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:: Le assaggiatrici di Rosella Postorino (Feltrinelli 2018) a cura di Marcello Caccialanza

29 marzo 2018
Le assaggiatrici di Rosella Postorino

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Le assaggiatrici, eccentrico ed alquanto curioso romanzo, edito dalla Casa Editrice Feltrinelli e scritto per mano dall’autrice Rosella Postorino, è senza ombra di dubbio un interessante viaggio nella Germania Nazista, vissuto e narrato in un’ottica nuova ed accattivante, capace, a mio avviso, di spiazzare lo stesso lettore che ne rimane ipnotizzato ed affascinato.
Non è dunque la solita narrazione stereotipata e racchiusa nei soliti clichè che a lungo andare ti lasciano indifferente e sterile d’innanzi ad eventi che dovrebbero essere sempre in grado di scuoterti e farti riflettere. Cosa che la scrittrice nella novità della sua narrazione ha fatto in modo esemplare!
Rosa Sauer è una giovane donna che risiede d’abitudine in una fredda caserma nazista. Suo compito ingrato è quello di assaggiare, alla moda dei grandi imperatori romani e dello stesso Bonaparte, i piatti destinati al palato di Hitler per accertarne la non alterazione.
Ma come in un buon romanzo che si rispetti, l’autrice inserisce anche un’appassionante liaison amorosa come pregevole cameo. Infatti tra Rosa e il crudele comandante della caserma nascerà un vero e proprio legame affettivo, tanto speciale quanto conturbante!

Rosella Postorino (Reggio Calabria, 1978) è cresciuta in provincia di Imperia, vive e lavora a Roma. Ha esordito con il racconto In una capsula, incluso nell’antologia Ragazze che dovresti conoscere (Einaudi Stile Libero, 2004). Ha pubblicato i romanzi La stanza di sopra (Neri Pozza, 2007; Premio Rapallo Carige Opera Prima), L’estate che perdemmo Dio (Einaudi Stile Libero, 2009; Premio Benedetto Croce e Premio speciale della giuria Cesare De Lollis) e Il corpo docile (Einaudi Stile Libero, 2013; Premio Penne), la pièce teatrale Tu (non) sei il tuo lavoro (in Working for Paradise, Bompiani, 2009), Il mare in salita (Laterza, 2011) e Le assaggiatrici (Feltrinelli, 2018). È fra gli autori di Undici per la Liguria (Einaudi, 2015).

Source: libro del recensore.

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:: Angina d’amour di Giulio Maffii (Arcipelago Itaca 2018) a cura di Nicola Vacca

29 marzo 2018
Angina d'amour

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Giulio Maffii scrive poesie dal disincanto di un universale vuoto d’amore.
Il poeta sta con gli occhi aperti della disillusione nel progetto di un freddo perenne, caro a Cosimo Ortesta, uno dei suoi poeti preferiti.
Angina d’Amour è la sua nuova raccolta in cui il poeta toscano si muove intorno alle ferite e all’eutanasia del concetto di amore.
Versi taglienti e essenziali in cui il sentimento amoroso crepa per l’insufficienza delle relazioni umane.
Nelle parole di Giulio il gelo fa più male dell’assenza e davanti all’abisso che inghiotte tutto la poesia brucia e consuma ogni cosa di questa vita di cui non rimane niente.
Attraverso la poesia Maffii ci dice che in nessun luogo siamo al sicuro, perché siamo contenitori di menzione che già da tempo abbiamo dissipato ogni forma d’amore.
Angina d’Amour è il libro spietato di un poeta che non ha paura di guardare in faccia le negazioni nichilistiche del suo tempo.
La sua poesia nasce proprio dalle negazioni e dal massacro del contemporaneo di cui noi siamo sillabe mancanti.
Nei versi di Maffii si trova la serena disperazione di Umberto Saba, la nudità esistenziale di Eliot che denuncia l’incapacità degli uomini di cantare l’amore.

«Siamo dentro luoghi guasti /nella disaffezione carnale /All’angolo bucce di frutta /e sterco e granito».

Nella poesia di Giulio Maffii l’inverno sostituisce un altro inverno e sarà sempre più difficile colmare questo vuoto d’amore dove siamo precipitati. Siamo solo in grado di esprimere una feroce mimica del legno in cui ci lecchiamo in silenzio le ferite, assistendo impotenti all’amore che muore ogni giorno a causa di infarti infiniti, quelli dei nostri cuori che non sopravvivono al peso mortale di un’assenza:

«La prima notte facemmo l’amore / tre volte ma si tratta di un errore / un semplice sbaglio nel conteggio /del resto parliamo di un filo /con poca matematica tra pelle /e pelle che si strofina /quindi l’amore è statica / oppure calamita /ma non si può contare /od indossare cambiando taglia / È una foglia per coprire /le nudità o l’odore di vecchio /Del resto non hai ricordo /di quella prima notte confusa /nella trigonometria sentimentale /numeri primi /come il tre /accendono lo sguardo algebrico /di me di te e di sé».

Nel progetto di un freddo perenne troviamo il poeta che ci racconta come la felicità non guarisce ma soltanto sposta il dolore.

Giulio Maffii dorme abitualmente dal lato della porta, ma non disdegna il lato opposto. Osserva il mondo dagli zigomi delle finestre, dai balconi, dai finestrini d’auto. Spesso ci scappa un porticato. Adora attraversare corridoi. Vive e scrive. Studia e narra. Si può trovare di frequente sul web. Incentiva la piccola editoria, però quella seria e appassionata: qui pubblica volentieri. Ogni tanto accetta di buon grado premi, passeggiando tra l’odore amaro delle felci o incontrando sul cammino le mucche che non leggono Montale. Prova ad essere saggio preferibilmente a giorni alterni.

Source: libro del recensore.

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Nota: Attualmente non disponibile, ma ordinabile (previsti 15/20 giorni lavorativi).

:: La luce in fondo al tunnel – Dialoghi sulla vita e la modernità di Zygmunt Bauman (Edizioni San Paolo 2018) a cura di Giulietta Iannone

28 marzo 2018
La luce in fondo al tunnel_cover

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Socrate per primo, secondo quanto riportato da Platone, introdusse il dialogo come metodo dialettico di ricerca filosofica. Non stupisce che dopo secoli sia ancora il metodo migliore per veicolare pensieri, idee, teorie, spesso di difficile comprensione se non nettamente rifiutate o avversate.
La luce in fondo al tunnel riporta, perlomeno nella parte centrale del volume, una lunga conversazione, finora inedita, tra Zygmunt Bauman e Mario Marazziti, giornalista e editorialista del Corriere della Sera, svolta a Antwerpen nel settembre del 2014. Fatta di domande e di risposte. Ma più di un’ intervista, più creativa. Insomma il dialogo è in essere, apportano idee, e pensieri entrambi gli interlocutori, a volte concordi, a volte non del tutto.
Oltre a questa conversazione, il testo contiene riflessioni, e contributi di Bauman ai lavori dell’ Incontro internazionale uomini e Religioni Peace is the future, e dell ‘Incontro internazionale uomini e Religioni Sete di Pace: religioni e culture in dialogo tenutosi ad Assisi nel settembre del 2016. Chiude un saggio conclusivo di Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’ Egidio, dal titolo Papa Francesco e Zygmunt Bauman.
Zygmunt Bauman non ha bisogno di grandi presentazioni, è stato un filosofo e sociologo polacco, di origini ebraiche, ateo, di formazione marxista, trasferitosi a insegnare in Inghilterra, teorico della “società liquida”.
Come sintetizza in modo chiaro e conciso nell’ introduzione il professore di Storia delle relazioni internazionali Luca Riccardi, se vogliamo capire il cuore del pensiero di questo “eroe intellettuale del nostro tempo”, dobbiamo abbandonare o usare in modo diverso le categorie interpretative del passato.
La globalizzazione, l’individualismo estremizzato che si oppone al concetto di comunità, la porzione di umanità che definisce ridondante, le vite di scarto, le migrazioni, la paura, l’incertezza, la memoria, il ruolo degli anziani, sono tutti temi che Bauman affronta sentendosi non un osservatore privilegiato, ma parte dell’ umanità in cammino.
Fino all’incontro decisivo con il pensiero di Papa Francesco, la luce infondo al tunnel del titolo, capace di rischiarare il pessimismo strutturale che intride le riflessioni e le conclusioni del sociologo polacco.
Perché non ostante le difficoltà, la crisi in cui versa la società contemporanea, bisogna sempre immaginarsi una luce alla fine del tunnel, che forse non vedremo noi, ma le generazioni che ci succederanno.
L’importanza del dialogo è centrale nel pensiero di Bauman, e accomuna in modo sostanziale e indissolubile il sociologo e Papa Francesco, seppure così diversi per formazione e percorsi di vita. Il dialogo è l’unica strada percorribile per raggiungere la pace, condizione necessaria e indispensabile perché l’umanità abbia un futuro.
Da leggere per comprendere il pensiero lucido e scevro da preconcetti di uno dei pensatori più importanti e influenti del nostro tempo. Con una profezia se vogliamo racchiusa nelle pagine: se Papa Giovanni Paolo II ha contribuito, non unico attore in un gioco di complesse congiunture geopolitiche, alla caduta del comunismo, Papa Francesco farà altrettanto con il capitalismo. Staremo a vedere.

Zygmunt Bauman è nato a Poznań nel 1925 in una famiglia di origini ebraiche. Rifugiatosi in Unione Sovietica allo scoppio della Seconda guerra mondiale, rientrò in Polonia al termine del conflitto e si laureò in sociologia all’università di Varsavia. Nel 1968, in seguito a un’epurazione antisemita, emigrò dapprima a Tel Aviv e poi a Leeds, dove ottenne una cattedra di sociologia. Da allora ha quasi sempre pubblicato le sue opere in inglese, ottenendo particolare riscontro soprattutto dopo l’abbandono dell’insegnamento. La sua reputazione crebbe rapidamente verso la fine degli anni Ottanta, e oggi è considerato tra i più grandi teorici della società del XX secolo. Particolare notorietà ha assunto il suo concetto di società “liquida”: l’incertezza dei nostri tempi moderni e la trasformazione dei cittadini in consumatori hanno come conseguenze la fine di ogni certezza e una vita sempre più frenetica e sottomessa all’esigenza di adeguarsi alle scelte della maggioranza, pena l’esclusione dal gruppo.

Luca Riccardi è professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università di Cassino e del Lazio meridionale. È specializzato nello studio della politica estera italiana del XIX e XX secolo.

Mario Marazziti dirigente Rai, giornalista, editorialista del Corriere della Sera e già portavoce della Comunità di Sant’Egidio, è deputato al Parlamento Italiano. Attualmente è Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera.

Andrea Riccardi ha fondato, nel 1968, la Comunità di Sant’Egidio, conosciuta per il suo impegno nel campo della pace, del dialogo interreligioso e dell’evangelizzazione in oltre settanta Paesi. Storico, professore emerito di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi Roma Tre, è noto anche per i suoi studi sulla Chiesa in età moderna e contemporanea.

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

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:: Il suo nome quel giorno di Pietro Spirito (Marsilio 2018) a cura di Viviana Filippini

28 marzo 2018
Il suo nome quel giorno

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Vi siete mai chiesti come sarebbe scoprire che il vostro vero nome non è quello che avete sempre usato, e che le persone che avete sempre chiamato mamma e papà, in realtà non sono i vostri genitori? È lo shock che accade a Giuliana la protagonista di “Il suo nome quel giorno” di Pietro Spirito, edito da Marsilio. Giuliana, sposata con un bambina, vive in Sudafrica, dov’è cresciuta in armonia grazie ad  una famiglia benestante di origini italiane. Quando i genitori muoiono, Giuliana scopre, non solo che la madre e il padre non sono i suoi veri genitori, ma che il suo nome non è quello da sempre usato. Giuliana in realtà si chiama Giulia ed è figlia di una donna che l’ha concepita in un campo di profughi della Venezia Giulia e che non ha esitato a venderla, come un mero oggetto, per avere dei soldi in cambio. Giuliana resta sconvolta da tale verità, ma questo non le impedisce di raccogliere le sue cose e di partire alla ricerca della sua vera madre. Prima di lasciare l’Africa, la protagonista usa il web per contattare tutti gli archivi possibili e immaginabili per trovare informazioni, e dopo centinaia di migliaia di mail, finalmente, una risposta arriva. Lui è Gabriele -archivista alla cassa pensionistica dei marittimi- pronto ad aiutarla. Quello compiuto da Giuliana/Giulia è un viaggio alla ricerca delle proprie radici, per dare un senso ad un passato che credeva di conoscere, ma che non è quello che ha sempre creduto. La protagonista è determinata, lei vuole scoprire e incontrare i suoi veri genitori. Questo suo bisogno non avrà vita facile, perché dovrà scontrarsi con la chiusura di Vera, sua madre biologica che non sarà così contenta di rivedere quella bambina, diventata donna, che lei abbandonò quaranta anni prima. “Il suo nome quel giorno” di Pietro Spirito è costruito con una perfetta alternanza tra presente e passato, dove la vita di Giuliana/Giulia si alterna a quella della madre biologica Vera nel campo profughi negli anni Cinquanta. Pagina dopo pagina il lettore scopre la dura vita che Vera fu costretta ad affrontare in quanto sfollata e esule. Povertà, ristrettezze economiche, un lavoro che non sembrava mai arrivare, relazioni non sempre d’amore saltuarie, incomprensioni con i genitori e con il mondo che sembrava non volere, o meglio, riposizionare nella società gli esuli. Poi l’inaspettata gravidanza che mette in crisi, in modo ancora maggiore, l’esistenza di Eva. Una vita nuova che arriva ma che non si è pronti ad accogliere e crescere. Una madre troppo giovane (Eva) che, nonostante tutto, decide di far nascere la figlia e di cederla ad altri, forse non per non amore, ma per dare un domani migliore alla piccola Giulia. Il romanzo di Pietro Spirito analizza il vissuto di diverse generazioni e quando figlia e madre si troveranno a confronto, per Giuliana/Giulia tante verità saranno svelate, ma tanti altri dubbi e perplessità verranno a galla. Di certo è che la voglia di conoscere le proprie origini da parte della protagonista non trova lo stesso entusiasmo nella madre Vera, che sembra chiudersi sempre più in se stessa, dimostrando di essere ben decisa nel non voler riallacciare i rapporti con Giuliana/Giulia cresciuta nel suo corpo anni prima. “Il suo nome quel giorno” di Pietro Spirito è un romanzo che affronta una parte della storia italiana non ancora abbastanza conosciuto. Allo stesso tempo ci presenta un umanità fragile, messa a dura prova dalla vita, dove nessuno è davvero vincitore e vinto, eroe o colpevole. Direi che tutti i personaggi sono dei sopravvissuti al corso della vita, che a volte prende pieghe inaspettate e ben diverse da quello i personaggi – e anche noi- vorremmo.

Pietro Spirito nato a Caserta nel 1961, vive a Trieste. È giornalista alle pagine culturali del «Piccolo». Collabora con la Rai per programmi radiofonici e televisivi. Tra i suoi libri più conosciuti: Le indemoniate di Verzegnis (Guanda 2000, Premio Chianti), Speravamo di più (Guanda 2003, finalista al Premio Stega), Un corpo sul fondo (Guanda 2007), Il bene che resta (Santi Quaranta 2009), L’antenato sotto il mare (Guanda 2010). Fra i reportage ha pubblicato Squali! Viaggio nel regno del più grande e temuto predatore dei mari, diario di una spedizione in Sudafrica (Greco&Greco 2012) e Nel fiume della notte, viaggio dalle sorgenti alla foce del Timavo, tra Italia e Croazia (Ediciclo 2015).

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a tutto lo staff dell’ufficio stampa Marsilio.

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:: Il giudizio di Salomone di Patrick Weiller (Mondadori Electa 2018) a cura di Marcello Caccialanza

28 marzo 2018
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Il giudizio di Salomone” di Patrick Weiller edito dalla Electastorie è un interessantissimo romanzo che prende spunto da un curioso ritrovamento: una Scena biblica delle scuola del XVII° secolo.
E chi ha la fortuna e nello stesso tempo l’inquietante onere di tale scoperta?
Protagonista assoluto di questa misteriosa vicenda è dunque un antiquario parigino che trova questo scioccante dipinto ad un’asta di provincia. Certamente lui stesso incarna un professionista di dubbia capacità e di scarso successo, che nella sua drammaticità esistenziale, appare all’occhio di un attento lettore, tanto sconfitto quanto un “vinto” del ciclo vergano!
A suo modestissimo parere il cosiddetto inaspettato manufatto potrebbe essere un vero e proprio capolavoro in grado di riportarlo in auge nell’élite del suo medesimo ambiente di lavoro!
Ma purtroppo i vani sogni di gloria del povero antiquario parigino si sciolgono come neve al sole già al momento dell’acquisto, in quanto contrattempi e ritardi la fanno da padrone.
Figuriamoci poi l’alquanto delicata fase dell’identificazione dell’opera, una vera e propria tragedia senza fine! Infatti questa Scena biblica nasconderà una sorta di vespaio assai complicato da dipanare: malaffare, sesso e denaro saranno gli indiscussi ingredienti di un noir che via via si tingerà sempre più rosso sangue.
Da non perdere per godibilità e suspance!

Patrick Weiller, psichiatra e scrittore, è stato un mercante d’arte. Vive e lavora a Parigi, dove ha già pubblicato quattro romanzi noir. Questo è il primo libro pubblicato in italiano.

Source: libro del recensore.

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:: Quattro uomini in fuga di Gianfranco Calligarich (Bompiani 2018) a cura di Nicola Vacca

27 marzo 2018
Quattro uomini in fuga

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Quattro amici spiantati e sgangherati che vivono nella nebbia e nella noia di un piccolo paese padano decidono di dare una svolta alle loro esistenze monotone.
Stanchi di trascorrere le loro serate in un bar, mettono in scena la svolta con una serie di peripezie rocambolesche.
Questa è la trama di Quattro uomini in fuga, il nuovo romanzo di Gianfranco Calligarich.
L’estensore delle memorie picaresche è uno di loro. Si fa chiamare Casablanca, un nome scelto per rendere omaggio alla sua grande passione per il cinema.
Ma anche gli altri tre personaggi sono unici e singolari: Paolo, il figlio agiato di un allevatore, lo scanzonato Sauro con i suoi maglioncini in chachemire e Elio, il taccagno gestore di un negozio di mangimi.
Casablanca, dalla sua stanza sopra il garage, racconta nelle sue confessioni picaresche le disavventure della comitiva.
Calligarich scrive una vicenda tragicomica dove l’ironia e la malinconia si combinano in una miscela esplosiva di buonumore che travolge il lettore.
La vicenda ha inizio con il rapimento di Short Horn, un prezioso toro da monta.
Il sequestro ha vita breve. Dopo aver nascosto il toro in un albergo, i quattro amici sprovveduti subiscono il ricatto del portiere che si è accorto di tutto e li costringe a cedergli una dose del prezioso sperma dell’animale.
Alla fine i quattro sono costretti a liberare il toro che farà una brutta fine.
Dopo quest’episodio Paolo decide di vendere la sua Ferrari per fuggire a Roma. Coinvolge nel progetto i suoi inseparabili compari. A Roma decidono di dare vita a un teatro off. La particolarità è che questo teatro è situato in una fontana del Seicento.
Nella Capitale i quattro amici costruiranno con le loro mani il proprio fallimento. Nell’avventura teatrale entrano altri personaggi unici, eclettici e singolari. Calligarich è bravo nel tratteggiarli con geniale ironia e umorismo.
Nel raccontare le avventure rocambolesche dei quattro spiantati, l’autore costruisce una storia avvincente e mai noiosa dove il buonumore è il collante che tiene insieme gli esilaranti imprevisti in cui i quattro personaggi cadranno sempre accorgendosi alla fine che nulla è andato per il verso giusto.
Quattro uomini in fuga è un libro ricco di personaggi unici. È un godibile romanzo picaresco e divertente e non cede mai a nessuna retorica.
Casablanca scrive le sue confessioni picaresche come il tentativo di alleviare l’avvilimento che lo assale quando esce da garage per vagare tra i rifiuti sul greto del Tevere, che con le debite e rispettose proporzioni si paragona a Ismaele di Moby Dick, che andava sulle spiagge a guardare gli sconfinati spazi quando sentiva vuota la sua vita.
Gianfranco Calligarich si conferma uno scrittore legato alla migliore tradizione novecentesca.
Nell’epica quotidiana dei quattro amici in fuga da se stessi si ride e soprattutto ci si emoziona. A libro chiuso vengono alla memoria le pagine più belle di Piero Chiara o alcune situazioni umoristiche di Luigi Pirandello.

Gianfranco Calligarich, nato ad Asmara da una famiglia cosmopolita di origine triestina, è cresciuto a Milano per poi trasferirsi a Roma dove ha lavorato come giornalista e sceneggiatore. Ha firmato per la RAI numerosi sceneggiati, tra cui Storia di Anna, La casa rossa, Tre anni, Il colpo, Piccolo mondo antico. Nel 1994 ha fondato a Roma il Teatro XX Secolo. I suoi testi teatrali Grandi balene e Solo per la tua bocca hanno vinto il Premio Istituto del Dramma Italiano e il Premio Antonelli Castilenti. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate in città (Garzanti 1973, Premio Inedito, Aragno 2010, Bompiani 2016), Privati Abissi (Fazi 2011, Premio Bagutta), Principessa (Bompiani, 2013), Posta Prioritaria (Garzanti 2003, Bompiani 2015) e La malinconia dei Crusich (Bompiani 2016) e nel 2017 è stato finalista ai premi Grinzane, Manzoni e vigevano e vinto il premio Viareggio – Repaci e il premio Fiuggi.

Source: libro inviato dall’ufficio stampa al recensore con dedica dell’autore.

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:: Philip Kerr (Edimburgo, 22 febbraio 1956 – 23 marzo 2018)

26 marzo 2018

Philip Kerr

:: Il mio primo libro di stoffa – Le figure di Francesca Ferri (Gallucci, collana Lìbrido, 2018) a cura di Maria Anna Cingolo

26 marzo 2018
Le figure

Foto Credit Maria Anna Cingolo

L’editore romano Gallucci pubblica “Le figure”, un libro di stoffa per bambini da 0 a 3 anni.
Il libro è costituito da sei pagine che illustrano una formica, una farfalla, una chiocciola, uno scoiattolo, una volpe e un gufo ai quali si aggiunge una gallina che trova spazio sulla copertina. La raffigurazione bidimensionale appare più adeguata rispetto alla costruzione di prospettive e tiene in considerazione che le competenze visive dei bambini variano a seconda dell’età ed evolvono progressivamente. Pertanto, immagini non sovraccaricate consentono una comprensione intuitiva e semplice che non richiede al bambino un’elaborazione faticosa. Analoghe considerazioni concernono le scelte cromatiche di questo libretto; infatti, Francesca Ferri sceglie il nero, il bianco e il rosso che rappresentano colori facili da elaborare. Questi colori sono utilizzati senza sfumature in modo tale da generare forti contrasti che aiutano il bambino a costruire le proprie immagini mentali e creano un contorno definito e circoscritto che stacca in modo netto su uno sfondo rigorosamente e opportunamente sempre bianco. Questi elementi consentono un’importante e iniziale educazione all’immagine attraverso un momento ludico e piacevole.
Come già detto, il libro non si costituisce di pagine di carta bensì di diversi tessuti, particolarmente piacevoli sono soprattutto la prima e la quarta di copertina in morbido pile. Il libro rappresenta dunque un’opportunità di esplorazione tattile che sarà fondamentale nella quotidianità del bambino durante la sua crescita. Le piccole mani possono percepire materiali diversi e muovendo le pagine possono generare suoni differenti originati da campanelli interni e fruscii. Lo sviluppo psicomotorio del bambino beneficia, dunque, di questo libretto che solo apparentemente è semplice ed è, invece, studiato dettagliatamente; un ulteriore esempio è dato da separatori presenti in ogni pagina che agevolano il bambino nell’azione di sfogliare il libro, inducendolo ad essere preciso e a prendere proprio l’apposito separatore.
Il genitore può guidare l’esplorazione del bambino muovendo inizialmente le sue piccole mani e poi usando soltanto la voce, finché il piccolo non sarà capace di farlo in modo autonomo. Questo libro è un oggetto multisensoriale, fonte di stimoli positivi che ogni bambino amerà toccare, scoprire, maneggiare e persino assaggiare, tutto questo con estrema sicurezza perché non ci sono elementi pericolosi, le pagine non si staccano e non si danneggiano. Come direbbe il grande Bruno Munari, “vietato non toccare” questo libro!
La piacevolezza della stoffa e l’attenzione alla scoperta, al gioco e alla curiosità tipiche della collana Lìbrido – e che ricordano la storica editrice Rosellina Archinto – rendono questo libretto un oggetto dal quale il bambino si separerà difficilmente portandolo ovunque, al letto, al bagno, a tavola e al parco e più sarà amato più si sporcherà pronto a tornare come nuovo dopo un giro di lavatrice!

Autrice: designer e grafica, Francesca Ferri è art director della Rettore, editore norvegese specializzato in libri-gioco destinati a bambini da 0 a 3 anni. Le sue opere sono ideate con lo scopo preciso di stimolarne l’immaginazione e lo sviluppo cognitivo e realizzate con materiali di altissima qualità

Source: libro consegnato al recensore dalla casa editrice. Ringraziamo Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci.

:: Come scrivere una mail a un ufficio stampa

26 marzo 2018

bny

Dopo aver parlato di Come ricevere libri dalle case editrici analizziamo più nello specifico come scrivere una mail a un ufficio stampa. Inizio col dire che non ci sono regole fisse, inflessibili, inderogabili, insomma non esiste una perfetta mail standard, sebbene esistano alcuni modelli base, alcune regole più che altro di buon senso, e la solita, indistruttibile educazione, che come tutte le regole del buon vivere civile, ci evita molti guai.

Innanzitutto ognuno ha il suo stile, pensate che noia se tutte le mail fossero uguali, fatte con lo stampino, per cui la creatività non è da sottovalutare. Dedicateci un po’ di tempo, non mandate mail senza cura, con refusi, grammaticalmente scorrette. Certo la fretta può fare brutti scherzi, ma queste mail sono un po’ il vostro biglietto da visita, per cui prestateci attenzione.

Tra le cose da evitare proprio sempre l’arroganza, l’aggressività, la volgarità. Insomma non è detto che diventerete i migliori amici di tutti gli addetti stampa in circolazione, ma anche con quelli con cui c’è meno feeling, si può sempre instaurare un rapporto civile, educato, di pacifica convivenza. Loro fanno il loro lavoro, voi blogger il vostro. Ognuno ha il suo ruolo, ognuno le sue competenze. Se chiedete un libro, un’ informazione su una data di uscita, la possibilità di intervistare un loro autore, fatelo con garbo, e se ricevete un no, non fatene una tragedia. Non iniziate una guerra di rappresaglia, perderete tempo voi e loro. Amen si va avanti, ci saranno altre occasioni.

Non siamo bambini, evitate mille mila mail, sullo stesso argomento se non vi rispondono (finireste nello spam). Evitate di lamentarvi che non vi è stato risposto, che non lo si è fatto velocissimamente, che il libro che tanto volevate non vi è arrivato (per colpa del perfido addetto stampa che vi boicotta). Se c’erano accordi potete certo segnalare che il libro non è arrivato, ma fatto questo finita lì. Amen, si va avanti.

Ricordarsi il nome della persona che contattate è una buona cosa, ehi tu “coso” vi assicuro fa un pessimo effetto.

Siate brevi, specifici, e esatti. Lunghissime mail non vengono lette, e se sono confuse, non sperate che l’addetto stampa si metta lì a cercare di capire cosa avrete mai voluto dire. Non ne ha il tempo. Siate gentili, ma fermi. Se l’addetto stampa lo conoscete, potete usare un tono più amichevole, se è un perfetto estraneo, un tono neutro e educato va più che bene.

Minacce, insulti, “non sa chi sono io”, vanno bene se siete delinquenti intenti nei loro traffici, non blogger alle prese con mail di “lavoro”. Toni lamentosi, imploranti, disperati, anche sono fuori luogo, evitateli, date retta a me.

Mi sembra tutto, le cose più importanti le ho dette. E voi come strutturate una mail diretta a un ufficio stampa? Quali sono le maggiori difficoltà? Premesso che nenache io sono infallibile cercherò di rispondere a tutte le vostre domande.

Vuoi saperne di più della mia esperienza di book blogger? Leggi Come diventare una book blogger (felice) un agile e divertente manuale di facile consultazione in cui racconto la mia esperienza di blogger in rete dal 2007.

:: fiore frutta foglia fango di Sara Baume (NN Editore 2018) a cura di Micol Borzatta

26 marzo 2018

Fiore frutto foglia fango

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Irlanda giorni nostri.
Ray è un uomo si cinquantasette anni che vive da solo nella casa che era appartenuta a suo padre. È un uomo immenso e trasandato. Un giorno, mentre sta camminando per la città si ferma davanti a una vetrina di un robivecchi e vede l’annuncio di un cane che cerca casa.
Ray si dirige in canile per adottarlo, la scelta gli viene d’impulso, senza pensarci, e quando arriva al canile, la prima cosa che gli viene detta è che quel cane sarebbe dovuto essere soppresso, che appena arrivato ha morso un altro cane e anche l’addetto del canile che li ha divisi, ma il cane che vede Ray è un cane spaventato, un cane pauroso, un cane che cammina a pancia a terra terrorizzato, non un cane aggressivo o mordace.
Ray lo chiama Unocchio per via del fatto che il cane ha un occhio solo.
La vita di Ray cambia radicalmente, finalmente ha qualcuno che lo ama incondizionatamente, qualcuno che tiene a lui e che lo fa aprire. Infatti con Unocchio Ray abbassa tutte le difese e gli racconta tutto. Gli racconta di se stesso, la sua vita, i suoi sentimenti.
Un giorno però Unocchio morde il cane di un vicino di casa. Basta la cittadina è stufa, quel cane deve essere soppresso, viene visto solo come un pericolo.
Ray però non vuole rinunciare al suo unico amico e così decide di andarsene con Unocchio. Solo così può sperare di salvargli la vita.
Fin dalla prima pagina si sente subito la forza delle emozioni, infatti il primissimo capitolo è la descrizione di quello che sente Unocchio mentre scappa con l’occhio fuori dall’orbita che gli sbatte contro il collo e qualcosa nella sua testa che gli dice di scappare.
Subito dopo la narrazione passa alla voce di Ray, al suo primo incontro con il cane, alle emozioni che la cosa gli smuove e possiamo vivere potentemente la sua scelta di andare a prendere il cucciolo.
Ho letto molti romanzi con cani protagonisti, e praticamente tutti mi hanno fatto piangere, ma il rapporto che si era creato era comunque quella di uno spettatore che si immedesima avendo lui stesso un cane, ma questa volta è stato diverso. Questa volta mentre si legge il romanzo ci si trasforma in Ray, Unocchio è il nostro compagno, il legame tre i due è il nostro legame e le emozioni descritte sono le nostre.
Un romanzo davvero potente e spettacolare che fa capire, anche a chi non ha mai avuto la fortuna di provarlo, cosa voglia dire essere legati a un amico a quattro zampe.

Sara Baume nasce a Lancashire e cresce in Irlanda. Ha scritto vari racconti e saggi che sono stati pubblicati sull’Irish Times e sul Guardian e ha ricevuto vari premi tra cui il Davy Byrnes Award, l’Hennessy New Irish Writing Award e il Rooney Prize.
Fiore frutto foglia fango è il suo romanzo d’esordio ed è stato finalista al Costa Award, al Guardian Award, al Desmond Elliott Prize e al Los Angeles Times Book Prize.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella dell’ufficio stampa.

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:: Le lame del cardinale di Pierre Pevel (Mondadori 2017) a cura di Elena Romanello

26 marzo 2018

Le lame del cardinale - Pierre Pevel

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Ci sono luoghi letterari per antonomasia, in cui nessun lettore è vissuto perché in un altro mondo o in un altro tempo, ma che si conoscono come se fossero casa propria: uno di questi è la Parigi dei Tre Moschettieri di Alessandro Dumas, più volte imitata ma raramente eguagliata, modello per tutto il romanzo storico successivo e ricercata da chi si reca oggi nella capitale francese.
Ci riesce ottimamente a restituirla Pierre Pevel, autore di punta del fantasy d’oltralpe che è bene che sia stato tradotto anche in Italia, ne Le lame del cardinale , romanzo che rievoca le atmosfere note aggiungendoci però una forte componente fantastica.
Siamo nel 1633 a Parigi, appunto, Luigi XIII regna ma chi comanda davvero è il cardinale Richelieu che incarica il gruppo chiamato appunto le lame del cardinale di uccidere un emissario della misteriosa organizzazione Artiglio nero. Ci sono intrighi e duelli, oltre che giri nei bassifondi di Parigi e nei corridoi dei palazzi, ma la Francia che racconta Pierre Pevel è un po’ diversa, visto che ci sono esseri discendenti dai draghi che vivono in mezzo a uomini e donne normali, esseri capaci di vivere a lungo e di nascondersi sotto sembianze umane, rigenerandosi periodicamente secondo un procedimento spaventoso e meraviglioso allo stesso tempo e nascondendo il loro segreto eccetto quando si guardano in determinati specchi.
Ci sono tanti sottofiloni del fantasy, alcuni più frequentati altri meno: Le lame del cardinale si pone tra l’ucronia, la storia alternativa, e il fantasy a sfondo storico, scegliendo un’epoca diversa dall’interessante ma forse un po’ troppo già letto Medio Evo alternativo. Il libro è senz’altro interessante per chi ama il romanzo storico ed è nostalgico delle atmosfere di Dumas, ma è consigliabile anche a chi ama il fantasy e cerca qualcosa di insolito e nuovo, con toni che si mescolano e la descrizione comunque accurata di un’epoca con in più l’elemento magico, che irrompe nelle prime pagine con una metamorfosi da drago a donna e che poi emerge periodicamente, con draghi tenuti come animali domestici, anche da Richelieu al posto dei famosi gatti, ma anche con qualcosa di ben più inquietante.
Il libro di Pierre Pevel è solo uno dei tanti titoli fantasy usciti oltralpe in questi ultimi anni e si spera che faccia da testa di ponte per la scoperta di un immaginario tra l’altro vicino al nostro e molto prolifico, in un Paese come la Francia che adora il fantastico d’importazione e produce anche un suo fantastico mescolandolo in particolare con il romanzo storico. Le lame del cardinale presenta una vicenda che si conclude ma con un cliffhanger finale che fa presagire nuovi sviluppi, che inftti ci sono stati, perché a questo seguono altri due libri con nuove avventure per questi moschettieri cacciatori di draghi e di magie.

Pierre Pevel è nato nel 1968. Per seguire il padre, militare di carriera, nella sua giovinezza ha abitato in diverse città tra cui Berlino. È scrittore, giornalista e autore di giochi di ruolo. Diversi sono i suoi romanzi fantasy tra cui Les Ombres de Wielstadt (2001), che gli è valso il Grand Prix de l’Imaginaire nel 2002. Nel 2005 è stato insignito del Prix Imaginales. La trilogia delle “Lame del Cardinale” è stata pubblicata con successo in dieci paesi stranieri. L’autore vive a Nancy.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Onde di Alessandro Esu

23 marzo 2018

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Caspar David Friedrich, Il tramonto (1830-1835)

Un giorno ti imbarchi su una nave come marinaio. Non sai esattamente perché. Forse per spirito d’avventura, forse per spirito d’iniziativa, o forse solo per mancanza di spirito. Il mare è un olio per settimane, e poi ci sono il sole, la solitudine, i sogni ad occhi aperti dell’orizzonte infinito, e ti chiedi cosa avrà mai da lamentarsi chi fa questa vita per tutta la vita.
Una mattina ti svegli cadendo dalla branda, la nave è una gigantesca culla infernale che non smette di rullare, e quando sali sul ponte sembrano le dieci di sera anche se sono le dieci del mattino da quanto è buio il cielo. Nuvole grigie, nuvole nere, nuvole che vomitano lampi. Passi un paio di giorni senza sapere se è più la voglia di vivere o la paura di morire che ti tiene su, ma non ti arrendi finché la tempesta si placa e torna la calma. Sbigottito riprendi la vita di tutti i giorni, col passare del tempo comprendi che la vita in mare è dura, a volte hai nostalgia della terraferma ma resisti e resisti e resisti, e il mare ti ripaga con tramonti mozzafiato ed albe celestiali.
Un giorno, mentre sei indaffarato nei tuoi lavori di marinaio, noti intorno a te una gran frenesia, i tuoi compagni sono agitati a mille, alzi lo sguardo ma il cielo è terso, non c’è una nuvola ma soltanto una leggera brezza che ti rinfresca la pelle nuda bruciata dal sole e dalla salsedine. Chiedi in giro che c’è, il perché di tutta quella agitazione, e un facchino ti sorride divertito e ti risponde che tra poco lo vedrai che c’è, tra poco lo vedrai! Pensando che siano tutti matti abbassi la testa e torni al lavoro, di tanto in tanto la nave oscilla ma non è niente di preoccupante e ti perdi nei tuoi pensieri, non è niente di preoccupante, niente di preoccupante continui a ripeterti… finché un vento caldo e arrabbiato inizia a soffiare da est e prima che te ne accorga una pioggia di spilli trasversali inizia a bucarti la pelle secca, incessantemente. Le onde che si infrangono sulla prua scavalcano lo scafo e allagano te, il ponte, tutto, e passano le ore e inizia a fare buio e tu sei bagnato fradicio in mezzo a quel vento bollente, e quella pioggia diventa acquazzone, e quell’acquazzone diventa tempesta, e devi farti in quattro per non volare giù. La forza del vento e delle onde è implacabile, ognuno cerca in tutti i modi di contrastarne la furia ma è tutto inutile, ti leghi con una corda ad un albero della nave e continui a togliere acqua dal ponte mentre lo stillicidio continua. Poi improvvisamente senti un boato incredibile, il cordame che teneva i barili agganciati ad un angolo della nave si è spezzato e centinaia di chili di provviste rotolano sul ponte e cadono in mare, perduti. Anche la tua corda si spezza, e anche tu inizi a rotolare e cadresti in acqua se la fortuna, annaspando, non ti facesse sbattere contro la ringhiera della nave. Rimani lì aggrappato sotto il peso di un vento ed una pioggia inverosimili, e pensi che stavolta è arrivata la tua ora, che cadrai in acqua e morirai lì, in mezzo all’oceano, ma lo spirito di sopravvivenza è più forte di tutto e resti abbracciato a quel pezzo di legno e anche se le dita e le mani e le braccia sembrano prese a morsi non molli la presa e alla fine, dopo ore, nel bel mezzo della notte la tempesta passa e ti ritrovi quasi svenuto, sanguinante su tutto il corpo ma vivo.
I giorni seguenti scorrono tutti uguali, con l’unico pensiero che non metterai mai più piede su una nave. Non sei tagliato per questa vita. Quando finalmente all’orizzonte spunta la terraferma sei la persona più felice del mondo, ce l’hai fatta, la nave attracca al porto e appena scendi senti le gambe molli, cadi in ginocchio e scoppi in un pianto liberatorio. I primi giorni li passi ad ubriacarti insieme agli altri marinai sopravvissuti come te, gli altri marinai sono amici sconosciuti che riconosci  dallo sguardo, senza parole. Pensare che ora sei sulla terra ti dà sicurezza e serenità, la vita di mare non fa per te. Ma poi inizia ad insinuarsi un pensiero che si fa sempre più presente, ti ritrovi a cercare il mare senza pensarci, fissi per ore le sagome delle navi all’orizzonte, ti svegli la mattina con la sensazione che manchi qualcosa, finché un giorno mentre cammini per il porto vedi una nave in procinto di salpare, e senza accorgertene ti ritrovi a caricare barili e ad annodare corde e a sistemare le vele. La nostalgia del mare ha colpito anche te e ormai la terra inizia a starti stretta, senti l’irrefrenabile desiderio di imbarcarti nuovamente senza pensare ai pericoli che hai corso o a quelli che ancora dovrai correre, tutti sono presi dalla febbrile eccitazione della partenza e tu non fai eccezione. Il viaggio è lungo e difficile, ma ora sai governare le tempeste che sorprendono la nave e dopo ognuna sei sempre un po’ più calmo, ormai hai imparato a gestirle o almeno credi che sia così. Ma poi ne arriva una che stravolge tutto quello che pensavi di sapere, piove a dirotto per giorni e notti, l’aria è gelida, arranchi sul ponte mentre tu e i tuoi compagni lavorate senza sosta per evitare che la nave venga inghiottita dalle onde. Questa volta sei convinto di non farcela, sei convinto che il mare sarà la tua tomba e maledici te stesso per essere salpato. La tempesta diventa un uragano e dopo giorni la stanchezza e la mancanza di sonno iniziano a farsi sentire, perdi la forza, perdi la lucidità, ma resisti, quando ad un tratto un colpo di vento come la mano di un dio invisibile spezza un albero della nave e nella confusione un pezzo di legno ti trafigge la gamba. La ferita è molto grave e sembra non ci sia niente da fare, ma in mezzo alla bolgia e alla furia dell’uragano, mentre sei mezzo svenuto, senti due braccia che ti sollevano e ti portano di peso in salvo, e finalmente perdi i sensi.
Quando ti risvegli sei su una branda, al sicuro. Non senti più le urla agitate degli altri marinai, il pericolo anche questa volta è passato, abbassi gli occhi e ti guardi la gamba. Una stretta fasciatura la avvolge e non riesci a piegarla, provi a scendere dalla branda ma non ci riesci e così resti sdraiato in attesa che arrivi qualcuno. Quando il capitano scende a vedere le tue condizioni e ti trova sveglio un gran sorriso si apre sulla sua faccia burbera di vecchio lupo di mare, ti spiega che te la sei vista brutta, che un pezzo di legno ti si era conficcato in una coscia e che hai veramente rischiato di morire, e dal suo sguardo capisci che sei vivo solo grazie a lui. Questa volta giuri a te stesso che non salperai mai più, che una vita noiosa e sicura è cento volte meglio di una vita avventurosa e pericolosa, e ripensi a quando ti sei imbarcato la prima volta e a quanto la vita in mare sia diversa da come l’immaginavi. Soffrire la fame e la sete, il caldo ed il freddo, dormire su un’asse di legno e svegliarsi più stanco di quando ti sei coricato, ora ti sembrano incubi dai quali non puoi svegliarti, e passi settimane sdraiato su quella branda incapace di muoverti mentre la nave continua il suo viaggio e finalmente arriva a destinazione. Con una stampella di fortuna riesci a scendere aiutato da un compagno, stavolta non cadi in ginocchio ma invece quando metti il primo piede a terra tutti i pensieri che avevi avuto fino a quel momento svaniscono e una gioia incosciente ti conduce con tutti gli altri alla solita taverna del porto, ad ubriacarti e fare casino ed esorcizzare la paura che ha abitato il tuo corpo per mesi. Passi tre giorni a fare baldoria fino a non ricordare neanche più come ti chiami, fino a non ricordare più niente, poi come sempre dopo qualche giorno non hai più la necessità di dimenticare gli orrori che hai vissuto, e ricominci a passare le giornate in riva al mare a guardare l’orizzonte e a sognare.
Un giorno camminando per le vie del porto, la vedi. Il tuo sguardo incrocia il suo e un brivido, come un fulmine, ti attraversa la spina dorsale. Con una scusa inizi a parlarle e scopri che è la figlia di un capitano di vascello scomparso in mare quando era bambina, che a quel tempo fu adottata dalle mogli dei marinai del posto e che ora si guadagna da vivere pulendo e vendendo in paese il pesce portato dai pescatori del luogo che ogni giorno partono all’alba e tornano la sera con i loro carichi. Dice che ama il mare, che non lo incolpa della morte di suo padre e che anzi ha un grande rispetto della natura e di tutto quello che viene con essa, anche delle tempeste e delle carestie e degli uragani. Dice che alla fine la natura vince sempre, anche se a volte scherza dando agli uomini l’illusione di avere il controllo su di essa… parlate e parlate e parlate, e con il tempo nasce tra voi un rispetto che si trasforma in amicizia e poi in amore. Tu le racconti delle tue avventure, della tua vita prima di essere marinaio e di come un giorno qualcosa che non riesci a spiegare ti abbia portato ad imbarcarti, delle albe che non si possono spiegare a parole e delle tempeste che invece le parole le tolgono del tutto. Lei ti guarda affascinata mentre le parli, dice che le ricordi suo padre, che vuole vivere con te, e alle tue orecchie quella frase risuona come la musica più dolce del mondo. Vi sposate e andate ad abitare in una casetta umile ma accogliente, e riesci a trovare lavoro su un piccolo peschereccio. E’ un lavoro faticoso, si parte col buio e col buio si torna, tutti i giorni, non esistono domeniche o feste o giorni di riposo e a volte è veramente frustrante tornare a casa con la stiva mezza vuota. E’ un lavoro faticoso, certo, ma non è niente in confronto a quello che hai passato, e dormire ogni notte in un letto con la donna che ami ti ripaga delle fatiche della giornata. E così passano i mesi, e tutto sembra ormai andare per il meglio, quando ancora una volta inizia improvvisamente a nascere nella tua testa un’idea.
All’inizio è un’idea piccola, che scacci dalla mente come si scacciano le mosche, ma come le mosche ritorna sempre a darti fastidio, e ogni volta non pensarci è sempre più difficile. Non ne parli con lei, ma una notte prima di addormentarvi, nel buio della stanza, ti dice che ha notato che il tuo sguardo è cambiato e che anche se la tua voce non vuole ammetterlo i tuoi occhi nascondono un segreto. Ti chiede se hai un’altra donna e tu quasi sorridi a quel pensiero, perché mai hai desiderato un’altra bocca da baciare che non fosse la sua, ma insiste e alla fine confessi, ti manca il mare. La sua reazione è malinconica ma rassegnata e ti spiega che si aspettava che prima o poi sarebbe accaduto, che tutti finiscono così, che anche suo padre per quanto l’amasse l’aveva lasciata lì da sola per seguire il richiamo delle onde. Ma non te ne fa una colpa, dice che non riuscirà mai a capire il perché della potenza di questo richiamo ma che lo accetta perché rispetta il mare e tutto quello che il mare significa. Poi vi addormentate e la mattina dopo lei fa finta di nulla, quando ti avvicini per parlare cambia discorso con un sorriso, quando ti vede pensieroso invece di arrabbiarsi o essere triste inventa mille modi per farti ridere, e nell’intimità della notte vi amate come neanche uno scrittore romantico potrebbe descrivere, come se foste le uniche due persone rimaste al mondo. Ma sai che dietro le apparenze le cose stanno cambiando, e anche se cerchi di reprimerlo con tutte le tue forze il desiderio di partire cresce dentro di te, provi ancora a parlargliene ma ogni volta lei riesce a cambiare discorso e alla fine ci rinunci, alla fine capisci che lei ti ha capito ancora prima di te stesso, che mai nessun uomo al mondo avrà la fortuna di conoscere l’amore che tu hai conosciuto con lei. Poi una notte ti svegli e non riesci più ad addormentarti, il vento sibila dalle finestre e la pioggia batte sul tetto di legno della vostra casa. Ti alzi, prepari un caffè con calma per non svegliarla, poi ti vesti con gesti rallentati, meccanici, e tutti i pensieri che hai in testa ti dicono di non farlo ma non riesci a fermarti, prepari la sacca con dentro qualche indumento, uno spazzolino ed un rasoio, e indossi la giacca.
La guardi per l’ultima volta. E’ bella come solo un angelo addormentato può essere e in quel momento la ami come non pensavi fosse possibile amare qualcuno. Una lacrima scende dai tuoi occhi e ti riga il volto mentre chiudi la porta di casa e ti incammini verso il porto, senza voltarti più. E pensi a tutti i racconti sentiti all’osteria, alla profonda malinconia negli occhi dei vecchi lupi di mare, a tutte quelle volte che hai dato dello stupido a qualche marinaio devastato nel fisico che saliva il ponte di una nave pronto ad imbarcarsi di nuovo… e comprendi che da quel momento in avanti, per tutta la vita, dovrai convivere con la più bella e la più triste delle sirene. La maledizione del mare.

Alessandro Esu, nato a Torino 35 anni fa da mamma veneta e papà sardo, forse per questo mi sento a casa ovunque e in nessun posto allo stesso tempo. Attratto da qualunque cosa venga classificata come horror (ma non solo), amo la musica, le arti figurative, il cinema e la letteratura, in particolar modo Palahniuk e Steinbeck oltre ovviamente a Poe e Lovecraft, che considero senza dubbio il mio scrittore preferito. Da buon Vergine ascendente Leone, prima di prendere una decisione tendo ad analizzare fin troppo qualunque aspetto della situazione salvo poi agire assolutamente d’impulso, e questo è anche il modo in cui nascono e si sviluppano i miei racconti, dove intreccio elementi autobiografici e di fantasia senza soluzione di continuità.