Domenica 11 febbraio, dalle 16 alle 19, si terrà al Mufant, Museo del fantastico e della fantascienza di Torino in via Reiss Romoli 49 bis la seconda edizione di Torino Fantasy un viaggio tra leggenda, arte e cultura.
L’evento è organizzato all’interno della rassegna Eroi di carta, dedicata al rapporto tra fumetto e fantastico e curata da Silvia Casolari e Davide Monopoli, direttori artistici del Mufant ed è realizzata con il contributo della Città di Torino, sezione Patrimonio culturale, Divulgazione, Promozione del libro e della cultura.
L’argomento della giornata sarà appunto lo scoprire qual è il lato fantasy di Torino, in un convegno organizzato da Francesco Albano, presidente dell’associazione Archivio Sergio Albano, che aprirà l’avento raccontando il volto fantastico di Torino, attraverso il suo dedalo di edifici tra barocco e liberty, con decorazioni e sculture che presentano draghi, folletti, demoni e altre creature fantastiche.
A seguire l’antropologo Massimo Centini parlerà del suo saggio Torino magica, fantastica e misteriosa, dove ha raccolto sotto forma di enciclopedia varie voci sugli aspetti insoliti del capoluogo sabaudo, raccontati con il piglio scientifico.
Poi sarà la volta di Federico Ghirardi, autore della saga fantasy Brian di Boscoquieto, ambientata in una Val di Susa alternativa ed edita dalla torinese La Corte editore, che racconterà come scrivere fantastico sotto la Mole.
Infine il filologo Enrico Villois allargherà il discorso al fantasy nelle serie tv e nei videogames.
L’ingresso, comprensivo di visita al Museo dove tra le altre cose è in corso la mostra Lame rotante con tavole di artisti e fumettisti italiani per i quarant’anni di Goldrake nel nostro Paese, è intero di sette euro, ridotto per i possessori della Card Torino Musei a sei, quattro euro e cinquanta per i bambini.
Archivio dell'autore
:: Al Mufant di Torino la seconda edizione di Torino Fantasy a cura di Elena Romanello
8 febbraio 2018:: Il mare di Majorana – dramma teatrale in tre atti di Marco Pizzi
7 febbraio 2018
Ettore Majorana scomparve, in circostanze mai del tutto chiarite, il 27 marzo del 1938. Quest’anno cadrà l’ ottantesimo anniversario di una morte presunta, sulla quale ancora oggi ci si interroga, si ventilano ipotesi, si azzardano scenari più o meno avventurosi, o bizzarri.
L’ipotesi più accreditata è sempre stata quella del suicidio: si sarebbe gettato dal traghetto che da Palermo lo riportava a Napoli, e per via delle correnti o di altri impedimenti, il cadavere non fu mai più ritrovato.
I più romantici optano per la fuga, magari in qualche paese dell’ America Latina, lontano dal senso di colpa per aver contribuito, con i suoi studi, alla creazione della “bomba” definitiva. I bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki sarebbero seguiti nell’agosto del 1945 dimostrando al mondo il potere distruttivo di questa arma. Seppure non è la scienza il male in sé, ma l’uso che se ne fa il problema e Majorana era troppo intelligente per non esserne consapevole.
Tra le ipotesi meno battute invece va ad annoverarsi quella a cui giunge Marco Pizzi, autore di Il mare di Majorana, dramma teatrale in tre atti che ripercorre gli ultimi dieci anni di vita di Ettore Majorana. Non ve l’anticipo, la leggerete nel testo, o se avrete modo di vedere l’opera rappresentata, andrà in scena questo aprile a Roma.
Tesi che si discosta forse da quella di Sciascia nel suo saggio La scomparsa di Majorana (1975), ma è sia frutto di un’ intuizione letteraria (e umana), che di un confronto con le fonti storiche a sua disposizione.
Il mio punto di partenza sono state le fonti primarie e le varie testimonianze di chi conobbe personalmente lo scienziato (Laura Fermi, Segré, Amaldi, Heisenberg), nonché le recenti scoperte storiche di Nadia Robotti e Francesco Guerra, che hanno gettato nuova luce su una vicenda ancora molto nebbiosa[1].
Ma chi era Ettore Majorana? Nacque a Catania nel 1906 in un antica e influente famiglia di giuristi, politici e scienziati. La sua bravura nei calcoli matematici lo distinse fin da giovanissimo e lo accompagnò negli studi universitari prima di ingegneria e poi di fisica. A lui si rivolgevano amici, colleghi, persino i professori quando un risultato non era quello corretto, e lui risolveva le espressioni più complesse senza la minima fatica.
Il suo genio non fu accompagnato da una carriera altrettanto felice innanzitutto a causa del suo (pessimo) carattere, delle sue condizioni di salute e soprattutto a causa di una certa sfortuna che ben emerge da Il mare di Majorana, forse il punto più originale dell’ intera piece.
Di solito di Majorana si ricordano solo i successi, il brillante Teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone, articolo che contribuì, per chiara fama, a fargli ottenere la carica di professore di Fisica Teorica all’Università di Napoli, quando come sottolinea il Pizzi, lo scontro con Dirac, ebbe un peso non marginale nel suo crollo fisico e psicologico del 1934.
Dal 1928 al ’33: cinque anni di studi e calcoli stremanti – prima per impossessarmi della teoria dei gruppi, poi per riuscire a cogliere strutture matematiche fino ad allora inesplorate – uno sforzo mentale sovrumano con il miraggio di una teoria che potesse finalmente eliminare il mare di Dirac… ed ecco che, a un tratto, si scopre che quello sembrava il difetto più grave dell’equazione di Dirac è in realtà la sua più grande predizione: l’antimateria. E’ l’unico punto forte della mia teoria è quello più debole. Ho fallito.
Il mare di Majorana è un testo teatrale che Marco Pizzi ha autopubblicato su Amazon nel 2012, vincitore del Premio Teatro Helios nell’ambito del concorso Passione Drammaturgia 2012 e va un po’ a sfatare il preconcetto che su Amazon si autopubblichino solo testi di cattiva qualità.
Diciamo che gli ingredienti per un giallo storico ci sono tutti, l’importanza del personaggio protagonista, l’importanza dei coprotagonisti, Enrico Fermi su tutti e il gruppo di fisici conosciuti come i ragazzi di via Panisperna, tra cui Segrè prossimo premio Nobel, e Gentile jr, forse il suo più stretto amico, assieme alla sorella Maria, pianista di talento.
Le scene sono scarne, quasi spoglie, una lavagna, un letto, una scrivania. Le indicazioni dell’autore precise, e nello stesso tempo piuttosto libere, danno all’eventuale regista grande possibilità di manovra. Le luci giocano un ruolo importante, illuminando la scena e il protagonista nei frangenti più significativi. L’ uso alternato di dialoghi (mai banali, a tratti divertenti e ironici) e monologhi, rende la piece piuttosto vivace e affatto noiosa, anche solo da leggere.
L’uso di formule matematiche e le rigorose e puntuali spiegazioni di leggi della Fisica le ho trovate stranamente molto chiare e affatto avulse dal testo, sebbene le mie conoscenze in materia non siano approfondite (comunque a grandi linee dal liceo ricordo cosa è un atomo, un protone, un neutrino, o l’antimateria, che da sempre mi ha molto affascinato specie applicata ai buchi neri). Servono però senz’altro a dare un’ idea precisa del mondo di Majorana al pubblico a teatro e ai lettori del testo. Altra caratteristica che ho trovato originale della piece.
Che dire, in conclusione, le opere teatrali bisogna vederle a teatro, quindi appuntamento a Roma ad aprile.
Marco Pizzi è nato a Roma nel 1981. Si è laureato in Fisica alla Sapienza, dove poi ha conseguito il dottorato in Astrofisica nel 2008. Dopo una borsa di studio a Berlino ha abbandonato la ricerca per dedicarsi con maggior energia alla scrittura.
Per la narrativa ha scritto diversi racconti e due romanzi: Lucio. Episodi della vita di un ‘eretico’, un romanzo di formazione (2009); Incontro con Cristo. Il filosofo e il messia, un romanzo storico-filosofico sui vangeli (2012). Verdi contro Wagner, un racconto a puntate ambientato a Venezia nei giorni della morte di Wagner (2013).
Per il teatro ha scritto: Morte di un teledipendente, una satira sul mondo della televisione (2010); Il mare di Majorana, dramma in tre atti, vincitore del premio Teatro Helios a Pieve di Teco (2012; tradotto anche in inglese, 2014); Solo con Falcone, maxidramma in cinque atti, Segnalazione Speciale Vittorio Giavelli al Concorso Europeo Tragos (2017); Maternità inattesa, commedia drammatica (Roma, Teatro due, aprile 2017); Io, mamma e Ronconi, commedia brillante in due atti (2017).
Source: libro inviato dall’autore.
[1] http://marcopizziparalipomena.blogspot.it/2013/07/il-mare-di-majorana-dramma-teatrale.html
:: Mi manca il Novecento – Anche la letteratura è un’alternativa nomade: Bruce Chatwin a cura di Nicola Vacca
7 febbraio 2018
Bruce Chatwin ci ha insegnato che il nomadismo non è una condizione di felicità.
È un’ «anatomia dell’irrequietezza». Uno stato d’animo che ci porta dal un luogo all’altro senza mai amarne uno.
«Che ci faccio qui?» Questo è l’interrogativo che porta il vero nomade in giro per il mondo. Unica meta la conoscenza.
Questa è, in sintesi, la carta d’identità di Chatwin, mente brillante nata nella regione dello Yorkshire il 13 maggio 1940.
Inizia a lavorare giovanissimo nel 1958 presso la prestigiosa casa d’aste londinese Sotheby’s.
Presto si interessa all’archeologia e sviluppa un interesse per i nomadi.
Nel 1973 viene assunto da Sunday Times Magazine come consulente per i temi dell’arte e dell’architettura. Qui presto scoprirà di avere un talento narrativo e la sua scrittura darà voce e corpo al suo carattere di uomo inquieto e itinerante.
A Parigi intervista l’architetto novantatreenne Eileen Gray; nello studio della Gray, Chatwin nota una mappa della Patagonia da lei dipinta. Nel breve scambio di battute che segue l’architetto invita Chatwin a partire per quel luogo al suo posto. Da lì a poco Chatwin parte per l’Argentina. Solo arrivato a destinazione informerà il giornale della sua partenza includendo le proprie dimissioni.
Il risultato dei primi sei mesi della sua permanenza sarà il libro In Patagonia (1977), che consacrerà la fama di Bruce Chatwin come scrittore di viaggi.
Da quel momento lo scrittore inglese non starà mai fermo. Il viaggio nomade diventerà la sua ragione di vita. Con i taccuini nello zaino e buone scarpe ,Bruce racconterà il mondo attraverso l’esperienza dei luoghi che visiterà.
Con una prosa semplice e evocativa Bruce Chatwin coinvolge il lettore nel suo continuo elogio del viaggio.
In tutti i suoi libri (in Italia pubblicati da Adelphi) lo scrittore inglese narra il suo spostarsi da un posto all’altro del pianeta coinvolgendo interamente il lettore, portandolo direttamente sulla scena della nuova meta raggiunta.
Bruce Chatwin è affascinato dal nomadismo perché per lui viaggiare significa affermare la propria esistenza. Andare per il mondo significa allo stesso tempo evadere e essere liberi.
Un continuo errare, il suo, che lo porterà sempre a essere inquieto e assetato di conoscenza, a non essere mai soddisfatto dell’ultimo luogo raggiunto perché il viaggio intorno al mondo è un modo ininterrotto di fare i conti con la propria coscienza.
«La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi».
Con queste parole Chatwin rivela il suo stato d’animo e inquieto di scrivere e viaggiare nel mondo. Errare è l’unica condizione che Chatwin conosce per essere.
Il maestro degli irrequieti che viaggia e scrive avendo una sola domanda nella testa:« qual è la natura dell’inquietudine umana?».
«L’alternativa nomade» porterà Chatwin in tutti gli angoli del pianeta. In ogni luogo l’ordinario è diventato meraviglioso.
L’immobilità è un malessere che vleva combattere. Bruce Chatwin si sentiva vivo solo in movimento. Fino alla fine è stato sempre nel viaggio, in fuga verso destinazioni nuove dove scrivere e incontrare persone che si portano dietro il loro bagaglio di esperienze e di sogni da condividere con un viandante come lui che ha fatto della sua vita il migliore dei suoi romanzi.
Verso la fine degli anni ‘80 Chatwin contrae il virus dell’HIV. Muore a Nizza l’8 gennaio 1989 a soli 48 anni.
:: Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf (Iperborea 2017) a cura di Viviana Filippini
7 febbraio 2018“Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson” è un libro per ragazzi di Selma Lagerlöf, la prima donna ad aver vinto il premio Nobel per la letteratura, scritto nel 1906, tre anni prima di ricevere l’importante riconoscimento. Iperborea lo ha pubblicato con una nuova traduzione e in versione integrale, per permettere ai lettori bambini e, perché no, pure agli adulti di conoscere le mirabolanti avventure di Holgersson. Chi è Nils Holgersson? È un ragazzino vivace, ribelle e pure dispettoso che non perde mai l’occasione di fare scherzi agli animali della fattoria dove vive i genitori. Un famoso proverbio dice “il gioco è bello fin che dura poco” e, ad un certo punto, Nils la combina grossa, tanto che il suo fare scherzi avrà conseguenze impreviste, soprattutto per lui. Infatti il folletto che il protagonista aveva preso di mira si vendica trasformandolo non in un mostriciattolo, ma in un ragazzino minuscolo come un topolino. Nils è in panico, non sa cosa fare per rimediare al guaio che ha combinato. È solo e trova sostegno in Mårten, un papero domestico, anche lui anima solitaria, che ha lasciato la famiglia per unirsi a uno stormo di oche selvatiche nel loro lungo volo migratorio verso la Lapponia. Il tutto per dimostrare che anche un papero domestico può affrontare certe sfide riservate solo agli animali selvatici. Nils e Mårten compiranno sì un itinerario meraviglioso durante il quale incontreranno altri animali parlanti e pure creature fantastiche, ma questa avventurosa esperienza sarà per il ragazzino e il papero piena zeppa di prove da superare. Nel libro per ragazzi scritto dalla Lagerlöf, oltre all’intreccio riguardante Nils, si innestano nella narrazione una serie di leggende nordiche, che si mescolano e relazionano al mondo della natura e a quello degli animali. Allo stesso tempo, viaggiando con i due protagonisti, il lettore ha la possibilità di conoscere la geografia, il paesaggio e gli usi e costumi del mondo svedese dove Nils è nato. Il libro della Lagerlöf è un romanzo d’avventura e di formazione, dove l’atmosfera è un perfetto miscuglio tra realtà e fantasia. Nils e Mårten vivono tante esperienze differenti e tutte sono a loro necessarie, non solo per farsi accettare dalla comunità nella quale vivono o in quella dove – chi lo sa’- torneranno; esse sono importanti, perché li aiutano a diventare maturi e comprendere cosa è bene e male. “Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson” è un libro sulla maturazione, anche se vissuta in una dimensione fiabesca, nella quale Nils imparerà a comprendere il valore dell’amicizia, del rispetto del prossimo diverso da sé (non a caso il suo principale alleato diventa un papero domestico) e della solidarietà tra individui (Nils e il papero si sostengono e aiutano a vicenda) che permette di abbattere i pregiudizi e di superare le insidie. Leggere oggi “Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson” della Lagerlöf è far rivivere un importante classico della letteratura per ragazzi, ed è comprendere che crescere non sempre è un cammino facile però, con la buona volontà e i giusti sostegni, come dimostra la storia di Nils, è possibile diventare persone migliori.
Selma Lagerlöf Nata a Mårbacka nel Värmland nel 1858 e morta nel 1940, destinata a diventare, da maestra elementare, prima donna Premio Nobel nel 1909 e prima donna a essere nominata fra gli Accademici di Svezia nel 1914, è forse la scrittrice svedese più nota e amata nel mondo. Dalla “Saga di Gösta Berling” (1891), censurata aspramente dalla critica positivista, al “Viaggio meraviglioso di Nils Holgersson” (1907), indiscusso capolavoro e grande successo editoriale che le valse una fama mai concessa ad alcun connazionale, le sue opere sono state tradotte, filmate, illustrate ovunque.
Source: acquisto personale del recensore.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
:: Un’intervista con Federico Castigliano a cura di Giulietta Iannone
6 febbraio 2018
Benvenuto Federico su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Sei Professore dell’Università di Studi Internazionali di Pechino. La tua specialità è la storia letteraria e culturale di Parigi. Hai insegnato per molti anni in Francia e hai fatto parte dell’équipe di ricerca dell’Università di Paris-Sorbonne. Parlaci dei tuoi studi, dove hai studiato, che materie, che ricordi hai della tua vita da studente?
Cara Giulietta, è un vero piacere per me essere ospitato dal tuo blog. Per cominciare ti dico che il mio percorso è segnato da quel nomadismo che oggi caratterizza, per vocazione o per necessità, la vita di molti giovani italiani. Tutto è iniziato all’Università di Torino dove ho studiato Lettere moderne. Sono stati anni di studio appassionato e molto intenso. Di Torino ricordo soprattutto gli aperitivi in piazza Vittorio, i portici di via Po, l’austera eleganza dei suoi palazzi. La città mi ha trasmesso un sentimento di ordine e di vaga grandezza che in qualche modo è entrato a far parte di me. Ho completato la mia formazione a Parigi, dove mi sono trasferito per il Dottorato in Letterature comparate. Ho trascorso nove anni in Francia. In quel periodo ho letto forse di meno e mi sono lasciato trasportare dal clima spumeggiante della città. Ho frequentato persone che venivano da ogni parte del mondo, persone anche molto diverse da me. Ciò mi ha permesso di acquisire una mentalità più aperta e cosmopolita. Approfittando del fondo sterminato di libri e di documenti della Biblioteca Nazionale, mi sono specializzato nella storia letteraria di Parigi.
Ora insegni e per giunta in Cina, un paese ancora lontano e misterioso per noi italiani. Raccontaci qualcosa della tua vita in Cina, come ti hanno accolto, come ti sei ambientato, come i tuoi studenti si immaginino sia l’Italia, amano questo paese, la sua letteratura, le sue usanze?
Quando si arriva in Cina e non si parla cinese ci sono tante difficoltà pratiche da superare. Come leggere o scrivere il proprio indirizzo? Dove trovare il pane? Come comunicare con le persone visto che quasi nessuno in Cina parla lingue straniere? Sono stato obbligato a mettere in discussione il mio stile di vita e le mie certezze, ma questo sconvolgimento mi ha permesso di “ricostruirmi” in un modo più completo e complesso. Per il lavoro mi sono trovato subito bene. In parte per la disponibilità dei colleghi e degli studenti, in parte perché ho saputo adattarmi velocemente alla mentalità cinese. Diciamo che la vita per uno straniero a Pechino non è per niente facile, ma se ce la fai a resistere puoi approfittare del clima effervescente della città: ti nutri dell’energia che circola nell’aria e che ti spinge a “voler fare”.
Cosa consiglieresti ai ragazzi italiani che volessero seguire le tue orme. Studiare le lingue? Leggere libri nella lingua del paese dove si vuole andare a vivere? Imparare gli usi e costumi del posto?
Per intraprendere una carriera accademica o comunque tentare un percorso internazionale occorre in primo luogo saper rinunciare alle comodità di casa propria. Molti ragazzi italiani sanno parlare le lingue straniere. Ho però la sensazione che alcuni di loro, specialmente i giovanissimi, abbiamo una certa difficoltà a interpretare il mondo di oggi. Per vivere nel presente non è sufficiente saper usare Instagram, vedere un telefilm in inglese o scattare fotografie con il cellulare. La vera sfida, quella che i giovani dovrebbe intraprendere, consiste nel rivoluzionare se stessi e acquisire una visione del mondo più flessibile e nuova.
Come è la vita culturale a Pechino. Ci sono tante librerie, fiere del libro, incontri, presentazioni, case editrici?
Il fascino della Pechino di oggi risiede nel contrasto tra tradizione e modernità. Si può trovare chi fa un barbecue improvvisato ai piedi di un grattacielo. È una città dove confluiscono persone da ogni regione della Cina e si può dire in un certo senso che si tratta di una metropoli multi-etnica. La vita culturale è interessante perché a Pechino ci sono soprattutto tantissime università. È possibile assistere a conferenze, collaborare con ricercatori e partecipare a molte attività accademiche. Questa è una delle ragioni per cui amo Pechino. Per quanto riguarda le librerie, invece, devo dire che in città sono davvero pochissime: un po’ perché la gente lavora tanto e non ha tempo per leggere, un po’ perché i libri qui si comprano quasi esclusivamente on line e vengono consegnati a casa.
Quali sono i libri cosiddetti bestseller attualmente in Cina? Si pubblicano libri stranieri? Anche italiani?
Ci sono diversi libri italiani famosi in Cina, dal Decameron ai romanzi di Calvino e di Elena Ferrante. Purtroppo però nei paesi asiatici i libri in inglese prevalgono rispetto agli altri stranieri: e questo avviene non perché la letteratura anglo-americana sia migliore rispetto alla nostra – o a quella francese, portoghese, araba ecc… – ma solo perché tutti studiano l’inglese e la gente finisce per credere, erroneamente, che i libri in quella lingua abbiamo un’importanza maggiore. Ciò accade purtroppo anche in Italia. La missione di un professore di cultura italiana e francese in Cina consiste anche nel mostrare agli studenti che non si può appiattire la cultura europea o “occidentale” a quella americana.
Hai pubblicato da poco un libro dal titolo Flâneur. L’arte di vagabondare per Parigi. Questo lavoro, che si situa a metà strada tra il saggio e il racconto auto-biografico, è il frutto di anni di ricerche e di avventure a Parigi. Il libro giunge al seguito di diverse tue pubblicazioni universitarie e racconti sul tema della flânerie e del rapporto tra letteratura e storia urbana. Ce ne puoi parlare più approfonditamente?
Durante gli anni passati a Parigi ho scritto molte cose sulla flânerie: saggi accademici, ma anche racconti e narrazioni delle mie avventure urbane. Avevo tutto sul mio computer e, quando sono partito dalla Francia, ho pensato che fosse giunto il momento di dare un senso a quel lavoro. Ho pensato a un libro che fosse al contempo teorico e romanzesco, secondo il modello usato da Benjamin per il suo lavoro sui passages parigini. Ho quindi ideato una struttura che alterna capitoli narrativi (numeri dispari) e saggistici (numeri pari). Ho immaginato così che il lettore potesse muoversi liberamente nel mio libro, come un vero flâneur.
Come mai hai scelto l’autopubblicazione?
Per l’edizione italiana, così come per quella inglese e per quella francese che uscirà in primavera, ho provato la via dell’auto-pubblicazione. È stata un’avventura appassionante, ma di certo non un’improvvisazione, almeno nel mio caso. Sono arrivato a questa scelta dopo aver scritto una tesi di Dottorato e dopo aver pubblicato articoli e saggi su importanti riviste accademiche francesi, italiane e inglesi. Ma soprattutto mi sono avvalso dell’aiuto di eccellenti collaboratori: un ottimo editor e un designer per la produzione del libro in formato cartaceo ed e-book. Per le traduzioni mi sono rivolto a professori universitari conosciuti e di esperienza. Devo dire che la mia è stata una scelta vincente, sia per i tempi rapidi di pubblicazione, sia per le vendite che sono state davvero importanti e hanno superato ogni mia previsione. Auto-pubblicarsi significa prendere in mano il proprio destino e non attendere che siano altri a decidere per te quando, dove e come le tue parole e le tue idea verranno rese pubbliche. Tuttavia è un strada impegnativa e insidiosa, che consiglio solo agli autori che hanno già qualche esperienza editoriale e qualche soldo da investire.
La parola flâneur deriva dal verbo francese flâner che significa «gironzolare», «perdere il proprio tempo». Cosa distingue il flâner dal semplice turista?
Il flâneur è un personaggio storico, una delle figure tipiche della Parigi ottocentesca, ma può essere anche inteso, oggi, come il simbolo di un atteggiamento nuovo rispetto alla città. Il flâneur – e usando questo termine mi riferisco a un soggetto che può essere sia maschile che femminile ovviamente – abbandona il punto di vista ristretto del turista che ha imprigionato la città nei cliché della televisione, del sentito dire, dei giornali. Il flâneur si sottrae alla macchina del consumismo che tende a ridurci a passivi ricettori di uno spettacolo, ad automi. Il flâneur mantiene un atteggiamento ambiguo rispetto alla città: un certo distacco critico proprio del detective che analizza le facce e le andature dei passanti, e, al contempo, una volontà di immergersi nella folla fino a confondersi con essa.
Parigi la conosco, ci torno almeno due volte all’anno, ma per me la Cina è un grande amore, anche se non l’ho mai visitata. Ci descriveresti un itinerario tipo per chi volesse vederla per la prima volta?
Ci sono tante città interessanti in Cina. Alcune sono famose anche in Italia, come Canton, Shanghai o Xi’an, altre sono davvero molto belle ma misconosciute, come Xiamen, Qingdao o Tianjin. Se dovessi consigliare una sola città in Cina, per chi avesse davvero poco tempo, consiglierei però Pechino: per la sua centralità storica, politica e culturale e perché permette in un solo colpo di vedere il lato più moderno e quello tradizionale della Cina.
Il tuo sito internet, per chi fosse curioso è : federicocastigliano.com. Ricevi tanti messaggi dai lettori? Come possono contattarti e come interagisci con loro?
Si, ricevo diversi messaggi di lettori che mi contattano attraverso il mio sito o la mia pagina Facebook. Alcuni mi scrivono per farmi complimenti e ciò fa sempre piacere. I consigli e le critiche anche sono utilissimi. Il contatto con i lettori è indispensabile per migliorare e per dare un senso al proprio lavoro. La scrittura deve essere intesa come un processo piuttosto che un risultato imperfettibile. Cerco quindi di ascoltare i giudizi e i desideri di chi mi scrive, perché dal confronto con loro posso imparare molte cose.
Grazie Federico, è stato un vero piacere conversare con te, come ultima domanda ti chiedo, ringraziandoti della disponibilità, se hai in progetto altri libri, autopubblicati o meno?
Con la mia collega Sunshuang dell’Università di Studi Internazionali di Pechino stiamo lavorando alla versione cinese di Flâneur, che sarà pubblicata da una casa editrice di Pechino. Si tratta di un lavoro complesso, non solo sotto il profilo strettamente linguistico. Bisogna spiegare ai cinesi questo concetto di “vagare senza una meta” che, di primo acchito, potrebbe sembrare assurdo. Devo ammettere che tradurre un libro in diverse lingue straniere è un impegno molto duro, ma necessario vista l’aspirazione cosmopolita del mio progetto. Un libro mai tradotto, disponibile solo in italiano, mostra chiaramente la sua dimensione locale e in un certo senso “provinciale”. La traduzione è per così dire la “prova del nove di un testo”: ti costringe a confrontarti con altre mentalità, con altre persone (a partire dai traduttori). È una prova difficile nella quale gli orpelli, ma anche le trovate e le bellezze stilistiche di cui lo scrittore andava fiero, si sfaldano e sbiadiscono e rimane così solo il significato nudo del libro. Credo però che un testo ben costruito possa e debba resistere al “terremoto” della traduzione. A parte ciò, sto lavorando allo stesso tempo a un nuovo libro che rappresenta in un certo senso lo sviluppo o il seguito di Flâneur. Per il momento non posso dire di più. Però devo ammettere che questo secondo lavoro mi impegna ancora di più rispetto al primo. Forse è per tutti così: quando scrivi il libro di esordio lo fai quasi per gioco, ma una volta che hai ottenuto un certo successo e ti sei creato un pubblico che ti segue, allora non puoi più permetterti di sbagliare.
:: Danze di guerra di Sherman Alexie (NN Editore 2018) a cura di Fabio Orrico
6 febbraio 2018Il benemerito NN editore pubblica Danze di guerra di Sherman Alexie, scrittore nativo americano poco presente nelle nostre contrade (ricordo il bellissimo Reservation Blues, uscito, se non sbaglio, con Frassinelli negli anni ’90 e poco altro). Speriamo abbia successo, così da poter leggere ancora questo scrittore coraggioso e irregolare. La struttura stessa di Danze di guerra si pone all’insegna della libertà stilistica e tematica. Non semplicemente un libro di racconti, ma un testo zibaldonesco e stratificato. Racconti che si alternano a poesie e a brevi prose, organizzate secondo uno schema personalissimo. E se la poesia di Alexie ha la sua cifra nella tentazione narrativa, possiamo dire che la sua prosa sconfina non di rado nell’astrazione della struttura poematica. I racconti di questo libro infatti partono raccontando una situazione, ci fanno credere che questa situazione sia il fulcro della trama ma poi scartano imprevedibilmente, sconvolgendo lo schema di base. Il bello è che, arrivati alla fine della lettura, non possiamo non trovare perfettamente necessario quello che abbiamo letto, in quella forma e con quelle parole.
Sale, lo splendido racconto che chiude la raccolta, descrive l’incontro tra un giovanissimo giornalista e una signora anziana, impegnata a scrivere il necrologio del marito scomparso. Sullo sfondo, il fantasma di Lois Andrews, giornalista addetta ai necrologi e mentore del giovane protagonista, morta prematuramente. Un racconto che, in quindici pagine, crea un perfetto flusso di compassione, disperazione e umorismo. Perché se Alexie è interessato, per non dire ossessionato dalla morte e dalla finitezza della nostra condizione esistenziale, tutto ciò non gli impedisce di rivestire di ironia le sue storie. E non è mai un’ironia facile, distante, si tratta piuttosto di un’adesione amorevole ai suoi personaggi che non esclude la possibilità di prendersi in giro. Persino la sua provenienza etnica che naturalmente riverbera tragedie e sopraffazioni, viene raccontata in una luce di umorismo partecipe e affettuoso.
Altro tema cardine del libro è il rapporto padre-figlio che, in modo più o meno diretto, informa tutti i testi. Il padre, spesso declinato nella figura di antenati spesso solamente astratti, rappresenta la tradizione, vista di volta in volta come fardello ingombrante o superstizione di cui sorridere. Nel racconto eponimo l’addio al padre del protagonista passa proprio attraverso i più riconoscibili miti indiani, fatti cozzare con tutto il cinismo dei tempi moderni e con resa decisamente esilarante.
La poesia di Alexie, come dicevamo, è una poesia che racconta, predilige il verso lungo, whitmaniano, ma ricorre anche a scorciatoie tipografiche per, letteralmente, disegnarsi, sulla pagina.
Una delle ragioni che rende così affascinante Danze di guerra è la sua disposizione alla contaminazione. Di generi, di forme, di stili. Un libro trasversale che fa saltare ogni recinzione. Da questo punto di vista e con una fin troppo facile metafora, possiamo dire che Alexie, da scrittore, si pone fuori dalla “riserva” dei generi, condannandovi molti suoi colleghi. Traduzione Laura Gazzarrini.
Sherman Alexie vive a Seattle ed è autore di racconti, romanzi, sceneggiature. Considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi, ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui il PEN/Hemingway (1994), il PEN/Malamud (2001) e il PEN/Faulkner (2010). Dopo Danze di guerra, NNE pubblicherà anche il suo ultimo libro, You Don’t Have to Say You Love Me.
Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella dell’ufficio stampa.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
:: Un’ intervista con Elena Bibolotti
6 febbraio 2018
Benvenuta Elena su Liberi di scrivere. Sei già stata nostra ospite sul mio blog come intervistata nel 2016, allora per l’uscita di Pioggia dorata, quindi il tuo è più un bentornata. Cosa è successo in questi due anni? Noti dei cambiamenti nel mondo editoriale?
Intanto grazie, Giulia, per la preziosa opportunità e per le domande ancora una volta interessanti. Durante questi due anni ho continuato a scrivere, e poiché le mie ore più creative sono quelle pomeridiane serali è raro che possa muovermi dal paese sul lago dove vivo per spostarmi nella capitale, come dice Carola “è difficile passare in soli quaranta minuti dalla calma bucolica della stazione di Cesano all’inutile fretta della città”. Così, ecco, non mi occupo molto di quello che succede in Editoria, delle presentazioni, dei festival. Ciò che non è cambiato, piuttosto, è che tanti editori investono sempre meno sugli autori (non tutti, ovvio) pretendendo sempre di più, in nome di una visibilità che, tra l’altro, non offrono. Tanti altri cercano personaggi, storie da “una notte e via”.
Hai appena pubblicato per Castelvecchi Conversazioni sentimentali in metropolitana. Ce ne vuoi parlare? Quale è stato lo spunto, la suggestione da cui sei partita per scriverlo?
La cronaca, sicuramente, che ci mostra giovani arse vive e fatte a pezzi e che, in questa storia, abbiamo modo di conoscere prima che il dramma si consumi, quando la violenza sembra ancora parte di un gioco. Lara nasce dall’immagine un po’ sognata un po’ vera di ragazza bellissima ma inconsapevole del proprio fascino, ingenua e pura ma allo stesso tempo cinica, come diciamo a Roma: scafata, che vive tra le urla dei genitori da quando è nata, che è abituata a un certo tipo di relazione insana e non ci trova nulla di strano.
Come l’ha accolto la critica, come l’hanno accolto i lettori?
Senza nulla togliere ai valorosi blogger (te compresa) che mi sostengono con incoraggiante affetto a ogni uscita editoriale, ciò che più mi ha sorpreso è stata l’accoglienza dei lettori, e il fatto che molti di loro mi seguissero da anni senza però manifestarsi, per quella pudicizia cattolica che, nonostante i tempi moderni, ancora ci intrappola nel perbenismo di facciata: Justine 2.0 e Pioggia Dorata andavano forse letti di nascosto, lo dico con affetto, ovviamente.
L’erotismo presente nel libro è molto più sfumato rispetto ad altri tuoi libri, anche se è sempre presente. Come mai questa scelta? Volevi dare priorità ad altri temi, o è stata una scelta maturata nel tempo?
Avevo altre priorità, sì. Senza contare che Lara e Carola, ma anche i personaggi minori della storia, usano il sesso in modo opportunista, in definitiva soltanto per ottenere favori, ed è quindi una sensualità che non va svelata ai lettori, a mio avviso poco autentica rispetto a quella della Slave con il Master del mio primo romanzo o dei protagonisti dalle profonde turbe interiori di Pioggia Dorata. E poi mi piace esplorare altri generi. È stato da poco pubblicato su Crapula Club “Centrioli alla russa”, un mio racconto che parla di bulimia esistenziale e di Romain Gary, un autore che amo molto, e a breve, per un’altra raccolta, uscirà un mio racconto del terrore. Insomma, non si può restare intrappolati in un genere. Io, almeno, fondamentalmente volubile e inquieta. Almeno finché potrò mi divertirò a esplorare.
Carola e Lara, le due protagoniste, rispecchiano se vogliamo due tipi di donna piuttosto definiti: Carola è una giornalista, intellettualmente evoluta, una donna forte, scrive, sebbene con mille ostacoli e difficoltà, mentre Lara, una ragazza di Centocelle, quasi un personaggio pasoliniano, è più vittima delle circostanze. Come hai creato questi personaggi, come hai creato l’interazione tra loro?
Lara e Carola hanno una cosa in comune, ed è il sentimento, il sogno dell’amore, di qualcuno o qualcosa che eviti loro di scendere in battaglia. Hanno in comune il desiderio di tenersi occupate con l’amore anche quando non c’è. Ed è anche il mio desiderio, che infatti sul frontespizio cito Sylvia Plath, “A darmi il via fu l’amore”, e più avanti Philip Roth e il teatro di Sabbath, per spiegare quanto per Carola (e per me che ho molto in comune con lei), il sesso non sia l’orlo dell’esistenza ma la trama, che c’è anche quando non si vede.
La metropolitana di Roma diventa un luogo totemico, gente che si incontra e si sfiora senza un’occhiata, sconosciuti seduti fianco a fianco per il tempo di un tragitto. Precarietà, provvisorietà, fretta. Possono davvero iniziare amicizie, amori, complicità?
Anche in Justine 2.0 la Metropolitana di Roma e Stazione Termini erano presenti. Forse perché sono venuta a vivere qui giovanissima, per studiare all’Accademia di Arte Drammatica, e ho sostato a lungo nelle stazioni che perciò mi sono diventate familiari, o forse per l’eredità ligure di mio padre che diceva sempre che le regioni di frontiera hanno caro il viaggio, l’esplorazione, ma anche perché sono attratta dalla transitorietà dei rapporti umani, da certi incontri anche erotici consumati, o solo immaginati, in queste zone di passaggio, o di fuga. Termini è anche la casa dei senzatetto, degli spacciatori, delle persone al margine come gli scrittori, parlo di quelli che non trovano mai soddisfazione.
Parlando sempre dell’ambientazione, come i luoghi influenzano la narrazione?
In questo caso moltissimo. Volevo rendere il ritmo della metropolitana, la fretta, appunto, la transitorietà, e al contrario del passato ho usato il presente indicativo, frasi brevi, brevi digressioni e flash back, capitoli di cinque pagine al massimo che potessero essere letti dall’inizio alla fine anche durante un viaggio in Metro. I titoli dei capitoli, che sono alcune stazioni della Metropoiltana di Roma e nemmeno le più centrali, segnano la mappa della storia e dei sentimenti della protagonista, ogni luogo è un incontro, con Lara o con gli altri personaggi del racconto.
Mi piace molto il tuo tipo di scrittura, molto personale, sei una delle autrici più interessanti che ho letto. Pensi che la scrittura femminile in Italia sia giustamente valorizzata? Come scrittrice ti sei mai sentita vittima di sessismo?
Intanto, grazie di cuore, Giulia. Ma no, vittima non direi, anche perché finora non sono entrata in contatto con i Big dell’editoria. Credo, piuttosto, che questo mondo sia occupato sempre più frequentemente, per fortuna non sempre, da persone che con la letteratura hanno poco a che vedere, addetti ai lavori che scambiano sinossi per quarte di copertina, editor e Agenti che non per demerito, ma per età e mancanza esperienza, si permettono di trattare tutti come esordienti, quasi fossero investiti da un ruolo divino, quando l’unico merito che hanno è quello di aver frequentato una scuola di scrittura creativa che costa tantissimo. Ecco, ti garantisco che, avere a che fare con persone inesperte che valutano un autore solo in base alle mode letterarie e non al proprio fiuto, è frustrante quanto doversi concedere a un regista. Forse di più, perché nel secondo caso una possibilità di riuscita ce l’hai.
Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.
Sul comodino ho Fantasmagonia, il quarto consecutivo di Michele Mari. Lo splendido Tutto il ferro della torre Eiffel, sempre suo, con la deprimente carrellata di scrittori morti pazzi o suicidi, mi ha ricondotta a un pensiero positivo sulla scrittura: si scrive per divertirsi, intanto. Il prossimo sarà Buzzati, i racconti, già letto integralmente quand’ero ragazza e che Mari mi ha ispirato a rileggere. Non sono una lettrice onnivora né modaiola, quando scopro un autore devo leggerlo tutto e con calma. Mi è successo con la Morante, con Gary, Hemingway, Calvino, Gombrowicz, de Sade, Celine eccetera. Quando mi sento orfana di storie torno sempre ai grandi classici.
Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?
Attraverso la pratica spirituale che frequento abitualmente da trent’anni, intanto, e poi non piegandomi a firmare contratti iniqui e non cedendo alle mediazioni, al gusto degli altri, ai temi e alla scrittura ammiccante.
Provieni dal teatro, quale l’opera teatrale che hai amato di più?
Sicuramente il teatro Mittleuropeo, il monologo interiore e rivoluzionario di Signorina Else, o Girotondo, sempre di Schnitzler, che hanno a che fare con un’altra materia che amo, cioè la psicanalisi, e che ha lasciato qualche traccia anche in Conversazioni Sentimentali, sia nel personaggio di Franco, l’amante di Carola sia nell’elaborazione dei rapporti di potere che non hanno appartenenza di genere, ma sono microrelazioni di forza, naturali e umane, anche inconsapevoli, talvolta scandalose.
Quali sono i tuoi scrittori stranieri preferiti?
Ian McEwan, Romain Gary, Javier Marias. Tra i moderni. E non sono nemmeno tutti. Sì, la lista sarebbe ben più lunga.
Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?
Credo siano indispensabili una buona dose di memoria storica, curiosità, fantasia, empatia e umanità.
Ti piace la letteratura russa?
Avendo lavorato in teatro non ho potuto prescindere dallo studio dei grandi padri russi. Ho anche lavorato con dei Maestri russi durante l’ultimo anno alla Silvio d’Amico e trascorso alcune settimane a Mosca. Sul comodino ho un manualetto preziosissimo di Anton Cechov, grande Maestro nella scritura di racconti, Né per fama, né per denaro, una lettura che consiglio a tutti gli scrittori alla ricerca del successo. Del successo, eh, non della celebrità.
Hai un agente letterario? Per te è un amico, solo una relazione professionale, o vi lega un rapporto amore-odio?
Pur cercando disperatamente e da anni un Agente o un Editor Agente (anche pagando) non ho mai avuto questa “grazia sublime”, sebbene abbia un desiderio immenso di lavorare con qualcuno che sappia incanalare le mie energie, e magari aiutarmi a sistemare l’enorme quantità di materiale che nelle mie cinque ore di scrittura quotidiana si è accumulato. In Luiss, quando ero assistente di Roberto Cotroneo, ho vuto la fortuna di conoscere e lavorare con Agenti del calibro di Santachiara, ma quello è un altro pianeta, un sogno, un colpo di culo (lasciami passare il termine). Insomma no, ancora nessun colpo di fortuna.
Con i tuoi romanzi vuoi intrattenere i tuoi lettori o vuoi mandare un messaggio più profondo ai suoi lettori?
Per me non c’è una letteratura di intrattenimento. Esiste la Letteratura che mi dà da pensare, divertirmi, sognare, e poi una grande quantità di storie inutili. Racconto le mie esperienze, ciò che vedo e non mi piace e che nella realtà del racconto posso anche cambiare. Ho sicuramente un pensiero ben definito, dovuto all’esperienza, alle letture, all’interesse per la politica e alla enorme quantità di ore che trascorro in solitudine a pensare, e credo che, volontariamente o involontariamente, tutto questo finisca per far parte delle storie che racconto.
In Italia la gente non legge. Questo dicono le statistiche, le librerie che chiudono, il livello piuttosto basso di comprensione di un testo di significative percentuali di italiani. Da cosa pensi sia dovuto? E’ un problema interno dell’editoria tutta? O è legato più pragmaticamente alla crisi economica in atto?
A questo proposito mi piace citare Bianciardi, autore tra gli altri de “La vita agra”, e che ne “Il lavoro culturale”, era il 1957, lamentava la stessa situazione: librerie che chiudono, troppi scrittori e pochi lettori. Sicuramente i Social tolgono tempo alla lettura. Quando chiudo gli account, io che mi ritengo una buona lettrice, riesco a leggere il triplo. Ci sono poi le grandi catene di negozi, i supermercati del libro, la distribuzione in mano ai colossi che impedisce l’arrivo in libreria di romanzi diversi, magari più belli di quelli proposti dai Cartelli editoriali, magari no, chissà. Ma penso che l’errore sia anche nel tentativo di voler replicare certi successi, di mettere il libro in competizione con le serie TV, di confondere i generi, i mezzi, alla ricerca del “botto”e non della qualità. Credo che la gente sappia riconoscere le belle cose. Credo ci sia spazio per tutti.
Grazie Elena del tuo tempo e della tua disponibilità, nel ringraziarti ecco la mia ultima domanda. Mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri di scrittura.
Tra pochi mesi pubblicherò, stavolta senza editore e per scelta, una raccolta di racconti che si svolgono a Roma negli anni ’50, ritratti di uomini e donne che, nel segreto della propria esistenza e con il pudore tipico dell’epoca, coltivano con cura, ma anche con semplicità, certe scandalose manie. Come già detto, al momento non ho un porto sicuro dove ormeggiare, sono i lettori che mi indicano la direzione e che mi chiedono altre storie, e saranno loro a scrivere qualcosa sulla quarta di Proibito ‘50. Nell’attesa che scenda su di me la grazia sublime dell’Editor o dell’Agente, mi diverto.
Grazie infinite, Giulia, e complimenti per il Blog e la tua attività social.
:: E se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica di Claudio Giunta (il Mulino 2017) a cura di Daniela Distefano
6 febbraio 2018L’insieme di saperi che chiamiamo umanistici è un patrimonio del quale appare assurdo volersi privare. In uno dei saggi raccolti in questo volume ricordo la magnifica definizione che Guido Calogero ha dato della cultura classica, “questo formidabile strumento di vita”. Come rinunciare ai “formidabili strumenti di vita” che sono la letteratura, la poesia, l’arte e il pensiero del passato?
I saggi e gli articoli racchiusi in questo libro in parte sono inediti e in parte usciti negli ultimi anni in volumi miscellanei, giornali, riviste, blog. L’autore li ha insaporiti con qualche aggiustamento, qualche revisione, lasciando inalterato il profumo di una visione di insieme fresca e focalizzata. Al centro del suo ragionamento, il fluttuare delle più disparate opinioni in merito alla opportunità di dare ossigeno alla cultura umanistica, perché
la crisi che attraversiamo oggi non è tanto un fatto di quantità quanto un fatto di qualità, cioè un vero e proprio mutamento di paradigma: la scomparsa della poesia anche dai radar dei letterati, la sostituzione del pop alla musica classica, il primato delle lingue moderne sulle lingue classiche, delle scienze applicate su quelle teoriche, delle materie tecniche come l’economia e la giurisprudenza sulle discipline speculative.
Forse non si tratta di una vera e propria inversione di civiltà, quella di un tempo navigante nell’oceano letterario, quella attuale immersa nella Rete delle connessioni tecnologiche. Forse non è neanche un baratto, uno scambio, una sostituzione. Meglio non appesantire il già saturo brogliaccio delle prese di posizione, ci sono gli esperti, gli studiosi, c’è un mondo che si arrovella per far in modo che emerga una cosciente verità:
ciò che importa non è creare degli specialisti, ma comunicare una certa idea del sapere.
Come agire allora? Imporre un nuovo decalogo scolastico? Introdurre nei programmi annuali anche i fumetti? Le vite dei Santi? Tralasciare lo studio dei Secoli bui?
A scuola bisogna sì parlare della letteratura come del nostro patrimonio storico, ma bisogna anche usare la letteratura per ciò che essa ha da dire su come dovremmo vivere la nostra vita(..).”Il rosso e il nero”, o “Orgoglio e pregiudizio”, o “Il giorno della civetta” parlano alla coscienza di un adolescente con una immediatezza e una verità che i capolavori del Medioevo non possono avere.
E internet, come ha cambiato il difficile mestiere dello scrittore e il piacere irrinunciabile del lettore?
Scrivere per il web non è come scrivere un articolo per un giornale di carta, e scrivere un articolo per un giornale di carta non è come scrivere un libro: è comprensibile che l’attenzione e la cura aumentino progressivamente, dal primo all’ultimo passaggio, a mano a mano che aumentano il tempo d’esecuzione e l’ipotetica ‘durata’ del testo. E’ un fatto però che la gran parte dei testi che si scrivono e si leggono oggi si scrivono e si leggono direttamente su uno schermo.
Un testo lucido, coerente, rigoroso e insieme appassionante per chi vuole approfondire il ventaglio delle irregolarità mentali che sopraggiungono quando dobbiamo affrontare il delicato tema dell’istruzione, e di quella umanistica in particolare. I nostri giovani vanno rispettati nelle loro acerbe declinazioni, senza però rinunciare a dar loro un insegnamento da portare in valigia nel viaggio verso un mondo adulto e – si spera – saggio.
Claudio Giunta (Torino, 1971) insegna Letteratura italiana all’Università di Trento, ed è uno specialista di letteratura medievale (La poesia italiana nell’età di Dante, il Mulino 1998; Due saggi sulla tenzone, Antenore 2002; Versi a un destinatario, il Mulino 2002; Codici. Saggi sulla poesia del Medioevo, il Mulino 2005). Nel corso dell’ultimo decennio è stato visiting professor, tra l’altro, nelle università di Chicago, Tokyo (Todai), Sydney, Rabat, e ha insegnato come volontario alla Asian University for Women di Chittagong, nel sud del Bangladesh. È stato fellow dell’American Academy di Roma, dello Harvard Center for Renaissance Studies di Firenze e del Warburg Institute di Londra. Ha insegnato Didattica della letteratura nei corsi del TFA e del PAS organizzati all’Università di Trento; e insieme ad altri insegnanti del Trentino ha curato un seminario dal titolo Cosa insegnare a scuola. I suoi ultimi libri sono: un saggio sul mercato dell’arte e la retorica connessa (Come si diventa ‘Michelangelo’, Donzelli 2011); un commento alle Rime di Dante (Meridiani Mondadori 2011); una raccolta di saggi sull’Italia (Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo, il Mulino 2013); un reportage sull’Islanda (Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, Quodlibet-Humboldt 2014), un libretto su Matteo Renzi (Essere #matteorenzi, il Mulino 2015), un romanzo noir (Mar Bianco, Mondadori 2015), un manuale-antologia di letteratura per il triennio delle scuole superiori (Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura, 4 volumi, Garzanti Scuola 2016). Collabora regolarmente al “Sole 24 Ore” e a “Internazionale”. Condirige la “Nuova rivista di letteratura italiana”.
Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa il Mulino.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
:: Non stancarti di andare di Teresa Radice e Stefano Turconi (Bao Publishing 2017) a cura di Elena Romanello
5 febbraio 2018La coppia artistica e nella vita composta da Teresa Radice e Stefano Turconi è tornata in libreria con una nuova graphic novel per Bao Publishing, dove lo storico Il porto proibito, con Non stancarti di andare, una storia completamente diversa, di ambientazione contemporanea ma non per questo meno interessante, anzi.
Iris e Ismail stanno insieme da alcuni anni, dopo che si sono conosciuti durante un viaggio di lei in Siria: lei è un’illustratrice, lui è un insegnante. Lei mette su casa a Verezzi, nella dimora degli antenati italiani dell’irrequieta madre Maite, lui deve andare a Damasco per sistemare le ultime cose per rendere definitiva la sua permanenza in Italia, con un lavoro e una famiglia da costruire. Ma in Siria sta per scoppiare la guerra civile e Ismail resta intrappolato là, non riuscendo a dare sue notizie, mentre Iris scopre di essere incinta. Durante i nove mesi della gravidanza di Iris si intrecciano varie storie, quella di Ismail che cerca di tornare, quella di Iris che vuole scoprire qualcosa di più sul passato della sua famiglia, quella della nonna di Iris che emigrò da bambina in Argentina per non tornare più, quella della madre di Iris, Maite, che dovette scappare invece dall’Argentina che inghiottì tra i desaparecidos i suoi genitori, insegnanti colpevoli di volere un mondo migliore, quella di Tiziana, ginecologa e migliore amica della madre di Iris fin dalla loro turbolenta giovinezza fatta di lotte e occupazioni, che sceglierà ad un certo punto di andare ad aiutare i profughi che sbarcano a Lampedusa.
Una storia complessa, con echi di Garcia Marquez e di Isabel Allende, dove si parla di amore, maternità, impegno sociale, passato e presente, in un volume che si divora ma su cui bisogna anche soffermarsi, dove tinte pastello o psicheliche o seppiate raccontano vari momenti e luoghi, in un’alternanza di piani narrativi e di momenti, per raccontare come le vite centrino l’una con l’altra, come ci sia continuità tra il passato, il presente e il futuro, come la lontananza sia alla fine un percorso da annullare per restare più vicini.
Non stancarti di andare parla dell’oggi, di un mondo da un lato sempre più piccolo e dall’altro sempre più distante e dell’ieri, della ricerca di sé, del ritorno a casa, della trasmissione di ricordi e altro tra generazioni, di cosa è cambiato e cosa è rimasto uguale nei decenni, in una storia che appassiona, per ricordare cosa è stata la nostra epoca e cos’è oggi, particolare ma alla fine universale di tutte le storie che formano il genere umano.
Teresa Radice e Stefano Turconi nascono entrambi nella Grande Pianura, a metà degli anni ’70… ma s’incontrano solo nel 2004, grazie a un topo dalle orecchie a padella e a una pistola spara-ventose. Lei, per vivere, scrive storie; lui le disegna. Si piacciono subito, si sposano l’anno seguente. Scoprendosi a vicenda viaggiatori curiosi, lettori onnivori e sognatori indomabili, partono alla scoperta di un bel po’ di mondo, zaino e scarponi. Dal camminare insieme al raccontare insieme il passo è breve. Le prime avventure a quattro mani sono per le pagine del settimanale Disney “Topolino”: arrivano decine di storie, tra le quali la serie anni ’30 in 15 episodi Pippo Reporter (2009-2015), Topolino e il grande mare di sabbia (2011), Zio Paperone e l’isola senza prezzo (2012), Topinadh Tandoori e la rosa del Rajasthan (2014) e l’adattamento topesco de L’Isola del Tesoro di R.L.Stevenson (2015). Nel 2011 si stabiliscono nella Casa Senza Nord – a 10 minuti di bici dalle Fattorie, a 20 minuti a piedi dal Bosco, a mezz’ora di treno dal Lago – e piantano i loro primi alberi. Nel loro Covo Creativo, i cassetti senza fondo straripano di progetti: cose da fare, posti da vedere, facce da incontrare. Nel 2013 esce Viola Giramondo (Tipitondi Tunué, Premio Boscarato 2014 come miglior fumetto per bambini/ragazzi, pubblicato in Francia da Dargaud). I frutti più originali della loro ormai decennale collaborazione hanno gli occhi grandi e la testa già piena di storie. I loro nomi sono Viola e Michele. Per Bao Publishing hanno già pubblicato Il porto proibito.
Source: omaggio della casa editrice, si ringrazia l’Ufficio stampa.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
:: Tè della principessa Sissi e Arabesque di Alessia Gazzola
5 febbraio 2018
Continua la mia collaborazione con Peter’s TeaHouse, l’azienda mi ha dato fiducia nella persona di Mattia responsabile vendite e marketing, che qui pubblicamente ringrazio, e ho così ricevuto i campioni di cinque nuovi tè (sempre neri, come da mia preferenza, ma non escludo in futuro, se continuerò la collaborazione, di provare anche i verdi e le tisane).
L’azienda produce tè di qualità superiore, quindi tutto dipende dai vostri gusti personali quali scegliere per una piacevole pausa di relax. Cercherò così di esporre le varie particolarità di ciascun tè, e già vi anticipo che il mio preferito di questa tornata è Bosco d’estate tè nero (e sì li ho già assaggiati tutti, ma farò degustazioni più approfondite man mano che scriverò gli articoli, la quantità di tè presente in ogni bustina, questa volta non trasparente ma verde, con un gancetto dorato per chiuderla e preservarne l’aroma, lo permette), per aiutarvi ad effettuare la scelta.
Oggi ho deciso di iniziare con Principessa Sissi Tè nero.
E’ un tè nero delicatissimo, vellutato, dolce e femminile, di colore rosso intenso, dall’aroma fruttato, lievemente profumato in tazza, composto da una miscela di tè nero proveniente da Ceylon e dalla Cina, con pezzetti essiccati di albicocca e fiori di girasole.

Tra le sue particolarità, una curiosità storica, si tramanda che fosse il tè preferito della Principessa Sissi. Poco importa che mai la chiamarono davvero Sissi, è un soprannome che prese piede grazie alla popolare interpretazione di Romy Schneider nel ciclo di film dedicati alla sfortunata imperatrice d’ Austria. Così oggi è conosciuta e questo tè prende il suo nome.
Valore nutrizionale 100 ml:
energia 2kj = cal
grassi =g (saturi 0 gr)
Carboidrati 0 gr
zuccheri 0 gr
proteine 0,1 gr.
Data di scadenza del mio lotto 09 /09/ 2020
Costa € 5,30 all’etto. Potete acquistarlo qui
Per una preparazione ottimale
vi rimando agli articoli precedenti qui:
https://liberidiscrivere.com/tag/peters-teahouse/
Consigliati:
Un cucchiaio di tè per persona.
Temperatura dell’acqua di 95 °.
Tempo di infusione dai 3 ai 4 minuti.
Una zolletta di zucchero.
Curiosità storica

Personaggio affascinante quello della principessa Sissi, Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, dopo le nozze con Francesco Giuseppe imperatrice d’Austria, donna bellissima (e non è un’ esagerazione, o un modo di dire, molti dipinti e fotografie lo testimoniano), dalla chioma leggendaria, sensibile e di estrema intelligenza. Visse una vita sacrificata, tra gli agi, i balli e viaggi sì, ma anche tra gli stretti dettami di corte, che limitavano il suo spirito libero, anticonformista e indipendente. E su queste caratteristiche del suo carattere molto incise l’educazione assai moderna e liberale per i tempi che le diede suo padre l’ altezza reale il duca Massimiliano Giuseppe in Baviera, (personaggio altrettanto avventuroso e affascinante).
Tra i suoi molteplici interessi l’essoterismo, la natura, i cavalli, la scherma, e la fotografia.
Tante le tragedie che costellarono la sua vita, la più grande fu certamente la morte dell’adorato figlio Rodolfo, morto suicida insieme all’amante, la baronessa Maria Vetsera, a Mayerling nel 1889. E la sua, fu uccisa il 10 settembre 1898 a Ginevra, in Svizzera, dall’anarchico italiano Luigi Lucheni, colpita al cuore con una lima. Ironia della sorte volle che seppure simbolo dell’ impero asburgico, mai nessuno come lei, perlomeno all’interno della corte, operò per l’indipendenza dei regni soggetti all’Austria, e per la giustizia sociale.
Tuttavia questi fatti drammatici non offuscarono la luce che emanò questa donna, ancora oggi al centro di romanzi, biografie, film, programmi televisivi e studi storici.
Mentre lo bevete, pensate che lo beveva anche lei!
Consiglio goloso
Per ravvivare un tè decisamente morbido e delicato consiglio di abbinarlo a dei piccoli biscottini di zenzero e cannella, cosparsi di zucchero a velo. Il sapore speziato dei biscotti costituisce un piacevole contrasto, e saprà soddisfare anche i palati più raffinati. Tra le ricette consiglio quella del blog La cucina italiana ricetta facile e veloce mandata dalla loro lettrice Clelia. Oltre che buoni sono di grande impatto coreografico e visivo. Insomma se dovete servire un tè elegante con teiere d’argento e tazze e piattini di finissima porcellana smaltata, il successo è assicurato. Ma anche per tè più rustici, perchè no. E soprattutto è indicato l’ abbinamento per i bambini. In questo caso le forme dei biscotti possono essere quelle di allegri e divertenti pupazzetti.
E ora veniamo al mio consiglio di lettura
Consiglio di sorseggiare il tè Principessa Sissi Tè nero leggendo “Arabesque” di Alessia Gazzola, edito da Longanesi.
Source libro: libro inviato dall’editore, si ringrazia Tommaso, Gaia e Jacopo dell’ Ufficio Stampa Longanesi.
Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.
:: Ciao Giovanni
2 febbraio 2018
Dopo lunga malattia è morto oggi Giovanni Choukhadarian, per un piccolo periodo anche collabotore di Liberi di scrivere, e non mancava anno che non ci consigliasse i suoi 5 libri da regalare a Natale. Personalmente lo ricordo per la sua fede, e per il suo amore per la poesia e la musica. Per chi volesse dargli l’ultimo saluto, i funerali sono domani sabato 3 febbraio al Santuario della Madonna Miracolosa in piazza Gastaldi nel centro storico di Taggia, alle ore 15.
:: Il linguaggio mafioso. Scritto, parlato, non detto di Giuseppe Paternostro (AutAut Edizioni, 2017) a cura di Irma Loredana Galgano
2 febbraio 2018Un saggio, Il linguaggio mafioso di Giuseppe Paternostro, che lo stesso autore definisce non scientifico ma divulgativo, nella accezione più alta, ovvero quella «di diffondere una conoscenza al più vasto pubblico possibile». Un libro che racconta «storie di mafia e di antimafia» ma che, soprattutto, narra degli uomini di mafia chiamandoli, finalmente, come andrebbero sempre appellati: «uomini del disonore». Altro che “onore” e “rispetto”.
Gli strumenti utilizzati da Paternostro per analizzare il fenomeno mafioso sono quelli a lui più consoni, per vocazione e professione. Sociolinguistica, linguistica testuale e pragmatica della comunicazione, «in grado di far luce sulle componenti essenziali della comunicazione umana». L’intera analisi portata avanti dall’autore non perde mai di vista il “vizio” all’origine di un esame di questo tipo, ovvero il fatto che entrambe le comunicazioni mafiose (interna ed esterna) e relativi sottogruppi non sono mai o quasi spontanee, falsate da quello che in realtà gli attori vogliono sia inteso o interpretato.
Il fine prefissosi da Paternostro sembra essere stato raggiunto ottimamente. «Esiste un linguaggio mafioso o piuttosto un linguaggio dei mafiosi o della mafia?», si chiede l’autore cercando le dovute risposte. Il linguaggio esiste come il gruppo che lo definisce e la società che sembra assimilarlo sempre più. Anche per ciò l’autore sottolinea l’importanza di dare più peso «alle questioni legate al rapporto fra usi linguistici e contesto rispetto alle strutture linguistiche in sé». Tenendo sempre presente l’evoluzione costante della mafia come del suo linguaggio.
Un saggio interessante, Il linguaggio mafioso di Giuseppe Paternostro, pensato e scritto davvero per essere quanto più divulgativo e accessibile possibile. Un libro che indaga un fenomeno, quello mafioso, attraverso il suo linguaggio anche perché necessario, visto che ancora oggi una grandissima parte dell’opinione pubblica «ha una percezione distorta» di esso, legata spesso «alla rappresentazione che di esso hanno dato», media cinema e tv in primis ma anche libri videogame e via discorrendo fino ad arrivare alla percezione di sé che trasmettono gli stessi attori e agenti afferenti ai vari clan.
Giuseppe Paternostro: ricercatore di linguistica italiana all’Università di Palermo, dove insegna Analisi dei testi pubblici. Si interessa alla sociolinguistica dell’Italia contemporanea e ai rapporti fra lingua, discorso e identità.
Source: pdf inviato dall’ editore. Ringraziamo l’ufficio stampa AutAut.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.






























