Posts Tagged ‘Irène Némirovsky’

:: Suite francese di Irène Némirovsky (Adelphi 2005) a cura di Daniela Distefano

2 ottobre 2018

SUITE FRANCESESuite francese” non è un romanzo, è un miracolo. Salvato dalle retate naziste, oggi è Opera pubblicata con il contributo dell’Ambasciata di Francia e del Ministero degli Affari Esteri francese. Salvo il manoscritto, morta nei campi di sterminio l’autrice: Irène Némirovsky. Ed è già così tutto un prodigio. Ma è il contenuto di queste cartelle sopravvissute che genera ancora sconcerto, per la maestria da romanziere maturo, lucido, distaccato e insieme appassionato. Poche donne hanno avuto la fortuna di esibire il proprio genio come la Némirovsky. Pagine fitte di esodi, calamità malefiche, sfollamenti, urla, e poi il riso, la vita gaia sotto le bombe. Persino l’amore che non conosce divise, punzoni, macchie di coscienza. Il plot comincia con un fiume di vite umane allo sbando per via della imminente occupazione tedesca. Come un ricamo eseguito nei dettagli più invisibili, la scrittrice annoda i fili di una storia corale e umana. Ci sono i Péricard, i Michaud, poi Gabriel Corte autore blasonato, annoiato e cinico, e le storie d’amore impossibile tra Jean-Marie e Madeleine, e Lucile e il tedesco che viene ad abitare nella casa che lei condivide con la suocera. Una storia a sé è quella del prete Philippe Péricard (“i ragazzi lo videro inabissarsi, non annegò ma rimase impregionato nella fanghiglia, morì così..”). Un racconto claustrofobico che si inserisce nella trama per dare sapore e realtà stregata, quasi morbosa all’intera vicenda narrata. Dunque a fare da cornice è la guerra, ma la sostanza del romanzo è fatta di altro. Il nero che fa da contorno, nel mezzo, diluisce e perde tonalità forte. Tutto si amalgama all’interno, mentre l’ambientazione acquisisce sfumature iridescenti, come se, proprio a causa del conflitto in atto, le menti umane azionassero la valvola di sicurezza dei propri affetti, senza la quale si cade nel lago della bestialità. L’istinto in certi frangenti è solo questo: il cuore, non la pelle.

Il panico annullava tutto ciò che non era istinto, impulso animale, fremito della carne. Afferrare quanto si aveva di più prezioso al mondo e poi…! E, quella notte, solo ciò che viveva, ciò che respirava, piangeva, amava, valeva qualcosa! Erano pochi coloro che pensavano con rimpianto alle ricchezze perdute: l’importante era stringere tra le braccia una moglie o un figlio. Il resto non contava, il resto poteva pure sprofondare tra le fiamme”.

Il libro – a cura di Denise Epstein e Olivier Rubinstein, con postfazione di Myriam Anissimov, e traduzione di Laura Frausin Guarino – presenta allegata pure la corrispondenza tra il 1936 e il 1945. Come sappiamo, la scrittrice Némirovsky morì ad Auschwitz nel 1942, ma fino a quando questa morte non divenne una certezza l’animo dei suoi cari fu ininterrottamente rivolto a lottare per non crederla perduta.

Irène Nemirovsky nasce a Kiev nel 1903 da una famiglia di origini ebraiche, di ricchi banchieri, che lasciano la Russia rivoluzionaria per stabilirsi per un breve periodo, in Finlandia e poi in Francia. E’ qui che la scrittrice passerà un’infanzia dorata e infelice con una madre anaffettiva e severa per la quale lei proverà  sempre un sentimento d’amore e d’odio congiuntamente all’assenza di un padre molto impegnato ad accumulare affari proficui. E’ sempre in Francia, a Parigi, che si sposerà, diventerà madre, combatterà contro le ristrettezze economiche e raggiungerà il grande successo letterario. Irène continuerà a scrivere, ma sono tempi bui; nessuno vuole pubblicare gli scritti di un ebrea e per di più straniera e, per potersi mantenere (il marito ha perso il lavoro) pubblicherà alcuni racconti sotto falso nome fino alla sua deportazione nel 1942.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Lo sconosciuto di Irène Némirovsky (Edizioni Dehoniane Bologna 2018) a cura di Viviana Filippini

16 febbraio 2018
Nèmirovsky

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Lo sconosciuto” di Irène Némirovsky è un racconto lungo, uscito per EDB a gennaio. Teatro di ambientazione è la Francia, durante la Seconda guerra mondiale che, attenzione, qui resta come sfondo. I veri protagonisti sono due fratelli entrambi al fronte e tornati a casa in licenza per il matrimonio della sorella. Il dialogo tra i due congiunti pronti a ritornare ai loro battaglioni si svolge alla stazione ferroviaria francese dove, oltre a loro, ci sono centinaia di persone, lì per salutare i soldati in partenza e non solo. In realtà il conflitto è solo all’inizio e la gente non ha idea che essa durerà per lungo tempo, e accanto ai due fratelli in divisa si vedono persone con le gabbiette per gli uccelli, persone cariche di valigie e bambini stanchi, addormentati tra le braccia materne. La narrazione si sposta dalla massa di viaggiatori ai due fratelli, si concentra su di loro e su quello che questi due si raccontano. Uno – Claude, il maggiore- è sposato e ha famiglia, l’altro –François- è giovane, single e pronto a tutto per combattere il nemico. A spegnere l’entusiasmo combattivo del minore ci pensa Claude, che confessa al fratello di aver ucciso un uomo in guerra, ma quello che lo sconvolge di più è che il soldato tedesco caduto sul campo sarebbe loro fratello. François è sconvolto e non vuole credere a questa insinuazione e non la accetta come verità nemmeno quando Claude gli conferma di avere trovato documenti, foto e lettere dove compare il nome del loro padre. Verità o dubbio, i due fratelli partiranno per il fronte con un tormento interiore nuovo che scatenerà riflessioni costanti sul senso della vita. Quello che emerge da questa novella dalla scrittrice di origine russa, trapiantata in Francia e morta in un campo di concentramento ad Auschwitz è il senso di precarietà esistenziale causata dalla guerra. I due fratelli sono lontani dai loro affetti e le loro esistenze sono perennemente in bilico a causa dell’incombere del conflitto. Il senso di spaesamento è però dovuto anche al fatto che uno dei due fratelli, Claude, uccide un uomo e il caduto- come certificano alcune prove su di lui ritrovate e anche un carte somiglianza con Claude e il padre, accumunati da un mento aguzzo- potrebbe essere il loro fratellastro. I due protagonisti – come molti altri uomini – sono stati mandati a combattere una guerra orchestrata da altri e il fare guerra per loro si rivelerà uno scontrarsi con un nemico straniero e sconosciuto. Questo elemento però non impedisce al maggiore dei fratelli di rivalutare tutto, dalla guerra, al valore della vita umana. Il messaggio che Irène Némirosvky comunica al lettore con “Lo sconosciuto” è qualcosa di universale e di potente, perché le permette di far capire a noi lettori di oggi che, indipendentemente dai legami di sangue, dalla fede e dalla cultura, quando si uccide un uomo è come uccidere il proprio fratello. Con nota di lettura di Jean Louis Ska..

Irène Némirovsky (1903-1942), ebrea di Kiev, si trasferì in Francia. Sebbene convertita al cattolicesimo insieme al marito, fu deportata con lui ad Auschwitz, dove entrambi morirono. Le figlie riuscirono a salvarsi, e a custodire i manoscritti della madre.

Source: libro richiesto all’editore. Grazie ad Anna Ardissone dell’ufficio stampa.

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:: La preda di Irène Némirovsky (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

18 dicembre 2017
la preda

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Leggere Irène Némirovsky significa frequentare la grande letteratura. La scrittrice ucraina, tradotta e pubblicata in Italia dal 2005 dall’Adelphi, raggiunge uno straordinario stato di grazia. I suoi romanzi lasciano senza fiato. Conducono il lettore in un vortice avvincente. Una volta che si prende in mano un suo libro, è difficile mollarlo. Si va spediti verso la fine, senza alcuna tregua.
Questo accade anche ne La preda, un vero e proprio gioiello della Némirovsky, che la casa editrice guidata da Roberto Calasso manda in libreria nella collana Gli Adelphi.
Jean –Luc Daguerne conduce una vita disagiata nella periferia parigina. Siamo a metà degli anni’30 e il giovane decide di lasciare la sua famiglia in rovina per cercare fortuna a Parigi.
In fuga da se stesso, nella capitale francese conosce Edith Sarlat, figlia di un facoltoso banchiere che ha interessi nella politica.
Edith è stata promessa al figlio di un uomo ricco per interesse. Jean-Luc non si rassegna, anche se si sente perduto.
Nella sua mente scatta la molla dell’ambizione e improvvisamente si lascia conquistare da un bisogno sfrenato di raggiungere il potere. Così mette incinta Edith e anche contro il parare del ricco padre banchiere riesce a sposarla.
Dopo il matrimonio le, cose cambiano. La vita dell’ambizioso Jean –   Luc subirà cambiamenti radicali. Con la nascita del figlio si accorge di non aver mai amato sua moglie.
Nel frattempo egli diventa intimo di Calixte –Langon, potente uomo politico che ha nelle sue mani il destino del mondo. Diventerà la sua ombra, il suo segretario tuttofare.
Jean – Luc entra nel mondo della politica e del potere, dove ottiene agiatezza e la promessa di una brillante carriera parlamentare.
Il suocero banchiere si uccide, dopo essere stato coinvolto in uno scandalo. Finisce anche il suo matrimonio con Edith.
Resta solo e si accorge che “il successo, quando è lontano, ha la bellezza del sogno, ma non appena si trasferisce su un piano di realtà appare sordido e meschino”.
Jean –Luc ha voluto aggredire la vita ma è stato stritolato dall’accanimento del suo stesso destino.
Alla fine scoprirà la dolcezza. e l’amore in Marìe, l’amante di un suo vecchio amico finito in prigione. La donna non lo ricambierà, e il nostro protagonista cadrà in una crisi fatale. Confesserà di essere stato nella sua vita preda di un amore vile. L’amore di se stesso, di tutto quello che non ha avuto, di tutto quello che ha rifiutato. Jean –Luc non avrà altra scelta che un drammatico punto di non ritorno.
La preda fu pubblicato nel 1938, esattamente negli stesi mesi in cui arrivò in libreria La nausea. Non furono pochi i critici che allo “stile contorto, artificioso, pesante, perfino troppo denso” di Jean – Paul Sartre contrapposero il “talento vigoroso, lucido, veramente creativo” di Irène Némirovsky.

Irène Némirovsky (1903-1942), ebrea di Kiev, si trasferì in Francia. Sebbene convertita al cattolicesimo insieme al marito, fu deportata con lui ad Auschwitz, dove entrambi morirono. Le figlie riuscirono a salvarsi, e a custodire i manoscritti della madre.

Suorce: libro inviato al recensore dall’editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.