A ulteriore riprova che le autrici di thriller se sono brave sanno imporsi (se siano discriminate non lo so, io non credo) e conquistare anche un pubblico che non è tradizionalmente quello che s’immagina. Il thriller familiare non è il mio preferito, ma non sono così stupido da non leggere un romanzo quando ‘annuso’ che è buono. Danielle Thiery, prima donna ‘commissarie divisionnaire’ della polizia francese nonché figura di spicco del polar con un catalogo di titoli impressionante, affronta il filone con piglio e mordente. Da buona sbirra spara col calibro grosso e costruisce una storia complicata senza risparmiare colpi. Segreti di famiglia, incesti, sevizie su bambini, e tutta una serie di altre problematiche che farebbero rizzare i capelli in testa a più di un editor nel timore di suscitare vespai per questioni di correttezza politica. Dall’omosessualità all’ identità razziale di alcuni colpevoli. Dico ‘alcuni’ perché nell’intreccio ce ne sono diversi. Eppure la Thiery lo fa con mano sicura, una scrittura curata ma la capacità di seguire limpidamente una narrazione che spesso mescola le carte. Esperta poliziotta, e narratrice di talento, racconta la vicenda, senza perdersi in inutili psicologismi, tentazioni di fare la bella pagina per riempire l’incapacità di costruire un ‘giallo’, perché questo, alla fine, è il suo libro. Non cade mai nel truculento, nello scabroso gratuito, nell’effettaccio anche se di sangue e morti ce ne sono diversi. Evita così anche la trappola del patetico e del ridicolo. Edwige Marion, la sua protagonista, nei giorni di Natale appare acciaccata dalla sciatica, forse si prepara a lasciare la scena. Ad Alix, giovane psicologa con qualche difficoltà nel rapporto con gli altri, e a Valentine Cara, la ‘capitanne’ della Scientifica che invece conduce una felice vita di coppia con Rose, l’anatomopatologa. Le due (Alix e Cara) non si sopportano ma arrivano in qualche modo a completarsi in un’indagine difficile che parte da un ospedale in cui una giovane donna prima getta la sua bimba in un cassonetto, poi ‘si fa violentare’ da un disgraziato mediorientale e poi sparisce. Letteralmente. E da lì emergono vari quadri poco edificanti della società con altrettanti problemi. Bambini abusati, famiglie disfunzionali, padri padroni, madri consenzienti a ogni nequizia riusciate a immaginare. Il romanzo si intitola Tabous, al plurale, non per caso. Un assassino, una capanna nei boschi, una tempesta. Gli elementi classici si incastrano con quelli più innovativi, meno di filone nel senso classico. In modo omogeneo, sempre chiaro e leggibile. Perché si scrive per essere letti. E con il trascorrere del tempo la storia si compatta, tutto trova una spiegazione, le stesse dicotomie che mettono Eva contro Eva, forniscono una soluzione. Senza sconti, forse con un finale dove arriva una piccola consolazione, ma ci sta benissimo. Un nero da leggere, da studiare. Peccato che il prodotto francese (questa volta sì) sia discriminato nella produzione nostrana, ma Tabous si trova facilmente nella collezione J’ai Lu a un prezzo più che accettabile. Chapeau, madame la Commissaire!
Danielle Thiéry est née en 1947 en Bourgogne, dans une ambiance rurale, d’une mère-poule et d’un poulet (papa professeur de judo dans la police).
Après le bac, une formation d’éducatrice spécialisée et un “mai 68” décevant au bout du compte, l’ouverture aux femmes du concours d’officier de police la fait bifurquer vers un nouveau défi : affirmer la place des femmes dans toutes les sphères de la société, surtout celles que l’on disait réservée aux hommes.
Le slogan “la police un métier d’homme” a-t-il vécu ? Pas sûr… Car le chemin n’est pas semé de roses ! Après avoir occupé différents postes : brigade des mineurs, stupéfiants, proxénétisme, brigade territoriale, police aux frontières, police des chemins de fer et passé plusieurs concours, elle est nommée, en 1991, première femme commissaire divisionnaire de l’histoire de la police française.
Un évènement qui fait date car, curieusement, il lui donne le top départ d’une autre carrière, littéraire cette fois, menée en parallèle avec une deuxième vie professionnelle au sein de grandes entreprises (AIr France, France Telecom, La Poste). C’est par la télévision et une grande série diffusée sur France 2 qu’elle s’engage dans l’écriture. Quai N°1 est l’histoire de sa vie et aussi celle de Marie Gare, son aïeule, abandonnée dans … une gare !
Depuis 2008, elle ne se consacre plus qu’à l’écriture. Plusieurs de ses romans ont été traduits à l’étranger et ont reçu des prix dont le prestigieux Prix du quai des Orfèvres en novembre 2012 pour “Des clous dans le coeur”.
Source: romanzo del recensore.




Minneapolis, novembre. Il Crematore sceglie le sue vittime, le cosparge di liquido infiammabile e le brucia. Il suo piacere mentre le osserva morire è immenso. Il suo godimento mentre le ascolta urlare nell’orrore della morte, non ha prezzo. Kate Conlan, avvocato. Bellissima quarantaduenne con un passato nell’Fbi al Centro Nazionale Analisi Crimini Violenti. John Quinn, profiler dell’Fbi. Preparato, attento, affascinante. I due si conoscono molto bene, hanno avuto una relazione in passato e i loro sentimenti sono in sospeso. L’indagine che seguiranno insieme sarà difficile e solcata da piste oscure. Il Crematore ha scelto Jillian, figlia di un famoso miliardario. Di lei nessuna traccia. Solo scene del crimine allucinanti, che provocano nausea e senso di oppressione. Solo il faccia a faccia tra i bravi investigatori e quelli ingolfati nel sistema politico americano. I piani alti insistono per convocare una prima conferenza stampa. Pretendono un identikit del presunto serial killer. Compare una giovane testimone, da proteggere … Un mix letale di azioni e reazioni scatenerà istinto di sopravvivenza e voglia di fermare l’assassino. Quinn è determinato, osserva, valuta e inizia a tracciare un possibile profilo del Crematore. Non è facile, perché potrebbe essere chiunque. L’indagine si trasforma in un testa a testa fra Kate, John e il killer. Tutti controllano tutti, o almeno cercano di farlo. Tutti hanno bisogno di sicurezza, per scacciare i demoni che li soffocano. Tutti soffrono, per quello che hanno vissuto e che non li abbandona mai, nemmeno nei sogni. Si scava nel privato delle vittime, si affrontano le famiglie che reggono un peso enorme sul cuore. Si racconta il silenzio del dolore, rinchiuso in contenitori ermetici. Si parla di amore malato, distorto, colpevole.
In occasione del Premio dei Lettori come romanzo più votato sul sito del Premio Scerbanenco 2017, in cui è rientrato nella cinquina finale, (il vincitore sarà proclamato il 4 dicembre), publichiamo questa recensione di Nicola Vacca già edita su Satisfiction.
Quarto romanzo per Antonio Fusco. Torna l’amato protagonista seriale dei suoi precedenti libri, il commissario Tommaso Casabona. A Valdenza, sulle colline toscane, l’inverno non risparmia temperature rigide e il cielo minaccia neve. Casabona ha una domanda di trasferimento ad altro incarico da inviare. Sua moglie Francesca è malata e lui vuole starle vicino. I figli Alessandro e Chiara stanno crescendo e sono consapevoli di dover dare una mano ai genitori. Il commissario rimane in bilico nella sua decisione di lasciare il lavoro quando Martina scompare. Ha solo tre anni ed è bellissima. La preoccupazione si impossessa di Tommaso e sente di doverla cercare. Il suo letto è rimasto vuoto e i genitori sono angosciati. Questo capitolo della serie ci porta a conoscere i personaggi in modo sfaccettato e complesso. Si fa carico della sofferenza provata quando si è travolti da un destino inaspettato. Scava nel privato portando alla luce i dubbi e le certezze di un’indagine delicata. Nel frattempo della bambina, nessuna traccia. Sembra svanita nel nulla. Valdenza viene travolta da tv e giornalisti, che Casabona cerca di tenere a bada come può. Ci sono sospetti e sospettati, ma tutto appare troppo semplice.
Se è vero che quasi ogni genere cinematografico ha un suo omologo letterario da cui discende e di cui, con fare parassitario, si nutre, esistono dei sotto-generi e dei filoni che hanno avuto una propria genesi e vivono in totale autonomia. Uno di essi è di sicuro lo slasher, in cui al massimo si può trovare qualche traccia sparsa di Dieci Piccoli Indiani, ma che è assolutamente cinematografico di nascita. Un po’ come la figura dello zombie moderno, che ha dei debiti contratti con Matheson, ma esiste e prospera in quanto creatura concepita apposta per il grande schermo, anche gli assassini dello slasher sono stati visti per la prima volta in sala e non tra le pagine di un libro.
Andrea Negri ha i capelli corvini e gli occhi verde smeraldo. È Appuntato dei Carabinieri a Brescia. Donna bellissima, dal fisico tonico e preparato. I suoi turni di pattuglia scorrono uno dopo l’altro, fino al giorno maledetto nel quale un’aggressione brutale le cambia completamente la vita. Il suo fascino subisce la distorsione dettata dal male, le sue sicurezze crollano per lasciare spazio alla pura crudeltà. La sua lucidità subisce un duro colpo e si ritrova scaraventata contro il muro dell’illegalità. Scavalcarlo è un attimo, un breve istante per cambiare rotta e non voltarsi più indietro. Da quel momento il tempo scorre in maniera diversa, i minuti si susseguono fra continue scariche di adrenalina, la sua personale giustizia calpesta quella del popolo. Andrea si circonda di amici particolari, unici e originali. Scopre se stessa e il suo lato buio attraverso un’oscura presenza che la segue ovunque, costringendola a buttare fuori il peggio di sé o il meglio. Dipende dal punto di osservazione. Andrea soffre e sembra alimentare il proprio dolore ogni volta che uccide. Cosa ci si può aspettare da una donna che ha perso tutto, e che ha soltanto bisogno di un po’ di sano calore umano?
Georges Simenon ha scritto 178 racconti. Molti di questi li ha dedicati alle avventure rocambolesche dell’Agenzia O.
























