:: Adesso voglio il mondo di Lorenzo Mazzoni (Caffèorchidea, 2026) a cura di Giulietta Iannone

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Lorenzo Mazzoni è un uomo, e uno scrittore, che prende la letteratura molto sul serio. Lo fa senza mai concedersi il lusso della solennità, ma con quella facilità di scrittura rara che appartiene agli autori capaci di attraversare la materia narrativa senza farsi ingabbiare da essa. In quasi cinquecento pagine di romanzo-fiume, Adesso voglio il mondo, pubblicato lo scorso giugno da Caffèorchidea, Mazzoni attraversa vent’anni di storia contemporanea e li trasforma in una materia narrativa incandescente, deformandoli, ricomponendoli, contaminandoli fino a restituirci un presente che conosciamo e, nello stesso tempo, non riconosciamo più.

Il libro si riallaccia alla lunga epopea noir che intride tutta la sua letteratura, da opere come Un tango per Victor, Le bestie Kinshasa Serenade, Apologia di uomini inutili, senza tralasciare la saga di Malatesta, fino ai più recenti Quando le chitarre facevano l’amore, Il muggito di Sarajevo, 81280JL. Lennon, l’Iik e i topi salterini. Un lungo fil rouge anarchico, sovversivo, irriverente, attraversato da una scrittura lisergica e fortemente beat, nel senso più autentico del termine: quella Beat Generation nata negli Stati Uniti negli anni Cinquanta e diventata, ben oltre la letteratura, una postura esistenziale, una forma di rivolta contro l’ordine costituito, contro le convenzioni, contro l’idea stessa che la realtà debba necessariamente essere raccontata secondo le regole che qualcuno ha stabilito.

In Adesso voglio il mondo troviamo un mondo appena riemerso dal torpore di una pandemia e due personaggi che diventano, in qualche modo, i detonatori di una memoria collettiva. Attraverso il loro dialogo riaffiorano gli antieroi, i visionari, i perdenti magnifici e i personaggi borderline che hanno attraversato vent’anni di storia, di cronaca e di guerre. Mazzoni li trascina dentro una macchina narrativa che non conosce tregua e che procede per collisioni, deviazioni, allucinazioni, improvvise illuminazioni.

E allora la domanda diventa inevitabile: chi muove davvero le fila del mondo?

Esiste un regista occulto capace di addensare e collegare fatti apparentemente slegati? Oppure siamo noi, osservando retrospettivamente la Storia, a costruire connessioni dove prima vedevamo soltanto il caos? È proprio in questa zona ambigua, sospesa tra complotto e coincidenza, tra verità documentata e delirio interpretativo, che Mazzoni costruisce il suo romanzo.

Senza paura di apparire complottista, anzi quasi sfidando deliberatamente il lettore a etichettarlo come tale, l’autore sabota anni e anni di cronaca giornalistica per far emergere una realtà altra: sovversiva, paradossale, grottesca, e proprio per questo terribilmente credibile. Non inventa semplicemente una contro-storia: prende la Storia ufficiale, la smonta pezzo per pezzo, ne conserva i frammenti e li rimonta secondo una logica obliqua, visionaria, capace di insinuare il dubbio.

È una delle caratteristiche più interessanti della scrittura di Mazzoni: la realtà non viene negata, viene reinterpretata. La cronaca diventa materia prima per una gigantesca narrazione noir nella quale il vero e l’inverosimile finiscono per assomigliarsi pericolosamente. Il lettore viene così costretto a fare quello che il romanzo pretende da lui: non credere ciecamente, ma interrogarsi; non accettare le versioni precostituite, ma vagliare fatti, concordanze, coincidenze, omissioni.

Mazzoni scrive con il piglio di un condottiero del Cinquecento lanciato alla conquista di un territorio narrativo senza confini. Il suo esercito è composto da personaggi improbabili e magnificamente storti: artisti, scrittori, mercanti d’armi, fanatici del rock, jihadisti, allenatori di calcio, attori falliti, gemelli improbabili e figure che sembrano uscite da una fantasia ubriaca e che invece, proprio perché immerse nella Storia, finiscono per apparire più vere dei protagonisti delle cronache ufficiali.

È un romanzo che procede come un fiume in piena, ma anche come una canzone distorta, un viaggio psichedelico dentro le macerie del nostro tempo. Ci sono il noir, la spy-story, il romanzo d’avventura, la satira politica, il reportage immaginario e l’allucinazione pura. Mazzoni li mette tutti nello stesso frullatore e ne ricava una lingua febbrile, musicale, spesso anarchica, capace di passare dal grottesco al tragico senza chiedere il permesso.

E forse è proprio qui che si trova il cuore di Adesso voglio il mondo: nella convinzione che la letteratura non debba limitarsi a raccontare ciò che accade, ma possa diventare uno strumento per incrinare ciò che crediamo di sapere. La narrativa, in Mazzoni, non è evasione dalla realtà: è un modo per aggredirla, metterla sotto pressione, costringerla a confessare ciò che normalmente tende a nascondere.

Mazzoni è uno scrittore di razza. Vero, autentico, profondamente convinto che la letteratura — e l’arte tutta — possano modificare il mondo. Forse non necessariamente in meglio, e forse nemmeno nel modo in cui immaginiamo. Ma possono certamente smuovere le coscienze, mettere in discussione le certezze, produrre disincanto. E il disincanto, in un’epoca che sembra avere un disperato bisogno di credere alle proprie semplificazioni, è già una forma di resistenza.

Alla fine, ciò che resta non è tanto la risposta alla domanda su chi stia scrivendo davvero il destino del mondo. Resta piuttosto il sospetto che il mondo sia già dentro una storia che qualcuno sta scrivendo per noi. E che il compito della letteratura sia proprio quello di strapparci qualche pagina dalle mani, sporcarla d’inchiostro, riscriverla da capo e ricordarci che nessuna Storia è davvero definitiva.


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