Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: Review Party – Giallo di Mezzanotte di Franco Matteucci (Newton Compton 2018)

22 marzo 2018

RP matteucci

Esce oggi 22 marzo Giallo di Mezzanotte di Franco Matteucci, sesta indagine dell’ispettore Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, in quel di Valdiluce, ameno luogo montano in un immaginario angolo dell’Appennino tosco-emiliano, già teatro dei precedenti romanzi della serie.
Questa volta tutto ruota e prende spunto da un evento folcloristico (reale, leggere le note finali) che ha luogo nella valle, la mitica “Caccia al Daü”, leggendario animale che tutti sanno non esistere, ma che nello stesso tempo raduna una folla festante e goliardica armata di un sacco e di un campanaccio (per la cattura del mitologico animaletto), più intenta a darsi ai piaceri illeciti di un ancestrale rito orgiastico pagano che alla caccia o alla rievocazione storica.
Ma questa volta la festa e funestata da alcune morti. E’ arrivata infatti a Valdiluce a gettare scompiglio una celebre star della televisione, Diana Caselli, tanto bella quanto pericolosa (leggete cosa combina all’inizio al suo fidanzato) e ambigua, come è ambiguo e torbido il rutilante e dorato mondo da cui proviene fatto di ricatti, volgarità e compromessi, quasi sempre penalizzanti per le donne. Tema piuttosto attuale dati gli scandali degli ultimi mesi.
Lei e il suo nuovo amante, il maestro di sci Franz Sitter, non sanno che il pericolo giace nell’ombra ed è ben più grande di quanto immaginano.
Nuovo giallo di ambientazione italiana per il bravo Franco Matteucci, autore e regista televisivo oltre che romanziere, che si diverte a portare le poche luci e le tante ombre dei divi della tv nella amena Valdiluce, costruendo una storia abbastanza nera in cui nulla è come sembra.
I capitoli sono molto brevi, veloci, sì legge davvero in poco tempo. Ci ho messo un pomeriggio, tanto volevo sapere come sarebbe andata a finire. Marzio Santoni è sempre simpatico, affiancato dal suo fido assistente Kristal Beretta, che sgranocchia cioccolatini alla ciliegia, facendomi una certa invidia.
Questa volta i sospettati sono pochi e abbastanza circoscritti, ma un alone di mistero avvolge tutta la storia, con il suo retrogusto di ricatti e gente potente che trama nell’ ombra. Marzio Santoni dovrà portare avanti la sua indagine non proprio sicuro di potere fare giustizia questa volta. Ma così è la vita, anche lontana dalle trame intricate dei libri gialli.

Franco Matteucci, autore e regista televisivo, vive e lavora a Roma. Ha scritto i romanzi La neve rossa (premio Crotone opera prima), Il visionario (finalista al premio Strega, premio Cesare Pavese e premio Scanno), Festa al blu di Prussia (premio Procida Isola di Arturo – Elsa Morante), Il profumo della neve (finalista al premio Strega), Lo show della farfalla (finalista al Premio Viareggio – Rèpaci). È autore di una serie di gialli di grande successo che hanno per protagonista l’ispettore Marzio Santoni: Il suicidio perfetto, La mossa del cartomante, Tre cadaveri sotto la neve, Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco, Delitto con inganno e Giallo di mezzanotte. I suoi libri sono stati tradotti in diversi Paesi.

:: La foresta assassina di Sara Blædel (Fazi 2018) a cura di Micol Borzatta

20 marzo 2018
La foresta assassina

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Per Sune è una notte molto importante. Infatti ha appena compiuto quindici anni e quella sera affronterà il suo rito di passaggio per lasciare la sua fase di bambino ed entrare nel mondo degli adulti.
Sapendo che a Sune piacciono molto i libri e poco la vita sociale, gli uomini del gruppo gli fanno come regalo una ragazza, ma a Sune non interessa fare l’amore con quella donna davanti a tutti, così scappa e si nasconde, e dal suo nascondiglio vede suo padre e tutti gli altri violentare a turno la giovane fino a lasciarla priva di vita.
Da quel momento Sune, spaventato e terrorizzato, decide di rimanere nascosto nella foresta e di non tornare a casa, per paura di cosa potrebbe fargli il padre.
Qualche giorno dopo, mentre la polizia sta cercando Sune, di cui è stata denunciata la scomparsa, viene avvistato da una donna e da alcune telecamere a movimento messe per monitorare i volpacchiotti.
Del caso viene incaricata Louise Rick, che ha appena ripreso servizio dopo una terribile vicenda accaduta mentre indagava su un altro caso.
Louise, nata e cresciuta a Hvalso, conosce perfettamente sia il villaggio, la foresta e la gente del posto, gente che scopre essere molto probabilmente collegata alla morte del suo fidanzato, dichiarato suicidio ma di cui ora si pensa si sia trattato omicidio.
Romanzo molto intrigante che fin dalle sue prime pagine sa tenere il lettore legato alla lettura catturandone l’attenzione grazie a una narrazione molto ben congeniata, come una ragnatela di eventi che ti si stringe addosso e da cui non riesci a liberarti se non a fine romanzo.
Dal primo romanzo dell’autrice, Le bambine dimenticate, possiamo notare una crescita della protagonista molto ben delineata, che ci permette di ritrovare un’amica che abbiamo salutato con la fine dell’altro romanzo, ma con tratti molto più adulti e maturi.
Mi è piaciuta molto anche la scelta di Sara Blædel di raccontare alcuni accenni del primo romanzo, in modo da dare continuità alla storia, in questo modo chi ha letto il primo romanzo si trova con un piccolo riepilogo che risveglia i ricordi del romanzo, mentre chi non lo ha letto ha un’infarinatura di cosa sia successo per cui Louise si ritrova con determinati pensieri e a fare determinate scelte, e la voglia di recuperarlo.
Un romanzo davvero incredibile in cui l’autrice è riuscita a correggere anche quei piccoli errori di narrazione che si erano riscontrati nel primo romanzo.

Sara Blædel nasce nel 1964.
È l’autrice numero uno in Danimarca con i best seller riguardanti la serie con Louise Rick.
Tradotta in trentasei paesi ha anche ricevuto il Golden Laurel, il più prestigioso premio danese per la letteratura.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Cristina dell’ ufficio stampa Fazi.

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:: I bambini di Escher di Paolo Pedote (Todaro editore 2017) a cura di Viviana Filippini

13 marzo 2018
I bambini di Escher

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Il romanzo di Paolo Pedote – I bambini di Escher– pubblicato da Todaro editore è un giallo e allo stesso tempo un thriller mozzafiato. Già dalle prime pagine il lettore si troverà catapultato in una Milano torbida e violenta nella quale una serie di omicidi si susseguiranno uno dietro l’altro. Per compicciare incontriamo Alicia, una giovane che ha perso tutto giocando alle slot. La donna, alla quale hanno tolto pure l’ultima dose di droga, torna a casa, ma la sua esistenza subirà una battuta d’arresto quando la aggrediranno con l’acido. E sulla scena compare Nerone Crespi. Pedote sposta la narrazione su un giovane barista che vorrebbe fare carriera nel mondo dell’hip hop. Tutto per lui cambia quando portano cibo e bevande in un ufficio e gli tagliaeranno la gola. Ancora una volta compare Nerone Crespi. Chi è costui che aleggia sempre nei luoghi dove accadono tremendi assassini? Il presunto colpevole? Uno testimone? O, una persona qualunque che si trova sempre nei paraggi della scena del delitto? No Nerone Crespi, un emarginato, è un uomo che non ha memoria e che non riesce a ricordare il proprio passato. Nerone è in cura in una comunità e a seguirlo c’è una dottoressa che lo accudisce con tutte le attenzioni possibili e immaginabili. La vita di Nerone si incrocia con quella di Angela Delfino, soprannominata “La Sbirra”, una donna a capo della Squadra Mobile che però ha rassegnato le dimissioni, perché disgustata della giustizia e della propria funzione in Polizia. I due si incontrano dopo che Nerone rischia di finire investito dalla “Sbirra” stessa. Motivo: lo smemorato Nerone è sotto shock dopo essere stato spettatore di una scena impressionante. Lui ha visto un uomo nudo, completamente ricoperto di sangue, in corsa per le strade di Milano. Da sospettato a testimone, per Nerone, grazie anche all’empatia con Angela Delfino, ci sarà un cambiamento di ruolo, perché sì è vero che l’uomo ha dei vuoti di memoria spiazzanti ma, allo stesso, tempo ha un fine intuito che porterà alla luce realtà scioccanti per le indagini. “I bambini di Escher” è un giallo con venature piscologiche, perché Pedote ha creato una vasta gamma di personaggi delusi dalla vita o rifiutati dalla società, coinvolti in una scia di brutali omicidi all’apparenza inspiegabili. La narrazione di Pedote sembra una grande vetrina dove scorrono le tipologie umane più disadattate, quelle che hanno maggiore difficoltà a stare nelle società e che, se guardiamo la realtà vera del quotidiano, non sono così finte come vorremmo credere. Certo è che l’indagine compiuta dalla “Sbirra” con l’aiuto di Nerone porterà alla luce aspetti del genere umano del tutto impensabili. Sarà un cammino pieno di insidie e di scoperte che lasceranno segni indelebili in quei personaggi letterari che animano “I Bambini di Escher” di Paolo Pedote. Creature della finzione non troppo lontane da quello che i tanti fatti di cronaca nera ci raccontano ogni giorno, a dimostrazione di come il confine tra realtà e finzione sia molto più labile di quello che potremmo pensare.

Paolo Pedote (Milano 1966) ha collaborato con Radio Popolare, Radio Città Fujiko e diverse riviste. Tra le sue pubblicazioni: Storia dell’omofobia, prefazione di Gian Antonio Stella, Odoya; L’apocalisse secondo Pier Paolo Pasolini, Stampa Alternativa 2013. Questo è il suo primo romanzo giallo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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:: Il bambino silenzioso di Sarah A. Denzil (Newton Compton 2018) a cura di Federica Belleri

7 marzo 2018
Il bambino silenzioso

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È il 2006 quando il villaggio nello Yorkshire di quattrocento anime viene travolto da un’alluvione. È difficile attraversare il ponte di pietra che divide la cittadina dalla scuola. Emma deve recuperare suo figlio Aiden, ma la maestra dice che non lo trovano. Sembra scomparso. Aiden è sparito. La vita di Emma precipita nel fango, che la trascina, inesorabile. Il dolore e il tormento per lei sono senza fine. Tutti si conoscono e la conoscono, ma non sanno come aiutarla. Le domande alle quali nessuno sa rispondere, la gettano nell’angoscia. Il fiume Ouse restituisce la giacca del piccolo Aiden. La polizia indaga. La sua scomparsa si trasforma in un caso mediatico. Chiunque conosce il viso di Aiden. Il dolore si stratifica e inizia a sedimentare, ma del bambino nessuna traccia. La rassegnazione e la sconfitta definitiva equivalgono per Emma ad ammettere che suo figlio è morto.
In dieci anni la vita di Emma è cambiata radicalmente. Rob, il padre naturale di Aiden, se n’è andato. Emma si è risposata con Jake e aspetta una bambina. Una telefonata sconvolge il suo precario equilibrio: Aiden è stato ritrovato, è vivo. Ha sedici anni ora, sembra sotto shock, non parla e non vuole essere toccato. Le emozioni provate da Emma sono tante e lottano fra loro: felicità, timore, perplessità, inquietudine, frustrazione, gioia, senso di colpa e paura, tanta paura.
Nessuno sa dove sia stato, chi lo abbia preso. Emma vorrebbe solo tenerlo stretto a sé, ma non può. In più deve confrontarsi con l’ex compagno e il marito. Inizia per lei un periodo di riadattamento e di forte stress, influenzato dalla vicinanza alla data del parto. È stata una buona madre per lui? Era solo una ragazzina quando è rimasta incinta. Forse poteva impedire che Rob la lasciasse. Forse non è in grado di affrontare tutto un’altra volta …
Riaffiorano i problemi di famiglia, le maldicenze dei media. Giornali e tv scandagliano la sua vita privata e circondano la sua casa. Emergono sospetti e bugie. Emma ha paura per sé e Aiden. È suo figlio, sangue del suo sangue, ma non riesce a comunicare
con lui. Le sembra di impazzire. La polizia riapre il caso di scomparsa. Emma osserva il suo bambino cresciuto, la sua espressione neutra, le braccia inerti lungo i fianchi. Perché, perché sta succedendo tutto questo a lei? Perché non riesce a ricordare cos’é accaduto nel giorno della scomparsa? Perché è così arrabbiata? Cosa le sta sfuggendo?
Il bambino silenzioso. Un thriller volta pagina, empatico e terribile al tempo stesso. Una storia di volti celati da maschere e di ossessioni malate. Una corsa verso la libertà, tra realtà e cattiveria gratuita. Un dramma per chi non vuole ricordare, ma è costretto a farlo. Una gara al più forte, volta a nascondere debolezze schifose. Un’indagine che mette tutti contro tutti, e costringe a schiantarsi contro la paura di se stessi. Una madre, Emma, sensibile e coraggiosa; disposta a tutto pur di salvare il proprio figlio. Aiden, un ragazzino unico e caparbio, una mano tesa nel buio a cercare la luce.
Assolutamente consigliato. Buona lettura.

Sarah A. Denzil vive nello Yorkshire, dove si gode la campagna e il tempo imprevedibile. Sotto pseudonimo pubblica libri per ragazzi, ma ha una vera passione per i thriller e le storie di suspense. Il bambino silenzioso ha scalato le classifiche di vendita negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonella e Federica dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Follia Maggiore di Alessandro Robecchi (Sellerio 2018) a cura di Marcello Caccialanza

2 marzo 2018
Follia maggiore

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Follia Maggiore” è senza ombra di dubbio un piccolo gioiello di scrittura, pensato e concepito in modo alquanto accattivante dall’autore Alessandro Robecchi ed edito dalla Casa Editrice Sellerio.
Per la sua struttura ben definita e costruita rappresenta a ragione un buon romanzo poliziesco di genere da leggere e da gustare tutto d’un fiato.
Umberto Serrani, il protagonista indiscusso di questa storia, è un uomo attempato che ha fatto fortuna, arricchendosi con affari di dubbia moralità e per questo difficili da confessare.
Ma se lo stesso avesse la facoltà di poter tornare indietro, vorrebbe senza nessuna esitazione vivere in modo totalmente differente, perché si rende lui stesso conto che ciò che ha vissuto fino a quel momento non equivale ad altro che ad una vana e sterile impalpabilità. Niente della sua attuale vita infatti lo può rendere veramente fiero di sé stesso!
Il suo più grande rimpianto ha le sensuali sembianze di una donna a lui davvero tanto cara, il suo nome è Giulia. Giulia ha perso la vita in circostanze misteriose e questo evento è per il medesimo eroe di Robecchi fonte di grande e profondo disagio.
Così Serrani, in preda ad una indomabile disperazione, assolderà due improbabili “Sherlock Holmes”: Carlo Monterossi e Oscar Falcone, a loro l’ingrato e il difficile compito di dipanare l’intera matassa!

Alessandro Robecchi è stato editorialista de Il manifesto e una delle firme di Cuore. È tra gli autori degli spettacoli di Maurizio Crozza. È stato critico musicale per L’Unità e per Il Mucchio Selvaggio. In radio è stato direttore dei programmi di Radio Popolare, firmando per cinque anni la striscia satirica Piovono pietre (Premio Viareggio per la satira politica 2001). Ha fondato e diretto il mensile gratuito Urban. Attualmente scrive su Il Fatto Quotidiano, Pagina99 e Micromega. Ha scritto due libri: Manu Chao, musica y libertad (Sperling & Kupfer, 2001) tradotto in cinque lingue, e Piovono pietre. Cronache marziane da un paese assurdo (Laterza, 2011).
Con questa casa editrice ha pubblicato Questa non è una canzone d’amore (2014), Dove sei stanotte (2015), Di rabbia e di vento (2016), Torto marcio (2017) e Follia maggiore (2018).

Source: libro del recensore.

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:: So tutto di te di Clare Mackintosh (DeA Planeta Libri 2018) a cura di Marcello Caccialanza

23 febbraio 2018
So tutto di te

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So tutto di te”, storia mozzafiato scritta con grande maestria da Clare Mackintosh, ha l’innata capacità di trascinare l’ignaro lettore in un turbinio di emozioni a tinte forti, turbinio di emozioni capace di creare un’atmosfera angosciante e quasi gotica per il faraginoso e demoniaco gioco ad incastri della stessa trama.
Zoe Walker, la protagonista di questa storia, è una donna quasi banale, dalla vita semplice e scandita dalla normalità più piatta: ogni santo giorno si sveglia all’alba, prende la metropolitana e si reca al lavoro, dove l’attende un capo dannatamente insopportabile. Poi torna a casa facendo sempre il medesimo tragitto, desiderando solamente di rilassarsi sul divano davanti alla tv in compagnia del suo compagno di sempre e dei suoi due figli.
Ma un terribile venerdì accade il fattaccio! Mentre legge come d’abitudine e distrattamente una copia della “London Gazzette”, si trova di fronte ad un fatto alquanto sconcertante, il suo volto compare in modo evidente in mezzo alle immagini equivoche di un telefono a luci rosse a pagamento.
E seppure i suoi cari tentano di rincuorarla dicendole che con molta probabilità non si tratta d’altro che di un errore o di uno scherzo; Zoe non si sente per nulla tranquilla. La situazione degenera clamorosamente nel momento in cui sullo stesso quotidiano e con il solito indirizzo Internet appare distintamente la foto di una donna che di lì a pochi giorni verrà assassinata nella periferia di Londra.
Nessuno sembra però disposto a credere che tra l’omicidio e gli annunci del fantomatico sito “Findtheone.com” possa esistere un legame. Ma quando il numero delle vittime di crimini aumenta in modo esponenziale, il sospetto che quella di Zoe non sia soltanto una semplice paranoia si insinua come un tarlo nella mente dell’agente Kelly Swift, una detective tosta e dal passato difficile, dal quale cerca ovviamente una sorta di riscatto morale e personale.
Unite e solidali le due donne riusciranno ad intercettare una rete di uomini dai gusti inquietanti, manovrati da un unico ed insospettabile burattinaio.
Clare Mackintosh riesce dunque in questo capolavoro di genere a tessere una trama davvero appassionante e allo stesso tempo verosimile, ricca di notizie di cronaca e di personaggi carichi di umanità.
Non stupisce quindi che la medesima Paula Hawkins, autrice del bestseller “La ragazza del treno” abbia definito questo noir “un romanzo coinvolgente, carico di tensione e di compassione.”

Clare Mackintosh ha lasciato la professione di poliziotta per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Il suo romanzo d’esordio, Scritto sulla sabbia, ha dominato le classifiche internazionali per mesi, collocandola di diritto tra le nuove protagoniste della psychological suspense. Tradotta e premiata in tutto il mondo, ha vinto, tra gli altri, il prestigioso Theakston Old Peculier Award, sbaragliando anche J.K. Rowling. So tutto di te è il suo secondo, vendutissimo e acclamato romanzo.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Primo venne Caino di Mariano Sabatini (Salani 2018) a cura di Micol Borzatta

21 febbraio 2018
Primo venne Caino

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Roma, luglio, giorni nostri.
Mentre Malinverno e la sua fidanza greca, Eimì, sono in vacanza a Santorini, il maggiore dei Carabinieri Walter Sgrò e la brigadiere Lucia Simoncini sono impegnati a indagare su una serie di omicidi in cui alle vittime viene staccato un pezzo di pelle in corrispondenza della presenza di un tatuaggio.
Le asportazioni vengono effettuate con una precisione chirurgica, tant’è che gli inquirenti gli appioppano il soprannome di Il tatuatore.
Chiesto l’aiuto del vicequestore Jacopo Guerci, Malinverno viene richiamato in città per poter gestire una diffusione mediatica della notizia per riuscire a mettere in difficoltà il serial killer.
Purtroppo però la morte del direttore de Il Globo e l’arrivo del nuovo direttore impediscono la pubblicazione dell’articolo.
Romanzo thriller molto ben strutturato, ma con uno stile linguistico troppo ricercato, che rallenta la capacità del lettore di immedesimarsi fin da subito, perché prima deve abituarsi alla ricercatezza delle parole.
Molto belle e ben riuscite invece le descrizioni, sia quelle relative ai paesaggi, che ci fanno vivere in prima persona i piccoli scorci romani e le atmosfere magiche della capitale, che quelle relative ai personaggi che sono tridimensionali e pieni di sfaccettature e sfumature.
Sfumature che portano ad affezionarsi in special modo di Leo Malinverno, alle sue problematiche personali e lavorative, la sua determinazione e le sue incertezze.
Un romanzo che conquista, anche se non proprio dalla prima pagina.

Mariano Sabatini nasce nel 1971, giornalista e scrittore per quotidiani, periodici e web.
Autore anche di programmi per Rai, TMC e altri network nazionali ha successivamente condotto rubriche in radio e tutt’oggi lavora nel settore come commentatore.
Con Salani ha pubblicato nel 2016 L’inganno dell’ippocastano.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Matteo dell’ Ufficio Stampa Salani.

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:: 120, rue de la Gare di Leo Malet (Fazi 2018) a cura di Marcello Caccialanza

15 febbraio 2018
Leo Malet

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Leo Malet è da considerarsi autore ecclettico e geniale, vero ed incontrastato Maestro del Noir d’Oltralpe e la sua ultima fatica letteraria dal titolo “120, rue de la Gare” rappresenta per i molti suoi fedeli estimatori una vera e propria chicca.
Ci troviamo catapultati nelle nebulose atmosfere della Seconda Guerra Mondiale ed il protagonista di questa avvicente storia, Nestor Burma, rientrato dalla prigionia, incontra casualmente il socio con cui anni addietro aveva gestito un’agenzia di investigazioni.
Mentre Nestor sta per salutarlo, il suo ex socio crolla improvvisamente a terra, colpito a tradimento da un colpo esploso da un’arma da fuoco. L’uomo resta annichilito, come ipnotizzato dall’assurdo incantesimo di un perfido mago e nel frattempo l’amico spira, sussurrando un indirizzo: 120, rue de la Gare. Da qui partiranno le indagini di Nestor Burma.
Un libro ben scritto e strutturato; ambientazione e trama camminano a braccetto, creando un pathos sempre più avvolgente man mano che ci si addentra nella lettura. Romanzo che si legge tutto d’un fiato e che è in grado di coinvolgerti a pieno. Non solo per gli amanti del genere.

Léo Malet, l’anarchico conservatore, come amava definirsi, è uno dei padri del romanzo noir francese. Nato al numero cinque di Rue du Bassin, a Montpellier, figlio di una sarta e di un impiegato, rimane prestissimo orfano. Quando Léo ha due anni muoiono prima il padre e il fratellino e, a distanza di un anno, la madre. Tutti e tre di tubercolosi. Così, è il nonno bottaio e grande lettore che si prende cura del nipote e lo inizia, in modo non certo canonico, alla letteratura. A sedici anni Léo Malet si trasferisce a Parigi in cerca di fortuna. Determinante è l’incontro con André Colomer, disertore e pacifista: Colomer gli dà una famiglia e soprattutto lo introduce in ambienti anarchici. In questo periodo Malet collabora anche a vari giornali e riviste (En dehors, Journal de l’Homme aux Sandales, Revue Anarchiste). A Parigi abita in molti posti, anche sotto il ponte Sully, vive alla giornata, fa l’impiegato, il manovale, il vagabondo, il gestore di un negozio d’abbigliamento, il magazziniere, il giornalista, la comparsa cinematografica, lo strillone, il telefonista. Nel 1931 l’incontro con André Breton gli dà accesso al mondo delle case editrici e degli scrittori; Malet entra a far parte del Gruppo dei Surrealisti. Per qualche tempo il suo vicino di casa è Prévert, uno dei suoi migliori amici Aragon. Si sposa con Paulette Doucet e insieme fondano il Cabaret du Poète Pendu. Dopo una dura esperienza in un campo di concentramento nazista, nel 1941 inizia a scrivere polizieschi firmandosi con svariati pseudonimi: Frank Harding, Leo Latimer, Louis Refreger, Omer Refreger, Lionel Doucet, Jean de Selneuves, John Silver Lee. Con lo pseudonimo di Frank Harding crea il personaggio del reporter Johnny Métal, protagonista di una decina di romanzi gialli. Nel 1943 pubblica 120 Rue de la Gare con cui esordisce la sua creazione narrativa più celebre, l’investigatore privato Nestor Burma. Burma sarà protagonista di una trentina di avventure, inclusa una “serie nella serie” intitolata I nuovi misteri di Parigi, che comprende quindici racconti, ognuno dei quali dedicato a un diverso “arrondissment” di Parigi. Con Nestor Burma, Malet da un lato riscuote i primi consensi di pubblico, anche attraverso successive trasposizioni cinematografiche, una serie televisiva (1991-1995) di 85 episodi e l’adattamento a fumetti. Ma d’altro canto si allontana dal movimento anarchico: nel 1949 il gruppo dei Surrealisti lo espelle con l’accusa di essere diventato “seguace di una pedagogia poliziesca”. In realtà Malet è uno scrittore dai mille volti: accanto al poliziesco, si cimenta nei romanzi di cappa e spada e, soprattutto, nel noir. La critica gli concede proprio in questo filone i maggiori riconoscimenti: la Trilogie noir, di cui fanno parte Nodo alle budella, La vita è uno schifo e Il sole non è per noi, viene considerato il suo capolavoro. Malet muore nel 1996. Chi vuole andare a visitare la sua tomba, la trova al cimitero di Chatillon-sous-Bagneux.

Source: libro del recensore.

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:: Giallo all’ombra del vulcano di Letizia Triches (Newton Compton 2018) a cura di Federica Belleri

12 febbraio 2018
Giallo all'ombra del vulcano

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Torna Letizia Triches con un nuovo giallo che vede ancora una volta protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri. Questa indagine lo porta in Sicilia, nella provincia di Catania, per il ripristino di alcuni affreschi del ‘700 in un’antica tenuta agricola. La villa che li ospita è a Cala Bruna, un luogo affascinante tra la campagna e il mare. Proprio lì, ai piedi di una scogliera, scomposto sulle rocce scure, viene ritrovato il corpo di Rachele De Vita. Archeologa, scomparsa qualche giorno prima e figlia di un facoltoso e sprezzante avvocato dell’aristocrazia catanese. Neri rimane incastrato nella vicenda, tra un restauro e l’altro. Incontra la dottoressa Elena Serra, magistrato, donna dalla bellezza discreta e fragile ma molto preparata e determinata.
Una morte inspiegabile, quella di Rachele, che porta la Serra e Neri a collaborare con costanza. Il loro lavoro sembra scorrere in apparente simbiosi anche se faticano a contenere il magnetismo che li attrae.
Siamo nei primi anni ’90 ma Elena Serra scopre ben presto quanto questa vicenda abbia radici lontane, che la portano a scavare terreni argillosi, ricchi e unici. Catania verrà studiata sopra e sotto, la sua storia appassionerà lei e il restauratore. L’azzurro del mare si unirà al rosso della lava, tradizioni e ambizioni entreranno in conflitto. Le promesse non verranno mantenute, generando rancore e odio. I sogni si schianteranno al suolo, perché in fondo i sogni sono “ragazzate” e la cultura non si trova nei libri o nell’arte. L’amore sarà tradito e le amicizie coltivate da tempo riveleranno quanto di più crudele si possa immaginare.
Mantenere le apparenze, senza rivelare il proprio obiettivo. Speculare per non perdere la luce. Arricchirsi, anche a costo di risultare volgari…
Giallo all’ombra del vulcano è un giallo classico, curato nei particolari. Catania risplende sotto sfumature calde. L’arte e la mitologia si intrecciano all’indagine perché il passato non deve essere dimenticato. Indizi e sospetti vengono inseriti nella trama a piccole dosi, con maestria, tatto e precisione. La musica è la colonna sonora portante di questo romanzo. Musica italiana, scelta con cura e passione. Il tutto racchiuso in un libro davvero particolare, interessante, catalizzatore.
Giallo all’ombra del vulcano. Perché mentire è un’arte, ma mentire a se stessi demolisce ciò che si è costruito.
Ottima lettura, che consiglio.

Letizia Triches è nata e vive a Roma. Docente e storica dell’arte, ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste «Prometeo» e «Cahiers d’art». Autrice di vari racconti e romanzi di genere giallo-noir, ha vinto la prima edizione del Premio Chiara, sezione inediti, ed è stata semifinalista al Premio Scerbanenco. La Newton Compton ha pubblicato Il giallo di Ponte Vecchio, Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, I delitti della laguna e Giallo all’ombra del vulcano, che hanno tutti come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa Newton Compton.

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:: Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico (Vol. 9) – La corale del petrolchimico di Lorenzo Mazzoni (Koi Press 2018)

10 febbraio 2018

petrolchimicoL’involtino primavera sapeva di cavolo avariato ed era stato fritto, con buone probabilità, nell’olio per motori. Il pollo era poco cotto, praticamente crudo. I gamberetti erano stati scottati con la fiamma ossidrica. Reinalter, seduto all’angolo destro del tavolo, continuava a masticare in silenzio, triturava mandorle dure come sassi e verdura putrefatta, tenendo le orecchie aperte sulla conversazione in corso. Mariano Balboni parlava a vanvera con la bocca piena di grosse tagliatelle udon. Di fianco a lui era acquattata la sua onnipresente guardia del corpo e factotum, Robertino Di Nauta, che, taciturno, guardava in cagnesco tutti, anche se stesso riflesso allo specchio. Di fronte a loro i due cinesi arrivati da Prato si ingozzavano di spaghetti al pomodoro utilizzando forchette. Il più anziano, un quarantenne azzimato dalla pelle giallastra, aveva le sembianze del ragioniere: capelli corredati di forfora pettinati con il riporto sul lato destro, occhiali da vista, camicia bianca, una Bic infilata nel taschino. Il suo compare, uno scheletrico tardo adolescente, aveva il viso scavato e le occhiaie violacee che facevano pendant con la maglietta della Fiorentina taglia extralarge che indossava.

Così inizia il nuovo romanzo di Lorenzo Mazzoni, La corale del petrolchimico, 9° episodio della serie Malatesta- Indagini di uno sbirro anarchico, edito da Koi Press, illustrazioni di Andrea Amaducci.
Ferrara fa da sfondo e scenario a una nuova storia che vede lo skyline inquinante del polo petrolchimico, con le sue alte torri tossiche e gli stabilimenti cancerogeni al centro della scena.
L’ispettore Malatesta torna dalle ferie dal lavoro sbirresco ancora un po’ scombussolato per i successi calcistici della sua squadra del cuore (La Spal in serie A dopo 49 anni) e subito si trova alle prese con l’Operazione Martellamento, a seguito delle proteste degli abitanti del quartiere GAD, stanchi del dilagante mercato della prostituzione e dello spaccio nei dintorni del Grattacielo e della stazione ferroviaria.
Nel loro giro di ronda Malatesta e Appuntato sentono per la prima volta il nome del nigeriano a capo dei traffici di droga del quartiere, un inquietante Adolf Hitler.
E da qua prende l’avvio una rocambolesca serie di eventi tesi alla cattura di questo sinistro e sfuggente personaggio (ma esisterà davvero? Si chiede Malatesta), eventi dal tono surreale, come è nello stile dell’autore, e drammatico, dalle cariche della polizia, fino alle uccisioni di un improvvisato giustiziere.
L’ironia non manca, anch’essa come da abitudine, in tutta la serie Malatesta è presente a piene mani, soprattutto nei dialoghi e nelle situazioni di per sé paradossali ed esilaranti, come nella scena iniziale in cui il povero Reinalter scambiato per un conoscitore della lingua cinese si trova a fare da interprete (per uno sgangherato produttore di film a luci rosse) a un tavolo di ristornate, dove i cinesi presenti parlano solo italiano con cadenza toscana, e più che usare esotiche bacchette usano italianissime forchette per mangiare spaghetti al pomodoro.
La descrizione del variegato gruppo umano che popola la stazione, specchio di una integrazione ormai cementata, che non distingue più stranieri o autoctoni, accomunati da povertà e disagio, è ben rappresentata da queste poche righe, prive di connotazioni razziste, ma unicamente immagine riflessa di una società che cambia e in cui la multietnicità è un dato di fatto.

Il barbone dormiva ancora aggrappato alla colonna del portacenere pubblico, due prostitute scheletriche chiedevano soldi ai passanti, ragazzini fuori forma e senza idee cercavano biciclette da rubare, giovani arabi con vestiti da due soldi bevevano birra davanti al sudicio kebabbaro, gruppi di perdigiorno africani bighellonavano sotto i portici, tra il Bar Fiorella, leggendario ritrovo della mala locale dalla notte dei tempi, il passaggio coperto che immetteva su piazzale Castellina e la pista ciclabile per il centro della città.

Le bande della criminalità nigeriana in conflitto tra loro, (la Aye Confraternite, gli Eiye e i temibili Black Axe), le loro strutture, le loro forme di cooptazione, spirale di violenza infinita, tutto viene descritto alternando parti più analitiche (e se vogliamo giornalistiche) a parti più leggere, se non umoristiche.
Lorenzo Mazzoni alterna i torni e i registri, per parlarci della società di oggi in cui vasti strati di criminalità da quella serba, a quella nigeriana, per non tacere delle frange neonaziste o degli imprenditori senza scrupoli cinesi si sovrappongono in un tessuto sociale sempre più disgregato.
Prostituzione, droga, truffe informatiche, lavoratori schiavizzati e in nero sono i nuovi traffici disponibili per chi fa sempre più fatica a mettere d’accordo il pranzo con la cena, e in questo nuovo mondo il nostro anarchico ispettore, (preoccupato per il figlio in rotta con la fidanzata) persegue a modo suo il suo dovere, portando a termine il lavoro più che per lo Stato che lo paga, per seguire il suo personale codice etico e morale.
Ma alla fine la Spal è in serie A, e anche il Nostro può in qualche modo festeggiare. Sebbene un filo di amarezza persista.

Malatesta alzò la sciarpa insieme a centinaia di altri tifosi cantando a squarciagola.
Davanti a lui il saluto della Spal al proprio pubblico venne oscurato, per qualche secondo, dall’enorme bandiera sventolante che riportava il volto di un ragazzo come tanti.

Dedicato alla memoria di Federico Aldrovandi.        

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Scrittore, saggista e reporter ha pubblicato oltre venti romanzi e numerosi racconti. È il creatore dell’ispettore Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Koi Press) Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico. La Trilogia (2011), La tremarella (2012), Termodistruzione di un koala (2013), Italiani brutta gente (2014), Il giorno in cui la Spal vinceva a Renate (2015), Riti propiziatori di un uomo perbene (2017). È docente di scrittura creativa di Corsi Corsari e responsabile del service editoriale ThinkABook. Nel 2015 è entrato a far parte di Mille Battute, un contenitore culturale di esperienze umane che promuove workshop di scrittura, reportage e fotografia in giro per il mondo. Collabora con il Fatto Quotidiano. I suoi libri sono tradotti in spagnolo, romeno e inglese.

Source: pdf inviato dall’autore.

:: Il destino dell’avvoltoio di Giorgio Ballario (Edizioni del Capricorno 2018)

9 febbraio 2018
Il destino dell'avvoltoio

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Uscito in edicola, perlomeno in Piemonte, dal 9 dicembre dello scorso anno con La Stampa, prima uscita della nuova collana “Piemonte in noir” delle Edizioni del Capricorno, “Il destino dell’avvoltoio”, il nuovo romanzo di Giorgio Ballario, è da ieri 8 febbraio disponibile in libreria e negli store online.
E’ un noir contemporaneo che si colloca se vogliamo tra la scuola americana, (penso alla magistrale lezione di George V. Higgins) e la scuola mediterranea soprattutto francese più anarchica e se vogliamo romantica. E’ un racconto in prima persona, quella tanto amata da Chandler per Marlowe e di difficile costruzione, e abbiamo un antieroe classico, che mischia cinismo e vaghi sensi di colpa per una certa insoddisfazione esistenziale che l’ha fatto diventare l’uomo che non voleva essere, (sono le aspettative che rendono la giovinezza l’epoca più bella della vita, la consapevolezza del futuro che ci aspetta, e lo si capisce quando il futuro è ormai dietro alle spalle). Questa malinconia pervade tutto il racconto e stempera se vogliamo l’amarezza di fondo abbastanza incisiva.
Il registro linguistico è medio basso, l’uso frequente di grossolanità e turpiloquio è abbastanza funzionale al sottobosco criminale e malavitoso in cui bazzica e gravita il personaggio principale, Fabio Montrucchio, detto l’Avvoltoio. Anche se non l’ho trovato molto spontaneo, credo che l’autore sia più a suo agio con un linguaggio più alto, infatti le descrizioni della città, Torino, soffuse di un certo spleen, sono più riuscite ed evocative, a mio avviso. Inoltre anche l’uso di forme gergali prettamente piemontesi, penso a baggianate, che forse a un lettore da Roma in giù dirà poco, rendono la narrazione identificabile con un territorio, in un noir molto regionale, che invece che essere una limitazione è sicuramente un punto di forza di questo libro. Anche termini come popolino, che mi han fatto saltare sulla sedia, sono abbastanza antiquati, forse li usavano le generazioni passate, ma da ciò si evince un attento studio della lingua da parte dell’autore. Insomma non è un testo improvvisato, e l’autore si dimostra capace dei propri mezzi narrativi.
Sebbene preferisca i suoi gialli storici, ma mi capita anche con de Giovanni, quindi è in buona compagnia, Il destino dell’avvoltoio è un noir senz’ altro originale e interessante. La scrittura di Ballario è sempre piacevole, anche se classica, ogni capitolo ha un titolo, il finale è inevitabile è ben si adatta al tipo di storia fortemente caratterizzata da derive piene di tensione. Mi è piaciuto l’accenno a Spaggiari, di cui Ballario scrisse un libro (Vita spericolata di Albert Spaggiari, 2016), di cui forse Montrucchio, l’ Avvoltoio, può essere un cugino minore, mettendo in conto che ci possano essere vincoli di parentela tra personaggi reali e di fantasia.
Bello il personaggio di Irina, la donna moldava che il protagonista incontra al Pronto Soccorso, in uno dei suoi tipici raid a caccia di clienti da imbrogliare. Si sa l’Avvoltoio vive di piccoli raggiri, di frodi assicurative fatte con la complicità di criminali di piccolo cabotaggio, quando incontra sulla sua strada un vero mafioso, don Vito Gullace, sarà tutta un’ altra questione. Ma seppure un perdente, il Nostro ha mille risorse e possiamo essere sicuri che venderà cara la pelle.
Giornalista, scrittore, presidente di Torinoir, circolo che raccoglie diversi scrittori torinesi di noir, Ballario si conferma uno scrittore versatile e capace di sperimentare alternando vari registri narrativi e generi, dal giallo storico (sempre venato di noir) della serie Morosini, al noir mediterraneo contemporaneo del detective privato Hector Perazzo, a “Il destino dell’avvoltoio” con cui se vogliamo abbiamo una nuova declinazione del noir contemporaneo, più vicina al nero criminale, e per un giornalista che si è occupato di cronaca nera per molti anni mi sembra una evoluzione logica.
In conclusione se poi come me siete fan storici di Morosini e aspettate da anni la pubblicazione del quarto romanzo del ciclo coloniale con lui protagonista, che doveva uscire per Hobby & Work, ebbene se tutto va bene potrebbe tornare in libreria sempre per Edizioni del Capricorno, entro l’estate. Notizia molto ufficiosa, da prendere con le pinze. Penso tutto dipenderà dalle vendite di questo libro. Quindi correte in libreria!

Giorgio Ballario è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Oltre a Il destino dell’avvoltoio, ha pubblicato cinque romanzi (Morire è un attimoUna donna di troppoIl volo della cicalaLe rose di Axum e Nero Tav) oltre a racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017), è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.
Inizialmente distribuito in edicola con il quotidiano La Stampa in Piemonte, è ora disponibile in tutte le librerie e gli store on line.

Source: libro inviato dall’editore, si ringrazia l’autore e l’Ufficio Stampa Edizioni del Capricorno.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il morto in piazza di Ben Pastor (Sellerio 2017) a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2018
Il morto in piazza

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Il carteggio segreto tra Benito Mussolini e Winston Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale è al centro di Il morto in piazza (The Dead in the Square, 2004) di Ben Pastor edito originariamente in Italia nel 2005 per Hobby & Work, e nel 2017 riproposto nella nuova traduzione di Luigi Sanvito per Sellerio.
Cronologicamente, almeno per i fatti trattati, segue Kaputt Mundi di cui parlai alcuni anni fa, spero di poter recensire tutta la serie, ed è il quinto romanzo in ordine di scrittura dedicato a Martin Bora, ufficiale dell’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale.
Tornando al carteggio è uno dei misteri più ben dissimulati, tra depistaggi, false dichiarazioni e cortine di reticenza, del secondo conflitto mondiale, tanto che per alcuni storici non sarebbe in realtà mai esistito. Ne Il morto in piazza, troviamo Martin Bora incaricato di recuperarlo, dalle mani di un confinato, l’avvocato Luigi Borgonovo, e possibilmente distruggerlo, essendo il contenuto una spina nel fianco per molti alti ufficiali tedeschi, e per l’Italia, poiché se si dimostrasse un possibile “tradimento” di Mussolini e un suo tentativo di alleanza con gli inglesi, rischierebbe rappresaglie e ritorsioni senza fine.
Ma naturalmente Martin Bora non sarà solo occupato in questa delicata missione di intelligence, dal pittoresco nome in codice di Elster – gazza ladra –, durante il suo soggiorno a Faracruci, piccolo paesino (immaginario) dell’ Abruzzo, alle pendici del Gran Sasso, si troverà anche ad indagare su due morti, una avvenuta nel passato e una recente, avvenuta al suo arrivo, trovandosi come inaspettato alleato e aiutante nelle indagini proprio Borgonovo, con cui inizierà una inattesa quanto impossibile amicizia.
Il morto in piazza è un romanzo dolente, forse minore rispetto alla produzione dell’autrice italoamericana, meno ricco di azione se vogliamo. Tutto si svolge nel microcosmo rarefatto di un paesino abruzzese abitato da povera gente, perlopiù contadini. E’ una tappa di passaggio per Bora. Abbandonata in tutta fretta Roma, siamo nell’estate del 1944, e diretto a Bolsena, per prendere il comando del 960mo Reggimento Granatieri, si trova inaspettatamente rallentato da questa missione segreta da cui dipende la vita di innumerevoli persone, sia tedesche che italiane.
Bora è perfettamente conscio di ciò, e nella drammaticità della ritirata dell’esercito tedesco dall’ Italia centrale, gli Alleati ormai incalzano da tutti i lati (lo sbarco in Normandia è prossimo) non perde la testa né il sangue freddo e trova il tempo per indagare su un omicidio diciamo minore sullo sfondo dei grandi fatti storici che lo stanno travolgendo, lui come il suo paese ormai destinato alla sconfitta. Omicidio che sembra avere collegamenti con un altro fatto di sangue avvenuto nel 1919, in un paesino tranquillo in cui queste cose non succedono.
La vita di paese è descritta con tocchi leggeri, il bar ristorante principale, con le sue sedie all’aperto che ospitano anziani molto informati sui fatti, che spettegolano e ricordano il passato, la caserma dei carabinieri, le case che si affacciano sulla piazza, i campi tutt’ intorno, la povertà, la saggezza, la forza di questa gente che quasi vive in un’ oasi protetta lontana dal conflitto.
Belli i personaggi minori, tutti identificati con pseudonimo, come si usava nei piccoli centri dove tutti conoscevano tutti: Pipistròlle, il balordo, il matto del paese, dalla mente danneggiata dalla Grande Guerra, personaggio tenero e dolcissimo, a cui forse Bora si affeziona tanto da bere un sorso di gazzosa da lui offerta; Fissa-Fissa, proprietario del Caffè Adua, un fascista nostalgico, reduce dall’ Africa, che ama ascoltare i vecchi dischi di propaganda, a cui Bora regala il disco di Lili Marlene; e poi Don Fifì, il primo morto, Dindalò, Usagne, Caitène, Presentosa, la moglie di Fissa-Fissa.
Insomma tutta una compagnia di personaggi ben affiatati e ben caratterizzati, dove ognuno ha le sue peculiarità, i suoi vezzi e le sue debolezze. Oltre a Bora naturalmente spicca il personaggio di Borgonovo, il prigioniero politico confinato a Faracruci, che scrive lettere al figlio (e qui si nasconde un piccolo colpo di scena, che non vi anticipo, ma capace di toccare nel profondo il lettore). L’amicizia nata tra i due, sarà più forte per Bora del dovere all’ ottemperanza agli ordini ricevuti? Tutta la narrazione è tesa da questa questione morale, non un principio di secondo piano per il nostro, la cui posizione non è affatto facile.
L’apparizione, quasi spettarle, del suo acerrimo nemico Harald Cziffra, anticiperà la rocambolesca fuga di Bora dalle SS, e l’inattesa solidarietà di tutto il paesino, unito nel coprirlo.
Il morto in piazza, si conferma un giallo storico di sicuro interesse, curato nell’ambientazione, accurato nella documentazione storica, sorretto da una scrittura letteraria e poetica, oltre che molto attenta alle sfumature morali e psicologiche. Il tipo di libri che non ti stancheresti mai di leggere, per cui sono felice di anticiparvi, con il permesso dell’autrice, che la traduzione del prossimo Bora Night of the Shooting Stars, è pronta. Uscirà in Italia sempre per Sellerio tra la primavera e l’estate del 2018 (anche se non c’è ancora una data precisa), con il titolo La notte delle stelle cadenti. Cito le parole dell’autrice:

sarà ambientato nella Berlino pre-20 luglio 44, dove il Nostro, mentre indaga sulla strana morte di un veggente (o presunto tale) ammanicato col vertice del Terzo Reich, verrà coinvolto nell’attentato a Hitler e conoscerà (finalmente) il suo alter ego storico, Claus von Stauffenberg. Ma, conoscendo i due, non è detto che sarà un rapporto così facile…

Dunque che dire buona lettura e speriamo che l’estate arrivi presto.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015) I piccoli fuochi (2016) e Il morto in piazza (2017).

Nota: In copertina Olio su tela di Aleksandr Deineka 1934 (particolare). collezione privata.

Source: acquisto personale.

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