:: Mi manca il Novecento: Rocco Fasano, il poeta che viene da lontano a cura di Nicola Vacca

24 novembre 2020 by

Mi piace curiosare nell’archivio del Novecento alla ricerca di primizie letterarie e di scrittori di cui non si trova molto da leggere e si parla poco ma che vale la pena leggere e scoprire.
Conosco personalmente Rocco Fasano, grande uomo di cultura che viene dal quel Sud ricco di fermenti. Un intellettuale illustre che viene da Gioia del Colle, paese in cui sono nato.
Rocco ha dedicato la sua vita alla scuola e alla cultura, ha scritto libri, si è impegnato in politica, ci ha fatto conoscere scrittori e artisti notevoli.
Rocco Fasano è anche poeta. Stoppie è il suo libro più importante. La sua pubblicazione risale al 1956 nella collana “Poeti d’oggi” dell’editore Gastaldi di Milano.
Libro praticamente introvabile. L’autore qualche anno fa ha curato una riedizione in copie limitate.
Il poeta, come scrive nella breve nota che accompagna la seconda edizione, si muove tra situazioni, emozioni, immagini, spesso accennate, frantumate o sospese, richiamando le forme adeguate di scrittura: abbozzi, appunti, mottetti e scorci, con cui meglio si concentra la portata lirica del sentimento di tempo interrotto, di tramonto rapido dell’età dei sogni, speranze, illusioni che lui steso chiama «Stoppie di campo mietuto».
Partire da questa dichiarazione di poetica è indispensabile per avventurarsi nel mondo lirico di Rocco Fasano dove la poesia è una trama di voci e il poeta le ascolta tutte affidando la sua intuizione al tempo che scorre e da cui lui si lascia attraversare.
Quella di Rocco Fasano è una poesia che contiene suggerimenti infiniti e la parola è sempre pronta a accogliere significati profondi.
Il poeta si avventura negli abissi del giorno, sa che il suo verso è incerto come la vita che si vive in un quotidiano in cui le cose e le persone tremano.
Ma è alla poesia che Fasano affida tutto il suo mondo interiore, si impiglia con le parole nella rete di spazi senza tempo, non rinuncia a un colloquio con i fantasmi del giorno, scava tra le macerie del paese sepolto, fa i conti con la zavorra della carne e la maledizione dell’anima.
Rocco Fasano è un viandante nella cognizione del dolore, nella sua poesia è documentata con una consapevole malinconia crepuscolare la stanchezza dell’esistere:

«Ormai non segno tappe. /Ad assonata plaga torco i passi. / Cielo senza punto, / stanchezza, lungo male / che il corpo e l’anima rode.»

Le Stoppie di Rocco Fasano sono come i Trucioli di Camillo Sbarbaro.
Materiale residuo dallo spessore sottilissimo, quasi inesistente su cui si posa il vuoto malinconico del tempo con le sue evocative suggestioni.
Nei suoi trucioli impressionisti Sbarbaro cerca un’intesa impossibile con le cose, la parola della sua poesia ha le stimmate di una genesi dolorosa e necessaria: con ogni verso il poeta raccoglie sulla carta il totale di mancanze infinite.
Rocco Fasano colleziona Stoppie e ascolta la loro voce mentre si sbriciola il tempo nelle sue distanze. Il poeta raccoglie quello che resta e dai residui scava a mani nude nel caproniano muro della terra.

Intervista a Stefano Sciacca per il suo noir “L’ombra del passato” (Mimesis, 2020). A cura di Viviana Filippini

23 novembre 2020 by

“L’ombra del passato” di Stefano Sciacca, edito da Mimesis, è un intrigante noir dal ritmo incalzante e ricco di colpi di scena, che prende forma nella Torino post Seconda guerra mondiale. Qui, il protagonista – il detective Artusi- si aggira nei meandri delle vie cittadine per indagare su due casi pieni di enigmi irrisolti e scoprire che non sempre le persone e i fatti sono quello che sembrano o che vogliono far credere. Ne abbiamo parlato con l’autre.

Benvenuto Stefano, come è nata l’idea del romanzo e la scelta di ambientarlo nella Torino post bellica? Il romanzo nasce dal desiderio di confrontarmi con un genere cinematografico, il noir hollywoodiano, che amo e che ho affrontato attraverso la pubblicazione intitolata Prima e dopo il noir. La sfida che mi sono posto è stata adattare i cliché tipici dei b-movies americani al contesto europeo e in particolare alla mia città, Torino, provando allo stesso tempo a declinare in maniera inedita l’angoscia e l’inquietudine tipiche del dopoguerra e già appunto oggetto della polemica realistica del cinema nero statunitense, a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 del secolo scorso.

Perché ha scelto la narrazione in prima persona? Ecco un altro omaggio al noir americano che spesso ha valorizzato la componente soggettiva attraverso memorabili sequenze oniriche. In questo il cinema hollywoodiano ha tratto a propria volta ispirazione dal cinema espressionista tedesco, fortemente influenzato durante gli anni ’20 del XX secolo dagli studi psicanalitici. Comunque non si è trattato solo di una questione stilistica. La narrazione in prima persona è stata funzionale a raccontare il mondo attraverso la prospettiva di un protagonista-narratore che domina la scena e condiziona e altera persino la percezione stessa della scenografia e dello sviluppo, secondo una logica appunto espressionista. Tutto quanto è raccontato risulta espressione della sua sensibilità e di come essa lo porta a vivere gli eventi in prima persona.  

Leggendo il romanzo si percepisce il costante bisogno e desiderio di soldi di Artusio, quanto è importante davvero per lui guadagnare? Il bisogno, a quei tempi, per molti era effettivamente impellente. Quanto al desiderio, non vi è dubbio che il carattere di Artusio risponda, almeno all’apparenza, allo stereotipo del detective hard-boiled portato sullo schermo dai film noir americani. La poetica di quei capolavori fu certamente ispirata da una concezione disillusa e cinica della natura umana che anche io sento di condividere. La società moderna, come sono quella del romanzo e la nostra, è caratterizzata dalla promiscuità e dalla mobilità sociale. A nessuno è teoricamente preclusa la possibilità di ottenere successo e fare strada. Perciò tutti si lanciano nella corsa, urtandosi, sgambettandosi, cadendo a propria volta. La maggior parte viene travolta dalla massa e resta schiacciata, ferita, agonizzante. Eppure, nonostante l’evidenza di questo gioco al massacro, nessuno riesce a sottrarvisi, in quanto il costante confronto con chi sta meglio, con chi ha di più, stimola vergogna e desiderio di riscatto. La maniera più facile per riscattarsi è appunto fare fortuna. Ma Artusio scoprirà che (ri)guadagnare se stesso vale assai più che guadagnare un mucchio di denaro sporco di sangue. Questa, in fondo, è la morale del racconto.

Quali sono i modelli letterari e non dai quali ha preso ispirazione? Benché il romanzo sia breve e, mi auguro, anche piuttosto agile, esso costituisce l’esito di un forte investimento personale. Si è trattato dello strumento attraverso cui sfogare convinzioni maturate durante lo studio della Modernità, attraverso la critica letteraria, artistica, cinematografica, attraverso la lettura e l’analisi di Seneca, Shakespeare, Balzac, Dostoevskij, Nietzsche e Pirandello. Il confronto con Fritz Lang, John Huston e Akira Kurosawa, l’incontro con Courbet e Van Gogh, Grosz e Bellows, Hopper e de Chirico, André Breton e Luis Buñuel. Insomma, dentro c’è un po’ di tutto. Ci sono io. E il mio mondo che, indubbiamente, è molto noir.    

Quanto il vissuto del passato influenza le vite dei personaggi protagonisti? Quanto influenza quello di ciascuno di noi, secondo le teorie psicanalitiche e anche alla luce dell’esperienza di tutti i giorni. L’idea del passato come giudice al quale è impossibile sottrarsi caratterizzava già il cinema noir e rappresenta un assillo ricorrente della mentalità moderna. La quale, mentre esalta il presente, considerandolo sufficiente a se stesso, condanna se stessa a relegare il passato nel proprio subconscio, pronto a ritornare alla prima occasione sotto forma di incubo. Tutti noi siamo la somma delle nostre esperienze, dei nostri incontri, specialmente quando questi sono stati particolarmente dolorosi e traumatici. Ed è illusorio sperare di potersene liberare semplicemente cambiando vita o identità. Cambiando nome, come tanti autori e tanti personaggi della letteratura moderna hanno provato a fare.   

Artusio indaga su due casi diversi, ma quando essi si intrecciano resta indifferente a questa casualità, perché?  Più che indifferente, direi che è impotente. E di questa impotenza, in verità, egli soffrirà moltissimo. Perché si scoprirà assai più debole e vulnerabile di quanto non amasse credere.  L’indifferenza che Artusio ostenta così come anche il suo dissacrante cinismo sono solo una posa. Una maschera, di quelle che tutti, più o meno consapevolmente, indossiamo per difenderci dalla realtà.  Però, nel corso della narrazione, ricorrono diversi passaggi durante i quali, rimasto solo con se stesso, egli deve toglierla e, osservandosi in uno specchio ideale, fare i conti con la propria coscienza. In questo modo egli metterà in discussione il ruolo che, per sua volontà o per capriccio della vita, è stato costretto a inscenare. Quel ruolo che, appunto, lo ha condotto a ritrovarsi annodato tra i due casi, fino a rischiare di restarne soffocato.

Artusio è spesso irriverente verso le forze dell’ordine, cosa scatena in lui questo atteggiamento? Il dissenso nei confronti della società moderna e delle sue istituzioni. Ipocrite, perbeniste, insensibili e disumanizzate. Si tratta di un altro cliché del cinema noir che confrontava in continuazione reietti e marginali, dotati di straordinaria umanità e di una propria solida morale, con personaggi rispettabili, potenti e affermati, del tutto privi però di carattere, emozioni, coscienza e rimorsi. Il commissario Lombardi è appunto l’investigatore votato a una caccia spietata, condotta secondo una logica ferrea e insensibile. Un personaggio esclusivamente scientifico, sprovvisto di qualunque poesia. Di qualunque umana compassione.  

Nel suo libro precedente si occupava di Shakespeare, mentre in questo c’è un investigatore privato alle prese con due indagini. Come è sperimentare generi letterari diversi? Indubbiamente costituisce una sfida, ma offre anche l’opportunità di sperimentare più vie e, dunque, fare più incontri, ciascuno dei quali contribuisce ad arricchire e formare la poetica di un autore.  In realtà, comunque, si tratta di lavori che, sebbene molto diversi tra loro, condividono il comune interesse per lo studio della società e dell’uomo moderni.

Se si facesse un film tratto dal suo romanzo, chi vedrebbe nella parte di Artusio e in quella di Lombardi? Per uno scrittore cinefilo come me, fantasticare sugli attori che potrebbero portare sullo schermo i personaggi dei propri romanzi non è soltanto un bel sogno, ma anche l’occasione per una revisione critica del lavoro svolto. In questo senso ritengo che per la parte di Artusio sia indispensabile un attore capace di esprimere contraddizione e tormento. Qualcuno in grado di passare da un certo timbro nelle sequenze corali d’azione a un altro, molto diverso, nelle sequenze più meditative. Quando cioè il protagonista si ritrova da solo con se stesso e i propri fantasmi e assume un tipo di espressioni che non mostra in pubblico. Mi piacerebbe chiedere ad Alessandro Gassmann come si vedrebbe alle prese con un incarico del genere. Perché gli riconosco versatilità e complessità. Per quanto riguarda Lombardi è necessario un interprete capace di esprimere, in poche scene, la disumanità della modernità. Il successo di un film si regge spesso sulla qualità dei personaggi minori, come fu per esempio nel caso di uno dei capolavori del genere noir, Il mistero del Falco, alla cui magia la bravura di Peter Lorre e Sidney Greenstreet contribuì non meno del carisma di Bogart e della Astor. Questo ruolo, poi, è estremamente delicato e ulteriormente complicato perché, per essere consapevolmente disumani, occorre conoscere a fondo cosa sia l’umanità. Mi piacerebbe che il compito fosse affidato ad Alessio Boni. Secondo me, potrebbe essere uno straordinario commissario Lombardi. Si tratta, in entrambi i casi, di attori che stimo e sono sicuro che saprebbero conferire ai personaggi sfumature e caratteristiche che io non sono stato capace di immaginare. Contribuirebbero cioè alla vita del romanzo, facendolo crescere, maturare, migliorare. Più o meno come capita con i critici e i lettori più attenti e appassionati. Esattamente come è capitato anche con Steve Della Casa, autore della bellissima prefazione che rilegge il mio racconto persino aldilà delle mie migliori intenzioni.    

Ha intenzione di proseguire con le indagini dell’investigatore privato Artusio? Michele Artusio è stato il mio alter ego in una bella avventura letteraria e personale. Egli resta parte di me e talvolta ancora mi parla, si fa interprete delle mie convinzioni, volto delle mie ossessioni. È un amico, un caro amico. E non me la sento di dirgli definitivamente addio. Comunque continuerà a vivere anche in altri personaggi. Seguiterà a farmi sentire la propria voce. Con riferimento alle sue indagini, è possibile che prima o poi ne scriva ancora. Ma si tratterà soprattutto di indagini interiori, alla scoperta della sua e della mia complessità. Delle nostre poche virtù e dei nostri innumerevoli vizi.

Stefano Sciacca è nato a Torino nel 1982. Si è laureato in giurisprudenza e specializzato nelle professioni legali all’Università degli Studi di Torino, ha studiato all’Università di Oxford e collaborato con l’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale. Ha pubblicato testi di critica cinematografica e letteraria e il romanzo Il diavolo ha scelto Torino (2014). Con Mimesis ha pubblicato “Sir William Shakespeare, buffone e profeta” (2018).

Una storia di magia di Chris Colfer (Rizzoli, 2020) a cura di Elena Romanello

22 novembre 2020 by

5014391-9788817145787-285x424Chris Colfer, autore della saga fantasy fiabesca La Terra delle Storie, inizia una nuova storia, uscita in italiano sempre con Rizzoli, portando in un altro mondo di fantasia, con Una Storia di Magia.
Il nuovo mondo ideato dall’autore è un posto dove la magia è stata messa al bando e perseguitata, da un potere integralista che, tra le altre cose, ha messo le donne fin da bambine in un ruolo subalterno, oltre a favorire differenze sociali e esclusioni arbitrarie.
Brystal, un’adolescente che vive nel Regno del Sud, è oppressa da una famiglia e da una scuola che la prepara solo per il ruolo di moglie e madre, e ha trovato nei libri che legge di nascosto una valvola di sfogo. Un giorno, riesce con l’inganno a iniziare a lavorare nella biblioteca come donna delle pulizie, scoprendo anche i libri normalmente proibiti, come quelli dove si parla della magia, scoprendo di essere una fata.
Brystal viene scoperta e rinchiusa per punizione vita natural durante nel Centro di Correzione Altostivale, da cui però viene salvata dalla misteriosa Madame Tempofiero, che ha ottenuto dal re la possibilità di aprire un’Accademia di magia per ospitare ragazzi e ragazze dotati di poteri e cercare di cambiare l’opinione del mondo verso di loro.
Nell’Accademia Brystal trova amici e amiche, scopre il suo potenziale, si sente finalmente felice e realizzata, ma nello stesso tempo viene a conoscenza dei problemi anche del mondo magico, in cui è implicata anche Madame Tempofiero, che nasconde alcuni oscuri segreti.
La scuola di magia è un archetipo ormai della narrativa fantasy, grazie soprattutto  a Harry Potter, e qui viene presentata come un luogo davvero di riscatto e scoperta, in una storia di fantasia ma con forti metafore di tante società reali, che davvero impediscono alle bambine e alle ragazze di studiare e le pongono in situazioni di oppressione. Leggendo il libro, soprattutto nei primi capitoli, non si può non pensare alla storia reale di Malala e alla sua lotta contro i talebani, e a tante altre situazioni di questi anni o comunque presenti anche nella Storia occidentale.
Nelle pagine del libro si parla quindi di discriminazioni, intolleranze, integralismi, senza rinunciare ad atmosfere di incanto e un ritmo serrato di colpi di scena, in attesa del proprio capitolo.
Forse è prematuro dirlo, ma Una storia di magia può essere il degno erede della saga di Harry Potter per i prossimi anni.

Chris Colfer, autore bestseller in cima alla classifica del “New York Times” con la serie La Terra delle Storie e autore premiato con un Golden Globe, è stato incluso dalla rivista TIME100, la lista annuale delle persone più influenti del mondo.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

Il fuoco non uccide un drago di James Hibberd (Mondadori, 2020) a cura di Elena Romanello

21 novembre 2020 by

50709-james-hibberd-il-fuoco-non-uccide-un-dragoOgni lunedì sera, per chi non l’avesse ancora vista, è in onda su RAI 4 l’ottava e ultima stagione di Game of Thrones Il trono di spade, una delle serie di maggiore successo e più discusse degli ultimi anni, scaricata, guardata in streaming, acquistata in DVD, mentre tutti attendono i nuovi libri e il prequel televisivo.
Alla serie Game of Thrones è dedicato uno studio portato avanti da James Hibberd, giornalista  per The Hollywood Reporter, non era in origine particolarmente interessato al genere fantasy e ai serial TV, ma è rimasto affascinato dal lavoro che stavano svolgendo David Benioff e D.B. Weiss dai romanzi di Martin e, dopo averli intervistati per il suo giornale, ha iniziato a seguire attivamente il loro progetto, scrivendone poi per Entertainment Weekly, il periodico in cui è entrato a lavorare in seguito.
Il fuoco non uccide un drago raccoglie l’esperienza di Hibberd, raccontando tutta la storia della lavorazione del serial, dai primissimi incontri dello staff creativo fino al finale, svelando aneddoti, scontri, contrasti, difficoltà ma anche traguardi raggiunti lavorando ad una storia che ha cambiato la televisione.
Il libro è arricchito da molte interviste e da fotografie sul set, di attori e scenografie, ed è una guida interessante ad una storia incredibile, quella di un’idea impossibile, difficile, considerata troppo audace e irrealizzabile, è diventata uno dei più grandi successi di sempre, capace di legare allo schermo milioni di persone in tutto il mondo, di età, culture e provenienza sociale anche molto diverse.
Il fuoco non uccide un drago è un libro per appassionati, non autocelebrativo ma emblematico a raccontare una pagina della cultura pop degli ultimi anni, che ha cambiato l’immaginario fantasy e il modo di fruire delle storie.

James Hibberd è un pluripremiato giornalista statunitense che si occupa da vent’anni di intrattenimento culturale. Dopo aver lavorato per The Hollywood Reporter è ora inviato di Entertainment Weekly. Vive ad Austin, in Texas. “Negli anni ho scritto centinaia di articoli su Il Trono di Spade, ma ognuno parlava di questioni specifiche. In Il fuoco non uccide un drago ho potuto finalmente raccontare l’intera storia dall’inizio alla fine, e nel farlo ho scoperto nuove e sorprendenti vicende. Non vedo l’ora che i fan de Il Trono di Spade possano intraprendere questo viaggio, che fornirà loro una nuova prospettiva su una serie epica.”

Provenienza: libro del recensore.

La spia di Richelieu di M. G. Sinclair (La Corte editore, 2019) a cura di Elena Romanello

21 novembre 2020 by

laspiaCi sono periodi storici che sono rimasti iconici, grazie alla finzione di romanzi e film: uno di questi è la Francia dei primi decenni del Seicento, dove il corpo dei moschettieri serviva i reali lottando contro intrighi e nemici, stranieri e interni, resa famosa da Alessandro Dumas padre e ancora amatissima oggi.
Non sempre è facile confrontarsi con questo periodo oggi, ma c’è chi ci riesce, come M. G. Sinclair, che racconta una pagina poco nota ne La spia di Richelieu uscito per La Corte Editore.
L’autore è partito da un quadro che ha visto al Museo del Prado di Madrid, quello del nano Sebastian Morra, per costruire una storia tra realtà e fantasia, quella di un Tyrion Lannister reale, spia del celeberrimo e famigerato cardinale Richelieu, qui meno cattivo che nei libri di Dumas.
Sebastian Morra è nato in un villaggio povero, da una famiglia non certo agiata, e il suo problema di statura, una malattia genetica allora non conosciuta dal punto di vista medico ma vista come stigma, gli crea non pochi problemi fin dall’infanzia.
Sebastian, trattato come un abominio, è intelligente e ostinato, ama i libri, la cultura e osservare il mondo, e per questo motivo riesce a studiare grazie all’intercessione di un religioso e poi parte per Parigi, dove però il suo lavoro come segretario di un nobile finisce male. Dopo aver conosciuto la miseria e una vita ai confini della legalità, riesce però ad entrare come giullare di corte, ma avere un tetto sulla testa e da mangiare non mitiga il vedere un mondo di intrighi, segreti e prevaricazione.
Sebastian saprà conquistare la fiducia del Cardinale, diventando una sua spia e sventando i complotti del nobile Cinq Mars e della sua amante, la contessa di Chevreuse, mentre la salute di Richelieu peggiora e si pone il problema della successione al re Luigi XIII, il cui matrimonio con la regina Anna d’Austria era tutto tranne che riuscito.
Un romanzo storico che porta in un’epoca lontana ma già nota tramite alla finzione, svelando nuovi aspetti, inventando e romanzando qualcosa, ma basandosi comunque su fatti realmente accaduti e personaggi esistiti.
Interessante la scelta dell’autore di raccontare non la storia di un protagonista solito, giovane, bello, forte, coraggioso, come da stereotipo di tanta letteratura di consumo, ma di un freak, un emarginato, che mancando di quello che rende gli altri attraenti e fortunati, sa trovare il suo posto nel mondo, affrontando minacce e intrighi, e uscendone vincente.
La spia di Richelieu coniuga una vicenda avvincente con riferimenti reali precisi, appassionando, intrattenendo e facendo scoprire di nuovo o per la prima volta un’epoca che ha comunque ancora molto da dire oggi.

M. G. Sinclair è inglese, figlio unico di due scrittori, ed è cresciuto in un mondo che ruotava attorno alla letteratura. Ha cercato di rompere la tradizione familiare e lavora come dirigente nel marketing. Tuttavia, non è riuscito a sfuggire all’inevitabile e ha scritto la sua prima opera, un romanzo storico ispirato a un viaggio al Prado di Madrid, diventato subito un grande successo in Inghilterra.

Provenienza: libro del recensore.

:: Un’intervista con Antonella Ferrari a cura di Giulietta Iannone

16 novembre 2020 by

Abbiamo il piacere di ospitare oggi sulle pagine di Liberi di scrivere Antonella Ferrari, autrice di “Adelaide” il suo nuovo romanzo storico, pubblicato da Castelvecchi, ambientato nella Chieti di fine Ottocento. Ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

Benvenuta Antonella, e grazie di essere qui per parlare del tuo nuovo libro, Adelaide, una storia d’amore, o di amori, un romanzo storico, perlomeno con uno sfondo storico preciso. Ma prima mi piacerebbe che ci parlassi un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro.

Grazie a voi dell’opportunità che mi offrite, sono laureata in Giurisprudenza, ho avuto diverse e variegate esperienze lavorative frutto di passioni temporanee, poi mi sono dedicata interamente alla scrittura, e spero che diventi la mia vera e unica professione.

Come è nato il tuo amore per i libri? Cosa ti ha spinta a diventare una scrittrice?

Anche mio nonno, mio padre e mio zio nel loro piccolo scrivevano, quindi è stato naturale accostarmi a questa passione di famiglia.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Divoro ogni romanzo contemporaneo o classico, adoro leggere, è parte di me. Mi ispirano Balzac, Jane Austen, Andrea De Carlo e Sandor Màrai.

Parliamo di Adelaide,  come è nata l’idea di scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Adelaide nasce dai racconti sentiti nella mia città di origine Chieti e anche in casa si discorreva molto sulle vicende dei Mayo.

Adelaide è la protagonista, una donna moderna si può dire, indipendente, forte, un personaggio femminile sfaccettato. Un po’ ti somiglia?

Molto, anch’io non sono sposata e non sento la necessità di un uomo a cui appoggiarmi. Per il resto mi è piaciuto plasmare un’eroina avanti di due secoli, senza paura e intraprendente.

Parlaci degli altri personaggi.

Ci sono storie nelle storie, due suore che si uniscono alle lotte carbonare animate            dalla fede, Cesare e Manfredi, uomini di una bellezza travolgente, Isabella, moglie     di Manfredi bellissimo esempio di resilienza, e Ninetta, il deus ex machina che risolve i problemi.

La famiglia Mayo è un’istituzione nella città di Chieti, parlaci della storia di questa nobile famiglia abruzzese.

I Mayo sono una stirpe antica, ho ricostruito l’albero genealogico che parte dalla fine del 1600. Di sangue nobile, nel 1825 acquistano il palazzo di 5000 mq sul corso di Chieti, oggi Fondazione/Museo che tiene vivo e presente il loro ricordo.

Su che documenti hai studiato e raccolto notizie? È stato difficile il lavoro di documentazione?

Sono stata diverse volte all’Archivio di Stato di Chieti, è stato divertente sfogliare le pergamene impolverate con la storia della città, e anche presso la Biblioteca Provinciale e a Palazzo de’ Mayo. Sulla storia della famiglia ho trovato pochi riscontri, così ho sbrigliato la fantasia e creato i miei personaggi.

Ti piacerebbe se il tuo romanzo diventasse un film, o una serie tv? Ci sono progetti reali in merito?

Magari! È ancora presto per simili progetti, il libro è uscito da poco, ma se finisse nelle mani di un regista o sceneggiatore interessato sarebbe il top.

E all’estero, c’è interesse per una storia di amore e di rivolte politiche sullo sfondo della provincia abruzzese di due secoli fa?

Lo spero, diamo un po’ di tempo a Adelaide per farsi conoscere, se la storia piace, funziona anche sulla luna, credo.

Parteciperai a qualche presentazione anche in streaming o Festival letterario dove potremo ascoltarti di persona?

Al momento ho registrato un paio di interviste in streaming o via radio, appena torneranno tempi migliori, girerò come una trottola ovunque.

Nel ringraziarti per la tua disponibilità come ultima domanda ti chiederei quali sono i tuoi progetti per il futuro? Stai scrivendo un nuovo libro?

Grazie  ancora a Liberi di Scrivere per l’intervista. Ho già pronto un romanzo ambientato in Sardegna, mio luogo del cuore, dal titolo L’Isuledda. Anche qui storie d’amore e avventure a cavallo dei secoli.

Breve storia dei capelli rossi, Giorgio Podestà, (Graphe.it, 2020) A cura di Viviana Filippini

15 novembre 2020 by

Cosa hanno in comune Paolo Cognetti, Renzo Arbore, Mina, Giuseppe Garibaldi e Maria Pia di Savoia? Tutti hanno il rutilismo, ossia i capelli rossi. A raccontarci qualcosa in più sulle chiome fulve ci pensa Giorgio Podestà con il libro “Breve storia dei capelli rossi”, edito da Graphe.it.  Il testo, con copertina rossa, è un interessante viaggio nel tempo e nella cultura nei secoli, alla scoperta delle origini, delle superstizioni, dicerie e rivincite che si sono create spesso e volentieri nel corso del tempo per coloro che avevano i capelli rossi. Podestà ci porta dentro alla storia dei capelli scarlatti facendo un’indagine storica dalla quale emerge come il gene dei capelli rossi, presente nell’Homo sapiens, non derivi direttamente dall’uomo di Neanderthal (50-80mila anni fa), ma da tre varianti genetiche che evidenziano la presenza dei capelli rossi già prima delle invasioni indoeuropee. Poi, tra le pagine del libro, si scopre in modo dettagliato il fatto che la capigliatura rossa ha origine dalla variazione di un gene che determina, per chi lo possiede, i capelli vermigli e la pelle chiara. Il testo evidenzia la presenza delle persone dalla testa rossa nel mondo pari al 2% della popolazione e sottolinea il fatto che in alcune località il colore rosso sia diventato un pregio, anzi un motivo di orgoglio. Alcuni esempi sono il raduno di Crosshaven in Irlanda dove accorrono di media, ogni anno, circa 25mila persone; quello di Redhead Days in Olanda e il Festival di Favignana in Italia. Il rosso nei capelli ha popolato a 360 gradi anche il mondo delle arti dove i essi sono stati spesso i diretti protagonisti di dipinti, romanzi, poesie, componimenti musicali, romanzi, racconti. Basti pensare ai capelli rossi presenti nella “Crocifissione” di Antonello da Messina, o la “Venere di Urbino” di Tiziano che con quella chioma biondoramata ha fatto palpitare più di un cuore nel corso dei secoli e ancora la “Ragazza Rossa” di Modigliani. Passando alla letteratura, come non andare a Verga e il suo Rosso Malpelo, dove il colore rosso è simbolo di discriminazione, di derisione che si abbattono sul personaggio (e sappiamo tutti la tragica fine che fa il protagonista della novella verghiana), oppure ad “Anna dai capelli rossi” della Montgomery o “Pippi Calzelunghe” di Astrid Lindgren. I capelli rossi come una caratteristica spesso legata ad un carattere sferzante e irrequieto, ma anche segno di profonda sensualità. Tanto per capirci basta far volare la mente alle donne ritratte dai pittori Preraffaelliti e farsi ammaliare della loro delicata e, allo stesso tempo, sensuale bellezza.  Ok, ma chi aveva i capelli rossi? Qualche nome? Il re Davide che sconfisse Golia, Ulisse, Alessandro Magno, Erik il Rosso che scoprì la Groenlandia, Federico Barbarossa, Elisabetta Tudor, Galileo Galilei, Vincent Van Gogh, Rita Hayworth, Harry d’Inghilterra e la nostra Milva. Questi sono solo alcuni dei nomi che troverete nel testo, perché alla fine il libro presenta un indice dei nomi dove si trovano gli artisti, pittori, attori, cantanti, uomini e donne di cultura o che ebbero e hanno un ruolo nella società, tutti accomunati dal fatto di avere dei capelli rossi.  “Breve storia dei capelli rossi” è un interessante saggio nel quale Giorgio Podestà oltre a raccontare la storia dei capelli fulvi attraverso la storia e l’arte, evidenzia quanti di coloro che in passato avevano i capelli rossi erano considerati una minoranza da temere, erano il “diverso” che incuteva sospetto timore e mistero. Diversi pregiudizi che con il passare del tempo hanno lasciato spazio (meno male così abbiamo artisti come Ornella Vanoni, Tori Amos, Ed Sheeran, Eva Schubert e Jess Glynne) ad una rivincita dove la diversità del capello rosso è diventato fonte di arricchimento e originalità.

Giorgio Podestà è nato in Emilia e si occupa di moda, traduzioni e interpretariato. Dopo la laurea in Lettere Moderne e un diploma presso un famoso istituto di moda e design, ha intrapreso la carriera di fashion blogger, interprete simultaneo e traduttore (tra gli scrittori tradotti in lingua inglese anche il premio Strega Ferdinando Camon). Appassionato di letteratura italiana, inglese e americana del secolo scorso, ha sempre scritto poesie, annotandole su quadernini che conserva gelosamente. Con lo stesso editore ha pubblicato la raccolta poetica “E fu il giorno in cui abbaiarono rose al tuo sguardo” (Graphe.it edizioni).

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: I semi finalisti del Premio Giorgio Scerbanenco 2020

14 novembre 2020 by

È stata finalmente svelata la lista dei 17 romanzi semi finalisti all’edizione 2020 del Premio Giorgio Scerbanenco, il più importante premio letterario italiano dedicato al noir.

Tra questi a partire dal 14 novembre fino alle ore 23:30 di sabato 21 novembre 2020 ogni lettore potrà votare sul sito della manifestazione i suoi cinque titoli preferiti.

I cinque finalisti saranno presentati dal 30 novembre al 3 dicembre con una serie di incontri sui canali social del festival; tra questi, la Giuria Letteraria sceglierà il vincitore del Premio Giorgio Scerbanenco 2020 che sarà annunciato il 4 dicembre e premiato nel corso della prossima edizione del Noir in Festival, in programma dal 1 al 6 marzo 2021.

Ecco l’elenco dei libri:

Francesco Abate, I delitti della salina, Einaudi

Tullio Avoledo, Nero come la notte, Marsilio

Daniele Bresciani, Anime trasparenti, Garzanti

Enrico Camanni, Una coperta di neve, Mondadori

Cristina Cassar Scalia, La salita dei saponari, Einaudi

Ermanno Cavazzoni, La madre assassina, La nave di Teseo

Gianni   Farinetti, Doppio silenzio, Marsilio

Antonio Fusco, La stagione del fango, Giunti

Gabriella Genisi, I quattro cantoni, Sonzogno

Lorenza Ghinelli, Tracce dal silenzio, Marsilio

Leonardo Gori, Il ragazzo inglese, Tea

Bruno Morchio, Dove crollano i sogni, Rizzoli

Paolo Nelli, Il terzo giorno, La nave di Teseo

Paolo Roversi, Psychokiller, SEM

Marcello Simoni, La selva degli impiccati, Einaudi

Rosa Teruzzi, La memoria del lago, Sonzogno

Grazia Verasani, Come la pioggia sul cellofan, Marsilio

Fonte: (In 17 per il Premio Scerbanenco 2020)

:: Oiza Queens Day Obasuyi: Corpi estranei. Il razzismo rimosso che appiattisce le diversità (Ed. People, 2020)

14 novembre 2020 by

«In questo libro i protagonisti sono le persone nere – e di origine straniera in generale – che diventano dei corpi estranei e muti in un contesto che li nomina ma non li interpella, che se ne serve per propaganda ma non li ascolta. Le persone nere sono corpi spersonalizzati, senza identità, pensieri, opinioni. Le persone nere sono a tratti degli invasori, oppure dei cuccioli da salvare. Sono da sfruttare, oppure da nominare per appuntarsi la propria medaglietta di ‘antirazzista perfetto’. Le persone nere sono, per esempio, quello a cui ho dato l’elemosina e che deve essere il protagonista del mio post su Facebook.
In questo libro si cerca di decostruire il razzismo in Italia. Razzismo che, chiaramente, non comincia con il governo giallo-verde e non si consuma con l’ennesima aggressione – che ne è solo la punta dell’iceberg. Il razzismo è qualcosa di più complesso da decifrare. Chi non fa parte di una minoranza etnica difficilmente lo coglie, e spesso anzi lo perpetua senza rendersene conto

Oiza Queens Day Obasuyi, ripercorrendo la storia politica e culturale d’Italia, scrive questo saggio per smantellare il sistema di esclusione e discriminazione in cui viviamo, per denunciare un Paese culturalmente arretrato nel rapporto con le minoranze etniche e le migrazioni. Un Paese che rischia di banalizzare il proprio passato coloniale, di giustificare il razzismo parlandone come forma di ‘ignoranza’, di pensare sia normale affrontare viaggi che mettono a rischio la vita per arrivare in Europa, di considerare il caporalato un evento a margine della società.

Oiza Queens Day Obasuyi ha 25 anni ed è nata e cresciuta ad Ancona. Si è laureata in Lingue, Culture e Letterature Straniere all’Università degli Studi di Macerata, dove frequenta il corso di laurea magistrale in Global Politics and International Relations. È una studiosa di diritti umani, migrazioni e relazioni internazionali. Collabora con The Vision e Internazionale.

Tornano Le Streghe di Roald Dahl a cura di Elena Romanello

13 novembre 2020 by

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Doveva essere uno dei film di punta dell’anno, ma causa chiusura dei cinema per emergenza sanitaria Le Streghe di Robert Zemeckis, prodotto da Guillermo del Toro e con Viola Davis e Anne Hathway è stato distribuito direttamente on line.
Per questa occasione, Salani propone di nuovo il romanzo classico di Roald Dahl alla base di questo film e del precedente adattamento del 1990 con Anjelica Huston nel ruolo della Strega suprema: un’occasione per leggere o rileggere un classico, opera di uno dei migliori autori per ragazzi del Novecento, che periodicamente torna alla ribalta grazie al cinema e alla televisione.
Leggere un bel libro è sempre una cosa bella, Le Streghe torna con i disegni di Quentin Blake, illustratore di quasi tutti i romanzi di Dahl, anche perché va detto che il film, pur non privo di pregi, è inferiore alle aspettative,  tenendo conto soprattutto delle credenziali di regista e produttore, soprattutto nella caratterizzazione delle streghe, che fanno di certo molta meno paura sullo schermo (niente a che vedere con il film originale…) che non sulla pagina scritta e disegnata.
Se ci sono libri interessanti da scoprire o riscoprire, per i più giovani e non solo per loro, in questo periodo di rinnovato confinamento, sono proprio quelli di Roald Dahl, capace di guardare al mondo con ironia e fantasia, e di raccontare fiabe calate in un mondo moderno, con toni dissacranti ma anche evocativi e capaci ad unire realtà e fantasia.

:: 900 mila visualizzazioni!

13 novembre 2020 by

E così siamo arrivati a 900 mila visualizzazioni, grazie a tutti! Se Liberi ha continuato a esistere è anche grazie a voi, voi tutti, che continuate a leggerci. Sembra una frase fatta ma è vero, soprattutto in questo momento. Ci ricorderemo tutti del 2020, tutti coloro che ce la faranno, e ci ricorderemo di tutti gli amici che stiamo lasciando sul cammino. Il 2020 è un anno davvero terribile per tutto il mondo. Speriamo di farcela, speriamo di vedere il 2021, e che soprattutto questa Pandemia finisca presto per il bene di tutti. Noi ci diamo appuntamento per il milione di visualizzazioni il prossimo anno. Quando si ha un obiettivo per cui lottare e vivere tutto resta complicato ma almeno la speranza ci dà la forza di alzarci al mattino. Un forte abbraccio!

Enola Holmes in libreria e fumetteria a cura di Elena Romanello

12 novembre 2020 by

enolalibrismallIn molti hanno apprezzato il film Netflix su Enola Holmes, la sorellina minore del più celebre Sherlock, capace di coniugare intrattenimento, period movie e thriller non solo per giovani, e senz’altro foriero di nuove avventure, visti i consensi raggiunti, anche grazie all’ottimo cast di volti noti e emergenti.
Anche perché Enola Holmes non nasce sullo schermo, ma ha già un passato e presente letterario e fumettistico, edito anche in italiano da De Agostini, e si è già affermata come una protagonista di avventure per le giovanissime, un’eroina per il nuovo millennio.
L’autrice Nancy Springer è da tempo al lavoro infatti su una serie di romanzi incentrati sul personaggio della detective in erba, contestato da alcuni perché si riferirebbe ad uno Sherlock Holmes non conforme a quello creato da Sherlock Holmes, ma non per questo meno interessante.
De Agostini propone i primi tre libri della serie, Il caso del marchese scomparso, quello che ha ispirato il film visto su Netflix, Il caso della dama sinistra e Il caso del bouquet misterioso, dove Enola aiuterà nell’ombra il fratello a risolvere il problema della scomparsa del fido Watson.
In parallelo, è uscito il primo albo a fumetti su Enola, sempre con Il caso del marchese scomparso, dell’autrice franco belga Serena Blasco, con la prima parte dell’avventura, e prossime uscite previste.
Enola Holmes ripropone oggi il personaggio della ragazza detective, che dai tempi di Nancy Drew, eroina di un paio di generazioni fa almeno, non ha più avuto altre incarnazioni, rifacendosi però ad un archetipo letterario amato e senza tempo come Sherlock Holmes, ancora oggi protagonista di storie, film, telefilm e riletture, e ambientando il tutto in quell’Inghilterra vittoriana ancora fondamentale nel nostro immaginario.
Il risultato è un personaggio interessante e intrigante, per le giovani generazioni e non solo per loro.