Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Tabous di Danielle Thiery (Editions J’ai Lu, 2016) a cura di Stefano Di Marino

7 dicembre 2017

tabousA ulteriore riprova che le autrici di thriller se sono brave sanno imporsi (se siano discriminate non lo so, io non credo) e conquistare anche un pubblico che non è tradizionalmente quello che s’immagina. Il thriller familiare non è il mio preferito, ma non sono così stupido da non leggere un romanzo quando ‘annuso’ che è buono. Danielle Thiery, prima donna ‘commissarie divisionnaire’ della polizia francese nonché figura di spicco del polar con un catalogo di titoli impressionante, affronta il filone con piglio e mordente. Da buona sbirra spara col calibro grosso e costruisce una storia complicata senza risparmiare colpi. Segreti di famiglia, incesti, sevizie su bambini, e tutta una serie di altre problematiche che farebbero rizzare i capelli in testa a più di un editor nel timore di suscitare vespai per questioni di correttezza politica. Dall’omosessualità all’ identità razziale di alcuni colpevoli. Dico ‘alcuni’ perché nell’intreccio ce ne sono diversi. Eppure la Thiery lo fa con mano sicura, una scrittura curata ma la capacità di seguire limpidamente una narrazione che spesso mescola le carte. Esperta poliziotta, e narratrice di talento, racconta la vicenda, senza perdersi in inutili psicologismi, tentazioni di fare la bella pagina per riempire l’incapacità di costruire un ‘giallo’, perché questo, alla fine, è il suo libro. Non cade mai nel truculento, nello scabroso gratuito, nell’effettaccio anche se di sangue e morti ce ne sono diversi. Evita così anche la trappola del patetico e del ridicolo. Edwige Marion, la sua protagonista, nei giorni di Natale appare acciaccata dalla sciatica, forse si prepara a lasciare la scena. Ad Alix, giovane psicologa con qualche difficoltà nel rapporto con gli altri, e a Valentine Cara, la ‘capitanne’ della Scientifica che invece conduce una felice vita di coppia con Rose, l’anatomopatologa. Le due (Alix e Cara) non si sopportano ma arrivano in qualche modo a completarsi in un’indagine difficile che parte da un ospedale in cui una giovane donna prima getta la sua bimba in un cassonetto, poi ‘si fa violentare’ da un disgraziato mediorientale e poi sparisce. Letteralmente. E da lì emergono vari quadri poco edificanti della società con altrettanti problemi. Bambini abusati, famiglie disfunzionali, padri padroni, madri consenzienti a ogni nequizia riusciate a immaginare. Il romanzo si intitola Tabous, al plurale, non per caso. Un assassino, una capanna nei boschi, una tempesta. Gli elementi classici si incastrano con quelli più innovativi, meno di filone nel senso classico. In modo omogeneo, sempre chiaro e leggibile. Perché si scrive per essere letti. E con il trascorrere del tempo la storia si compatta, tutto trova una spiegazione, le stesse dicotomie che mettono Eva contro Eva, forniscono una soluzione. Senza sconti, forse con un finale dove arriva una piccola consolazione, ma ci sta benissimo. Un nero da leggere, da studiare. Peccato che il prodotto francese (questa volta sì) sia discriminato nella produzione nostrana, ma Tabous si trova facilmente nella collezione J’ai Lu a un prezzo più che accettabile. Chapeau, madame la Commissaire!

Danielle Thiéry est née en 1947 en Bourgogne, dans une ambiance rurale, d’une mère-poule et d’un poulet (papa professeur de judo dans la police).
Après le bac, une formation d’éducatrice spécialisée et un “mai 68” décevant au bout du compte, l’ouverture aux femmes du concours d’officier de police la fait bifurquer vers un nouveau défi : affirmer la place des femmes dans toutes les sphères de la société, surtout celles que l’on disait réservée aux hommes.
Le slogan “la police un métier d’homme” a-t-il vécu ? Pas sûr… Car le chemin n’est pas semé de roses ! Après avoir occupé différents postes : brigade des mineurs, stupéfiants, proxénétisme, brigade territoriale, police aux frontières, police des chemins de fer et passé plusieurs concours, elle est nommée, en 1991, première femme commissaire divisionnaire de l’histoire de la police française.
Un évènement qui fait date car, curieusement, il lui donne le top départ d’une autre carrière, littéraire cette fois, menée en parallèle avec une deuxième vie professionnelle au sein de grandes entreprises (AIr France, France Telecom, La Poste). C’est par la télévision et une grande série diffusée sur France 2 qu’elle s’engage dans l’écriture. Quai N°1 est l’histoire de sa vie et aussi celle de Marie Gare, son aïeule, abandonnée dans … une gare !
Depuis 2008, elle ne se consacre plus qu’à l’écriture. Plusieurs de ses romans ont été traduits à l’étranger et ont reçu des prix dont le prestigieux Prix du quai des Orfèvres en novembre 2012 pour “Des clous dans le coeur”.

Source: romanzo del recensore.

:: Tredici giorni a Natale di Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editori 2017)

7 dicembre 2017
tredici giorni a Natale

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Torna la strana coppia del giallo italiano composta dal critico cinematografico Mario Bernardini e dal commissario di polizia Sergio Crema, protagonisti di Tredici giorni a Natale nuovo romanzo dello scrittore torinese Rocco Ballacchino. La Fratelli Frilli Editore di questo autore ha già pubblicato Trappola a Porta Nuova, Scena del crimine, Trama imperfetta e Torino obiettivo finale, e come i precedenti anche questo romanzo è una piacevole lettura, e il quarto appuntamento ormai fisso con una serie che si è conquistata ormai numerosi estimatori. Se vi piace il giallo, solo leggermente screziato di noir, con molto umorismo e qualche attinenza con l’attualità, è una serie che consiglio.
Ballacchino è a suo agio nella sua Torino invernale, e ha creato una coppia di personaggi sicuramente riusciti e affiatati, che davvero prendono vita dalle pagine, acquistando profondità, soprattutto lo scorbutico Mario Bernardini che più invecchia, saranno anche le prove che deve affrontare, più perde cinismo e misantropia in favore di una più calda umanità. Il commissario è un buffo comprimario, buffo per le sue debolezze (la buona cucina e la passione per la bella collega Bonamico) ma tenace e perspicace come investigatore e poliziotto.
Siamo a Torino, mancano pochi giorni al Natale e il commissario Crema riceve una telefonata. All’ apparecchio c’è il primario di terapia intensiva del Mauriziano, che lo convoca in tutta fretta al capezzale di una donna morente, la signora Giraudo. Crema piuttosto riluttante si reca all’ospedale a bordo della Grande Punto assieme all’ispettore Quadrini, e raccoglie le ultime parole della donna: “Non è stato… Lui”.
L’arrivo del marito, il signor Cerutti, il giorno dopo in Questura fa luce sull’avvenimento insolito. L’uomo racconta una lunga storia risalente al 24 giugno del 1990, 26 anni prima. La figlia Sonia, studentessa in Lettere presso l’Ateneo torinese, dopo aver avuto un colloquio con il relatore della sua tesi si diresse verso gli ascensori di Palazzo Nuovo segnando il suo destino. La polizia ne rinvenne il giorno dopo il corpo in uno degli ascensori. Era stata strangolata.
Del delitto fu incolpato il custode di Palazzo Nuovo, Luigi Merlino, sempre professatosi innocente. Ed è proprio il custode, il lui a cui si riferiva la donna nelle sue ultime drammatiche parole, non avendo mai creduto alla sua colpevolezza.
Pur avendo altri casi, ben più recenti a cui pensare, il tarlo del dubbio e della curiosità si insinua nella mente del commissario, tanto che inizia raccogliere da internet tutte le notizie che trova sull’ omicidio della ragazza, denominato al tempo dai giornali il delitto di Palazzo Nuovo.
E così scopre che il presunto colpevole Luigi Merlino è morto alcuno anni prima per infarto. Il mistero si infittisce e il commissario Crema non riesce a capire perché la madre della ragazza abbia chiamato proprio lui in punto di morte per confidargli la certezza dell’ innocenza di Merlino.
Quando entra in scena Mario Bernardini, al tempo del processo testimone chiave, ormai non c’è più scelta bisogna fare luce sulla morte della ragazza, scoprire come andarono veramente le cose, nonostante sia quasi Natale e sarebbe preferibile pensare alle proprie compagne, ai regali, ai figli, alla famiglia.
In un susseguirsi di colpi di scena Ballacchino ci accompagna in un’ indagine ufficialmente chiusa, ma ancora piena di misteri e strane coincidenze, che condurrà a una vigilia di Natale difficile da dimenticare. Forse è proprio vero come filosoficamente pensa Crema che il passato dovrebbe essere lasciato in pace. Ma a volte la cocciutaggine di un poliziotto può portare anche ad effetti indesiderati, non solo allo svelamento del colpevole.
Con il suo ricorrente stile semplice e lineare Ballacchino ci narra una storia investigativa in cui passato e presente si intrecciano, in una Torino imbiancata dalla neve, una gran scocciatura per il nostro commissario che ha il buffo fascino di un personaggio di una commedia agro dolce anni ’70.
L’uso di capitoli brevi è funzionale al crescere della suspense. In ogni capitolo un pezzo del puzzle, un nuovo indizio, una nuova ipotesi alternata a parentesi più leggere come la battaglia a palle di neve in famiglia. Se vogliamo in questa indagine il personaggio di Mario Bernardini, testimone riluttante, passa sullo sfondo dando più spazio al commissario Crema, vero protagonista del romanzo. Questa scelta narrativa è interessante ma indebolisce un po’ l’originalità della serie, dove punto cardine era vedere le indagini di un critico cinematografico sui generis. Spero che Ballacchino non faccia sparire questo personaggio dalle sue indagini, nonostante un po’ il dubbio ce l’abbia avuto. Ma si sa un autore decide le sue scelte narrative ed è anche sbagliato da parte di un lettore forzarle.
In conclusione è una serie che amo, che leggo sempre con piacere, un po’ perchè ambientata nella mia città, un po’ perché parla di cinema (molte sono le citazioni cinematografiche). Una lettura che consiglio e senza volere apparire una indovina, credo avrà ancora lunga vita.

Rocco Ballacchino è nato a Torino nel 1972, si è laureato, nel 1999, in Scienze della Comunicazione, con una tesi dal titolo “Il personaggio di Totò nell’Italia del dopoguerra” (Semiologia del cinema e degli audiovisivi).
Ha collaborato dal 2009 al 2011, in qualità di sceneggiatore, con la Turin Video Production.Ha al suo attivo numerosi gialli pubblicati tra il 2009 e il 2017, gli ultimi dei quali hanno per protagonisti il commissario Sergio Crema e il critico cinematografico Mario Bernardini.
È tra i soci fondatori del collettivo di scrittori Torinoir, nato a Torino nel 2014.

Suorce: libro inviato dall’editore. Si ringrazia Carlo Frilli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Ballando nel buio di Roberto Costantini (Marsilio 2017) a cura di Federica Belleri

6 dicembre 2017
Ballando nel buio

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Torna Roberto Costantini con una nuova storia che vede protagonista Michele Balistreri. Due sono i piani temporali utilizzati dall’autore, come sempre accade nei suoi romanzi. Dal 1974 al 1986. Dodici anni che lo hanno visto ritornare a Roma da Tripoli, dopo l’arrivo in Libia del colonnello Gheddafi. Dodici anni durante i quali ha vissuto le ribellioni e i pestaggi ai “rossi”, le stragi dell’Italicus e di Piazza della Loggia. Anni nei quali insegnava arti marziali in una palestra e dove fare i soldi era l’unico modo per essere liberi. Ora Michele è commissario alla Omicidi e si confronta con il progresso tecnologico e l’arrivo dei primi pc, che lui chiama i “mostri”. Non ha dimestichezza con questi aggeggi e ne è quasi spaventato. È arrabbiato Michele, per ciò che ha vissuto in passato, per l’amore che non ha mai dimenticato e per il suo modo di chiudersi nei confronti degli altri. L’indagine che gli affidano è pericolosa e lo coinvolge nel profondo. Sarà in grado di gestirla? Balistreri non è più un ragazzo, ora è un uomo. È stato istruito in un certo modo, e sa come difendersi. Quando però inizia a scavare nel torbido dell’inchiesta, capisce di non poterla affidare a nessun altro, perché lui ne diventerà protagonista assoluto. Non ci saranno più bottiglie molotov da lanciare, ma dossier e fotografie scattate e segretate. Ci saranno bugie così ben costruite da ingannare tutti. Ci sarà la sua dannatissima rabbia, che tornerà con prepotenza, con forza … Non sarà più il tempo di lavare via le offese con il sangue, ma di individuare il colpevole che ha ucciso i suoi amici. E l’amicizia, conta ancora qualcosa? O è solo disperazione nascosta da falsi sorrisi?
Ballando nel buio ripercorre un’epoca, fra Nietzsche e citazioni musicali. È un’indagine che divora, per non essere divorata. È una lotta fra Servizi Segreti, legalità, politica, mafia e terrorismo. È l’amore ricevuto in maniera sbagliata che porta all’odio puro, senza possibilità di riscatto. È la capacità di Balistreri di affrontare la realtà chiudendo un occhio di fronte alla verità. Perché fa male, perché non si può cambiare.
Assolutamente consigliato. Ottima lettura.

Suorce: libro del recensore.

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:: La figlia di Giuseppe Scaglione (Robin 2017) a cura di Nicola Vacca

5 dicembre 2017
la figlia

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La provincia italiana (e i suoi misfatti) è al centro de La figlia, il primo romanzo di Giuseppe Scaglione.
In modo particolare quella barese, dove l’autore vive e ambienta un noir dalle tinte forti, in cui la sua scrittura non risparmia critiche feroci alle convenzioni sociali e all’ipocrisia.
Il protagonista è Paolo Saliani, un avvocato d’affari molto noto che si afferma a Milano. Per una serie di vicissitudini familiari decide di lasciare la città lombarda e ritornare a vivere a Bari, dove è nato.
Nel capoluogo pugliese si afferma come penalista. Paolo si trova coinvolto in una serie di omicidi che avvengono in un piccolo paese dell’entroterra barese.
Un notabile del posto viene coinvolto nel primo di questi omicidi.
L’avvocato assume le sue difese ed è subito convinto dell’estraneità ai fatti del suo cliente.
Il magistrato è di parere contrario e ordina l’arresto dell’indiziato. Paolo inizia a muoversi nella fitta rete della vita del piccolo paese, intenzionato a scoprire l’identità del vero assassino perché è convinto che egli tornerà a uccidere. Si improvvisa investigatore, aiutato da un anziano ufficiale che come lui crede nell’innocenza del suo cliente.
L’uomo di legge si troverà coinvolto nel giro di maldicenze, nella morte sociale della vita del paese, dove l’apparenza sana della provincia è solo una facciata.
Paolo riesce a perforare con le sue indagini il muro delle apparenze e delle omertà del piccolo paese della provincia barese, dove tra pettegolezzi e giochi di potere incontra sulla sua strada il perbenismo, il sopruso e soprattutto avrà a che fare con una serie di situazioni di clientelismo infame e di giochi di potere trasversale. Capirà subito che i delitti su cui si troverà a indagare scaturiranno dal quel meccanismo perverso e di depravazione.
La figlia è un noir perfetto. Dietro i suoi molteplici intrecci narrativi, Scaglione riesce, con una scrittura fluida e brillante, a fornire un quadro convincente che risponde al vero delle contraddizioni umane, sociali e economiche della vita sociale della provincia italiana.
L’autore attraverso i suoi personaggi entra nella fitta rete di complicità e connivenze di Niso, un paese della Murgia dei trulli, osserva in maniera minuziosa la realtà e i costumi del posto fornendo al lettore un quadro preciso di un’umanità meschina che si nasconde dietro le apparenze di un’esistenza normale.
La figlia è anche (e soprattutto) una commedia crudele della vita di provincia. Una commedia che Scaglione tinge di noir, dimostrando di conoscere l’arte del romanzo.

Giuseppe Scaglione è nato a Bari e vive a Gioia del Colle. Svolge attività giornalistica come critico d’arte ed è curatore di mostre ed altri eventi. Pubblica recensioni anche sul proprio blog “Correlazioni – Arte &Cultura“, che tratta di arti visive, fotografia, poesia e narrativa.

Nota: In copertina disegno di Mario Pugliese.

Source: libro inviato al recensore dall’autore.

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:: L’amica sbagliata di Cass Green (Piemme 2017)

4 dicembre 2017
l'amica sbagliata

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C’è una battuta che dice pressappoco quanto sia difficile trovare un vero amico, di quelli che se uccidi qualcuno ti aiutano a seppellire il corpo senza farti troppe domande. Ecco credo che Cass Green, autrice inglese di young adult di successo, deve avere pensato a questo come spunto per il suo primo thriller psicologico rivolto a un pubblico di lettori adulti.
L’amica sbagliata (The Woman Next Door, 2016), edito da Piemme e tradotto da Cristina Ingiardi, è infatti la storia di due amiche Hester e Melissa che si trovano a vivere esattamente quello di cui vi parlavo all’inizio.
Sinceramente non so dirvi se mi sia stata più antipatica Hester o Melissa, quello che è certo è che l’autrice è stata brava a delineare entrambi i personaggi in modo estremamente negativo, in modo che è difficile, se non impossibile, provare empatia.
Hester è visibilmente squilibrata (i capitoli dedicati a lei sono narrati in prima persona così possiamo avere un dettagliato riscontro di quanto i suoi pensieri e i suoi comportamenti siano distorti, sebbene all’apparenza sembri un personaggio perfettamente integrato).
Melissa (i capitoli dedicati a lei sono narrati in una più fredda terza persona) è già più razionale, ma anche lei nasconde dei segreti, chiusi per lo più nel suo passato, troppo ingombrante per chiunque, che se emergessero potrebbero mandare in frantumi il suo presente borghesemente realizzato, con marito medico, figlia adolescente, soldi, una bella casa, amici e posizione.
Hester ha una passione morbosa per Melissa, la vede come una figlia, abitando vicina a casa sua l’ha aiutata a crescere la figlia Tilly di cui si sente in qualche modo la nonna. Non potere avere figli è stato per lei un trauma che non ha mai superato e ha distorto il suo istinto materno in derive che non vi anticipo, ma immaginatevi il peggio. Melissa non ne può più di questa vicina strana, invadente e impicciona.
Tutto degenera a una festa che Melissa organizza per il compleanno di Tilly. Hester ne scopre l’organizzazione spiando dalle finestre il camioncino del catering. Non invitata si sente esclusa e rifiutata, non sopportandolo si presenta dall’amica e tanto che fa le strappa l’agognato invito. Melissa mal la tollera, ma giudicandola innocua cerca di contenere il suo pessimo comportamento. Hester si ubriaca, scandalizza gli ospiti, insomma turba l’equilibrio già compromesso da un altro avvenimento ben più grave: l’arrivo di Jamie appena uscito di galera, un fantasma della vita di prima che Melissa ostinatamente e disperatamente tenta di tenere nascosta.
A questo punto, come è ovvio, le cose non possono che precipitare, e l’autrice ci narra il tutto sempre alternando i capitoli tra Hester e Melissa. Essendo un thriller dirvi altro sarebbe un delitto, ma ve lo ripeto immaginatevi il peggio in un susseguirsi di avvenimenti non privi di colpi di scena.
Cass Green è brava a creare nel lettore un senso costante di inquietudine e di minaccia. Se Melissa nasconde dei segreti, Hester non le è da meno, e certo non è la bonaria sessantenne, che segue corsi pubblici di computer e prepara deliziose torte al limone. Certo è anche quello, ma è soprattutto una minaccia, nella vita di Melissa, vita che si sta sgretolando come un assurdo castello di sabbia.
Se amate i thriller in cui nessun personaggio merita di salvarsi, è il libro che fa per voi, vi porterà nella sonnolenta periferia londinese, in compagnia di una delle paure più frequenti di chi vive in quartieri tranquilli: non sapere chi si nasconde tra i propri vicini di casa.

Cass Green, inglese, ha lavorato diversi anni come giornalista, dedicandosi contemporaneamente anche alla scrittura di romanzi per ragazzi. L’amica sbagliata è il suo esordio nella narrativa per adulti, accolto con grande entusiasmo dal pubblico.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Federica dell’ Ufficio stampa Piemme.

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:: Alibi di ferro di Tami Hoag (Newton Compton 2017) a cura di Federica Belleri

28 novembre 2017

alibi di ferroMinneapolis, novembre. Il Crematore sceglie le sue vittime, le cosparge di liquido infiammabile e le brucia. Il suo piacere mentre le osserva morire è immenso. Il suo godimento mentre le ascolta urlare nell’orrore della morte, non ha prezzo. Kate Conlan, avvocato. Bellissima quarantaduenne con un passato nell’Fbi al Centro Nazionale Analisi Crimini Violenti. John Quinn, profiler dell’Fbi. Preparato, attento, affascinante. I due si conoscono molto bene, hanno avuto una relazione in passato e i loro sentimenti sono in sospeso. L’indagine che seguiranno insieme sarà difficile e solcata da piste oscure. Il Crematore ha scelto Jillian, figlia di un famoso miliardario. Di lei nessuna traccia. Solo scene del crimine allucinanti, che provocano nausea e senso di oppressione. Solo il faccia a faccia tra i bravi investigatori e quelli ingolfati nel sistema politico americano. I piani alti insistono per convocare una prima conferenza stampa. Pretendono un identikit del presunto serial killer. Compare una giovane testimone, da proteggere … Un mix letale di azioni e reazioni scatenerà istinto di sopravvivenza e voglia di fermare l’assassino. Quinn è determinato, osserva, valuta e inizia a tracciare un possibile profilo del Crematore. Non è facile, perché potrebbe essere chiunque. L’indagine si trasforma in un testa a testa fra Kate, John e il killer. Tutti controllano tutti, o almeno cercano di farlo. Tutti hanno bisogno di sicurezza, per scacciare i demoni che li soffocano. Tutti soffrono, per quello che hanno vissuto e che non li abbandona mai, nemmeno nei sogni. Si scava nel privato delle vittime, si affrontano le famiglie che reggono un peso enorme sul cuore. Si racconta il silenzio del dolore, rinchiuso in contenitori ermetici. Si parla di amore malato, distorto, colpevole.
Alibi di ferro. Perfetto guscio protettivo per persone insospettabili. Una sfera di cristallo destinata a frantumarsi per mostrare una verità allucinante e perversa, insostenibile, stravolta. Tutto è fuori dagli schemi. Tutto.
Ottimo thriller. Buona lettura.

Tami Hoag vive in Florida ed è autrice di decine di bestseller. I suoi romanzi sono tradotti in più di 30 Paesi e hanno venduto 40 milioni di copie in tutto il mondo. Con la Newton Compton ha pubblicato La ragazza N°9, Indizio N°1Vittima senza nome e Alibi di ferro. Per saperne di più: www.tamihoag.com

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: L’uomo di casa di Romano De Marco (Piemme 2017) a cura di Nicola Vacca

22 novembre 2017

l'uomo di casaIn occasione del Premio dei Lettori come romanzo più votato sul sito del Premio Scerbanenco 2017, in cui è rientrato nella cinquina finale, (il vincitore sarà proclamato il 4 dicembre), publichiamo questa recensione di Nicola Vacca già edita su Satisfiction.

Romano De Marco con L’uomo di casa scrive un thriller accattivante. L’ambientazione americana è impeccabile.
L’autore ricostruisce perfettamente i luoghi in cui si svolge la storia. Tra Richmond e Vienna, cittadina della Virginia, De Marco costruisce una storia mozzafiato dagli intrighi e colpi di scena infiniti che inchiodano i lettori al libro.
Su diversi piani temporali si svolgono le vicende narrate: un passato da incubo che riporta alla memoria il caso della misteriosa Lilith di Richmond, una donna che mai nessuno è riuscita a identificare ed è ricercata per il sequestro e l’assassinio di numerosi bambini.
Poi c’è il presente con il barbaro assassino di Alan, trovato morto nella sua auto in un parcheggio, e la storia di Sandra Morrison, sua moglie, che dopo la morte del marito si chiede chi fosse davvero l’uomo con cui ha condiviso un pezzo importante della sua vita.
Alan sempre premuroso e attento, appunto un perfetto uomo di casa, professionista stimato che non trascurava nulla adesso si scopre che aveva dei segreti e una doppia vita che lo ha portato a essere assassinato brutalmente.
Sandra precipita in un incubo quando apre i cassetti segreti dell’esistenza di suo marito che credeva di conoscere bene. Comincia a indagare, vuole conoscere la verità.
La vita segreta di suo marito si incontra per una serie di circostanze con il vecchio caso irrisolto dei delitti commessi dalla Lilith di Richmond.
Alan era ossessionato da quella oscura vicenda e lei non riesce a capire il perché.
Accade di tutto: il passato e il presente nella loro tragicità sono uniti da un filo comune di sangue. I delitti di Richmond sono legati alla strana e violenta morte di Alan.
Sandra nella ricerca della verità si accorgerà che molte delle persone a lei vicine hanno qualcosa da nascondere e sono coinvolte nella storia anche se sembrano al di sopra di ogni sospetto.
Un thriller in piena regola quello scritto da Romano De Marco. Una scrittura coinvolgente e soprattutto attenta a soffermarsi sull’introspezione e sulla caratterizzazione dei personaggi è la cornice perfetta che trascina il lettore negli abissi di questa storia nera fino al colpo di scena finale che lascerà tutti senza parole, con la consapevolezza che al male non c’è nessuna risposta ed è per questo che ci illudiamo di fingere che il mondo è un luogo di pace e di amore.

Romano De Marco, classe 1965, è responsabile della sicurezza di uno dei maggiori gruppi bancari italiani. Esordisce nel 2009 nel Giallo Mondadori con Ferro e fuoco, ripubblicato in libreria nel 2012 da Pendragon. Nel 2011 esce il suo Milano a mano armata (Foschi, Premio Lomellina in Giallo 2012). Con Fanucci pubblica nel 2013 A casa del diavolo e con Feltrinelli Morte di Luna, Io la troverò e Città di polvere (gli ultimi due finalisti al Premio Scerbanenco-La Stampa nel 2014 e nel 2015). I suoi racconti sono apparsi su giornali e riviste, tra cui “Linus” e il “Corriere della sera”, e i periodici del Giallo Mondadori. Vive tra l’Abruzzo, Modena e Milano.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Piemme”.

:: Le vite parallele – Un nuovo inizio per il commissario Casabona di Antonio Fusco (Giunti 2017) a cura di Federica Belleri

22 novembre 2017

le vite paralleleQuarto romanzo per Antonio Fusco. Torna l’amato protagonista seriale dei suoi precedenti libri, il commissario Tommaso Casabona. A Valdenza, sulle colline toscane, l’inverno non risparmia temperature rigide e il cielo minaccia neve. Casabona ha una domanda di trasferimento ad altro incarico da inviare. Sua moglie Francesca è malata e lui vuole starle vicino. I figli Alessandro e Chiara stanno crescendo e sono consapevoli di dover dare una mano ai genitori. Il commissario rimane in bilico nella sua decisione di lasciare il lavoro quando Martina scompare. Ha solo tre anni ed è bellissima. La preoccupazione si impossessa di Tommaso e sente di doverla cercare. Il suo letto è rimasto vuoto e i genitori sono angosciati. Questo capitolo della serie ci porta a conoscere i personaggi in modo sfaccettato e complesso. Si fa carico della sofferenza provata quando si è travolti da un destino inaspettato. Scava nel privato portando alla luce i dubbi e le certezze di un’indagine delicata. Nel frattempo della bambina, nessuna traccia. Sembra svanita nel nulla. Valdenza viene travolta da tv e giornalisti, che Casabona cerca di tenere a bada come può. Ci sono sospetti e sospettati, ma tutto appare troppo semplice.
Sullo sfondo l’autore ci parla del mondo della droga, del disagio. Sottolinea l’impegno delle forze dell’ordine nello svolgimento del proprio lavoro, nonostante gli scarsi mezzi a disposizione e il tempo maledetto che sembra non bastare mai. Affronta la scalata verso la soluzione del caso attraversando spezzoni di vita quotidiana che hanno il sapore dei ricordi e della malinconia. La ricerca di Martina impone una procedura specifica, nel rispetto suo e di chi le vuole bene. Quanto conta la paura di non trovarla? Quanto possono essere utili le voci di paese? Quanto si può dire all’opinione pubblica, evitando di scaraventare una famiglia nella fossa dei leoni?
Coscienza, verità e bugie. Perquisizioni e interrogatori. Esperienza e intuito.
Scrittura precisa, equilibrata e corretta, in grado di seminare indizi al momento giusto. Ma nulla è come sembra …
Buona lettura.

Antonio Fusco, nato nel 1964 a Napoli, è funzionario nella Polizia di Stato e criminologo forense. Dal 2000 si occupa di indagini di polizia giudiziaria in Toscana. Nel 2017 Giunti ha raccolto in un volume unico le prime tre indagini della fortunata serie di Casabona.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Marilou dell’Ufficio Stampa “Giunti”.

:: Guest post – Final Girls: Le sopravvissute di Riley Sager (Giunti 2017) di Lucia Patrizi

21 novembre 2017

final girlsSe è vero che quasi ogni genere cinematografico ha un suo omologo letterario da cui discende e di cui, con fare parassitario, si nutre, esistono dei sotto-generi e dei filoni che hanno avuto una propria genesi e vivono in totale autonomia. Uno di essi è di sicuro lo slasher, in cui al massimo si può trovare qualche traccia sparsa di Dieci Piccoli Indiani, ma che è assolutamente cinematografico di nascita. Un po’ come la figura dello zombie moderno, che ha dei debiti contratti con Matheson, ma esiste e prospera in quanto creatura concepita apposta per il grande schermo, anche gli assassini dello slasher sono stati visti per la prima volta in sala e non tra le pagine di un libro.
E tuttavia, mentre di romanzi a tema morti viventi ce ne sono in quantità industriale, la stessa cosa non si può dire di romanzi dichiaratamente slasher. A parte un paio di titoli come L’Isola di Richard Laymon e il thriller young adult I Know What you Did Last Summer di Lois Duncan, che però rientra nel genere più perché ne è stato tratto un film slasher che per le sue intrinseche caratteristiche da slasher, la narrativa di questo tipo è virtualmente inesistente.
La ragione è anche abbastanza semplice: lo slasher è un genere che, per avere una qualche efficacia, deve esprimersi attraverso le immagini. Il suo schematismo, la sua struttura fissa e codificata tramite regole rigidissime da cui è quasi impossibile fuggire e che bisogna essere davvero bravi per aggirare o forzare, funzionano molto bene al cinema, ma hanno meno possibilità in narrativa.
E così arriva Riley Sager (uno pseudonimo dietro cui si nasconde con ogni probabilità un uomo) e usa, sin dal titolo, l’elemento più riconoscibile dello slasher, la final girl, ovvero l’unica superstite di un massacro, colei che ha visto morire tutti i suoi amici ed è uscita viva, trionfante e coperta di sangue dall’incontro con l’assassino di turno.
Di final girl il cinema è pieno. Per comodità e risparmio di spazio, diremo che la capostipite di ogni final girl che si rispetti è la Jamie Lee Curtis di Halloween, fingendo di ignorare i numerosi precedenti. Dal 1978 in poi, innumerevoli ragazze hanno sconfitto altrettanti innumerevoli killer, cosa che di solito coincideva con la fine del film.
Sager ha invece l’ambizione di rispondere alla domanda che tutti gli appassionati di slasher si sono posti dopo i titoli di coda dei loro filmacci preferiti: cosa succede alla final girl una volta tornata a casa?
In realtà, la risposta a questa domanda l’aveva già data lo scrittore horror Stephen Graham Jones nel 2012, con il bellissimo The Last Final Girl, ma purtroppo il suo romanzo in Italia non è mai arrivato e non fa parte della narrativa mainstream.
Final Girls, al contrario, è un best seller tempestivamente tradotto in italiano e pronto per un adattamento cinematografico che la Universal ha programmato per l’anno prossimo.
Un successo, di pubblico e persino di critica.
Solo che non è uno slasher, non è un (se mi passate il termine applicato alla narrativa) un B-movie; per continuare con i paragoni cinematografici, Final Girls è il corrispettivo di quei thriller con un grande cast di star un po’ bollite, un regista da discount al servizio della produzione e degli alti valori produttivi. Roba da serie A, insomma. Roba da scaffale del supermercato. Roba da ombrellone. L’esatto opposto rispetto alla natura scalcinata e un po’ miserabile dello slasher. Non esistono slasher di serie A, lo slasher è serie B per definizione.

Appurato che Final Girls non è uno slasher quanto non lo è un qualsiasi romanzo sui serial killer, andiamo a vedere che relazione ha con lo slasher, perché è il genere cui fa riferimento fin dal titolo e da cui prende di peso situazioni e cliché, per poi andare in tutt’altra direzione.
La protagonista del romanzo è Quincy Carpenter (il cognome non è casuale), unica sopravvissuta al brutale assassinio di tutti i suoi amici: durante un fine settimana in una classica “cabin in the woods” all’insegna di festeggiamenti, alcol e sesso promiscuo, un paziente evaso da un manicomio nei dintorni ha ucciso, uno dopo l’altro, i ragazzi, mentre Quincy è riuscita a fuggire e ha avuto la fortuna di incontrare un poliziotto che ha sparato al killer poco prima che facesse fuori anche lei.
Sono passati dieci anni e Quincy ancora non ricorda nulla di quella notte: dal momento in cui la sua migliore amica le è morta tra le braccia a quello in cui l’agente l’ha salvata, nella sua memoria c’è un buco nero.
Quincy, nel frattempo, è diventata una blogger di cucina con un discreto seguito e, grazie al risarcimento ottenuto dalla direzione dell’istituto che si era lasciato scappare l’assassino, vive da benestante in un lussuoso appartamento a New York, con un compagno che la adora e il poliziotto responsabile di averle salvato la vita che forse è innamorato di lei e accorre ogni volta che ne ha bisogno.
Quincy non è l’unica final girl che incontreremo nel corso del romanzo. Altre due donne infatti condividono un destino simile: Lisa, sopravvissuta al massacro di tutte le sue consorelle negli anni ’90, e Sam, che è riuscita ad avere la meglio su un assassino introdottosi nell’hotel dove faceva la cameriera durante il turno di notte.
La notizia del suicidio di Lisa dà il via alla narrazione vera e propria, alternata alla frammentaria ricostruzione della notte in cui Quincy è diventata una final girl.
La struttura è quindi quella del thriller investigativo più che dello slasher: cosa è successo davvero a Quincy dieci anni fa? Perché Lisa si è uccisa? Si è veramente uccisa? E cosa vuole da Quincy l’altra final girl rimasta, Sam, che un bel giorno si presenta a casa sua con lo scopo apparente di aiutarla a ricordare?
Ovvio che la parte di maggiore interesse sia quella relativa al passato, perché è lì che Sager gioca davvero con il materiale da slasher. Il resto del romanzo è una fiacca serie di indagini condotte da una protagonista ai limiti del sostenibile e da personaggi di contorno privi di qualunque spessore o interesse.

Si dice che lo slasher sia un sotto-genere fortemente reazionario e misogino: un assassino, il più delle volte mascherato, si accanisce su giovani che vogliono solo divertirsi, colpendo con più ferocia le donne ed eliminando quelle che si danno con gioia al sesso promiscuo, mentre la final girl sopravvive in virtù della sua purezza.
Questo è uno schema valido, difficile negarlo. Eppure il paradosso dello slasher, nonché gran parte del fascino che ancora esercita sul pubblico, sta proprio nel fatto di aver regalato al cinema una galleria di personaggi femminili difficili da dimenticare. Le varie final girl cinematografiche (e non soltanto loro: tutti ricordano con affetto Wendy di Prom Night e Lynda e Annie di Halloween, tanto per nominare le prime che mi vengono in mente) hanno tutte un tratto distintivo che le accomuna, e che avrebbe sintetizzato magnificamente Sidney Prescott nel secondo Scream: sono delle guerriere, sono delle combattenti; non si limitano a stare nascoste o a scappare mentre attorno a loro muoiono tutti malissimo, no. Loro contrattaccano, mettono in difficoltà l’Uomo Nero di turno, lo superano in astuzia, riescono, pagando un prezzo altissimo, a neutralizzarlo. Almeno fino al capitolo successivo.
Quincy non è una final girl e non si merita questo status: lei non si è salvata da sola, è stata tirata fuori dai guai da un cavaliere maschio in scintillante armatura e distintivo.
È qui che un romanzo mediocre, tuttavia, piazza il suo colpo di genio: Final Girls non risponde alla domanda su che cosa accada a una final girl dopo essere sopravvissuta; al contrario racconta la formazione di una final girl. Nel momento in cui le due linee temporali si incontrano, nelle pagine conclusive del romanzo, Quincy, l’insopportabile, passiva, autoindulgente Quincy, si trasforma nella final girl che avrebbe dovuto essere dieci anni prima. È lì che il libro diventa il B movie che tutti volevamo che fosse.
Purtroppo questa bella svolta narrativa arriva tardissimo e, per vederla concretizzarsi sulle pagine, tocca aspettare un po’ troppo.
Final Girls è un ibrido citazionista costruito con una certa maestria, pieno di riferimenti cinematografici che dimostrano che almeno Sager ha studiato e sa di cosa sta parlando. Ma annega in un mare di ovvietà e in un colpo di scena finale telefonato sin dalle prime pagine. È comunque interessante per chi ama il genere di riferimento vedere come la materia perda un po’ in efficacia quando passa dal grande schermo alla pagina scritta.
Non tutti sono Richard Laymon e non tutti hanno la volontà di far narrativa marginale per definizione e scelta.
In fin dei conti, Final Girls è un romanzo adatto a chi non guarderebbe mai film come Terror Train o Sleepaway Camp senza sentirsi un po’ sporco, ma che vuole comunque provare qualche brivido da serie B standosene tranquillo nei ranghi della narrativa generalista.

Riley Sager vive a Princeton, New Jersey. Prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura ha lavorato come editor e graphic designer. Final Girls è in corso di traduzione in 14 Paesi.

Lucia Patrizi è l’autrice del blog Il giorno degli zombi- cinema horror e velleità culturali.

:: La cagna di Mattia Cuelli (Clown Bianco Edizioni 2017) a cura di Federica Belleri

20 novembre 2017

La-cagna-di-Mattia-CuelliAndrea Negri ha i capelli corvini e gli occhi verde smeraldo. È Appuntato dei Carabinieri a Brescia. Donna bellissima, dal fisico tonico e preparato. I suoi turni di pattuglia scorrono uno dopo l’altro, fino al giorno maledetto nel quale un’aggressione brutale le cambia completamente la vita. Il suo fascino subisce la distorsione dettata dal male, le sue sicurezze crollano per lasciare spazio alla pura crudeltà. La sua lucidità subisce un duro colpo e si ritrova scaraventata contro il muro dell’illegalità. Scavalcarlo è un attimo, un breve istante per cambiare rotta e non voltarsi più indietro. Da quel momento il tempo scorre in maniera diversa, i minuti si susseguono fra continue scariche di adrenalina, la sua personale giustizia calpesta quella del popolo. Andrea si circonda di amici particolari, unici e originali. Scopre se stessa e il suo lato buio attraverso un’oscura presenza che la segue ovunque, costringendola a buttare fuori il peggio di sé o il meglio. Dipende dal punto di osservazione. Andrea soffre e sembra alimentare il proprio dolore ogni volta che uccide. Cosa ci si può aspettare da una donna che ha perso tutto, e che ha soltanto bisogno di un po’ di sano calore umano?
Brescia e provincia sono invase da un vortice di violenza incontrollabile, la mafia russa padroneggia e controlla prostituzione e nuove droghe da immettere sul mercato. Non ci si può fidare di nessuno e bisogna per forza imparare a proteggersi le spalle. Dove sta la verità? Qual è il suo prezzo?
La cagna è la storia di una guerra, dal ritmo serrato, dai toni pulp. Andrea è un’eroina moderna e intuitiva. Ma è pur sempre una donna, dalla sensibilità celata. Una femmina che vorrebbe amare e proteggere, senza riuscirci. La cagna è una lotta contro il tempo, maledetto e inesorabile. La cagna è un thriller che ci inchioda di fronte alla realtà, alla morte, all’odore del sangue. Non lascia scampo al lettore, che prova empatia immediata con i personaggi creati dall’autore, nel bene e nel male. Le scene descritte si visualizzano con chiarezza e lasciano spiazzati. La lettura scorre e le pagine vengono voltate una dopo l’altra fino all’epilogo. Senza scampo, senza tregua.
Immergetevi nella vita di Andrea Negri. Buona lettura.

Mattia Cuelli nasce a Leno (Brescia) il 26/01/1976. Si diploma nel 1995 al Liceo Scientifico statale di Ghedi (brescia), per poi entrare nell’azienda di famiglia dove tutt’ora è impiegato. La passione per la lettura la scopre in giovane età, quando inizia a divorare in particolare gli scritti di Terry Brooks e Stephen King. E’ amante del cinema, della Harley-Davidson e è un convinto animalista. Vive con la moglie Francesca. con la quale è sposato dal 2009, e con piccolo cagnolino di nome Banny a Montichiari, in provincia di Brescia.

Source: inviato al recensore dall’autore.

:: L’inganno delle tenebre di Jean-Christophe Grangé (Garzanti 2017)

19 novembre 2017

Concludiamo oggi il blogtour dedicato a L’inganno delle tenebre come promesso con la pubblicazione delle nostre recensioni. Su ogni blog partecipante troverete infatti la rispettiva recensione (Le parole segrete dei libri, The Mad Otter, Il mondo di sopra, La viaggiatrice pigra, Nali’s Shelter). Spero abbiate apprezzato il nostro lavoro, è stato impegnativo, ma ci ha dato grandi soddisfazioni. Buona lettura! 

l'inganno delle tenebre

Seguito de Il rituale del male, L’inganno delle tenebre (Congo Requiem, 2017) ci riporta nell’ universo noir creato da Jean- Christophe Grangé, un universo parallelo, ma non tanto lontano da quello reale, da quello in cui viviamo ogni giorno, sebbene naturalmente fatti e circostanze non rispecchiano necessariamente comportamenti e accadimenti davvero successi. Ma chi può dirlo? Molto spesso la fantasia è più reale delle realtà.
Questi due romanzi, che andrebbero letti nell’ ordine per una comprensione più completa della trama e per godere dei depistaggi, delle Fatemorgane che l’autore crea facendoti credere una cosa, dandoti false sicurezze, per poi ribaltare anche radicalmente la situazione, è in tutto un’ opera mammut di 1600 pagine, la creazione letteraria più ambiziosa e complessa di Grangé.
Un’ eccellenza nel particolare genere thriller, che coniuga gli eccessi dell’ horror, le sottigliezze del romanzo psicologico, e la fantascienza (perlomeno medica) e la fantapolitica.
Jean- Christophe Grangé non ha paura di osare, di esagerare, di seminare improbabili coincidenze, di frastornarti coi colpi di scena, anche un po’ kitsch, di giocare con la tua credulità e di sedurti con riflessioni anche profonde su considerazioni storiche, sociali o geopolitiche.
L’Africa di Grangé, che in questo romanzo ha un ruolo centrale perlomeno nella prima parte, terra di una bellezza mozzafiato e nello stesso tempo di corruzione, avidità, traffici illeciti, schiavismo, malattie, guerre, superstizioni, riti ancestrali, crudeltà inenarrabili, forse non è l’Africa reale, ma si avvicina alla percezione che un’ occidentale consapevole e informato ha di quel paese, vessato, derubato e martoriato da anni e anni di colonialismo bianco.
Grangé non edulcora la realtà, la rapacità e l’istinto predatorio di un Morvain rispecchiano davvero quello di tante società private, che si spartiscono quelle terre con la complicità più o meno manifesta delle autorità locali. E poi gli scontri etnici, tribali, le guerre devastanti più o meno pilotate, sempre funzionali alla spartizione di materie prime (diamanti, petrolio, uranio, coltan), alla diffusione dei lucrosissimi traffici d’armi, all’ottenimento del potere, sempre funzionale all’ ottenimento di denaro. Il dio moderno che sembra venerato da tutti, qualsiasi sia il credo politico, il colore della pelle, la mentalità, l’ideologia.
E poi c’è la follia, la variabile impazzita, che stravolge tutte le regole, che aggiunge alla violenza predatoria caratteristiche allucinate. Si può uccidere per vendetta, e tutto il romanzo è una grande storia di vendetta, di un folle e impasticcato conte di Montecristo contro una famiglia, un clan i Morvain. Fino alle pagine finali non scopriremo chi muove davvero le fila di tutto ciò, non scopriremo se davvero l’Uomo Chiodo è vivo ed è tornato. Non scopriremo che anche i personaggi più insospettabili sono capaci di uccidere, e nascondono segreti che non possono essere sepolti con loro.
Se amate il genere, una lettura da non perdere, l’horror thriller al suo meglio, di un autore europeo ben poco convenzionale, ben poco politicamente corretto, che fa risolvere il caso (perchè infondo è un’ indagine poliziesca) al personaggio più improbabile, che del clan Morvain fa sopravvivere pochi personaggi, sovvertendo la legge principale e implicita del thriller che prevede che di norma i personaggi principali non dovrebbero morire. Ma Grangè accentua il realismo, esagerandolo, descrivendo minuziosamente i particolari, anche i più sordidi. E lasciando nella mente del lettore l’eco di Gregoire Morvan che nella foresta africana si trova ad avere a che fare con un ragazzo della sua comitiva con la gamba in cancrena, prossimo alla morte. E senza un attimo di esitazione l’uccide, perché non rallenti la sua marcia. E poi si trova gli occhi pieni di lacrime, non per il gesto compiuto, per la pietà umana che non prova, ma per sé stesso. Traduzione dal francese di Paolo Lucca.

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

:: Il Club delle Vecchie Signore di Georges Simenon (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

15 novembre 2017

club delle vecchie signoreGeorges Simenon ha scritto 178 racconti. Molti di questi li ha dedicati alle avventure rocambolesche dell’Agenzia O.
Con «Il Club delle vecchie signore e altri racconti» Adelphi pubblica l’ultimo volume dedicato alle indagini dell’agenzia investigativa più famosa del mondo.
In queste pagine ritroviamo Émile e Torrence, fedeli al metodo Maigret, alle prese con i misteri della cronaca nera di Parigi.
Quattro storie – indagini in cui i componenti dell’Agenzia si trovano a affrontare situazioni grottesche e scanzonate dietro le quali si cela il crimine, l’astuzia e la malvagità degli esseri umani.
I quattro protagonisti si trovano davanti a casi davvero particolari e come sempre la penna di Simenon affonda la penna in un humour nero che a volte sa essere ironico e macabro.
Quattro racconti brevi avvincenti e intriganti in cui il maestro del noir come sempre inchioda noi lettori alle pagine.
Georges Simenon ha dedicato alle vicende dell’Agenzia O quattordici racconti, tutti scritti nel corso del mese di giugno 1938 a Villa Agnès a La Rochelle, apparsi nella collana «Police – Roman » nel 1941 e raccolti poi in volume 1943.
I quattro casi contenuti in questo volume sono davvero esilaranti. Tra i toni della commedia e del noir, Simenon , come sempre, conduce il lettore nel cuore delle sue storie e nel bel mezzo degli enigmi.
Torrence e i suoi collaboratori hanno a che fare con personaggi dalla dubbia moralità, avidi assassini senza scrupoli.
Anche questa volta danno il meglio di sé: ogni inchiesta in cui l’ Agenzia O è coinvolta ha la sua difficoltà. Ma Torrence, Émile, Barbert e Berthe sono sempre all’altezza della situazione e non deludono mai i loro clienti.
Nel quartiere generale della Cité Bergère i quattro investigatori sono sempre vigili e attenti e non si lasciano mai sorprendere impreparati. Ogni nuovo caso è una scommessa che riescono sempre a vincere.
Simenon si deve essere divertito scrivendo le storie investigative dell’Agenzia O. In queste pagine la sua penna è felice e la sua scrittura come sempre è un affondo micidiale nel cuore e nella psiche degli esseri umani e della loro fragilità, che spesso li conduce a delinquere confondendo il bene con il male.
Vale sempre la pena leggere Simenon, anche quando scrive racconti.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese. Tra i più prolifici scrittori del XX secolo, Simenon era in grado di produrre fino a ottanta pagine al giorno. A lui si devono centinaia di romanzi e racconti, molti dei quali pubblicati sotto diversi pseudonimi. La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta Paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database dell’UNESCO che raccoglie tutti i titoli tradotti nei Paesi membri, Georges Simenon è il sedicesimo autore più tradotto di sempre e il terzo di lingua francese dopo Jules Verne e Alexandre Dumas (padre) – Wikipedia

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Adelphi”.