L’estate che cambiò tutto di Beth Lewis (La Corte editore, 2019) a cura di Elena Romanello

4 dicembre 2020 by

estatesmallE’ estate, un’estate torrida, quella de 1971 a Larson, cittadina del Midwest, da cui sono partiti tanti, troppi ragazzi, per combattere quella guerra in Vietnam che sembra non finire mai e dove tutto sembra immobile.
John e Jenny sono fratello e sorella, neanche adolescenti, con un padre finito chissà dove e una madre che cambia spesso fidanzato ma ama ancora di più le bottiglie e quando è sotto l’effetto dell’alcool non è la persona più affidabile. I loro migliori amici sono Rudy, figlio di un uomo avvolto da una fama sinistra, e Gloria, proveniente dalla famiglia più ricca della cittadina.
I quattro passano le loro giornate insieme, cercando di evadere da una realtà che non amano, finché un pomeriggio non si imbattono in uno stagno nel cadavere di una ragazza poco più grande di loro, assassinata.
Un omicidio che però ai grandi non sembra interessare più di tanto, nemmeno allo sceriffo, nemmeno al prete locale:  il quartetto però comincia a indagare, scoprendo realtà e orrori indicibili, in una comunità dominata da paranoia e violenza, personificate in particolare da alcuni genitori e da coloro che rappresenterebbero le istituzioni di cui fidarsi. 
Le estati passano, mentre i quattro amici crescono, arrivando vicini alla verità e scoprendo come i segreti possano distruggere le vite di chi ne viene in contatto, in maniera definitiva. 
I thriller con protagonisti giovanissimi detective loro malgrado, alle prese con i misteri non detti degli adulti non sono una novità, ma sono un qualcosa che funziona sempre, sotto qualsiasi latitudine, forse perché tutti si è stati bambini e ragazzini e ci si è dovuti confrontare con i limiti e i difetti del mondo degli adulti, prima di farne inesorabilmente parte.
L’intreccio ricorda ed è stato avvicinato a quello di Stand by me di Stephen King, anche se qui l’arco narrativo è più ampio, tragico, e racconta non solo la bellezza di un’età perduta in cui si hanno gli unici amici veri di una vita, ma anche la tragedia del crescere e i danni permanenti di quello che questo comporta.
I quattro amici del libro sono alla fine l’unica isola buona in un mondo terribile, fatto di violenza, bugie, inganni, giochi sporchi, e la risoluzione del caso avrà un costo altissimo, in una storia che racconta anche un periodo non certo facile della storia americana, quello legato alla guerra del Vietnam, ancora oggi causa diretta o indiretta di molti problemi sociali.
L’estate che cambiò tutto è comunque un inno all’amicizia, un’elegia sulla fine dell’innocenza dell’infanzia, una ricerca della giustizia ad ogni costo, la storia di un riscatto estremo che incatena fino all’ultima pagina.

Beth Lewis è cresciuta nella natura incontaminata della Cornovaglia dividendo la sua infanzia tra i libri e la spiaggia. Ha viaggiato molto in tutto il mondo, arrivando a incontrare orsi neri, orche e squali bianchi. È stata cassiera di banca, vigile del fuoco, giocoliere e attualmente lavora presso un importante editore londinese.

Provenienza: libro del recensore.

:: E per Natale regalate un libro – 2020 🎄

4 dicembre 2020 by

Il 2020 è un anno speciale, nel bene e purtroppo anche nel male, e anche Natale sarà un Natale speciale, si festeggia una nascita nel cuore dell’inverno, e ci si scambia doni per testimoniare il bene che vogliamo alle persone che ci sono vicine. E uno scambio, un aprire pacchetti, un mi sono ricordato di te. Ecco credo che anche tutto ciò abbia una connotazione spirituale, non è l’oggetto in sè importante ma è il simbolo di qualcosa di più grande. Lo sapete io regalo libri, non avendo molti soldi è un tipo di regalo economico e che dà gioia. Al più se non piace, è facile da regalare a qualcun’altro. E la cosa divertente è scegliere il libro giusto, che pensiamo sia adatto a chi lo riceve. Non si donano mai libri a caso. A volte ci si sbaglia, può succedere ma se così non è, è ancora più bello. Per questo ho scelto quest’anno speciale di segnalarvi alcuni libri indicandovi chi per me sarebbero i destinatari ideali. Sono tre libri molto speciali. E’ un gioco, prendetelo per quello che è.

Il primo libro che vi consiglio è di Wilfried N’Sondé: Un oceano, due mari, tre continenti edito da 66thand2nd e tradotto da Stefania Buonamassa. E’ un libro bellissimo, adatto a una perosna curiosa, intelligente e che ama viaggiare con la fantasia e non solo. Musicista e romanziere, Wilfried N’Sondé è nato a Brazzaville nel 1968. Emigrato in Francia all’età di cinque anni, ha vissuto a lungo a Berlino. Oggi risiede a Parigi. Vincitore del prix des Cinq continents de la Francophonie e del prix Senghor con Il morso del leopardo (Morellini, 2009), si è aggiudicato con Un oceano, due mari, tre continenti il prix Ahmadou Kourouma nel 2018.

Il secondo libro è un libro per “ragazze” di tutte le età. Si intitola Il mondo di Lucrezia, edito da Gallucci e tradotto dal francese da Emanuelle Caillat. L’autrice dei testi è Anne Goscinny, la figlia del papà di Asterix, e i disegni sono di Catel. E’ un libro colorato, spiritoso, pieno di verve e allegria. Per una ragazza, una figlia, una nipote, un’amica con un cuore d’oro e tanti amici.

Il terzo libro è L’ultima notte di Maria di Nazaret di Natale Benazzi, San Paolo Edizioni, un libro spirituale e nello stesso tempo capace di fare un’indagine attenta dei vari Vangeli apocrifi che raccontano la vita minima dei personaggi evangelici. Per chi vuole nuove prospettive, è in cerca di risposte, e ama l’inatteso.

:: Pane e acqua. Un libro di Ibrahima Lo Dal Senegal all’Italia passando per la Libia (Villaggio Maori Edizioni, 2020)

4 dicembre 2020 by

Ibrahima Lo è in Italia da pochi anni e ci è arrivato partendo dal Senegal, sopravvivendo ai lager libici e dopo che il gommone con tante, troppe persone a bordo su cui viaggiava è naufragato. Non un’inchiesta condotta da terze voci, ma la storia vera di chi è grato alla vita per averne ancora una e poterne scrivere, a partire dal ricordo della fame saziata a pane e acqua.

Questo libro è il racconto di chi ha rischiato di morire ripetutamente nella speranza di approdare a una terra promessa, l’Europa, e che – nonostante la meta venga raggiunta – deve farei i conti con il razzismo di una società ipocrita e xenofoba, con lavori in nero e sottopagati, e una nuova vita da costruire a partire dal niente.

Ma quella di Ibrahima Lo è anche la narrazione felice di una solidarietà che resiste all’oscurantismo, di persone ancora umane in grado di aiutare chi ha un’esperienza da migrante alle spalle.

Pane e acqua è il resoconto personale di chi nutre ancora il sogno di un’integrazione possibile, di chi partecipa alla speranza di un mondo realizzabile, raccontando storie di sopravvivenza e rinascita.

:: Un’intervista con Armando d’Amaro a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2020 by

G.I. Benvenuto Armando su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Parleremo de I luoghi del noir, quarta antologia dedicata alla memoria di Marco Frilli, e non solo. Innanzitutto presentati ai nostri lettori.

A.d.A. Innanzitutto, prima di tediare i lettori con le mie risposte, un grazie a te Giulietta e a Liberi di scrivere per l’ospitalità. Sono nato a Genova nel 1956 e, dopo studi classici e laurea in giurisprudenza, ho praticato attività forense e accademica. Da molti anni però mi dedico esclusivamente alla scrittura noir, che mi ha portato alla Frilli prima come autore (ho dieci romanzi all’attivo, con due personaggi diversi) e quindi anche come collaboratore, sia nella selezione di manoscritti che giungono alla Casa Editrice per essere valutati, che quale curatore di antologie (con ‘I luoghi del noir’ sono alla sesta). Adesso vivo con mia moglie, un cane e due gatti – i nostri figli sono ormai grandi – a Calice Ligure.

G.I. Parlaci di Marco, un ricordo che hai di lui particolarmente vivido nella tua memoria?

A.d.A. Tra me e Marco, dopo il nostro primo incontro, era nata prima una stima reciproca, quindi una grande amicizia che custodisco ancora oggi, gelosamente. Abbiamo lavorato spalla a spalla, per anni, tra problemi e grandi soddisfazioni. Il suo sorriso, la sua voce roca, i suoi suggerimenti sia di lavoro che di vita: tutto questo di lui vive in me, inalterato.

G.I. I ‘luoghi del noir’ raccoglie quarantanove racconti brevi di cinquantatré autori (alcuni scrivono a ‘quattro mani’) noti e meno noti al grande pubblico, legati a una casa editrice vera e propria fucina di talenti, si può dire che Marco Frilli e ora suo figlio abbiano preso molto sul serio il ruolo di talent scout?

A.d.A. La nascita dei Tascabili Noir iniziò quasi spontaneamente, e non solo la Liguria si dimostrò subito ricca di buoni talenti – basti pensare a Bruno Morchio e al suo Bacci Pagano – ma l’accoglienza da parte dei lettori ai primi romanzi pubblicati fu entusiasta. Inevitabile quindi andare, di pari passo all’allargarsi della distribuzione (che ora copre il territorio nazionale, dalle Alpi alla Sicilia), alla ricerca di nuovi scrittori che rimpinguassero il catalogo. Molti di questi autori sono rimasti fedeli alle copertine giallo pantone, altri sono stati attratti da ‘grandi’ editori, che non facendo più scouting ‘guardano’ – dimostrazione del buon lavoro svolto – al nostro catalogo, ma ormai ci sono anche nomi importanti del noir italiano che bussano per transitare, appunto dai ‘grandi’, ai tipi Frilli

G.I. Che criteri hai usato per selezionare questi racconti?

A.d.A. Più che ai racconti ho pensato a chi invitare a partecipare: autori di sicuro talento, Frilli e non solo, più qualche esordiente che, inviando un romanzo inedito, ha dimostrato di saperci fare. Nessuno di loro mi ha deluso, e la risposta dei lettori sembra darmene conferma.

G.I. Ho letto con curiosità il tuo racconto dell’antologia, con un finale quasi aperto, quasi enigmatico, perché questa scelta?

A.d.A. Il mio testo inserito nell’antologia non è un giallo, ma certo noir nella parte iniziale, che descrive le terribili esperienze dei fanti in trincea. Poi diviene inevitabilmente intimista, e credo che, leggendolo, si comprenda il legame che mi univa a Marco Frilli, che ne è protagonista insieme al ‘mio’ – non ancora commissario – Francesco Boccadoro. Tutto sommato il finale, come hai rilevato, è aperto: sì, alla speranza.

G.I. Credo sia doveroso citare Gianpaolo Zarini, un amico prima che scrittore prematuramente scomparso. Cosa caratterizzava il suo modo di scrivere in coppia con Andrea Novelli?

A.d.A. Gianpaolo era non solo un autore a tutto tondo e di grande talento, ma una persona seria, garbata, pacatamente ironica e di grande intelligenza. Lui e Andrea hanno costruito un sodalizio, lastricato da una produzione letteraria vasta e variegata, contraddistinto da una capacità di raccontare, molto bene, storie. Gianpaolo aveva dichiarato, tempo fa, che i suoi pregi e i suoi difetti erano gli stessi: precisione e organizzazione; anche queste sue caratteristiche aveva portato in dono al ‘duo’.

G.I. Il ricavato, va segnalato, sarà devoluto alla Gigi Ghirotti Onlus, di cosa si occupa questa associazione?

A.d.A. La Gigi Ghirotti si occupa con amore e grande competenza di assistere persone colpite da malattie inguaribili, accompagnandole nel cammino verso una morte dignitosa: sia Marco Frilli che sua moglie Nora vi sono dovuti ricorrere. Per l’Associazione, solo parzialmente finanziata da convenzioni con il Servizio Sanitario Nazionale, sono indispensabili le donazioni private e i ricavati dalle raccolte fondi.

G.I. E a proposito del racconto breve, pensi che abbia ancora posto nel panorama letterario italiano?

A.d.A. L’interesse del lettore italiano verso i racconti ha avuto alti e bassi, ma bisogna sottolineare che, talvolta, la qualità delle storie brevi ha raggiunto e raggiunge alte vette qualitative. Ritengo che la decisione della Frilli di proporre un’antologia, ormai attesissima, con cadenza annuale, sia tra l’altro una soluzione ‘antica’ a due esigenze del pubblico moderno: conoscere nuovi autori e leggere un’opera concisa ma compiuta anche negli scorci di tempo.

G.I. La forte caratterizzazione geografica è il tratto distintivo dei noir Frilli. Cosa fortemente voluta da Marco Frilli. Come è nata questa idea di noir?

A.d.A. Noi tutti siamo figli del noir mediterraneo, che Massimo Carlotto ha definito come una necessità nata dal “senso di appartenenza che molti autori hanno sentito verso la propria terra, portandoli quindi a raccontarne gli aspetti meno piacevoli”. Marco Frilli volle ancor più accentuarne le caratteristiche, chiedendo ai suoi autori di narrare non soltanto crimini, ma paesaggi, storia, società, tradizioni, aspetti sconosciuti, leggende e finanche cibi e vini legati al loro territorio di nascita o elezione.

G.I. C’è ancora spazio per il noir nel panorama letterario italiano? I lettori secondo te amano questo genere di narrativa?

A.d.A. Basta dare un’occhiata alle classifiche dei libri più venduti per rendersi conto di quanto i lettori lo gradiscano: tra i bestseller campeggia sempre almeno il titolo di un romanzo noir italiano. Perché? Questo genere di narrativa rispecchia, attraverso ‘penne’ certo diverse, la sfaccettata realtà del nostro Paese, attento – come si diceva prima – a tutto ciò che accade sul territorio. A riprova di quanto dico: talvolta giungono in Casa Editrice ottimi romanzi, e si suggerisce all’autore di virarli in ‘noir’ perché possano essere pubblicati e avere successo.

G.I. E le donne nel noir, quali pensi siano le più significative, anche esordienti?

A.d.A. Non posso che nominare la punta di diamante della Frilli, Maria Masella, che un giornalista ha definito avere “un grande bagaglio letterario alle spalle ed un raggiante futuro davanti”: io la ritengo la scrittrice più significativa dell’intero panorama italiano. Non faccio nomi di brave esordienti…non voglio scatenare gelosie!

G.I. Grazie della disponibilità, come ultima domanda vorrei dare spazio ai tuoi lavori. Stai scrivendo attualmente un nuovo libro?

A.d.A. Sì, mi sto dedicando al quarto ‘episodio’ – ambientato nel 1941, che vede sempre protagonisti il commissario Boccadoro e la sua famiglia – frutto (come i precedenti) non solo della mia fantasia ma di quanto effettivamente accadeva, a tutti i livelli, nell’Italia fascista. Antonia Del Sambro mi ha voluto così benevolmente commentare: “…Tra metafore letterarie e squarci di vita familiare che ricordano Italo Svevo, Armando d’Amaro coglie alla perfezione l’humus della società italiana del Ventennio…”.

:: L’abbandono: il sottile filo che collega Shakespeare a Eduardo a cura di Lorenzo Romano

30 novembre 2020 by

Si potrebbe chiudere al volo l’articolo, senza farlo neanche iniziare, con la frase che regna in ogni dove da un po’ di secoli a questa parte: “Essere o non essere”.
Troppo facile, ma anche poco chiaro, se vogliamo, poiché sotto al ponte che collega, e divide, l’essere e il non essere ne passa davvero tanta di acqua.
Vi è un sottile filo che lega uno dei re del teatro italiano al Bardo.
Quel sottile (che poi in realtà è bello spesso, altro che sottile) filo che non dà scampo all’uomo che si interroga: l’abbandono!

“Io mi vergogno di appartenere al genere umano” dice Eduardo per bocca di Alberto Saporito in una delle sue opere più profonde “Le voci di dentro”, opera nella quale dissacra ogni tipo di essere umano: da chi, celato dietro al sacro velo dell’ipocrisia religiosa, predica bene e razzola male a chi affida la sua vita al pettegolezzo e al più che mai vivo desiderio di criticare l’altro al fine di ergersi al miglior esempio vivente (qualche secolo prima le Sacre Scritture consigliavano di premurarsi della trave propria più che della pagliuzza altrui, ma tutto ciò rientra nel discorso accennato dal titolo di questo articolo; questo è l’uomo, c’è ben poco da fare, l’ego vince sempre) fino a sottolineare quanto siano fragili i rapporti umani e quanto poco conti la coscienza nell’agire.
I capolavori di Eduardo non erano semplici operette da ridere, tutt’altro!
Con scenari e temi più che quotidiani distruggeva l’umano, lacerava l’animo con maestosa sagacia servendosi di parole semplici e comuni, anzi “diverse”, col dialetto, come a voler dire quanto sia incomprensibile la vita e quanto sia necessario evadere, scappare e trovar rifugio in un’altra lingua. 

L’ironia di Shakespeare era letale nei confronti dell’uomo: in ogni tragedia il pathos resta costante, ma costantemente cresce sempre più sino a raggiungere il punto più alto nel finale quando, come in ogni tragedia che si rispetti, muoiono tutti, o quasi tutti.
Il Bardo mette così a nudo la bassezza dei gesti umani che hanno così tanto proteso e stirato la vita dei soggetti fino a farli giungere ad un comune punto di non ritorno che consente loro, e ai lettori, di riflettere sull’inutilità e sulla meschinità di quei gesti.
“Strepito e furia”, sofferenza, brama di potere e di dominio, invidie, ego smisurato, pene da infliggere sempre all’altro e mai a se stessi, se non nel momento di morte.
Una forte condanna del genere umano e al genere umano, condanna che sottende un chiaro senso di distacco e di abbandono da parte del narratore. 
Un abbandono, un rifiuto e, al contempo, un voler elevarsi a soggetto diverso che non si riconosce e che, però, non sa collocarsi.

Il filo, come detto, è tutt’altro che sottile, è bello forte, resistente e diretto: a distanza di secoli due Maestri si ritrovano, accomunati in questo stato di abbandono, in un limbo raggiunto a furia di evidenziare tutto quello da cui hanno sempre cercato di scostarsi, di prendere le distanze e che han condannato con somma eloquenza dall’alto della postazione privilegiata di un meritato piedistallo.
Nonostante tale limbo e tale piedistallo, non raggiungono certo il significato ultimo, non trovano la soluzione, non resta loro altro se non abbandonarsi all’oblio del nulla, ma lo han potuto fare poiché hanno raggiunto un punto che li ha differenziati, com’è giusto che sia per ogni poeta, dai loro non simili e che li ha portati ben oltre i confini dell’eternità!

Le rose di Stalin. La ballerina del Bolscioi e altre cronache dalla Russia, Armando Torno, (Marietti 1820) A cura di Viviana Filippini

30 novembre 2020 by

Il giornalista Armando Torno è in libreria con “Le rose di Stalin. La ballerina del Bolscioi e altre cronache dalla Russia”, edito da Marietti 1820. Nel volume sono raccolti una serie di articoli che hanno come tema principale la Russia vista a 360°. O meglio, il giornalista accompagna noi lettori nel mondo della cultura russa alla scoperta di dettagli e particolari inimmaginabili. Tanto per cominciare, Torno è stato una delle poche persone sul pianeta ad essere riuscite ad entrare nella biblioteca personale di Stalin. Un’escursione che ha permesso al giornalista di osservare da vicino i libri letti dal dittatore (25mila volumi), scorgendo anche gli appunti che il politico prendeva durante la lettura. Non solo, perché ad un certo punto della narrazione ci si imbatte anche nel lato romantico di Stalin stesso, che ogni sera quando andava al teatro del Bolscioi, percorreva in grande segreto un corridoio sotterraneo per portare in dono delle rose alla ballerina Ol’ga Lepesinkaija (prima ballerina del teatro per 30 anni, dal 1933 al 1963) con la quale cenava e, a quanto sembra, ballava pure. Armando Torno ci porta quindi le testimonianze delle diverse personalità che ha incontrato nei suoi viaggi in Russia.  Tra gli episodi da ricordare, la chiacchierata con Evgenij Borisovic Pasternak, il primo figlio di Boris, grazie al quale si scoprono dettagli maggiori sul travagliato percorso di pubblicazione che ebbe il romanzo del padre (“Il dottor Zivago”), finito vittima di tentativi di censura e di boicottaggio da parte dei piani alti. Altra tappa fondamentale per Armando Torno è stata la tenuta di Jasnaja Poljana dove visse e lavorò Tolstoij e  dove il giornalista è riuscito a incontrare uno dei discendenti dello scrittore autore di “Anna Karenina” e di “Guerra e pace”.  E non è tutto, perché ad un certo punto nelle pagine di scopre il baule che tanto amava Dostoevskij (scoprirete leggendo il perchè), dettagli curiosi su Gorky e qualche delucidazione che cambia un po’ la visione della storia, sulla famosa scarpa di Kruscev”. Sì, proprio quella che il segretario del partito comunista russo si tolse e batté con forza sul tavolo nel corso di un’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1960. “Le rose di Stalin. La ballerina del Bolscioi e altre cronache dalla Russia” di Armando Torno è un libro dal ritmo incalzante, piacevole nella lettura e nel quale si raccolgono tanti incontri umani, tante storie ed eventi che permettono a chi legge di avere un ritratto un po’ insolito della Russia e di quelle personalità che, nel corso del tempo, hanno contribuito a rendere la Russia grande e potente dal punto di vista politico e culturale. 

Armando Torno, scrittore e giornalista culturale tra i migliori della sua generazione, per anni responsabile della pagine culturali del Corriere della Sera,  ha frequentato  la Russia per oltre un decennio. Nei suoi viaggi ha scritto una serie di articoli interessanti che adesso ha raccolto in un libro. Le rose di Stalin. La ballerina del Bolscioi e altre cronache dalla Russia è un libro davvero interessante, una lettura ricca di aneddoti e curiosità inedite.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie allo studio 1A Comunicazione.

:: Killer elite -Professione assassino di Stefano Di Marino (Segretissimo Mondadori, 2020) a cura di Giulietta Iannone

29 novembre 2020 by

Un nuovo cavaliere oscuro emerge nella Legione di Segretissimo.
L’Aquila, la misteriosa organizzazione segreta che controlla con il crimine mondiale con l’efficienza di una multinazionale, è in allarme. Qualcuno ha tradito, rubando un documento che potrebbe cambiare gli equilibri della malavita internazionale.
Solo un uomo può risolvere il problema.
Max Costello, aka l’Eliminatore, altresì noto con l’oscuro alias di Mezzanotte. Abile killer, spietato e infallibile, Max è l’unico in grado di muoversi a proprio agio in questo feroce universo di intrighi, omicidi e vendette personali.
Questo conflitto privo di regole catapulta l’Eliminatore da Goa a Malindi, da Sorrento ad Atene, fino a raggiungere l’apice a San Pietroburgo, dove la Piccola Madre, famigerata boss della malavita russa, sfida l’Aquila a un duello senza esclusione di colpi.
Ma non ci sono solo due contendenti in questa partita. Patrizia Manni, tenace poliziotta milanese sulle sue tracce di un suo “lavoretto”, a sua volta marca stretto il killer dell’Aquila, decisa a catturarlo a ogni costo.
E così l’Eliminatore rischia di trasformarsi da cacciatore in preda.

Stefano Di Marino firma con il suo nome il primo episodio di una nuova serie action, e così dopo il Professionista e Montecristo facciamo la consocenza di Max Costello, alias Mezzanotte, killer professionsita al servizio di una fantomatica organizzazione segreta denominata Aquila che controlla con pugno di ferro il crimine mondiale. Segretissimo ha regole di ingaggio molto severe e Di Marino ormai negli anni le ha fatte proprie, aggiungendoci tocchi personali che caratterizzano il suo stile di narratore di razza perfettamente padrone dei tempi, del ritmo dell’azione e delle regole narrative del crime. Innanzitutto l’attenzione al dettaglio, la cura nel descrivere le scene di azione con taglio cinematografico, e una caratterizzazione psicologica precisa dei personaggi che non ne fa semplici sagome di cartone. Pure nel solco della narrativa popolare di evasione e intrattenimento inserisce sprazzi di umanità o rovelli personali pure nei personaggi più apparentemente refrattari a ogni sentimento. Questa volta ha scelto di focalizzare la sua attenzione su un killer professionista, un uomo che ha fatto della morte il suo mestiere, e che per potere restare in vita deve attivare tutte le sue capacità di sopravvivenza, tra cui l’intuito, le capacità tecniche, quelle fisiche e un tocco di fantasia per uscire indenne nei momenti più pericolosi. Per chi cerca il realismo a tutti i costi Di Marino ha il dono di rendere tutto verosimile, credibile, realistico, seppure parli di temi che implicano una gran dose di improvvisazione e faccia tosta. Realtà e fantasia quindi si sovrappongono dando la sensazione al lettore di essere nel centro dell’azione e di viaggiare sempre in prima classe dall’India all’Africa, dall’Italia alla Russia mentre se ne sta comodamente al sicuro in poltrona. Esotismo, un tocco di erotismo, tante scene d’azione, un po’ di introspezione sono senz’altro i fattori che hanno permesso un successo duraturo consolidatosi nel tempo. Forse non è una lettura prettamente femminile, le ragazze amano più il romance con venature romantiche (ma molte lettrici potrebbero contraddirmi) tuttavia ritengo che sia un fenomeno che meriti un’analisi seria, e non vada ghettizzato come mera lettertura da edicola. Il pulp ha una nobile storia e ha formato l’immaginario di intere generazioni, nelle sue varie facce dalla spystory, all’action thriller, al noir, chiavi privilegiate per analizzare il presente, il mondo reale non edulcorato da patine troppo scintillanti. Il mondo là fuori è buio e feroce, sembra dirci Di Marino, è fatto di sopraffazione e di violenza, e sebbene noi esseri civilizzati ci limitaimo a quella verbale (che può fare altrettanto male), altri usano armi, ricatti, e ogni forma di abuso per sopravvivere e davvero il crimine è per loro pane quotidiano. La letteratura, questo tipo di letteratura perlomeno, ha il ruolo sociale di aprire gli occhi su questa realtà, sul mondo in cui realmente viviamo.

Stefano Di Marino, tra i più prolifici narratori italiani, attivo per le collane Mondadori “Segretissimo” e “Giallo”, da anni si dedica alla narrativa scrivendo romanzi e racconti di spy-story, gialli, avventurosi e horror.
Per Fabbri ha curato Il cinema del Kung Fu e Il cinema Horror. Per la Gazzetta dello Sport le collane Il cinema del Kung Fu (diversa dalla precedente) e Gli indistruttibili – Il cinema d’azione degli ultimi vent’anni.
Tra i suoi libri sul cinema Tutte dentro – Il cinema della segregazione femminile (Bloodbuster Edizioni), Bruce e Brandon Lee (Sperling & Kupfer), Dragons Forever – Il cinema marziale (Alacran), Italian Giallo – Il thrilling italiano tra cinema, fumetti e cineromanzi (Cordero Editore) e Eroi nell’ombra – Il cinema delle spie raccontato come un romanzo (Dbooks.it).
Per Odoya ha già pubblicato Guida al cinema di spionaggio (2018).

Source: acquisto personale.

:: Processo a Shanghai di Qiu Xiaolong (Marsilio 2020) a cura di Giulietta Iannone

27 novembre 2020 by

La Cina è uno stato di diritto? Interessante questione, più complessa di quanto possa sembrare. Ricordo che ai tempi dell’Università, mi iscrissi a Scienze Politiche indirizzo internazionale, quando dovetti scegliere le materie del mio piano di studio decisi di inserire “Sistemi giuridici comparati” che non era nel nostro piano ufficiale ma di Giurisprudenza, così andai a sostenere l’esame nel Palazzetto Aldo Moro qui a Torino e passai con Gianmaria Ajani, che negli anni divenne anche rettore dell’Ateneo torinese, non ricordo se lui o un assistente mi fece proprio una domanda sul sistema giuridico cinese, non so se per mettermi in difficoltà o altro, e io ricordo ancora che risposi correttamente forse stupendoli un po’ che un’incosciente studentessa proveniente da Scienze politiche fosse preparata su quei temi così specifici e fumosi. Non ricordo tutto nel dettaglio, sono passati più di vent’anni, ma ricordo due punti: il concetto negativo di conflitto e quello positivo di appianamento delle divergenze nella cultura cinese, e il fatto che se la giurisprudenza statunitense si basa sui precedenti e sulle sentenze emesse dai giudici nel passato, il sistema giuridico cinese è invece molto più fluttuante. C’è un film molto bello di Zhang Yimou, La storia di Qiu Ju, con un’intensa Gong Li, che vi consiglio di vedere se amate l’argomento. Così quando ho letto che questo tema sarebbe stato affrontato nell’ultimo romanzo di Qiu Xiaolong, sono rimasta molto incuriosita. Processo a Shanghai (Inspector Chen and Judge Dee, 2020) è il 12° romanzo della serie Chen Cao, edito da Marsilio e tradotto dall’inglese da Fabio Zucchella, e come al solito dalla sua lettura non sono rimasta delusa. Ormai Qiu Xiaolong è una sicurezza e ogni suo libro una piccola gemma per chi ama l’Oriente e la cultura cinese. Dunque non solo un giallo, un’indagine poliziesca, ma un piccolo trattato di sociologia, poesia, storia e psicologia sociale. Un fluttuare tra antico e moderno, in un mondo sempre più mutevole e in continua evoluzione sebbene all’apparenza come sulla superficie di un lago tutto sembri immobile. C’è molta amarezza, molto disincanto e nello stesso tempo un flebile filo di speranza che i mali che affliggono il Drago dormiente possano essere un giorno superati. Ma torniamo alla storia, Chen Cao non è più l’ispettore capo della polizia di Shanghai, ha dovuto lasciare il suo incarico a Yu il suo vecchio assistente per fare “carriera” e diventare Direttore dell’Ufficio del Sistema Giudiziario, per di più in licenza per un periodo di convalescenza che non si sa bene per quanto si protrarrà. A lenire questo periodo di incertezza l’efficiente e simpatica Jin, sua segretaria e preziosa collaboratrice e la lettura di Poeti e assassini del sinologo olandese van Gulik sulle gesta del Giudice Dee, uno Sherlock Holmes cinese della dinastia Tang. Poi Vecchio Cacciatore lo coinvolge nelle indagini sulla morte di Qing, assistente della Dama Repubblicana, una donna bellissima e dal passato discutibile che offre in casa sua pranzi sontuosi per ospiti super selezionati e influenti. E proprio queste sue frequentazioni saranno causa della sua rovina. Ma Chen Cao si chiede se è davvero colpevole del delitto, se davvero ha ucciso Qing per futili motivi (la ragazza voleva lasciarla per aprire a sua volta un ristorante). La sua indagine certo in incognito ha bisogno di una più seria copertura così si ingegna mobilitando le sue conoscenze e ideando un progetto di scrittura su una nuova novella sul giudice Dee, che gli permetta un parallelismo tra i sistemi giuridici antichi e quelli moderni, in cui la giustizia sembra in una posizione di sudditanza rispetto agli interessi del Partito Unico che governa il paese socialista con caratteristiche cinesi. Il linguaggio è poetico, una festa tra allusioni, rimandi e vere e proprie poesie che impreziosiscono il testo, come le struggenti poesie in appendice della celebre poetessa Xuanji. Buona lettura!

Xiaolong Qiu, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre alle inchieste dell’ispettore Chen, pubblicate in trenta paesi, già adattate per una popolare serie radiofonica della Bbc e presto anche per una serie televisiva, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao. www.qiuxiaolong.com/

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara dell’Ufficio stampa Marsilio.    

9° Anniversario su WordPress

27 novembre 2020 by

Oggi, nove anni fa approdammo su WordPress, il passaggio da Splinder non fu dei più facili, perchè lasciammo una comunità coesa e tanti amici che ora negli anni si sono persi, ma WordPress è stata la nostra nuova casa e ci stiamo bene. Dopo tredici anni online una bella soddisfazione!

American Gods di Neil Gaiman, P. Craig Russell e Scott Hampton (Oscar Ink, 2020) a cura di Elena Romanello

25 novembre 2020 by

american2Non è la prima volta che un romanzo di Neil Gaiman diventa fumetto, del resto il poliedrico scrittore ha sempre affiancato anche l’attività di fumettista, con il monumentale Sandman.
American Gods è per molti il suo romanzo migliore, già adattato in un’interessante serie televisiva, e leggere anche il fumetto tratto, realizzato da Gaiman in collaborazione con P, Graig Russell e Scott Hampton, è indubbiamente molto interessante.
La graphic novel, in tre volumi ricchi di apparati iconografici con schizzi e copertine dell’originale uscito in spillato, porta in immagini la storia originale senza dimenticare la sua origine letteraria, in maniera fedele, ricostruendo tutti gli eventi salienti di un viaggio on the road ai confini della realtà.
Shadow Moon ha scontato una condanna abbastanza breve, esce di carcere convinto di ritrovare lavoro e moglie, ma scopre che la moglie è morta insieme al suo migliore amico nonché suo futuro datore di lavoro nonché suo attuale amante. Shadow è solo, senza lavoro, soldi e famiglia, ed incontra  l’enigmatico Wednesday che gli offre di lavorare per lui e non avendo molta scelta accetta.
Ma dopo un po’ capirà che dietro a quell’individuo si cela Odino, somma divinità del pantheon norreno e che si sta preparando una battaglia epica tra divinità per conquistare l’America, con un viaggio on the road per trovare alleati e difendersi dai nemici.
Lo spirito della storia originale è rispettato dalle immagini, in un urban fantasy tra i più riusciti e innovativi, in qualsiasi forma si presenti.
Un’opera imperdibile per tutti i fan di Gaiman, ma in generale per chi è interessato ai mille volti del fantastico, soprattutto quando prende toni adulti, politicamente scorretti e scomodi.

Neil Gaiman è nato in Inghilterra nel 1960 e vive negli Stati Uniti. Tra i massimi autori di narrativa fantastica contemporanea, è un artista dalle molte facce: giornalista legato al mondo del rock, autore di raffinati graphic novel, sceneggiatore televisivo e scrittore. Nel corso della sua carriera ha ricevuto vari premi: tra i più importanti, la Newbery e la Carnegie Medal per Il figlio del cimitero e l’Hugo Award per il romanzo American Gods. Ha scritto numerosi racconti e romanzi per ragazzi di grande successo, fra cui gli indimenticabili Coraline e Stardust.
P. Craig Russell è nato negli Stati Uniti nel 1951 e si è laureato in Pittura alla University of Cincinnati. Ha iniziato a disegnare per la Marvel sulle serie Killraven e Dr. Strange, distinguendosi per il suo segno chiaro e legato all’art nouveau. Ha illustrato numerose storie fantasy e di Sword and Sorcery, tra cui Elric, ma anche adattamenti di opere letterarie e liriche come Il libro della giungla, Il flauto magico e L’anello dei Nibelunghi. Si è occupato dell’adattamento a fumetti delle fiabe di Oscar Wilde, e ha disegnato personaggi iconici e diversi come Batman, Conan, Hellboy, The Spirit, Death, Coraline, Sandman.
Scott Hampton è nato nel 1959 a High Point, in North Carolina, ed è cresciuto immerso nella lettura di fumetti, romanzi horror e letteratura classica. Allievo di Will Eisner negli anni Settanta, Hampton ha costruito un’importante carriera nel campo artistico, diventando uno degli autori più apprezzati e rispettati della scena fumettistica americana. Particolarmente significativi il suo lavoro del 1983 su Silverheels e le sue opere basate sui testi dei maggiori romanzieri fantasy, tra cui Neil Gaiman (The Books of Magic), Robert. E. Howard (Pigeons from Hell), Clive Barker (Tapping the Vein), Archie Goodwin (Batman: Night Cries) e David Brin (The Life Eaters).

Provenienza: libro del recensore.

L’ora dei dannati – L’Abisso di Luca Tarenzi (Giunti, 2020) a cura di Elena Romanello

25 novembre 2020 by

tarenzismallCi sono opere che sono considerate più una croce che una delizia, per via che vengono imposte a scuola: una di queste è la Divina Commedia di Dante Alighieri, tormento degli anni delle superiori, e spesso non riconosciuta per quello che è, uno dei primi viaggi fantastici in mondi alternativi dell’immaginario.
Paradossalmente, questa cosa l’ha colta un autore noto anche da noi e di un’altra cultura, il mangaka giapponese Go Nagai, autore di Devilman e di Mazinga, che non ha studiato la Divina Commedia a scuola, l’ha scoperta grazie ad un’edizione con i disegni di Gustave Doré e ne ha preso spunto per le sue opere, non ultimo un adattamento in manga.
Ma adesso è giunto il momento di rileggerla in chiave fantasy anche alle nostre latitudini, grazie al poliedrico Luca Tarenzi, che con L’ora dei dannati L’abisso costruisce un nuovo viaggio nell’Inferno dantesco.
Virgilio non può tornare nel Limbo, dopo aver accompagnato Dante nel suo viaggio tra Inferno e Purgatorio, e vaga per i gironi dei dannati, dovendo sempre guardarsi dai temibili Spezzati, gli angeli caduti guardiani dell’Inferno.
Pier delle Vigne, il suicida diventato albero, lo coinvolge in un piano ambizioso, fuggire dall’Inferno verso nuovi lidi, e a loro due si uniscono altri tre dannati, non certo raccomandabili, Filippo Argenti, Bertran de Born e il sinistro conte Ugolino, in quella che diventa presto una missione impossibile da realizzare e una lotta contro tutti i mostri presenti nell’Inferno.
Luca Tarenzi fa riscoprire ai suoi lettori personaggi come il tragico Pier delle Vigne, l’infido Filippo Argenti, il conte Ugolino, il nostro Hannibal Lecter come lo definisce l’autore, e Bertran de Born, personaggio meno noto ma molto interessante, messo da Dante tra i seminatori di discordie quando in realtà fu un semplice condottiero al servizio del suo feudatario.
L’ora dei dannati è un romanzo d’azione fantastica, che fa rivivere in maniera completamente diversa un classico non apprezzato davvero per il suo valore, e L’abisso è il primo capitolo di una trilogia, con tanto di finale aperto. Nel prossimo libro, che non si vede l’ora di leggere, arriverà anche un personaggio femminile, Francesca da Rimini, in una nuova versione molto diversa da quella trasmessa da Dante.
L’immaginario fantastico è ricco e in continuo mutare, ma ha le sue origini nei classici, anche in quelli italiani, anche in quelli che si sono studiati a scuola non apprezzandoli allora in questa ottica. E leggendo L’ora dei dannati viene davvero voglia di riprendere in mano la famigerata Divina Commedia.

Luca Tarenzi laureato in Storia delle Religioni, lavora per vari editori come traduttore, editor e consulente. Ha esordito nel 2006 con il romanzo (urban fantasy) Pentar – Il patto degli dei, e da allora ha pubblicato una dozzina tra romanzi e raccolte di racconti, oltre a due saggi (La sciamana del deserto e La più breve storia dell’urban fantasy che si sia mai vista).

Provenienza: libro del recensore.

Il viaggio di Halla di Naomi Mitchison (Fazi, 2020) a cura di Elena Romanello

24 novembre 2020 by

hallasmallFazi propone nella sua collana Lainya dedicata alla narrativa fantastica un titolo non recente, appartenente a quelli che sono i classici del genere, tra l’altro inedito nel nostro Paese e quindi ancora più prezioso.
Naomi Mitchison fu un’attivista sociale, una femminista, un’autrice di romanzi fantasy, oltre che una grande amica di Tolkien, sua prima lettrice e consigliera nella sua costruzione di un universo che ha cambiato la narrativa non solo di genere.
Il viaggio di Halla è una fiaba di ambientazione nordica, e racconta appunto la storia di Halla, la figlia di un re che decide di abbandonarla nei boschi. Qui la bambina cresce accudita dagli orsi, per poi andare a vivere con i draghi sulle montagne, ben diversi da cosa si dice su questi animali, visto che sono loro i buoni minacciati dagli odiosi e crudeli esseri umani.
Odino, il re degli dei, offre ad un certo punto una scelta alla ragazza: vuole vivere come i draghi, accumulando tesori da difendere, o viaggiare per il mondo?
Halla inizia così un nuovo capitolo della sua vita, in giro per nuove terre e tra antiche leggende, con incontri incredibili e magie, mentre la sua conoscenza di tutti i linguaggi, umani e animali, la aiuta ad andare oltre le apparenze e a mettere in discussione i suoi preconcetti e a scoprire nuovi modi di vivere e pensare.
Il viaggio di Halla è un libro agile e veloce, una favola senza tempo sospesa tra tanti immaginari, con tra le righe valori come la comprensione e la tolleranza, la curiosità e l’apertura verso il diverso.
Naomi Mitchison si rivela quindi un’autrice da scoprire, e c’è da sperare che Il viaggio di Halla sia il primo di una serie di riproposte di opere sue, perché è senz’altro importante leggere le nuove voci del fantastico, anche di culture emergenti, ma non bisogna dimenticare i classici, quelli da cui tutto è cominciato, tra cui ci sono anche diverse autrici finora trascurate. Tra gli stimatori di Naomi Mitchison, paragonata a una Rowling o ad un Pullman ante litteram, ci sono scrittori e scrittrici di generazioni diverse, come Holly Black e la grande Ursula K. Le Guin.

Naomi Mitchison nacque in Scozia e visse fino all’età di 101 anni, tra il 1987 e il 1999. Viaggiò in tutto il mondo e scrisse più di settanta libri, spaziando dal fantasy alla fantascienza, dalla poesia alla non-fiction. Molto attiva in ambito politico e sociale, aderì alle cause del socialismo e del femminismo, battendosi in favore della liberazione sessuale e dell’aborto. Intima amica dello scrittore J.R.R. Tolkien, fu tra i primi a leggere Lo HobbitIl viaggio di Halla fu pubblicato per la prima volta nel Regno Unito nel 1952.

Provenienza libro del recensore