:: Poesie scelte di Giovanni Testori (Guanda 2017) a cura di Nicola Vacca

13 febbraio 2018 by
poesie scelte

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«Quella di Giovanni Testori è una storia di scrittore e di artista che non ha probabilmente l’eguale, qui da noi, per complessità di motivi e per complessità di risultati, negli ultimi decenni di questo secolo».

Con queste precise parole Giovanni Raboni descrive l’importanza e la grandezza del poeta e dell’ intellettuale Testori con cui la cultura italiana non ha fatto completamente i conti.
Ha ragione Raboni quando scrive che nei confronti dello scrittore milanese sono stati commessi peccati di superficialità e incomprensione.
La poesia occupa un posto di rilievo nel percorso creativo di Testori che oltre poeta è stato anche critico d’arte, scrittore di teatro e giornalista. Una poesia dalla lingua estrema che tra bestemmia e preghiera non ha mai rinunciato alla provocazione e alla dissacrazione.
Da molto tempo la sua opera poetica viene letta e pubblicata poco. A colmare questa lacuna ci pensa l’editore Guanda che manda in libreria Poesie scelte,
un bel volume antologico curato magnificamente da Fulvio Panzeri.
Come poeta e come scrittore Testori da più parti venne considerato un rivoluzionario della cultura del suo tempo.
La sua poesia crea scandalo e i suoi versi, sempre irriverenti, sono sempre chiodi che si conficcano nella carne viva del pensiero e dell’esistenza.
Testori con la sua lingua forte non risparmia alle pagine che scrive continue deflagrazioni.
La parola è un fucile sempre carico e da poeta non si nasconde mai. La sua scrittura è urticante e spiazza sempre.

«Giovanni Testori è uno scrittore che, pur stando ai margini rispetto alle mode e ai salotti letterari, è stato sempre presente come ospite scomodo sulla scena letteraria dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta».

Cosi Fulvio Panzeri lo inquadra in un articolo pubblicato su L’Avvenire pubblicato l’8 gennaio del 2013, a venti anni esatti dalla morte dello scrittore e poeta.
Testori è un poeta viscerale e la sua scrittura tende sempre allo schianto. Tutta la sua attività creativa è sempre stata mossa da uno spirito originale e polemico.
Del genio poliedrico di Giovanni Testori la poesia è la parte più interessante della sua produzione.
La parola carnale e sanguinante di un verso mai evocativo che abbraccia una lingua estrema in cui dolore e passione non vengono mai esibiti ma attraversati da un poeta unico e autentico che non si dimentica mai di essere prima di tutto un essere umano con le sue infinite contraddizioni.
Pochi poeti nel Novecento sono stati così nudi come Giovanni Testori. La sua poesia ancora oggi è urgenza ma è anche fuoco che devasta e riscalda.

Giovanni Testori (1923-1993), critico d’arte, poeta, autore teatrale e romanziere, è considerato tra i maggiori scrittori italiani del secondo Novecento. Negli anni Cinquanta ha raccontato la periferia milanese nel ciclo dei Segreti di Milano. Nel 1965 ha pubblicato il poema I Trionfi. Per il teatro, negli anni Settanta, con la Trilogia degli scarrozzanti (L’Ambleto, Macbetto e Edipus) ha creato una personalissima lingua drammaturgica, proseguita con gli oratori di argomento sacro, quali Conversazione con la morte, Interrogatorio a Maria e Factum est, e culminata con la messa in scena, negli anni Ottanta, del romanzo In exitu, uno dei suoi capolavori, e di sdisOrè. La sua ultima opera, quasi un testamento fra teatro e poesia, è Tre lai.

Source: libro del recensore.

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:: Giallo all’ombra del vulcano di Letizia Triches (Newton Compton 2018) a cura di Federica Belleri

12 febbraio 2018 by
Giallo all'ombra del vulcano

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Torna Letizia Triches con un nuovo giallo che vede ancora una volta protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri. Questa indagine lo porta in Sicilia, nella provincia di Catania, per il ripristino di alcuni affreschi del ‘700 in un’antica tenuta agricola. La villa che li ospita è a Cala Bruna, un luogo affascinante tra la campagna e il mare. Proprio lì, ai piedi di una scogliera, scomposto sulle rocce scure, viene ritrovato il corpo di Rachele De Vita. Archeologa, scomparsa qualche giorno prima e figlia di un facoltoso e sprezzante avvocato dell’aristocrazia catanese. Neri rimane incastrato nella vicenda, tra un restauro e l’altro. Incontra la dottoressa Elena Serra, magistrato, donna dalla bellezza discreta e fragile ma molto preparata e determinata.
Una morte inspiegabile, quella di Rachele, che porta la Serra e Neri a collaborare con costanza. Il loro lavoro sembra scorrere in apparente simbiosi anche se faticano a contenere il magnetismo che li attrae.
Siamo nei primi anni ’90 ma Elena Serra scopre ben presto quanto questa vicenda abbia radici lontane, che la portano a scavare terreni argillosi, ricchi e unici. Catania verrà studiata sopra e sotto, la sua storia appassionerà lei e il restauratore. L’azzurro del mare si unirà al rosso della lava, tradizioni e ambizioni entreranno in conflitto. Le promesse non verranno mantenute, generando rancore e odio. I sogni si schianteranno al suolo, perché in fondo i sogni sono “ragazzate” e la cultura non si trova nei libri o nell’arte. L’amore sarà tradito e le amicizie coltivate da tempo riveleranno quanto di più crudele si possa immaginare.
Mantenere le apparenze, senza rivelare il proprio obiettivo. Speculare per non perdere la luce. Arricchirsi, anche a costo di risultare volgari…
Giallo all’ombra del vulcano è un giallo classico, curato nei particolari. Catania risplende sotto sfumature calde. L’arte e la mitologia si intrecciano all’indagine perché il passato non deve essere dimenticato. Indizi e sospetti vengono inseriti nella trama a piccole dosi, con maestria, tatto e precisione. La musica è la colonna sonora portante di questo romanzo. Musica italiana, scelta con cura e passione. Il tutto racchiuso in un libro davvero particolare, interessante, catalizzatore.
Giallo all’ombra del vulcano. Perché mentire è un’arte, ma mentire a se stessi demolisce ciò che si è costruito.
Ottima lettura, che consiglio.

Letizia Triches è nata e vive a Roma. Docente e storica dell’arte, ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste «Prometeo» e «Cahiers d’art». Autrice di vari racconti e romanzi di genere giallo-noir, ha vinto la prima edizione del Premio Chiara, sezione inediti, ed è stata semifinalista al Premio Scerbanenco. La Newton Compton ha pubblicato Il giallo di Ponte Vecchio, Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, I delitti della laguna e Giallo all’ombra del vulcano, che hanno tutti come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa Newton Compton.

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:: Bosco d’Estate Tè nero e Il lato oscuro dell’ addio di Michael Connelly

12 febbraio 2018 by

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Il Carnevale sta finendo, San Valentino di avvicina e cosa c’è di meglio che sorseggiare una buona tazza di tè soli o in compagnia? Grazie alla collaborazione con PETER’S TeaHouse ho ricevuto cinque nuovi tè in degustazione, di cui di uno vi ho già parlato la scorsa settimana il Tè della Principessa Sissi. Se l’avete assaggiato avrete potuto constatare con mano quanto siano buoni questi tè. Oggi invece vi parlo del mio tè preferito di questa tornata Bosco d’Estate Tè nero.

E’ un tè sontuoso, ottimamente bilanciato, sempre nero, quindi piuttosto intenso, deliziosamente fruttato, molto profumato sia fresco, che in tazza una volta preparato. E’ composto da pregiato tè nero proveniente da Ceylon, India e Cina, impreziosito da un tocco di sambuco (sapore che io adoro è che si distingue chiaramente durante la degustazione) più fragola, mora e lampone, a cui viene aggiunto un intenso aroma naturale di frutti di bosco. Costa 5, 60 e all’etto. Costa meno di Magia invernale Tè nero, ma vi assicuro che se avete amato questo troverete ottimo anche Bosco d’estete.

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Mi piacciono i tè ricchi dall’intenso bouquet, anche se speziati o fruttati, Bosco d’Estate Tè nero è adatto a chi ama questo tipo di tè e non è allergico alla fragola e ai frutti di bosco. L’ho fatto assaggiare anche a mia madre, che di solito ha gusti difficilissimi da indovinare (e mai mi vuole dare soddisfazione) e mi ha detto: questo è buono!

Zuccherarlo o non zuccherarlo?, essendo a base di frutta si può anche non dolcificarlo, ma io l’ho degustato con un cucchiano di zucchero di canna naturale.

Se volete provarlo lo trovate a questo link.

Per una preparazione ottimale

vi rimando agli articoli precedenti qui:

Consigliati:

Un cucchiaio di tè per persona.
Temperatura dell’acqua di 95 °.
Tempo di infusione dai 3 ai 4 minuti.

Curiosità musicali

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Eilif Peterssen-Edvard Grieg 1891

Se la scorsa settimana vi ho parlato di una curiosità storica, oggi vi parlo di musica, e dei compositori e musicisti classici che hanno scritto pezzi musicali ispirandosi alla magia dei boschi. Sono davvero tanti, da Johann Strauss figlio con il valzer le Storielle del bosco viennese (Geschichten aus dem Wienerwald) op. 325, a Debussy con Reflets Dans L`eau, a Robert Schumann con Waldszenen Op. 82 (Forest Scenes), all’amatissimo da me Edvard Grieg autore di una dolcissima musica per pianoforte dal titolo Skogstillhet (Peace in the woods) tratto da i Pezzi lirici. Tutte musiche che facilmente trovate su Youtube, eseguite dai maggiori musicisti, c’è pure una esecuzione d’epoca di Reflets Dans L`eau di Debussy eseguita da Arturo Michelangeli.

Simbolo di spiritualità e di vita, il bosco ispirò non solo musicisti ma anche pittori e poeti, celebre è il poema Stopping by Woods on a Snowy Evening di Robert Frost. Ma tornando alla musica mi piacerebbe approfondire la figura di Edvard Grieg. Nacque a Bergen, in Norvegia, nel 1843. E’ stato sia un compositore, che un pianista celebre per aver composto la musica del Peer Gynt, di Henrik Ibsen, famosissima la Solveig’s Song nell’atto terzo. Peace in the woods è tratto da i Pezzi lirici (in norvegese Lyriske stykker), che sono una collezione di 66 composizioni per pianoforte. La musica fu composta nel 1901, Opera 71 N°4. Grieg morì a Bergen, il 4 settembre 1907. Al suo funerale fu eseguita la commovente e solenne marcia funebre di Fryderyk Chopin. Grieg e sua moglie Nina furono sepolti in una cripta ricavata su una parete rocciosa che scende verso il mare. Buon ascolto!

Consiglio goloso

Consiglio di accompagnare Bosco d’Estate Tè nero con dei piccoli biscottini al sambuco, che richiamano l’aroma già presente nel tè, questa ricetta è facilissima e molto veloce: qui.

E ora veniamo al mio consiglio di lettura

Consiglio di sorseggiare il Bosco d’Estate Tè nero leggendo Il lato oscuro dell’ addio di Michael Connelly, edito da Piemme e tradotto da Alfredo Colitto, ho voluto abbinare un tè che amo con uno dei miei autori americani preferiti di thriller.

Source libro: libro inviato dall’editore, si ringrazia Federica dell’ Ufficio Stampa Piemme.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

14 Febbraio. Da un diario di polvere

10 febbraio 2018 by

:: La nostra 700° Follower

:: Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico (Vol. 9) – La corale del petrolchimico di Lorenzo Mazzoni (Koi Press 2018)

10 febbraio 2018 by

petrolchimicoL’involtino primavera sapeva di cavolo avariato ed era stato fritto, con buone probabilità, nell’olio per motori. Il pollo era poco cotto, praticamente crudo. I gamberetti erano stati scottati con la fiamma ossidrica. Reinalter, seduto all’angolo destro del tavolo, continuava a masticare in silenzio, triturava mandorle dure come sassi e verdura putrefatta, tenendo le orecchie aperte sulla conversazione in corso. Mariano Balboni parlava a vanvera con la bocca piena di grosse tagliatelle udon. Di fianco a lui era acquattata la sua onnipresente guardia del corpo e factotum, Robertino Di Nauta, che, taciturno, guardava in cagnesco tutti, anche se stesso riflesso allo specchio. Di fronte a loro i due cinesi arrivati da Prato si ingozzavano di spaghetti al pomodoro utilizzando forchette. Il più anziano, un quarantenne azzimato dalla pelle giallastra, aveva le sembianze del ragioniere: capelli corredati di forfora pettinati con il riporto sul lato destro, occhiali da vista, camicia bianca, una Bic infilata nel taschino. Il suo compare, uno scheletrico tardo adolescente, aveva il viso scavato e le occhiaie violacee che facevano pendant con la maglietta della Fiorentina taglia extralarge che indossava.

Così inizia il nuovo romanzo di Lorenzo Mazzoni, La corale del petrolchimico, 9° episodio della serie Malatesta- Indagini di uno sbirro anarchico, edito da Koi Press, illustrazioni di Andrea Amaducci.
Ferrara fa da sfondo e scenario a una nuova storia che vede lo skyline inquinante del polo petrolchimico, con le sue alte torri tossiche e gli stabilimenti cancerogeni al centro della scena.
L’ispettore Malatesta torna dalle ferie dal lavoro sbirresco ancora un po’ scombussolato per i successi calcistici della sua squadra del cuore (La Spal in serie A dopo 49 anni) e subito si trova alle prese con l’Operazione Martellamento, a seguito delle proteste degli abitanti del quartiere GAD, stanchi del dilagante mercato della prostituzione e dello spaccio nei dintorni del Grattacielo e della stazione ferroviaria.
Nel loro giro di ronda Malatesta e Appuntato sentono per la prima volta il nome del nigeriano a capo dei traffici di droga del quartiere, un inquietante Adolf Hitler.
E da qua prende l’avvio una rocambolesca serie di eventi tesi alla cattura di questo sinistro e sfuggente personaggio (ma esisterà davvero? Si chiede Malatesta), eventi dal tono surreale, come è nello stile dell’autore, e drammatico, dalle cariche della polizia, fino alle uccisioni di un improvvisato giustiziere.
L’ironia non manca, anch’essa come da abitudine, in tutta la serie Malatesta è presente a piene mani, soprattutto nei dialoghi e nelle situazioni di per sé paradossali ed esilaranti, come nella scena iniziale in cui il povero Reinalter scambiato per un conoscitore della lingua cinese si trova a fare da interprete (per uno sgangherato produttore di film a luci rosse) a un tavolo di ristornate, dove i cinesi presenti parlano solo italiano con cadenza toscana, e più che usare esotiche bacchette usano italianissime forchette per mangiare spaghetti al pomodoro.
La descrizione del variegato gruppo umano che popola la stazione, specchio di una integrazione ormai cementata, che non distingue più stranieri o autoctoni, accomunati da povertà e disagio, è ben rappresentata da queste poche righe, prive di connotazioni razziste, ma unicamente immagine riflessa di una società che cambia e in cui la multietnicità è un dato di fatto.

Il barbone dormiva ancora aggrappato alla colonna del portacenere pubblico, due prostitute scheletriche chiedevano soldi ai passanti, ragazzini fuori forma e senza idee cercavano biciclette da rubare, giovani arabi con vestiti da due soldi bevevano birra davanti al sudicio kebabbaro, gruppi di perdigiorno africani bighellonavano sotto i portici, tra il Bar Fiorella, leggendario ritrovo della mala locale dalla notte dei tempi, il passaggio coperto che immetteva su piazzale Castellina e la pista ciclabile per il centro della città.

Le bande della criminalità nigeriana in conflitto tra loro, (la Aye Confraternite, gli Eiye e i temibili Black Axe), le loro strutture, le loro forme di cooptazione, spirale di violenza infinita, tutto viene descritto alternando parti più analitiche (e se vogliamo giornalistiche) a parti più leggere, se non umoristiche.
Lorenzo Mazzoni alterna i torni e i registri, per parlarci della società di oggi in cui vasti strati di criminalità da quella serba, a quella nigeriana, per non tacere delle frange neonaziste o degli imprenditori senza scrupoli cinesi si sovrappongono in un tessuto sociale sempre più disgregato.
Prostituzione, droga, truffe informatiche, lavoratori schiavizzati e in nero sono i nuovi traffici disponibili per chi fa sempre più fatica a mettere d’accordo il pranzo con la cena, e in questo nuovo mondo il nostro anarchico ispettore, (preoccupato per il figlio in rotta con la fidanzata) persegue a modo suo il suo dovere, portando a termine il lavoro più che per lo Stato che lo paga, per seguire il suo personale codice etico e morale.
Ma alla fine la Spal è in serie A, e anche il Nostro può in qualche modo festeggiare. Sebbene un filo di amarezza persista.

Malatesta alzò la sciarpa insieme a centinaia di altri tifosi cantando a squarciagola.
Davanti a lui il saluto della Spal al proprio pubblico venne oscurato, per qualche secondo, dall’enorme bandiera sventolante che riportava il volto di un ragazzo come tanti.

Dedicato alla memoria di Federico Aldrovandi.        

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Scrittore, saggista e reporter ha pubblicato oltre venti romanzi e numerosi racconti. È il creatore dell’ispettore Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Koi Press) Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico. La Trilogia (2011), La tremarella (2012), Termodistruzione di un koala (2013), Italiani brutta gente (2014), Il giorno in cui la Spal vinceva a Renate (2015), Riti propiziatori di un uomo perbene (2017). È docente di scrittura creativa di Corsi Corsari e responsabile del service editoriale ThinkABook. Nel 2015 è entrato a far parte di Mille Battute, un contenitore culturale di esperienze umane che promuove workshop di scrittura, reportage e fotografia in giro per il mondo. Collabora con il Fatto Quotidiano. I suoi libri sono tradotti in spagnolo, romeno e inglese.

Source: pdf inviato dall’autore.

:: Il destino dell’avvoltoio di Giorgio Ballario (Edizioni del Capricorno 2018)

9 febbraio 2018 by
Il destino dell'avvoltoio

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Uscito in edicola, perlomeno in Piemonte, dal 9 dicembre dello scorso anno con La Stampa, prima uscita della nuova collana “Piemonte in noir” delle Edizioni del Capricorno, “Il destino dell’avvoltoio”, il nuovo romanzo di Giorgio Ballario, è da ieri 8 febbraio disponibile in libreria e negli store online.
E’ un noir contemporaneo che si colloca se vogliamo tra la scuola americana, (penso alla magistrale lezione di George V. Higgins) e la scuola mediterranea soprattutto francese più anarchica e se vogliamo romantica. E’ un racconto in prima persona, quella tanto amata da Chandler per Marlowe e di difficile costruzione, e abbiamo un antieroe classico, che mischia cinismo e vaghi sensi di colpa per una certa insoddisfazione esistenziale che l’ha fatto diventare l’uomo che non voleva essere, (sono le aspettative che rendono la giovinezza l’epoca più bella della vita, la consapevolezza del futuro che ci aspetta, e lo si capisce quando il futuro è ormai dietro alle spalle). Questa malinconia pervade tutto il racconto e stempera se vogliamo l’amarezza di fondo abbastanza incisiva.
Il registro linguistico è medio basso, l’uso frequente di grossolanità e turpiloquio è abbastanza funzionale al sottobosco criminale e malavitoso in cui bazzica e gravita il personaggio principale, Fabio Montrucchio, detto l’Avvoltoio. Anche se non l’ho trovato molto spontaneo, credo che l’autore sia più a suo agio con un linguaggio più alto, infatti le descrizioni della città, Torino, soffuse di un certo spleen, sono più riuscite ed evocative, a mio avviso. Inoltre anche l’uso di forme gergali prettamente piemontesi, penso a baggianate, che forse a un lettore da Roma in giù dirà poco, rendono la narrazione identificabile con un territorio, in un noir molto regionale, che invece che essere una limitazione è sicuramente un punto di forza di questo libro. Anche termini come popolino, che mi han fatto saltare sulla sedia, sono abbastanza antiquati, forse li usavano le generazioni passate, ma da ciò si evince un attento studio della lingua da parte dell’autore. Insomma non è un testo improvvisato, e l’autore si dimostra capace dei propri mezzi narrativi.
Sebbene preferisca i suoi gialli storici, ma mi capita anche con de Giovanni, quindi è in buona compagnia, Il destino dell’avvoltoio è un noir senz’ altro originale e interessante. La scrittura di Ballario è sempre piacevole, anche se classica, ogni capitolo ha un titolo, il finale è inevitabile è ben si adatta al tipo di storia fortemente caratterizzata da derive piene di tensione. Mi è piaciuto l’accenno a Spaggiari, di cui Ballario scrisse un libro (Vita spericolata di Albert Spaggiari, 2016), di cui forse Montrucchio, l’ Avvoltoio, può essere un cugino minore, mettendo in conto che ci possano essere vincoli di parentela tra personaggi reali e di fantasia.
Bello il personaggio di Irina, la donna moldava che il protagonista incontra al Pronto Soccorso, in uno dei suoi tipici raid a caccia di clienti da imbrogliare. Si sa l’Avvoltoio vive di piccoli raggiri, di frodi assicurative fatte con la complicità di criminali di piccolo cabotaggio, quando incontra sulla sua strada un vero mafioso, don Vito Gullace, sarà tutta un’ altra questione. Ma seppure un perdente, il Nostro ha mille risorse e possiamo essere sicuri che venderà cara la pelle.
Giornalista, scrittore, presidente di Torinoir, circolo che raccoglie diversi scrittori torinesi di noir, Ballario si conferma uno scrittore versatile e capace di sperimentare alternando vari registri narrativi e generi, dal giallo storico (sempre venato di noir) della serie Morosini, al noir mediterraneo contemporaneo del detective privato Hector Perazzo, a “Il destino dell’avvoltoio” con cui se vogliamo abbiamo una nuova declinazione del noir contemporaneo, più vicina al nero criminale, e per un giornalista che si è occupato di cronaca nera per molti anni mi sembra una evoluzione logica.
In conclusione se poi come me siete fan storici di Morosini e aspettate da anni la pubblicazione del quarto romanzo del ciclo coloniale con lui protagonista, che doveva uscire per Hobby & Work, ebbene se tutto va bene potrebbe tornare in libreria sempre per Edizioni del Capricorno, entro l’estate. Notizia molto ufficiosa, da prendere con le pinze. Penso tutto dipenderà dalle vendite di questo libro. Quindi correte in libreria!

Giorgio Ballario è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Oltre a Il destino dell’avvoltoio, ha pubblicato cinque romanzi (Morire è un attimoUna donna di troppoIl volo della cicalaLe rose di Axum e Nero Tav) oltre a racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017), è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.
Inizialmente distribuito in edicola con il quotidiano La Stampa in Piemonte, è ora disponibile in tutte le librerie e gli store on line.

Source: libro inviato dall’editore, si ringrazia l’autore e l’Ufficio Stampa Edizioni del Capricorno.

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:: Mi manca il Novecento – Dissipatio H.G. di Guido Morselli a cura di Nicola Vacca

9 febbraio 2018 by

DissipatioA Guido Morselli il mondo editoriale e culturale della sua epoca doveva tutto. Invece quel tutto glielo ha negato, lui non è riuscito a sopravvivere alla sua sensibilità e si è tolto la vita.
Morselli è un gigante della letteratura del secondo Novecento e i suoi libri dovevano essere pubblicati in vita, ma lui collezionò dagli editori una serie ininterrotta di rifiuti.
La fama postuma dimostra che questa penna straordinaria non meritava in vita disprezzo e indifferenza.
Italo Calvino, nel 1965, rifiutò la pubblicazione per Einaudi de Il Comunista. Carlo Fruttero bocciò la pubblicazione per Mondadori di Contro passato prossimo.
Dissipatio H.G. è l’ultimo romanzo scritto da Guido Morselli, ovviamente anche questo resterà inedito. Siamo nel 1973 quando Morselli non regge più l’ennesimo rifiuto editoriale e si toglie la vita. Immediatamente dopo la sua morta scoppia il caso Morselli e si parla di come sia stato possibile negare la pubblicazione a uno scrittore così complesso e importante. Le solite cose italiane. Grazie a Adelphi la sua opera finalmente vide la luce.
Dissipatio H.G. oggi continua a scavare come un tarlo nelle coscienze.
Oggi che i pericoli di estinzione del genere umano sono molto più concreti e tragicamente imminenti di ieri, il romanzo apocalittico e post-apocalittico di Giudo Morselli lo leggiamo come una profezia che lascia il segno.
L’umanità misteriosamente è scomparsa, il genere umano si è dissolto. Non è rimasto nessuno in vita sul pianeta, tranne il protagonista del romanzo di Morselli che si ritrova solo, completamente solo in un mondo che non si è saputo giocare bene le sue possibilità di sopravvivenza.
In preda alla paura, il personaggio morselliano si muove dal suo rifugio in montagna e si dirige verso la città di Crisopoli in cerca di qualche altra presenza umana.
Dissipatio H.G. è un monologo interiore in cui il sopravvissuto cerca di ipotizzare le cause di questa catastrofe che ha portato alla fine dell’umanità sul pianeta Terra.
Con cinismo e una punta amara di ironia mista alla paura, l’unico uomo sopravvissuto cammina tra le macerie del mondo estinto e su tutta questa dissipazione riflette. Ma di una cosa è convinto e non nasconde la sua crudeltà nell’affermarlo quando in merito alla fine del mondo a cui sta assistendo afferma che non esiste alcuna escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose e poi aggiunge:

« Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi date troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipiedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro».

Non manca mai il vetriolo nelle pagine di Giudo Morselli. In Dissipatio H.G. per fortuna ne troviamo in quantità industriale, e nemmeno un grammo è andato sprecato, visto che oggi l’Apocalisse può contare sulla complicità di tutti gli esseri umani.
«Il pericolo essenziale – l’uomo – non c’è più» commenta il sopravvissuto in uno dei suoi deliri di solitudine, quasi pensando che il mondo potrà rinascere meglio adesso che l’uomo ( che Cioran definisce il cancro della terra) sì è tolto definitivamente di mezzo.

:: La figlia della strega di Catherine Egan (Editrice il Castoro 2017) a cura di Elena Romanello

9 febbraio 2018 by
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In un mondo in cui la magia è stata messa al bando e chi la pratica perseguitato, la giovane Julia ha assistito alla condanna a morte della madre, accusata appunto di stregoneria, quando era solo una bambina, ed è rimasta sola con il fratello. Ora è cresciuta e non ha dimenticato, anche perché anche lei possiede dei poteri, come quello di rendersi invisibile, e questo l’ha resa la migliore ladra e spia della città di Spira. Poteri che potrebbero costarle la vita e che finora ha saputo dissimulare, in cerca anche di una vendetta per quello che è stato fatto alla sua famiglia.
Julia deve fingersi una cameriera nella casa della nobile signora Och per scoprire che segreti nascondono i suoi ospiti, e presto la ragazza inizia a sospettare un legame tra chi vive lì e una serie di omicidi che insanguinano Spira. Presto entrerà in contatto con forze potenti e pressanti, che possono rivelarsi molto pericolose e da cui può dipendere il destino stesso del mondo, o forse un nuovo modo di vivere non più basato sull’intolleranza e sull’uccisione di chi viene percepito come diverso, un qualcosa che a Julia non può non stare a cuore.
Non è la prima volta che il fantasy racconta storie di mondi alternativi che somigliano non poco alla Storia reale nostra e non è nemmeno la prima volta che si cimenta con una protagonista femminile interessante, secondo una serie di archetipi che funzionano sempre, e uno di questi è proprio la donna di magia, la strega non certo più percepita come malvagia come nelle fiabe classiche.
Quello che rende interessante La figlia della strega è l’ambientazione nelle retrovie delle città, non fra battaglie e corti, ma attraverso il lavoro delle spie, esistenti in tutti i mondi paralleli, con una trama che contiene anche elementi del thriller e dell’horror, con una ricerca della verità che permetterà anche alla protagonista di scoprire qualcosa di nuovo su stessa.
La protagonista è interessante, perché rappresenta un archetipo poco usato nei romanzi del filone fantastico, quella della ragazza all’apparenza insospettabile ma che in realtà fa il doppio gioco: la figura della strega funziona sempre, e qui comunque è trattata in maniera insolita, in un mondo che rievoca non poco l’intolleranza di tante epoche reali, anche non troppo lontane nel tempo.
La figlia della strega non casca inoltre nelle trappole di troppa narrativa young adult di genere fantastico, come del resto è nello stile delle proposte di Hot Spot, che propongono storie reali e non lontane dagli stereotipi stile Harmony, e capaci di proporre argomenti su cui riflettere, sia pure con la metafora di un mondo alternativo.
La figlia della strega è il primo libro di una serie, infatti il finale lascia non pochi appigli, e c’è da sperare di vedere tradotti anche i successivi volumi della serie.

Catherine Egan è nata e cresciuta a Vancouver, in Canada. Nella sua vita ha viaggiato molto e ha vissuto in Giappone, Cina e Stati Uniti, per poi stabilirsi in Connecticut con suo marito e i suoi due figli. È autrice della trilogia fantasy The Last Days of Tian Di.

Provenienza: omaggio della casa editrice al recensore, si ringrazia l’Ufficio stampa.

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:: Gli aquiloni di Romain Gary (Neri Pozza 2017) a cura di Marcello Caccialanza

8 febbraio 2018 by
Gli aquiloni

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Gli aquiloni è senza ombra di dubbio un’opera molto toccante e di rara delicatezza di scrittura per ambientazione e soprattutto per trama.
Il suo autore, Romain Gary, offre ai suoi più affezionati lettori il ritatto di Ludo, giovane e alquanto sensibile contadino della Normandia, vissuto negli anni Trenta.
Ludo è il fortunato nipote di un appassionato costruttore di splendidi aquiloni d’ogni forma e d’ogni sorta, vere e proprie creature che, per bellezza ed ingegno, richiamano molti curiosi provenienti da tutta la Francia.
La vita del “pupillo” di Romain Gary subisce inaspettatamente una specie di clamoroso ribaltamento, nel momento in cui lo stesso giovane apre la porta del suo cuore a Lila, bellissima ragazzina bionda di origine polacca, la quale gli fa provare per la prima volta l’ebrezza del primo vero grande amore.
Ma la scoperta delle prime pulsioni d’amore non avrà vita facile, in quanto a rovinare quest’idilio a due ci penserà l’arrivo in Europa di Hitler e del Nazismo.
Un testo ben scritto, coinvolgente ed avvincente, da leggere perché oltre alla freschezza di una passione giovanile, il lettore ha la possibilità di riflettere con un raffinato e ben costruito ritratto di una delle epoche più buie della nostra storia.

Romain Gary (pseudonimo di Romain Kacev) nacque nel 1914. A trent’anni, Gary è un eroe di guerra (gli viene conferita la Legion d’honneur), scrive un romanzo, Educazione europea (Neri Pozza, 2006), che Sartre giudica il miglior testo sulla resistenza, gli si aprono le porte della diplomazia. Nel 1956, vince il Goncourt con Le radici del cielo (Neri Pozza, 2009). Nel 1960 pubblica uno dei suoi capolavori La promessa dell’alba (Neri Pozza, 2006). Nel ’62 sposa Jean Seberg, l’attrice americana di Bonjour tristesse, l’interprete di A bout de souffle. Nel 1975 pubblica, con lo pseudonimo di Émile Ajar, La vita davanti a sé (Neri Pozza, 2005) che, nello stesso anno, vince il Prix Goncourt. Il pomeriggio del 2 dicembre 1980, Gary si uccide, nella sua casa di place Vendôme a Parigi. Con un colpo di pistola alla testa. http://www.romaingary.org/

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Al Mufant di Torino la seconda edizione di Torino Fantasy a cura di Elena Romanello

8 febbraio 2018 by

MufantDomenica 11 febbraio, dalle 16 alle 19, si terrà al Mufant, Museo del fantastico e della fantascienza di Torino in via Reiss Romoli 49 bis la seconda edizione di Torino Fantasy un viaggio tra leggenda, arte e cultura.
L’evento è organizzato all’interno della rassegna Eroi di carta, dedicata al rapporto tra fumetto e fantastico e curata da Silvia Casolari e Davide Monopoli, direttori artistici del Mufant ed è realizzata con il contributo della Città di Torino, sezione Patrimonio culturale, Divulgazione, Promozione del libro e della cultura.
L’argomento della giornata sarà appunto lo scoprire qual è il lato fantasy di Torino, in un convegno organizzato da Francesco Albano, presidente dell’associazione Archivio Sergio Albano, che aprirà l’avento raccontando il volto fantastico di Torino, attraverso il suo dedalo di edifici tra barocco e liberty, con decorazioni e sculture che presentano draghi, folletti, demoni e altre creature fantastiche.
A seguire l’antropologo Massimo Centini parlerà del suo saggio Torino magica, fantastica e misteriosa, dove ha raccolto sotto forma di enciclopedia varie voci sugli aspetti insoliti del capoluogo sabaudo, raccontati con il piglio scientifico.
Poi sarà la volta di Federico Ghirardi, autore della saga fantasy Brian di Boscoquieto, ambientata in una Val di Susa alternativa ed edita dalla torinese La Corte editore, che racconterà come scrivere fantastico sotto la Mole.
Infine il filologo Enrico Villois allargherà il discorso al fantasy nelle serie tv e nei videogames.
L’ingresso, comprensivo di visita al Museo dove tra le altre cose è in corso la mostra Lame rotante con tavole di artisti e fumettisti italiani per i quarant’anni di Goldrake nel nostro Paese, è intero di sette euro, ridotto per i possessori della Card Torino Musei a sei, quattro euro e cinquanta per i bambini.

:: Il mare di Majorana – dramma teatrale in tre atti di Marco Pizzi

7 febbraio 2018 by

copertina majorana amazonEttore Majorana scomparve, in circostanze mai del tutto chiarite, il 27 marzo del 1938. Quest’anno cadrà l’ ottantesimo anniversario di una morte presunta, sulla quale ancora oggi ci si interroga, si ventilano ipotesi, si azzardano scenari più o meno avventurosi, o bizzarri.
L’ipotesi più accreditata è sempre stata quella del suicidio: si sarebbe gettato dal traghetto che da Palermo lo riportava a Napoli, e per via delle correnti o di altri impedimenti, il cadavere non fu mai più ritrovato.
I più romantici optano per la fuga, magari in qualche paese dell’ America Latina, lontano dal senso di colpa per aver contribuito, con i suoi studi, alla creazione della “bomba” definitiva. I bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki sarebbero seguiti nell’agosto del 1945 dimostrando al mondo il potere distruttivo di questa arma. Seppure non è la scienza il male in sé, ma l’uso che se ne fa il problema e Majorana era troppo intelligente per non esserne consapevole.
Tra le ipotesi meno battute invece va ad annoverarsi quella a cui giunge Marco Pizzi, autore di Il mare di Majorana, dramma teatrale in tre atti che ripercorre gli ultimi dieci anni di vita di Ettore Majorana. Non ve l’anticipo, la leggerete nel testo, o se avrete modo di vedere l’opera rappresentata, andrà in scena questo aprile a Roma.
Tesi che si discosta forse da quella di Sciascia nel suo saggio La scomparsa di Majorana (1975), ma è sia frutto di un’ intuizione letteraria (e umana), che di un confronto con le fonti storiche a sua disposizione.

Il mio punto di partenza sono state le fonti primarie e le varie testimonianze di chi conobbe personalmente lo scienziato (Laura Fermi, Segré, Amaldi, Heisenberg), nonché le recenti scoperte storiche di Nadia Robotti e Francesco Guerra, che hanno gettato nuova luce su una vicenda ancora molto nebbiosa[1].

Ma chi era Ettore Majorana? Nacque a Catania nel 1906 in un antica e influente famiglia di giuristi, politici e scienziati. La sua bravura nei calcoli matematici lo distinse fin da giovanissimo e lo accompagnò negli studi universitari prima di ingegneria e poi di fisica. A lui si rivolgevano amici, colleghi, persino i professori quando un risultato non era quello corretto, e lui risolveva le espressioni più complesse senza la minima fatica.
Il suo genio non fu accompagnato da una carriera altrettanto felice innanzitutto a causa del suo (pessimo) carattere, delle sue condizioni di salute e soprattutto a causa di una certa sfortuna che ben emerge da Il mare di Majorana, forse il punto più originale dell’ intera piece.
Di solito di Majorana si ricordano solo i successi, il brillante Teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone, articolo che contribuì, per chiara fama, a fargli ottenere la carica di professore di Fisica Teorica all’Università di Napoli, quando come sottolinea il Pizzi, lo scontro con Dirac, ebbe un peso non marginale nel suo crollo fisico e psicologico del 1934.

Dal 1928 al ’33: cinque anni di studi e calcoli stremanti – prima per impossessarmi della teoria dei gruppi, poi per riuscire a cogliere strutture matematiche fino ad allora inesplorate – uno sforzo mentale sovrumano con il miraggio di una teoria che potesse finalmente eliminare il mare di Dirac… ed ecco che, a un tratto, si scopre che quello sembrava il difetto più grave dell’equazione di Dirac è in realtà la sua più grande predizione: l’antimateria. E’ l’unico punto forte della mia teoria è quello più debole. Ho fallito.

Il mare di Majorana è un testo teatrale che Marco Pizzi ha autopubblicato su Amazon nel 2012, vincitore del Premio Teatro Helios nell’ambito del concorso Passione Drammaturgia 2012 e va un po’ a sfatare il preconcetto che su Amazon si autopubblichino solo testi di cattiva qualità.
Diciamo che gli ingredienti per un giallo storico ci sono tutti, l’importanza del personaggio protagonista, l’importanza dei coprotagonisti, Enrico Fermi su tutti e il gruppo di fisici conosciuti come i ragazzi di via Panisperna, tra cui Segrè prossimo premio Nobel, e Gentile jr, forse il suo più stretto amico, assieme alla sorella Maria, pianista di talento.
Le scene sono scarne, quasi spoglie, una lavagna, un letto, una scrivania. Le indicazioni dell’autore precise, e nello stesso tempo piuttosto libere, danno all’eventuale regista grande possibilità di manovra. Le luci giocano un ruolo importante, illuminando la scena e il protagonista nei frangenti più significativi. L’ uso alternato di dialoghi (mai banali, a tratti divertenti e ironici) e monologhi, rende la piece piuttosto vivace e affatto noiosa, anche solo da leggere.
L’uso di formule matematiche e le rigorose e puntuali spiegazioni di leggi della Fisica le ho trovate stranamente molto chiare e affatto avulse dal testo, sebbene le mie conoscenze in materia non siano approfondite (comunque a grandi linee dal liceo ricordo cosa è un atomo, un protone, un neutrino, o l’antimateria, che da sempre mi ha molto affascinato specie applicata ai buchi neri). Servono però senz’altro a dare un’ idea precisa del mondo di Majorana al pubblico a teatro e ai lettori del testo. Altra caratteristica che ho trovato originale della piece.
Che dire, in conclusione, le opere teatrali bisogna vederle a teatro, quindi appuntamento a Roma ad aprile.

Marco Pizzi è nato a Roma nel 1981. Si è laureato in Fisica alla Sapienza, dove poi ha conseguito il dottorato in Astrofisica nel 2008. Dopo una borsa di studio a Berlino ha abbandonato la ricerca per dedicarsi con maggior energia alla scrittura.
Per la narrativa ha scritto diversi racconti e due romanzi: Lucio. Episodi della vita di un ‘eretico’, un romanzo di formazione (2009); Incontro con Cristo. Il filosofo e il messia, un romanzo storico-filosofico sui vangeli (2012). Verdi contro Wagner, un racconto a puntate ambientato a Venezia nei giorni della morte di Wagner (2013).
Per il teatro ha scritto: Morte di un teledipendente, una satira sul mondo della televisione (2010); Il mare di Majorana, dramma in tre atti, vincitore del premio Teatro Helios a Pieve di Teco (2012; tradotto anche in inglese, 2014); Solo con Falcone, maxidramma in cinque atti, Segnalazione Speciale Vittorio Giavelli al Concorso Europeo Tragos (2017); Maternità inattesa, commedia drammatica (Roma, Teatro due, aprile 2017); Io, mamma e Ronconi, commedia brillante in due atti (2017).

Source: libro inviato dall’autore.

[1] http://marcopizziparalipomena.blogspot.it/2013/07/il-mare-di-majorana-dramma-teatrale.html

:: Mi manca il Novecento – Anche la letteratura è un’alternativa nomade: Bruce Chatwin a cura di Nicola Vacca

7 febbraio 2018 by

Bruce

Bruce Chatwin ci ha insegnato che il nomadismo non è una condizione di felicità.
È un’ «anatomia dell’irrequietezza». Uno stato d’animo che ci porta dal un luogo all’altro senza mai amarne uno.
«Che ci faccio qui?» Questo è l’interrogativo che porta il vero nomade in giro per il mondo. Unica meta la conoscenza.
Questa è, in sintesi, la carta d’identità di Chatwin, mente brillante nata nella regione dello Yorkshire il 13 maggio 1940.
Inizia a lavorare giovanissimo nel 1958 presso la prestigiosa casa d’aste londinese Sotheby’s.
Presto si interessa all’archeologia e sviluppa un interesse per i nomadi.
Nel 1973 viene assunto da Sunday Times Magazine come consulente per i temi dell’arte e dell’architettura. Qui presto scoprirà di avere un talento narrativo e la sua scrittura darà voce e corpo al suo carattere di uomo inquieto e itinerante.
A Parigi intervista l’architetto novantatreenne Eileen Gray; nello studio della Gray, Chatwin nota una mappa della Patagonia da lei dipinta. Nel breve scambio di battute che segue l’architetto invita Chatwin a partire per quel luogo al suo posto. Da lì a poco Chatwin parte per l’Argentina. Solo arrivato a destinazione informerà il giornale della sua partenza includendo le proprie dimissioni.
Il risultato dei primi sei mesi della sua permanenza sarà il libro In Patagonia (1977), che consacrerà la fama di Bruce Chatwin come scrittore di viaggi.
Da quel momento lo scrittore inglese non starà mai fermo. Il viaggio nomade diventerà la sua ragione di vita. Con i taccuini nello zaino e buone scarpe ,Bruce racconterà il mondo attraverso l’esperienza dei luoghi che visiterà.
Con una prosa semplice e evocativa Bruce Chatwin coinvolge il lettore nel suo continuo elogio del viaggio.
In tutti i suoi libri (in Italia pubblicati da Adelphi) lo scrittore inglese narra il suo spostarsi da un posto all’altro del pianeta coinvolgendo interamente il lettore, portandolo direttamente sulla scena della nuova meta raggiunta.
Bruce Chatwin è affascinato dal nomadismo perché per lui viaggiare significa affermare la propria esistenza. Andare per il mondo significa allo stesso tempo evadere e essere liberi.
Un continuo errare, il suo, che lo porterà sempre a essere inquieto e assetato di conoscenza, a non essere mai soddisfatto dell’ultimo luogo raggiunto perché il viaggio intorno al mondo è un modo ininterrotto di fare i conti con la propria coscienza.

«La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi».

Con queste parole Chatwin rivela il suo stato d’animo e inquieto di scrivere e viaggiare nel mondo. Errare è l’unica condizione che Chatwin conosce per essere.
Il maestro degli irrequieti che viaggia e scrive avendo una sola domanda nella testa:« qual è la natura dell’inquietudine umana?».
«L’alternativa nomade» porterà Chatwin in tutti gli angoli del pianeta. In ogni luogo l’ordinario è diventato meraviglioso.
L’immobilità è un malessere che vleva combattere. Bruce Chatwin si sentiva vivo solo in movimento. Fino alla fine è stato sempre nel viaggio, in fuga verso destinazioni nuove dove scrivere e incontrare persone che si portano dietro il loro bagaglio di esperienze e di sogni da condividere con un viandante come lui che ha fatto della sua vita il migliore dei suoi romanzi.
Verso la fine degli anni ‘80 Chatwin contrae il virus dell’HIV. Muore a Nizza l’8 gennaio 1989 a soli 48 anni.