Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Nella corrente di Joris Karl Huysmans (Edizioni Clichy 2017) a cura di Nicola Vacca

12 ottobre 2017

controcorrenteJoris – Karl Huysmans è conosciuto soprattutto per il romanzo «À rebours» (Controcorrente), considerato il manifesto e il vangelo del Decadentismo.
La sua opera è ancora poco apprezzata per molti motivi, primo fra tutti il suo andare contro la corrente del senso comune, della morale, della ragione, della natura, come appunto testimonia il suo libro più famoso che è stato definito un rasoio avvelenato che squarcia il grigiore della blasfema e futile letteratura contemporanea.

«Controcorrente – scrive Huysmans nella prefazione al suo romanzo – piombava nel mercato letterario come una meteorite, suscitando stupore e risentimenti, la stampa ne restò sconcertata, mai delirò in così gran numero di articoli. Dopo avermi trattato da misantropo impressionista e aver etichettato Des Esseintes come maniaco, imbecille e complicato, i normalisti come Lemaître, si indignarono perché non avevo fatto l’elogio di Virgilio e con tono perentorio dichiararono che i decadenti latini del Medioevo non erano che dei rimbambiti e dei cretini».

Lo scrittore fu un irreverente interprete della decadenza e le sue riflessioni disturbarono i benpensanti del suo tempo sempre pronti a confezionare futili morali.
Carlo Bo scrive che «À rebours» è diventato il manuale del perfetto decadente che ha ispirato intere generazioni di scrittori e poeti. Huysmans ha insegnato a parlare di letteratura a molti suoi contemporanei.
Prima del suo libro capolavoro lo scrittore francese dette alle stampe «À vau – l’eau»(Nella corrente), il romanzo autobiografico che racconta la storia di un travet, flâneur e dandy mancato che si lascia vivere perdendosi inerte nella corrente di una Parigi corrotta e decadente, che ha da tempo esaurito l’entusiasmo postrivoluzionario.
Adesso il romanzo torna in libreria. «Nella corrente» lo pubblica le Edizioni Clichy (traduzione e cura di Stefano Lanuzza).
Jean Folantin, grigio impiegato ministeriale, porta in giro per Parigi la sua depressione decadente. Un specie di diario di un ‘esistenza mancata in cui il protagonista annota sulle pagine più le perdite che i profitti di un ‘esistenza priva di slanci e amareggiata quotidiana mente da un noia che non nasconde tutte le sue note di grigio.
Lo spleen di Parigi opprime il protagonista che in affanno si perde e si estingue nella corrente.
Joris – Karl Huysmans racconta l’ insoddisfazione del povero diavolo alla deriva Jean Folantin attraverso la sua grottesca ricerca di posti dove mangiare, perché egli non è più in grado finanziariamente di sostenere il peso economico di una domestica che lo accudisca.
« Non gli resta, così, – scrive Stefano Lanuzza nella prefazione – che abbandonarsi: andare alla deriva e nella corrente. Dopotutto è quando gli riesce meglio ogni volta che il reale gli rivela l’impossibilità d’ogni speranza o scampo» .
Folantin è senza dubbio l’altra faccia – più sofferta, patetica e forse più vera- di Des Esseintes.

Charles-Marie-Georges Huysmans nasce a Parigi nel 1848. Cambia il suo nome in Joris Karl, in omaggio alle origini olandesi della famiglia paterna. Nel 1876 conosce Émile Zola, del quale diventa subito amico, ed entra a far parte di un circolo assieme a Flaubert, Goncourt e Maupassant. Nella corrente viene pubblicato nel 1882, due anni prima del celebre À rebours, che influenzerà intere generazioni di scrittori diventando un manifesto del decadentismo. Nel 1900 Huysmans viene scelto come presidente della prima edizione del Premio Goncourt. Muore a Parigi nel 1907, poco dopo aver preso gli ordini come monaco benedettino.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: L’esegesi del lavoro di scrittura in Dieci prugne ai fascisti di Elvira Mujčić (Elliot 2017) a cura di Floriana Ciccaglioni

12 ottobre 2017

DIECI PRUGNE AI FASCISTI _Layout 1Con il romanzo Dieci prugne ai fascisti, vincitore della XV edizione del Premio Anima, edito da Elliot Edizioni nel 2016, Elvira Mujčić racconta la storia di una famiglia spezzata a metà, tra l’Italia e la Bosnia, tra la terra nella quale è emigrata e la terra di origine. Attraverso un tortuoso viaggio fatto di treni e corriere, sudore e puzza, sangue e cicatrici, litigi e risate, caffè e CocaCola, sputi in faccia e un branco di cani, tre fratelli, Candido, Zeligo e Lania partono dall’Italia. Dalla stessa Italia partono anche, dentro un carro funebre, la Madre, un giovane becchino precario e depresso e la salma della nonna Nana. Tutti arrivano in Bosnia per ricongiungersi con l’altra metà della famiglia, il nonno, gli zii e i cugini. Tutti lì per celebrare il funerale della nonna desiderosa di trascorrere l’eterno riposo nella sua Bosnia lasciata per troppo tempo. Tutti protagonisti di un entusiasmo stuporoso alla vista dello scintillio del carro funebre che si avvicina alla loro casa, perché la famiglia spezzata, lasciata a metà, adesso si ricompone. Il lettore più attento, capace di andare oltre i temi che emergono dalla narrazione quali l’importanza della Memoria nella Storia e la decisiva critica all’invasione fascista, si accorge di come, attraverso una semplicissima conta da uno a dieci che fa una Nana giovanissima quando porta le dieci prugne ai soldati invasori di una Bosnia degli anni quaranta del Novecento, lo scrittore intervenga sullo scorrere degli eventi narrati nel tempo. L’intero viaggio, l’intero romanzo risultano funzionali al finale lasciato in bocca a Nana che spiega al nipote come abbia imparato a contare. Con un’ironia sconvolgente, dalla portata tragicamente dolorosa, la scrittrice compone tra le pagine l’esegesi del lavoro di scrittura. Da qui nasce una particolarissima spiegazione di cosa voglia dire essere scrittore, oggi e sempre. Semplicemente invertendo il sette con il sei nella conta, il personaggio di Nana ride perché è stato capace di piegare lo scorrere del tempo sotto il lavorio delle sue stesse mani divenendo attore consapevole nella grande Storia. Una Storia che travolge l’essere umano rendendolo presenza inconsapevole nel mondo, incapace di decidere la propria presenza attraverso atti di scelta. Come la stessa guerra portata dagli italiani in Bosnia che accade senza accadere. Nel racconto di Nana c’è la guerra ma non succede nulla, se non i soldati che chiedono cibo e le famiglie che offrono quel poco che hanno, pane e frutta. Il personaggio, invece, è lo scrittore che, scrivendo, altro non fa che intervenire in prima persona sulla realtà, raccontandola. Realtà che altrimenti non esisterebbe, sebbene l’uomo ci viva dentro. In maniera acuta ed esemplare, attraverso l’utilizzo della potentissima arma dell’ironia, Mujčić regala pagine di notevole importanza per l’originalità con cui scrive della scrittura stessa.

Elvira Mujčić,  nata nel 1980 in Serbia, ha vissuto in Bosnia, in Croazia e infine a Roma, dove abita tuttora. Interprete e traduttrice, ha pubblicato i libri Al di là del caos, E se Fuad avesse avuto la dinamite?Sarajevo: la storia di un piccolo tradimento e La lingua di Ana per Infinito edizioni.

 

Source: acquisto del recensore.

:: Il sole tra le mani di Roberto Ritondale (Leone editore 2017) a cura di Nicola Vacca

11 ottobre 2017

sole maniOgnuno deve fare i conti con un proprio libro dell’inquietudine. Il prezzo da pagare è sempre salato.
Anche Aldo Montesi, il protagonista de Il sole tra le mani, il nuovo romanzo di Roberto Ritondale, è uno strano tipo disperatamente in cerca del suo centro di gravità permanente.
Aldo vive nel mancato equilibrio totale, lacerato da una dinamica precaria di rapporti esistenziali.
Aldo colma la sua mancanza di emozioni nei confronti dei suoi simili facendo lunghe passeggiate nei cimiteri, dove ruba lacrime straniere alle persone che sono capaci di piangere i loro morti.
Per il protagonista il cimitero è la più grande ipocrisia del mondo: custodisce i morti spacciandoli per vivi.
Frequenta la sua esistenza come una casa devastata, intorno a lui c’è il caos. Vive la sua vita da anestetizzato, non riesce a dare un senso ai misteri che avvolgono la scomparsa di suo padre, non riesce a perdersi per ritrovarsi. Sa solo fare i conti con la propria assenza. Decide di intraprendere un viaggio nel suo passato (in compagnia di Fernando Pessoa, la sua guida spirituale) e cancellare dalla faccia della terra tutte le foto che lo raffigurano per consegnarsi definitivamente alle ombre.
Ma paradossalmente questa sarà la strada che lo porterà a nuova vita e a prendere tra le sue mani quel sole che aveva fino al momento rifiutato di vedere.
Roberto Ritondale nel suo romanzo racconta il viaggio di formazione di Aldo dalla morte alla luce passando (avvalendosi di una scrittura chiara, coinvolgente e essenziale) per il labirinto di una prigione da cui difficilmente si può evadere: quello della coscienza che ci presenta sempre e comunque un conto da pagare.
Aldo Ambrosi è un’anima inquieta che ha la morte nel cuore anche quando intraprende un viaggio alla ricerca di se stesso, sapendo che per lui nessun posto sarà per sempre.
Il sole tra le mani è un romanzo molto particolare, giocato su un serie deflagrante di conflitti interiori.
È la storia di un uomo che scava tra le macerie della propria esistenza e strappa una volta per tutte le foto di un album di famiglia con tutti i suoi contorni di oscurità.
Da quel tesoro di ricordi dissipato, dopo aver perso tutto, il protagonista parte per un viaggio. La scommessa è la ricerca di se stesso. La partita da giocare sarà difficile e forse non ci saranno vincitori.
«L’idea di viaggiare mi seduce per traslazione, come se fosse l’idea per sedurre qualcun altro».
Aldo, con le parole del suo amato Fernando Pessoa nella testa e nell’anima, ci conduce nel suo personale libro dell’inquietudine dove pesano le lacrime della solitudine che ha in sé il coraggio di frequentare se stessi fino a farsi male per rinascere a nuova luce.

Roberto Ritondale è un redattore dell’Ansa, è nato a Pagani (Salerno) il 9 ottobre 1965 ma vive a Milano. Ha collaborato alla stesura di sceneggiature per il programma radiofonico La storia in giallo, in onda su Radio- Rai3 nel 2004 e 2005. È autore di romanzi e racconti per importanti case editrici. Con Leone Editore ha pubblicato Sotto un cielo di carta (2015) e Il sole tra le mani (2017).

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Demoni mostri e prodigi – L’irrazionale e il fantastico nel mondo antico di Giorgio Ieranò (Sonzogno 2017) a cura di Maria Anna Cingolo

10 ottobre 2017

demoni mostri prodigiDemoni mostri e prodigi. L’irrazionale e il fantastico nel mondo antico è un libro che unisce saggistica e narrativa in una forma testuale ibrida che ha lo scopo di raggiungere un pubblico più vasto attraverso una prosa accessibile, sebbene ricca di contenuti. Il lettore si ritrova a viaggiare in un mondo antico in balìa degli umori degli dèi e abitato da creature mostruose, affascinanti e quasi sempre mortifere, ma è accompagnato da un vate moderno, Giorgio Ieranò, professore di Letteratura Greca all’Università di Trento. Lo stile narrativo, scorrevole ed intrigante, è imbevuto di riferimenti letterari che aiutano chi legge a diventare più consapevole anche del presente: oggi gli scaffali delle librerie, i film al cinema e le serie tv coinvolgono il soprannaturale in ogni modo. Il fantasy costituito da vampiri, licantropi, fantasmi e streghe non è che l’adattamento del mito antico, delle tradizioni e delle leggende che non muoiono mai perché di generazione in generazione, di secolo in secolo, passano da un uomo all’altro cambiando forma e a volte nome, ma mantenendo la propria essenza.

Se ritroviamo gli stessi rituali e le stesse credenze in uomini che vivono in luoghi e in tempi lontani tra loro è forse perché tutti sentiamo il bisogno di quei rituali e di quelle credenze. Non perché “ereditiamo” qualcosa dagli antichi ma perché siamo pur sempre antichi anche noi, perché c’è una radice primaria dell’umano che ci porta, anche in contesti storici differenti, a cercare le stesse cose e a rappresentarci il mondo con le stesse immagini. (pag.149)

Demoni mostri e prodigi, dunque, affrontando l’irrazionale e il fantastico promuove, in realtà, un’indagine antropologica che ha radici nel mondo antico ma dà ancora frutti abbondanti nel nostro quotidiano. Figlio di Ieranò, sembra quasi che questo libro sia stato immerso da Teti nel fiume Stige con l’unico tallone d’Achille di essere troppo breve.

Giorgio Ieranò, docente di Letteratura Greca all’università di Trento, si occupa in particolare di mitologia e di teatro antico. Tra i suoi libri: Arianna. Storia di un mito (2010) e La tragedia greca. Origini, storie, rinascite (2010). Per Sonzogno ha pubblicato la serie di narrazioni mitologiche composta da Olympos (2011), Eroi (2013) e Gli eroi della guerra di Troia (2015). Collabora con Panorama, La Stampa e Radio2.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: La ragazza scomparsa di Angela Marsons (Newton Compton 2017) a cura di Federica Belleri

3 ottobre 2017

la-ragazza-scomparsaKim Stone è ispettore di polizia a Black Country. È tenace, efficente, preparata. Ha sofferto una determinante mancanza d’affetto in gioventù, ma è decisa a portare avanti il suo lavoro con passione. Quando Amy e Charlie di nove anni scompaiono, Kim rivive in pochi attimi un caso di qualche tempo prima, difficile e drammatico. Si ritrova ad assistere alle stesse scene: due bambine rapite, felici e molto unite. Due coppie di genitori disperati che vivono nell’angoscia, con effetto immediato. La richiesta urgente del silenzio stampa, per evitare i giornalisti sciacalli. La riunione della sua squadra e la necessità di una base operativa sicura. La Stone inizia a scavare nella vita personale e lavorativa delle due famiglie coinvolte, ed è inevitabile il flusso dei ricordi che comincia a serrarle il respiro. Fino a che punto si sente parte di questa vicenda? Ha il coraggio di affrontare la rabbia e la frustrazione di genitori sofferenti? È in grado di proteggersi e di proteggere le due bambine, evitando loro inutili crudeltà? Con che genere di delinquenti si deve rapportare?
Con La ragazza scomparsa prosegue la vita di Kim Stone, già protagonista dei precedenti romanzi di Angela Marsons. Ancora una volta questa scrittrice inglese si dimostra in grado di costruire una trama agghiacciante, dove i vuoti dell’anima distorcono ogni tipo di sentimento, e lo rendono malato, terribile. Il ritmo è scandito da una sorta di gioco, di sfida tra i rapitori e le famiglie, obbligate a fronteggiarsi e a scontrarsi in modo pesante. Un allucinante scambio di sms sconvolge qualsiasi equilibrio con prepotenza, ma dettando regole precise. Grida di aiuto arrivano dal passato e segreti inconfessabili vengono urlati con rabbia. Una lotta contro il tempo, una trattativa che lascia il lettore in apnea e chiude lo stomaco.
Quanto vale la vita di Amy e Charlie? Chi delle due sarà l’agnello da sacrificare?
Lettura assolutamente consigliata.

Angela Marsons ha esordito nel thriller con Urla nel silenzio, bestseller internazionale ai primi posti delle classifiche anche in Italia. La serie di libri che vede protagonista la detective Kim Stone prosegue con Il gioco del male e La ragazza scomparsa. Angela vive nella Black Country, in Inghilterra, la stessa regione in cui sono ambientati i suoi thriller. I suoi libri hanno già venduto più di 2 milioni di copie. Per informazioni, visitate il sito: http://www.angelamarsons-books.com.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Conosco i miei polli – Margherita d’Amico (Gallucci 2017) a cura di Viviana Filippini

3 ottobre 2017

conosco i miei polliAlla prima lettura “Conosco i miei polli” di Margherita d’Amico potrebbe assomigliare ad uno strambo bestiario, ma ad una lettura approfondita, la sensazione cambia. Il motivo? Il libro della d’Amico, illustrato dai frizzanti disegni di Manuela Leno, è un vero e proprio simpatico dizionario che spiega ai lettori il senso di tante frasi, parole e modi di dire in uso da tempo nel linguaggio comune. Scimiottare, prendere lucciole per lanterne, avere una fame da lupo, governare il popolo bue, sputare il rospo o sentirsi sano come un pesce sono frasi che spesso e volentieri usiamo o abbiamo usato per esprimere un nostro stato emotivo o quello che abbiamo nell’animo. Ma quanti di noi ne sanno il vero significato? Quello che l’autrice compie non è solo riportare queste frasi di uso comune. La d’Amico ne spiega il senso e il valore, usando un tono ironico e un linguaggio semplice e di impatto. Elementi che rendono piacevole la lettura del libro edito da Gallucci sia ai ragazzi, che agli adulti. “Conosco i miei polli” è un libro sempre alla portata di mano, la cui lettura può essere fatta tutta d’un fiato o a brevi sorsi letterari, a seconda della situazione nella quale ci troviamo, perché per ogni modo di dire l’autrice mette una spiegazione. Grazie a questa soluzione con “Conosco i miei polli” di Manuela d’Amico, il fruitore comprende il senso reale del detto di uso comune (e qui cadono molti pregiudizi e interpretazioni non sempre corrette), lo conosce in modo approfondito sino a rendersi conto che queste “frasi fatte”, tanto usate nel nostro parlato, sono elementi fondamentali per la specie umana e per il suo approccio alla vita e alle situazioni- di qualsiasi tipo- che essa ci riserva.

Margherita d’Amico (Roma, 1967), scrittrice e attivista per i diritti degli animali, viene da una famiglia di intellettuali e da sempre usa la scrittura per combattere le proprie battaglie. Ha collaborato con il “Corriere della sera” e con “la Repubblica”; ha pubblicato numerosi libri, anche per ragazzi, e tradotto per il teatro. In tutta la sua attività sono centrali le tematiche animaliste: zoo, caccia e armi, vivisezione, traffici di animali, corse clandestine, canili lager, crimini ambientali.

Manuela Leno Pugliese classe 78, dopo esserci laureata a Roma in Discipline dell’arte musica e spettacolo, Manuela Leno (pseudonimo di Manuela Lenoci) si è avvicinata al mondo dell’illustrazione e alla moda. Ha, infatti, lavorato per anni come fashion designer per importanti aziende italiane senza mai lasciare il mondo dell’illustrazione e dell’infanzia, finché ha deciso di contaminare i due mondi e di dedicarsi completamente all’illustrazione dopo essersi formata da Ars in Fabula e Mimaster. Animalista, da sempre sostiene in prima persona tutte le cause legate all’ambiente e alla tutela dei diritti degli animali sognando un mondo senza più canili.

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Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Il corso dell’ amore – Alain De Botton (Guanda, 2016) a cura di Nicola Vacca

2 ottobre 2017

il corso dell'amoreAlain De Botton dopo ventitré anni torna a occuparsi dell’amore. È da poco uscito per i tipi di Guanda il suo nuovo romanzo.
Il corso dell’amore, questo è il titolo, è un libro che non ignora le concrete filosofie del quotidiano. Il suo autore racconta attraverso la storia di Rabih e Kirsten il corso del loro amore alle prese con il realismo disincantato della vita di tutti i giorni con tutte le sue ansie e le sue problematiche.
Cosa succede nella vita coniugale e amorosa dopo la fase esplicita dell’innamoramento? Da questo interrogativo parte lo scrittore svizzero per demolire una volta per tutte l’ideale troppo esaltato dell’amore romantico.
L’amore romantico è la tomba dell’amore, sembra suggerirci De Botton e penso abbia perfettamente ragione.
La storia di Rabih e Kirsten è soprattutto immersa nelle vicende quotidiane. Il corso del loro amore si sporca di realtà e soprattutto ha a che fare con tutto ciò che di non romantico c’è in una relazione matrimoniale.
Le piccole cose di tutti i giorni, essere genitori, le delusioni, i traguardi mancati, le aspettative non corrisposte e anche le incomprensioni che sfociano nell’adulterio.
Alain De Botton smaschera senza alcuna finzione l’amore romantico e paradossalmente ci dice che sarà proprio l’amore non romantico con la sua lucida visione della realtà (non esiste l’anima gemella, la coppia perfetta e altri luoghi comuni del genere) a insegnare al genere umano un nuovo modo di amarsi.
De Botton analizza con una spietata freddezza tutte le fasi dell’amore dei due protagonisti raccontando la terra di mezzo, che è quella che comincia dove le belle storie finiscono.
Lo scrittore del corso dell’amore racconta il normale e non l’eccezionale, che è una fantasia sublime dietro la quale si è sempre nascosto l’inganno dell’amore romantico.

«Dobbiamo avvicinarci all’amore con più intelligenza e psicologia, e sposarci con più consapevolezza e saggezza. Anzi, diciamo che dobbiamo far sposare il matrimonio alla conoscenza».

Questo è uno dei motivi per cui Alain De Botton è tornato a scrivere sull’amore consigliano ai lettori di tenere sempre i piedi per terra e di allontanarsi una volta per tutta dall’idea romantica del’amore.
La durezza del quotidiano ci dice che non si potrà mai essere felici trovando la persona perfetta, perché in amore non esiste una idea saggia del giusto e nessuno di noi è perfetto.
Dobbiamo imparare ad amare tenendo conto delle nostre imperfezioni, perché per essere felici non abbiamo bisogno di essere perfetti, ma di persone che siano capaci di vivere con le nostre imperfezioni.
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Alain De Botton con Il corso dell’amore racconta la storia di tutti i giorni di due persone che viaggiano insieme per imparare ad amare e ad amarsi affrontando tutto quello che a loro chiederà la vita.
È questa sarà la loro storia d’amore, vera. Perché troppo sappiamo di come comincia l’amore, ma sciaguratamente poco di come potrebbe continuare.

«È un romanzo contro il romanticismo. Contro l’ideale di perfezione. E contro una sorta di ingenuità sull’amore. Volevo andare oltre, raccontare la storia di due persone che si innamorano, si sposano e, con gli anni, imparano ad amarsi. È un viaggio per imparare ad amare, alla fine del quale scoprono che l’amore è una abilità, un talento».

Alain De Botton ha scritto il romanzo più convincente e sorprendente dell’amore non romantico.

Alain de Botton è nato in Svizzera nel 1969, ha studiato a Cambridge e vive attualmente a Londra. I suoi libri, Esercizi d’amore, Il piacere di soffrire, Cos’è una ragazza, Come Proust può cambiarvi la vita, Le consolazioni della filosofia, L’arte di viaggiare, L’importanza di essere amati, Architettura e felicità, Lavorare piace, Una settimana all’aeroporto, Del buon uso della religione, Come pensare (di più) il sesso, L’arte come terapia (insieme a John Armstrong) e News. Le notizie: istruzioni per l’uso, sono pubblicati in Italia da Guanda. Il suo sito internet è: http://www.alaindebotton.com

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Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Variazioni sulle sorelle – Marina Giovannelli (Iacobelli editore, 2017) a cura di Elena Romanello

2 ottobre 2017

sorelleIl rapporto tra sorelle è al centro di molta produzione letteraria di oltre un secolo e alle sorelle è dedicato il viaggio breve, agile ma non superficiale del saggio Variazioni sulle sorelle, che mescola realtà e fantasia, passato e presente, vicende raccontate e storie vere, tra sorelle di sangue, d’elezione, di carta e di lotta, in due secoli di storia attraverso i romanzi e non solo.

Nelle pagine del libro trovano spazio autrici come Simone de Beauvoir, la madre del femminismo occidentale, Emily Dickinson, Jane Austen, Virginia Woolf, Antonia Byatt, che hanno avuto un rapporto d’elezione con le loro sorelle, rimaste sempre nell’ombra ma fondamentali nella costruzione della personalità di queste donne d’eccezione, oltre che nel consolidamento del loro mito. Basti pensare che oggi leggiamo Jane Austen grazie all’opera della sorella, che preservò i manoscritti dopo la morte prematura dell’autrice, distruggendo anche tutta una serie di documenti compromettenti e costruendo la leggenda intorno al personaggio Austen, leggenda che è durata e si è consolidata fino ad oggi.

Variazioni sulle sorelle parla anche delle sorelle letterarie, partendo dalla classicità, dove erano sorelle creature temibili come le Arpie, le Moire, le Gorgoni, ma anche le Grazie, senza dimenticare congiunte celebri come Elena e Clitennestra, la prima la causa scatenante della guerra di Troia, la seconda al centro di una faida familiare, o Antigone e Ismene, le paladine di una nuova morale e di una nuova pietas più moderna, basata su un’interpretazione non rigida di leggi e precetti.

Sono sorelle anche le figlie di Re Lear, che si sbranano all’ombra del trono del padre, con l’unica eccezione dell’eroina dolente Cordelia, prima ripudiata dal re e poi l’unica che gli starà accanto.

Le sorelle letterarie più famose restano forse le Piccole donne di Louisa May Alcott, basate sulla vera storia dell’autrice, tra lacrime e gioie, con forse le prime ragazze che mettono al centro della loro vita la realizzazione come persone, attraverso arte, lavoro e creatività, e non solo come mogli e madri, in un’epoca in cui questo era decisamente rivoluzionario. La saga delle sorelle March ha avuto varie imitazioni, non particolarmente felici come ricorda l’autrice Marina Giovannelli: allora meglio buttarsi sulle care sorelle di Angela Carter, autrice femminista che ha riletto fiaba e mito, dando nuovo spunto al genere fantastico prima purtroppo di morire prematuramente nel 1992.

Un saggio ricco di suggestioni, per ripassare tanti classici e scoprire nuovi aspetti di donne famose, che fa venire voglia di scoprire e riscoprire mondi che spesso restano legati al proprio passato di lettori.

Marina Giovannelli, udinese, è poeta e scrittrice e fa parte del DARS (Donna Ricerca Arte Sperimentazione) e della Sil (Società italiana delle letterate). L’autrice ha scritto numerosi testi di poesia, narrativa, saggistica, insegna scrittura creativa e ha fondato nel 2007 il Gruppo di scrittura Anna Achmatova.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: La sua signora di Leo Longanesi (Longanesi, 2017) a cura di Nicola Vacca

29 settembre 2017

leo longanesiLeo Longanesi è stato uno dei protagonisti più poliedrici e geniali del panorama letterario italiano.
Giornalista, editore e scrittore, sempre eccentrico e irreverente nei suoi scritti con sarcasmo e ironia pungente ha raccontato gli anni cinquanta con il loro conformismo e la loro retorica schierandosi sempre dalla parte di chi non tollera mai le parate della menzogna e dell’ipocrisia.
Longanesi ci ha lasciato una serie di libri in cui, tramite la scrittura breve, l’aforisma e l’epigramma, da osservatore arguto del costume e della cultura della nostra società con la sua penna come un bisturi avvelenato ha fornito un ritratto amaro e disperato di un’Italia piccola piccola che profeticamente somiglia a quella dei nostri giorni.
Ci salveranno le vecchie zie? Parliamo dell’elefante, In piedi e seduti, Una vita, questi sono alcuni dei titoli pubblicati da Longanesi.
Adesso torna in libreria dopo quarantadue anni La mia signora, il taccuino di Leo Longanesi che contiene le sue intuizioni fulminanti e soprattutto raccoglie i suoi scritti che vanno dal 1947 al 1957.
Il librò uscì immediatamente dopo la morte del giornalista e in seguito non venne più pubblicato. La sua signora torna con la storica introduzione di Indro Montanelli e una postfazione di Pietrangelo Buttafuoco.

«Ora che è morto, – scrive Montanelli – possiamo dirlo, senza timore delle sue diaboliche e scottanti rivalse: era un grane Maestro, Insopportabile, cattivo, ingiusto ingrato. Ma un grande Maestro. L’ultimo».

Longanesi aveva nel suo dna le grandi intuizioni dei moralisti francesi e intingeva la penna nel veleno per affondare – senza pensarci due volte – la retorica e il conformismo del suo tempo.
La cosa straordinaria è che se si leggono alcuni passi sferzanti della sua opera ritroviamo il caos e l’omologazione dei giorni che stiamo vivendo.
La sua signora, per esempio, inizia con questo frammento datato 5 febbraio 1947:

« Una letteratura senza contorni, la nostra, come certi dipinti di Monet, di cui non si sentono che gli sbalzi di temperatura».

Con un malinconico sarcasmo Longanesi bastona l’impersonale freddezza di comodo della letteratura del proprio tempo. Ma questo suo pensiero scritto nel lontano 1947 ha pieno diritto di cittadinanza nel nostro di tempo in cui la nostra cultura è alle prese, oggi più di ieri, con una letteratura incolore e pallida completamente prostituita a un mercato in cui gli scrittori sono numeri da fatturato.
Questo suo taccuino contiene i suoi aforismi più famosi e le sue intuizioni più irriverenti che tanto fastidio hanno dato ai benpensanti di allora.

«Italia 1955: avvolta in una pelliccia di benessere, ma coi piedi scalzi»;

«Mentivo, ma il personaggio che rappresentavo era sincero»;

«Libertà di opinione in un paese senza opinioni»;

«L’italiano: totalitario in cucina, democratico in parlamento, cattolica a letto, comunista in fabbrica».

Leo Longanesi un uomo in disarmonia con la propria epoca, un intellettuale dissidente che non amava la banalità e il conformismo e nei suoi scritti smascherava tutti i luoghi comuni e difetti di un’Italia in cui non è la libertà che manca ma gli uomini liberi.

Leo Longanesi (1905-1957), giornalista, scrittore, pittore, disegnatore e caricaturista, ha fondato alcuni periodici che ebbero un’importante funzione nella vita politico-culturale italiana: nel 1926 il quindicinale L’Italiano, nel 1937 il settimanale a rotocalco Omnibus (primo nel suo genere), nel 1946 il mensile Il Libraio, nel 1950 il settimanale Il Borghese. Nel 1946 creò la casa editrice che porta ancor oggi il suo nome e presso la quale pubblicò Parliamo dell’elefante (1947), In piedi e seduti (1948), Una vita (1950), Il destino ha cambiato cavallo (1951), Un morto fra noi (1952), Ci salveranno le vecchie zie? (1953); postumi apparvero Me ne vado (1957), Il meglio di Leo Longanesi (1958), L’italiano in guerra (1965), la raccolta di articoli Fa lo stesso (1996) e Il generale Stivalone (2007). Presso altri editori sono usciti Il mondo cambia (1949), Lettera alla figlia del tipografo (1957), I borghesi stanchi (1973). Nel 2016 è uscita un’antologia di suoi scritti, Il mio Leo Longanesi, a cura di Pietrangelo Buttafuoco.

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:: Star Wars – L’epoca Lucas di Giorgio E. S. Ghisolfi (Mimesis Edizioni, 2017) a cura di Elena Romanello

29 settembre 2017

l'epoca LucasQuarant’anni fa usciva nelle sale cinematografiche Star Wars, o Guerre stellari, uno dei film più importanti di sempre nella costruzione dell’immaginario fantastico e del fandom ad esso legato.
A quattro decenni di distanza, molto si è visto, detto e fatto, e Star Wars sta vivendo una nuova stagione di grande successo, grazie ai nuovi film, realizzati sotto l’egida di casa Disney, nuova proprietaria della Lucas film, ma anche ai fumetti, alle nuove iniziative editoriali e culturali.
Può valere la pena raccontare questi anni, quelli sotto l’impulso creativo di George Lucas, come fa Giorgio E. S. Ghisolfi in Star Wars l’epoca Lucas, un saggio interessante che parla di un’epopea sullo schermo e fuori, quella di un giovane creativo che pian piano, dopo aver tentato varie strade, ideò un universo tra fiaba e tecnologia destinato a rimanere nel cuore di più di una generazione.
Il libro evita i toni nostalgici e racconta una storia vera, attraverso documenti, testimonianze, dettagli tecnici e un lavoro di squadra d’eccezione, svelando anche particolari che anche ai fan restano magari poco noti, perché legati al lavoro in background, fondamentale per il risultato finale.
In particolare, l’autore racconta il ruolo di Omero pop di George Lucas, per come ha reinventato archetipi di sempre in un nuovo contesto, ricorda l’evoluzione degli efffetti speciali, accellerata da un film come Star Wars che ha aperto la strada ad un filone inesauribile, cita l’animazione al computer, oggi la norma ma nel 1977 pura davvero fantascienza, racconta come Lucas e soci hanno introdotto nel cinema la pratica dello storyboard, oggi essenziale anche per i film non di genere fantastico.
Nelle pagine del saggio si parla dei tre film della trilogia cosiddetta classica, usciti tra il 1977 e il 1983, della saga dei prequel, tra 1999 e 2005 in cui si raccontava non una vittoria come nel primo caso ma la caduta agli inferi di Anakin Skywalker, futuro Dark Fener e delle varie serie d’animazione realizzate per la tv. Il tutto è completato da un profilo della Lucasfilm, che realizzò alcuni gioiellini al cinema extra Star Wars come Labyrinth e da un’appendice con i due nuovi film, senza più George Lucas al timone ma nell’universo creato da lui.
Un libro interessantissimo e imperdibile per gli appassionati di tutte le età, per chi c’era per ricordare come si era e come si è diventati, e per chi è arrivato dopo ma ha trovato la sua casa tra Luke, Leia, Han e compagnia. Ma Star Wars l’epoca Lucas è utile per scoprire un mondo di epica contemporanea a chi non conosce questi universi, non certo banalità per gente che non vuole crescere ma molto di più.

Star Wars l’epoca Lucas verrà presentato sabato 30 settembre alle 16 e 30 al Mufant di Torino in via Reiss Romoli 49 bis.

Giorgio E. S. Ghisolfi è regista e docente di discipline attinenti al cinema presso varie istituzioni culturali, come lo IED di Milano, l’Università degli studi dell’Insubria a Varese, il Conservatorio di scienze audiovisive e la Scuola specializzata di Scienze di Arti applicate di Lugano. Ha lavorato con Bruno Bozzetto e Enzo d’Alo, è socio fondatore dell’Asifa Italia e dell’Associazione illustratori e si è già occupato di cultura popolare contemporanea in varie occasioni.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Propizio è avere ove recarsi di Emmanuel Carrère (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

27 settembre 2017

propizio è avere ove recarsiEmmanuel Carrère è uno dei pochi scrittori contemporanei che nei suoi libri si mette completamente a nudo, raccontando il suo vissuto e soprattutto ciò che conosce, e tutto questo materiale diventa letteratura. E che letteratura.
È appena uscito da Adelphi Propizio è avere ove recarsi (il titolo viene da I Ching, esagramma 57).
Un tassello importante nella produzione dello scrittore francese: quattrocentoventotto pagine in cui Carrère racconta tutto il suo mondo, e lo fa attraverso una serie di testi (reportage, articoli, interventi pubblicate su riviste e quotidiani recensioni, elzeviri) nei quali è contenuto l’embrione dei libri che ha scritto, ma anche le esperienze di un vissuto intenso e significativo che scaturisce dagli incontri che ha fatto andando in giro per il mondo.
Fatti di cronaca nera che rimandano a La settimana bianca e a L’avversario, interviste, progetti di film, resoconti, questo è il materiale che esce dalla penna fertile e intraprendente di Carrère, scrittore che in ogni rigo soprattutto racconta una parte essenziale di sé, in cui è sempre aperto un duello con il mondo.
Propizio è avere ove recarsi è il libro in cui lo scrittore francese mette tutto il suo mondo e lo consegna ai suoi lettori, racconta come dalla sua vita sono nati tutti i suoi libri, avendo cura di non omettere nulla del suo infinito viaggiare.
Un libro – autoritratto in cui Carrère non rinuncia mai alla prima persona. Il giornalismo si fa letteratura e viceversa in una tensione narrativa in cui viene fuori un’unica opera ininterrotta: il modo di stare al mondo di uno scrittore che ha deciso di fare della sua esistenza la meravigliosa non – fiction da raccontare.
Entrare nelle vite di grandi personaggi (Alan Turing e Limonov), raccontare gli scrittori che ha letto e amato (Capote, Leo Perutz, Balzac, Philip K.Dick), rivelare al lettore le sue pagine segrete di amori e incontri con le donne che ha amato e con la donna che ama ( nelle Nove cronache per una rivista italiana senza alcuna inibizione lo scrittore mette insieme i pezzi dei suoi personali e intimi frammenti di un discorso amoroso).
Carrère, scrittore di storie vere che sente di avere delle responsabilità morali e, quindi, quando scrive ritiene vano contrapporre giornalismo e letteratura.

«Tutto ciò costituisce una cronaca, una galleria di ritratti, di bozzetti, non ancora una storia. Perché ci sia una storia, ci vorrebbe una crisi che metta a rischio quell’equilibrio…».

Lo stile Carrère continuerà ad appassionarci e siamo sicuri che le sue narrazioni non ci deluderanno mai.
Propizio è avere ove recarsi è il punto di vista di uno scrittore sulle cose come le vede e alle pagine dei suoi libri si rimane aggrappati perché l’immanente immersione nella realtà diventa la nostra.
Emmanuel Carrère quando scrive non gioca a nascondino con la sua vita e con quella degli altri.
Questo fa di lui un grande e unico scrittore sempre pronto a giocarsi la partita dell’esistenza con una verità da raccontare e da testimoniare.

Emmanuel Carrère è nato a Parigi nel 1957. È scrittore, sceneggiatore e regista. Nel 2011 ha pubblicato Vite che non sono la mia, che in Francia ha conquistato classifiche e premi (edito in Italia da Einaudi). Nel catalogo Einaudi è disponibile anche La vita come un romanzo russo. Presso Adelphi ha pubblicato Limonov e L’avversario.

Source: inviato dalla casa editrice al recensore.

:: L’ultimo segreto di Lady Diana. Il mistero del rapporto tra la principessa più amata e Madre Teresa di Luciano Regolo (San Paolo, 2017) a cura di Daniela Distefano

27 settembre 2017

Senza titolo-7Lady Diana e Santa Madre Teresa di Calcutta – due icone che non appartengono più al Tempo – sono edere pulsanti nel nostro registro dei ricordi.
Se appartennero ad un opposto contesto, la morte di entrambe le avvicinò, l’una fu il puntello dell’altra.
Ma chi era davvero Lady Diana? Quale fu la sua amletica eredità?
Nel suo intimo sgorgarono e crebbero, con costanza, la ricerca spirituale e il bisogno genuino di lenire gli affanni altrui.
Proprio in questa spinta verso l’Oltre, Diana trovava il più autentico conforto al dolore interiore e alle prove per lei inaccettabili.
Anche per Madre Teresa Lady Diana era “una matita nelle mani di Dio”.
Alcuni scettici pensavano che Lady Diana strumentalizzasse la sua figura.
Ecco la risposta della Santa: “Io non ho mai incontrato la principessa Diana. Non ho mai ricevuto la principessa Diana, ma l’infelice Diana, è una cosa molto diversa”.
Per lei principesse o poveri erano la stessa cosa, chiunque avesse bisogno di amore era povero. E Diana aveva bisogno d’amore, Madre Teresa ne aveva avvertito in pieno la sofferenza.
Le sue parole ed il suo esempio lasciarono un solco profondo in Lady Diana e per rendersene conto basta guardare come e quanto cambiò la sua vita dal ’92 in poi o le iniziative in cui si impegnò anche a livello internazionale.
Crebbe in lei la consapevolezza del senso da dare alla sua vita. Sulla sua scrivania bene in evidenza la frase di Madre Teresa che aveva scelto quale motto della sua rinascita: “Una vita non vissuta per altri non è una vita”.
Queste due donne del mondo moderno non operarono metodicamente, come specialiste nell’alleviare l’agonia umana; come soleva dire
Santa Teresa di Calcutta:”Quello che facciamo non è assistenza sociale, ma l’opera di Dio. Non siamo assistenti sociali, siamo anime consacrate, chiamate a compiere l’opera di Dio”.

Luciano Regolo, classe 1966, giornalista, ha lavorato per diverse testate come “Repubblica”, “Oggi” e “Chi”. Ha diretto “Novella 2000”, “Eva Tremila” e “Vip”, il quotidiano “L’Ora della Calabria”, ricevendo a Ischia nel 2014 il premio speciale per la difesa nella libertà di stampa, e poi “Mate”, la prima rivista di divulgazione matematica.
Attualmente è freelance. Ha scritto numerosi libri sulla storia dei Savoia e sul rapporto oscuro tra Corona e fascismo e i best seller: “Natuzza Evolo.
Il miracolo di una vita” (2010), “Natuzza amica mia” (2011), “Il dolore si fa gioia: Padre Pio e Natuzza. Due vite, un messaggio (2013), “Le lacrime della Vergine (2014) e “Dove la Madonna parlò a Natuzza”(2014);
con padre Raffaele Talmelli “Il diavolo. Riconoscere la sua seduzione, difendersi dai suoi attacchi” (2014).

Source: inviato dalla casa editrice al recensore, si ringrazia Alessandro Fuso dell’ ufficio stampa.