Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: L’uomo di gesso di C.J. Tudor (Rizzoli 2018)

29 gennaio 2018
L'uomo di gesso

Clicca sulla cover per l’acquisto

Trent’anni fa, Il cadavere della ragazza del Valzer. Senza testa.
Sono trascorsi trent’anni. Ed Munster adesso è un uomo, è rimasto a vivere nella stessa cittadina e insegna nella scuola locale. Abita nella bella casa che gli ha lasciato la madre e affitta una stanza a una studentessa vivace da cui è attratto, suo malgrado. Ed sembra essersi lasciato il passato alle spalle, quell’estate del 1986 in cui era un ragazzino e trascorreva giorni interi con i suoi amici. Tra infinite corse in bicicletta, spedizioni nei boschi che circondano la pittoresca e decadente Anderbury e i pomeriggi a scuola, il loro era un tempo sereno: erano una banda, amici per la pelle. E avevano un codice segreto: piccole figure tracciate col gesso colorato, per poter comunicare con messaggi comprensibili solo a loro. Poi, un giorno, quei segni li avevano condotti fino al bosco. Fino al corpo smembrato di una ragazza. Chi sia stato l’artefice di un simile delitto, in questi trent’anni, non si è mai saputo. Sono state percorse innumerevoli piste, tutte finite in vicoli ciechi, tutte rimaste fredde. La verità di cosa sia successo quel giorno nel bosco non è mai emersa. Ma adesso Ed ha ricevuto una lettera: un unico foglio, un uomo stilizzato, disegnato col gesso. Anche gli altri hanno ricevuto lo stesso messaggio. L’uomo di gesso è tornato.

Esce domani 30 gennaio per Rizzoli un thriller che farà discutere.
Si intitola L’uomo di gesso (The Chalk Man, 2017), è stato scritto da una scrittrice inglese, ex presentatrice tv e dog sitter, C.J. Tudor, con questo romanzo al suo esordio, e tradotto da Sandro Ristori.
Caso internazionale all’ultima fiera di Francoforte, i diritti venduti ai quattro angoli del globo, insomma di libri presentatati così ce ne sono spesso, a volte usando queste letterali parole, ma questo libro è effettivamente diverso dai molti altri che ho letto ultimamente.
Più che per l’efferatezza di alcune scene, è un thriller horror, quindi aspettatevi un po’ di movimento per intenderci, per una sottile inquietudine che traspare da particolari minimi, che solo alla fine, mettendo assieme tutti i tasselli, daranno un quadro di insieme terrificante.
L’excipit è poi di una perfidia terribile, bocca cucita naturalmente, ma fateci caso.
Allora cosa colpisce di questo libro?
Innanzitutto è notevolmente ben scritto e immagino tradotto (anche se il prologo sembra tradotto da un’ altra mano, quindi non fatevi spaventare). Per un’ opera prima è sicuramente singolare.
Il debito verso Stephen King è grande nella misura in cui si parla di ragazzini (una banda di ragazzini questa volta inglesi cresciuti negli anni ’80) che hanno a che fare con la morte. La Tudor è davvero un’attenta osservatrice dei preadolescenti, della loro psicologia, dei loro gusti, dei loro giochi, dell’ importanza che danno all’amicizia, amicizia che inevitabilmente si sgretola e decompone nell’età adulta, ed è capace di ricreare il loro linguaggio, in dialoghi vividi e mai banali.
Questo passaggio è efficacemente dimostrato, più che detto, portando avanti la narrazione in due tempi paralleli che si alternano: il 1986 quando il protagonista è poco più che dodicenne, e il 2016 quando è un professore di inglese quarantenne con una cotta per la sua coinquilina. La narrazione è sempre in prima persona, vediamo sempre la storia dal punto di vista di Ed, prima ragazzino, poi adulto.
Poi è un thriller non solo apparentemente feroce, lo è proprio, la scena dell’aggressione al parco da parte dei bulli è molto cruda e sicuramente rende questo libro diciamo consigliato solo a lettori adulti. Ma di norma tutti i thriller lo sono.
Dirò poco della trama per evitare anche spoiler involontari, ma sicuramente posso elencarvi i personaggi. Innanzitutto la banda formata da Eddie Muster, Gav la Palla, Mickey Metallo, Hoppo e Nicky. E poi i genitori di Ed, il reverendo, padre di Nicky, Chloe, l’inquilina di Ed, l’inquietante signor Halloran, l’uomo di Gesso, e in ultimo ma non meno importante la ragazza del Valzer. Beh un consiglio non affezionatevi troppo ai personaggi, anche se francamente è un po’ impossibile. Concludo con l’ultima strofa di una canzone di Jannacci: Dove si è spenta l’ultima storia dell’ uomo di gesso che sa tutto a memoria. Certo la Tudor magari non l’ha mai sentita, ma trovo che sia perfetta. Buona lettura!

C.J. Tudor è nata a Salisbury e cresciuta a Nottingham, dove vive con la famiglia. Dopo aver lasciato la scuola a sedici anni, ha cambiato diversi lavori, è stata reporter, doppiatrice, cameriera, autrice per la radio, presentatrice di un programma televisivo in cui intervistava le più grandi celebrità di Hollywood. Ha iniziato a scrivere questo romanzo ispirata da una scatola di gessetti colorati che un amico aveva regalato a sua figlia per il compleanno. Di sera quei disegni sul vialetto di casa avevano assunto un’aria sinistra. L’uomo di gesso, in uscita in contemporanea negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, è il thriller più atteso del 2018.

Source: bozze in anteprima inviate dall’editore. Ringraziamo Francesca dell’ Ufficio Stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Viola deve sapere di Stefania Lucci (Alter Ego Edizioni 2017) a cura di Federica Belleri

26 gennaio 2018
viola deve sapere

Clicca sulla cover per l’acquisto

Prima opera di Stefania Lucci, ex professore universitario di Medicina. Un esordio dai toni del thriller, che non manca di introspezione.
L’autrice ci porta nel mondo di Viola Gallo, mondo estremamente confuso. Viola si sveglia dopo circa un mese di coma, e non ha ricordi. Lo psichiatra Raniero Ranieri la supporta con sedute personalizzate utili al recupero della memoria. Ma di che memoria si tratta? Cosa le è accaduto prima del periodo di coma? Viola alterna momenti di serenità ad altri di rabbia e frustrazione. Una condizione assolutamente normale, le dicono. Non è così però, quando si mettono di mezzo i sentimenti … Piergiorgio Pichler, funzionario di polizia, dice di amarla e di essere il suo compagno. Deve credergli e fidarsi? Deve imparare a volergli bene o già lo fa inconsciamente? Viola scopre di avere una famiglia, presente al momento del suo risveglio, ma lei non riconosce nessuno. Le parlano tutti di un’inchiesta che la riguarda ma la sua mente è resettata. Non è in grado di capire il dolore e la gioia, fatica a provare empatia. È sempre stata così o quanto le è accaduto l’ha cambiata per sempre? Anche l’appartamento in cui vive le sembra troppo asettico e impersonale. Si deve fidare di chi la circonda o no?
Viola affronta un percorso difficile e doloroso, combattuta fra la curiosità e la paura di sapere. In bilico fra presente e passato, fra momenti di devastante fragilità e piccoli sprazzi di luce. Viola arriva persino a provare vergogna man mano alcuni ricordi riaffiorano in superficie, si sente a disagio anche con lo psichiatra. È convinta che qualcuno stia distruggendo la sua vita, pezzo dopo pezzo …
“Viola deve sapere” affronta la rielaborazione del dolore attraverso una storia semplice ma intensa. La vicenda si svolge principalmente a Roma. I personaggi principali sono protagonisti in ogni paragrafo, dedicato a ciascuno di loro, che si racconta in prima persona. Il dialogo e il ritmo sono scanditi proprio attraverso i diversi punti di vista degli interessati. La scrittura è precisa e coinvolge al punto giusto. Sono presenti alcuni termini medici certamente legati alla professione dell’autrice, utilissimi per capire Viola e la sua perdita di memoria.
Ottimo esordio a mio avviso. Buona lettura.

Stefania Lucci è nata a Roma nel 1951. Professore universitario di Medicina, una volta in pensione si è dedicata alla sua prima passione: la scrittura. Viola deve sapere è il suo esordio nella narrativa.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Era il mio migliore amico – Gilly Macmillan (Newton Compton 2017) a cura di Elena Romanello

18 gennaio 2018
Era il mio migliore amico

Clicca sulla cover per l’acquisto

Una sera la città di Bristol viene sconvolta da un misterioso incidente: Noah Sadler, adolescente figlio di una ricca famiglia che da anni lotta contro un cancro che lo sta portando verso una morte prematura, cade in un canale e cade in coma irreversibile. Con lui c’era quello che tutti consideravano il suo migliore amico, Abdi Mahad, figlio di profughi somali ammesso in un’esclusiva scuola della città grazie a una borsa di studio: il ragazzo si chiude in un mutismo inspiegabile e non vuole raccontare quello che è successo né ai familiari né alla polizia, per poi sparire, mentre emergono particolari inquietanti dal passato suo e della sua famiglia, in una città in cui stanno prendendo sempre più piede i movimenti di estrema destra e xenofobi.
Gilly Macmillan compie un altro viaggio nell’animo umano, raccontando l’Inghilterra di oggi, partendo non dalla cosmopolita e tollerante Londra, ma da Bristol, una delle città in cui ha vinto in maniera più netta il sì alla Brexit, dove sono molto evidenti le contraddizioni del Regno Unito di oggi, tra paure del futuro, razzismi vecchi e nuovi, difficoltà di convivenza tra vecchie e nuove generazioni e tra vecchi e nuovi inglesi.
L’autrice parla del dramma dei profughi, di cui spesso si ignorano o si vogliono ignorare i percorsi tortuosi e violenti che hanno subìto prima di arrivare in un Paese, e in particolare dei figli di questi profughi, ragazzi e ragazze divisi tra due culture, che sognano l’integrazione ma che non vogliono perdere tutti i legami con un mondo a cui sentono di appartenere, e che spesso scoprono realtà sulle loro famiglie che possono distruggerli. Ragazzi e ragazze come Abdi, studente brillante ma che si sentiva oppresso dal possessivo Noah, che tramite lui si attaccava ad una vita che gli stava fuggendo di mano, e la sorella Sofia, che porta il velo ma studia per diventare ostetrica all’Università, con un progetto di vita che coniughi le sue radici musulmane con le idee di emancipazione della donna che sente sue.
Tra i vari fili narrativi, Gilly Macmillan ne tocca un altro molto importante, quello del lutto e dell’elaborazione del dolore, attraverso la storia dell’amicizia tra due ragazzi diversissimi all’apparenza ma con dietro entrambi una storia dolorosa, di emigrazione da un lato e di malattia dall’altro, che si sorreggono a vicenda prima di un distacco prevedibile ma tragico.
Un thriller quindi, interessante e intrigante, raccontato a più voci, dove molto non è come sembra, ma che parla anche dell’oggi, della realtà che si preferiscono ignorare, delle difficoltà dell’integrazione ma anche di quella, eterna, del crescere e trovare un posto nel mondo, sempre che uno ci riesca poi a diventare adulto.

Gilly Macmillan è cresciuta a Swindon e ha trascorso l’adolescenza nel Nord della California. Ha studiato Storia dell’arte alla Bristol University e poi al Courtauld Institute of Art di Londra. Ha lavorato al «Burlington Magazine» e alla Hayward Gallery prima di mettere su famiglia. Da allora vive a Bristol con il marito e i tre figli. Il suo romanzo d’esordio, 9 giorni, è stato un successo internazionale tradotto in 14 lingue. La Newton Compton ha pubblicato anche La ragazza perfetta e 9 giorni.

Liberi di scrivere intervista Gilly Macmillan: qui

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Antonella e Federica dell’ Ufficio stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La notte della rabbia di Roberto Riccardi (Einaudi 2017) a cura di Federica Belleri

17 gennaio 2018
La notte della rabbia

Clicca sulla cover per l’acquisto

Roma, inizi degli anni ’70. Il professor Claudio Marcelli viene sequestrato. L’operazione viene subito rivendicata dalle Sap, Squadre d’Azione Proletaria. Il professore aveva da poco proposto una riforma della legge penale, ed era candidato come Ministro dell’Interno. Elemento scomodo per i terroristi. Moglie e figlia, presto informate, iniziano a vivere nell’incertezza e nella paura. Il colonnello dell’Arma Leone Ascoli è impegnato da tempo a combattere le Sap in ogni modo, la lotta al terrorismo per lui è al pari di una questione personale. Il sequestro del professore è un ricatto allo Stato, di questo ne è sicuro.
Si effettuano i primi rilievi, i giornalisti sono affamati di notizie e Roma continua a vivere come se nulla fosse accaduto. Il costo della vita è aumentato e la disoccupazione ha l’aspetto di una piaga infetta.
Ascoli è preoccupato e pensieroso. Riflette su come organizzare al meglio i suoi uomini, e ogni tanto si lascia manipolare da ricordi dolorosi e dal vuoto lasciato dalla moglie, scomparsa troppo presto. È un essere umano, come tanti. Ha un vissuto e un presente faticoso da portare avanti. Ha un codice personale relativo ai prigionieri che rispetta in modo scrupoloso: anche il peggior delinquente ha una dignità, e deve essere trattato bene. Il colonnello Ascoli è spesso taciturno. Lo sa bene l’appuntato Berardi suo fidato autista e amico singolare, in grado di strappargli sempre un sorriso. Alcuni illustri personaggi lo circondano in questa indagine. Tra questi spicca il giudice Tramontano, archivio storico umano con la maggior quantità di informazioni sulle bande criminali. Un amico stimato, dalla stazza imponente, amante della buona cucina. All’interno di quest’indagine compare la Stasi e l’Intelligence della Germania Occidentale. Il terrorismo ha radici particolari e troppe sono le persone interessate a spiare, prima di essere spiate. Tra amicizie vecchie e nuove Leone Ascoli osserva piccoli particolari, che possono fare la differenza. Protegge una testimone che ha bisogno di lui. Scopre le vere intenzioni delle Sap e precipita in un vortice che lo riporta indietro nel tempo. Non ha scelta, deve affrontare di nuovo un oscuro periodo.
I movimenti studenteschi avanzano. Si siglano accordi per non soccombere. E lentamente il cerchio si chiude attorno agli ideali politici offuscati dall’amore. Attorno ad un gruppo all’apparenza unito ma composto in realtà da individui egoisti ed insicuri. Una morsa di angoscia e di terrore si stringe attorno alle famiglie dei carabinieri, che vivono questa e mille altre indagini sulla propria pelle.
La notte della rabbia è un noir che definisce come il male sembri possedere l’essere umano, senza appartenere a un genere specifico o a un colore politico.
La notte della rabbia è un’erba infestante che si insinua e cresce a dismisura, alimentata dalla vita stessa.
La notte della rabbia costringe i protagonisti a guardarsi in faccia, con le armi puntate sui rispettivi volti.
La scrittura precisa e densa di avvenimenti porta il lettore a confrontarsi con i temibili Anni di Piombo. Il romanzo ha un ritmo equilibrato dalla prima all’ultima pagina, e scava nell’animo dei personaggi al punto giusto, senza invadere.
Ottima lettura.

Roberto Riccardi (Bari, 1966) è colonnello dei carabinieri. Ha esordito nel noir con Legame di sangue (Giallo Mondadori, 2009), cui hanno fatto seguito I condannati (Mondadori, 2012), Undercover (e/o, 2012), Venga pure la fine (e/o, 2013) e La firma del puparo (e/o, 2015). È anche autore di libri sulla Shoah: Sono stato un numero (Giuntina, 2009; premio Acqui Storia), La foto sulla spiaggia (Giuntina, 2012) e, insieme a Giulia Spizzichino, La farfalla impazzita (Giuntina, 2013). Per Einaudi ha pubblicato La notte della rabbia (2017).

Source: acquisto del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Nell’ombra del faro – Luigi Schettini (Golem Edizioni 2017) a cura di Elena Romanello

17 gennaio 2018
Nell' ombra del faro

Clicca sulla cover per l’acquisto

Torna in libreria la prima indagine di Thomas Sermon, l’investigatore e coroner ideato da Luigi Schettini, poi autore di Qui giaccio e Arché, qui alle prese con la sua prima avventura, in giro per Europa e Nord Africa.
Tutto inizia nei pressi del faro di Plymouth, dove viene rirovato il corpo di una giovane donna incinta, all’apparenza senza problemi e con tanti progetti di vita non solo legati alla sua prossima maternità. La ragazza ha marchiata a fuoco sulla pelle una stella a cinque punte e vicino ha una filastrocca macabra che sembra presagire nuovi omicidi. Thomas Sermon, in crisi personale per la fine del suo matrimonio, si butta sulle tracce di un assassino senza volto, desideroso di portare avanti quella che sembra a prima vista una serie di morti accomunate solo da due fatti, quello di avvenire nei pressi di un faro e quello di riguardare persone prossime a diventare genitori.
Nella caccia di un colpevole inafferrabile e insospettabile, Thomas Sermon si muove dall’Inghilterra alla Spagna, dalla Tunisia all’Egitto, fino alla Norvegia, cercando di mettere insieme i pezzi di un progetto criminale e di arrivare prima dell’assassino, seguendo anche piste non sempre giuste.
Per fortuna può contare sull’aiuto dell’amico dell’Interpol Bernie Peters, in un mondo dove emergeranno bugie e inganni, antichi patti disattesi e nuove speranze di vita stroncate.
Un romanzo di esordio che è giusto rileggere o leggere per scoprire gli inizi di Sermon, alle prese con un caso intricato che coinvolge un pezzo di mondo, a cui si aggiungono man mano dei pezzi che stravolgono le indagini e aprono nuove strade. Il tutto con al centro uno dei luoghi forse più iconici, i fari, sentinelle che esistono ancora oggi e che da secoli hanno intorno a loro un’aura di mistero.
Un libro scritto da un autore allora giovanissimo, poi maturato molto bene, da lui stesso definito imperfetto, ma non per questo meno interessante, testimone dell’interesse di Luigi Schettini per il genere del thriller a tutto campo, tra psicologia e azione.

Luigi Schettini nasce a Roma nel 1989. Oltre ad essere un valente giallista, nella vita è insegnante/coreografo hip-hop e attore. Grande cultore del cinema di Dario Argento e della letteratura horror e legal thriller di Stephen King e Patricia Cornwell, scrive storie da sempre e all’età di 17 anni dà vita al suo primo romanzo.
Pubblica I delitti del faro nel 2008 e Giallo Zafferano nel 2011.
Nel 2015 esce il suo terzo romanzo thriller, Qui Giaccio, per conto di Golem Edizioni, impreziosito dalla prefazione di Asia Argento, opera che ha superato le selezioni per il programma Rai Masterpiece, dal quale è stato poi escluso poiché si richiedeva che l’autore fosse inedito. Lo stesso thriller ha ottenuto il Premio Speciale Emotion della Città di Cattolica, una menzione speciale al Premio Letterario Giallo Garda e si è classificato al primo posto su 114 partecipanti al concorso “Un Libro Per Il Cinema”.
A Dicembre 2016 esce Archè, sempre per Golem Edizioni”, accompagnato da un’illustre prefazione di Daria Nicolodi.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia Francesca Mogavero.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il passeggero del Polarlys di Georges Simenon (Adelphi, 2016) a cura di Daniela Distefano

12 gennaio 2018
Il passeggero del Polarlys di Simenon

Clicca sulla cover per l’acquisto

Apparso a puntate sul quotidiano “L’Oeuvre”, nel 1930, con il titolo “Un delitto a bordo” e sotto lo pseudonimo di Georges Sim, “Il passeggero del Polarlys” fu il primo romanzo ad andare in libreria (nel giugno del 1932) con il vero nome dell’autore. E’ un racconto claustrofobico, impressione accentuata dal fatto che teatro di eventi cupi è una nave che lascia il porto di Amburgo per un viaggio che dovrà far tappa in Norvegia dove merci varie – macchinari, frutta, carne salata – verranno scambiate con altra mercanzia. A guidare il Polarlys è il capitano Petersen, figura centrale nel dispiegamento del plot. Altri personaggi chiave sono: un olandese di diciannove anni che si trova a svolgere le mansioni di terzo ufficiale e un vagabondo che deve sostituire il carbonaio malato. Tra i passeggeri, uno uomo si è fatto registrare ma scompare nel nulla; un altro passeggero è Bell Evjen, direttore di miniere; sulla nave anche un giovane rapato a zero, senza ciglia né sopracciglia, con un paio di occhiali dalle lenti spesse. E poi c’è lei,
Katia Storm, ambigua creatura luciferina:

La passeggera avanzava con disinvoltura. Si era messa in ghingheri come se avesse dovuto cenare a bordo di un transatlantico di lusso, e sembrava non indossare nulla sotto il vestito di seta. Una strana figurina, esile nervosa, dalle movenze sensuali, che faceva ricorso a tutti gli artifici della moda per mettersi in mostra”.

A viaggiare sul Polarlys pure un sovrintendente di polizia:

Che ci fosse qualcosa di anomalo era evidente, altrimenti un alto funzionario di polizia non si sarebbe dato la pena di correre dietro al Polarlys fino a Cuxhaven. Qualcosa di grave”.

E succede proprio l’irreparabile, il sovrintendente viene assassinato. Nessuno può scendere a terra, inizia la caccia all’autore del delitto efferato.

Petersen non si era mai sentito così insoddisfatto, così disorientato, eppure non avrebbe saputo dire perché. Gli sembrava di vivere uno di quegli incubi strani che talvolta si hanno dopo un’indigestione. Erriamo attoniti in un mondo avverso, sentiamo vagamente il desiderio di svegliarci, ma non ci riusciamo”.

Forse non è il romanzo più riuscito dello scrittore belga più famoso e letto al mondo però l’atmosfera agghiacciante, nebulosa, la musica a requiem che fa da sottofondo ai pensieri, il ritratto debordante dell’unico personaggio femminile sono indizi della futura maturità di Simenon; una esperienza letteraria costruita mattone dopo mattone fino a riempire tutte le caselle della sua immaginazione. Lo stile è prosciugato, il ritmo segue il riflusso di un mare livido, nero, profondo, dannato. Si divorano le pagine seguendo gli sviluppi dei personaggi che come uccelli in gabbia sono disperati e perdutamente ignari. Non si avverte paura, orrore, tensione esasperante, tutto procede come una discesa lenta, agli inferi, nel vuoto delle vite più lontane dalla Luce, c’è solo un piccolo bagliore, ma è il riflesso delle anime infuocate e alla deriva di una esistenza per loro senza Dio.

Georges Simenon – Liegi (Belgio), 13/2/1903 – Losanna (Svizzera), 1989 – è stato un romanziere di lingua francese e di origine belga. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea.
Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret.
La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database curato dall’UNESCO, Georges Simenon è il quindicesimo autore più tradotto di sempre.
Grande lettore fin da ragazzo in particolare di Dumas, Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dei classici. Nel 1919 entra come cronista alla «Gazette de Liège», dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim.
Contemporaneamente collabora con altre riviste e all’età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo.
Dopo la morte del padre, nel 1922, si trasferisce a Parigi dove inizia a scrivere utilizzando vari pseudonimi; già nel 1923 collabora con una serie di riviste pubblicando racconti settimanali: la sua produzione è notevole e nell’arco di 3 anni scrive oltre 750 racconti. Intraprende poi la strada del romanzo popolare e tra il 1925 e il 1930 pubblica oltre 170 romanzi sotto vari pseudonimi e con vari editori: anni di apprendistato prima di dedicarsi a una letteratura di maggior impegno.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il commissario Maugeri e il fantasma di via Ariosto di Fulvio Capezzuoli (Todaro Editore 2017) a cura di Viviana Filippini

12 gennaio 2018
il fantasma

Clicca sulla cover per l’acquisto

Milano. Ottobre 1948, tornano le avventure e le indagini, velate dal mistero, del commissario Gianfranco Maugeri, nato dalla penna di Fulvio Capezzuoli. “Il commissario Maugeri e il fantasma di via Ariosto” vedrà il già comandante partigiano durante la Resistenza, alla prese con un’indagine che per lui sarà un vero e proprio grattacapo. L’uomo, che ha una moglie –Giovanna- e un figlio- Giacomo- sarà contattato dall’amico vice questore che lo porterà a parlare con un’anziana signora, tal Susanna Bellingeri, residente in un bella palazzina in stile Liberty di via Ludovico Ariosto, zona Magenta, a Milano dove, secondo lei, ci sarebbero strane presenze nel solaio. La loro colpa: fare rumore. Maugeri non ha molta voglia di indagare sul paranormale, ma un sabato va ad ascoltare quella donna dai capelli scuri e dalla labbra carnose e, vista la preoccupazione di lei, decide di attivare qualche procedura di verifica e sorveglianza. Maugeri scopre anche che Susanna vive con la sorella Elisa, donna malata e inferma, a volte assistita da Franca, bella infermiera e, in altri casi, quando c’è, da Giovanni, il nipote architetto di trentacinque anni residente all’estero. Il giovanotto è figlio di Simone, il fratello delle due donne, morto suicida durante il conflitto mondiale. Maugeri passa il fine settimana per i fatti suoi, perché ritiene un po’ “esagerate” le preoccupazioni della signora, ma cambia idea quando, il lunedì, Enrico Bonavita, cameriere delle Bellingeri, trova la signora Susanna seduta in poltrona e morta. Sul posto, oltre al commissario, alle prese pure con l’influenza del figlio, c’è Marco Fulgenzi, il medico di famiglia il quale ammette che la morte della Bellingeri è un po’ improvvisa, perché Susanna non aveva particolari malattie e mentre i due parlano sentono un campanello suonare, ma da chi? L’aggeggio sarà ritrovato nel solaio della palazzina. Le impronte su di esso porteranno a tal Attilio Colombo, condannato a morte nel 1938 per uxoricidio. Il tutto si intriga ancora di più quando l’ispettore Valenti fa notare a Maugeri che Susanna non è morta per cause naturali. La donna è stata assassinata. A dimostrarlo una minuscola puntura al centro della nuca, più o meno all’altezza della parte finale del tronco encefalico. I due si gettano a capofitto nelle indagini e scopriranno che anche altre persone – tra cui la moglie del fucilato Colombo- anni prima, furono uccise con le stesse modalità. Il giallo di Capezzuoli evidenzia un intreccio ben costruito, dove il presente dell’immediato dopoguerra si intreccia con il passato bellico e con il presunto paranormale, perché il sospetto che nella storia aleggino dei fantasmi c’è, ed è forte. Maugeri ne “Il commissario Maugeri e il fantasma di via Ariosto” non si fermerà davanti a nulla, parlerà con persone, recupererà tracce e piano piano scoprirà delle realtà inquietanti che evidenziano quanto degenere possa essere il genere umano e come non sempre sia facile dimenticare i dolori e i torti del passato.

Fulvio Capezzuoli nasce a Milano, dove compie i suoi studi laureandosi in Scienze Economiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Esperto critico cinematografico collabora con la Fondazione Cineteca Italiana. Nel 2006 esce “L’estasi e il Tormento”, in collaborazione con la fotografa Tony Tamagni, un testo sui suoi quindici anni di esperienza come organizzatore di Cineforum e, nel 2008, “Locarno mon amour”, dove i suoi testi si alternano alle foto di Tony Tamagni, per raccontare una giornata tipo al festival cinematografico della città svizzera. “Gli anni del sole stanco” (editore Edimond), nato da ricerche storiche, effettuate proprio nel Sud Italia, è la sua prima opera di narrativa pubblicata, ed ha vinto nell’ottobre del 2008 il Premio Letterario Città di Castello. Esce nel 2010 “Al di là dell’oceano”, romanzo storico sulla Grecia del V secolo a.c., ambientato nella città di Paestum (a quei tempi chiamata Poseidonia), che narra tra l’altro la costruzione della famosa Tomba del Tuffatore. Questo è il quarto romanzo con protagonista il commissario Maugeri.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Todaro e Veronica.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Con le migliori intenzioni di Maria Antonietta Macciocu e Donatella Moreschi (Golem Edizioni 2017) a cura di Elena Romanello

11 gennaio 2018
Con le migliori intenzioni

Clicca sulla cover per l’ acquisto

Torna per Golem edizioni il duetto di signore in giallo composto da Maria Antonietta Macciocu e Donatella Moreschi, con un nuovo thriller, Con le migliori intenzioni, ambientato sulle colline affacciate sul golfo di Lerici.
Un paradiso per molti, finché non viene trovato il corpo orrendamente martoriato di una bambina, grazie alla segnalazione di una sua amichetta che è riuscita a fuggire. Purtroppo il caso non rimane isolato, perché dopo pochi giorni una nuova bambina perde la vita nella stessa maniera, e la pista della vendetta privata del primo caso perde piede di fronte a quella di un maniaco, magari insospettabile e convinto di avere una missione da portare a termine.
Il capitano dei carabiniere Niccolò Zani, amato dalle signore del posto per la sua avvenenza, si trova quindi un nuovo, difficile caso da gestire, in un’esistenza non certo facile, perché deve già investigare sulla tratta di alcune ragazze dall’Africa costrette a prostituirsi e deve occuparsi anche del suo matrimonio ormai fallito, ma non chiuso, con una donna con gravi problemi mentali, proprio quando potrebbe aver trovato la persona giusta con cui rifarsi una vita nella pittrice Tullia.
Ancora una volta il thriller si dimostra come il genere migliore per raccontare la contemporaneità, anche di un luogo considerato idilliaco e lontano dai problemi della grande città come l’entroterra delle Cinque Terre: ma si sa che ormai gli orrori non risparmiano nessun posto.
Le due autrici creano un nuovo eroe in cerca di più verità e giustizie, contro chi da un lato sfrutta ragazze giunte da lontano e contro un giustiziere pazzo che porta avanti un progetto folle di redenzione di vittime innocenti legato a fatti della sua infanzia, ma anche in cerca di una nuova possibilità di vita dopo tanta sofferenza personale e professionale.
Un thriller scorrevole, che si legge in fretta, ma che comunque sa appassionare da un lato per la ricerca della soluzione di una serie di crimini e sa far riflettere sull’oggi e la contemporaneità.

Maria Antonietta Macciocu È nata a Sassari e vive a Torino. Laureata in Storia del Teatro,ha pubblicato il libro di poesie Amore che non tocca (Mediando, 2010) e Petalie, romanzo popolare sardo-piemontese (Mediando, 2011), scritto con Donatella Moreschi e presentato al Salone del libro di Torino per i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia.

Donatella Moreschi È nata a Firenze e vive a Torino. Laureata in Lettere Classiche presso l’Università di Torino, ha lavorato per alcuni anni come redattrice per la casa editrice Stampatori e successivamente ha gestito come socia e proprietaria alcune librerie torinesi.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia Francesca Mogavero dell’Ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’assassinio di Socrate di Marcos Chicot (Salani editore 2017) a cura di Viviana Filippini

2 gennaio 2018
assassino di socrate

Clicca sulla cover per l’acquisto

Marcos Chicot è tornato nelle librerie italiane con “L’assassino di Socrate”, edito da Salani. Chicot aveva già utilizzato l’antica Grecia come sfondo narrativo per “L’assassinio di Pitagora” e questa volta è il turno di Socrate. Il tutto parte dalla rivelazione dell’oracolo Cherefonte (tra l’altro amico del filosofo) che annuncia al filosofo la sua morte violenta ad opera di un giovane dagli occhi chiari, un neonato che arriverà presto ad Atene. Con molta probabilità sarà il figlio dell’amico Eurimaco, che ha perso la moglie proprio nel momento del parto. Mentre Socrate scopre questa dolorosa premonizione e, a dire il vero, lui sembra l’unico a non esserne preoccupato, la nuora di Archidamo, diarca di Sparta, diventa madre, ma il marito Aristone (soldato temuto da tutti) stabilisce che il loro figlio non deve vivere e decide di ucciderlo seguendo la legge spartana. Il piccolo però non sarà gettato da una rupe, ma lasciato in balia di belve feroci. Chicot crea un thriller ad alta tensione, ambientato nella Grecia del V secolo a.C. ricco di colpi di scena, dove la trama si concentra sui destini di Socrate, il filosofo che diede importanti contributi alla storia del pensiero e quello di Atene e Sparta, due città tormentate da una guerra che insanguina da troppo tempo la Grecia. Ancora una volta Chicot conferma la sua bravura di scrittore perché la Grecia classica che ci narra è così ben definita che il lettore ne è completamente coinvolto e rapito. Accanto a Socrate ci sono i potenti, i militari pronti al sacrifico per la vittoria, le madri che non esitano a mettere a repentaglio la propria vita per avere salva quella dei figli. Non solo, perché nella grande storia che travolse le due città greche tra loro in conflitto si innesta una minuziosa ricostruzione storica di fatti di guerra, delle modalità di svolgimento delle assemblee o degli spettacoli, delle tradizioni, delle offerte agli dei o dei matrimoni combinati. Il tutto è fatto con una tale precisone che il lettore ha la sensazione di immergersi in un mondo sì del passato antico, reso meno distante dalla scrittura coinvolgente di Chicot. “L’assassinio di Socrate” è un thriller storico dal ritmo coinvolgente nel quale i drammi personali dei singoli personaggi si intrecciano con quelli causati dalla Storia (è qui si fa riferimento alla guerra che per quasi quaranta anni coinvolse Sparta e Atene. La maestria di Chicot è quella di essere riuscito a fare una dettagliata ricostruzione degli eventi e dei personaggi realmente esistiti e di averli fatti convivere alla perfezione con personaggi letterari, dando vita ad una perfetta mescolanza di personalità note e comuni. Questo crea una narrazione verisimile, dove non manca la suspense tipica del thriller e del giallo. Ad un certo punto in “L’assassinio di Socrate” si percepisce un senso di morte incombente, con la distruzione portata dalla malattia e dalla guerra e Socrate e i suoi comprimari sembrano non avere più speranze, ecco però che tutte le carte messe in gioco vengono rimescolate da un imprevedibile colpo di scena che ribalterà in modo completo non solo la narrazione, ma anche, l’ipotetico finale che il lettore si era immaginato. Traduzione di Andrea Carlo Cappi.

Marcos Chicot, nato a Madrid nel 1971, sposato, con due figli, è laureato in Psicologia Clinica e in Economia e Psicologia del Lavoro e ha lavorato come manager in varie aziende. Tra i suoi libri “Il teorema delle menti”, “L’assassinio di Pitagora”, vincitore del Premio per la Cultura Mediterranea 2015 È stato finalista in vari premi letterari, tra cui il prestigioso Planeta.

Source: ufficio stampa editore Salani, grazie a Matteo Columbo.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Non ti faccio niente di Paola Barbato (Piemme 2017) a cura di Federica Belleri

22 dicembre 2017
non ti faccio niente

Clicca sulla cover per l’acquisto

Gli anni ’80-’90 sono stati sconvolti da misteriosi rapimenti di bambini, tra i sei e gli otto anni. Bambini presi, fatti giocare, divertire. Bambini con vestiti nuovi e un sorriso meraviglioso stampato in viso, quando venivano riportati a casa dopo tre giorni. Bambini trascurati dalle loro famiglie, quasi sempre soli, a giocare per strada. Alcuni avevano dei lividi sul corpo, altri erano sporchi. Lui li avvicinava, loro si fidavano. Lui li coccolava e li faceva sentire importanti, nessuna violenza subita. Lui voleva solo fare del bene.
Anno 2015. Il papà di Greta va a prenderla all’asilo, ma in quell’asilo la bimba non è mai entrata. Il suo corpicino pulito e ricomposto in maniera ordinata verrà ritrovato sulla scrivania d’ufficio del padre.
Chi è Greta, chi è il responsabile della sua morte?
Il thriller di Paola Barbato segue lo scorrere del tempo. Segue un’indagine dimenticata che forse sta tornando a galla con prepotenza. Qualcuno rapiva i bambini e lasciava sul luogo del prelievo una paperella di gomma. Qualcuno rapisce i bambini, li uccide e lascia sul luogo del prelievo una paperella di gomma. Perché?
Questa storia scatena angoscia e immediata empatia. Chi si preoccupava all’epoca dei bambini soli era questo rapitore mai identificato. Chi se ne preoccupa ora lo fa per un motivo diverso, o forse identico. È la stessa persona?
La vicenda vede coinvolte un’ispettrice e la sua vice, assorbite dai loro opposti caratteri, difficili da amalgamare, e un commissario in pensione che si era occupato dei casi precedenti. A loro si unisce un gruppo di bambini in un certo senso mai cresciuti, che ostacola le indagini e crea confusione, anche se con buone intenzioni. Nel frattempo spariscono altri bambini, e vengono assassinati. Non sembrano esserci collegamenti fra passato e presente, o forse sembrano essercene troppi. Cosa sta succedendo?
Non ti faccio niente è una storia lunga decenni, attraversata da paura e angoscia, dal desiderio di salvarsi scappando. È la condivisione di un’esperienza traumatica ma positiva, condivisa per poter accedere a un pass verso una vita migliore. È l’osservazione rassegnata del dolore di genitori che perdono i loro figli e che vengono catapultati nel loro passato personale. È la resa dei conti verso le proprie ossessioni e manie, verso il disagio e la solitudine. Perché non ci si può mai fidare di nessuno e si deve sempre rimanere sospesi nella paura.
Lettura assolutamente coinvolgente, ottima la scrittura e la trama. Non sono previsti sconti o bonus per il lettore che si avvicina a questa storia. Tutto è molto chiaro e diretto, anche la morte. Buona lettura.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Morte ad Asti – La nebbiosa domenica dell’investigatore Martinengo di Fabrizio Borgio (Fratelli Frilli Editori 2017)

14 dicembre 2017
morte ad asti

Clicca sulla cover per l’acquisto

Morte ad Asti, terzo romanzo della serie dedicata all’ investigatore privato Giorgio Martinengo, è un romanzo dalla scrittura lineare che indaga sulle luci (poche) e le ombre (molte) della provincia italiana dagli anni ’90 ad adesso. Abbiamo un investigatore privato piemontese, ex poliziotto, di origini contadine (sarebbe stato destinato a dirigere un’azienda vinicola se i dissidi col padre non l’avessero portato a cercare altro) e un caso a lui affidato da una banca d’affari tedesca con filiale a Milano, la MidaGest. Proprio il losco e mellifluo dottor Cazzaniga, safety manager di questa azienda, lo ingaggia per investigare su una dipendente che è implicito gli sta creando un mucchio di guai. Martinengo sa che è un lavoro sicuro, queste grandi aziende pretendono risultati ma pagano sull’ unghia, ma presto scopre che la donna oggetto di questa indagine è proprio Vittoria Squassino, suo grande amore di gioventù, donna bellissima e affascinante che in un certo senso non ha mai dimenticato. La morte della donna spariglia le carte e toccherà a Martinengo tirare le fila di questa oscura vicenda portando il colpevole del delitto a confessare e aiutando gli inquirenti a far luce sui maneggi finanziari all’origine di tutto. Tra passato e presente la narrazione si alterna fluida fino al concitato finale. Fabrizio Borgio ha uno stile piuttosto personale, e una buona padronanza dei tempi narrativi. I personaggi sono sottilmente caratterizzati, soprattutto il dottor Cazzaniga, il villain della situazione, che ci riporta ai cummenda di tanta narrativa, penso a Scerbanenco soprattutto. Nel complesso un buon noir regionale, non eccessivamente insolito nella trama, ma inserito nel solco della tradizione giallistica italiana.

Fabrizio Borgio nasce prematuramente nella città di Asti il 18 giugno 1968. Appassionato di cinema e letteratura, affina le sue passioni nell’adolescenza iniziando a scrivere racconti. Trascorre diversi anni nell’Esercito. Lasciata l’uniforme, bazzica gli ambienti artistici astigiani, segue stages di sceneggiatura con personalità del nostro cinema, tra cui Mario Monicelli, Giorgio Arlorio e Suso Cecchi d’Amico. Collabora proprio come sceneggiatore e soggettista assieme al regista astigiano Giuseppe Varlotta. La fantascienza, l’horror, il mistero, il fantastico “tout court”, gialli e noir sono i generi che maggiormente lo coinvolgono e interessano. Esordisce partecipando con un racconto breve al concorso letterario Il nocciolino di Chivasso e ricevendo il premio della giuria. Ha pubblicato Arcane le Colline nel 2006 e La Voce di Pietra nel 2007. Per Fratelli Frilli Editori pubblica nel 2011 Masche (terzo classificato al festival Lomellina In Giallo) e nel 2012 La morte mormora. Nel 2014 esce Vino rosso sangue, il primo noir che vede protagonista l’investigatore privato Giorgio Martinengo. Firma un contratto con la Acheron Books di Samuel Marolla con la quale pubblica il romanzo IL SETTIMINO, terza avventura dell’agente speciale del DIP Stefano Drago. Asti ceneri sepolte è l’ultimo noir pubblicato con Martinengo protagonista, sempre per la Frilli editori. Dal 2015 è membro della Horror Writers Association. Nel 2017 partecipa all’antologia in ebook Spettrale con il racconto Il tempo delle spigole. Sposato, vive a Costigliole d’Asti sulle colline a cavallo tra Langhe e Monferrato con la sua famiglia e un gatto nero di nome Oberyn, dove oltre a guadagnarsi da vivere e scrivere i suoi romanzi, milita nella locale sezione della Croce rossa Italiana come soccorritore. Membro ONAV è anche assaggiatore di vino.

Suorce: libro inviato dall’editore. Si ringrazia Carlo Frilli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: I bastardi dovranno morire di Emmanuel Grand (Neri Pozza 2017) a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2017
i bastardi dovranno morire

Clicca sulla cover per l’acquisto

Pauline lasciò la drogheria e risalì rue Jules-Guesde, che era meno illuminata ma rappresentava la via più breve per rincasare. Tutte quelle viuzze le conosceva a memoria, avrebbe potuto percorrerle a occhi chiusi. E tutto questo, presto, sarebbe stato solo un ricordo. Se un giorno avesse avuto dei figli, gli avrebbe parlato delle strade di Wollaing? Dei canaletti di scolo, delle buche sull’asfalto, dell’ intonaco scrostato sui muri, dell’ erba che spuntava sui marciapiedi? Gli avrebbe parlato di quell’ ultima volta in cui aveva preso rue Jules-Guesde al calar della sera, in un buio d’ inchiostro perché non c’erano lampioni?

Dopo Terminus Belz, polar con cui esordì nel 2014, insignito nel 2016 del premio “SNCF du polar”, il più importante premio dei lettori francesi, Emmanuel Grand arriva finalmente anche in Italia con il suo secondo romanzo, I bastardi dovranno morire (Les salauds devront payer, 2016), grazie a Neri Pozza e alla traduzione di Alberto Folin. E conferma un talento davvero notevole.
Insomma se non l’avete ancora letto Les salauds devront payer dovreste leggerlo al più presto, a tutt’ oggi, e il 2017 è ormai agli sgoccioli, è il più bel libro che ho letto quest’anno. Un noir se vogliamo, un polar per meglio dire, originale e ruvido che colpisce nel profondo, presentandoci un affresco sociale indubbiamente realistico e inquietante.
A volte un romanzo è migliore di un saggio sociologico, più incisivo e schietto, nel sensibilizzare l’opinione pubblica su certi temi, e I bastardi dovranno morire riesce nell’intento. Si sente che Emmanuel Grand parla di una realtà che conosce bene, che alimenta le sue preoccupazioni e le sue inquietudini, che immancabilmente si trasmettono al lettore.
Insomma il libro è molto più che un’ indagine poliziesca, una caccia al colpevole, la struttura poliziesca è un pretesto quasi per parlarci d’altro, di una parte dell’ Europa, il nord della Francia, devastata dalla crisi, messa in ginocchio dalla disoccupazione, e da tutti i mali ad essa collegati dall’alcolismo, alla droga, al ricorrere a strozzini e usurai via internet quando la situazione si fa disperata, o al rifugiarsi nei partiti di estrema destra, come il Front National, quando si cerca un capro espiatorio per tutto questo e lo si trova nello straniero, nel diverso.
Pur non essendo un romanzo militante nel vero senso della parola, I bastardi dovranno morire ha quel quid, quella rabbia che non scade mai in ferocia, ma ci porta a riflettere su questioni serie, su ideali più o meno traditi, sul capitalismo stesso, da sempre interessato ad un accumulo di denaro quasi fine a se stesso, più che al benessere e alla pace sociale.
Le vicende della Berga, la grande fabbrica chiusa da 30 anni dopo strenue lotte sindacali, e conflitti sociali devastanti, è un po’ il convitato di pietra del romanzo. Piuttosto impressionante la parte in cui la poliziotta Saliha Bouzem, e il giovane fotografo Jeremy fanno una specie di pellegrinaggio in questa grande cattedrale arrugginita, vestigia di un tempo lontano, che sembra impossibile da fare risorgere. Sembra come Jeremy, di sentirli davvero i fantasmi degli operai animare quel luogo.
La chiusura della fabbrica ha segnato la fine della regione, trasformandola in quella terra desolata che è oggi. La concorrenza dei paesi asiatici ne ha segnato l’immancabile uscita dal mercato prima, e la mancanza di politiche statali di sostegno, la drammatica estinzione definitiva dopo.
In questo quadro, che più noir di così non si può, si muovono i personaggi principali: il comandante Erik Buchmeyer, e il tenente Saliha Bouazem, incaricati di indagare sull‘ omicidio di una ragazza di Wollaing, Pauline Leroy. Una tossicodipendente, commessa di una drogheria che sembra invischiata in una storia di prestiti con quelle finanziarie che spuntano come funghi su internet, che danno soldi senza garanzie e senza tante domande, per poi lanciarti dietro veri picchiatori alla prima rata non pagata.
I candidati ideali al ruolo di bastardi sembrano essere Frederic Wallet e il suo scagnozzo Gerard Waterlos, conosciuti da tutti come il braccio armato per riscuotere i crediti di queste finanziarie. Sarebbe facile chiudere il caso così, incolpando quei due balordi, un caso in realtà senza nessuna reale importanza, ma il comandante Erik Buchmeyer che da sempre ha fatto prevalere l’intuito ai fatti, (esatto opposto della sua collega Saliha), sente puzza di bruciato, sente che bisogna indagare sulle dinamiche sommerse di quella cittadina del profondo Nord. Chi poi avrebbe pensato che quella morte “insignificante” avrebbe fatto scatenare una vendetta ben più cruenta covata così lungamente negli anni? Quando la situazione sembra esplodergli in mano, Erik Buchmeyer non potrà far altro che sperare in un colpo di fortuna, l’ultima ratio di ogni poliziotto.

Emmanuel Grand (Versailles, 1966) è un informatico cresciuto a Vandea, a venti chilometri dalla costa atlantica. Il suo romanzo, I bastardi dovranno morire, ha riscosso, al suo apparire in Francia, un grandissimo successo di pubblico e critica. Oggi vive a Colombes, vicino Parigi.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Martina dell’ ufficio stampa Neri Pozza.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.