:: Primo venne Caino di Mariano Sabatini (Salani 2018) a cura di Micol Borzatta

21 febbraio 2018 by
Primo venne Caino

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Roma, luglio, giorni nostri.
Mentre Malinverno e la sua fidanza greca, Eimì, sono in vacanza a Santorini, il maggiore dei Carabinieri Walter Sgrò e la brigadiere Lucia Simoncini sono impegnati a indagare su una serie di omicidi in cui alle vittime viene staccato un pezzo di pelle in corrispondenza della presenza di un tatuaggio.
Le asportazioni vengono effettuate con una precisione chirurgica, tant’è che gli inquirenti gli appioppano il soprannome di Il tatuatore.
Chiesto l’aiuto del vicequestore Jacopo Guerci, Malinverno viene richiamato in città per poter gestire una diffusione mediatica della notizia per riuscire a mettere in difficoltà il serial killer.
Purtroppo però la morte del direttore de Il Globo e l’arrivo del nuovo direttore impediscono la pubblicazione dell’articolo.
Romanzo thriller molto ben strutturato, ma con uno stile linguistico troppo ricercato, che rallenta la capacità del lettore di immedesimarsi fin da subito, perché prima deve abituarsi alla ricercatezza delle parole.
Molto belle e ben riuscite invece le descrizioni, sia quelle relative ai paesaggi, che ci fanno vivere in prima persona i piccoli scorci romani e le atmosfere magiche della capitale, che quelle relative ai personaggi che sono tridimensionali e pieni di sfaccettature e sfumature.
Sfumature che portano ad affezionarsi in special modo di Leo Malinverno, alle sue problematiche personali e lavorative, la sua determinazione e le sue incertezze.
Un romanzo che conquista, anche se non proprio dalla prima pagina.

Mariano Sabatini nasce nel 1971, giornalista e scrittore per quotidiani, periodici e web.
Autore anche di programmi per Rai, TMC e altri network nazionali ha successivamente condotto rubriche in radio e tutt’oggi lavora nel settore come commentatore.
Con Salani ha pubblicato nel 2016 L’inganno dell’ippocastano.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Matteo dell’ Ufficio Stampa Salani.

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:: La “rilettura” della verità attraverso le pagine di Esse. “Trova la verità attesa” della scrittrice calabrese Barbara Nocita (Falco Editore 2010) a cura di Floriana Ciccaglioni

21 febbraio 2018 by

EsseUna pagina nera. Uno specchio che emerge dal buio. Una scritta che diventa doppia, perché riflessa in quello specchio. “Esse” come titolo, palindromo. Che da qualsiasi parte si legga conduce sempre allo stesso risultato. Esse si riflette nello specchio, perché doppio. Anche il lettore dovrà farlo. Specchiarsi. Sta, quindi, nello specchio “la verità attesa” segnalata nel sottotitolo. Da subito si può comprendere l’arduo compito che spetterà al lettore. Guardare e guardarsi. Leggere e rileggere. Già enigmatico nella copertina, si presenta così la prima fatica di Barbara Nocita, edito da Falco Editore nel 2010. Un romanzo la cui trama è sciolta dalla stessa autrice per non lasciare alcun dubbio. Jo, Coral, Tarin, Sara, Carlo, Alessandro, Valentina e Massimiliano detto Max. Un uomo solo che brucia sull’asfalto, un innocente bambino che, ignaro, gioca con ciò che l’ha reso orfano, una giovane donna che non può contare neanche su se stessa, un uomo che compra denaro svendendo la sua dignità, due giovani convinti che la libertà abbia un prezzo e non un valore. Storia di vite che si intrecciano. Il testo è privo della prefazione e dell’introduzione per aprirsi in medias res. Così il lettore si ritrova seduto alla fermata dell’autobus accanto ai personaggi e conosce in prima persona il dramma che attraversa l’intero romanzo: “rileggere” la propria vita. Ricorre in maniera quasi ossessiva nel testo il verbo “rileggere” come una spia che indica al lettore la necessità di andare oltre le apparenze (oltre una prima lettura) per “rileggere” ciò che si è già letto con occhi nuovi. Con una scrittura fluida e malinconica, il lettore è posto davanti la verità della propria vita. È un atto di violenza verso la serenità cui il lettore si trova, magari seduto sul divano mentre fuma una sigaretta e crede di leggere semplicemente un libro dalla trama surreale. Finisce, invece, per sentirsi spogliato, messo a nudo, quasi violentato. L’atto del leggere assume un ritmo frenetico, non tanto per soddisfare l’innegabile gusto della lettura, quanto per sapere come va a finire. Non il finale del racconto, ma il finale che attende ogni singolo lettore. E proprio quando questo sembra giunto al termine, un insospettabile coupe de theatre lo conduce sulla scena di un terribile incidente in cui le vittime sono proprio i personaggi che attendono alla fermata dell’autobus. Qual é allora la verità? La scrittrice si prende gioco del lettore? Lo inganna? Oppure è esso stesso che si è da sempre raccontato un’enorme menzogna sulla propria vita e adesso, “rileggendola”, si ritrova vittima “dell’incidente” di aver scoperto una realtà che non è reale? Attraverso l’espediente meta-letterario, nell’ultimo capitolo del romanzo l’autrice affida a Max la lettura del libro lasciatogli dalla nonna, nel quale viene raccontata proprio l’incredibile storia da lui vissuta quel giorno. Tutte quelle vite che attendono insieme alla fermata servono a Max affinché salvi se stesso, grazie al loro sacrificio. Ma quando il lettore crede di essere stato preso per mano dall’autrice che, in maniera materna e confortevole, lo ha portato verso la verità, succede l’insospettabile. Nel testo compare un enigma da risolvere: all’interno del testo sono state inserite delle frasi contrassegnate da un simbolo (due esse una dentro l’altra “§”) che rappresentano degli anagrammi da decifrare. Il lettore deve tornare indietro per “rileggere” il testo e riscoprire il significato degli eventi narrati. Solamente nell’ultima pagina, oltre la fine del racconto, nella sezione intitolata “Come arrivare alla verità”, si sciolgono tutti gli anagrammi presenti nel testo e il lettore sprofonda in un assoluto sconforto. Come Max, ha sempre avuto la verità sotto gli occhi, ma non è stato in grado di leggerla. Sarà così anche per la sua vita reale?

Source: libro del recensore.

:: Mi manca il Novecento – Quel meraviglioso genio osceno di Henry Miller a cura di Nicola Vacca

20 febbraio 2018 by

Henry Miller

Per molti anni Henry Miller fu lo scrittore più deprecato e detestato in America, dove i suoi libri venivano giudicati scandalosi e immorali. Soltanto dopo la pubblicazione a Parigi del Tropico del Cancro, gli americani in parte furono costretti a rivedere il loro giudizio.
Ma in realtà Miller non ha mai amato il suo Paese e nei suoi libri certo non lo nasconde.
Anche in Italia i suoi libri non furono amati. I suoi romanzi da alcuni critici furono definiti porcheria, fango, frenesia bieca.
In realtà, Henry Miller è stato un grande genio della letteratura perché con le sue opere ha rotto il vetro del conformismo letterario e spezzato i ghiaccio di ogni perbenismo bacchettone.
La sua intera opera può essere considerata come una celebrazione della sua esistenza splendida e miserabile allo stesso tempo.

«Era qualcosa – afferma Miller – che dovevo fare per preservare la mia integrità. Ripeto che era un caso di vivere e morire».

In pochi hanno veramente capito il carattere anticipatorio dell’opera di Miller. La narrativa prima di lui non aveva offerto un sincero e totale quadro della comportamento umano attraverso la vita sessuale.
Quando egli decise di continuare la sua carriera di scrittore in Europa e non in America, fu netto nel condannare il modo di pensare e di ragionare degli americani. Lui stesso affermò di non riuscire a ragionare come i suoi connazionali, e aveva ragione.
Tropico del Cancro Miller lo cominciò e lo terminò a Parigi. Il libro venne pubblicato nel 1934 e Miller prima di vederlo nelle librerie parigine lo riscrisse ben tre volte.
Nel suo capolavoro, come in tutti i suoi libri, c’era la vita che aveva fin a quel momento condotto: la lotta più nera contro la miseria e tutta la conoscenza di un modo di vivere europeo e in particolare del mondo intellettuale parigino che per primo consacrerà la sua grandezza.
I suoi discorsi avventurosi, apocalittici, ribelli, aleatori, veridici sul destino della nostra civiltà e della nostra arte persuadono o respingono, si fanno detestare e amare come tutto ciò che egli scrive.
A proposito delle discussioni provocate dalla pubblicazione dei suoi libri, Miller aveva una sola preoccupazione e riguardava non quanto uno scrittore possa essere libero nell’esprimere se stesso, ma quanto grande e pericoloso per il futuro dell’umanità sia il distacco tra gli audaci, ispirati da convinzioni oneste e il conformismo basato sull’inerzia, la stupidità, la vigliaccheria, l’ipocrisia.
Letta oggi questa è una profezia e Henry Miller è stato uno dei pochi scrittori che si è spinto per fortuna troppo in là dove ha avuto il coraggio di dire e di scrivere l’estrema verità di certe cose che la maggioranza pensava soltanto. La verità l’ha detta e l’ha scritta con la semplicità sconcertante di chi volutamente ha testimoniato nell’assoluta libertà di pensiero lo scandalo della vita.

:: Il tempo dentro di noi di Stefano Galardini (Edizioni Convalle 2017) a cura di Federica Belleri

20 febbraio 2018 by
Il tempo dentro di noi

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Primo romanzo per Stefano Galardini. Un esordio intenso e intimo, due vite unite da una solida amicizia. Quella fra Lidia e Luca, che si conoscono fin dalla scuola superiore. Diversi, puri, con mille e più domande sul futuro. La passione per i Nirvana li accomuna. Settant’anni di vita, vissuti fra alti e bassi, durante i quali stima e affetto sono cresciuti paralleli, senza cedere mai. Amici quasi dipendenti l’uno dall’altro. Amici pronti a dirsi tutto, in qualsiasi occasione. I tormenti e le inquietudini legate all’adolescenza si accavallano a momenti di assoluto silenzio, da conservare con cura. La lontananza dovuta alle scelte lavorative non basta a distanziarli, si riuniscono presto, come se non si fossero mai lasciati. Luca e Lidia sono l’uno lo specchio dell’altro, si completano e si proteggono, anche da se stessi. Si deve sempre essere sinceri con chi si vuole bene o a volte è meglio mentire?
Questo è solo uno dei tanti interrogativi che ci si pone leggendo questo libro. Perché la vita scorre troppo in fretta, le scelte si pagano, nel bene o nel male. Le certezze posso sfuggire, per lasciare il posto al vuoto totale, in pochi istanti.
Gli amori passano, l’amicizia resta. Le responsabilità pesano, e l’insoddisfazione aumenta.
Il tempo dentro di noi, una storia meravigliosa che richiede un’attenta lettura. L’introspezione impregna ogni pagina e immedesimarsi è indispensabile. L’affetto combatte il dolore, la paura, l’ansia. I ricordi devono essere tramandati, i rimpianti, lasciati da parte. Bisogna scrivere, per combattere la solitudine.
Buona lettura.

Stefano Galardini vive tra Genova e Monza. Condivide casa con Niky, gatto da un occhio solo. Sul suo comodino ci sono 90 libri in attesa di essere letti, ma continua comunque imperterrito a comprarne. Ama la musica, meglio se in vinile, a scelta tra rock e rock, con brevi puntate sul blues. Nella vita di ogni giorno si occupa delle persone, lavorando come Operatore Socio Sanitario nel sociale. Ha 32 anni e Il tempo dentro di noi è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’autore al recensore.

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:: ALIA Evo 3.0 al Mufant di Torino a cura di Elena Romanello

20 febbraio 2018 by

Alia Evo 3.0Domenica 18 febbraio si è svolta al Mufant, Museo del fantastico di Torino la presentazione dell’antologia di autori italiani ALIA Evo 3.0, tredicesimo di una serie che ha fatto scoprire il panorama complesso e affascinante del fantastico contemporaneo.
In questo nuovo volume, disponibile sia in formato cartaceo che digitale per Buckfast edizioni, ci sono diciannove autori e autrici che hanno collaborato e discusso insieme per avere un’antologia dove il fantastico è esaminato in tutte le sue sfumature, horror, weird, fantascienza, gotico, con più di quattrocento pagine tutte da divorare e scoprire.
Gli autori pubblicati in questo nuovo volume sono: Danilo Arona, Valeria Barbera, Vittorio Catani, Paolo S.Cavazza, Fabio Centamore, Massimo Citi, Maurizio Cometto, Alberto Costantini, Mario Giorgi, Consolata Lanza, Fabio Lastrucci, Massimiliano Malerba, Caterina Mortillaro, Luigi Musolino, Eugenio R.R. Saguatti, Massimo Soumaré, Silvia Treves, Francesco Troccoli, Davide Zampatori.
Le storie presenti nel libro sono quindi tra le più diverse, si va da Prima missione di Eugenio Saguatti dove bisogna salvare dei turisti molto speciali in un mondo futuro agli alieni di Sangue di famiglia di Davide Zampatori che mentre lottano contro la Terra approfondiscono amicizie e rapporti sociali, da Young Karla di Massimo Soumaré dove la protagonista trova una maestra degna per se stessa in mezzo ad atmosfere del fantastico orientale a Stat sua cuique dies di Francesco Troccoli dove una figlia deve insegnare al padre che non può essere Dio, da L’inverno alieno di Caterina Mortillaro dove si racconta della stagione più dura dell’anno in un altro mondo a Gli dei vegliano di Paolo Cavazza dove l’umanità continua a sbagliare, da Ritorno a casa di Massimo Citi per raccontare una colonizzazione dello spazio a Perseguitata di Valeria Barbera favola nera alla Tim Burton, da Il signore del giardino di Maurizio Cometto, storia di fantasmi nella Villa della Tesoriera a Torino all’ultra dark Il gioco della masca di Consolata Lanza.
L’occasione è stata anche utile per ribadire quanto fermento ci sia nel fantastico oggi, non solo in Italia, ma anche in Paesi e aree geografiche dove il fenomeno è diffusissimo come Giappone e Cina e altri dove sta crescendo a livello esponenziale come India, Paesi arabi e Africa.

:: Lo sconosciuto di Irène Némirovsky (Edizioni Dehoniane Bologna 2018) a cura di Viviana Filippini

16 febbraio 2018 by
Nèmirovsky

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Lo sconosciuto” di Irène Némirovsky è un racconto lungo, uscito per EDB a gennaio. Teatro di ambientazione è la Francia, durante la Seconda guerra mondiale che, attenzione, qui resta come sfondo. I veri protagonisti sono due fratelli entrambi al fronte e tornati a casa in licenza per il matrimonio della sorella. Il dialogo tra i due congiunti pronti a ritornare ai loro battaglioni si svolge alla stazione ferroviaria francese dove, oltre a loro, ci sono centinaia di persone, lì per salutare i soldati in partenza e non solo. In realtà il conflitto è solo all’inizio e la gente non ha idea che essa durerà per lungo tempo, e accanto ai due fratelli in divisa si vedono persone con le gabbiette per gli uccelli, persone cariche di valigie e bambini stanchi, addormentati tra le braccia materne. La narrazione si sposta dalla massa di viaggiatori ai due fratelli, si concentra su di loro e su quello che questi due si raccontano. Uno – Claude, il maggiore- è sposato e ha famiglia, l’altro –François- è giovane, single e pronto a tutto per combattere il nemico. A spegnere l’entusiasmo combattivo del minore ci pensa Claude, che confessa al fratello di aver ucciso un uomo in guerra, ma quello che lo sconvolge di più è che il soldato tedesco caduto sul campo sarebbe loro fratello. François è sconvolto e non vuole credere a questa insinuazione e non la accetta come verità nemmeno quando Claude gli conferma di avere trovato documenti, foto e lettere dove compare il nome del loro padre. Verità o dubbio, i due fratelli partiranno per il fronte con un tormento interiore nuovo che scatenerà riflessioni costanti sul senso della vita. Quello che emerge da questa novella dalla scrittrice di origine russa, trapiantata in Francia e morta in un campo di concentramento ad Auschwitz è il senso di precarietà esistenziale causata dalla guerra. I due fratelli sono lontani dai loro affetti e le loro esistenze sono perennemente in bilico a causa dell’incombere del conflitto. Il senso di spaesamento è però dovuto anche al fatto che uno dei due fratelli, Claude, uccide un uomo e il caduto- come certificano alcune prove su di lui ritrovate e anche un carte somiglianza con Claude e il padre, accumunati da un mento aguzzo- potrebbe essere il loro fratellastro. I due protagonisti – come molti altri uomini – sono stati mandati a combattere una guerra orchestrata da altri e il fare guerra per loro si rivelerà uno scontrarsi con un nemico straniero e sconosciuto. Questo elemento però non impedisce al maggiore dei fratelli di rivalutare tutto, dalla guerra, al valore della vita umana. Il messaggio che Irène Némirosvky comunica al lettore con “Lo sconosciuto” è qualcosa di universale e di potente, perché le permette di far capire a noi lettori di oggi che, indipendentemente dai legami di sangue, dalla fede e dalla cultura, quando si uccide un uomo è come uccidere il proprio fratello. Con nota di lettura di Jean Louis Ska..

Irène Némirovsky (1903-1942), ebrea di Kiev, si trasferì in Francia. Sebbene convertita al cattolicesimo insieme al marito, fu deportata con lui ad Auschwitz, dove entrambi morirono. Le figlie riuscirono a salvarsi, e a custodire i manoscritti della madre.

Source: libro richiesto all’editore. Grazie ad Anna Ardissone dell’ufficio stampa.

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:: Lo Straordinario di Eva Clesis (Las Vegas edizioni 2018) a cura di Giulietta Iannone

15 febbraio 2018 by
Lo Straordinario

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Esce oggi in libreria Lo Straordinario di Eva Clesis per Las Vegas edizioni. Un gioiellino di 236 pagine, scritto benissimo, da una penna interessante, che ormai seguo da anni, e mi riconferma che il rinascimento letterario pugliese, di cui parlava Valentino G. Colapinto nel 2011, non si è ancora sopito. Mario Desiati, Cosimo Argentina, Antonella Lattanzi, Nicola Lagioia, e perché no, anche Eva Clesis ne fa parte, barese, classe 1980.
Autrice che ha scritto per Pendragon, Newton Compton, Perdisa Pop, Lite Editions, e forse ancora la critica non ha messo a tutto oggi in luce a pieno doti e singolarità. Merito quindi di Las Vegas edizioni di aver dato alle stampe questo libro, la cui patina lucida e smaltata, nasconde un cuore al curaro, una critica alla società di oggi, del lavoro (che non c’è), dei rapporti sempre più effimeri, del mondo nel suo complesso coi suoi falsi miti, le sue lucciole per lanterne, sempre nascoste ad ogni angolo. Il percorso accidentato che Lea, la protagonista, deve compiere per affermare se stessa, in questo mondo dove nulla è mai come appare, divertirà il lettore soprattutto per la voce caustica e corrosiva che la Clesis usa giocando con un linguaggio tra il letterario e il satirico.
Non usa una lingua addomesticata o resa più semplice e schematica per attirare il lettore più di bocca buona, anzi il suo modo di scrivere è fantasioso, colorato, allegro e venato di una malinconia, che è un misto di rabbia e dolcezza, screziato di grazia.
Scherzando, ma neanche tanto, ho scritto che il libro è come una gigantesca, sontuosa torta di panna, meringhe, canditi, vaporosa come una nuvola al cui interno trovi cianuro. E questo vale fino a metà, dove la storia sembra prendere una piega che ricorda vagamente Il cerchio di Dave Eggers, un paradiso che nasconde controllo mentale, esperimenti sociali, fine della privacy, e tutte le degenerazioni tanto care a i più accesi complottisti. Poi di un tratto scopriremo cosa l’autrice ha escogitato per tenerci sulle spine. Ma prima tutti a chiederci, ma la povera Lea dove è davvero finita?
Ora invece partiamo da dove è entrata. Allora Lea è una ragazza di 37 anni, come tante se vogliamo, svolge uno stage in una rivista di moda che non si trasformerà mai nel promesso lavoro stabile e ben remunerato, convive con un coetaneo che ha un senso molto lato della fedeltà e della sincerità, (e che se non fosse stato beccato in flagrante tradimento, probabilmente avrebbe portato avanti la relazione clandestina, alle spalle di Lea, senza tanti sensi di colpa), ha un padre assente che l’ha abbandonata da piccola, una madre psicoterapeuta, supercritica, capace di colpire sempre nei punti deboli della figlia, e infine una sorella gemella di successo, super griffata, super bionda, super fortunata, super realizzata, che gira il mondo disegnando gioielli in compagnia di Alain, ricchissimo, bellissimo, elegantissimo, un vero nobile francese, appartenente a una famiglia di quelle che sopravvissero durante la Rivoluzione francese.
Quando la sua vita cade in pezzi, niente più lavoro, niente più compagno, niente più casa (quella in cui viveva era di lui), allora si lancia alla ricerca di un nuovo appartamento, e cosa trova? Una mansarda super accessoriata, piena di ogni confort possibile, fino al pavimento di parquet riscaldato, all’interno di un condominio nella periferia milanese, (le banlieue come direbbe sua sorella) che ha un nome molto evocativo Lo Straordinario. E non solo per la bellezza degli arredi, la cura negli infissi, per la rigogliosità della vegetazione, per la disponibilità e gentilezza della gente che vi abita, ma soprattutto perché per la prima volta in vita sua Lea si sente accolta in una grande e amorevole famiglia. Ma cosa nasconde tanta gentilezza, tanta amorevolezza, tanto di tutto? A voi leggerlo.             

Eva Clesis è nata nel 1980 a Bari. Ha pubblicato A cena con Lolita (Pendragon, 2005), Guardrail (Las Vegas edizioni, 2008), ora in una nuova edizione, 101 motivi per cui le donne ragionano con il cervello e gli uomini con il pisello (Newton Compton, 2010), E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco (Newton Compton, 2011), Parole sante (Perdisa Pop, 2013), Finché notte non ci separi (Lite Editions, 2014).

Source: libro inviato dall’editore. Si ringrazia Carlotta dell’ ufficio stampa Las Vegas edizioni.

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:: Il diavolo nel cassetto di Paolo Maurensig (Einaudi 2018) a cura di Nicola Vacca

15 febbraio 2018 by
Il diavolo nel cassetto

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Uno scrittore che ha raggiunto una discreta notorietà un giorno decide di riordinare gli oggetti che ha accumulato negli anni. Tra le molte cose che ha messo da parte ci sono anche numerosi manoscritti che aspiranti scrittori negli anni gli hanno inviato per avere da lui un autorevole opinione.
Tra questi, uno in modo particolare lo colpisce. Un testo di un centinaio di cartelle battute a macchina, il mittente è anonimo e il titolo intrigante.
Lo scrittore cosi si trova davanti a Il diavolo nel cassetto. Incuriosito subito si immerge nella storia.
Egli si appassiona subito alle vicende del piccolo paesino svizzero che ha visto anche la presenza di Goethe, dove tutti coltivano ambizioni letterarie.
Ed è proprio la letteratura a diventare un gioco diabolico. Dal prete anziano che scrive le sue memorie, al borgomastro, tutti gli abitanti si sentono scrittori e vogliono essere pubblicati.
Nel villaggio arriva un personaggio strano che sostiene di essere un noto editore e si fa carico di tutte le ambizioni letterarie degli abitanti del piccolo e tranquillo paese.
Ma il presunto prestigioso editore è un tipo losco, pare dietro la sua figura si nasconda il diavolo in persona. Padre Cornelius, il vice parroco, ha dei seri sospetti sulla vicenda. Ma il finale a sorpresa capovolgerà tutto.
Paolo Maurensig con Il diavolo nel cassetto scrive un piccolo romanzo sulla vanità della letteratura.
Attraverso una storia dal ritmo incalzante, l’autore de La variante di Lüneburg conduce il lettore in un intrigo rocambolesco e avvincente che sembra quasi di leggere un thriller.
Maurensig crea un gioco diabolico e inventa una storia che convince dall’inizio alla fine. Con questo romanzo breve il suo autore ha voluto scrivere un apologo sul mondo letterario che parla di un paese dove tutti scrivono e si finisce per respirare davvero un’aria infernale.

«Perché credo che alla fin fine gli scrittori si odino un po’ tutti. Ma attenzione: come le altre vie per raggiungere il successo, anche la scrittura può essere pericolosa; si rischia sempre di vendere l’anima al diavolo, anche se ormai i diavoli sono soltanto dei poveri diavoli e il mio editore è un diavolo da operetta. D’altra parte non è per caso che Faust è un archetipo così duraturo. Il mistero è: perché dobbiamo lasciare a tutti i costi una pietra scolpita?».

Alcune volte è sufficiente un romanzo per insinuare dubbi sull’utilità della letteratura e sulla vanità di chi scrive. Il diavolo nel cassetto di Paolo Maurensig è un romanzo perfetto che sull’argomento non sbaglia un colpo

( «Che cosa induce la gente a scrivere, se non questo vago timore di non aver fatto abbastanza per garantirsi un seguito di vita? Per questo bisogna mostrarsi, far circolare il proprio nome, la propria immagine, riflettersi negli occhi degli altri e, da lì, imprimersi indelebilmente sulla lastra metafisica dell’universo, facilitando così l’Onnipotente nel rimettere a posto i pezzi del meccano nel giorno della resurrezione»)

La letteratura spesso finisce per misurarsi con il chiacchiericcio da strada e Maurensig scrive un bel romanzo – apologo sulla vanità e sul narcisismo di chi scrive e di chi non si rende conto che spesso la letteratura è opera del diavolo, o meglio la sua arma preferita e allo stesso tempo è una necessità, con tutte le sue storie infinite, di cui non sappiamo fare a meno.

Paolo Maurensig è nato a Gorizia e vive a Udine. Ha esordito nel 1993 con La variante di Lüneburg, tradotto in oltre venti lingue. Tra i suoi romanzi ricordiamo: Canone inverso (1996), Venere lesa (1998), Il guardiano dei sogni (2003) e L’arcangelo degli scacchi (2013). Nel 2015 è uscito Teoria delle ombre con il quale ha vinto il Premio Bagutta. Il diavolo nel cassetto è il primo romanzo pubblicato per Einaudi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa Einaudi.

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:: 120, rue de la Gare di Leo Malet (Fazi 2018) a cura di Marcello Caccialanza

15 febbraio 2018 by
Leo Malet

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Leo Malet è da considerarsi autore ecclettico e geniale, vero ed incontrastato Maestro del Noir d’Oltralpe e la sua ultima fatica letteraria dal titolo “120, rue de la Gare” rappresenta per i molti suoi fedeli estimatori una vera e propria chicca.
Ci troviamo catapultati nelle nebulose atmosfere della Seconda Guerra Mondiale ed il protagonista di questa avvicente storia, Nestor Burma, rientrato dalla prigionia, incontra casualmente il socio con cui anni addietro aveva gestito un’agenzia di investigazioni.
Mentre Nestor sta per salutarlo, il suo ex socio crolla improvvisamente a terra, colpito a tradimento da un colpo esploso da un’arma da fuoco. L’uomo resta annichilito, come ipnotizzato dall’assurdo incantesimo di un perfido mago e nel frattempo l’amico spira, sussurrando un indirizzo: 120, rue de la Gare. Da qui partiranno le indagini di Nestor Burma.
Un libro ben scritto e strutturato; ambientazione e trama camminano a braccetto, creando un pathos sempre più avvolgente man mano che ci si addentra nella lettura. Romanzo che si legge tutto d’un fiato e che è in grado di coinvolgerti a pieno. Non solo per gli amanti del genere.

Léo Malet, l’anarchico conservatore, come amava definirsi, è uno dei padri del romanzo noir francese. Nato al numero cinque di Rue du Bassin, a Montpellier, figlio di una sarta e di un impiegato, rimane prestissimo orfano. Quando Léo ha due anni muoiono prima il padre e il fratellino e, a distanza di un anno, la madre. Tutti e tre di tubercolosi. Così, è il nonno bottaio e grande lettore che si prende cura del nipote e lo inizia, in modo non certo canonico, alla letteratura. A sedici anni Léo Malet si trasferisce a Parigi in cerca di fortuna. Determinante è l’incontro con André Colomer, disertore e pacifista: Colomer gli dà una famiglia e soprattutto lo introduce in ambienti anarchici. In questo periodo Malet collabora anche a vari giornali e riviste (En dehors, Journal de l’Homme aux Sandales, Revue Anarchiste). A Parigi abita in molti posti, anche sotto il ponte Sully, vive alla giornata, fa l’impiegato, il manovale, il vagabondo, il gestore di un negozio d’abbigliamento, il magazziniere, il giornalista, la comparsa cinematografica, lo strillone, il telefonista. Nel 1931 l’incontro con André Breton gli dà accesso al mondo delle case editrici e degli scrittori; Malet entra a far parte del Gruppo dei Surrealisti. Per qualche tempo il suo vicino di casa è Prévert, uno dei suoi migliori amici Aragon. Si sposa con Paulette Doucet e insieme fondano il Cabaret du Poète Pendu. Dopo una dura esperienza in un campo di concentramento nazista, nel 1941 inizia a scrivere polizieschi firmandosi con svariati pseudonimi: Frank Harding, Leo Latimer, Louis Refreger, Omer Refreger, Lionel Doucet, Jean de Selneuves, John Silver Lee. Con lo pseudonimo di Frank Harding crea il personaggio del reporter Johnny Métal, protagonista di una decina di romanzi gialli. Nel 1943 pubblica 120 Rue de la Gare con cui esordisce la sua creazione narrativa più celebre, l’investigatore privato Nestor Burma. Burma sarà protagonista di una trentina di avventure, inclusa una “serie nella serie” intitolata I nuovi misteri di Parigi, che comprende quindici racconti, ognuno dei quali dedicato a un diverso “arrondissment” di Parigi. Con Nestor Burma, Malet da un lato riscuote i primi consensi di pubblico, anche attraverso successive trasposizioni cinematografiche, una serie televisiva (1991-1995) di 85 episodi e l’adattamento a fumetti. Ma d’altro canto si allontana dal movimento anarchico: nel 1949 il gruppo dei Surrealisti lo espelle con l’accusa di essere diventato “seguace di una pedagogia poliziesca”. In realtà Malet è uno scrittore dai mille volti: accanto al poliziesco, si cimenta nei romanzi di cappa e spada e, soprattutto, nel noir. La critica gli concede proprio in questo filone i maggiori riconoscimenti: la Trilogie noir, di cui fanno parte Nodo alle budella, La vita è uno schifo e Il sole non è per noi, viene considerato il suo capolavoro. Malet muore nel 1996. Chi vuole andare a visitare la sua tomba, la trova al cimitero di Chatillon-sous-Bagneux.

Source: libro del recensore.

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:: I prescelti di Steve Sem-Sandberg (Marsilio 2018) a cura di Micol Borzatta

14 febbraio 2018 by
I prescelti

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L’ospedale viennese Spiegelgrund non esiste più.
Famosissimo negli anni tra il 1940 e il 1945 come istituto per raddrizzare i bambini ribelli e assistere quelli affetti da malattie mentali.
Adrian è uno di questi bambini. Dopo un’infanzia piena di problematiche molto forti viene rinchiuso nell’istituto nel 1941.
Mentre la persone fuori pensano che, una volta entrati, i bambini vengano seguiti e veramente curati, nella realtà dentro a quelle mura è un vero inferno, dove i medici si dedicano a torture di ogni genere e all’eutanasia infantile che Berlino pretende e obbliga di effettuare.
Ovviamente tutti i sensi di colpa vengono sopiti con la scusante che si stanno solo seguendo degli ordini, così che i coinvolti possono andare avanti con le loro vite senza dover prendere atto delle loro azioni.
Romanzo molto forte che dopo una partenza lenta in cui conosciamo il passato di Adrian, prende il via con toni pesanti e duri quando inizia la sua vita dentro all’istituto.
Molto ben descritto anche il personaggio dell’infermiera Anna Katschenka, che ci trasmette la dualità dei suoi sentimenti. Infatti Anna ama moltissimo i bambini, li ha nel cuore, però è anche fedele e leale al regime, con un forte senso del dovere che le fa eseguire tutti gli ordini che le vengono dati, facendola passare così come un mostro disumano, ma che dentro di sé è a pezzi dal dolore.
Un romanzo che narra una realtà diversa del tempo del nazismo, una realtà più pediatrica, più infantile, una realtà che non siamo abituati a sentire e che ci distrugge l’animo durante la lettura, nonostante sia intramezzata dalla finzione romanzata.
Un modo diverso per ricordare e vivere il periodo della guerra senza fossilizzarsi sempre e solo sui campi di concentramento.

Steve Sem-Sandberg nasce nel 1958 ed è uno dei migliori scrittori svedesi apprezzati. Ha già pubblicato il romanzo Gli spodestati che è stato pubblicato in oltre 20 paesi, ed è stato un caso internazionale vincendo l’August Prize, il più prestigioso premio letterario di Svezia.
I prescelti ha vinto in Francia il Prix Médicis come miglior romanzo straniero e il Prix Transfuge come miglior romanzo europeo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Anna Chiara dell’ Ufficio Stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il pozzo di Doris Lessing (Zoom Feltrinelli 2013) a cura di Daniela Distefano

14 febbraio 2018 by
IL POZZO di Doris Lessing

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Un ultimo ramoscello di ciliegio tra i lillà candidi e le giunchiglie gialle, in una panciuta brocca bianca…ce lo infilò coscienziosamente, a completare un disegno che aveva bisogno giusto di quell’attenzione. Gridando “Primavera!”, la brocca appoggiava su un tavolino al centro della stanza.

E’ San Valentino, per molti ma non per tutti. La festa degli innamorati è spesso un giorno triste per coloro che sono vittime di passioni incontrollate, di tradimenti, di sotterfugi sentimentali, di distorsioni affettive, di annichilimento del cuore, di spolpamento dell’anima, insomma, di dolore perché l’Amore anche quando è vero ed autentico si nutre di questa erbaccia amara. In questo racconto brevissimo si parla di un triangolo amoroso e di una scelta obbligata. Sarah, cinquantacinque anni portati con fierezza, riceve la visita di James, l’uomo di 53 anni con cui era stata sposata per dieci anni. Non sapeva perché venisse a trovarla, era trascorso del tempo dal loro ultimo incontro ravvicinato, i figli Nancy e Martin erano oramai grandi e indipendenti. James disse che voleva andare a trovarla “solo per parlare”. Già, ma di cosa? Se lo chiede con ansia e premonizione. Lui l’aveva tradita, abbandonata per un’altra donna, la magnetica Rose, però adesso non sentiva più quella fitta che accompagna sempre certe sconfitte dello spirito. In fondo, ci si abitua a tutto prima o poi. Forse voleva rimproverarla per qualcosa?
In realtà non ricordava che James avesse mai criticato le sue scelte, ma andarsene con una donna i cui gusti erano in tutto e per tutto opposti ai suoi non doveva essere considerata una critica?
James arriva col fiatone delle colpe e bussa alla sua porta del perdono:Ora sentiva che lui le era stato restituito. Può ritornare Sarah sui propri passi, può cancellare anni di silenzio interiore, accettare la proposta bizzarra del suo ex marito e partire insieme a lui verso una meta lontana come un sogno? Quando è stata ferita, solo il tempo ha rimosso le cicatrici; per lei, segretaria di direzione in una compagnia petrolifera, si era aperto un mondo ignoto e pieno di opportunità esistenziali. Si era messa a viaggiare, Parigi, New York, varie città dell’Inghilterra, un tripudio di giornate colorate dopo il monocromo fallimento matrimoniale. E adesso che si era liberata di lui, James veniva a scombinare le carte nuovamente. Forse si potrebbe dargli un’ultima chance, Sarah lo ama ancora, dopo tutto, dopo l’inferno della separazione? Ma questa storia include una ulteriore parte in gioco affatto marginale:Rose, amante e seconda moglie di James. Con lei tutto diventa pericoloso. Rose ha messo al mondo i figli di James, Rose la bugiarda, Rose la donna instabile che cerca protezione, Rose l’indomita, la sanguisuga, Rose è una minaccia per la serenità ritrovata di Sarah. Che fare? Lo scoprirete leggendo l’ultima pagina di questo “Pozzo” che può essere benefico solo se porta acqua e non ci si cade dentro. Sarah è una donna saggia come una pianta, riesce a vedere oltre la cortina di un fumo nocivo per lei e per il suo futuro. Un racconto scritto da una Doris Lessing in gran forma. Non un semplice intrattenimento o un esercizio di stile, ma un osservatorio sulle più astruse combinazioni di amore, coppia, e trappole.

Doris Lessing (Doris May Taylor) è nata in Persia (Iran), figlia di genitori inglesi, nel 1919, e ha vissuto l’infanzia a Kermanshah dove il padre lavorava in una banca. Nel 1925 la famiglia si è trasferita nella colonia britannica della Rhodesia (oggi Zimbabwe) a gestire una fattoria.
Doris Lessing ha studiato in un convento e poi in una scuola femminile di Salisbury, che ha abbandonato a quattordici anni. Ha completato la sua formazione da autodidatta, leggendo i grandi classici della letteratura. Ha lasciato la casa paterna a quindici anni.
Nel 1937 si è trasferita a Salisbury ed è iniziato il suo impegno politico, nella sinistra non razzista. A diciannove anni si sposa con Frank Charles Wisdom e ha da lui due figli, John e Jean.
Divorzia dal marito e lascia la famiglia nel 1943.
Si iscrive al Partito comunista, che abbandonerà nel 1954.
Sposa in seconde nozze l’attivista politico ebreo-tedesco Gottfried Lessing. Ma anche dal secondo marito si separa, nel 1949, dopo aver avuto da lui un figlio. Dopodiché si trasferisce in Inghilterra col figlio minore, Peter, e lì pubblica il suo primo romanzo, L’erba canta, nel 1950. Da questo momento consacra la sua vita alla scrittura.
Tra gli altri premi ha vinto il Grinzane Cavour “Una vita per la letteratura” nel 2001.
Nel 2007 ha vinto il premio Nobel per la letteratura.
In Italia i suoi romanzi sono pubblicati da Feltrinelli. Il ciclo di fantascienza invece è edito da Fanucci.
La Lessing è morta il 17 novembre a Londra.

Source: libro acquistato dal recensore.

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:: Nasceva oggi: Georges Simenon

13 febbraio 2018 by

Simenon

Nasceva oggi a Liegi, il 13 febbraio 1903, Georges Simenon.