Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: La donna nella pioggia di Marina Visentin (Piemme 2017) a cura di Viviana Filippini

26 settembre 2017

la donna nella pioggiaQuella di Stella Romano, protagonista di “La donna nella pioggia”, edito da Piemme, è una vita monotona, ripetitiva, fatta di una quotidianità a tratti quasi sfiancante. La donna si divide tra i viaggi di lavoro del marito Mattia; le diverse attività che praticano Alice e Sofia, le due figlie; Nina, la domestica ucraina che la aiuta nelle faccende di casa e il proprio amato lavoro di illustratrice di libri per bambini. Tutto assomiglia al ritratto della perfezione assoluta, ma in realtà sotto la superficie di belle apparenze, la vita della protagonista nasconde una serie di eventi e cose che le danno il tormento. Tanto per cominciare si scopre che l’infanzia di Stella è stata minata da un evento drammatico: la morte tragica della madre. Fosse solo questo! Stella non ha mai avuto notizie certe su chi fosse suo padre e il cognome che porta, Romano, è quello di Gabriele, il compagno della mamma che la allevata come una figlia. Questi sono i fantasmi del passato, ma nel presente dove tutto sembra perfetto, la caduta del vaso della madre (unico oggetto che manteneva il legame tra le due) e la sua completa rottura lanciano nel panico la donna. Stella si rende conto che non può più tenersi dentro quello che la tormenta e che la fa soffrire, perché solo affrontato ciò che la assilla potrà, forse, trovare un po’ di pace. La protagonista passa dalla calma apparente in una spirale di crescente ansia che le fa rasentare la pazzia, tanto è vero che ad un certo punto la donna inizia a prendere dei medicinali (ansiolitici), e soffre per il fatto che le due amate figlie sono in vacanza con i parenti del marito e lui, Mattia, ecco non è così fedele come vuole fare credere. Ognuno di questi elementi non farà altro che gravare in modo maggiore sulla stabilità psicofisica di Stella che, oltre a sentirsi sempre più oppressa, prova un senso di minaccia incombente. Marina Visentin porta noi lettori a seguire il cammino nella psiche della protagonista, la quale prende coraggio e decide di indagare il suo passato per capire cosa la tormenta, perché ormai lei ha capito che il suo malessere è legato a qualche evento traumatico accaduto tanto tempo prima. Alla Milano del presente, quella dove Stella di divide tra mondo borghese ed editori di qualità, si innesta ad un certo punto il passato. Un tempo andato dal quel emergono gli aspetti cupi e mai del tutto chiari dei tanti delitti violenti e molto spesso inspiegabili che segnarono l’Italia degli Anni di piombo. Stella fa una viaggio alla ricerca delle proprie radici e per compierlo mette in gioco tutta la sua forza in un cammino di ricerca della verità complesso e pieno di difficoltà che la metteranno a dura prova. Questo non importa a lei, perché sono passi vitali da compiere, per dare un senso al proprio vivere. “La donna nella pioggia” di Marina Visentin, attraverso la vicenda personale di Stella, ci presenta mondi diversi, fatti di contraddizioni e contrasti che influiscono sul singolo essere umano e che lo destabilizzano a tal punto da trovare il primordiale istinto di coraggio per mettersi in discussione e ricercare la verità sul proprio passato e sulla propria esistenza.

Marina Visentin è nata a Novara, ma da quasi trent’anni vive e lavora a Milano. Giornalista, traduttrice, consulente editoriale, una laurea in filosofia e un lontano passato da copywriter in un’agenzia di pubblicità. Ha collaborato con varie testate nazionali, scrivendo di cinema e altro; attualmente si interessa di scrittura autobiografica, organizzando laboratori a Milano e dintorni. Ha pubblicato testi di critica cinematografica, saggi sulla storia del cinema, libri di filosofia e psicologia. Dopo la fiaba noir “Biancaneve” (Todaro Editore, 2010), “La donna nella pioggia” è il suo primo thriller psicologico.

Source: inviato dalla casa editrice al recensore, si ringrazia Luigi Scaffidi dell’ ufficio stampa.

:: Un assist per morire di Andrea Monticone (Golem Edizioni 2017) a cura di Elena Romanello

25 settembre 2017

Assist per morireIl calcio, almeno quello maschile, è lo sport più popolare in Italia, ma anche il più dibattuto, polemizzato e spesso oggetto di fatti di cronaca non sempre eclatanti. Ed il mondo del calcio fa da sfondo al noir di Andrea Monticone Un assist per morire, rivolto in particolare a chi pensa che non sia tutto oro quello che luccica e che niente e nessuno meriti venerazione come capita spesso nel mondo del pallone.
A Torino muore, apparentemente suicida, a soli 17 anni un ragazzo trovato ai piedi del palazzo dove abitava: non si tratta di un ragazzo qualsiasi, ma di Mark Andreani, aspirante campione di calcio, cresciuto nella scuderia delle giovani promesse della Juve e ora in forze della Sanpa, piccola realtà cittadina che punta al professionismo con alle spalle forti investitori.
A prima vista sembra una tragica storia di un giovane troppo fragile per andare avanti, come purtroppo capita a quella e ad altre età: ma Massimo Brandi della Squadra mobile non si fida delle apparenze, sembra tutto troppo facile, e il mondo del calcio dilettantistico, luogo di sogni per tanti giovani ma anche di interessi non sempre chiari è tutto tranne che rassicurante.
La storia ha quindi due protagonisti: uno che non c’è più, Mark, e l’altro è chi cerca la verità, Massimo Brandi, che ha anche qualche problema personale, visto che è omosessuale, non ha ancora fatto del tutto i conti con questo e l’ambiente della polizia non è sempre il più tollerante.
Accanto a loro ci sono altri personaggi di questo oscuro viaggio nell’inferno del calcio dilettantistico, non certo più tranquillo di quello ufficiale che riempie giornali e tv, tra cui spicca il vecchio (per la professione) e saggio portiere Pat Fornero, un uomo in bilico tra l’urgenza di crescere e quella di continuare a sognare come quando era ragazzo, nonostante tutto intorno a lui sembri mostrare che la cosa in sé non è opportuna.
Un assist per morire è un libro per chi vuole andare oltre facili stereotipi e idealizzazioni, mescolando attualità, tematiche sociali, non ultima quella omosessuale, trattata in maniera schietta e senza troppi substrati, e una trama thriller di sicuro interesse, in un ambiente poi non così frequentato.

Andrea Monticone è nato a Torino nel 1972. Giornalista di nera, ha scritto di omicidi e cimiteri, madri assassine e processi. Ha pubblicato il noir-rock Marsiglia blues che definisce con ottime ragioni un libro maledetto e, per Golem Edizioni, il romanzo Ultimo mondo cannibale e il thriller La Gatta e i diamanti, il quarto libro della serie dedicata al capitano Sodano.
Ama il rock e il blues, Londra e l’Arsenal, il bourbon e il buon vino. Se si vuole seguirlo su twitter cercare @AMonticone

Source: inviato dalla casa editrice al recensore, si ringrazia Francesca Mogavero dell’ufficio stampa.

:: Wonder Woman: L’Amazzone – di Jill Thompson (RW Edizioni – linea Lion 2017) a cura di Elena Romanello

22 settembre 2017

WONDER-WOMAN-LAMAZZONEWonder Woman, prima supereroina nella storia dei comics, sta vivendo una nuova stagione di grande successo in seguito al film di alcuni mesi fa diretto da Pat Jenkins con Gal Gadot, di cui è previsto almeno un seguito oltre che comparsate del personaggio in altri fillm ispirati alla Dc Comics, come il prossimo Justice League.

Sono molte le proposte editoriali di fumetti sulla principessa delle Amazzoni diventata supereroina, tenendo conto che ha avuto vari autori e varie vite nei suoi settantacinque anni di presenza: tra i tanti, spicca la graphic novel Wonder Woman l’amazzone di Jill Thompson, collaboratrice di Neil Gaiman e autrice di altre opere fumettistiche e di illustrazione.

La vicenda narrata racconta in maniera nuova le origini della Principessa Amazzone, qui vista non come un’eroina senza macchia e senza paura, cresciuta in un mondo di sole donne e desiderosa di portare giustizia nel mondo, ma come una ragazzina cattiva, capricciosa, lunatica, non certo un modello di comportamento, in una storia poetica e struggente, con uno stile di disegno che mescola vari stili, non ultimo quello di autrici di manga come Akemi Takada, dando nuova e originale linfa ad un’icona dei fumetti.

Del resto i personaggi dei comics vengono inventati ogni volta a seconda dell’autore o autrice che se ne occupa e come ricorda la scrittrice Mariko Tamaki nell’introduzione del volume Diana, prima di diventare una supereroina è stata una maliarda, una campionessa, una combattente contro creature appartenenti al mito, ma anche una ragazza dal carattere non proprio facile.

Da bambina e adolescente era anche peggio, come svela Jill Thompson, che racconta una storia di formazione e di presa di coscienza, come si cambia da ragazzina capricciosa desiderosa di essere amata perché è la figlia della regina Hippolyta e tutto le è dovuto a eroina in cerca di giustizia, per aver fatto una cosa talmente grave e aver scoperto il vero significato della parola verità oltre che nessuno è tenuto ad amarti, ma che devi semmai conquistarti amicizia e affetto altrui, e che gli errori si pagano.

Una storia fantastica ma molto realistica alla fine, che racconta di temi eterni usando il filtro del fantastico, immergendo nel mondo di Themyscira, colorato ma non certo idilliaco e che racconta in un altro modo come mai Diana è diventata Wonder Woman, forse seguendo una strada ancora più dolorosa ma non per questo meno interessante.

Una graphic novel imperdibile per chi ama Wonder Woman in tutte le sue incarnazioni, e magari l’ha scoperta da poco grazie al film, ma anche per chi è interessato

Jill Thompson, classe 1966, ha illustrati numerosi episodi della serie Sandman di Neil Gaiman, e ha collaborato ad altre opere come Books of magic, lo spin off di Sandman su Death, oltre a collaborare con varie testate di supereroi, come Wonder Woman e Batman. Tra le sue opere originali sono da ricordare il libro illustrato Strega madrina e la graphic novel su cani e gatti I segreti di Burden Hill. Ha vinto numerosi Eisner Award, il più importante riconoscimento a livello fumettistico negli Stati Uniti.

Source: acquisto personale del recensore.

:: L’isola di Sachalin – Anton Čechov (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

21 settembre 2017

isolaDall’ aprile al dicembre del 1890 Čechov viaggia per le terre estreme della Siberia.
Ha intenzione soprattutto di raccontare quella terribile periferia dell’impero zarista e soprattutto scrivere quello che nessun intellettuale aveva ancora visto: le condizioni di vita nella colonia penale sull’isola di Sachalin.
Egli tornò da quel viaggio con un libro che fu pubblicato per la prima volta in volume nel 1895.
L’ isola di Sachalin esce adesso per Adelphi ( curato da Valentina Parisi)
Lo scrittore sbarcherà ai confini del mondo e sulla sua strada troverà numerosi impedimenti. Ma non si lascia intimidire dai boicottaggi indigeni e in quei mesi porta a termine la sua impresa e scrive pagine dettagliate e precise in cui racconta l’inferno siberiano che si è trovato davanti.
Racconta della terra che si gela e delle strade coperte di fango. Annota ogni cosa della sua avventura siberiana, con precisione descrive le condizioni di vita dei deportati, gli incontri con le anime morte del posto e il tessuto economico e sociale del territorio.
L’isola di Sachalin è un lavoro meticoloso che il suo autore aveva da tempo intenzione di scrivere. Valentina Paraisi nella postfazione scrive che Sachalin aveva fatto la sua comparsa nell’opera di Čechov un paio di anni prima, esattamente nel 1888 nel racconto Fuochi.
Con questo libro il grande scrittore russo riuscirà in maniera convincente a penetrare con una denuncia efficacia nell’orrore concetrazionario del regime zarista, a raccontare la crudeltà dell’uomo che infligge umiliazione e violenza agli altri uomini ponendo soprattutto l’accento sul fallimento di un sistema interessato soprattutto dalla corruzione.
Il resoconto di Anton Čechov è spietato nel raccontare l’inferno nei suoi dettagli più amari. Lui è consapevole di affrontare un’esperienza unica e devastante. Immagina cosa troverà in Siberia e la sua penna è pronta a fare il suo dovere.
«Ho come l’impressione di andare in guerra» aveva confidato una settimana prima di partire a Suvorin.
L’isola di Sachalin occupa un posto a parte nella produzione letteraria di Anton Čechov.
L’avventura siberiana lo segnerà. E lui è riuscito in queste pagine a dare conto di tutto l’inferno che ha dentro di sé l’essere umano.
Queste sue memorie arrivano, come fu per Dostoevskij, da una casa di morti in cui il giovane Čechov abiterà per otto mesi. Lo scrittore confesserà che dall’inferno di quella casa di morti tornerà annichilito e provato. Tra le mani il racconto e la testimonianza di tutto l’orrore che aveva visto e la consapevolezza di non avere una soluzione da offrire al lettore.

Anton Čechov nacque a Taganrog nel 1860, crebbe in una famiglia economicamente disagiata: il nonno era stato servo della gleba. Frequentò il liceo nella città natale.
Nel 1879 Čechov si trasferì a Mosca dove si iscrisse alla facoltà di medicina. Laureatosi nel 1884, esercitò solo saltuariamente, in occasione di epidemie e carestie, la professione, dedicandosi invece esclusivamente all’attività letteraria. Nel 1890 raggiunse attraverso la Siberia la lontana isola di Sachalin, sede di una colonia penale, e sulle disumane condizioni di vita dei forzati scrisse un libro-inchiesta, L’isola di Sachalin (1895). Minato dalla tubercolosi, Čechov passò vari anni nella sua tenuta di Melichovo [Mosca], cercando di migliorare la condizione materiale e morale dei contadini. Nel 1895 conobbe Tolstoj, cui rimase legato da amicizia per tutta la vita. Nel 1900 fu eletto membro onorario dell’Accademia russa delle scienze, ma si dimise due anni dopo per protesta contro l’espulsione di Gor’kij.
Soggiornò varie volte, per curarsi, a Biarritz, Nizza, Jalta [Crimea]. Nel 1901 sposò Olga L. Knipper, attrice del Teatro d’arte di Mosca.
In un estremo tentativo di combattere il male, si recò a Badenweiler, una località della Foresta Nera.
Morì qui, nel 1904, assistito dalla moglie. Aveva 44 anni

Source: libro inviato all’editore al recensore.

:: Atlante leggendario delle strade d’Islanda a cura di Jón R. Hjálmarsson (Iperborea 2017) a cura di Viviana Filippini

21 settembre 2017

strade d' IslandaL’Islanda sta lassù verso il Polo nord. L’Islanda è sì una terra lontana e ancora un po’ troppo sconosciuta, ma molto affascinante. Per saperne di più vi consiglio la lettura de “Atlante leggendario delle strade d’Islanda” a cura di Jón R. Hjálmarsson, edito da Iperborea. Il curatore, esperto in cultura e storia islandese, ci porta a compiere un viaggio fisico e mentale lungo la statale n. 1, una delle principali vie di comunicazione della terra nordica dislocata nell’oceano Atlantico. Lungo la via ci sono una serie di località nelle quali il lettore potrà conoscere le diverse e tante storie popolari che animano la cultura e la tradizione del popolo islandese. Questo libro è la testimonianza di quanto siano numerose le leggende e i miti che la popolazione dell’isola si è tramandata nel corso dei secoli e che, ancora oggi, tali narrazioni sono molto vive nell’immaginario popolare. Non a caso addentrandoci nelle pagine di storie narrate (ideali da leggere davanti al camino con copertina di lana e un tè caldo) si scoprono storie di creature più o meno mostruose dalle quali, in molti casi, hanno preso i nomi alcune delle cittadine presenti nell’isola. Per rendere ancora più coinvolgente la scoperte di queste storie, il testo è corredato da apposite mappe e illustrazioni di Felix Petruska con raffigurate – a seconda della zona dell’isola dove ci si sposta- le misteriose creature che in quei posti presero forma. Ed ecco allora la storia di Testarossa, la crudele balena del Havlafiördur, o ancora le vicende sul serpente del lago Lagarfljótm, sullo spettro marino di Hvammnsnúpur, alternate alla leggenda dell’impronta dello zoccolo di Ásbyrgi o a quella del contadino di Grímsey e l’orsa polare. Il volumetto curato da Hjalmarsson è un vero e proprio muoversi tra elfi, troll, stregoni, spettri, banditi ed eroi che, nel corso dei secoli, sono andati a formare il background tradizionale, popolare e folcloristico islandese. L’ “Atlante leggendario delle strade d’Islanda” è un libro interessante, una sorta di guida di viaggio alternativa e innovativa, perché permette a chi legge di muoversi nell’immaginazione popolare islandese alla scoperta di una cultura diversa dalla nostra. Allo stesso tempo, il testo pubblicato da Iperborea, aiuta il lettore a scoprire le caratteristiche dell’ambiente, degli usi e dei costumi diffusi in Islanda. L’ “Atlante leggendario delle strade d’Islanda” è caratterizzato da un’atmosfera di magia, nella quale il sacro e il profano si mescolano alla perfezione, dimostrando lo stato di impotenza e mancanza di spiegazioni del genere umano davanti ai misteri della vita e della grandiosa forza della natura. Traduzione Silvia Cosimini.

Jón R. Hjálmarsson, nato nel 1922, dopo gli studi in Storia all’Università di Oslo, è stato preside nelle scuole di Skógar e Selfoss e direttore didattico della circoscrizione dell’Islanda meridionale. Nel 1983 è stato insignito della croce dell’Ordine del Falcone islandese. Dall’approfondimento della storia e della cultura del proprio paese è nato il progetto di questo libro.

Source: libro inviato all’editore al recensore. Grazie a Silvio Bernardi dell’ Ufficio stampa.

:: Messia – Guido Ceronetti (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

19 settembre 2017

ceronetti messiaGuido Ceronetti compie novanta anni e quando scrive è ancora lucido sulla catastrofe. Per il suo compleanno a noi suoi lettori affezionati regala un nuovo libro. Ed ecco che Adelphi pubblica Messia in cui lo scrittore torinese si cimenta con il tema del Messia e della sua eterna attesa in un tempo come il nostro da cui davvero non c’è da aspettarsi nulla.

Visto che non c’è altro che il nulla, tanto vale uccidersi nell’illusione di aspettare qualcosa o qualcuno che non verrà.

Ceronetti, che il Messia non l’ha mai aspettato, in questo libro mette insieme alcune poesie che ha dedicato al Messia (siamo felici che in queste pagine torni a parlare anche il suo Angelo sterminatore) e soprattutto nella seconda parte riporta le testimonianze messianiche degli autori che nella sua vita ha amato e tradotto: Eraclito, Isaia, Rimbaud, Kafka e molti altri ancora.

Il filosofo ignoto prende in prestito le parole dei suoi scrittori preferiti per parlarci come sempre del brutto mondo di oggi in cui ci si riduce in maniera consolatoria a pensare messianicamente nella speranza (cieca e delusa) di trovare una via di scampo al nulla che tutto opprime.

«Non l’aspetto, non mi pare di averlo già aspettato. – scrive Ceronetti nella premessa –Resta però nell’armadio delle speranze cieche, le sole che valgano e mai ne butterò via la chiave. Si è nel messianico finché si è nell’umano».

Nell’era del cretinismo assoluto molta gente inebetita aspetta di vederlo comparire.
L’umanità è sull’orlo della disperazione e come reazione non fa altro che scoprire la propria dimensione new age. Ma, scrive Ceronetti, un Messia venuto non trasformato in immediatamente e intemporalmente in venturo è un Meessia bruciato e tradito, votato ad esserlo.

Pensare messianicamente trattiene la mente dal precipitare nell’incretinimento generale oppure serve a formare un esercito numeroso di imbecilli dell’utopia?
Guido Ceronetti da studioso del tragico afferma che se la gente applaude alla parola Messia vuol dire forse che rifiuta di essere morta nei corridoi ciechi dell’obitorio dell’anima.

Morire di attesa, morire all’attesa è il peggior morire, avverte con il suo cinismo intelligente il grande maestro della disillusione Guido Ceronetti.
Siamo sempre in attesa della venuta del Messia. L’illusione che prima o poi venga in mezzo noi ci uccide, ma alla verità preferiamo una consolazione che ogni minuto ci uccide, ma noi facciamo finta di essere felici.

Guido Ceronetti, poeta, filosofo, giornalista, scrittore, traduttore e drammaturgo italiano. Nato a Torino nell’agosto del 1927, Ceronetti, intellettuale di vastissima cultura, cominciò a collaborare con La Stampa nel 1972. Di rilievo la sua opera di traduttore sia dal latino che dall’ ebraico. Nel 1981 Ceronetti introdusse in Italia E.M. Cioran, definendo lo scrittore rumeno-francese “squartatore misericordioso”; a sua volta Cioran dedicò a Ceronetti uno dei suoi Esercizi di ammirazione. Tra le sue opere di narrativa e saggistica ricordiamo La carta è stanca, Pensieri del tè, La lanterna del filosofo. Tra le opere di poesia Compassioni e disperazioni. Tutte le poesie 1946-1986 e Le ballate dell’angelo ferito. Tra le traduzioni Constantinos Kavafis, Un’ombra fuggitiva di piacere, Adelphi 2004 e Cantico dei Cantici, Alberto Tallone Editore, 2011.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa Adelphi.

:: Il fioraio di Monteriggioni – Cristina Katia Panepinto (Golem Edizioni 2017) a cura di Elena Romanello

19 settembre 2017

Il fioraio di monteriggioniFirenze, oggi: il PM Amedeo Cantini viene condotto a fare un sopralluogo doveroso dopo il ritrovamento del cadavere di una giovane modella assassinata in un cassonetto nei pressi del Parco delle Cascine.
Amedeo Cantini non conosce la ragazza, ma conosceva la madre di lei, Emma Aldori, suo grande amore di quanto era ragazzo e decide di trovare il colpevole dell’omicidio non tanto perché suo dovere per il ruolo che riveste, ma in ricordo di una storia che ancora a distanza di anni lo condiziona e ossessiona.
Per avere un valido aiuto in quello che si presenta come un caso intricato e complesso, Amedeo Cantini chiede aiuto all’ex moglie, la psicoterapeuta Violetta Salmoiraghi, che lo affianca nelle indagini su un mondo frivolo e a tratti pericoloso, come quello del jet-set e dell’ambiente della moda, dove emergono dettagli man mano sempre più inquietanti sugli ultimi mesi di vita della ragazza, tra tradimenti, bugie, intrighi. Ma dietro all’omicidio c’è qualcosa di più, fatti che risalgono ad anni prima, ad un serial killer chiamato dai giornali Fioraio di Monteriggioni, che ha segnato con i suoi omicidi l’infanzia di Violetta, negli ormai lontani anni Settanta.
Un giallo italiano in salsa toscana, o meglio fiorentina, con sullo sfondo una città e un territorio tra i più amati a livello internazionale, ma dove negli anni si è anche insinuata l’ombra del più famoso serial killer italiano, il mostro di Firenze, che ancora oggi ha ispirato serial e libri.
Un libro che si sviluppa su più piani narrativi, nel presente con l’indagine e nel passato, con il ricordo di un amore mai sopito e mai superato e di omicidi che gettano la loro ombra mai risolta anche sull’oggi. Il tutto senza dimenticare l’approfondimento psicologico di una strana e insolita coppia, due persone che non si mettono insieme come capita di solito nei romanzi anche gialli, ma che collaborano per cercare di superare due passati diversi ma che sono tornati a tormentare il loro presente, legati ad un passato che in un modo o nell’altro non riescono a dimenticare.
Un thriller certo, con al centro di tutto il tema eterno della ricerca della verità e della giustizia, ma anche una storia psicologica, sulla necessità di non dimenticare il passato ma di non esserne schiavi, per poter trovare non la felicità ma la serenità.

Cristina Katia Panepinto è nata a Milano nel 1967. Ha insegnato Italiano per stranieri a Berlino e nel 2003 si è trasferita a Firenze, dove ha collaborato a lungo con la Società Dante Alighieri. Attualmente vive a Lecce.
Il suo racconto Arma a doppio taglio si è classificato tra i primi dieci finalisti del concorso Dieci Lune 2016. Il racconto Delitto al multisala si è classificato tra i primi dodici finalisti del concorso Giallo Fiorentino 2016.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia Francesca Mogavero dell’ Ufficio stampa Golem.

:: Lo spirito della flânerie: Flâneur: L’arte di vagabondare per Parigi di Federico Castigliano (CreateSpace 2017)

18 settembre 2017

flânerieCi sono due tipi di viaggiatori: quelli che seguono percorsi tracciati da altri, e quelli che inventano i propri. A questa seconda categoria appartengono i flâneur. Amano passeggiare, vagabondare senza meta, perdendosi per strade sconosciute (state tranquilli che alla fine si orientano sempre). Non seguono comitive guidate, non viaggiano in gruppo in viaggi organizzati. Vagano, perlopiù da soli, e ascoltano il rumore della strada, dei parchi, dei giardini. Annusano i profumi, percepiscono i colori. Fanno della loro esperienza di viaggiatori nomadi qualcosa di mistico se vogliamo, una riscoperta di sè.

Di questo viaggio dell’anima ci parla Federico Castigliano, docente di letteratura italiana e francese all’ Universitá degli Studi Internazionali di Pechino, nel suo Flâneur: L’arte di vagabondare per Parigi. Una produzione indipendente, curata dalla copertina, di Isaia Pruneddu, all’impaginazione, alla bibliografia fino al Memorandum per il flâneur, 10 punti che condensano tutta la sua filosofia.

Questo libro l’ho letto quest’estate, mentre ero in montagna, e ripensavo ai miei viaggi a Parigi. Anche io più che una turista sono una flâneur (inconsapevole). Se volete sapere come essere un vero flâneur, che rischi si corrono, come è la giornata di un flâneur, dove perdersi, dove vagabondare tra i boulevard, potete seguire questo libro come traccia, ma poi farvi il vostro percorso. Uscire dalla porta di casa, dell’albergo in cui risiedete, senza cartine, atlanti, piante, e vedere dove vi troverete a vagare (io proprio scelte così radicali non le ho fatte, o perlomeno le ho fatte per brevi tratti, ma sicuramente i percorsi li sceglievo io, non seguendo comitive guidate). Vi lascio qualche foto dei miei viaggi a Parigi. E vi consiglio la lettura di questo libro. Potrebbe cambiarvi la vita, o perlomeno trasformarvi da turisti in viaggiatori.

Source: inviato dall’ autore.

:: Chi è che fa arrabbiare il lupo? di Jean Leroy e Laurent Simon (Gallucci 2017)

18 settembre 2017

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Oggi vi parlo di un libro per bebè da 0 a 3 anni molto divertente, si intitola Chi è che fa arrabbiare il lupo (Les bisous du grand mechant loup, 2017) edito in belgio da Casterman, Bruxelles, e distribuito in Italia da Gallucci editore, con traduzione di Ada D’Adamo. I testi sono di Jean Leroy, e i disegni di Laurent Simon.

Allora è un libro gioco, vedete il burattino in stoffa al centro, è possibile animarlo in modo buffo. (Cercherò di pubblicare un video per farvelo vedere, ma non vi prometto niente, con le nuove tecnologie sono un po’ un distastro).

Le pagine sono a colori, di cartonato spesso con disegni molto belli che vedono il lupo alle prese con gli inconvenienti della vita. E’ un lupo brontolone, si lamenta in continuazione, ma è divertente seguire la sua giornata. I testi sono brevi, utili comunque per avvicinare i bambini alle lettere dell’ alfabeto e alla scrittura.

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Il lupo si sveglia, il lupo si lava, il lupo accende un fuoco… In tutto sono 6 tavole composte da due pagine più la copertina e il retro. Insegna ai bambini di non avere paura del lupo, e a prenderlo un po’ in giro.

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Ha marchio CE con Conformità Europea, progettato in Europa e fabbricato in Cina.

Source: inviato dall’editore, si ringrazia Marina dell’ Ufficio stampa Gallucci.

:: Solo sabbia tranne il nome, Paolo Fiore (Manni 2017) a cura di Nicola Vacca

18 settembre 2017

solo sabbia tranne il nomeAbbiamo lasciato Paolo Fiore cinque anni fa quando dava alle stampe Fu chiaro appena oltre lo zenith, il romanzo storico e filosofico ambientato nel cuore dell’intolleranza del Seicento. Intorno alla figura di Giordano Bruno l’autore affronta il tema del rapporto tra conoscenza e libero pensiero alla luce di tutte le eresie asistematiche messe al rogo da una Santa Inquisizione, che in nessun modo tollerava i punti di visti diverso dal suo. E sappiamo come è andata a finire.
Oggi Fiore, sempre per i tipi di Manni, pubblica Solo sabbia tranne il nome. Apax legomena, un altro romanzo filosofico in cui il medico scrittore decide di misurarsi con la contemporaneità. Qui lo scrittore attraversa le narrazioni del Novecento e le supera, mettendo al centro della sua storia Walter Benjamin, un altro pensatore asistematico che privilegia la forma del saggio e dell’aforisma per prendere posizione e negare l’ordine esistente.
Il Benjamin ossessionato dall’Angelus Novus di Paul Klee. Per il filosofo questo è l’angelo della storia che appare in un momento ben preciso e introduce una questione sola :«cosa fare delle rovine?».
Al centro della storia raccontata da Paolo Fiore c’è Marco, studente universitario che sta preparando una tesi su questi temi, e una serie di personaggi contemporanei al dramma della narrazione che ruotano intorno all’Angelus Novus di Paul Klee e alle riflessioni di Benjamin
Solo sabbia tranne il nome non è solo un romanzo di formazione del suo protagonista che si perde nel labirinto della conoscenza per ritrovare la dimensione di sapere che sappia scavare nelle rovine del tempo, ma è il romanzo di formazione di un’epoca intera, la nostra e soprattutto di quel Novecento che ha visto l’angelo della storia volare sulle macerie.
Per Benjamin il dipinto di Klee rappresentò un’ossessione. Nel 1921, infatti, il filosofo lo acquistò e nel 1940 scrisse Tesi della filosofia della storia in cui definì Angelus Novus una rappresentazione dell’angelo della storia che tanto turbava la sua speculazione.

«C’è un quadro di Klee che s’ intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, al bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Paolo Fiore scrive un romanzo – ideario in cui tra narrazione e pensiero filosofico cerca di rubricare per voci tutta l’incertezza della nostra epoca seguendo il percorso di formazione di Marco, studente mosso da una curiosità enciclopedica che si sente uomo spacciato del proprio tempo su cui l’angelo della storia continua a volare sulle catastrofi.
Marco, cittadino globale di questo liquido terzo millennio, non si sottrae ai nuovi disastri della contemporaneità (Paolo Fiore al suo protagonista fa fare i conti con tutte le questioni aperte del proprio tempo che in un certo senso hanno a che fare con la violenza immanente della Storia) e diventa esegeta delle macerie su cui cammina.

«Testo colto, ironico –scrive Alessandro Vergari nella prefazione – avvolto nelle stesse fascinazioni che racconta Solo sabbia tranne il nome assorbe linfa vitale da molteplici vene di pensiero. Paolo Fiore, medico di professione (non omeopata) e scrittore per talento, si spinge alla ricerca di una sacralità immanente, sottesa alle cose, e stimola il lettore ad interrogarsi sul mistero che è in lui, a porsi domande sul senso dell’identità in questi tempi di grande incertezza».

L’autore di questo libro continua a frequentare il pensiero asistematico e inattuale, questa volta per attraversare la contemporaneità e le sue rovine. Accanto a Giordano Bruno, ci mette Walter Benjamin ma anche Cioran e Ceronetti, perché oggi come ieri andare verso il futuro è inevitabile, ma a patto che gli occhi appunto siano incollati sul passato, tutto è stato già detto una volta sola nelle nostre radici, perfettamente e per sempre. Apax legomena, appunto.
Se alziamo gli occhi al cielo lo vediamo ancora l’angelo della storia che a occhi aperti plana sulle macerie apocalittiche di oggi.

Paolo Fiore è nato nel 1965 a Fondi dove vive ed è medico.
La passione per la lettura e la scrittura lo accompagna da sempre e ha dato il via ad opere creative che gli hanno già procurato in Italia significativi riconoscimenti.

Source: inviato dall’ autore al recensore.

:: Chi tutela questi bambini? Bellissime – Baby Miss giovani modelli e aspiranti lolite – l’inchiesta-faro di Flavia Piccinni (Fandango 2017) a cura di Irma Loredana Galgano

18 settembre 2017

bellissimeStendhal affermava che «la bellezza non è che una promessa di felicità». Già, semplicemente una promessa.

Con le parole del noto scrittore francese si apre al lettore il libro di Flavia Piccinni Bellissime. Baby Miss, giovani modelli e aspiranti lolite, edito quest’anno da Fandango Libri. Un “documentario” di parole che racchiude più di quanto ci si aspetti, che racconta più di quello che si vorrebbe sapere e vedere, che lascia poco spazio a fraintendimenti e ipocrisie. Insomma, un libro necessario.

La Piccinni condensa nelle pagine di Bellissime il risultato delle sue ricerche sul campo, delle sue ricerche documentarie, delle sue esperienze dirette, il racconto di testimoni e testimonianze varie nonché i suoi personali ricordi d’infanzia… al punto da conferire all’intero testo un’impostazione che non è quella del saggio tecnico in senso stretto, piuttosto di un dettagliato reportage giornalistico. La scrittura rimane sempre semplice, lineare, quasi colloquiale.

Va riconosciuto anche all’autrice il merito di essere riuscita, nonostante la costante personalizzazione del racconto, a far rimanere le sue opinioni e le sue esperienze marginali rispetto al racconto principale del testo. E così Bellissime permette al lettore di «guardare oltre la superficie» glitterata e “sorridente” del mondo della moda-bimbi, emblema e simbolo, come il campo della moda in generale, del «culto della grazia e della necessità di piacere». Il che non sarebbe neanche così tanto da recriminare se la bellezza fosse «fine a se stessa», invece «diventa espediente per arrivare a qualcosa».

Questo, associato al fatto che parliamo di minori, di piccoli che non superano il metro e venti di altezza e i dodici anni di età, inizia già a rendere chiaro quanto pericoloso sia il quadro che si delinea in questo “universo” nel quale scarsissima importanza viene data al «labirinto emotivo» della «necessità di piacere agli altri» e alle conseguenza cui vanno o possono andare incontro questi cuccioli, necessari e sacrificabili a quanto pare in nome del marketing e della pubblicità.

Leggendo Bellissime si viene catapultati in un mondo pressoché sconosciuto a chi non segue molto la moda, le sfilate, le tendenze, gli eventi… un mondo di finzione, come il cinema, i film e le serie tv, dove i “modelli” e le “modelle” vengono travestiti per apparire altro rispetto a quello che sono fuori dai set e dalle passerelle. Dove questa finzione però arriva finanche a prendere il sopravvento sulla realtà e sulla reale necessità dei bambini a cui, a volte, viene negato anche di bere e andare in bagno. Per rispettare i tempi. Non si può non chiedersi: ma di cosa stiamo parlando?!

Il lettore più volte si chiede, insieme alla Piccinni, quando i genitori hanno «smesso di fantasticare su figli medici o avvocati, per cominciare a vaneggiare sullo showbiz».

La situazione è molto più complessa, è vero, e l’autrice la analizza da svariate angolazioni portando avanti un gran bel lavoro di ricerca e sintesi, entrando in punta di piedi in questo mondo pieno di paillettes e lustrini, mossa forse da un innato e assolutamente motivato rispetto per l’infanzia che accompagna e vigila sulla scrittura dell’intero libro. Un rispetto che mai andrebbe calpestato o messo in discussione, figuriamoci poi per il mero tornaconto economico di un brand di moda o dell’etichetta sponsorizzata in pubblicità.

Bellissime è un pugno nello stomaco del lettore, il quale all’improvviso realizza, o meglio rammenta, di essere troppo spesso spettatore, osservatore o telespettatore di immagini, video, spot, serie tv, film o spettacoli di vario genere in cui “protagonisti” sono dei minori… e tutto appare sempre talmente normale, ordinario da passare quasi inosservato. La Piccinni ci ricorda tutto quello che c’è dietro. Il delirio. La «retorica dell’apparenza» di questo «mondo adulto miniaturizzato», dove, soprattutto le bambine, subiscono una precocissima sessualizzazione, «giovanissima carne addobbata da donna» e incitata a imitarne gli atteggiamenti più sensuali.

E allora ci si chiede perché in un mondo, quello vero, martoriato dalla piaga della pedofilia, si invogliano giovani ragazze e bambine ad attirare l’attenzione su una versione sexi e provocante di se stesse?

Bellissime. Baby Miss, giovani modelli e aspiranti lolite si rivela fin dalle prime pagine una lettura interessante, necessaria che illumina, come un faro, i lati bui di un mondo scintillante ma dal verso sbagliato e che invoglia il lettore a riflettere sui molteplici aspetti di questo fenomeno sociale, come di tutti gli altri ad esso direttamente o indirettamente collegati. A metabolizzare il concetto che la bellezza oggi altro non è che «l’eredità di un mondo fallito».

Flavia Piccinni: Nata a Taranto, è una scrittrice e giornalista italiana. Ha pubblicato numerosi romanzi e un saggio sulla ‘ndrangheta. Collabora con diversi giornali, è autrice di documentari per Rai1 e Radio3 e coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide.

Source: pdf inviato al recensore, da parte di Simonetta Simonini per conto di Fandango Libri, che ringraziamo.

:: Il carattere antropologico della scrittura di Wanda Marasco in La compagnia delle anime finte (Neri Pozza, 2017) a cura di Floriana Ciccaglioni

15 settembre 2017

La-compagnia-delle-anime-finte-01Nel romanzo La compagnia delle anime finte, edito da Neri Pozza, candidato al LXXI Premio Strega, Wanda Marasco racconta Napoli.
Quella di metà secolo scorso. Tra la fine della guerra e l’inizio della miseria. Tra la sporcizia e le malattie. Tra l’amore e la prostituzione. Tra i debiti e gli strozzini. Tra la morale e l’omosessualità. Tra la follia e il pianto. Tra la rabbia e gli schiaffi. Tra il dialetto e i gesti. Tra le parole e gli sguardi. Tra la realtà e il sogno.
Una Napoli che nasce e muore nel ventre di una madre. Una madre che, all’inizio del romanzo, respira gli ultimi minuti di esistenza su questa terra. Una madre che torna, nelle parole della figlia, a ripercorrere tutta una vita. E in questa vita ci sono tutte quelle anime, anime finte, attrici nel palcoscenico della realtà, che la scrittrice incontra dall’infanzia fino all’età adulta.
Ogni personaggio che abita la pagina viene caratterizzato attraverso un particolare fisico, che ne diventa l’elemento fondante della personalità. E ogni personaggio altro non è che una parte di Napoli, unica grande protagonista del narrare. La bellezza della madre Vincenzina, la malattia del padre Rafele, l’omosessualità dell’amico Mariomaria, lo stupro dell’amica Emilia, le bocche spaventosamente grandi delle pettegole vicine di casa, i denti gialli dell’usuraio, la risata pazza della zia Iolanda, lo sguardo freddo della nonna Lisa Campanini, altro non sono che uno spaccato della città partenopea.
Il lettore ha la sensazione di trovarsi all’interno di uno di quei film di Tornatore che indaga, dietro la macchina da presa, quei segreti silenziosi che abitano le vie delle città del Sud. Segreti ben nascosti agli occhi stranieri che guardano. Quei misteri che solo chi ci nasce dentro conosce, ma anche non riesce a spiegarsene la motivazione. Come Rosa, la scrittrice/narratrice che ha origine nel ventre della madre ma non riesce a comprendere i misteri della donna, neanche sul finire dei suoi giorni. Ecco che il finale del romanzo è un sogno. Una narrazione sfumata e leggera nella quale Rosa si ritrova a percorrere le vie della sua infanzia e, occhiata dopo occhiata, incontra nuovamente tutte le anime finte.
Un profondo sentimento di attaccamento viscerale alla terra materna è tradotto in una scrittura focosa e tragica. Confusa a tratti. Che quasi si perde nel racconto del ricordo. Una scrittura dalla forte valenza antropologica che mira a raccontare il vivere quotidiano, ponendo sotto una lente di ingrandimento tutti quei gesti ripetuti che caratterizzano l’Italia del dopoguerra.

Wanda Marasco è nata a Napoli, dove vive. Diplomata in Regia e Recitazione all’Accademia d’arte drammatica «Silvio D’Amico» di Roma, è autrice di romanzi e di raccolte poetiche. Ha ricevuto il Premio Bagutta Opera Prima per il romanzo L’arciere d’infanzia (Manni editore, 2003), prefato da Giovanni Raboni, e il Premio Montale per la poesia con la raccolta Voc e Poè (Campanotto 1997). Ha lavorato in teatro come regista e autrice; in questo doppio ruolo ha messo in scena l’Asino d’oro di Apuleio e, con Quei fantasmi del presepe, una rivisitazione del teatro di Eduardo, oltre al poemetto Tre donne di Sylvia Plath e a Tutti quelli che cadono e Giorni felici di Samuel Beckett. Suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, tedesco e greco. Il genio dell’abbandono è stato finalista alla prima edizione del Premio letterario Neri Pozza.

Source: acquisto del recensore.