scomparsa il 22 gennaio scorso a 87 anni, maestra del fantastico, sia fantascienza che fantasy, autrice di mondi alternativi che ha anche ispirato cinema e film d’animazione, anche se lei non è rimasta soddisfatta fino in fondo.
I libri di Ursula K. Le Guin meritano tutti di essere letti o riletti, negli anni sono usciti in varie edizioni e sono reperibili sia tra le novità che nel mercato dell’usato che in biblioteca, per cui in qualsiasi momento si possono leggere o rileggere le sue opere, approfittando dell’occasione della sua scomparsa ma ricordando che è sempre bello riprendere in mano libri che restano nel cuore. Però, tra le tante, forse ce ne è una imperdibile sempre e comunque, la serie di Terramare, di cui per puro ma fortuito caso è uscita una nuova edizione per gli Oscar Mondadori in concomitanza con la scomparsa dell’autrice, dal titolo Terramare la saga completa. La serie è nota anche come Earthsea, titolo usato anche in passate edizioni italiane presso altri editori e negli anni i libri che compongono la saga sono usciti anche singolarmente.
Nella storia di apprendistato del giovane Ged, mago destinato a lottare contro le forze delle tenebre che minacciano il suo mondo, diventando Signore dei draghi, il protagonista si troverà a dover lottare contro se stesso e le sue ambizioni, in una saga che coinvolgerà anche altri personaggi, metafora della vita, con ispirazioni che spaziano dalla fiaba classica a Philip K. Dick, da Tolkien a Isaac Asimov, con al centro di tutto discorsi non retorici sulla parità di genere, la ricerca di se stessi, il pacifismo, la ricerca di una società giusta e utopica.
Un romanzo diventa un classico quando ha sempre qualcosa da dire, anche a chi è nato anni dopo la sua prima pubblicazione: Terramare è uno di questi casi, un insieme di libri che si può leggere sotto varie angolazioni, come pura avventura nella fantasia, come descrizione di un mondo alternativo fatto non solo di incanto, come storia sociale, come aspirazione ad un modo migliore di essere e di vivere.

Ursula K. Le Guin (Berkeley, California, 1929 – Portland, 2018) ha iniziato a scrivere fantascienza fin da bambina; ha pubblicato il primo racconto, Aprile a Parigi, nel 1962, ma è divenuta famosa nel 1969 vincendo sia il Premio Nebula che il Premio Hugo per La mano sinistra delle tenebre. Gli stessi riconoscimenti ottenuti poi nel 1974 per I reietti dell’altro pianeta. Anarchica e femminista, è una delle rare esponenti della fantascienza utopica contemporanea e per i suoi libri ha ricevuto decine di premi, tra cui un National Book Award (La spiaggia più lontana, 1973).

Source: acquisto personale del recensore.

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:: La preda di Émile Zola (Edizioni Clichy 2018) a cura di Greta Cherubini

23 febbraio 2018 by
zola

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«Ardeva in piena Parigi come un colossale falò. Era l’ora in cui la corsa per la preda palpitante riempie una parte della foresta con il latrato dei cani, lo schioccare delle fruste e il fiammeggiare delle torce. Gli appetiti sfrenati si appagavano finalmente, nell’imprudenza del trionfo, al rumore dei quartieri che crollavano e dei patrimoni costruiti in sei mesi. La città non era più ormai che una grande orgia di milioni e di donne».

Parigi, Secondo Impero. Aristide Saccard, giunto dalla provincia carico di sfrenata ambizione, approfitta del grandioso piano di ammodernamento della città voluto da Napoleone III per mettere in moto una spregiudicata serie di speculazioni edilizie. All’ombra del suo successo, la seconda moglie Renèe, in cerca di nuovi stimoli ai suoi insaziabili appetiti, intreccerà una relazione incestuosa con il figliastro Maxime, in un crescendo vorticoso di vizio e lussuria.
La preda è il grandioso affresco degli anni dello sventramento di Parigi, sbranata dai famelici appetiti di speculatori corrotti e senza scrupoli e consumata dai voraci istinti dei parvenue; nello scintillante mondo del Secondo Impero, tra balli sfrenati e fiumi di denaro, lussureggianti palazzi e abiti d’alta moda, si consumerà l’agghiacciante ascesa di Aristide Saccard e la parabola degenerativa di Renèe, i «mostri sociali» frutto di un’era dominata dal profitto personale.
L’edizione curata da Federica Fioroni per la collana Père Lachaise di Edizioni Clichy – edizione pregevole sia per la sapiente scelta del titolo, che conserva la metafora venatoria dell’originale, sia per la precisione documentaria dell’introduzione, cui fa seguito una piccola appendice iconografica – ha il merito di restituire al lettore un romanzo da lungo tempo introvabile: La Curée di Zola, inizialmente pubblicato a puntate sulla rivista «La Cloche» nel 1871 e poi sospeso dalla censura per via dello scandalo suscitato dall’incesto.
Un romanzo reportage – “opera d’arte e di scienza”, la definisce Zola nell’introduzione – che smaschera i vizi e la dissoluzione di una società corrotta e senza freni, devota unicamente ai miti dell’oro e della carne.

Émile Zola (1840-1902) è stato uno scrittore francese, caposcuola del naturalismo, di cui fissò i principi nel saggio Il romanzo sperimentale (1880). Coinvolto in varie polemiche, si schierò con gli innocentisti nel caso Dreyfus. I suoi romanzi compongono il ciclo dei Rougon-Macquart e sono spietati ritratti di vita sociale, cultura e politica, ispirati ai canoni del determinismo positivistico.

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Clichy.

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:: Book blogger. Scrivere di libri in rete: come, dove, perché di Giulia Ciarapica (Franco Cesati Editore 2018)

22 febbraio 2018 by
scrivere di libri in rete

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È appena uscito in libreria Book blogger. Scrivere di libri in rete: come, dove, perché di Giulia Ciarapica ed è un po’ difficile che una book blogger (come io mi reputo infondo) non sia incuriosita e se lo lasci scappare. Giulia non posso definirla a tutti gli effetti un’ amica (non ci siamo mai incontrate di persona, ne abbiamo preso mai un caffè insieme) ma grazie al suo carattere estroverso e al suo sincero entusiasmo sembra davvero di conoscerla da sempre e perlomeno online, grazie ai social, si può facilmente chiacchierare con lei.
Innanzitutto non è una che se la tira, ha una parola gentile per tutti, e una grande pazienza quando si confronta anche con i commentatori un po’ critici se non ostili. E questo non può che renderla simpatica e familiare, nel grande mare del web. Tra le book blogger è una Blogstar, lei non lo ammetterà mai ma è così, forse non avrà milioni di follower ma ha creato il suo status grazie alla credibilità e alla competenza, e ditemi se è poco.
Sfatando il mito (che diciamolo ormai sta svanendo) che una book blogger sia una ragazzina con tanto tempo da perdere, anche un po’ sciocchina che scrive di libri senza competenza né passione. Giulia è una persona seria, e lo si capisce ancora di più leggendo il suo breve saggio di cui voglio parlarvi oggi.
Innanzitutto scrive bene, ha uno stile molto limpido, immediato e empatico. Non solo quando scrive recensioni, ma anche qui quando si confronta con un testo più complesso e articolato, che attenzione è molto diverso dai diversi manuali che ho letto ultimamente sul blogging, che alla fine ben che vada ti sembra solo abbiano ribadito l’ovvio.
Molti consigli che dispensa sono utili e pratici, e se seguiti aiutano davvero a migliorare il proprio stile di recensore o critico letterario 2.0 che dir si voglia. Si può anche non essere d’accordo su alcuni punti, instaurare un dibattito, confrontare i punti di vista e gli stili. C’è chi propende per la semplicità e l’immediatezza, chi scrive per lettori più preparati e smaliziati, ma le semplici regole che stila per le recensioni online (ma anche su giornale o rivista culturale, con ampi accenni) sono valide e funzionano. Ce lo dimostra il suo successo.
Io per esempio adoro le recensioni lunghe, complesse e articolate, e cosa mi fa andare a vanti a leggerle è lo stile del recensore, l’intelligenza che traspare dal suo scritto, la sua abilità nell’argomentare, nel concatenare le osservazioni, ma il web ha altre regole, scrivere su un blog ha un proprio codice, prevede delle specifiche competenze, e con diversi esempi molto puntuali e tanta pazienza ce le spiega, (come passare dal blocco di testo, a un testo velocemente comprensibile e fruibile per il lettore). La parte degli esempi l’ho per esempio molto apprezzata, e non usa solo sue recensioni, ma anche testi di altri blogger o giornalisti.
Ho apprezzato anche i titoli di critica letteraria che cita, (perché ricordiamolo il lavoro di blook blogger prevede competenze raggiungibili con lo studio e la lettura, naturalmente se lo si vuole fare seriamente e distinguersi). I classici di cui consiglia la lettura, testi formativi indispensabili per conquistare un proprio stile e una propria originalità.
Seppure breve, ha 144 pagine, tocca un po’ tutti gli ambiti, da come scegliere i libri da recensire, a come leggere un testo per svolgere poi un’ analisi critica, a come scrivere a tutti gli effetti una recensione e come revisionarla (tasto dolente che spesso e volentieri si salta anche per mancanza di tempo). Non disdegna consigli sull’uso dei social, indispensabili per far circolare in rete il proprio lavoro, come il consiglio di due testi SEO, più specialistici.
Capitolo a parte quello sulle video recensioni. Per blogger poco timidi, almeno.
E tanti i siti e i blog citati, dagli albori del book blogging perlomeno in Italia, a quelli più recenti.
Che dire ancora, correte in libreria!

Giulia Ciarapica, classe 1989, è un’appassionata bibliofila marchigiana. Oltre a gestire il suo blog (Chez Giulia), collabora con Il Messaggero e Il Foglio; da un anno cura la rubrica Food&Book su Huffington Post Italia, in cui abbina libri e ricette. Si occupa di libri e promozione culturale anche nelle scuole superiori di Primo e Secondo grado di molte città italiane, portando avanti il progetto “Surfing on books”.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia e Silvio dell’ Ufficio stampa Franco Cesati Editore.

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:: Il libro della polvere – La Belle Sauvage di Philip Pullman (Salani 2017) a cura di Elena Romanello

22 febbraio 2018 by
Il libro della polvere di Philip Pullman

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Dopo più di dieci anni torna il mondo della Bussola d’oro, una delle più interessanti saghe del fantastico contemporanee, con il primo di quella che sarà una nuova serie di libri che vanno a formare quello che è una sorta di prequel, anche se Philip Pullman l’ha definito più una storia ambientata in un altro universo narrativo rispetto a quello dei precedenti libri.
Ci troviamo infatti alcuni anni prima gli eventi noti e narrati in precedenza, l’intrepida Lyra è poco più di una neonata ma una profezia intorno al suo ruolo futuro può già metterla in pericolo. Il protagonista della vicenda è Malcolm Polstead, un ragazzo di undici anni, curioso e diligente, visto che di giorno va a scuola e la sera aiuta i genitori che gestiscono una locanda sul fiume, oltre a fare qualche commissione per le suore del convento vicino. Il suo passatempo preferito è però giocare con Asta, il suo daimon, in particolare sulla sua canoa, la Belle Sauvage.
La sua vita scorre serena finché un giorno alla locanda arrivano tre misteriosi personaggi e alle suore viene affidate una bambina di pochi mesi, Lyra, appunto. Ma quella bambina è in pericolo e sarà Malcolm a partire in un lungo viaggio con lei, lungo il fiume e ancora più lontano in un mondo in cui si ha paura di liberi pensatori, del futuro, dei cambiamenti, di chi contesta dogmi religiosi vecchi e consolidati, sospesi tra una parascienza e credenze che non spiegano il mistero della polvere e dei daimon.
Si sentiva davvero la mancanza degli universi di Philip Pullman, autore che sa mescolare fantasia e metafora della realtà e questo libro apre senz’altro un nuovo capitolo su un mondo affascinante e inquietante, specchio deformato del nostro e capace a suo tempo di suscitare anche non poche polemiche.
Il libro della polvere, romanzo d’avventura e di formazione, storia di paura e d’incanto, critica ai fondamentalismi e ai dogmatismi è un libro per tutti, per i ragazzi che anni fa lessero la prima trilogia, per chi l’ha letta da adulto, per chi non era ancora nato allora e può tranquillamente iniziare da qui.
Un libro quindi con più livelli di lettura, che apre nuovi orizzonti su una realtà di immaginazione che sembra davvero stare a pochi passi dal nostro mondo, con un nuovo eroe giovanissimo e in cui immedesimarsi, Malcom, anche lui in cerca di una sua strada come farà Lyra. In attesa ovviamente dei prossimi capitoli, che si spera non tarderanno.

Philip Pullman è uno dei più grandi scrittori inglesi viventi. È nato a Norwich in Inghilterra, da bambino ha vissuto in Australia e in Zimbabwe, si è laureato a Oxford. Il suo primo romanzo, Il conte Karlstein, è uscito nel 1982. Da allora ha pubblicato 33 libri per ragazzi e per adulti. Con La bussola d’oro e la trilogia Queste oscure materie ha vinto, tra gli altri, la Carnegie Medal, il Guardian Children’s Book Award e il Whitbread Award. Nel 2005 è stato premiato con l’Astrid Lindgren Memorial, considerato il Nobel della letteratura per ragazzi. La bussola d’oro nel 2007 è stato nominato il migliore tra i libri vincitori della Carnegie Medal negli ultimi settant’anni.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: “Rituali di resistenza. Teds, Mods, Skinheads e Rastafariani. Subculture giovanili nella Gran Bretagna del dopoguerra” di Stuart Hall e Tony Jefferson, curatore Luca Benvenga (Novalogos, 2017) a cura di Irma Loredana Galgano

22 febbraio 2018 by

Rituali di resistenzaUscito in prima edizione a ottobre 2017 con la casa editrice Novalogos, curato da Luca Benvenga e tradotto dall’originale in lingua inglese da Luigi Cocciolo e Angela Giorgino, Rituali di resistenza (titolo originale: Resistance Through Rituals: Youth Subcultures in Post-War Britain) si presenta come una lettura surreale. Risulta infatti molto difficile per il lettore metabolizzare l’idea che uno studio sociale così articolato, compiuto dal centro di studi culturali (Centre for Contemporary Cultural Studies) che Stuart Hall ha personalmente diretto dal 1968 al 1979, sia giunto in Italia solo nell’anno 2017. Addirittura in un Millennio differente da quello in cui ha avuto luogo.

Va chiarito subito comunque che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, ovvero che si tratti ormai di una ricerca “datata” e per questo meno valida e attendibile, lo studio rimane interamente valido e interessante. Oltretutto, come ricordato anche nella prefazione curata da Davide Borrelli,

«fare sociologia guardando al contributo degli Studi culturali significa, quindi, guadagnare una chance in più per mettersi al riparo contro l’ovvietà e l’immediatezza del senso comune»,

perché non sempre il buon senso produce «senso “buono”, cioè fornisce un resoconto adeguato dei regimi di verità, delle relazioni di potere, delle pratiche sociali, delle strutture di sensibilità, e delle forme di soggettività che caratterizzano un certo contesto culturale».

Un lavoro importante quello portato avanti da Hall e Jefferson, un «esercizio sistematico di “decodifica oppositiva” rispetto alle pratiche e ai codici delle forme culturali dominanti», uno studio orientato alla «esplorazione delle nuove aggregazioni di giovani che hanno squarciato la società inglese» negli anni successivi l’ultimo conflitto bellico. Sub-culture giovanili che vivevano un mondo diverso da quello attuale ma anche da quello precedente i conflitti bellici mondiali, gruppi di aggregazione che volevano mostrare il loro essere. L’ascesa dei “giovani” come nuovo soggetto nella Gran Bretagna del dopoguerra è una delle «manifestazioni più impressionanti, e tangibili, di mutamento sociale in quel periodo».

La “cultura dominante” rappresenta se stessa come «l’unica forma di cultura» e, in quanto tale, cerca di definire e contenere «entro il suo raggio inclusivo tutte le altre» che nascono come sub-culture spesso di opposizione e contrasto ma è necessario ricordare che sempre di essa, in un certo qual modo, ne sono espressione. Le sub-culture devono «esplicitare una forma e una struttura eterogenea rispetto alla cultura “madre” per esserne riconoscibili» ma, di contro, in quanto sottoinsiemi, è indispensabile la presenza di «caratteri essenziali che le ricolleghino e innestino nella cultura più ampia».

I membri di una sub-cultura possono «camminare, pensare, agire e apparire diversamente rispetto ai genitori e al resto dei coetanei», ma essi appartengono a quelle stesse famiglie, frequentano le stesse scuole, svolgono più o meno gli stessi lavori, e abitano le stesse «squallide strade». Cultura dominante e sub-culture sopraggiunte con la nuova condizione di benessere, di «crescente interesse attribuito al mercato, al mercato e all’incremento dell’industria del tempo libero» che aveva nei giovani i principali destinatari. Molto prevedibile quindi che la «predisposizione dei giovani al consumo» non fosse altro che «l’inizio di una sostanziale base economica di una cultura giovanile unica, indipendente e autoprodotta».

Alcuni aspetti della nuova cultura giovanile erano visti come «caratterizzanti degli effetti peggiori della nuova cultura di massa», ovvero la «tendenza a ridurre l’impulso ad agire e la resistenza della classe operaia». Mentre gli studi culturali di Stuart Hall e Tony Jefferson «focalizzarono stili, simboli e vita quotidiana», ovvero tutte quelle

«visioni soggettive dei giovani proletari (e non)», nella «nuova sinistra italiana invece tutto questo fu ignorato e apertamente attaccato dalle impostazioni “oggettivistiche” dell’operaismo».

Le sub-culture britanniche hanno influenzato gran parte del mondo, specie nell’area occidentale, eppure «è singolare notare l’isolamento in cui si muovono queste ricerche». L’indifferenza verso una politica culturale espansiva ha «favorito la radicalità dei movimenti, il loro relativo successo e la catastrofe finale».

Un saggio fuor di dubbio interessante, quello di Stuart Hall e Tony Jefferson sui Rituali di resistenza che sono al contempo presagio e conseguenza dei cambiamenti. Uno studio che merita senz’altro di essere conosciuto e diffuso, per le analisi intrinseche come per quelle ad esso correlate. Una lettura che a tratti può apparire impegnativa ma che, alla fine, risulta soddisfacente nella sua totalità e istruttiva nella sua complessità.

Stuart Hall: (1932-2014), sociologo e teorico della cultura, cofondatore della New Left Review nel 1960. Direttore del Centre for Contemporary Cultural Studies dal 1968 al 1979, è stato docente di sociologia alla Open University.

Tony Jefferson: criminologo, collaboratore del Centre for Contemporary Cultural Studies dal 1972 al 1979, direttore del Dipartimento di Criminologia e professore emerito alla Keele University.

Luca Benvenga: sociologo, si occupa di linguaggi corporali e comunicazionali delle culture giovanili metropolitane, sulle quali ha scritto articoli in riviste e monografie.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Ezio Catanzaro dell’ Ufficio Stampa Novalogos.

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni, a cura di Giulietta Iannone

21 febbraio 2018 by
Lorenzo Mazzoni 2

Enrico Pandiani e Lorenzo Mazzoni

Ciao Lorenzo, grazie per aver accettato questa nuova intervista. È appena uscito La corale del petrolchimico (Koi Press), nono episodio della serie Malatesta, e sono contenta che la tua serie goda di tanta longevità. È molto apprezzata dai tuoi lettori, e ne acquista sempre di nuovi, magari incuriositi dal tuo protagonista, un poliziotto poco convenzionale e inquadrato negli schemi. Come è cresciuto il tuo personaggio durante tutti questi anni?

Grazie a voi per l’ospitalità. L’ispettore Malatesta sta crescendo con me, è sempre più vecchio. Non mi piacciono molto quei personaggi seriali che hanno sempre la stessa età romanzo dopo romanzo, mi sanno molto di trucchetti da mercante. Malatesta nel primo romanzo, Nero ferrarese, aveva tredici anni di meno e le sue problematiche erano quelle di un uomo più giovane. Ora ha cinquant’anni, è più pacificato, forse, meno arrabbiato. Almeno all’apparenza.

Parlaci della trama del tuo nuovo romanzo. Come ti è venuto in mente di mettere a un tavolo un regista di film a luci rosse, il suo guardia spalla, il figlio nullafacente di Malatesta e un gruppo di imprenditori cinesi molto italiani?

Ho iniziato a lavorare al romanzo durante il terremoto in Emilia del 2012. Era un modo per non farmi angosciare troppo dalle crepe sul soffitto di casa. Volevo trasmettere il disagio del post-sisma attraverso il punto di vista di un personaggio minore, Reinalter appunto, il figlio di Malatesta. L’ispettore ama la cucina cinese, poteva essere un buon collante, un contrasto con Reinalter che quella cucina la odia. Poi gli altri elementi sono venuti sa sé. Leggo e leggevo molto Elmore Leonard, credo che la sua influenza si possa notare soprattutto nei personaggi di Mariano, il regista hard, e del suo factotum, Robertino Di Nauta. La trama è semplice: in zona GAD, un’area a ridosso della stazione ferroviaria di Ferrara, compare Adolf Hitler, un nigeriano che prende il comando del mercato della droga costringendo Malatesta a mettersi in gioco. Da lì entrano in scena malavitosi serbi, spacciatori africani, naziskin nostrani e diversi personaggi borderline.

La mafia nigeriana sembra una delle mafie emergenti più aggressive. Come ti sei documentato su questo argomento?

Ho letto diversi articoli di giornale. Molto importante per la veridicità della situazione è stato un testo di Andrea Sparaciari: Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia. Ci tengo a dire che c’è un altro testo, che con la mafia non ha nulla a che fare, che è stato utile per scrivere il romanzo, si tratta de Fuori da Gaza (Il Sirente), di Selma Dabbagh (n.d.r. abbiamo intervistato l’autrice qui), magistralmente tradotto da Barbara Benini. Diverse parti dei capitoli centrali de La corale del petrolchimico provengono da quel libro, le ho trascritte, manipolandole liberamente, e cambiando il contesto geografico e gli attori coinvolti. Ne approfitto per ringraziare l’autrice, la traduttrice e l’editore.

Parlaci della tua Ferrara, multietnica e variopinta. Come sta cambiando la provincia italiana? Pensi ci sia più integrazione o razzismo?

Sui social più razzismo, nella realtà dei fatti magari non più integrazione ma una tollerabile convivenza. Il problema di un certo disagio interculturale in zona GAD a Ferrara io l’ho denunciato già in Nero ferrarese, e sono passati oltre dieci anni. Da allora la situazione è la stessa. Non è una brutta zona, ma le persone che vivono solo di sensazionalismo e Facebook hanno bisogno del mostro, degli ebrei che avvelenano i pozzi, come nel Medioevo, dell’Uomo Nero che rapisce i bambini. Bisognerebbe viverla, la vita, non farsela raccontare da un social network. L’unico modo per trasformare le cosiddette zone di disagio delle province è quello di investire sul territorio, non con processi di gentrificazione per ricchi, ma con biblioteche, librerie, eventi pubblici, concerti, mostre d’arte. Il mondo è pieno di esempi positivi.

Hai voluto nel tuo romanzo, pur con il tuo stile surreale, fare un’ analisi sociale e sociologica della realtà? In che misura è presente anche un punto di vista critico? Pensi che la recrudescenza dei vari fascismi, (più d’uno non ce lo dimentichiamo) sia connaturata alla crisi e povertà sociale culturale in atto?

Senza dubbio c’è una profonda crisi culturale, basta vedere su chi puntano i grossi editori. La letteratura dei morti viventi non aiuta a preservare questo Paese dal fascismo dei piccoli fans, ma concordo con le parole dello scrittore brasiliano J. P. Cuenca: “La letteratura muore un poco ogni volta che qualcuno alza la voce per difenderla su uno di quei palchi costruiti perché si creda ancora alla sua esistenza. Lasciarla morire mi sembra un’ottima idea per salvarla da se stessa”. Parlo naturalmente di una certa letteratura, che non arriva quasi mai dal basso, purtroppo.

Non faccio mai domande marcatamente politiche agli scrittori, ma data la situazione e le elezioni alle porte, pensi che cambierà davvero qualcosa, o troveranno il modo, chiunque vinca, tra accordi e accordicchi di mantenere il solito status quo? Cosa ti auguri che succeda?

Che ci invada il Liechtenstein, obbligandoci a giurare fedeltà eterna al principe Giovanni Adamo II. Purtroppo non succederà: il Liechtenstein dispone di tre soli carri armati e un manipolo di soldati vassalli. Dopo le elezioni ci sveglieremo e sarà tutto come prima. Chiunque vinca perseguirà politiche mediocri, dannose per il popolo, stupide, ignoranti. Non puoi pretendere che le mele cadano troppo lontano dall’albero.

La tua finestra privilegiata sul Fatto Quotidiano, come giornalista culturale, dà una visibilità a i tuoi scritti critici molto eterogenea. Ti leggono insomma non solo gli addetti ai lavori del mondo editoriale, ma chi è in attesa dell’autobus, chi fa colazione al mattino al bar, la casalinga tra la spesa e la preparazione del pranzo. La cultura non dovrebbe essere così, accessibile a tutti, non chiusa in nicchie e circoli d’elite? Perché hai scelto di tenere un blog su Il Fatto Quotidiano?

Perché me lo hanno proposto loro. Quando iniziai, grazie a Emiliano Liuzzi, seguivo gli Esteri: la Primavera Araba, i Balcani e per lungo tempo la Turchia, dove abitavo. Quando sono stato espulso da Istanbul come persona non gradita mi sono stabilito a Milano e ho iniziato a occuparmi di libri, soprattutto di editori indipendenti. La cosa ha funzionato, mi piace, e sono contento di essere una finestra per chi ha voglia di letture un po’ diverse da quelle sciorinate dalle classifiche da Hit Parade.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Pensi che la critica professionale, perlomeno quella istituzionale che scrive sui giornali, sugli inserti culturali, nelle riviste di settore, dia abbastanza visibilità ai tuoi romanzi? Se così non è, quali pensi ne siamo i motivi?

No, assolutamente non ho molta visibilità, ma io pubblico con gli indipendenti. La serie di Malatesta fino a oggi ha superato le centomila copie vendute grazie al passaparola e l’affetto dei lettori: hai mai visto articoli sulle principali testate nazionali a riguardo? Centomila copie sono un’esagerazione in Italia, anche per i volti noti, ma questi scrivono spesso storielle facili, sorridono alle telecamere, sanno quando postare massime emotivamente coinvolgenti per accaparrarsi le signorine da marito. A me non mi frega nulla di tutto questo. Scrivo romanzi corali, cerco di buttare giù quello che io vorrei leggere come lettore, e sono un lettore molto esigente e compulsivo, non mi freghi con commissari bellocci e due-tre slang dialettali, perciò non mi butto in quella direzione come autore e la critica professionale non mi fila di striscio.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso grazie all’esperienza non rifaresti più? Ti sei mai sentito emarginato, o hai notato di essere stato in qualche modo penalizzato dal tuo credo politico?

Non così gravi da sbatterci la testa contro il muro. Forse avrei dovuto credere di più al progetto Linea BN: avevamo la possibilità di diventare il primo vero editore indipendente di Ferrara. Eravamo partiti molto bene con testi come Porno Bloc e Dal comunismo al consumismo e stavamo avendo un certo risalto nazionale. Ma eravamo giovani e incoerenti e la casa editrice è naufragata in poco tempo. Riguardo al mio credo politico: è una scelta quella di non seguire il flusso, questo porta, a volte, all’emarginazione. Preferisco però stare bene con me stesso che svendermi. Credo molto nel mio lavoro. Non avrebbe senso fare quello che vogliono gli altri, spesso succede già nella vita di tutti i giorni. Se devo cercare compromessi anche nella letteratura tanto vale lasciar perdere.

Cosa stai leggendo al momento?

Il martirio di una nazione, di Robert Fisk.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori che si muovono per la prima volta in cerca della propria strada?

Di leggere tanto prima di scrivere, e di leggere tanto mentre scrivono. E di essere costanti e non seguire mai l’ispirazione ma l’intuizione, farla diventare metodo, strutturare la storia. Studiare, fare ricerca, non mandare il testo a nessuno finché non si è sicuri che la “casa letteraria” regga.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi?

Diversi compadres: Enrico Remmert, Enrico Pandiani, Darien Levani e naturalmente Paco Ignacio Taibo II. Una storia di spionaggio, inseguimenti e vendette nel mondo frizzante di fine anni Settanta.

Progetti per il futuro, non solo letterari.

Vado avanti con i miei corsi di scrittura di Corsi Corsari a Milano e Ferrara e con i workshop di scrittura e fotografia all’estero con Mille Battute. Prossimamente andrò a Bucarest, poi a Lisbona e infine in Uzbekistan. Riguardo ai libri, mi è stato chiesto un contributo per un’antologia contro la violenza sulle donne e sto lavorando a un progetto molto ambizioso che richiama un po’ Quando le chitarre facevano l’amore e Il muggito di Sarajevo.

:: Bolle in libertà – Le tue personali ricette fai- da – te per la bellezza e la cura della casa. 50 cosmetici e detersivi eco e biologici di Elisa Nicoli (Altraeconomia Edizioni 2018)

21 febbraio 2018 by

Bolle in libertàIl dubbio che l’uso continuativo di detergenti chimici per la pulizia della casa possa procurare danni alla salute ce l’avevamo più o meno tutti. Per cui non stupisce che l’Università di Bergen in Norvegia abbia commissionato una ricerca, ora pubblicata su American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine, che monitora la capacità polmonare di un campione di persone che per lavoro o per necessità familiari si occupano di questo compito. Lo studio è durato 20 anni, e all’inizio della ricerca le persone coinvolte avevano circa 34 anni. Lo studio ha rilevato inoltre che: confrontando le donne che non si dedicavano alle pulizie con coloro che invece le facevano con regolarità, il volume espiratorio forzato a un secondo (Fev1), cioè la quantità di aria che si può espirare forzatamente in un secondo, risultava ridotto di 3,6 millilitri (ml)/anno più velocemente nelle donne che si dedicavano alle pulizie di casa e di 3,9 ml/anno più velocemente nelle addette alle pulizie. (fonte Ansa)

La lettura di questo articolo mi ha ricordato che volevo parlarvi di un libro di cui Altraeconomia Edizioni mi ha mandato il Comunicato stampa: Bolle in libertà” Ricette fai-da-te per la bellezza e la cura di casa. 50 cosmetici e detersivi eco e biologici alla portata di tutti. Il nuovo libro di Elisa Nicoli. Premetto che non ho potuto visionare l’intero volume, ma solo il PressKit con l’indice dell’opera e alcune ricette. Diciamo il volume è diviso in due parti, una dedicata alla cura della persona, con ricette specifiche, e una alla cura della casa con ricette basi per tutti i tipi di pulizia, dai panni, ai pavimenti, ai casi disperati: frigo, forno, scarichi intasati, muffa. In conclusione una bibliografia e web, siti e applicazioni, elenco dove trovare le materie prime e rivenditori.

L’uso di questi detergenti eco e biologici oltre al vantaggio per la salute personale, comporta anche un bene per le acque e il Pianeta, contribuendo a accrescere il nostro spirito ecologico.

Ecco un esempio di una ricetta. Buona lettura!

ricetta

Elisa Nicoli (Bolzano, 1980) è regista di documentari e scrittrice, oltre che appassionata di cammino e viaggio. Autrice di numerosi libri quali “L’erba del vicino” (Altreconomia), “100 cult in padella” (Altreconomia), “Questo libro è un abat jour” (Ponte alle Grazie-Altreconomia) e della guida “L’Italia selvaggia (Altreconomia), oltre che del grande successo “Pulizie creative”, da cui prende le mosse questo libro. Per Ediciclo ha scritto “Senza pesare sulla terra” (Ediciclo). Ha all’attivo 10 anni di esperienza reale in autoproduzione di cosmetici e detersivi. I suoi siti di riferimento sono elisanicoli.it e autoproduco.it