Mentre sta per uscire un nuovo capitolo di una saga iniziata decenni fa, J-POP ripropone Il clan dei Poe, manga gotico di Moto Hagio, una delle autrici di shojo manga che ha rivoluzionato il genere, proponendo nelle sue opere tematiche nuove e spesso scomode.
Allan Twilight entra in contatto, nella Londra nebbiosa del 1879, con due fratelli eternamente giovani, che nascondono non pochi segreti con cui soggiogheranno il loro nuovo amico e familiare.
Edgar e Marybell Portsnell sono due piccoli orfani che vengono adottati da una casata di vampiri, i Poe, che li rendono come loro, cristalizzandoli per sempre nell’età della prima adolescenza, un segreto che non devono svelare a nessuno. Edgar e Marybell sono costretti a spostarsi spesso, per non insospettire le persone, bellissimi, soli al mondo, imprigionati nell’età in cui si crede all’amore assoluto, anche contro ogni logica. Tutto questo resta immobile finché non arriva Allan, innamoratosi di Marybell senza saperne il segreto, ma pronto ad affascinare anche Edgar, che vedrà in lui il compagno con cui partire per l’Europa in cerca del senso dell’esistenza dopo una tragedia che l’ha diviso dalla sorella amante.
Tra le righe emerge la passione di Moto Hagio per la narrativa gotica occidentale dell’Ottocento: il manga è del 1972, quattro anni prima di Intervista col vampiro di Anne Rice, di cui condivide varie tematiche, la sensualità, la maledizione dell’eterna giovinezza, l’omosessualità, e piacerà comunque a chi ama storie di vampiri tra tradizione e modernità, parlando di solitudine, di ricerca di un’impossibile infelicità, di smarrimento, di discriminazione e odio verso il diverso.
La loro vita insieme sarà lunga, una continua ripetizione di momenti che tornano in anni diversi, una vita fuori dal tempo che affascinò il pubblico giapponese di inizio anni Settanta e che è ancora attualissima oggi, per scoprire appunto cosa possono essere e cosa sono gli shojo manga, tra i fumetti più innovativi e interessanti, soprattutto questo tipo di storie.
Moto Hagio nasce nel 1949 e debutta come mangaka appena ventenne nel 1969 con la storia breve Lulu to Mimi sulla rivista Nakayoshi della Kodansha, realizzando storie brevi anche per la Shogakukan. Due anni dopo pubblica Juichigatsu no Gimunajiumu (The November Gymnasium) una storia breve che tratta apertamente la storia d’amore tra due ragazzi in collegio.Nel 1974 sviluppa il tema nella storia più lunga Toma no shinzo (Il cuore di Thomas) e insieme ad altre autrici, e cioè Yumiko Ōshima, Ryōko Yamagishi, Keiko Takemiya, Riyoko Ikeda, che verranno poi identificate come Gruppo 24, si fa pioniera di un movimento che ridefinisce il genere shoujo Nel 1976 Moto Hagio viene premiata con lo Shogakukan Manga Award per il fantascientifico Juichinin Iru! (Siamo in 11!) e Poe no Ichizoku (Il clan dei Poe). Nel corso della sua carriera ha pubblicato molte altre opere, come Terra e… e Marginal.
Provenienza: libro del recensore.
Il 20 dicembre sarà una data molto importante per gli appassionati di fantasy in Italia e non solo: arriva infatti su Netflix, anche in italiano, una delle serie più attese del momento, The Witcher, dalla serie di romanzi e racconti di Andrzej Sapkowski, già chiamata da qualcuno il nuovo Game of thrones, con i dovuti distinguo.
Torna in libreria sempre per Fazi un libro che è una vera e propria bibbia per gattofili, Gatti appunto di Shifra Horn, una delle voci più interessanti comunque della narrativa mediorientale e israeliana.
Se Coleman Silk de La macchia umana di Philip Roth veniva allontanato dal suo prestigioso incarico universitario per un’accusa di razzismo, il protagonista de Come una barca sul cemento, nuovo romanzo di Roberto Saporito, il più postmodernista degli autori italiani di questo primo quarto del XXI secolo, vive un’esperienza simile anche se con risvolti del tutto singolari. Forse più simile al Humbert Humbert nabokoviano, il nostro professore di letteratura americana del Novecento è un predatore sessuale che quando viene allontanato dal suo personale parco giochi, inizia a cercare tramite (il temibile e spietato) social network più in voga di questi tempi, le donne del suo passato sfuggite alle sue mire di conquista. Un po’ per passare il tempo, un po’ per sopravvivere alla sua nuova (infelice) vita di guardiano di barche, porta avanti con meticolosa cura la ricerca di queste donne con cui il tempo non è stato sempre benevolo: prima c’è Flavia, vittima di violenze da parte del marito (e qui la storia prende un risvolto noir), poi c’è Linda, scrittrice rampante sempre in giro per l’Italia a fare presentazioni, che gli darà una (inaspettata) seconda occasione. Non voglio dire di più della trama, il romanzo è breve, si legge molto velocemente, i capitoli sono brevi e sincopati, tra autori e libri (da non perdere), riflessioni sul mondo letterario (non solo) italiano, e piccole epifanie su questo nostro mondo ipertecnologico ma ancora ostaggio di un male esistenziale antico che condanna quasi tutti all’infelicità. E l’infelicità sembra essere il convitato di pietra di questa storia in bilico tra l’assurdo e il probabile, tra le occasioni perdute e le ossessioni che sembrano cadenzare un destino tracciato al quale non si può sfuggire. Le storie che ci narra Saporito hanno questa cifra distintiva, sono ritratti amari e straniti di un’umanità inserita in un presente che gli sta stretto. Saporito è un autore elegante e raffinato, colto, dalle molte (buone) letture che trapelano con grazia dalla sua scrittura, conoscitore e appassionato di musica, oltre dell’arte in sé, declinata nelle sue mille facce. Dotato di grande sensibilità, quasi dolorosa, utilizza un registro stilistico rarefatto e minimale, che scolora in una certa universalità che lo rende un cittadino del mondo più che un autore italiano tout court. Molto apprezzata da chi scrive la citazione in esergo di Diario di lavorazione di Sam Shepard, accanto a Don De Lillo, Jay McIrney, Bret Easton Ellis, Jonathan Franzen e il nostro Pier Vittorio Tondelli. Colonna sonora (da ascoltare mentre si legge il romanzo) The Queen Is Dead THE SMITHS.
L’antichità classica, con in particolare la guerra di Troia, scontro di civiltà e per il dominio tra Grecia e Medio Oriente, oltre che annientamento di un mondo, continua ad ispirare la letteratura contemporanea, con storie che spesso hanno esaltato il lato fantastico.
Roland Barthes è stato uno dei più influenti intellettuali francesi della seconda metà del Novecento. Saggista, critico letterario, ma soprattutto linguista. Esempio di studioso onnicomprensivo, Barthes viene ancora oggi considerato fra i maggiori esponenti dello strutturalismo.
Non so, ma magari qualcuno di voi lettori ha uno zio d’America. Io non ce l’ho, ma lo ha il protagonista del libro per ragazzi “La gamba di legno di mio zio”, di Fabio Stassi, edito da Sinnos. Stassi è un autore di libri per adulti, ma in lui non manca l’entusiasmo per la scrittura per i lettori più piccoli e così è nata questa avventurosa vicenda nella quale, la fantasia e i ricordi del suo vissuto personale si mescolano dando vita ad una narrazione avvincente, accompagnata dalle colorate e simpatiche illustrazioni di Veronica Truttero. La storia è curiosa da subito, perché il piccolo protagonista ama molto leggere e la sua passione per le parole stampate è una vera e propria ossessione che lo porta ad immergersi in modo completo nei libri. Il giovane protagonista fantastica sulle creature che incontra nei libri, si immagina di vivere avventure con mostri marini, o accanto a eroici marinai pronti a solcare i mari per raggiungere le mete desiderate. Vicine a queste creature della fantasia, il protagonista conosce le vicende dei parenti emigrati per il mondo e, allora, se li immagina al fianco dei grandi personaggi trovati nei libri. Uno di questi parenti, un anziano che assomiglia ad un capitano di altri tempi per la sua barba lunga e per quella gamba rigida, è lo zio d’America, quello con la gamba di legno che parla, parla, parla, narrando al protagonista (e anche a noi) il suo vissuto. I viaggi compiuti, gli imprevisti affrontati e la voglia di mettersi in gioco dello zio dalla gamba di legno conquistano il giovane protagonista, che resta ammaliato dalla vita del parente arrivato da lontano. Raccontando della gamba di legno dello zio, Stassi narra la storia di una famiglia, dei suoi legami, di quei viaggi della speranza messi in atto da molti (indipendentemente dal colore della pelle o dalla cultura) per poter avere un futuro migliore e lo scrittore li mette accanto alla Storia e anche alla letteratura (Long John Silver, Capitano Achab, Capitano Nemo). In “La gamba di legno di mio zio”, le protagoniste sono le vite quotidiane di coloro che sono gli attori della storia (quella con la “s” minuscola), di quella storia che caratterizza le vite di ogni giorno, nella loro umile essenza che, come dimostra Stassi, nasconde qualcosa di potente, avventuroso e straordinario. Età lettura: dai 6 anni.
La short fiction, la narrativa breve, molto amata in America, o perlomeno dai lettori di lingua inglese, è un genere narrativo molto complesso che fa della brevità e dell’essenzialità il suo tratto distintivo. Insomma bisogna creare micromondi con una manciata di parole, arrivando fino alla flash fiction in cui lo spazio narrativo è ancora più compresso. In Italia non ha tutta questa diffusione, e se pensiamo che anche solo i semplici racconti brevi vengono guardati con diffidenza possiamo capire quanto questa arte sia praticata e letta da una nicchia molto piccola di lettori e scrittori. Sta di fatto che io adoro la flash fiction, e ho iniziato proprio una ventina di anni fa scrivendola, per cui ho presente le difficoltà e le abilità tecniche necessarie. Geraldine Meyer scrive racconti riconducibili a questa arte, e nel suo Mors tua vita mea, raccolta che contiene 13 micro racconti, ce ne dà un saggio molto esaustivo. Sono racconti molto particolari, intinti nel curaro, metafora che amo molto, avvelenati da quella sorta di male di vivere che molti autori diversissimi tra loro hanno affrontato nella narrativa più estesa. Racchiudono insomma pennellate di veleno, sotto una patina di apparente quotidianità. Geraldine Meyer ci parla della vita di tutti, ed è molto attenta e lo fa con apparente immediatezza. Sono tutti antieroi i suoi personaggi, persone che si rivelano diverse da cosa credono o vogliono essere, in cui prevale egoismo, grettezza, ipocrisia. Il lettore prova poca benevolenza per questa varia umanità, che tuttavia non è così lontana anch’essa dalla nostra quotidianità. Vicini di casa così se ne incontrano, a volte possiamo riconoscerci pure noi in certi atteggiamenti che non ci piacciono con cui magari lottiamo. O al contrario scelte che ci auguriamo di non dovere affrontare, perché non sapremmo bene come reagiremo. Sapremo fare la cosa giusta, etica morale, come prestare soccorso a qualcuno, quando facendolo perderemo del nostro, rischieremmo il nostro futuro? Piccoli crimini, tentazioni, dubbi, insomma così vicini a noi da confonderci e gettarci addosso una certa inquietudine. Geraldine Meyer si limita a raccontare, pure le rassicuranti giustificazioni che siamo capaci a darci. Agghiacciante per esempio Non nominare il nome di Dio invano; straziante, Mors tua vita mea, che dà il titolo alla raccolta; diabolico L’azienda. Il lavoro rende liberi, come non richiamare alla memoria “Arbeit macht frei”, infelice motto presente all’ingresso di molti campi di concentramento nazisti, il primo racconto della raccolta per esempio ci riporta a quel dilemma morale che incontriamo tutti nella vita, la nostra moralità spesso finisce quando a rischio ci siamo noi con le nostre deboli certezze, il nostro gretto egoismo, l’incapacità di amare altri da sé. Che dire Geraldine Meyer è brava, affatto scontata, e soprattutto capace di entrare nel vissuto della gente con estrema naturalezza. Leggetela, saprà cambiare molte prospettive. Copertina minimale, supplemento editoriale per tirature limitate e numerate del periodico Il Bardo di Maurizio Leo.
Da colpevole semplificatore quale sono ho sempre pensato che la letteratura americana potesse essere facilmente (e banalmente) scissa in due macroaree. Da un lato autori passionali, viscerali, caldi, dall’altra scrittori mentali, azzimati, freddi. Da un lato una tradizione che potremmo far risalire a Hawthorne e alle sue indagini sulle origini di un paese che lui stesso vedeva assemblarsi, dall’altro una genia più complessa da definire e che può trovare padri spirituali in figure più asimmetriche come Washington Irving. In mezzo potremmo tranquillamente inserire la pietra angolare Hermann Melville, viscerale quant’altri mai ma anche capace di azzardi stilistici mai più ripetuti (salvo poi, in Mobydick, di fatto inventare il flusso di coscienza). Sono distinzioni pedestri e con le quali rivelo la mia fragilità di analisi di fronte a un gigante come Robert Coover da noi pochissimo tradotto (a memoria mia ricordo solo il bellissimo romanzo breve Sculacciando la cameriera) che, organico a un’idea di letteratura in cui possiamo incontrare John Barth e Kurt Vonnegut, William Gass e Donald Barthelme, brandisce la bandiera del post moderno ma da una prospettiva personalissima. Difficile, partendo da questa scelta antologica che abbraccia una produzione che, dal 1962 del primo racconto, arriva al 2016 de L’invasione dei marziani, immaginare uno scrittore meno propenso a farsi incasellare in un genere o anche semplicemente in un atteggiamento, in una propensione, in quel che volete. L’arte di Coover è doppia, tripla, prismatica. A dimostrarlo c’è il racconto che dà il titolo alla raccolta e cioè La babysitter dove l’alternarsi impazzito dei punti di vista detta il ritmo e determina la storia.
Armand Baltazar, già concept artist e disegnatore per varie case di produzione, oltre che grande protagonista di una delle mostre di punta dell’ultimo Lucca Comics & Games, svela anche in italiano il suo nuovo volto di scrittore, con quello che è il primo romanzo di una nuova saga, Timeless, dal titolo Diego e i Ranger del Vastatlantico.
Tutti conoscono le storie di principi azzurri, e forse hanno anche un po’ stufato, alla lunga, visto che sono sempre uguali e vagamente sessiste. Per questo motivo non si può non accogliere con curiosità e gioia la graphic novel controcorrente Il principe e la sarta, capace di andare oltre a stereotipi e luoghi comuni in una maniera insolita e fresca.
























