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:: Mi manca il Novecento – Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi a cura di Nicola Vacca

3 gennaio 2018

Sostiene Pereira

Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi è uno di quei romanzi che difficilmente dimenticheremo.
Il suo autore ne parla come di un libro esistenziale, incentrato su una presa di coscienza individuale. Questo non toglie, sempre secondo Tabucchi, che sia anche un libro politico, la cui lettura è stata influenzata dal momento storico in cui è stato pubblicato.
Nel riprenderlo oggi tra le mani, ci rendiamo conto che le bellissime pagine di Tabucchi parlano anche ai nostri tempi difficili in cui assistiamo alla morte della politica, delle idee e di ogni cosa che ha a che fare con la coscienza.
Sostiene Pereira è un grande romanzo civile che racconto appunto la presa di coscienza e il risveglio nell’estate calda di Lisbona nel 1938 di Pereira, una persona mite che di professione fa il giornalista e dirige la pagina culturale di un quotidiano allineato al regime.
Le giornate di Pereira trascorrono tranquille tra i pomeriggi vuoti in redazione e le chiacchierate domestiche con il ritratto della moglie defunta.
Ma la sua esistenza cambia quando si imbatte in Monteiro Rossi, un giovane che Pereira stesso assume per redigere necrologi di scrittori famosi.
Inizia per il mite Pereira un periodo di forti conflitti interiori e l’amicizia con il giovane giornalista mette in discussione il suo modello di esistenza.
Il giovane è un oppositore del regime di Salazar e l’anziano giornalista si sente all’inizio turbato dalle sue idee. Quando poi sarà direttamente coinvolto da Monteiro Rossi in vicende che hanno a che fare con la lotta al dittatore portoghese, Pereira avrà un forte sussulto di coscienza e si mostrerà sensibile alle idee di libertà e democrazia, abbracciando alla fine la causa di coloro che vogliono riportare la libertà e la democrazia in Portogallo.
Tabucchi racconta il risveglio di coscienza di un uomo e di un giornalista che decide di buttare il cuore oltre l’ostacolo e di lottare con la sua penna contro l’appiattimento delle coscienze imposto dalla dittatura.
Con Sostiene Pereira Antonio Tabucchi ci dice che è arrivato il tempo in cui dobbiamo chiedere anche alla letteratura di dire la verità.
Ancora oggi questo meraviglioso libro destinato a durare nel tempo urla al mondo, dilaniato dalla prepotenza, dalla violenza e dagli abusi, la sua drammatica attualità: oggi c’è bisogno di intellettuali, di scrittori e di uomini che abbiano il coraggio di offrire la propria «irresponsabilità» al potere o la propria «responsabilità a tutti», come giustamente scriveva Leonardo Sciascia.

Antonio Tabucchi – Scrittore italiano (Pisa 1943 – Lisbona 2012); prof. di letteratura portoghese nell’univ. di Siena. Nel suo primo romanzo Piazza d’Italia (1975), presentato come “favola popolare”, ha coniugato una scanzonata inventiva con un’appassionata ispirazione civile. Ha poi pubblicato volumi di racconti (Il gioco del rovescio, 1981; Piccoli equivoci senza importanza, 1985; L’angelo nero, 1991) e romanzi (Notturno indiano, 1984; Il filo dell’orizzonte, 1986; Requiem, scritto in portoghese, 1991, trad. it. 1992; Sostiene Pereira, 1994; La testa perduta di Damasceno Monteiro, 1997) nei quali è riuscito a condensare sempre meglio storia e fantasia in una sigla inconfondibile di nitore costruttivo e finezza intellettuale. Per il teatro ha scritto I dialoghi mancati (1988). Ha curato un’antologia dell’opera di F. Pessoa (Una sola moltitudine, 2 voll., 197984), autore al quale ha dedicato gran parte della propria attività di studioso. Tra le opere successive si ricordano: Gli zingari e il Rinascimento (1999); Si sta facendo sempre più tardi. Romanzo in forma di lettere (2001); Autobiografie altrui. Poetiche a posteriori (2003); Tristano muore. Una vita (2004); Racconti (2005); L’oca al passo (2006); Il tempo invecchia in fretta (2009); Viaggi e altri viaggi (2010); Racconti con figure (2011). Postumi sono stati pubblicati: il volume Una giornata con Tabucchi (2012), che raccoglie tra gli altri i testi di D. Maraini, U. Riccarelli e P. Di Paolo in ricordo dello scrittore; entrambi nel 2013, Di tutto resta un poco. Letteratura e cinema, raccolta di scritti cui T. lavorava al momento della morte, e il romanzo inedito Per Isabel. Un mandala; L’automobile, la nostalgia e l’infinito (2015), raccolta delle conferenze tenute da T. a Parigi nel 1994 su aspetti fondamentali e inediti della poetica pessoana; l’inedito saggio breve La fine del mito (2016), scritto nel 2011 su ispirazione di un quadro della pittrice portoghese G. Morais. (Enciclopedia Treccani online).

Source: libro del recensore.

:: È stato breve il nostro lungo viaggio di Elena Mearini (Cairo editore 2017) a cura di Viviana Filippini

22 dicembre 2017
È stato breve il nostro lungo viaggio

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Cesare Forti è il protagonista di “È stato breve il nostro lungo viaggio” di Elena Mearini, pubblicato da Cairo. Il protagonista, che ha il nome come gli imperatori romani, ha cinquant’anni e una vita perfetta, dove lui possiede tutto il meglio possibile che si possa immaginare. Non a caso, ha una moglie bella e affascinante (Margherita) e una figlia che i due adorano e coccolano (Maya). Non solo, perché Cesare, sempre a zonzo con la sua sfavillante Bentley, è un asso nel suo lavoro, e tutti lo adorano come se fosse una divinità alla quale dare massimo rispetto e devozione. Cesare è per tutti il ritratto della perfezione e dell’uomo che, come recitava una vecchia pubblicità, “non deve chiedere mai”. Peccato che sotto la superficie di inattaccabilità, della perfezione imposta per volontà altrui e non propria, Cesare Forti, non è così forte come tutti lo credono. A far crollare l’uomo tutto d’un pezzo ci penseranno una affasciante ragazza (Alma), che gli farà perdere completamente la testa trascinandolo in un gioco di bugie e sotterfugi che mai prima di quel momento fatidico, Cesare aveva sciorinato alla moglie. Accanto a lei arriveranno un ragazzo dall’assurdo ciuffo biondo, altri personaggi, e una morte inaspettata, seguita da un mirato ricatto. Tutto questo obbligherà Cesare a fare i conti con la realtà concreta dei fatti e con quel mondo dove lui ha sempre vissuto, ma al quale non ha mai sentito di appartenere per davvero. Il libro della Mearini, inserito nella cinquina dei finalisti dell’edizione 2017 del Premio Scerbanenco 2017, potrebbe sembrare un noir, però allo stesso tempo è un romanzo profondamente piscologico attraverso il quale la scrittrice ci racconta il processo di presa di coscienza di sé di un uomo – Cesare Forti- che solo in questa fase di cambiamenti comincerà a vedersi per come lui è davvero. Tolta la maschera delle regole imposte dal padre, il protagonista comprenderà di essere stato un figlio cresciuto senza la minima briciola di amore, messo in un mondo di bugie e falsità, utilizzate per creare agli occhi altrui l’immagine della famiglia perfetta. Cesare si renderà conto di essere insoddisfatto della vita che ha fatto, perché ha sempre agito per essere come lo volevano gli altri. Un vivere che lo ha portato ad essere un individuo non pienamente maturo, un marito traditore e un padre imperfetto. Dolore, sofferenza fisica ed emotiva, viaggio introspettivo e confronto con la morte –vera e simbolica- sono gli elementi presenti nel romanzo della Mearini e del processo di decostruzione del falso io al quale il protagonista si sottoporrà per comprendere davvero chi è e cosa vuole dalla vita. “È stato breve il nostro lungo viaggio” di Elena Mearini è la storia di un uomo che solo da adulto avrà, perché saranno gli eventi della vita a permetterglielo e imporglielo, il coraggio di guardarsi e di analizzare il proprio vissuto per comprendere, non solo di aver agito sempre nel rispetto delle regole imposte da altri, ma di essere un individuo i cui reali bisogni come quello essere amato, guardato, ascoltato per ciò che era ed è, non sono mai stati presi in considerazione da nessuno.

Elena Mearini si occupa di narrativa e poesia, conduce laboratori di scrittura in comunità e centri di riabilitazione psichiatrica. Nel 2009 esce il suo primo romanzo Trecentosessanta gradi di rabbia, (Excelsior 1881) con cui vince il premio giovani lettori “Gaia di Manici-Proietti”; nel 2011 pubblica Undicesimo comandamento (Perdisa pop) con cui vince il premio Speciale UNICAM – Università di Camerino e il premio giovani lettori “Gaia di Manici-Proietti”. Nel 2015 pubblica il romanzo A testa in giù (Morellini editore) e firma due raccolte di poesie: “Dilemma di una bottiglia” (Forme Libere editore) e “Per silenzio e voce” (Marco Saya editore). Nel 2016 esce “Bianca da morire” (Cairo Editore).

Source: inviato al recensore. Grazie ad Anna Maria Riva, addetto stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Non ti faccio niente di Paola Barbato (Piemme 2017) a cura di Federica Belleri

22 dicembre 2017
non ti faccio niente

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Gli anni ’80-’90 sono stati sconvolti da misteriosi rapimenti di bambini, tra i sei e gli otto anni. Bambini presi, fatti giocare, divertire. Bambini con vestiti nuovi e un sorriso meraviglioso stampato in viso, quando venivano riportati a casa dopo tre giorni. Bambini trascurati dalle loro famiglie, quasi sempre soli, a giocare per strada. Alcuni avevano dei lividi sul corpo, altri erano sporchi. Lui li avvicinava, loro si fidavano. Lui li coccolava e li faceva sentire importanti, nessuna violenza subita. Lui voleva solo fare del bene.
Anno 2015. Il papà di Greta va a prenderla all’asilo, ma in quell’asilo la bimba non è mai entrata. Il suo corpicino pulito e ricomposto in maniera ordinata verrà ritrovato sulla scrivania d’ufficio del padre.
Chi è Greta, chi è il responsabile della sua morte?
Il thriller di Paola Barbato segue lo scorrere del tempo. Segue un’indagine dimenticata che forse sta tornando a galla con prepotenza. Qualcuno rapiva i bambini e lasciava sul luogo del prelievo una paperella di gomma. Qualcuno rapisce i bambini, li uccide e lascia sul luogo del prelievo una paperella di gomma. Perché?
Questa storia scatena angoscia e immediata empatia. Chi si preoccupava all’epoca dei bambini soli era questo rapitore mai identificato. Chi se ne preoccupa ora lo fa per un motivo diverso, o forse identico. È la stessa persona?
La vicenda vede coinvolte un’ispettrice e la sua vice, assorbite dai loro opposti caratteri, difficili da amalgamare, e un commissario in pensione che si era occupato dei casi precedenti. A loro si unisce un gruppo di bambini in un certo senso mai cresciuti, che ostacola le indagini e crea confusione, anche se con buone intenzioni. Nel frattempo spariscono altri bambini, e vengono assassinati. Non sembrano esserci collegamenti fra passato e presente, o forse sembrano essercene troppi. Cosa sta succedendo?
Non ti faccio niente è una storia lunga decenni, attraversata da paura e angoscia, dal desiderio di salvarsi scappando. È la condivisione di un’esperienza traumatica ma positiva, condivisa per poter accedere a un pass verso una vita migliore. È l’osservazione rassegnata del dolore di genitori che perdono i loro figli e che vengono catapultati nel loro passato personale. È la resa dei conti verso le proprie ossessioni e manie, verso il disagio e la solitudine. Perché non ci si può mai fidare di nessuno e si deve sempre rimanere sospesi nella paura.
Lettura assolutamente coinvolgente, ottima la scrittura e la trama. Non sono previsti sconti o bonus per il lettore che si avvicina a questa storia. Tutto è molto chiaro e diretto, anche la morte. Buona lettura.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Don Lorenzo Milani – L’esilio di Barbiana di Michele Gesualdi (Edizioni San Paolo 2016) a cura di Daniela Distefano

21 dicembre 2017
DON LORENZO MILANI

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Il Natale che ci accingiamo a festeggiare con più o meno gioia non sarà ricco e opulento come negli anni d’oro della nostra età moderna, ma dovrebbe essere celebrato con uno sguardo al Cielo riflesso sul pianeta, assimilando il buono che il Creatore ha seminato nel cuore degli uomini. Questo libro è un regalo perfetto sotto l’albero, benefico per chi lo fa e per chi lo riceve. Grazie ad esso sappiamo che a volte la parabola di una vita si misura e comprende dal suo finale. Non solo – quindi – un libro di ricordi, scritto da chi fu un “ragazzo” vicino a don Lorenzo Milani e un testimone, ma qualcosa di più profondo come se l’autore scrivesse nel linguaggio di Barbiana, questo piccolo mondo ormai scomparso, una montagna in cui sopravviveva un’Italia marginale e povera negli anni Cinquanta e Sessanta. Oggi Barbiana è legata per sempre alla memoria di don Lorenzo, evocata anche sulla sua tomba, dove oltre al nome e cognome, la data di nascita e morte, è scritto: “Priore di Barbiana”.
Don Milani, un vero simbolo, un’icona, non un semplice educatore ma anche un pedagogista rivoluzionario, un attivista sociale (infatti il suo scritto più eclatante, “Lettera a una professoressa”, ha avuto una funzione molto importante nel ’68, un testo di denuncia delle disuguaglianze scolastiche). Don Milani accettò l’esilio all’età di trentuno anni perché cristiano che ha scelto i poveri e il Vangelo.
Egli veniva da una famiglia ricca e colta con i genitori di diversa formazione religiosa.
Però da giovanissimo percepì un turbamento interiore che lo portò a rifiutare il mondo privilegiato della sua famiglia per intraprendere un’altra strada, quella che gli consentì di camminare fra i poveri e gli ultimi.
Da dove traeva questa forza interna? Perché si prodigò così tanto da spremersi per educare ragazzi dal destino monco?
Egli intuiva una verità ineluttabile, cioè che la vera supremazia del forte sul debole sta nel possesso della cultura, per chi ne è dotato tutto è libera scelta, per gli altri solo cieca fatalità.
La sua morte ne sancì l’immortalità: egli sapeva che “Dio non toglie nulla, e, se toglie, è solo per far posto a qualcosa di più grande”.
Buon Natale.

Michele Gesualdi è stato uno dei primi sei “ragazzi” per i quali Don Lorenzo Milani organizza in canonica di Barbiana la scuola nel 1956. Dopo Barbiana Gesualdi ha fatto il sindacalista a Milano e a Firenze come segretario generale CISL. Per due legislature è stato presidente della Provincia di Firenze dal 1995 al 2004.
Al termine dei mandati amministrativi è ritornato sulle sue colline di Barbiana in Mugello.
Oggi è presidente della Fondazione Don Lorenzo Milani.
Da sempre porta avanti la sua opera di ricerca, raccolta e tutela della documentazione riguardante don Milani e la sua scuola che ha curato e ordinato in diverse pubblicazioni.
Per le Edizioni San Paolo ha pubblicato le “Lettere di don Lorenzo Milani Priore di Barbiana” (2007) e “Perché mi hai chiamato?” (2013).

Source: libro inviato al recensore dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

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:: Lune Nuove di Maria Beatrice Masella (Giraldi Editore 2017) a cura Valeria Gatti

20 dicembre 2017
lune nuove

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… Aveva bisogno di essere altrove per guardare il suo dentro dal fuori …

Un pomeriggio lento e uggioso di fine novembre mi fermai in libreria. Non avevo un’intenzione precisa, mi bastava riscaldare le mani e respirare un soffio di aria dolce. Mi trovai accanto a una signora alta e magra che, come me, vagava tra gli scaffali senza una particolare meta. A un tratto, si rivolse al libraio. «Mi piacerebbe leggere una bella storia di donne. Una di quelle trame nelle quali ti ci ritrovi, non so se mi spiego …» concluse sorridendo. Il libraio la guardò per un istante, sorrise e disse : « Signora sarebbe come cercare un ago in un pagliaio! Voi donne siete sempre le protagoniste assolute dei libri, anche in quelli di impronta maschile! Però venga, mi segua, le posso dare qualche indicazione.»
Leggere “Lune Nuove” di Maria Beatrice Masella, edito da Giraldi, mi ha riportato a quel pomeriggio.
Entrare nella vita di Costanza, nella sua casa affollata di adolescenti e bambini, di vicini di casa da accogliere, di ragazzi in preda a problemi troppo grandi per essere affrontati in solitudine, è stato come essere un ulteriore ospite. Lei è una donna completa, contemporanea, in affanno e in cerca della ricetta per sostenere il peso delle responsabilità che bussano alla sua porta con violenza. Una personalità forte, in continua evoluzione. Costanza è tutte noi, insomma, che ci sforziamo di non arrenderci, di trovare, sempre e comunque, il lato dolce della vita e quella forza che sappiamo di avere.
Lune Nuove” può essere definito un romanzo corale, in quanto, accanto alla voce di Costanza, si alzano i pensieri profondi e confusionari dei suoi figli, Arturo, Agata e Athena, le vicende di una donna di origini straniere, Jamila che accetta il suo ruolo di donna emigrata, e di Ottavia, la suocera di Costanza, la cui memoria si inceppa tra passato e presente.
La trama, all’apparenza semplice, è invece un susseguirsi di fatti inaspettati che arricchiscono una scrittura elaborata e profonda. I messaggi che giungono sono tutti di spessore : il mondo dell’adolescenza, con le sue infinite sfaccettature, la vita degli adulti, troppo spesso in salita, la semplicità dell’infanzia e i segreti dell’età senile. E poi, l’amore che nasce e che finisce e quello, forse ben più complicato, che resta in vita, nonostante tutto.
I personaggi e le loro vicende arricchite da dialoghi diretti strappano lacrime e sorrisi, e hanno la capacità di suscitare emozioni sopite ma eterne.

Maria Beatrice Masella è nata a Taranto e vive a Bologna dal 1975, dove attualmente lavora come insegnante e pedagogista. Ha pubblicato diversi racconti per l’infanzia e l’adolescenza con le case editrici Bacchilega Junior, Sinnos e Leone Verde. Tra le tante pubblicazioni per ragazzi e adulti ricordiamo i romanzi Compagni di futuro (Giraldi Editore 2006), ambientato a Bologna negli anni ’70, con prefazione di Margherita Hack; il romanzo per adolescenti Respiro (Sinnos editrice 2013, Libro del giorno a Fahrenheit il 16/07/2013), Mare di argilla (Edigrafema, 2014, Libro del giorno a Fahrenheit il 29/07/2014).

Suorce: libro inviato al recensore dall’editore.

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:: La rilegatrice di storie perdute di Cristina Caboni (Garzanti 2017) a cura di Valeria Gatti

18 dicembre 2017
La rilegatrice di storie perdute

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L’amore è di chi osa, lo sapevi?”

Il 25 Novembre si è celebrata la giornata nazionale contro la violenza maschile sulle donne, e in tutta Italia, si sono svolte iniziative e manifestazioni che hanno reso, una volta tanto, il paese davvero unito. Da nord a sud, un coro solido e concreto ha urlato la sua rabbia, ha chiesto di interrompere qualsiasi forma di violenza, ha promesso aiuti reali a chi denuncia e vuole ricominciare ad amare. I dati Istat parlano chiaro: sono due milioni le donne che hanno subito violenza domestica da parte del partner e ben cinque milioni quelle che hanno subito violenze al di fuori della propria abitazione. Ma, ancora più allarmante, è il dato che viene rilevato in termini di denuncia degli abusi subiti : solo 10 % delle donne trova il coraggio di parlarne. Non è questa la sede più opportuna per cercare risposte, condannare e/o analizzare un argomento così delicato e inquietante ma, se è vero che i libri “possiedono qualcosa di speciale” l’ultimo lavoro di Cristina Caboni, edito da Garzanti, potrebbe essere un ottimo spunto per una sana riflessione.
Nella copertina, sotto al titolo “ La rilegatrice di storie perdute” e alla fotografia di una giovane donna di rosso vestita che tiene un volume tra le mani, la frase “ Il coraggio può nascondersi tra le pagine di un libro” ci invita a proseguire nella riflessione poc’anzi descritta. Sono d’accordo, qualche volta non servono grandi esempi o notevoli cambi di direzioni per aprirci gli occhi su quanto sbagliata sia la nostra vita. E’ sufficiente un segnale, anche semplice. Basta un libro, una frase, uno sguardo, perché il cambiamento è già avvenuto, solo che noi non lo sappiamo ancora.
Sofia sa bene cosa significa vivere una vita povera di stimoli, priva di fiducia e di amore, ma ricca di perdite e violenze psicologiche. Conosce il significato della parola coraggio, lo ha letto nei molti libri sui quali ha messo le mani, in quelle pagine che lei stessa ha rilegato e restaurato. Ma oggi è lì, in ascolto del suo sconforto, in attesa e troppo stanca per prendere una decisione definitiva. E quando il destino le spinge tra le mani un libro di uno sei suoi scrittori preferiti si accorge subito che quello è il segnale, il campanello che la sveglia, la valanga che spazza via il suo torpore e che la obbliga a guardarsi dentro. È Clarice, la donna che ha inserito un messaggio enigmatico nella copertina del libro, la svolta. È lei, una donna vissuta due secoli fa che attraverso i suoi messaggi enigmatici infonde coraggio e forza, voglia di non arrendersi e di tornare ad amare. Perché dopo una burrasca sorge sempre il sole. E’ naturale, non potrebbe essere altrimenti.
La rilegatrice di storie perdute” è un romanzo a due voci, che da spazio alle vicende complesse e simili delle due protagoniste. Un narratore candido e preciso accompagna il lettore attraverso due secoli, creando intorno a sé un’atmosfera fiabesca, da cartolina. Le descrizioni dei paesaggi sono minuziose, precise, quasi reali. I dialoghi sono efficaci, mai prolissi. Riempire la pagina iniziale del capitolo con una frase a tema, presa in prestito da grandi scrittori, è una raffinatezza che aggiunge magia alla trama. Si carpisce una efficace capacità di elaborare una trama fitta e complessa, studiata nei minimi dettagli, nonché uno strategico uso dei mezzi di scrittura per tradurre in romanzo una storia di violenza, coraggio e speranza a sostegno della forza innata delle donne.

Cristina Caboni vive con il marito e tre figli in provincia di Cagliari, dove si occupa dell’azienda apistica di famiglia. E l’autrice dei romanzi “Il sentiero dei profumi” – bestseller venduto in tutto il mondo, adorato dai lettori e dalla stampa, che ha conquistato la vetta delle classifiche italiane e straniere- , “La custode del miele e delle api” e “il giardino dei fiori segreti”, Premio Selezione Bancarella 2017.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Morte ad Asti – La nebbiosa domenica dell’investigatore Martinengo di Fabrizio Borgio (Fratelli Frilli Editori 2017)

14 dicembre 2017
morte ad asti

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Morte ad Asti, terzo romanzo della serie dedicata all’ investigatore privato Giorgio Martinengo, è un romanzo dalla scrittura lineare che indaga sulle luci (poche) e le ombre (molte) della provincia italiana dagli anni ’90 ad adesso. Abbiamo un investigatore privato piemontese, ex poliziotto, di origini contadine (sarebbe stato destinato a dirigere un’azienda vinicola se i dissidi col padre non l’avessero portato a cercare altro) e un caso a lui affidato da una banca d’affari tedesca con filiale a Milano, la MidaGest. Proprio il losco e mellifluo dottor Cazzaniga, safety manager di questa azienda, lo ingaggia per investigare su una dipendente che è implicito gli sta creando un mucchio di guai. Martinengo sa che è un lavoro sicuro, queste grandi aziende pretendono risultati ma pagano sull’ unghia, ma presto scopre che la donna oggetto di questa indagine è proprio Vittoria Squassino, suo grande amore di gioventù, donna bellissima e affascinante che in un certo senso non ha mai dimenticato. La morte della donna spariglia le carte e toccherà a Martinengo tirare le fila di questa oscura vicenda portando il colpevole del delitto a confessare e aiutando gli inquirenti a far luce sui maneggi finanziari all’origine di tutto. Tra passato e presente la narrazione si alterna fluida fino al concitato finale. Fabrizio Borgio ha uno stile piuttosto personale, e una buona padronanza dei tempi narrativi. I personaggi sono sottilmente caratterizzati, soprattutto il dottor Cazzaniga, il villain della situazione, che ci riporta ai cummenda di tanta narrativa, penso a Scerbanenco soprattutto. Nel complesso un buon noir regionale, non eccessivamente insolito nella trama, ma inserito nel solco della tradizione giallistica italiana.

Fabrizio Borgio nasce prematuramente nella città di Asti il 18 giugno 1968. Appassionato di cinema e letteratura, affina le sue passioni nell’adolescenza iniziando a scrivere racconti. Trascorre diversi anni nell’Esercito. Lasciata l’uniforme, bazzica gli ambienti artistici astigiani, segue stages di sceneggiatura con personalità del nostro cinema, tra cui Mario Monicelli, Giorgio Arlorio e Suso Cecchi d’Amico. Collabora proprio come sceneggiatore e soggettista assieme al regista astigiano Giuseppe Varlotta. La fantascienza, l’horror, il mistero, il fantastico “tout court”, gialli e noir sono i generi che maggiormente lo coinvolgono e interessano. Esordisce partecipando con un racconto breve al concorso letterario Il nocciolino di Chivasso e ricevendo il premio della giuria. Ha pubblicato Arcane le Colline nel 2006 e La Voce di Pietra nel 2007. Per Fratelli Frilli Editori pubblica nel 2011 Masche (terzo classificato al festival Lomellina In Giallo) e nel 2012 La morte mormora. Nel 2014 esce Vino rosso sangue, il primo noir che vede protagonista l’investigatore privato Giorgio Martinengo. Firma un contratto con la Acheron Books di Samuel Marolla con la quale pubblica il romanzo IL SETTIMINO, terza avventura dell’agente speciale del DIP Stefano Drago. Asti ceneri sepolte è l’ultimo noir pubblicato con Martinengo protagonista, sempre per la Frilli editori. Dal 2015 è membro della Horror Writers Association. Nel 2017 partecipa all’antologia in ebook Spettrale con il racconto Il tempo delle spigole. Sposato, vive a Costigliole d’Asti sulle colline a cavallo tra Langhe e Monferrato con la sua famiglia e un gatto nero di nome Oberyn, dove oltre a guadagnarsi da vivere e scrivere i suoi romanzi, milita nella locale sezione della Croce rossa Italiana come soccorritore. Membro ONAV è anche assaggiatore di vino.

Suorce: libro inviato dall’editore. Si ringrazia Carlo Frilli.

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:: Guida al cinema fantasy di Walter Catalano, Andrea Lazzeretti e Gian Filippo Pizzo (Odoya 2017) a cura di Elena Romanello

13 dicembre 2017
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La Odoya edizioni propone un nuovo volume dedicato all’approfondimento tematico del fantastico con la Guida al cinema fantasy, opera dei tre esperti Walter Catalano, Andrea Lazzeretti e Gian Filippo Pizzo.
Negli ultimi vent’anni il fantasy al cinema ha avuto vari successi e anche qualche flop, non necessariamente di bassa qualità, diventando comunque un genere atteso e amato da più generazioni di appassionati soprattutto grazie ad alcuni titoli: il saggio Odoya indica come momento importante per l’affermazione di storie di magia e eroi nella Settima Arte gli anni Ottanta, quando uscirono due titoli ancora oggi godibilissimi, il barocco Excalibur di John Boorman ispirato alle leggende della tradizione arturiana e lo spassoso Conan il barbaro di John Milius, tratto dai racconti pulp dello sfortunato autore degli anni Trenta Robert E. Howard.
Gli autori però non trascurano tutti i film che, dal muto in poi, erano ascrivibili al genere fantasy, senza scordare anche il cinema d’animazione di Walt Disney, maestro a mescolare fiaba, magia e eroi, e Hayao Miyazaki, con le sue principesse sui generis da Nausicaa a Mononoke, per arrivare poi ovviamente alla storia recente, con due teste di ponte famosisissime e amatissime come la saga de Il signore degli anelli e quella di Harry Potter, entrambe di derivazione letteraria e entrambe grandi successi di pubblico e di critica. Parlare dell’attualità vuol dire anche non dimenticare le influenze tra cinema e videogiochi, con un film come Warcraft , che racconta con il filtro del fantastico il tema attualissimo dello scontro tra civiltà, e soprattutto raccontare le serie tv, da Xena a Game of thrones, che hanno aumentato la popolarità del genere trovando nuovi target di pubblico e diventando fenomeni di costume anche per i non afidionados.
Del resto, è da tempo che si sa che il fantasy non è certo solo storie per ragazzini piene di effetti speciali, anzi nelle sue storie, letterarie o su grande e piccolo schermo spesso si parla di tematiche profonde, come viaggi iniziatici per lottare contro il male ma soprattutto per trovare un equilibrio dentro se stessi oltre che metafore dell’attualità.
Ognuno, a seconda dell’età ha il suo film fantasy preferito, e la Guida al cinema fantasy li cita tutti o quasi, dalle Cronache di Narnia al cult Labyrinth, da Stardust a La storia infinita, da La corona di ferro a La storia fantastica, confermandosi come un libro di grande interesse per cultori e curiosi del genere fantastico. L’argomento, appassionante e divertente, viene trattato comunque, come è abitudine della Odoya, in maniera non nostalgica, anche perché si tratta di una storia ben lontana dall’essere conclusa e che puà far scoprire o riscoprire tante cose.

Walter Catalano collabora con varie pubblicazioni tra cui Carmilla, Robot e Urania, ed è attivo come curatore di antologie, tra le quali l’ultima è Nostra Signora degli Alieni in collaborazione con Gian Filippo Pizzo (Homo Scrivens 2017). Per Odoya è coautore della Guida alla letteratura horror (2014) e della Guida al cinema horror (2015).

Andrea Lazzeretti da circa vent’anni coordina la più longeva pubblicazione italiana sui giochi (di ruolo e non), Anonima Gidierre, e ha pubblicato Il cinema dei fumetti (Gremese 2007).

Gian Filippo Pizzo si occupa da oltre quarant’anni di letteratura e cinema fantastici con collaborazioni a quotidiani e varie riviste.
Per Odoya ha collaborato al volume Guida alla letteratura di fantascienza a cura di Carlo Bordoni (2013) e ha scritto la Guida al cinema di fantascienza assieme a Roberto Chiavini e Michele Tetro (2014) oltre alle citate Guida alla letteratura horror e Guida al cinema horror.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Insecta di Gianrico Gambino (Astro Edizione 2016) a cura di Elena Romanello

12 dicembre 2017

insectaPer quanto si amino gli animali e si abbiano a cuore i loro diritti, ce ne sono alcuni che proprio non stimolano l’affetto, almeno nella stragrande maggioranza delle persone, e che anzi suscitano irritazione e disgusto: ovviamente si parla di insetti e aracnidi, mostri in miniatura lontanissimi come forma da quella degli esseri umani e degli animali appartenenti ai mammiferi, ai rettili, agli anfibi e agli uccelli, percepiti come pericolosi e in qualche caso lo sono comunque.
Gianrico Gambino, che detesta gli insetti dopo un incontro non certo felice con un bombo, immagina nel romanzo di fantascienza INSeCTA una storia di fantascienza distopica in cui gli insetti sono diventati enormi e capaci di organizzazione sociale complessa (cosa che comunque hanno, basti pensare a formiche e api), e che dominano il pianeta Terra contrastati da un numero sparuto di esseri umani.
Non è la prima volta che nel fantastico si immagina un mondo dominato da una specie animale, basti pensare alla serie de Il pianeta delle scimmie, o che si racconta la minaccia di un animale diventato gigantesco, come nei B Movies di culto anni Cinquanta americani e giapponesi, da Godzilla a Tarantula e forse dietro c’è anche un po’ di cattiva coscienza da parte di una specie come quella umana che ha sterminato i suoi simili e gli altri animali e devastato la natura.
Stavolta però il tutto viene affidato ad un racconto scritto, ma talmente vivace e pregnante da uscire dalle pagine e avvincere, facendo guardare con ancora più timore gli insetti anche nella stagione invernale dove per fortuna se ne vedono un po’ meno. Ma sono sempre in agguato, tra leggende metropolitane e cronaca.
Del resto, per quanto gli insetti non piacciano, e quelli di INSeCTA sono particolarmente terrificanti e insopportabili, alla fine la colpa è degli esseri umani e della loro mania di sfruttare animali e natura, perché gli enormi bombi, vespe e simili che popolano le pagine del libro sono il risultato di un esperimento nato per aumentare il profitto di alcune multinazionali poi sfuggito di mano al punto da rendere gli esseri umani la minoranza in cerca di un riscatto contro creature mostruosamente organizzate e spietate.
Un romanzo interessante di una voce italiana per ricordare che anche nel nostro Paese c’è una serie di autori e autrici attivi nel genere fantastico in tutte le sue forme: tra l’altro la Astro edizioni dà spazio a molti di loro, come altre case editrici indipendenti e in cerca di nuovi talenti capaci di stupire con i loro romanzi.

Gianrico Gambino, programmatore, si è sempre dedicato alla scrittura e al fantasy attraverso un forum e un gioco di ruolo online, di cui è anche stato dungeon master.
Un giorno un bombo gli finisce addosso; ha il sacro terrore degli insetti (apiformi in particolare) e, per sublimare l’enorme spavento, inizia a scrivere INSeCTA.
Tra le sue passioni anche la chitarra, l’astronomia, il tiro con l’arco, la lettura di classici da Asimov a Silverberg, da Marion Zimmer Bradley a Tolkien.

Source: libro inviato al recensore dall’autore.

:: Fiabe di Natale di Guido Gozzano e Francesca Sanzo (Graphe.it Edizioni 2017) a cura di Giulietta Iannone

11 dicembre 2017
fiabe di natale

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La Graphe.it Edizioni, piccola casa editrice di Perugia, dal 2013 porta avanti una simpatica collana, Natale ieri e oggi, nata da un’ idea di Roberto Russo. Collana che propone un racconto del passato e un racconto del presente accomunati appunto dallo spirito natalizio. Sono libri piccolini, una sessantina di pagine, agili nel formato e nelle dimensioni, ma piacevoli da leggere e perché no regalare.
Quest’anno l’autore del passato è Guido Gozzano, poeta crepuscolare piemontese nato a Torino nel 1883. Partecipa con il breve racconto Il Natale di Fortunato, una fiaba edificante dalle forti componenti morali, scritta nello stile un po’ antiquato di inizio Novecento, ma da cui però traspare una grande freschezza e autenticità, tipica di questo autore davvero singolare. Per chi avesse erroneamente l’idea che Gozzano fosse un tipo triste, se non tetro, posso assicurare che era tutto il contrario. Amava l’umorismo, lo scherzo goliardico e pure la burla, mi raccontava mia nonna che l’aveva conosciuto da bambina, erano cugini, che con i suoi amici organizzava dei gavettoni per colpire le eleganti signore di Torino, per poi scappare ridendo come un matto.
Poi amava le fiabe e le favole, ne scrisse parecchie dedicate ai bambini, tra cui anche questa che ha per tema l’irriconoscenza di cui spesso più o meno tutti siamo vittime. Se è facile essere pii e generosi quando si è poveri, difficilmente lo si rimane quando si è investiti da un’ improvvisa e immeritata ricchezza. Lo sperimenterà a sue spese il povero Fortunato che avrà modo di incontrare sotto mentite spoglie niente meno che Gesù in transito sulla terra.
Francesca Sanzo è invece l’autrice del secondo racconto, quello contemporaneo, che ha per titolo Il Natale di Amalia. Protagonista è Amalia Zamboni, borghese benestante, moglie di un medico, e donna gretta e chiusa nel suo piccolo mondo, senza nessuna sensibilità verso gli altri specialmente i bambini. Quando le luci di Natale dei vicini di pianerottolo diventano un’ offesa al suo senso estetico, organizzerà uno stratagemma, che purtroppo le si ritorcerà contro.

Guido Gozzano (1883-1916) è stato un poeta e scrittore, spesso associato al crepuscolarismo, attento alle «buone cose di pessimo gusto», come egli stesso definiva, ironicamente, la sua poetica. A causa della tubercolosi, morì a soli trentadue anni.

Francesca Sanzo, bolognese, classe ’73, dal 2002 si occupa di comunicazione digitale: oggi è una copywriter e digital strategist e oltre a fare la consulente è anche una formatrice.

Source: inviato dall’editore, si ringrazia Roberto Russo.

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:: Tredici giorni a Natale di Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editori 2017)

7 dicembre 2017
tredici giorni a Natale

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Torna la strana coppia del giallo italiano composta dal critico cinematografico Mario Bernardini e dal commissario di polizia Sergio Crema, protagonisti di Tredici giorni a Natale nuovo romanzo dello scrittore torinese Rocco Ballacchino. La Fratelli Frilli Editore di questo autore ha già pubblicato Trappola a Porta Nuova, Scena del crimine, Trama imperfetta e Torino obiettivo finale, e come i precedenti anche questo romanzo è una piacevole lettura, e il quarto appuntamento ormai fisso con una serie che si è conquistata ormai numerosi estimatori. Se vi piace il giallo, solo leggermente screziato di noir, con molto umorismo e qualche attinenza con l’attualità, è una serie che consiglio.
Ballacchino è a suo agio nella sua Torino invernale, e ha creato una coppia di personaggi sicuramente riusciti e affiatati, che davvero prendono vita dalle pagine, acquistando profondità, soprattutto lo scorbutico Mario Bernardini che più invecchia, saranno anche le prove che deve affrontare, più perde cinismo e misantropia in favore di una più calda umanità. Il commissario è un buffo comprimario, buffo per le sue debolezze (la buona cucina e la passione per la bella collega Bonamico) ma tenace e perspicace come investigatore e poliziotto.
Siamo a Torino, mancano pochi giorni al Natale e il commissario Crema riceve una telefonata. All’ apparecchio c’è il primario di terapia intensiva del Mauriziano, che lo convoca in tutta fretta al capezzale di una donna morente, la signora Giraudo. Crema piuttosto riluttante si reca all’ospedale a bordo della Grande Punto assieme all’ispettore Quadrini, e raccoglie le ultime parole della donna: “Non è stato… Lui”.
L’arrivo del marito, il signor Cerutti, il giorno dopo in Questura fa luce sull’avvenimento insolito. L’uomo racconta una lunga storia risalente al 24 giugno del 1990, 26 anni prima. La figlia Sonia, studentessa in Lettere presso l’Ateneo torinese, dopo aver avuto un colloquio con il relatore della sua tesi si diresse verso gli ascensori di Palazzo Nuovo segnando il suo destino. La polizia ne rinvenne il giorno dopo il corpo in uno degli ascensori. Era stata strangolata.
Del delitto fu incolpato il custode di Palazzo Nuovo, Luigi Merlino, sempre professatosi innocente. Ed è proprio il custode, il lui a cui si riferiva la donna nelle sue ultime drammatiche parole, non avendo mai creduto alla sua colpevolezza.
Pur avendo altri casi, ben più recenti a cui pensare, il tarlo del dubbio e della curiosità si insinua nella mente del commissario, tanto che inizia raccogliere da internet tutte le notizie che trova sull’ omicidio della ragazza, denominato al tempo dai giornali il delitto di Palazzo Nuovo.
E così scopre che il presunto colpevole Luigi Merlino è morto alcuno anni prima per infarto. Il mistero si infittisce e il commissario Crema non riesce a capire perché la madre della ragazza abbia chiamato proprio lui in punto di morte per confidargli la certezza dell’ innocenza di Merlino.
Quando entra in scena Mario Bernardini, al tempo del processo testimone chiave, ormai non c’è più scelta bisogna fare luce sulla morte della ragazza, scoprire come andarono veramente le cose, nonostante sia quasi Natale e sarebbe preferibile pensare alle proprie compagne, ai regali, ai figli, alla famiglia.
In un susseguirsi di colpi di scena Ballacchino ci accompagna in un’ indagine ufficialmente chiusa, ma ancora piena di misteri e strane coincidenze, che condurrà a una vigilia di Natale difficile da dimenticare. Forse è proprio vero come filosoficamente pensa Crema che il passato dovrebbe essere lasciato in pace. Ma a volte la cocciutaggine di un poliziotto può portare anche ad effetti indesiderati, non solo allo svelamento del colpevole.
Con il suo ricorrente stile semplice e lineare Ballacchino ci narra una storia investigativa in cui passato e presente si intrecciano, in una Torino imbiancata dalla neve, una gran scocciatura per il nostro commissario che ha il buffo fascino di un personaggio di una commedia agro dolce anni ’70.
L’uso di capitoli brevi è funzionale al crescere della suspense. In ogni capitolo un pezzo del puzzle, un nuovo indizio, una nuova ipotesi alternata a parentesi più leggere come la battaglia a palle di neve in famiglia. Se vogliamo in questa indagine il personaggio di Mario Bernardini, testimone riluttante, passa sullo sfondo dando più spazio al commissario Crema, vero protagonista del romanzo. Questa scelta narrativa è interessante ma indebolisce un po’ l’originalità della serie, dove punto cardine era vedere le indagini di un critico cinematografico sui generis. Spero che Ballacchino non faccia sparire questo personaggio dalle sue indagini, nonostante un po’ il dubbio ce l’abbia avuto. Ma si sa un autore decide le sue scelte narrative ed è anche sbagliato da parte di un lettore forzarle.
In conclusione è una serie che amo, che leggo sempre con piacere, un po’ perchè ambientata nella mia città, un po’ perché parla di cinema (molte sono le citazioni cinematografiche). Una lettura che consiglio e senza volere apparire una indovina, credo avrà ancora lunga vita.

Rocco Ballacchino è nato a Torino nel 1972, si è laureato, nel 1999, in Scienze della Comunicazione, con una tesi dal titolo “Il personaggio di Totò nell’Italia del dopoguerra” (Semiologia del cinema e degli audiovisivi).
Ha collaborato dal 2009 al 2011, in qualità di sceneggiatore, con la Turin Video Production.Ha al suo attivo numerosi gialli pubblicati tra il 2009 e il 2017, gli ultimi dei quali hanno per protagonisti il commissario Sergio Crema e il critico cinematografico Mario Bernardini.
È tra i soci fondatori del collettivo di scrittori Torinoir, nato a Torino nel 2014.

Suorce: libro inviato dall’editore. Si ringrazia Carlo Frilli.

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:: Satriano e Don Mimmo Battaglia in un abbraccio d’amore di Giulio De Loiro (Rubbettino 2017) a cura di Floriana Ciccaglioni

6 dicembre 2017
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Giulio De Loiro dà alle stampe la sua ultima fatica Satriano e Don Mimmo Battaglia in un abbraccio d’amore, edito da Rubbettino, con la prefazione dell’Arcivescovo Metropolita di Catanzaro-Squillace Vincenzo Bertolone. Due storie in una. Quella degli ultimi cinquant’anni di un piccolo borgo. Quella dei primi anni di un grande Vescovo. Un solo abbraccio. Quello tra un paesino e il suo cittadino più illustre. Un legame indissolubile che non può sciogliersi in due diverse pubblicazioni. Quello tra un uomo e la sua terra. Una terra che ancora sporca i piedi di un prete diventato Vescovo. Un Vescovo che, nel suo discorso di investitura, ricorda il suo paese. Satriano e Don Mimmo Battaglia. Figli della Calabria. Quella lasciata in fondo allo Stivale. Per ultima. Come quegli ultimi, invisibili, di cui Don Mimmo si è fatto padre. Con un’attenzione maniacale verso il particolare, l’autore porta sulla pagina quella quotidianità che invade le viuzze e le piazze e le botteghe e le case di un paese nell’ultimo cinquantennio, a cavallo tra due secoli. Attore in scena diventa il sindaco. E con il sindaco le infinite diatribe tra comunisti e democristiani. Il parroco. E con il parroco i credenti, falsi credenti, credenti di prima classe e i dimenticati dalla società. Grazie a tutti loro, De Loiro conduce una serrata inchiesta sui micro-cambiamenti sociali che conducono il paese dal vecchio al nuovo secolo. Una sola voce narrante, implacabilmente partecipe alle vicende di cui essa stessa si è fatta attrice. La voce dell’autore. Corre l’anno 1970 nella prima parte del libro. Un gruppo di giovani è spinto dalla voglia di partecipare alla vita politica del paese. Una vita politica fatta di idee e ideali. Poi l’anno 1995. Modifiche elettorali per le quali il sindaco non sarà più scelto all’interno del gruppo politico, ma dal voto espresso dal cittadino. Così non è solo la legge a mutare. Lo è l’intera società. La politica degli ideali diventa politica fatta di persone. Quelle che eleggono e quelle da eleggere. Uno sguardo indagatore che a metà del racconto viene ad incontrarsi con una nuova realtà presente in quelle stesse viuzze e piazze e botteghe e case. La religiosità. Simbolo estremo ne diventa quello che già nel titolo si prefigura come protagonista del libro. Don Mimmo Battaglia. Il prete di strada. Quel prete che il 24 giugno del 2016, ormai a diversi anni di distanza rispetto all’incipit, viene nominato Vescovo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti. Il lettore si ritrova, così, a lasciare il piatto in tavola, le lenzuola da stendere, la tv accesa, il lavoro in ufficio, la telefonata con l’amico, per correre in strada assieme all’intera Satriano. Ecco l’abbraccio. Quello tra il Vescovo e la sua terra. Quello tra il lettore e la passione viscerale che spinge l’autore a raccontare la pagina più illustre della
storia di Satriano. Lo stile della narrazione mantiene i toni dell’orazione politica quando De Loiro descrive le vicende politiche del borgo. Emerge invece la ricchezza espressiva della lingua quando descrive quei miti ed eroi che sono carne viva nell’immaginario popolare collettivo, resa ancor più concreta dalle numerose foto del Vescovo nella sua Satriano.

Giulio De Loiro è nato a Catanzaro il 6 maggio 1944 ed ha sempre vissuto a Satriano, il paese di cui è stato sindaco e a cui negli ultimi anni sta dedicando le sue ricerche storiche. Laureato in Lettere  classiche all’Università di Napoli, ha insegnato per quasi quaranta anni Lettere nelle scuole statali e Latino e Greco all’Istituto Salesiano di Soverato, contribuendo alla formazione di numerosi professionisti del comprensorio soveratese. Ha già pubblicato con Calabria Letteraria Editrice due volumi sulla storia di Satriano: Gente nostra nel 2009 e Satriano nel ‘700 attraverso i dati del Catasto Onciario nel 2011. Da qualche anno collabora con l’Associazione Culturale di Badolato “La Radice”, dove, nel 2015, si è impegnato, assieme ad altri amici, alla pubblicazione de La Platea dello Stato di Badolato, un prezioso volume che offre ai lettori un interessante spaccato della storia medievale dei paesi del basso Ionio catanzarese.

Suorce: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.