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:: L’irrisolvibile incompiutezza dei tempi moderni nel romanzo Non respirare di Elisabetta Pastore (Frassinelli 2016) a cura di Floriana Ciccaglioni

26 ottobre 2017

Pastore_Non-respirareNel romanzo d’esordio Non respirare, edito da Frassinelli nel 2016, segnalato dal Premio Calvino nel 2014, Elisabetta Pastore cela dietro la triste vicenda di Veronica, una trentenne spezzata a metà tra la vita diurna -durante la quale veste i panni di avvocato in un notissimo studio legale della Capitale- e quella notturna -durante la quale si spoglia per vestire i panni di Jasmine, centralinista in un call-center a luci rosse- la narrazione della tristezza del quotidiano, così tragico nella sua banalità, così vuoto nella pienezza dei suoi ritmi, così intenso nell’assenza dei sentimenti. Un quotidiano che si impone come assoluto protagonista della scena, limitando i personaggi a divenire mezzi attraverso i quali esso si manifesta. La protagonista, unica voce narrante, si adagia a vivere un susseguirsi di giorni privi di alcuna evoluzione, uno immagine dell’altro. L’autrice rifiuta uno sviluppo nel racconto, lo rigetta parola dopo parola, così come fa la sua protagonista con il cibo. Ogni qual volta che potrebbe liberarsi di una situazione scomoda e umiliante, Veronica vomita per reimmergersi nell’istante dopo all’interno dell’incompiutezza dell’azione stessa. Finanche nel finale, quando sembra che la donna abbia deciso di lasciare la tragicità degli eventi alle proprie spalle insieme a tutti quegli uomini che l’hanno stuprata nel corpo e nella mente, proprio quando potrebbe vendicarsi di loro sferrando l’ultimo colpo punitore, lei rinuncia, abbandonando ogni cosa sospesa nella routine giornaliera, fuggendo da una Roma squallida e indifferente in cui si è trasferita per tornare nel profondo Sud d’Italia nel quale l’attendono le braccia della madre. Pastore si serve di un linguaggio tanto più violento quanto più piegato a descrivere situazioni di stallo, destinate a non mutare mai, a restare appiattite tra lo scorrere delle ore. La resa stilistica altro non è che la resa della banalità del quotidiano, sebbene carico di violenza, concretamente portata sulla pagina da una scrittura semplice e colloquiale, ricca di espressioni gergali. È forse questo il messaggio che l’autrice vuole lasciare, l’irrisolvibile incompiutezza dei tempi moderni.

Elisabetta Pastore, pugliese, è nata nel 1980. Fa l’avvocato. Non respirare è il suo primo romanzo, segnalato dal Premio Calvino nel 2014.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Incontri con i librai: L’ArgoLibro di Agropoli a cura di Nicola Vacca

25 ottobre 2017
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© 2017, Giovanna Barone

Se la cultura vera resiste nel nostro Paese è tutto merito delle librerie indipendenti.
Vale la pena frequentarle e visitarle per rendersi conto che esistono ancora librai che trattano i libri con i guanti bianchi.
Ne ho scoperta recentemente una molto bella a Agropoli (in Via Lazio 16 )nel cuore del Cilento, in Campania.
L’ArgoLibro è davvero un luogo magico (http://largolibro.blogspot.it/, occhidiargo.blogspot.it , contatti telefonici: 3395876415 – 3292037317) .
Grazie all’impegno e alla militanza di Francesco Sicilia e Milena Esposito, che insieme alla libreria hanno anche fondato una casa editrice (L’ArgoLibro editore), questo luogo è diventato un autentico punto di riferimento per chi vuole leggere e condividere cultura pensando al di fuori di mode e convenzioni e soprattutto ragionando di conoscenza con la propria testa e le proprie idee.
Una libreria come luogo di condivisione in cui trovare soprattutto i libri che si devono leggere e non quelli che impone il mercato.
Insomma, una vera e propria libreria indipendente che si fa promotrice di incontri interessanti. Scrittori, pittori, storici e artisti di ogni genere si danno convegno nelle stanze dell’ArgoLibro.
Il risultato: bellissime serate molto partecipate in cui si condividono idee, opinioni, letture e soprattutto quella cultura che sa respirare e di cui c’è bisogno in questo periodo di profonda asfissia generale.
La cultura come condivisione questa è una suggestiva dichiarazione d’intenti, una promessa mantenuta quotidianamente da Milena e Francesco che hanno fatto della libreria un luogo aperto a tutti in cui nessuno è escluso, perché soltanto accogliendo la cultura diventa conoscenza.
Tra gli scaffali libri introvabili, e edizioni rare ma soprattutto nelle stanze magiche di questa libreria si respira un’aria di cultura pulita e lo si vede dal livello alto delle iniziative organizzate.
ArgoLibro è un ritrovo corsaro, uno spazio libero dove la cultura sa essere un valore aggiunto e non un mero momento riempitivo di facciata.
Insomma, una di quelle librerie di altri tempi in cui entravi e con il libraio avevi un rapporto unico e personale, ti accomodavi nel suo salottino e la conversazione aveva inizio passando da un libro all’altro.
Per fortuna che ci sono ancora capitani coraggiosi che sanno resistere all’ avvento devastante della globalizzazione e costruiscono avamposti di resistenza culturale in cui la cultura vera e soprattutto l’unicità della persona fanno ancora la differenza.
È sempre difficile resistere, ma la passione può tutto. L’ArgoLibro è un luogo dell’anima e delle passioni. Un’ isola felice in cui la conoscenza è di tutti, perché quello che conta è trattare il libro e le persone con i guanti bianchi.

:: GiULiA per il Manifesto di Venezia

25 ottobre 2017

 

giulia

Il Manifesto di Venezia per il rispetto e la parità di genere

Fra un mese il Manifesto di Venezia, di cui GiULiA condivide la maternità, sarà una realtà; tanto più importante quanto maggiore sarà il numero di giornaliste e giornalisti che lo avranno sottoscritto.

Frutto di un’elaborazione partita dal Sindacato veneto dei giornalisti e fatta propria dalla Cpo Fnsi, coinvolgendo anche Cpo Usigrai e associazione GiULiA, il documento verrà presentato a Venezia nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Dalle 10 del mattino di sabato 25 novembre e per tre ore, sul palco del teatro La Fenice, la Commissione pari opportunità della Fnsi discuterà – con delegate di tutte le associazioni regionali e assieme a rappresentanti di Giulia, del sindacato Rai e con ospiti –  sulla necessità di far fare alla cronaca giornalistica un passo avanti nel rispetto delle persone e della parità di genere. Un orgoglioso impegno, collettivo ma innanzitutto personale, per accrescere l’autorevolezza del ruolo dell’informazione e di conseguenza per la crescita sociale.

Le giornaliste e i giornalisti (e soltanto loro) possono aderire scrivendo a cpo.fnsi@gmail.com oppure a giuliagiornaliste@gmail.com.

Sul sito l’elenco aggiornato con le adesioni ricevute.

MANIFESTO DELLE GIORNALISTE E DEI GIORNALISTI
PER IL RISPETTO E LA PARITA’ DI GENERE NELL’INFORMAZIONE

CONTRO OGNI FORMA DI VIOLENZA E DISCRIMINAZIONE
ATTRAVERSO PAROLE E IMMAGINI

VENEZIA 25 NOVEMBRE 2017

Sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fenomeno endemico: i dati lo confermano in ogni Paese, Italia compresa.

La violenza di genere è una violazione dei diritti umani tra le più diffuse al mondo: lo dichiara la Convenzione di Istanbul, approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2011 e recepita dall’Italia nel 2013, che condanna «ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica» e riconosce come il raggiungimento dell’uguaglianza sia un elemento chiave per prevenire la violenza.

La violenza di genere non è un problema delle donne e non solo alle donne spetta occuparsene, discuterne, trovare soluzioni. Un paese minato da una continua e persistente violazione dei diritti umani non può considerarsi “civile”.

Impegno comune deve essere eliminare ogni radice culturale fonte di disparità, stereotipi e pregiudizi che, direttamente e indirettamente, producono un’asimmetria di genere nel godimento dei diritti reali.

La Convenzione di Istanbul, insiste sulla prevenzione e sull’educazione. Chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale e assegna all’informazione un ruolo specifico richiamandola alle proprie responsabilità (art.17).

Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso. “Ogni giornalista è tenuto al “rispetto della verità sostanziale dei fatti”. Non deve cadere in morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando l’informazione in sensazionalismo.

Noi, giornaliste e giornalisti firmatari del Manifesto, ci impegniamo per una informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali, giuridiche. La descrizione della realtà nel suo complesso, al di fuori di stereotipi e pregiudizi, è il primo passo per un profondo cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità.

Pertanto riteniamo prioritario:

1. inserire nella formazione deontologica obbligatoria quella sul linguaggio appropriato anche nei casi di violenza sulle donne e i minori;

2. adottare un comportamento professionale consapevole per evitare stereotipi di genere e assicurare massima attenzione alla terminologia, ai contenuti e alle immagini divulgate;

3. adottare un linguaggio declinato al femminile per i ruoli professionali e le cariche istituzionali ricoperti dalle donne e riconoscerle nella loro dimensione professionale, sociale, culturale;

4. attuare la “par condicio di genere” nei talk show e nei programmi di informazione, ampliando quanto già raccomandato dall’Agcom;

5. utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne e superare la vecchia cultura della “sottovalutazione della violenza”: fisica, psicologica, economica, giuridica, culturale;

6. sottrarsi a ogni tipo di strumentalizzazione per evitare che ci siano “violenze di serie A e di serie B” in relazione a chi subisce e a chi esercita la violenza;

7. illuminare tutti i casi di violenza, anche i più trascurati come quelli nei confronti di prostitute e transessuali, utilizzando il corretto linguaggio di genere;

8. mettere in risalto le storie positive di donne che hanno avuto il coraggio di sottrarsi alla violenza e dare la parola anche a chi opera a loro sostegno;

9. evitare ogni forma di sfruttamento a fini “commerciali” (più copie, più clic, maggiori ascolti) della violenza sulle le donne;

10. nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, evitare:

a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili;

b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento;

c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”;

d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via.

d) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece da chi subisce la violenza, nel rispetto della sua persona.

:: Guest post – Niente di Janne Teller (Feltrinelli 2012) di Emanuela Brumana

25 ottobre 2017

nientePensare di scrivere un romanzo sul senso della vita deve far paura. Paura perché il tema trattato rischia di essere così immenso da non portare da nessuna parte. Paura perché c’è la seria possibilità di diventare pesanti e autoreferenziali. Paura, soprattutto, di andare in cerca di una risposta fenomenale, che apra a tutti gli occhi, ma di non riuscire a trovarla e doversi così arrendere all’idea che niente, nella vita, ha senso. Scusate il gioco di parole, ma questo non è il caso di Niente.
Leggere Niente è un’esperienza davvero forte: si tratta di un centinaio di pagine, ma diventano via via più dense man a mano che la lettura prosegue.
La storia in sé è semplice è lineare: un giorno un ragazzo di nome Pierre Anthon si alza dal suo banco di scuola e afferma che nulla ha senso, quindi piuttosto che far qualcosa, meglio adattarsi da subito e non far più niente. Questa affermazione scuote i compagni, tutti così presi dal proprio cammino volto a diventare qualcuno, a fare qualcosa. La questione potrebbe chiudersi così, ma Pierre Anthon sale su un albero lungo la via che i suoi compagni fanno per andare a scuola e da lassù demolisce ogni loro progetto. Stanchi di farsi prendere di mira dalle invettive dell’ex compagno, i ragazzi decidono di dimostrargli che nella vita, un senso c’è. Per scovarlo, elaborano un meccanismo all’apparenza funzionale ma che si trasformerà via via in un gioco al massacro: ognuno dovrà consegnare al gruppo un oggetto che per lui ha un significato. Si comincia con oggetti materiali, come una palla o un paio di sandali, ma il climax cresce sempre più e chi è stato derubato indica a un altro che cosa deve sacrificare, alzando di volta in volta la posta in gioco. Prende vita un gioco chirurgico, dove si vuole infliggere la stessa sofferenza che si è sperimentata su di sé, ma aumentata di un pizzico di crudeltà.
Sorge così una catasta del significato, dove si possono vedere oggetti, ma anche animali morti, una bara di bambino e tanti altri frammenti che rappresentano non solo il significato, ma anche la cattiveria e l’orrore di cui branco è capace.
L’effetto dilaniante è ottenuto dal contrasto tra il tono di voce della protagonista, una delle ragazzine che partecipano alla costruzione della catasta del significato, che si colloca sul labile confine tra l’infanzia e l’età adulta, e le terribili azioni che narra. Se all’inizio si legge il libro con fame di sapere che risposta darà all’importante quesito posto, man a mano che la ricerca dei ragazzi prosegue si ha paura di voltare pagina e scoprire in quale inquietante luogo andranno a cercare il significato della vita.
Niente è un libro che ti mastica e ti fa a pezzetti, inquieta e dà spunti di riflessione, perché è inevitabile che alla fine il lettore si chieda a sua volta qual è il senso della vita, che cosa abbia davvero significato per lui e soprattutto se è pronto a rinunciarvi.

L’autrice, Janne Teller è nata nel 1964 e dopo diversi anni passati lavorando per le Nazioni Unite, dal 1994 si dedica alla scrittura, scegliendo di declinare in diverse forme narrative (saggi, romanzi per ragazzi, racconti) i grandi interrogativi dell’esistenza.

Guest blogger:

Sono Emanuela Brumana.
Sono una redattrice e copywriter.
E sono anche molto di più…

Da piccola passavo le giornate inventando storie e leggendo quelle create da altri.
Oggi, dopo una maturità artistica, due lauree in Filosofia con indirizzo Estetica e diversi anni di esperienza lavorativa nel mondo che ho sempre amato, quello editoriale, lavoro come freelance.

Per scoprire che cosa faccio e le ultime novità, seguitemi sul sito: emanuelabrumana.wordpress.com

:: La città delle streghe di Luca Buggio (La Corte Editore 2017) a cura di Elena Romanello

25 ottobre 2017

città stregheSu Torino si è detto e scritto tanto, ma ci sono epoche e fatti della Storia della città sabauda che non hanno avuto molto spazio nella letteratura, e dire che non avrebbero niente da invidiare a quelli di Parigi o Londra.
La Torino tra Sei e Settecento, alla vigilia di una guerra che l’avrebbe resa protagonista della politica estera europea vedendola trionfante contro l’esercito del Re Sole, era una città in fermento, con quartieri in cui non si poteva entrare neanche in pieno giorno, e uno splendore barocco in piena costruzione.
La città delle streghe di Luca Buggio racconta proprio la Torino di quegli anni, in un eccellente mix tra romanzo storico, thriller e gotico. La giovane Laura Chevalier, cresciuta vicino a Nizza dove è in pericolo per la sua fede valdese, decide di fuggire verso Torino per sfuggire ad un passato di persecuzioni, ma presto scoprirà che la capitale del Ducato non è il luogo tranquillo che credeva e nemmeno una città come le altre.
Ci sono cose di cui è meglio non parlare, per altre occorre chiedere sempre la protezione dei Santi, perché nelle stradine spesso ancora medievali gira l’Uomo del Crocicchio, sempre a caccia di anime e se sente il proprio destino è segnato. Quando scende il buio è meglio non uscire, perché varie presenze misteriose girano per strada e incontrarle è fatale, come dimostrano i cadaveri mutilati che vengono ritrovati il mattino dopo.
Il destino di Laura si intreccia con quello di Gustìn, un ex monello di strada cresciuto tra truffe e furti, diventato una delle spie del Duca e ora incaricato di capire quanto c’è di vero in quello che sta succedendo a Torino, andando a caccia di banditi, streghe e serial killer, e cercando di capire quanto di umano e non di paranormale c’è in loro.
La Città delle streghe riprende il tema della Torino magica e paranormale, portandolo in un’epoca che come si diceva in pochi conoscono (e già tanto sapere chi è stato Pietro Micca, l’eroe per caso dell’assedio di Torino) e arricchendolo di nuova vita, in una storia che mescola i generi e che piacerà ai cultori dello storico, del gotico e del thriller. Un libro interessantissimo e imperdibile per chi è nato, vive o conosce Torino, in cui si racconta il momento in cui la città cominciò a prendere il volto attuale di capitale del barocco, lasciandosi dietro tanti misteri che poi sono tornati nelle tradizioni e nelle leggende metropolitane. Un mondo reale che è esistito, tra guerre di religione, cambiamenti politici, superstizioni, l’avvento del secolo dei lumi, e che l’autore restituisce come sfondo perfetto per una storia che forse potrà avere nuovi sviluppi, anche perché sarebbe bello ritrovare questa città delle streghe, tra spavento e incanto, tra mistero e speranza.

Luca Buggio è nato a Torino, dove vive e lavora. Laureato in Ingegneria, è anche scrittore, regista e attore teatrale. Ha esordito nel 2009 con La danza delle Marionette. Con La Città delle Streghe, primo romanzo per La Corte editore, ci trasporta nella Torino del 1700, in un’atmosfera che sconfina tra il gotico e il thriller, facendocela vivere in tutta la sua magia.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Liberi junior – Siamo tutti un po’ orsi, un po’ porcospini di Francesca Romano (I Buoni Cugini Editori 2017) a cura di Federica Belleri

24 ottobre 2017

orsi e porcospini

Con le illustrazioni di Dafne Zaffuto, Francesca Romano ci propone una raccolta di favole scritte con amore e attenzione. Favole per bambini, utili anche ai grandi. Leggere, ma non superficiali. Positive e sensibili. Raccontano di animali e del loro mondo, di percorsi fatti per sconfiggere la paura, di prove da superare per acquisire sicurezza. L’amicizia e la diversità sono trattate con delicatezza. Il dolore passa, lasciando posto alla speranza. I personaggi di cui ci parla l’autrice sono presi dal suo quotidiano e trasferiti su carta. Non manca l’ironia, sempre utile per smussare gli angoli. Scrittura precisa e corretta. Piccolo libro che vi consiglio di gustare con serenità, insieme ai vostri figli.
Buona lettura.

Francesca Romano è nata nel 1973 e vive a Brescia. Laureata in scienze dell’educazione, lavora ai Servizi Sociali del Comune di Brescia. Mamma di due ragazzi e sognatrice compulsiva, da sempre fantastica di vivere di parole d’inchiostro. Scrive da tempo immemore nei piccoli ritagli di tempo che la vita frenetica le permette. Ama scrivere favole e si diletta esprimendo il lato oscuro con racconti gialli/thriller.
Diversi suoi racconti, risultati finalisti e vincitori in concorsi letterari nazionali e internazionali, sono stati pubblicati nelle relative antologie, alcune delle quali presentate a Roma, Milano, Chiari, alle fiere dell’editoria. Ha pubblicato per Fabbri editori con racconti collaborativi.
“Siamo tutti un po’ orsi un po’ porcospini” è il suo primo libro.

Source: inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Tempo da elfi di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli (Giunti Editore 2017) a cura di Nicola Vacca

24 ottobre 2017

Tempo da elfiLa coppia formata da Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli compie venti anni e gode ottima salute. Per festeggiare questo binomio indissolubile esce da Giunti Tempo da Elfi. Romanzo di boschi, lupi e altri misteri.
Torna Marco Gherardini, l’ispettore della forestale detto Poiana. Siamo a Casedisopra, nel cuore dell’Appennino – tosco emiliano.
A turbare la tranquillità del posto due spari nel bosco e viene rinvenuto un cadavere, quello di un elfo. Ormai gli elfi si sono insediati in quei luoghi e hanno costruito insediamenti, integrandosi nella vita sociale della comunità.
Il giovane e bello ispettore della forestale si troverà nel cuore di una vicenda torbida e densa di misteri e quell’elfo trovato morto nel dirupo, forse spinto gli procurerà un mare di guai.
Gli elfi si stanno preparando alla festa dell’Arcobaleno. Casedisopra sarà invasa dall’arrivo di elfi da tutte le parti del mondo.
Poiana si trova a condurre l’indagine più difficile della sua vita e dietro la morte del Ramingo, così viene soprannominato l’elfo senza fissa dimora trovato morto nel dirupo, si nascondono traffici e crimini internazionali.
Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli anche questa volta scrivono un libro avvincente. La storia di un mistero inquietante nel cuore di un ecosistema che custodisce segreti.
Nel labirinto dei boschi popolati da elfi in carne e ossa, l’ispettore non avrà il tempo di rilassarsi. Sarà completamente travolto da una serie infinita di colpi di scena che con molte difficoltà lo porteranno alla soluzione del caso.
Tempo da elfi è un romanzo dove l’intrattenimento si fa davvero intelligente: i due narratori, come accade sempre nelle loro storie, all’invenzione letteraria alternano – tra le righe – riflessioni e contesti che richiamano l’attenzione sulle vicende attuali del nostro Paese.
Ancora una volta dalla coppia Guccini – Macchiavelli un romanzo avvincente e corale che si legge tutto d’un fiato.
Pagine in cui la realtà incontra la fantasia e in cui la fantasia è popolata da personaggi credibili che sembrano reali.
Il libro è un perfetto noir tosco – emiliano. Il ritmo narrativo è incalzante e mai banale. Insomma, una libro bello e coinvolgente che ci concilia con il piacere della lettura.

Loriano Macchiavelli, bolognese, è un maestro riconosciuto del noir italiano e il creatore di Sarti Antonio, uno dei più popolari poliziotti della nostra narrativa. Ha all’attivo più di trenta romanzi, oltre a opere teatrali e sceneggiature per il cinema e la tv.

Francesco Guccini è nato a Mo­dena nel 1940. Cantautore-poeta e scrittore di assoluta originalità, è un mito per generazioni di italiani. Esordisce nel 1989 con Cròniche Epafániche per pubblicare poi: Vacca d’un cane (1993), Racconti d’inverno (1993; con Giorgio Celli e Valerio Massimo Manfredi), La legge del bar e altre comiche (1996), Cittanòva blues (2003), Icaro (2008), i due volumi del Dizionario delle cose perdute (2012 e 2014), e Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto (2015) che – così come il disco L’ultima Thule con cui ha concluso la sua carriera musicale – hanno avuto uno straordinario successo di pubblico.

Source: inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ Ufficio stampa Giunti.

:: Un’ intervista con Graziella Ferrara – blogger di Libri e librai

23 ottobre 2017

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Benvenuta Graziella, su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Iniziamo con le presentazioni. Raccontaci qualcosa di te, dei tuoi studi, delle tue letture.

Ciao e grazie per avermi dedicato uno spazio sul tuo blog, grazie a quest’ intervista.
Generalmente non amo parlare di me, ma chi segue il mio blog, non sa praticamente nulla, visto che lì sono Ella con una passione per i libri e per la fotografia.
Sono Graziella, sono una ragazza timida, di poche parole e con il naso tra le pagine di un libro quando mi è possibile. Insieme all’ amore per i libri, nato solo alcuni anni fa, adoro preparare dolci ho frequentando un Istituto Professionale Statale per i Servizi alberghieri e la ristorazione, dove mi sono diplomata in “ Accoglienza turistica “, ma ahimè, in seconda – quando hai la possibilità di scegliere la tua qualifica per il terzo anno, invece di intraprendere la mia vera passione, ho scelto questo l’ accoglienza turistica -, ma dopo il diploma mi sono resa conto che non era questa la mia vera strada.
Dopo il diploma quinquennale ho intrapreso la carriera Università, ma interrotta dopo un anno, quando ho capito che il campo da me scelto non mi entusiasmava.
Tra qualche mese ritornerò a studiare per un corso con rilascio di diploma per diventare pasticcera.

Come è nato il tuo amore per i libri?

Il mio amore per i libri, nasce solamente un paio di anni fa, durante gli anni della scuola e dell’ Università mi sono approcciata a vari generi, classici, narrativa etc, da quel momento leggo tutto ciò che mi piace, m’incuriosisce.
Mi piace leggere, troppo, ma non è possibile farlo 24h su 24h, dico spesso che ci vorrebbero giornate da più ore, per fortuna che c’è il caffè a darmi l’ energia per poter leggere la notte, quando non crollo per la stanchezza.

Quali generi leggi principalmente?

Romance e narrativa italiana/ straniera.

Come è nata l’idea di aprire un blog letterario? Da quanto sei online?

Il blog è online dal Gennaio 2016.
Il blog nasce in un momento di stallo nella mia vita, quando le giornate non passavano mai e il tempo non mi era amico, al contrario, da qui l’ idea di aprire un blog letterario.
Ammetto che ai primi mesi era molto semplice, avevo trovato un ritmo per il blog, ma durante il periodo estivo i ritmi cambiano perché lavoro, ma nei mesi invernali ho più tempo per leggere e per il blog.

Quali sono i blog letterari non solo che ami leggere di più, o leggi più spesso?

Ci sono vari blog che seguo, come Atelier dei libri, Crazy for romance per citarne alcuni…
Altri nati nel mio medesimo periodo, altri veterani, altri ancora più giovani del mio blog, altri ancora che sono messi in stand by dai propri proprietari. Da ogni blog cerco qualcosa di differente, le rubriche curiose e simpatiche, di altre ancora mi piacciono i contenuti, generi opposto a quelli trattati nel mio blog.

Tracciaci un tuo primo bilancio, cosa vorresti migliorasse, cosa è bello così come è?

Un primo bilancio per il blog è : la passione non è mai mancata, certamente ho ancora parecchia strada dinanzi a me, la voglia di crescere e d’ imparare altre cose su questo “ mondo “.
Per il blog mi piacerebbe migliorare il mio rapporto con i lettori, dedicandogli una rubrica tutta per loro, vorrei migliorare il mio modo di scrivere, mentre la cosa più bella cosi com’è la voglia di imparare sempre di più.
Per la mia vita, ho tante cose da imparare e tante cose da voler fare.

Leggi libri anche in lingua straniera?

Leggo anche in lingua ma sono molto lenta durante la lettura, impiego anche dieci giorni per terminare un libro, leggo quando mi è possibile, ovvero la notte, prima di cadere tra le braccia di Morfeo XD!

Quale autore, o autrice sogni di incontrare a una presentazione, a un incontro coi blogger?

Bella domanda.
Ho vari autori che mi piacerebbe incontrare a una presentazione, tra cui Nicholas Sparks o Diego Galdino, un autore che ho scoperto solamente questo anno, mentre il primo l’ho scoperto anni fa, grazie al suo romanzo “ I passi dell’ amore “.
Accanto a questi autori, mi piacerebbe incontrare Amy Harmon e Colleen Hoover, entrambe sono le mie autrici preferite nei loro generi.

Hai rapporti di collaborazione con altre blogger? Che progetti ci sono?

No, al momento non ho rapporti di collaborazione con altre blogger, ma un giorno mi piacerebbe molto.

Ultima domanda, parlaci dei tuoi progetti per il futuro, legati al blog ma non solo.

Sicuramente, ci sarà il blog, ormai è parte della mia vita reale, è un hobby , l’ho faccio con dedizione e passione, fino a quando ci sarà quest’ ultima il blog resterà online.
Per il blog avrei molti progetti, vorrei incrementare le recensioni e aggiungere molti altri progetti che ho in mente.
Ho in corso una storia da terminare ma non vedrà mai la luce, è più una mia “ sfida personale “ riuscirla a terminarla, come ho detto in precedenza nei prossimi mesi ritornerò a studiare e mi piacerebbe aprire poi una mia pasticceria più avanti.
Insomma di progetti e buoni propositi in quantità, la pazienza c’è e incrociamo le dita per il futuro.

Grazie ancora per l’ intervista =)!

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:: English Breakfast Tè nero e “di notte” di Mercedes Lauenstein

23 ottobre 2017

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Noto con piacere che i miei lettori sono incuriositi da queste mie incursioni nel gusto e nell’abbinamento di tè e libri. E devo dire che mi sto divertendo molto anche io, sebbene richieda un po’ di lavoro di documentazione e tempo per la preparazione di tè e dolci.

Oggi vi parlo dell’ Enghish Breakfast Tè nero uno dei tè che ho avuto modo di degustare grazie a PETER’S TeaHouse. Sono tè di pregio, sfusi non in bustina, molto vari e provenienti da tutto il mondo.

L’ Enghish Breakfast Tè nero è un tè classico, il più classico di tutti, dal gusto asciutto, deciso, forse un po’ amaro, consiglio perciò di zuccherarlo molto e aggiungervi, non amando il latte, una spruzzata di limone e dall’aroma forte e colore rosso scuro. Ottimo per la prima colazione, energizzante, forte, si abbina con i più vari sapori sia salati che dolci. Credo sia un tè molto maschile, corposo, adatto a chi non ama i sapori speziati. E’ ottimo, come tutti i tè che ho avuto modo di degustare, sebbene il mio preferito resti Magia Invernale Tè nero.

teaMa vediamo la composizione e la provenienza. E’ un tè nero, composto da una miscela forte di tè broken, dal tradizionale gusto inglese. Le foglie di tè provengono dall’India, Sri Lanka e Indonesia.

Costa € 5,30 all’etto Potete acquistarlo: qui

Preparazione:

Portate l’acqua a una temperatura di 95°C.

Tempi di infusione: 3-5 minuti.

Per la preparazione di un’ ottimo tè e la conservazione del tè rimando al post precedente: qui https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2017/09/28/magia-invernale-te-nero-prova-a-fermarmi-di-lee-child/

Consiglio goloso

Non essendo aromatizzato, è consigliabile sia con biscotti dolci come i muffin o con stuzzichini salati (ottimo con i tramezzini speck e formaggio). Prendete del pane da tosto, tagliatelo a triangoli e farciteli con speck e formaggio. Potete gustarli freddi, o dopo averli infornati per qualche minuto. Il formaggio si scioglie e il pane acquista un colore dorato. Per questa occasione l’ho abbinato al dolce più classico, la torta di mele fatta in casa, con zucchero aromatizzato alla cannella (semplice da fare: si sceglie la quantità desiderata di zucchero bianco o di canna, e si trita finissimamente una minima quantità di cannella, e il risultato e sorprendente). Con questo zucchero così aromatizzato si può zuccherare anche il caffè, provatelo con una scorretta di limone bio non trattato (tutto l’anno), o una scorzetta di mandarino sempre non trattato (durante le feste natalizie). Se non siete diabetici potete servire la fetta di torta con una pallina di gelato alla crema!

Torta di mela della nonna

Ingredienti:

250 gr di farina 00 (può essere usata anche farina di riso)
150 gr di zucchero di canna aromatizzato con la cannella (tritare poi il tutto nel tritacaffè perché diventi a velo)
60 gr di burro o 30 gr di olio
2 rossi d’uovo e 1 uovo intero (uova a temperatura ambiente, non appena tolte dal frigo)
400 g di mele medie sbucciate e senza torsolo, dunque tagliate a spicchi, poi mescolate nell’ impasto (io prediligo le Golden Delicious non troppo mature).
50 gr di uvetta passa (se la mangeranno adulti mettete l’uvetta precedentemente a macerare nel liquore, io prediligo il maraschino, ma regolatevi con cosa avete in casa anche rum e amaretto di Saronno sono perfetti)
1 bustina di lievito vanigliato (corretto con un pizzico di bicarbonato, vedrete la differenza) se volete che non cresca dimezzate il lievito
un pizzico di sale
scorza di limone bio non trattato grattugiato (sul momento)
mezzo bicchiere di latte intero (montato a schiuma) volendo anche il latte di soya può essere usato.

Preparazione:

Questo è un dolce che potete preparare assieme ai vostri bambini (si divertiranno molto). Lavorate in una terrina il burro (precedentemente sciolto a bagnomaria o frullato in tocchetti col Moulinex) con lo zucchero, le uova, il pizzico di sale, la scorza grattugiata del limone, la farina, il lievito, le mele, l’uvetta passa nell’ ordine. Se l’impasto è troppo denso, aggiungere un po’ di latte, finché non raggiunge la consistenza desiderata. Poi preparare la tortiera: imburratela, non solo sul fondo ma anche nei lati, cospargetela di pangrattato molto fine. Ruotate la tortiera più volte e il sopravanzo di pangrattato toglietelo.

Mettete l’impasto nella tortiera, delicatamente aiutandovi con una spatola di legno. Cuocete 40 minuti a 180 ° con forno pre riscaldato. Lasciate riposare per 5 minuti. Rovesciate la torta sul piatto di portata. E buon appetito!

Curiosità letteraria:

Si beve tè anche nei libri, molti scrittori sono insospettabili cultori di questo piccolo rito, oggi vi parlo dello scrittore, poeta e drammaturgo irlandese James Joyce, e del suo capolavoro l’ Ulisse. Ebbene sì quando Leopold Bloom prepara alla moglie la colazione (che le porterà a letto), forse la colazione più famosa della letteratura, le prepara anche il tè, e si dilunga anche nella preparazione. Ma vediamo le parole stesse che Joyce ha usato (traduzione di Giulio de Angelis).

Mr Leopold Bloom mangiava con gran gusto le interiora di animali e volatili. (…) I rognoni erano nel suo pensiero mentre si moveva quietamente per la cucina, sistemando le stoviglie per la colazione di lei sul vassoio ammaccato. Luce e aria gelida nella cucina ma fuori una dolce mattina d’estate dappertutto. Gli facevano venire un po’ di prurito allo stomaco.
I carboni si arrossavano.
Un’altra fetta di pane e burro: tre quattro: giusto. Non le piaceva il piatto troppo pieno. Giusto. Lasciò il vassoio, sollevò il bollitore dalla mensola e lo smise di sbieco sul fuoco. Stava lì, grullo e accosciato, col beccuccio sporgente. Tazza di tè fra poco.

Aspettando che l’acqua bolla esce per alcune compere.

Si avvicinò alla mescita di Larry O’ Rourke. Dall’ inferriata della cantina veniva fuori a fiotti il molle fetore della birra. Dalla porta aperta il bar sprizzava effluvi di zenzero, polvere di tè, briciole di biscotti.

Tornando verso casa:

Impiastri su un occhio malato. Odorare il dolce vapore del tè, il fumo della padella, il burro sfrigolante.

Tornato a casa, e salito nella stanza della moglie:

– Poldy!
Che c’è?
Riscalda la teiera.
Stava bollendo di certo: un pennacchio di vapore dal becco. Riscaldò a vuoto la teiera e ci mise dentro quattro cucchiaini colmi di tè, inclinando poi il bollitore per versarci l’acqua. Aspettando che il tè fosse pronto, tolse il bollitore dal fuoco e schiacciò la padella sui carboni accesi e stette a guardare il grumo di burro scivolare e struggersi.
(…)
Il tè era pronto. Riempì la sua tazza salvabaffi, porcellana imitazione Crown Derby sorridendo.
(…)
Infilò una forchetta nel rognone e lo rivoltò: poi sistemò la teiera sul vassoio. Come lo sollevava, l’ammaccatura scattò. C’è tutto? Pane e burro, quattro, zucchero, cucchiaino, la panna. Sì. Lo portò di sopra, col pollice infilato a uncino nel manico della teiera.
(…)
– Quanto tempo ci hai messo, ella disse.
Nell’ alzarsi vivacemente con il gomito sul guanciale, fece tintinnare gli anelli d’ ottone. Abbassò calmo gli occhi sulla mole di lei e tra le grosse morbide tette pendule entro la camicia da notte come le mammelle d’ una capra. Il calore di quel corpo coricato si librava nell’aria, mescolandosi all’aroma del tè che lei versava.
(…)
Le sue labbra piene, nel bere, sorridevano.

Consiglio musicale:

Pink Floyd – Alan’s Psychedelic Breakfast

Tè del mondo: un perfetto tè all’ inglese

Inizio col dire che non esiste la ricetta perfetta, ogni esperto ha i suoi consigli e segreti (solo tè in foglia, anche in bustina, il latte si mette prima, no il latte si mette dopo etc…) Per cui il vero segreto è bilanciare tutto secondo il proprio gusto personale e trasgredire le regole se è il caso. La creatività prima di tutto, anche della tradizione, se ciò ci rende felici. E il tè è una pausa di calma e felicità in giornate anche impegnative. E soprattutto usate il buon senso che è davvero molto old british!

Per trasgredire le regole però bisogna conoscerle (principio che vale anche per l’uso della punteggiatura) per cui ci sono alcuni principi che bisognerebbe non ignorare.

Innanzitutto c’è un orario in cui viene servito il tè: tra le 15, 30 e le 17. Ricordate il classico tè delle 5 della regina? La tradizione del tè delle 5 venne iniziata dalla regina Vittoria il giorno della sua incoronazione il 28 giugno 1838 e da allora fa parte delle tradizioni più amate di un paese per certi versi molto conservatore e attento all’etichetta.

E’ indispensabile pre riscaldare la teiera con acqua bollente bollita a parte, o usando semplicemente l’acqua calda del rubinetto (da alcuni pratica sconsigliata per la presenza di cloro e di calcare).

Sempre la tradizione prescrive l’uso di tè sfuso direttamente messo nella teiera, senza colini o filtri (il metallo potrebbe alterare il sapore).

Per le dosi ci si regola in questo modo: un cucchiaino per ospite, più uno per la teiera. Dopo di che si versa l’acqua bollente. Tempi di infusione del tè: dai 3 ai 5 minuti. Se lo volete più carico non aumentate i tempi di infusione, semplicemente maggiorate le quantità di tè.

Si serve con una goccia di latte, preferibilmente intero, il cui uso aveva una funzione precisa: serviva a non far sbrecciare e lesionare le delicate e preziose tazze di porcellana in cui veniva servito. L’uso di aggiungere il latte poi è diventato parte della tradizione inglese. Secondo i puristi quindi va aggiunto prima del tè. Ma ricordiamo cosa Orwell diceva.

E’ un tè che non si beve amaro, di norma viene zuccherato e si predilige l’uso di zollette. Vengono naturalmente tollerati anche dolcificanti dietetici o il miele. Rappresentando un mini pasto di metà pomeriggio lo si beve accompagnandolo con snack sia dolci che salati: sandwiches, tramezzini, scones, biscotti, torte dolci o salate, brownies, e non possono mancare i tipici i muffin).

E infine: God Save the Queen! (Magari suonata dai Sex Pistols).

E ora veniamo al mio consiglio di lettura:

Consiglio di sorseggiare l’ Enghish Breakfast Tè nero leggendo “di notte” di Mercedes Lauenstein edito da Voland e tradotto da Elisabetta Dal Bello.

Source libro: libro inviato dall’editore, si ringrazia marco dell’ Ufficio Stampa Voland.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

:: Review Party – Decadenza di una famiglia di Matteo Strukul (Newton Compton, 2017)

23 ottobre 2017

i-medici-decadenza-di-una-famiglia_9075_x1000La Parigi del diciassettesimo secolo è l’essenza stessa del vizio e della violenza. Maria de’ Medici, da poco sposa di Enrico IV di Borbone, scoprirà ben presto quanto siano rapaci le mire di Henriette d’Entragues, favorita del re, alla quale, con un documento scritto, lo stesso Enrico aveva promesso di prenderla in moglie. E ora quel foglio è l’arma di un ricatto. Anche il conte d’Auvergne e il duca di Biron cospirano per rovesciare il trono. Quando tutto sembra perduto, Maria decide di affidarsi a Mathieu Laforge, spia e sicario che, per denaro, è pronto a sventare più di una congiura. Ma questa decisione potrebbe ritorcersi contro di lei, perché l’avidità – si sa – è la peggiore delle matrigne. Quando Enrico IV di Borbone muore, vittima dell’ennesimo complotto, Laforge potrebbe infatti decidere di cambiare fazione, specie se all’orizzonte si profila, inarrestabile, l’ascesa di un astro di prima grandezza della politica francese: il cardinale di Richelieu. Sarà lui, dopo la morte del re, ad acquisire un grande potere, tradendo proprio colei che più di ogni altro ne aveva favorito la fortuna: Maria de’ Medici.

Dopo Una dinastia al potere, Un uomo al potere, e Una regina al potere, esce oggi il quarto romanzo della saga di Matteo Strukul dedicata alla famiglia de’ Medici: Decadenza di una famiglia, tutto incentrato sulla figura di Maria de’ Medici e il suo triste declino.

young maria de medici

Santi di Tito, ritratto di Maria de Medici da giovane, 1590, conservato nel Museo dell’ Opificio delle Pietre Dure, Firenze

Cosa sappiamo di Maria de’ Medici? Nacque a Firenze nell’aprile del 1575, sesta figlia di Francesco I de’ Medici, granduca di Toscana, e di Giovanna d’Austria, arciduchessa d’Austria. Fu sposa del re di Francia Enrico IV dal 1600 al 1610, anno in cui Enrico morì, ucciso da un fanatico cattolico di nome François Ravaillac. Maria morì nel luglio del 1642.

Questi gli scarni dati biografici, da cui partono gli autori di romanzi storici, per le proprie ricerche, decisi a dare una profondità psicologica ai personaggi, e un fare un quadro il più fedele possibile degli scenari e del periodo storico. I romanzi storici certo non sono tesi di laurea, ma è interessante vedere dove la storia cede il passo alla fantasia, o perlomeno alla verosimiglianza.

Banchetto nuziale di Maria de' Medici ed Enrico IV di Francia

Jacopo da Empoli, Nozze di Maria de’Medici ed Enrico IV di Francia, 1600,  Elgin Collection, Broomhall, Fife, Scotland

Un romanzo storico chiamiamolo onesto, non travisa, non distorce, non costringe il lettore a sindacare ogni seppur minimo dettaglio, lo da per scontato, crede che perlomeno lo spirito del periodo sia stato rispettato.

Molto spesso un romanzo storico, oltre che intrattenere ha anche un valore divulgativo, avvicina il lettore alla Storia, quella con l’ S maiuscola, anche se molto spesso ne deforma e ne rimarca i fatti più spettacolari, e appariscenti, e se vogliamo eclatanti, dove quasi mai mancano sesso, violenza, lotta per il potere, tradimenti e inganni.

Decadenza di una famiglia non deroga da queste regole: approfondito lavoro di ricerca, evidente deriva della fantasia forse solo evidente agli storici, accentuazione dello straordinario e del maestoso. E solitamente c’è anche una morale, perlomeno l’autore abbraccia il punto di vista di un personaggio, e a volte lo difende e lo idealizza anche andando contro le opinioni più diffuse e comuni. Strukul cerca di mantenere una certa obbiettività, e lo fa tramite una scrittura veloce, divisa in capitoli molto essenziali.

Partiamo dall’ incontro tra Maria de Medici e Passitea, donna dalla vita santa e misericordiosa che le fa una profezia sul suo futuro, e il capitolo dopo è già regina, alle prese con gli intrighi di corte, la necessità di assoldare una spia e un sicario veneziano, il tale Mathieu Laforge (futuro capitano delle guardie), e cercare di ottenere un documento compromettente dalle mani della favorita (o una delle favorite, è un uomo molto galante) del re.

Così inizia Decadenza di una famiglia, un romanzo storico con le cadenze di un romanzo d’azione, e le luci quasi gotiche di un romanzo in cui si sondano i mali e vizi di un’ epoca, il diciassettesimo secolo. Intrighi, congiure, tradimenti, maschere, avidità, vendette, pugnali e veleni, e infine l’astro oscuro del cardinale di Richelieu, (figura conosciuta a tutti gli amanti della letteratura d’avventura, grazie ai romanzi intramontabili di Dumas) che nel bene e nel male sarà al centro del potere più ancora dei sovrani legittimi.

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Philippe de Champaigne, Triple Portrait of Cardinal de Richelieu, 1642, National Gallery London Archive

Decadenza di una famiglia è un romanzo che si legge velocemente, un classico page turner, non stupisce perciò che l’autore sia stato investito da tanto successo, riesce a coinvolgere e appassionare non solo i classici lettori che leggono romanzi storici, ma anche tutti gli altri, mettendo al servizio del romanzo storico le regole del romanzo d’azione, per un pubblico popolare.

Capitoli veloci, colpi di scena continui, linguaggio spregiudicato, cliffhanger sincopati, (le regole del feuilleton più classico). Le lotte dei fiorentini alla corte di Francia sembrano così reali e moderne, senza esclusioni di colpi, dove fidarsi anche solo di un alleato (che per denaro può trasformarsi in nemico, è una delle più grandi debolezze). Strukul gioca coi toni e coi registri, da amante del pulp, sul modello di Tim Willocks, credo uno dei suoi maestri.

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. Laureato in giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto europeo, ha pubblicato diversi romanzi (La giostra dei fiori spezzati, La ballata di Mila, Regina nera, Cucciolo d’uomo, I Cavalieri del Nord, Il sangue dei baroni). Le sue opere sono in corso di pubblicazione in dieci lingue e opzionate per il cinema. Nel 2016 ha pubblicato con la Newton Compton il primo romanzo della saga sui Medici, Una dinastia al potere, vincitore del Premio Bancarella 2017. Sono seguiti Un uomo al potere e Una regina al potere. La serie è in corso di pubblicazione in Inghilterra, Germania, Olanda, Spagna, Turchia, Repubblica Ceca, Grecia, Serbia e Slovacchia. Matteo Strukul scrive per le pagine culturali del «Venerdì di Repubblica» e vive insieme a sua moglie Silvia fra Padova, Berlino e la Transilvania. Il suo sito internet è www.matteostrukul.com

Source: inviato dall’ editore, si ringrazia Federica dell’ Ufficio Stampa Newton Compton e Rosaria Sgarlata di Niente di personale per avere organizzato il Review Party.

:: A Londra al Coronet di Notting Hill il Festival dell’ Italian Literature a cura di Elena Romanello

20 ottobre 2017

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Il 21 e il 22 ottobre Londra ospita il festival dell’Italian Literature, nel quartiere di Notting Hill, per decenni laboratorio di integrazione non sempre difficile tra varie etnie, oggi luogo alla moda e di cultura dopo il celebre film che l’ha fatto conoscere in tutto il mondo, oltre che teatro di manifestazioni e di uno dei più amati mercati britannici.

In due giorni di eventi sono previsti oltre trenta ospiti, italiani, britannici, internazionali. Si parlerà della Brexit, che Londra aveva respinto con il suo voto, di letteratura, politica, migrazioni, genere, Italia, del passato e futuro della capitale britannica, una delle città più amate della modernità, da decenni e da varie generazioni.

Il festival è nato da un’idea dei coordinatori Marco Mancassola e Claudia Durasanti ed è organizzato con l’Istituto Italiano di Cultura di Londra, diretto da Marco Delogu ed è nato nel clima inquieto del dopo referendum sulla Brexit. Infatti è stato allora che un gruppo di autori, giornalisti, intellettuali italiani residenti nella capitale inglese hanno iniziato a riunirsi e a sentire la necessità di organizzare un nuovo evento culturale.

Il Salone del libro di Torino è partner dell’evento, rafforzando un ideale ponte Londra-Torino, per un evento che presenta dibattiti, incontri, letture, Dj set, mescolando voci italiane e non, ragionando sui temi.

Il luogo principale dell’evento sarà il Coronet, il teatro storico di Notting Hill, con i suoi spazi tra auditorium, studio e caffè: gli eventi saranno tutti in inglese o in italiano.

Tra gli eventi e gli ospiti sono da segnalare la conferenza Citizens of Nowhere, con Melania Mazzucco e Lauren Elkin, il medico di Lampedusa Pietro Bartolo che presenterà l’edizione inglese del suo libro testimonianza, Iain Sinclair che presenterà la sua ultima fatica The Last London, il curatore della Tate Modern Andrea Lissoni, Gianfranco De Cataldo che parlerà di romanzo e serialità per celebrare il lancio mondiale su Netflix della serie Suburra, Zerocalcare che presenterà l’edizione inglese di Kobane calling incontrando per la prima volta il pubblico londinese, Pierdomenico Baccalario che parlerà di The Brexit of Children.

La letteratura italiana sta piacendo molto in Gran Bretagna: negli anni sono stati sempre tradotti molti autori, ma dopo il successo di Elena Ferrante c’è un nuovo interesse e nuova attenzione.

Il programma completo con date, orari e dettagli è nel sito ufficiale del festival www.fill.org.uk.

:: Mancanza di Ilaria Palomba (AUGH! Edizioni 2017) a cura di Nicola Vacca

20 ottobre 2017

mancanzaLa poesia di Ilaria Palomba, come la sua prosa, è un viaggio senza fine nel cuore nero degli abissi.
Nella profondità degli abissi la poetessa si eclissa per cercare una redenzione ma nel confronto angoscioso con il cuore nero della loro filosofia, ne attraversa con l’inquietudine ogni buco, collezionando tutte le mancanze con cui è necessario fare i conti.
Mancanza è il titolo del libro di poesia di Ilaria Palomba (AUGH! Edizioni, pagine 81, euro 9,90).
Con parole che deflagrano sempre e che squartano la carne, l’autrice attraversa nel disincanto la ferocia di questo tempo al culmine della disperazione.
Mi piace molto la sua poesia che è sempre uno schianto di nervi. Una poesia che ha il coraggio di sanguinare e che tende sempre a smascherare ogni retorica e ogni convenzione.
I versi di Ilaria sono chiodi che si conficcano nella carne, perché la sua poesia è immanente nel suo essere soprattutto corpo.
Mancanza è un libro – incendio: sono i versi stessi che appiccano il fuoco non curandosi delle conseguenze.

«Mi piace aggirare le folle, / starmene al centro della Terra, / sentirla tremare / con la certezza delle ultime epifanie, /sgretolare le pareti / in un tramonto dalle diciassette tonalità di rosso».

Ilaria Palomba evita accuratamente le parole accomodanti, che non appartengono alla sua scrittura e al suo stile di vita.
Quello che conta nella sua poesia è sussurrare agli abissi, spalancare l’esistenza sui crolli che ogni giorno avvengono sotto i nostri passi, attraversare le latitudini marce del suo tempo con un disincanto lucido che non chiede alcun perdono alle illusioni e alle utopie.
Mancanza è una collezione di squartamenti in cui

«Siamo mancanze / che s’incontrano /specchiandosi nei vuoti».

Qui siamo lontani per fortuna dalla poesia rassicurante e edulcorata. Ilaria Palomba si cimenta con un poetare crudo e immanente e prende in prestito dalla crudeltà dell’esistenza le parole dirompenti che come tagli incidono sulla carne ferita.

«Una volta c’erano poesie che mandavano un guerriero / a farsi tagliare la gola, ma con la gola tagliata / il guerriero era morto / e cosa restava della sua gloria? / Voglio dire del suo trasporto? Niente»

queste sono le parole sanguinanti di Antonin Artaud, che nell’abisso del nero rivendica il suo essere poeta veggente sospeso tra la verità metafisica e la crudeltà.
Questa di Mancanza è una poesia che taglia la gola:

«Cosa resta / poi, /dopo l’ultimo sangue?»

si chiede Ilaria mentre il fuori sconfina e il dentro delira.
La parola della poesia che continuerà a sanguinare e il suo schianto in questo teatro della crudeltà che è la vita.

Ilaria Palomba collabora con “Mag O” della Scuola di Scrittura “Omero” e “Succedeoggi”. Lavora nell’ambito della riabilitazione psichiatrica al Centro Diurno Monteverde. Ha pubblicato per Gaffi il romanzo Fatti male, tradotto in tedesco per Aufbau-Verlag, per Meridiano Zero Homo homini virus, vincitore del Premio “Carver” e terzo al Premio “Nabokov”, Una volta l’estate, scritto a quattro mani con Luigi Annibaldi, vincitore del Premio “L’Aringo Essere Donna Oggi”, e il saggio Io sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance art (Edizioni Dal Sud). Alcuni suoi racconti sono stati tradotti in francese per “Les Cahiers européens de l’imaginaire” e in inglese per Mammoth Book. Ha curato l’antologia di racconti e disegni Streghe postmoderne (Alter Ego). È tra gli autori delle antologie Il mestiere più antico del mondo? (Elliot) e Sorridi, siamo a Roma (Ponte Sisto).

Source: inviato dall’ autore al recensore.