:: La “rilettura” della verità attraverso le pagine di Esse. “Trova la verità attesa” della scrittrice calabrese Barbara Nocita (Falco Editore 2010) a cura di Floriana Ciccaglioni

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EsseUna pagina nera. Uno specchio che emerge dal buio. Una scritta che diventa doppia, perché riflessa in quello specchio. “Esse” come titolo, palindromo. Che da qualsiasi parte si legga conduce sempre allo stesso risultato. Esse si riflette nello specchio, perché doppio. Anche il lettore dovrà farlo. Specchiarsi. Sta, quindi, nello specchio “la verità attesa” segnalata nel sottotitolo. Da subito si può comprendere l’arduo compito che spetterà al lettore. Guardare e guardarsi. Leggere e rileggere. Già enigmatico nella copertina, si presenta così la prima fatica di Barbara Nocita, edito da Falco Editore nel 2010. Un romanzo la cui trama è sciolta dalla stessa autrice per non lasciare alcun dubbio. Jo, Coral, Tarin, Sara, Carlo, Alessandro, Valentina e Massimiliano detto Max. Un uomo solo che brucia sull’asfalto, un innocente bambino che, ignaro, gioca con ciò che l’ha reso orfano, una giovane donna che non può contare neanche su se stessa, un uomo che compra denaro svendendo la sua dignità, due giovani convinti che la libertà abbia un prezzo e non un valore. Storia di vite che si intrecciano. Il testo è privo della prefazione e dell’introduzione per aprirsi in medias res. Così il lettore si ritrova seduto alla fermata dell’autobus accanto ai personaggi e conosce in prima persona il dramma che attraversa l’intero romanzo: “rileggere” la propria vita. Ricorre in maniera quasi ossessiva nel testo il verbo “rileggere” come una spia che indica al lettore la necessità di andare oltre le apparenze (oltre una prima lettura) per “rileggere” ciò che si è già letto con occhi nuovi. Con una scrittura fluida e malinconica, il lettore è posto davanti la verità della propria vita. È un atto di violenza verso la serenità cui il lettore si trova, magari seduto sul divano mentre fuma una sigaretta e crede di leggere semplicemente un libro dalla trama surreale. Finisce, invece, per sentirsi spogliato, messo a nudo, quasi violentato. L’atto del leggere assume un ritmo frenetico, non tanto per soddisfare l’innegabile gusto della lettura, quanto per sapere come va a finire. Non il finale del racconto, ma il finale che attende ogni singolo lettore. E proprio quando questo sembra giunto al termine, un insospettabile coupe de theatre lo conduce sulla scena di un terribile incidente in cui le vittime sono proprio i personaggi che attendono alla fermata dell’autobus. Qual é allora la verità? La scrittrice si prende gioco del lettore? Lo inganna? Oppure è esso stesso che si è da sempre raccontato un’enorme menzogna sulla propria vita e adesso, “rileggendola”, si ritrova vittima “dell’incidente” di aver scoperto una realtà che non è reale? Attraverso l’espediente meta-letterario, nell’ultimo capitolo del romanzo l’autrice affida a Max la lettura del libro lasciatogli dalla nonna, nel quale viene raccontata proprio l’incredibile storia da lui vissuta quel giorno. Tutte quelle vite che attendono insieme alla fermata servono a Max affinché salvi se stesso, grazie al loro sacrificio. Ma quando il lettore crede di essere stato preso per mano dall’autrice che, in maniera materna e confortevole, lo ha portato verso la verità, succede l’insospettabile. Nel testo compare un enigma da risolvere: all’interno del testo sono state inserite delle frasi contrassegnate da un simbolo (due esse una dentro l’altra “§”) che rappresentano degli anagrammi da decifrare. Il lettore deve tornare indietro per “rileggere” il testo e riscoprire il significato degli eventi narrati. Solamente nell’ultima pagina, oltre la fine del racconto, nella sezione intitolata “Come arrivare alla verità”, si sciolgono tutti gli anagrammi presenti nel testo e il lettore sprofonda in un assoluto sconforto. Come Max, ha sempre avuto la verità sotto gli occhi, ma non è stato in grado di leggerla. Sarà così anche per la sua vita reale?

Source: libro del recensore.

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