:: L’irrisolvibile incompiutezza dei tempi moderni nel romanzo Non respirare di Elisabetta Pastore (Frassinelli 2016) a cura di Floriana Ciccaglioni

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Nel romanzo d’esordio Non respirare, edito da Frassinelli nel 2016, segnalato dal Premio Calvino nel 2014, Elisabetta Pastore cela dietro la triste vicenda di Veronica, una trentenne spezzata a metà tra la vita diurna -durante la quale veste i panni di avvocato in un notissimo studio legale della Capitale- e quella notturna -durante la quale si spoglia per vestire i panni di Jasmine, centralinista in un call-center a luci rosse- la narrazione della tristezza del quotidiano, così tragico nella sua banalità, così vuoto nella pienezza dei suoi ritmi, così intenso nell’assenza dei sentimenti. Un quotidiano che si impone come assoluto protagonista della scena, limitando i personaggi a divenire mezzi attraverso i quali esso si manifesta. La protagonista, unica voce narrante, si adagia a vivere un susseguirsi di giorni privi di alcuna evoluzione, uno immagine dell’altro. L’autrice rifiuta uno sviluppo nel racconto, lo rigetta parola dopo parola, così come fa la sua protagonista con il cibo. Ogni qual volta che potrebbe liberarsi di una situazione scomoda e umiliante, Veronica vomita per reimmergersi nell’istante dopo all’interno dell’incompiutezza dell’azione stessa. Finanche nel finale, quando sembra che la donna abbia deciso di lasciare la tragicità degli eventi alle proprie spalle insieme a tutti quegli uomini che l’hanno stuprata nel corpo e nella mente, proprio quando potrebbe vendicarsi di loro sferrando l’ultimo colpo punitore, lei rinuncia, abbandonando ogni cosa sospesa nella routine giornaliera, fuggendo da una Roma squallida e indifferente in cui si è trasferita per tornare nel profondo Sud d’Italia nel quale l’attendono le braccia della madre. Pastore si serve di un linguaggio tanto più violento quanto più piegato a descrivere situazioni di stallo, destinate a non mutare mai, a restare appiattite tra lo scorrere delle ore. La resa stilistica altro non è che la resa della banalità del quotidiano, sebbene carico di violenza, concretamente portata sulla pagina da una scrittura semplice e colloquiale, ricca di espressioni gergali. È forse questo il messaggio che l’autrice vuole lasciare, l’irrisolvibile incompiutezza dei tempi moderni.

Elisabetta Pastore, pugliese, è nata nel 1980. Fa l’avvocato. Non respirare è il suo primo romanzo, segnalato dal Premio Calvino nel 2014.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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