La seconda tragica guerra è finita e a Napoli ci sono gli americani. La famiglia Romeo è composta da argentieri da generazioni, ma dalla ricchezza è passata alla povertà. Vivono nella stessa casa ultracentenaria, con lo stesso portone che li ha sempre protetti da ladri e intrusi. Portone che oggi non ha quasi più nulla da tenere da conto. Lo sanno bene Caterina e Franco, i loro figli Spina e Enzo, lo zio Eugenio e il nonno Ferdinando. Sanno che in tavola c’è poco, e quel poco dev’essere spartito. Spina sta sbocciando nella prima giovinezza, Enzo ha solo otto anni ma ne osserva incuriosito la trasformazione. Franco trascina la sua gamba poliomielitica e Caterina si è irruvidita dagli eventi e dagli affetti mancati. Lo zio Eugenio scrive le sue memorie di guerra e il nonno vive nel suo mondo perduto.
La vera storia di questa famiglia inizia nel 1766, a causa di un prezioso oggetto, un ciondolo meraviglioso e unico, un sapo gallego. Un elemento decorativo bellissimo che spesso le donne in Galizia usavano indossare. Ma la storia dei Romeo è legata anche alla marusìa, all’inquietudine del mare, alla solitudine, all’ansia e all’angoscia. Da cosa è provocata?
Un sapo, splendido e luminoso, in grado di stravolgere la vita di chi lo possiede, tramandato per generazioni, da custodire con attenzione e gelosia. In grado di provocare allucinazioni e visioni, di far percepire profumi e odori mai sentiti, di far ritrovare nei volti di perfetti sconosciuti qualcosa di familiare.
Un sapo gallego, che provoca tristezza e strane sensazioni. Che conduce il sonno ristoratore verso incubi terribili. Un gioiello che pulsa, sembra avere vita. Che costringe ad abbandonare le certezze e a cedere alle superstizioni.
Porta forse sventura?
È solenne la sua presenza, non si può evitare di ammirarlo almeno una volta al giorno, o di portarlo sulla pelle, a costo di sentirsi bruciare le viscere. È malvagio e insolente, decide la sorte, esige rispetto.
La cura dell’acqua salata, in grado di alleviare la sofferenza e il dolore. Le lacrime, che sfogano lasciando sollievo a chi si è bagnato il viso. Il desiderio di fuggire, attraversando il mare. La marusìa che ritorna e porta tristezza. Le colpe da espiare e la curiosità di un bambino, depositario di una grossa responsabilità.
La cura dell’acqua salata, un cerchio che si chiude, un destino che si compie attraverso l’affetto, l’amore e la passione. Una famiglia, quella dei Romeo, dal sapore antico. Una Napoli speciale, raccontata attraverso i quartieri, la gente, le tradizioni e le credenze popolari e la paura di perdersi o commettere peccato.
E il mare, il vento, la potenza delle onde a fare da sfondo a questo romanzo. Tutto è reale e immaginario. Tutto è vero e verosimile.
Ottima lettura, che vi consiglio.
Antonella Ossorio è autrice di libri di narrativa per bambini e ragazzi pubblicati da Einaudi, Rizzoli, Giunti, Electa e altre Case Editrici. Nel 2014 è uscito per i Coralli Einaudi il suo romanzo La mammana (Premio Società Lucchese dei Lettori 2015).
Source libro: libro inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio Stampa Neri Pozza.
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Il dubbio che l’uso continuativo di detergenti chimici per la pulizia della casa possa procurare danni alla salute ce l’avevamo più o meno tutti. Per cui non stupisce che l’Università di Bergen in Norvegia abbia commissionato una ricerca, ora pubblicata su American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine, che monitora la capacità polmonare di un campione di persone che per lavoro o per necessità familiari si occupano di questo compito. Lo studio è durato 20 anni, e all’inizio della ricerca le persone coinvolte avevano circa 34 anni. Lo studio ha rilevato inoltre che: confrontando le donne che non si dedicavano alle pulizie con coloro che invece le facevano con regolarità, il volume espiratorio forzato a un secondo (Fev1), cioè la quantità di aria che si può espirare forzatamente in un secondo, risultava ridotto di 3,6 millilitri (ml)/anno più velocemente nelle donne che si dedicavano alle pulizie di casa e di 3,9 ml/anno più velocemente nelle addette alle pulizie. (

Una pagina nera. Uno specchio che emerge dal buio. Una scritta che diventa doppia, perché riflessa in quello specchio. “Esse” come titolo, palindromo. Che da qualsiasi parte si legga conduce sempre allo stesso risultato. Esse si riflette nello specchio, perché doppio. Anche il lettore dovrà farlo. Specchiarsi. Sta, quindi, nello specchio “la verità attesa” segnalata nel sottotitolo. Da subito si può comprendere l’arduo compito che spetterà al lettore. Guardare e guardarsi. Leggere e rileggere. Già enigmatico nella copertina, si presenta così la prima fatica di Barbara Nocita, edito da Falco Editore nel 2010. Un romanzo la cui trama è sciolta dalla stessa autrice per non lasciare alcun dubbio. Jo, Coral, Tarin, Sara, Carlo, Alessandro, Valentina e Massimiliano detto Max. Un uomo solo che brucia sull’asfalto, un innocente bambino che, ignaro, gioca con ciò che l’ha reso orfano, una giovane donna che non può contare neanche su se stessa, un uomo che compra denaro svendendo la sua dignità, due giovani convinti che la libertà abbia un prezzo e non un valore. Storia di vite che si intrecciano. Il testo è privo della prefazione e dell’introduzione per aprirsi in medias res. Così il lettore si ritrova seduto alla fermata dell’autobus accanto ai personaggi e conosce in prima persona il dramma che attraversa l’intero romanzo: “rileggere” la propria vita. Ricorre in maniera quasi ossessiva nel testo il verbo “rileggere” come una spia che indica al lettore la necessità di andare oltre le apparenze (oltre una prima lettura) per “rileggere” ciò che si è già letto con occhi nuovi. Con una scrittura fluida e malinconica, il lettore è posto davanti la verità della propria vita. È un atto di violenza verso la serenità cui il lettore si trova, magari seduto sul divano mentre fuma una sigaretta e crede di leggere semplicemente un libro dalla trama surreale. Finisce, invece, per sentirsi spogliato, messo a nudo, quasi violentato. L’atto del leggere assume un ritmo frenetico, non tanto per soddisfare l’innegabile gusto della lettura, quanto per sapere come va a finire. Non il finale del racconto, ma il finale che attende ogni singolo lettore. E proprio quando questo sembra giunto al termine, un insospettabile coupe de theatre lo conduce sulla scena di un terribile incidente in cui le vittime sono proprio i personaggi che attendono alla fermata dell’autobus. Qual é allora la verità? La scrittrice si prende gioco del lettore? Lo inganna? Oppure è esso stesso che si è da sempre raccontato un’enorme menzogna sulla propria vita e adesso, “rileggendola”, si ritrova vittima “dell’incidente” di aver scoperto una realtà che non è reale? Attraverso l’espediente meta-letterario, nell’ultimo capitolo del romanzo l’autrice affida a Max la lettura del libro lasciatogli dalla nonna, nel quale viene raccontata proprio l’incredibile storia da lui vissuta quel giorno. Tutte quelle vite che attendono insieme alla fermata servono a Max affinché salvi se stesso, grazie al loro sacrificio. Ma quando il lettore crede di essere stato preso per mano dall’autrice che, in maniera materna e confortevole, lo ha portato verso la verità, succede l’insospettabile. Nel testo compare un enigma da risolvere: all’interno del testo sono state inserite delle frasi contrassegnate da un simbolo (due esse una dentro l’altra “§”) che rappresentano degli anagrammi da decifrare. Il lettore deve tornare indietro per “rileggere” il testo e riscoprire il significato degli eventi narrati. Solamente nell’ultima pagina, oltre la fine del racconto, nella sezione intitolata “Come arrivare alla verità”, si sciolgono tutti gli anagrammi presenti nel testo e il lettore sprofonda in un assoluto sconforto. Come Max, ha sempre avuto la verità sotto gli occhi, ma non è stato in grado di leggerla. Sarà così anche per la sua vita reale?




L’involtino primavera sapeva di cavolo avariato ed era stato fritto, con buone probabilità, nell’olio per motori. Il pollo era poco cotto, praticamente crudo. I gamberetti erano stati scottati con la fiamma ossidrica. Reinalter, seduto all’angolo destro del tavolo, continuava a masticare in silenzio, triturava mandorle dure come sassi e verdura putrefatta, tenendo le orecchie aperte sulla conversazione in corso. Mariano Balboni parlava a vanvera con la bocca piena di grosse tagliatelle udon. Di fianco a lui era acquattata la sua onnipresente guardia del corpo e factotum, Robertino Di Nauta, che, taciturno, guardava in cagnesco tutti, anche se stesso riflesso allo specchio. Di fronte a loro i due cinesi arrivati da Prato si ingozzavano di spaghetti al pomodoro utilizzando forchette. Il più anziano, un quarantenne azzimato dalla pelle giallastra, aveva le sembianze del ragioniere: capelli corredati di forfora pettinati con il riporto sul lato destro, occhiali da vista, camicia bianca, una Bic infilata nel taschino. Il suo compare, uno scheletrico tardo adolescente, aveva il viso scavato e le occhiaie violacee che facevano pendant con la maglietta della Fiorentina taglia extralarge che indossava.

























