Posts Tagged ‘letteratura italiana’

:: Il linguaggio mafioso. Scritto, parlato, non detto di Giuseppe Paternostro (AutAut Edizioni, 2017) a cura di Irma Loredana Galgano

2 febbraio 2018
Linguaggio mafioso -fronte

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Un saggio, Il linguaggio mafioso di Giuseppe Paternostro, che lo stesso autore definisce non scientifico ma divulgativo, nella accezione più alta, ovvero quella «di diffondere una conoscenza al più vasto pubblico possibile». Un libro che racconta «storie di mafia e di antimafia» ma che, soprattutto, narra degli uomini di mafia chiamandoli, finalmente, come andrebbero sempre appellati: «uomini del disonore». Altro che “onore” e “rispetto”.
Gli strumenti utilizzati da Paternostro per analizzare il fenomeno mafioso sono quelli a lui più consoni, per vocazione e professione. Sociolinguistica, linguistica testuale e pragmatica della comunicazione, «in grado di far luce sulle componenti essenziali della comunicazione umana». L’intera analisi portata avanti dall’autore non perde mai di vista il “vizio” all’origine di un esame di questo tipo, ovvero il fatto che entrambe le comunicazioni mafiose (interna ed esterna) e relativi sottogruppi non sono mai o quasi spontanee, falsate da quello che in realtà gli attori vogliono sia inteso o interpretato.
Il fine prefissosi da Paternostro sembra essere stato raggiunto ottimamente. «Esiste un linguaggio mafioso o piuttosto un linguaggio dei mafiosi o della mafia?», si chiede l’autore cercando le dovute risposte. Il linguaggio esiste come il gruppo che lo definisce e la società che sembra assimilarlo sempre più. Anche per ciò l’autore sottolinea l’importanza di dare più peso «alle questioni legate al rapporto fra usi linguistici e contesto rispetto alle strutture linguistiche in sé». Tenendo sempre presente l’evoluzione costante della mafia come del suo linguaggio.
Un saggio interessante, Il linguaggio mafioso di Giuseppe Paternostro, pensato e scritto davvero per essere quanto più divulgativo e accessibile possibile. Un libro che indaga un fenomeno, quello mafioso, attraverso il suo linguaggio anche perché necessario, visto che ancora oggi una grandissima parte dell’opinione pubblica «ha una percezione distorta» di esso, legata spesso «alla rappresentazione che di esso hanno dato», media cinema e tv in primis ma anche libri videogame e via discorrendo fino ad arrivare alla percezione di sé che trasmettono gli stessi attori e agenti afferenti ai vari clan.

Giuseppe Paternostro: ricercatore di linguistica italiana all’Università di Palermo, dove insegna Analisi dei testi pubblici. Si interessa alla sociolinguistica dell’Italia contemporanea e ai rapporti fra lingua, discorso e identità.

Source: pdf inviato dall’ editore. Ringraziamo l’ufficio stampa AutAut.

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:: Mi manca il Novecento – Il dibattito sul caso Silone e Uscita di sicurezza a cura di Nicola Vacca

1 febbraio 2018

Uscita di sicurezzaLa grandezza di Ignazio Silone risiede nell’attualità della sua opera. Oggi, purtroppo, Silone è uno scrittore poco letto. La straordinaria coerenza politica –intellettuale, che ha fatto dell’autore di Fontamara uno degli scrittori più irregolari del Novecento, merita considerazione e rispetto e soprattutto una rilettura onesta.
Silone è stato uno dei più attenti osservatori del suo tempo, un anticonformista capace di cogliere il fascino della seduzione ideologica per poi superarne profeticamente gli stessi contenuti.
La passione ideologica, infatti, muoverà il pensiero di Silone e lo condurrà fino al cuore del totalitarismo moderno (nel suo caso il comunismo) e poi alla definitiva rottura, che in seguito caratterizzerà la sua vicenda esistenziale prima ancora di quella politica. Dopo l’espulsione dal partito comunista si radicò nella sua coscienza la convinzione della necessità ideologica del tradimento nei confronti di ogni tentazione totalitaria.
Da quel momento in poi la figura di Ignazio Silone è stata oggetto di un duro attacco da parte dell’intellighenzia di sinistra che vedeva in lui un nemico da isolare e da abbattere. Lo scrittore nei suoi libri più importanti (Uscita di Sicurezza, La scuola dei dittatori) aveva denunciato il fallimento di un progetto ambizioso, il comunismo di matrice marxista, finito in una morsa tirannica e liberticida.
Silone, di ritorno da uno dei suoi numerosi viaggi a Mosca tra il 1921 e il 1927 nella qualità di membro della delegazione dei comunisti italiani, così scrive dei suoi colleghi russi:

«Ciò che mi colpì dei comunisti russi era l’assoluta incapacità di discutere lealmente di opinioni contrarie alle proprie. E il dissenziente, per il semplice fatto che osava contraddire, era senz’altro opportunista, se non addirittura un traditore ed un venduto».

Silone comprese, a proprie spese e sul campo, che il regime comunista nulla aveva a che fare con il concetto di libertà del pensiero occidentale.
Da quel momento con la sua opera egli si schierò apertamente dalla parte dell’uomo libero. E nella difesa ad oltranza della sua libertà, ma soprattutto della sua dignità, non rimaneva altro da fare che lasciare una testimonianza scritta e diretta dell’universo totalitario che aveva avuto la sfortuna di conoscere personalmente.

«Se la mia opera letteraria ha un senso, in ultima analisi, è proprio in ciò: a un certo momento scrivere ha significato per me l’assoluta necessità di testimoniare».

Silone è uno scrittore che non si dovrebbe mai smettere di leggere: ponendo al centro del suo pensiero sempre la libertà di giudizio nei suoi libri (in modo particolare nei saggi) ha descritto minuziosamente l’ingranaggio politico della nostra epoca, fornendo una interpretazione crudele, appassionata e inquietante dell’Italia contemporanea.
In tal senso, il libro di svolta è Uscita di sicurezza, una raccolta di scritti autobiografici che Ignazio Silone dà alle stampe nel 1965 in cui lo scrittore abruzzese con grande analisi e lucidità dà conto della sua disillusione nel confronti dell’ideologia.
Il nucleo centrale dei saggi che Silone mette insieme nel libro (si veda in proposito il saggio da cui prende il titolo l’intera raccolta) è rappresentato dalle tappe della sua militanza politica che lo porterà, dopo un viaggio in Unione Sovietica, alla fine del rapporto con il Partito Comunista.
In queste pagine Silone aderisce alla visione cristiana e individuale del socialismo e denuncia, dopo aver constato personalmente, la dittatura sovietica.
In piena guerra fredda, Silone prende definitivamente le distanze da quell’idea in cui aveva creduto e che si è rivelata totalitaria e oppressiva.
Nel saggio La lezione di Bubapest, dedicato ai fatti di Ungheria Silone scrive:

«Rinunziare, una volta per sempre, agli intermedari.Rinunziare a quelli che ci ordinano quando dobbiamo aprire gli occhi e quando dobbiamo chiuderli e che cosa dobbiamo pensare. Forse è questo, dopo la lezione ungherese, il dovere più importante degli intellettuali detti di sinistra. Dobbiamo apprendere dal popolo le sue verità, anche quelle nascoste, e fargli conoscere le nostre».

Ignazio Silone, come il suo amico Albert Camus, aveva scelto di essere un uomo in rivolta.
E nel saggio «La scelta dei compagni» (che si trova sempre in Uscita di sicurezza) a proposito del grande scrittore francese Silone scrive:

«Camus ci ha insegnato che anche da una rivolta che nasce dalla semplice pietà può ridare un senso alla vita».

Uscita di sicurezza ha molte affinità con L’uomo in rivolta di Albert Camus.
I due scrittori allo stesso modo si sono schierati dalla parte della libertà, andando sempre controcorrente, con dedizione alla causa, coltivando i medesimi ideali di giustizia sociale, stando sempre dalla parte dell’uomo e mai del potere.
Uscita di sicurezza è soprattutto il percorso intellettuale di Silone, testimone scomodo del suo tempo, sempre politicamente scorretto che ha servito la verità e si è schierato contro la mistificazione del pensiero.
Il libro è uno straordinario autoritratto politico – morale dell’uomo e dello scrittore Ignazio Silone a cui costò caro aver scritto, nell’Italia che aveva i Pci più organizzato d’Europa con il suo codazzo servile di intellettuali al seguito, «ci si libera dal comunismo come si guarisce da una nevrosi».

:: Non ho tempo per amarti di Anna Premoli (Newton Compton 2018) a cura di Marcello Caccialanza

31 gennaio 2018
Non ho tempo per amarti di Anna Premoli

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Non ho tempo per amarti”, pregevole opera dell’italiana Anna Premoli, è un trascinante romanzo rosa che pone l’accento, con estrema delicatezza, su come l’amore nelle sue differenti accezioni e sfaccettature possa spingere in modo inequivocabile gli opposti ad attrarsi reciprocamente e a combinarsi in una vivace e meravigliosa alchimia.
La protagonista femminile, Julie non è altro che una giovane scrittrice acculturata e di talento che non riesce suo malgrado a sentirsi a proprio agio con una modernità galoppante che in fondo le incute paura ed un generale malessere esistenziale. Lei è uno spirito fragile e sensibile, innamorata del passato; un passato che la rende felice e le regala la magia inconsistente di una libertà insperata. Tanto è vero che la sua stessa produzione letteraria si compone solamente di romanzi ambientati nell’ottocento!
Ma la vita è strana e anche buona matrigna e quando meno te lo aspetti ha la capacità di offrirti una sorta di miracolo, ovvero quella imprevedibilità grazie alla quale ti viene concessa una specie di rinascita intima. E così avviene anche per la stessa Julie! Grazie al fortuito incontro con un aitante vicino di casa,dai modi passionali e vivaci, e al conseguente innamoramento, la giovane avrà quindi l’opportunità di maturare e di vincere le sue paure: cambierà dunque mentalità e piano piano sarà sempre più sospinta verso quel doveroso ricongiungimento con il suo tempo e i suoi conseguenti ritmi vitali.

Anna Premoli è nata nel 1980 in Croazia e vive a Milano, dove si è laureata alla Bocconi. Ha lavorato alla J.P. Morgan nell’Asset Management e per un lungo periodo in ambito Private Banking per una banca privata, prima di accettare una nuova sfida nel campo degli investimenti finanziari per una holding di partecipazioni. La scrittura è arrivata per caso, come “metodo antistress” durante la prima gravidanza. Ti prego lasciati odiare è stato il libro fenomeno del 2013: è stato per mesi ai primi posti nella classifica, i diritti cinematografici sono stati opzionati dalla Colorado Film e ha vinto il Premio Bancarella. I suoi romanzi sono tradotti in diversi Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato anche Come inciampare nel principe azzurro; Finché amore non ci separi; Tutti i difetti che amo di te; Un giorno perfetto per innamorarsi; L’amore non è mai una cosa semplice; È solo una storia d’amore; L’importanza di chiamarti amore; Un imprevisto chiamato amore e Non ho tempo per amarti.

Source: libro del recensore.

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:: Un amore di città di Antonella Ferrari (Il Seme Bianco 2017) a cura di Marcello Caccialanza

30 gennaio 2018
un amore di città

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Un amore di città”, l’ultima fatica dell’autrice Antonella Ferrari, non è altro che un esilerante ritratto a tutto tondo di un luogo immaginario, conosciuto dai benpensanti con il nome di Rapasodi, una città che conta la bellezza di circa settantamila anime.
La scrittrice, con garbo ed eleganza, ha così ben costruito una sorta di tragicommedia, in cui i suoi protagonisti, che peccano in tracotanza ed affettazione, vivono un’esistenza quasi ovattata, una specie di bolla d’aria, in cui il medesimo meccanismo narrativo assume piano piano una velata connotazione burlesca e surreale, quasi se noi stessi, ignari lettori, venissimo catapultati, a nostra insaputa, all’interno di una farsa di genere!
Rapasodi è dunque una tipica cittadina di provincia, dove trionfano in modo vergognoso pettegolezzi d’ogni sorta, lusso sfrenato ed ostentato, macchine potenti e capi d’abbigliamento all’ultima moda, che vanno in un certo senso a colmare il vuoto delle menti e dei cuori. In questo luogo non ben identificato regna la cattiveria, la corruzione e dulcis in fundo l’invidia reciproca. Tutti tradiscono e vengono di conseguenza traditi!
Una commedia da non perdere, da leggere e gustare tutta d’un fiato, perché aiuta a rivalutare nel bene e nel male la caotica vita metropolitana.

Antonella Ferrari è nata a Chieti, laureata in Giurisprudenza è stata Professore a Contratto presso L’Università G. D’Annunzio di Chieti. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche abruzzesi. Ha pubblicato con l’Editore Morlacchi di Perugia, il romanzo “Nessun Dolore”, autobiografico che ha ricevuto l’apprezzamento dei lettori.

Source: libro del recensore.

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:: Felici diluvi di Graziano Gala (Musicaos Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

29 gennaio 2018
Felici-diluvi

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Il racconto è l’inspiegabile, almeno per me, Cenerentola della letteratura italiana. Cosa spinge i lettori deboli medi forti a spararsi tomi di seicento pagine e a rifiutare un racconto di dieci cartelle? Va be’, domande oziose, resta il fatto che i libri di racconti vengono condannati a una vita marginale rispetto a quella del romanzo. Poi c’è il fatto che negli ultimi anni (ormai forse negli ultimi decenni) la parola racconto diventa immediatamente sinonimo di un certo modo di intendere e costruire questo genere letterario. Da appassionato confesso che io stesso sovrappongo all’idea di racconto la short story di marca statunitense, da Cheever fino a Carver, quindi una trama di situazione più che di intreccio, una struttura narrativamente libera e la scelta di lavorare sulle ellissi della storia più ancora che che sugli snodi. Pigrizia mia e nient’altro.
Graziano Gala punta in direzione quasi opposta e comunque personalissima. Giovanissimo esordiente, Gala pubblica per Musicaos la raccolta Felici diluvi. Si tratta di quattordici brevi storie, scritte con una lingua disarticolata e carnale, creativa e felice. Non saprei se Gala si sente parte di una tradizione propriamente italiana ma mi sembra che il nucleo della sua ispirazione adombri un respiro buzzatiano. Le sue storie virano volentieri verso il surreale ma mai in modo effettistico e forzato. Il testo di apertura ad esempio, L’applauso, non mostra nulla di realmente impossibile ma siamo dalle parti di una leggera seppur significativa distorsione della realtà e il pianoforte fra i rifiuti che domina il racconto ci fa un po’ l’effetto della canoa sull’albero che compare in Aguirre furore di Dio di Herzog. Realtà aumentata dall’assurdo o perlomeno dall’improbabile. A corredo di questo c’è il mondo di Gala, un mondo abitato da uomini dotati di nomi “parlanti”, spesso e volentieri residenti in paesini, leggendo dei quali corriamo il rischio di rievocare Gianni Celati. Ma la nota dominante della narrativa dello scrittore emiliano è la tenerezza, in Gala regna invece un sentimento oscuro e meno definibile, come un leggero allarme. Complanari, per chi scrive il racconto più bello, potrebbe quasi apparire come una satira di Ballard ma anche quest’ultimo riferimento riguarda più un’idiosincrasia dello scrivente, dal momento che Gala è soprattutto se stesso, consapevole demiurgo del suo mondo provinciale e allegramente disperato. Se ho usato, forse con una certa leggerezza, il termine surreale è anche perché Gala non si fa nessun problema a dare voce agli oggetti e lo fa con tale franchezza da sussumerli nella sua provincia meccanica, come fosse la cosa più naturale del mondo. Io non so se Gala ha in cantiere un romanzo, ma con questo suo primo libro ha dimostrato di sapere abitare perfettamente la forma racconto, trattandola con la giusta dose di anarchia e disinvoltura.

Graziano Gala nasce a Tricase il 19 settembre 1990. Vive a Milano, dove insegna Lettere in un Liceo delle scienze umane. Nel 2012 vince il premio “Lo scrivo io”, indetto da “La Gazzetta del Mezzogiorno” nella sezione poesia. Il suo racconto “Variabili impazzite”, viene inserito nella collana “Chi semina racconti 2”, curato dall’associazione “Tha Piaza Don Chisciotte”. Nel 2013 vince il premio speciale della giuria nel “Premio internazionale di cultura” indetto dall’AEDE (Association Européenne des Enseignants). Due suoi racconti vengono selezionati nel bando “Bollenti spiriti”, indetto dalla Regione Puglia, dando origine al volume collettaneo “Parole battute”. Si qualifica terzo al “Premio Nazionale Bukowski” di Viareggio. Nel 2016 il suo racconto “Sabotare il silenzio”, viene pubblicato in un’antologia edita da “Testi&Testi” e vince il premio “Carlo Cultrera”. Nello stesso anno un suo racconto viene selezionato dall’associazione “Onalim” e letto durante la Piano City Milano 2016 e nella scuola di scrittura “Belleville”.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: Siamo qui siamo vivi – Il diario inedito di Alfredo Sarano e della famiglia scampati alla Shoah a cura di Roberto Mazzoli (Edizioni San Paolo 2017) a cura di Giulietta Iannone

26 gennaio 2018
Siamo qui siamo vivi sarano

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«Questo è il racconto di come si svolse questo capitolo della storia dell’ebraismo italiano che io ho vissuto giorno per giorno…» Alfredo Sarano

Custodito per oltre settant’anni in un cassetto dalle figlie Matilde, Vittoria e Miriam, il diario di Alfredo Sarano riemerge oggi dal passato aggiungendo nuove, preziose pagine di storia al libro del genocidio del popolo ebraico. Fogli ormai ingialliti dal tempo si affiancano così alle opere di Anna Frank ed Etty Hillesum, scritte proprio per vincere il silenzio e testimoniare l’orrore delle persecuzioni. Questo volume è frutto delle ricerche di Roberto Mazzoli, che ha riportato alla luce il diario di Alfredo Sarano inquadrandolo nel contesto storico dell’epoca e riportando le testimonianze dei sopravvissuti. Un libro che riporta alla luce l’eroismo di Alfredo Sarano, l’uomo che mise in salvo migliaia di vite nascondendo gli elenchi della comunità ebraica milanese.

Domani è il 27  gennaio, Giorno della memoria. Tra oggi e domani usciranno qui su Liberi di scrivere diversi articoli dedicati alle commemorazioni delle vittime della Shoah, diversi libri che abbiamo letto in questi giorni, anche se almeno io personalmente ne leggo anche in altri periodi dell’anno. Ma domani è un giorno che ci dovrebbe accomunare nel ricordo, ebrei e non ebrei, nella speranza che la storia non si ripeta, che genocidi simili non succedano più. Siamo qui, siamo vivi, a cura di Roberto Mazzoli, edito da San Paolo Edizioni, è un libro edito nel novembre del 2017 che fa parte dei libri non romanzati dedicati all’Olocausto. E’ un diario, commentato e argomentato dal curatore Roberto Mazzoli, di Alfredo Sarano, ebreo milanese d’adozione, nato in Turchia nel 1906 da Mosè e Allegra Sarano. Credo i nomi siano importanti, parlando di un periodo in cui alle persone erano dati numeri, che venivano tatuati sulla loro pelle. Ma non erano numeri, erano persone, avevano dei nomi e una storia. Alfredo Sarano a vent’anni nel 1926 arrivò a Milano dove si iscrisse alla facoltà di economia e commercio dell’ Università Bocconi.

Nel volgere di pochi mesi Sarano entra a stretto contatto con i più influenti protagonisti del sionismo italiano e assiste, spesso contribuendovi, alla nascita delle istituzioni ebraiche nazionali e internazionali più significative.

Il suo diario quindi oltre che per il suo valore di testimonianza privata, ha anche un valore di grande rilevanza storica, citando nomi, fatti, date, situazioni storiche precise e documentabili di cui per molti anni non si era a conoscenza. Altra luce che si fa sulla storia dell’ebraismo italiano, valida quindi non solo per il suo valore soggettivo ma anche oggettivo, di analisi su come era effettivamente organizzato l’ebraismo milanese sul finire degli anni Venti. Su cosa accadde realmente una volta promulgate le Leggi Razziali nel 1938, sull’ ingenuità di certe affermazioni di alcuni ebrei che allora vedevano in Mussolini una figura tutto sommato positiva.
Dopo la laurea Alfredo Sarano fu assunto come impiegato nella Comunità ebraica come addetto ai tributi, e proprio questa sua specifica attività gli consentì di stilare liste, avviare un vero e proprio censimento della popolazione ebraica. I nazisti fecero di tutto per mettere le mani su queste liste, e proprio l’ostruzionismo di Sarano, consentì di salvare molte vite.

Ma che fine fanno gli elenchi e gli schedari comunitari nascosti da Sarano nelle cantine?  

Anche a questo Siamo qui siamo vivi dà una risposta. Come ci parla, dandone testimonianza, dei tanti sacerdoti, o persone comuni che a rischio della loro vita nascosero e aiutarono gli ebrei a sfuggire dalla deportazione.

Allora, secondo la nota espressione dello storico Renzo De Felice, ogni ebreo dovette la sua salvezza a un italiano. E la famiglia Sarano non fa eccezione. Ad aiutarli ci pensarono alcuni contadini del posto, un frate e, nell’agosto del 1944 addirittura un giovane allievo ufficiale della Wehrmacht.

Si chiamava Erich Elder e il suo nome e la sua vicenda giungono a noi dopo 70 anni. Aveva solo vent’ anni ed era partito per il fronte italiano dal suo paese di Pfarrkirchen, nella Baviera cattolica e in Italia si prodigò per salvare gli ebrei sfollati a Pesaro. E qui si intersecano e sovrappongono con stralci anche del suo diario i ricordi del giovane tedesco e di Sarano. Mazzoli riporta i più significativi e sottolinea che Elder decise di non arrestare nessuno nè tantomeno di procedere alla deportazione.
Come scrive Liliana Segre nella prefazione, forse solo il tempo, la vecchiaia e la saggezza, rendono possibile conoscere questa storia edificante e positiva apprezzandola come è giusto che sia. Considerando lui giusto, contornato da mostri.

Roberto Mazzoli è nato nel 1971 a Milano, sposato e con tre figli. Laureato in Scienze Politiche, ha conseguito un master Fse in diritto ed economia dell’Unione Europea lavorando poi come responsabile della comunicazione aziendale per alcune importanti realtà dell’industria del mobile.
Si è perfezionato in Scienze Storico-Antropologiche delle Religioni all’Università degli Studi Carlo Bo di Urbino e ha frequentato il corso di Alta Formazione per Animatori della Comunicazione e della Cultura presso la Pontificia Università Lateranense.
È giornalista e direttore editoriale del settimanale Il Nuovo Amico delle Diocesi di Pesaro, Fano e Urbino. Collabora da diversi anni con il quotidiano Avvenire e con l’Agenzia nazionale Sir, per la quale è stato inviato speciale in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale di Ancona del 2011. Ha ricoperto vari incarichi all’interno del Consis e della Federazione Italiana Settimanali Cattolici. È ideatore del premio giornalistico Valerio Volpini e, dal 2012, è responsabile del mensile d’informazione Penna Libera Tutti, realizzato con i detenuti della Casa Circondariale di Pesaro. Nel 2017 ha ricevuto il premio giornalistico nazionale Sentinella del Creato.

Alfredo Sarano nasce ad Aydin in Turchia nel 1906. Nel 1911 la sua famiglia viene esiliata a Napoli a causa della nazionalità italiana per via della guerra con la Turchia. Nel 1926 si iscrive alla Bocconi di Milano e, dopo la laurea nel 1931, viene assunto dalla Comunità Israelitica di Milano per redigere le liste anagrafiche di tutta la popolazione ebraica del capoluogo lombardo. Nel 1938 si sposa con Diana Hadjes dalla quale avrà tre figlie: Matilde, Vittoria e Miriam. Nel 1943 dopo l’occupazione tedesca di Milano riesce a nascondere gli elenchi degli ebrei da lui stesso redatti (oltre 14.000 persone) sottraendoli così in larga parte ai rastrellamenti. Fugge con l’intera famiglia sulle colline di Pesaro dove è costretto a nascondere l’appartenenza alla “razza ebraica” grazie all’aiuto di un frate francescano e di un ufficiale della Wehrmacht. Si salva dai bombardamenti alleati sul convento del Beato Sante e si unisce alla Brigata Ebraica. Prima del termine della guerra come direttore dell’Ufficio Palestinese di Roma aiuta oltre 600 immigrati a raggiungere il nascente Stato di Israele. Dopo la Liberazione torna a Milano per ricoprire la carica di Segretario della Comunità su nomina di Raffaele Cantoni. Nel 1969 si trasferisce con la famiglia in Israele. Prima delle morte (1990), consegna alle sue tre figlie un diario di memorie nel quale ripercorre con grande dettaglio gli anni delle persecuzioni contro la sua amata Comunità che cercò di proteggere dalla Shoah mettendo a rischio la propria vita e quella della sua famiglia. Il manoscritto di Alfredo Sarano, di enorme rilievo storico, rimane inedito fino ad oggi.

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

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:: Viola deve sapere di Stefania Lucci (Alter Ego Edizioni 2017) a cura di Federica Belleri

26 gennaio 2018
viola deve sapere

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Prima opera di Stefania Lucci, ex professore universitario di Medicina. Un esordio dai toni del thriller, che non manca di introspezione.
L’autrice ci porta nel mondo di Viola Gallo, mondo estremamente confuso. Viola si sveglia dopo circa un mese di coma, e non ha ricordi. Lo psichiatra Raniero Ranieri la supporta con sedute personalizzate utili al recupero della memoria. Ma di che memoria si tratta? Cosa le è accaduto prima del periodo di coma? Viola alterna momenti di serenità ad altri di rabbia e frustrazione. Una condizione assolutamente normale, le dicono. Non è così però, quando si mettono di mezzo i sentimenti … Piergiorgio Pichler, funzionario di polizia, dice di amarla e di essere il suo compagno. Deve credergli e fidarsi? Deve imparare a volergli bene o già lo fa inconsciamente? Viola scopre di avere una famiglia, presente al momento del suo risveglio, ma lei non riconosce nessuno. Le parlano tutti di un’inchiesta che la riguarda ma la sua mente è resettata. Non è in grado di capire il dolore e la gioia, fatica a provare empatia. È sempre stata così o quanto le è accaduto l’ha cambiata per sempre? Anche l’appartamento in cui vive le sembra troppo asettico e impersonale. Si deve fidare di chi la circonda o no?
Viola affronta un percorso difficile e doloroso, combattuta fra la curiosità e la paura di sapere. In bilico fra presente e passato, fra momenti di devastante fragilità e piccoli sprazzi di luce. Viola arriva persino a provare vergogna man mano alcuni ricordi riaffiorano in superficie, si sente a disagio anche con lo psichiatra. È convinta che qualcuno stia distruggendo la sua vita, pezzo dopo pezzo …
“Viola deve sapere” affronta la rielaborazione del dolore attraverso una storia semplice ma intensa. La vicenda si svolge principalmente a Roma. I personaggi principali sono protagonisti in ogni paragrafo, dedicato a ciascuno di loro, che si racconta in prima persona. Il dialogo e il ritmo sono scanditi proprio attraverso i diversi punti di vista degli interessati. La scrittura è precisa e coinvolge al punto giusto. Sono presenti alcuni termini medici certamente legati alla professione dell’autrice, utilissimi per capire Viola e la sua perdita di memoria.
Ottimo esordio a mio avviso. Buona lettura.

Stefania Lucci è nata a Roma nel 1951. Professore universitario di Medicina, una volta in pensione si è dedicata alla sua prima passione: la scrittura. Viola deve sapere è il suo esordio nella narrativa.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: Il martirio del bagolaro di Rosario Russo (Carthago edizioni, 2012) a cura di Daniela Distefano

25 gennaio 2018
IL MARTIRIO DEL BAGOLARO

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“…Ma niente e nessuno poteva mai immaginare quale minaccia incombeva tra quei palazzi e quelle chiese, solo il baronello Nardo ed il conte Federico (Altamura) ne erano al corrente, ma non erano ancora riusciti a scoprire qualcosa di importante. La setta, in barba ai loro tentativi di fermarla, continuava tranquillamente ad uccidere e chissà chi sarebbe stato il prossimo a cadere sotto i colpi di quei fanatici”.

Il martirio del bagolaro” (Carthago edizioni) di Rosario Russo (Prefazione di Maria Concetta Gravagno) è un romanzo che si apre con la breve descrizione della frenesia per la festa di San Sebastiano, compatrono di Acireale, cittadina siciliana affacciata sul mare Jonio dal balcone naturale della Timpa. L’affaticarsi dei cittadini nella lenta risalita della strada del Tocco, l’affluenza dei fedeli sono simbolo della religiosità del popolo siciliano in cui religione e folklore si completano e si confondono. Fa da sfondo alla storia, dunque, l’Acireale ottocentesca, dai palazzi barocchi, dalle strade lastricate, dalle numerose chiese, conventi, reclusori che conservano il retaggio di usi, costumi, tradizioni sedimentati nel corso dei secoli. Innumerevoli regole scandiscono la vita privata e collettiva. La cittadina acese è l’emblema di tutta la società siciliana. In quel venti gennaio 1862, si inserisce il fatto che dà inizio all’inventio, la misteriosa morte di Lionardo Mancini, barone di Santa Caterina. Nel succedersi degli eventi il nipote Nardo giungerà a scoprire la verità sulla morte del nonno. Il suo sincero amore per la serva Venera lo aiuterà poi a raggiungere una catarsi che sublimerà i veri valori: l’amicizia, l’affetto, la speranza in un domani impensabile. Personaggio cruciale del racconto è quello di Federico Altamura, che diverrà fraterno amico di Nardo. I due mirano a portare a galla la verità sull’omicidio del nonno di Nardo, del conte Giuseppe Altamura e del ciantro Contina. Prenderanno un abbaglio sospettando anche del sindaco, ma le pagine finali saranno risolutrici. Un romanzo che sa di artigianato letterario, scritto con puntiglio, coscienza, laboriosità. Forse un po’ eccede seguendo le orme delle passate glorie narrative siciliane, non manca però di traghettare il lettore sulla sponda della gradevole lettura; intrattenimento più che auspicabile per trascorrere lietamente ore immerse nei profumi della Sicilia che fu. Si respira aria di convenzioni, rigidità classiste, gerarchie che vengono estirpate come scomode erbacce dal protagonista, un baronello che non si lascia piegare dal peso degli obblighi e dei doveri familiari. Lo stile, la scrittura, il ritmo, tutto è rivolto a rendere verosimile una storia siciliana di altri tempi, il dialetto è la zappa con cui l’autore scava nei nostri storici sotterranei e zampilla come prezioso liquido la lingua più fresca, più consona, più inestinguibile, perché intercetta i nostri ricordi, perché è ancora viva, valida, elegante e magnetica.

Rosario Russo, acese, con questo romanzo storico – “ Il martirio del bagolaro” (edizioni Carthago) – ha vinto il premio letterario nazionale Akademon.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: L’isola che brucia di Emma Piazza (Rizzoli 2018) a cura di Giulietta Iannone

24 gennaio 2018
piazza

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Sono viva e dentro di me niente si è rotto, lo sento.
Siamo vivi tutti e due, anche se non ho ancora capito se sia un bene o un male.
Gli punto il fucile contro provando a rimanere calma e lucida, ma il mio cuore mi tradisce e il respiro si fa più agitato.
Intorno a noi, l’oscurità densa della macchia. Il rumore cupo delle onde che si frantumano contro le rocce. Il libeccio si infila dappertutto, come un veleno.

Da non confondere con L’isola che brucia di Gianni Farinetti (premio Selezione Bancarella 1998) L’isola che brucia di Emma Piazza, appena uscito per Rizzoli, è un romanzo dalle venature noir, alquanto singolare e anomalo nel panorama narrativo italiano. Protagonista è Thérèse, la voce narrante principale, che torna in Corsica, isola da cui proviene la famiglia di suo padre, per ricevere dalla nonna una casa in eredità. Casa che per tortuose dinamiche familiari l’anziana donna non vuole giunga al padre di Thérèse, per cui ancora in vita è pronta a donarla alla nipote. Thérèse allettata dal miraggio di una certa indipendenza economica accetta dunque questa scappatoia e firma le carte prima che la situazione precipiti.
Il rapporto conflittuale e irrisolto con il padre, il figlio che aspetta da un compagno assente, il richiamo della sua terra per certi versi ostile e culla di odi, rancori e incomprensioni, anche se per certi versi depositaria di ancestrali schegge di selvaggia bellezza e fascinazione, spostano il baricentro narrativo verso un dramma intimistico che vela di sfumature psicologiche una storia che forse è impreciso definire gialla. Diverse sottotrame parlano di morti strane e tragiche, ma è il personaggio di Thérèse che assorbe tutte le luci, con la sua infelicità, la sua difficoltà di accettare quanto le sta capitando, e non da ultimo il suo talento artistico. L’amicizia con William, suo insegnante a Lisbona di portoghese, seconda voce narrante del romanzo, giunto anche lui sull’isola, si inserisce nella trama quasi come un incastro di giochi di specchi. Anche il rapporto di William con la figlia acquista note dolenti e filtra tutta la narrazione.

Come ho potuto non decifrare il dolore nei suoi occhi? Lo cerco con lo sguardo ma è sparito lontano tra i suoi pensieri. Vorrei abbracciarlo e dirgli quanto mi dispiace, ma rimango paralizzata sulla sedia. Il dolore degli altri mi ha sempre messa a disagio.

L’originalità di questo romanzo credo stia nella ambientazione, una Corsica povera e sferzata dal mare e dal vento, capace di offrire panorami di bellezza inaspettata, come nei personaggi, aspri, duri, anche folli e nello stesso tempo misteriosi. Il registro è piuttosto alto, quasi poetico, o meglio onirico, forse eccessivo in alcuni tratti, bilanciato comunque da una notevole luminosità nello scavo dei personaggi, anche disturbanti come quello di Pascal Chadel che si rivelerà un personaggio importante ai fini della storia e molto più vicino alla protagonista di quanto sembri.

Ho paura.
La paura è la sensazione predominante degli ultimi mesi. Prima quella di perderti. Poi di averti perso. La lenta realizzazione che non eri pronto a impegnarti per costruire un futuro insieme. Poi la paura di prendere io la decisione. Di rimanere nella tua stessa città. Di incontrarti. E poi quella del buio, della solitudine, di non essere in grado, di rimanere bloccata per sempre in questo limbo di tristezza e inadeguatezza.

Tutto il dramma di una donna sola ad affrontare le scelte principali della vita: la maternità, gli errori della vita di coppia, l’indipendenza, l’affermazione artistica. Una donna comunque anche capace di crescere, di evolvere, e in questo l’isola non svolge un ruolo marginale.
Tutto sommato un’ opera prima interessante, e spigolosa, ma tuttavia insolita, di una giovane autrice che possiede una voce spiccatamente personale, anche se ruvida se vogliamo. Per chi ama le faide familiari, i drammi interiori, con dosati colpi di scena affatto ingiustificati.

Emma Piazza è nata a Pavia nel 1988 e vive a Barcellona dove lavora come scout letterario. L’isola che brucia, i cui diritti di traduzione sono già stati venduti in Germania, Francia e Svezia, è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Rizzoli.

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:: La notte della rabbia di Roberto Riccardi (Einaudi 2017) a cura di Federica Belleri

17 gennaio 2018
La notte della rabbia

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Roma, inizi degli anni ’70. Il professor Claudio Marcelli viene sequestrato. L’operazione viene subito rivendicata dalle Sap, Squadre d’Azione Proletaria. Il professore aveva da poco proposto una riforma della legge penale, ed era candidato come Ministro dell’Interno. Elemento scomodo per i terroristi. Moglie e figlia, presto informate, iniziano a vivere nell’incertezza e nella paura. Il colonnello dell’Arma Leone Ascoli è impegnato da tempo a combattere le Sap in ogni modo, la lotta al terrorismo per lui è al pari di una questione personale. Il sequestro del professore è un ricatto allo Stato, di questo ne è sicuro.
Si effettuano i primi rilievi, i giornalisti sono affamati di notizie e Roma continua a vivere come se nulla fosse accaduto. Il costo della vita è aumentato e la disoccupazione ha l’aspetto di una piaga infetta.
Ascoli è preoccupato e pensieroso. Riflette su come organizzare al meglio i suoi uomini, e ogni tanto si lascia manipolare da ricordi dolorosi e dal vuoto lasciato dalla moglie, scomparsa troppo presto. È un essere umano, come tanti. Ha un vissuto e un presente faticoso da portare avanti. Ha un codice personale relativo ai prigionieri che rispetta in modo scrupoloso: anche il peggior delinquente ha una dignità, e deve essere trattato bene. Il colonnello Ascoli è spesso taciturno. Lo sa bene l’appuntato Berardi suo fidato autista e amico singolare, in grado di strappargli sempre un sorriso. Alcuni illustri personaggi lo circondano in questa indagine. Tra questi spicca il giudice Tramontano, archivio storico umano con la maggior quantità di informazioni sulle bande criminali. Un amico stimato, dalla stazza imponente, amante della buona cucina. All’interno di quest’indagine compare la Stasi e l’Intelligence della Germania Occidentale. Il terrorismo ha radici particolari e troppe sono le persone interessate a spiare, prima di essere spiate. Tra amicizie vecchie e nuove Leone Ascoli osserva piccoli particolari, che possono fare la differenza. Protegge una testimone che ha bisogno di lui. Scopre le vere intenzioni delle Sap e precipita in un vortice che lo riporta indietro nel tempo. Non ha scelta, deve affrontare di nuovo un oscuro periodo.
I movimenti studenteschi avanzano. Si siglano accordi per non soccombere. E lentamente il cerchio si chiude attorno agli ideali politici offuscati dall’amore. Attorno ad un gruppo all’apparenza unito ma composto in realtà da individui egoisti ed insicuri. Una morsa di angoscia e di terrore si stringe attorno alle famiglie dei carabinieri, che vivono questa e mille altre indagini sulla propria pelle.
La notte della rabbia è un noir che definisce come il male sembri possedere l’essere umano, senza appartenere a un genere specifico o a un colore politico.
La notte della rabbia è un’erba infestante che si insinua e cresce a dismisura, alimentata dalla vita stessa.
La notte della rabbia costringe i protagonisti a guardarsi in faccia, con le armi puntate sui rispettivi volti.
La scrittura precisa e densa di avvenimenti porta il lettore a confrontarsi con i temibili Anni di Piombo. Il romanzo ha un ritmo equilibrato dalla prima all’ultima pagina, e scava nell’animo dei personaggi al punto giusto, senza invadere.
Ottima lettura.

Roberto Riccardi (Bari, 1966) è colonnello dei carabinieri. Ha esordito nel noir con Legame di sangue (Giallo Mondadori, 2009), cui hanno fatto seguito I condannati (Mondadori, 2012), Undercover (e/o, 2012), Venga pure la fine (e/o, 2013) e La firma del puparo (e/o, 2015). È anche autore di libri sulla Shoah: Sono stato un numero (Giuntina, 2009; premio Acqui Storia), La foto sulla spiaggia (Giuntina, 2012) e, insieme a Giulia Spizzichino, La farfalla impazzita (Giuntina, 2013). Per Einaudi ha pubblicato La notte della rabbia (2017).

Source: acquisto del recensore.

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:: Nell’ombra del faro – Luigi Schettini (Golem Edizioni 2017) a cura di Elena Romanello

17 gennaio 2018
Nell' ombra del faro

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Torna in libreria la prima indagine di Thomas Sermon, l’investigatore e coroner ideato da Luigi Schettini, poi autore di Qui giaccio e Arché, qui alle prese con la sua prima avventura, in giro per Europa e Nord Africa.
Tutto inizia nei pressi del faro di Plymouth, dove viene rirovato il corpo di una giovane donna incinta, all’apparenza senza problemi e con tanti progetti di vita non solo legati alla sua prossima maternità. La ragazza ha marchiata a fuoco sulla pelle una stella a cinque punte e vicino ha una filastrocca macabra che sembra presagire nuovi omicidi. Thomas Sermon, in crisi personale per la fine del suo matrimonio, si butta sulle tracce di un assassino senza volto, desideroso di portare avanti quella che sembra a prima vista una serie di morti accomunate solo da due fatti, quello di avvenire nei pressi di un faro e quello di riguardare persone prossime a diventare genitori.
Nella caccia di un colpevole inafferrabile e insospettabile, Thomas Sermon si muove dall’Inghilterra alla Spagna, dalla Tunisia all’Egitto, fino alla Norvegia, cercando di mettere insieme i pezzi di un progetto criminale e di arrivare prima dell’assassino, seguendo anche piste non sempre giuste.
Per fortuna può contare sull’aiuto dell’amico dell’Interpol Bernie Peters, in un mondo dove emergeranno bugie e inganni, antichi patti disattesi e nuove speranze di vita stroncate.
Un romanzo di esordio che è giusto rileggere o leggere per scoprire gli inizi di Sermon, alle prese con un caso intricato che coinvolge un pezzo di mondo, a cui si aggiungono man mano dei pezzi che stravolgono le indagini e aprono nuove strade. Il tutto con al centro uno dei luoghi forse più iconici, i fari, sentinelle che esistono ancora oggi e che da secoli hanno intorno a loro un’aura di mistero.
Un libro scritto da un autore allora giovanissimo, poi maturato molto bene, da lui stesso definito imperfetto, ma non per questo meno interessante, testimone dell’interesse di Luigi Schettini per il genere del thriller a tutto campo, tra psicologia e azione.

Luigi Schettini nasce a Roma nel 1989. Oltre ad essere un valente giallista, nella vita è insegnante/coreografo hip-hop e attore. Grande cultore del cinema di Dario Argento e della letteratura horror e legal thriller di Stephen King e Patricia Cornwell, scrive storie da sempre e all’età di 17 anni dà vita al suo primo romanzo.
Pubblica I delitti del faro nel 2008 e Giallo Zafferano nel 2011.
Nel 2015 esce il suo terzo romanzo thriller, Qui Giaccio, per conto di Golem Edizioni, impreziosito dalla prefazione di Asia Argento, opera che ha superato le selezioni per il programma Rai Masterpiece, dal quale è stato poi escluso poiché si richiedeva che l’autore fosse inedito. Lo stesso thriller ha ottenuto il Premio Speciale Emotion della Città di Cattolica, una menzione speciale al Premio Letterario Giallo Garda e si è classificato al primo posto su 114 partecipanti al concorso “Un Libro Per Il Cinema”.
A Dicembre 2016 esce Archè, sempre per Golem Edizioni”, accompagnato da un’illustre prefazione di Daria Nicolodi.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia Francesca Mogavero.

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:: Con le migliori intenzioni di Maria Antonietta Macciocu e Donatella Moreschi (Golem Edizioni 2017) a cura di Elena Romanello

11 gennaio 2018
Con le migliori intenzioni

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Torna per Golem edizioni il duetto di signore in giallo composto da Maria Antonietta Macciocu e Donatella Moreschi, con un nuovo thriller, Con le migliori intenzioni, ambientato sulle colline affacciate sul golfo di Lerici.
Un paradiso per molti, finché non viene trovato il corpo orrendamente martoriato di una bambina, grazie alla segnalazione di una sua amichetta che è riuscita a fuggire. Purtroppo il caso non rimane isolato, perché dopo pochi giorni una nuova bambina perde la vita nella stessa maniera, e la pista della vendetta privata del primo caso perde piede di fronte a quella di un maniaco, magari insospettabile e convinto di avere una missione da portare a termine.
Il capitano dei carabiniere Niccolò Zani, amato dalle signore del posto per la sua avvenenza, si trova quindi un nuovo, difficile caso da gestire, in un’esistenza non certo facile, perché deve già investigare sulla tratta di alcune ragazze dall’Africa costrette a prostituirsi e deve occuparsi anche del suo matrimonio ormai fallito, ma non chiuso, con una donna con gravi problemi mentali, proprio quando potrebbe aver trovato la persona giusta con cui rifarsi una vita nella pittrice Tullia.
Ancora una volta il thriller si dimostra come il genere migliore per raccontare la contemporaneità, anche di un luogo considerato idilliaco e lontano dai problemi della grande città come l’entroterra delle Cinque Terre: ma si sa che ormai gli orrori non risparmiano nessun posto.
Le due autrici creano un nuovo eroe in cerca di più verità e giustizie, contro chi da un lato sfrutta ragazze giunte da lontano e contro un giustiziere pazzo che porta avanti un progetto folle di redenzione di vittime innocenti legato a fatti della sua infanzia, ma anche in cerca di una nuova possibilità di vita dopo tanta sofferenza personale e professionale.
Un thriller scorrevole, che si legge in fretta, ma che comunque sa appassionare da un lato per la ricerca della soluzione di una serie di crimini e sa far riflettere sull’oggi e la contemporaneità.

Maria Antonietta Macciocu È nata a Sassari e vive a Torino. Laureata in Storia del Teatro,ha pubblicato il libro di poesie Amore che non tocca (Mediando, 2010) e Petalie, romanzo popolare sardo-piemontese (Mediando, 2011), scritto con Donatella Moreschi e presentato al Salone del libro di Torino per i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia.

Donatella Moreschi È nata a Firenze e vive a Torino. Laureata in Lettere Classiche presso l’Università di Torino, ha lavorato per alcuni anni come redattrice per la casa editrice Stampatori e successivamente ha gestito come socia e proprietaria alcune librerie torinesi.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia Francesca Mogavero dell’Ufficio stampa.

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