:: Centenario della nascita di Stanislaw Lem: “NON AVRAI POSTO ALCUNO NELLO SPAZIO…” Il pessimismo cosmico nell’opera di Stanislaw Lem a cura di Michele Tetro

6 settembre 2021 by

Per il centenario della nascita di Stanislaw Lem (1921- 2006) tutto il mese di settembre darà dedicato sul blog Liberi di scrivere a qusto autore poliedrico e geniale, iniziamo oggi con il primo contributo offerto da Michele Tetro, lascio a lui la parola:

Sin dal suo primo apparire in traduzione inglese e francese, la prosa fantascientifica dello scrittore polacco Stanislaw Lem (già studioso di medicina, cibernetica, astronautica, scienza della mente tra le altre cose), con la sua propensione a trasformarsi in racconto filosofico nonostante l’utilizzo di stereotipi tipici del genere fantascientifico (il viaggio d’esplorazione spaziale, la missione di soccorso planetario, il naufragio su mondi alieni, il primo contatto), mostrò di essere di gran lunga superiore a quella dei colleghi europei e d’oltreoceano. Una prosa estremamente originale e innovativa, anche quando ancora “viziata” dalle strette dell’ideologia consacrata dal realismo socialista del periodo staliniano e dal pensiero marxista nel concepire il futuro dell’uomo, all’insegna della tecnologia al servizio delle genti del mondo (e delle loro forze produttive) e del ripudio dell’utilizzo dell’energia atomica a fini bellici (lo scritture fu però criticato anche in questo senso in patria, dato che secondo il regime non magnificava in modo adeguatamente consono l’utopistica società comunista voluta dai “piani alti”). Romanzi come Il pianeta morto (Astronauci, 1951), primo viaggio sul pianeta Venere, abitato da un’estinta razza umanoide che si è autodistrutta nel tentativo di invadere la Terra, lasciando dietro di sé una tecnologia ancora attiva ma del tutto estranea alla comprensione umana, e La nube di Magellano (Oblok Magellana, 1955), stavolta incentrata su un volo interstellare alla ricerca della vita nello spazio e sulle problematiche cui va incontro l’equipaggio a fronte delle insidie cosmiche, esaltano sì società future di stampo comunista, nate dalle macerie di precedenti conflitti mondiali, in cui il capitalismo è stato bandito, l’energia atomica impiegata solo a scopi scientifici e l’equilibrio mondiale raggiunto da un ordinamento politico socialista di pacifica coesistenza, ma mettono in campo anche le principali tematiche che l’opera successiva di Lem non mancherà mai di affrontare: speculazione filosofica sulle sorti dell’uomo nello spazio, accuratezza scientifica nel descrivere i fenomeni di rara limpidezza e vincolante rigore realistico, riflessione esistenziale sulla posizione della razza umana in rapporto con intelligenze extraterrestri (e anche in rapporto con sé stessa), velata critica politica, predilezione all’ironia, ottimismo tecnologico frenato però dallo scetticismo filosofico che la conoscenza scientifica implica nel suo evolversi. Tema centrale dell’opera di Lem è l’inadeguatezza dell’apparato conoscitivo umano nell’interpretare i misteri del cosmo, al di là di ogni possibile comprensione, una tragedia scientifica che comporta l’agonia dello spirito umano, condannato a restare relegato nella sua ristretta sfera di competenza esistenziale che neppure ha il pregio e la capacità di conoscere completamente, tutt’altro: una posizione quasi antipodica a quello che è il senso della fantascienza stessa, cioè l’ampliamento della conoscenza umana in modo “positivo”, la possibilità di “guardare oltre” e decifrare le meraviglie dell’universo, il felice bilanciamento tra tecnologia e capacità di pensiero. L’ignoto cosmico che ingenuamente questo genere narrativo pretende di poter decodificare e adattare alle menti umane si risolve in Lem con lo scontro “doloroso” dell’uomo con un inconoscibile che resterà tale, lo rigetterà indietro, lo costringerà a fare i conti con la sua grottesca posizione così antropocentrica da non essere in nessun modo applicabile al di fuori del pianeta Terra. Per Lem la realtà sconosciuta del cosmo può essere esplorata solo con un drastico mutamento degli schemi di pensiero e dei metodi conoscitivi umani ancora di là dal poter essere concepiti, poiché nell’attuale stato esistenziale umano non è possibile immaginare il funzionamento di altre coscienze diverse dalla propria, né pretendere di entrarvi in contatto. Forzare tale stato di cose porta alla sconfitta, alla tragedia scientifica, all’applicazione di modalità d’azione e di pensiero unicamente distruttive. Bisogna invece prendere coscienza del fatto che possano esistere contesti di evoluzione biologica così alieni e differenti dal nostro che l’unico modo costruttivo di potersi rapportare con questi è lasciarli perdere, accettare di fare marcia indietro con umiltà, in modo da poter continuare un decoroso percorso evolutivo solo là ove questo è possibile in rapporto ai parametri strettamente umani.

La culla del dio bambino

E’ soprattutto nel suo capolavoro Solaris (1961) che Lem mette in scena, per dirla con le sue parole,“lo scisma tragico tra atto conoscitivo, concepito come curiosità interminabile e inappagabile che condiziona il comportamento e l’attività, e i soggetti inconsci, cioè i personaggi stessi, gli esseri mentalmente minuscoli e non adulti che compiono il vano sforzo di superare i propri limiti antropomorfici”. Da oltre un secolo la razza umana sta studiando il pianeta Solaris, nell’Alfa dell’Aquario, un mondo in cui si è evoluto un unico, gigantesco organismo protoplasmatico, un oceano gelatinoso che copre l’intero corpo celeste, evidentemente un’entità biologica superiore in grado addirittura di correggere l’orbita planetaria attorno ai suoi due soli per ottenere il massimo dell’energia, con una magmatica attività di superficie che porta alla creazioni di grandiose, chilometriche e spettacolari strutture polimorfiche, il cui scopo è del tutto sconosciuto, battezzate dall’uomo con fantasiosi appellativi a seconda delle loro svariate forme (“mimoidi”, “vertebroidi”, longhi, “simmetriadi”, “agilanti”) e la capacità di duplicare ogni oggetto introdotto nel suo fluido colloidale. Tali proprietà del pianeta hanno indotto gli studiosi terrestri a ritenere che l’organismo oceanico sia in qualche modo senziente ma ogni tentativo di comunicazione con esso è risultato del tutto vano (nessuna reazione interpretabile come una “risposta” è mai giunta dalla massa protoplasmatica che avvolge Solaris, sia che si trattasse di un’esplosione nucleare in superficie o dell’invio di convenzionali segnali comunicativi a largo spettro). Una quantità sterminata di libri e documenti di studio sul pianeta, prodotta nel corso degli anni e assurta a vera e propria disciplina scientifica, chiamata “Solaristica”, non ha portato l’umanità di un passo più vicina al gettare un ponte di dialogo con quel “mostro appiccicoso”, il cui “comportamento” è simile a quello di un uomo che reagisce al morso di una formica… grattandosi però altrove e non facendo intendere alcun collegamento di causa ed effetto con il morso dell’insetto. La Solaristica, con la sua mostruosa mole di dati e teorie di nessuna utilità pratica, versa ormai in crisi e si pone come “surrogato della religione dell’era cosmica, della fede indossante i panni della scienza” e il tanto agognato contatto con l’oceano pensante “scopo al quale essa tendeva, non era meno nebuloso e oscuro della Comunione dei Santi o dell’Avvento del Messia”. Nel romanzo, il socio-psicologo Kris Kelvin è inviato sulla stazione orbitante attorno a Solaris per prendere una decisione in merito alla rimozione della medesima e alla chiusura di un caso evidentemente perso ma al suo arrivo alla base sospesa sull’oceano scopre che il suo diretto superiore è morto suicida e gli altri due componenti dell’equipaggio, il cibernetico Snaut e il biologo Sartorius, in stato psichico evidentemente alterato e reticenti ad offrire spiegazioni, sembrano celare nei loro alloggi misteriosi “ospiti”, tenuti rigorosamente nascosti. Durante la notte, il frastornato Kelvin riceve la visita di Harey, la moglie morta dieci anni prima, spinta al suicidio dopo un litigio tra i due: sconvolto da quell’apparizione impossibile ma reale, lo scienziato la proietta nello spazio su di un razzo. Solo allora Snaut gli spiega cosa sta succedendo alla stazione: in seguito a un pesante bombardamento di radiazioni sulla superficie di Solaris, quasi in risposta a esso, l’oceano ha modulato un fascio di frequenze tali da individuare isole mnemoniche riposte nel cervello umano e dare loro forma fisica, creando quindi entità biologiche all’apparenza umane ma in realtà a struttura neutrinica, di fatto “più vere di quelle vere” di cui assumono l’aspetto e il comportamento. Una seconda Harey appare mentre Kelvin dorme, ignara del fato della prima. La nuova Harey, che non è tanto la copia dell’originale quanto la manifestazione del pensiero ideale che Kelvin ha di lei (perciò priva dei disturbi mentali che portarono al suicidio la donna sulla Terra), acquisendo progressivamente “umanità” dal contatto con Kelvin, ne scatena anche il rimorso sopito per lungo tempo, sicchè il rapporto dello scienziato con Solaris, manifestazione del grande mistero dell’Universo, diventa prima di tutto un impietoso confronto col proprio intimo torturato. Macrocosmo e microcosmo si fondono dando origine a un “dramma gnoseologico, nel cui centro focale sta la tragicità dell’imperfezione dell’apparato umano conoscitivo”, sia nei confronti con l’abisso esterno che con il proprio interiore, non meno profondo e sconosciuto. “L’uomo si è mosso per andare alla scoperta di altri mondi, di altre civiltà, senza avere perlustrato a fondo, dentro di sé, i cortiletti, i camini, i pozzi e le porte sbarrate”: tale impreparazione spirituale porta Kelvin a un bivio, la crescente umanità di Harey (che pure avverte di non essere l’originale) lo spinge a tentare di “correggere” l’errore compiuto sulla Terra in una seconda occasione di vita insieme, ma il “clone” sintetizzato dall’oceano può esistere solo in prossimità del campo magnetico del pianeta. “Non puoi trasformare un problema scientifico in una storia d’amore”, redarguisce Snaut, che sa perfettamente come la presenza degli “ospiti”, che incarnano le ossessioni e il rimosso più oscuro della propria anima, possa non costituire affatto un dono, una tortura, una condanna o un reale tentativo di contatto da parte dell’oceano, che potrebbe aver meccanicamente risposto alle radiazioni inviate dalla stazione senza un fine davvero orientato ad entrare in comunicazione con l’uomo e più con reazione istintiva priva di vere motivazioni intellettive o intenzionali. Snaut, più sensibile dell’algido Sartorius, ha ben compreso che il dramma in atto è provocato dall’inadeguatezza conoscitiva dell’uomo nei confronti del creato, e che in un contesto al di là di ogni moralità (umana) non è consentito comportarsi in modo morale, facendosi portavoce del pensiero di Lem stesso:

Noi partiamo per lo spazio preparati a tutto, cioè pronti al sacrificio, alla solitudine, alla lotta, alla morte. Per modestia, non lo diciamo ad alta voce, ma lo pensiamo dentro di noi di tanto in tanto, pensiamo di essere eccezionali. Intanto però, non è tutto, il nostro zelo si rivela una posa. Non abbiamo nessuna voglia di conquistare il cosmo, noi vogliamo soltanto allargare sino ai suoi ultimi confini le frontiere della Terra. (…) Non abbiamo intenzione di conquistare altre razze, vogliamo solo trasmettere i nostri valori e in cambio impadronirci del loro patrimonio. Ci crediamo i Cavalieri dell’Ordine del Sacro Contatto. Questa è una bugia. Noi cerchiamo solo l’uomo. Non abbiamo bisogno di altri mondi, abbiamo bisogno di specchi. Non sappiamo cosa farcene di altri mondi, ce ne basta uno, quello in cui sguazziamo.

E Solaris è proprio quello specchio, impietoso ma non consapevole di esserlo, il riflesso del profondo interiore dell’uomo, nascosto e rinnegato, la sua parte più vergognosa che si fa d’improvviso carne e porta il turbamento. Il contatto così ambito con un’altra coscienza extraterrestre diventa drammaticamente l’immagine, ingrandita come se fosse sotto al microscopio, “della nostra mostruosa bruttezza, della nostra buffoneria e vergogna”. La ricerca di pianeti dalla civiltà migliore della nostra, intesa però come ritratto idealizzato del nostro mondo, si scontra con quel “qualcosa che noi non accettiamo e contro cui lottiamo ma che comunque resta, perché dalla Terra non abbiamo portato un distillato di virtù o una statua alata dell’uomo ma siamo arrivati qua come siamo veramente e quando l’altra faccia, cioè la parte che manteniamo segreta, si mostra com’è veramente… non riusciamo ad andarci d’accordo!” Harey, conscia della tortura che la sua presenza costituisce per Kelvin, tenta nuovamente il suicidio ingerendo ossigeno liquido, ma gli “ospiti” sono indistruttibili e si rigenerano dolorosamente, così si tenta di inviare verso l’oceano un fascio modulato di energia cerebrale da pensieri diurni, un encefalogramma che possa in teoria illustrare la situazione che si è creata sulla stazione, esperimento cui si presta malvolentieri Kelvin, timoroso di perdere nuovamente la moglie, qualora il tentativo comunicativo ottenesse successo e il suo inconscio rivelasse il desiderio della sua sparizione. Ma Harey risolve il problema chiedendo pietosamente a Snaut e Sartorius di essere annichilita da un macchinario che agisce solo sui neutrini, lasciando a Kelvin una breve lettera d’addio. Gli “ospiti” scompaiono tutti, senza più ritornare, cosa che però non incide sulla questione che l’oceano possa o meno aver compreso il messaggio inviato. Snaut e Kelvin formulano l’ipotesi che Solaris possa essere la culla di un Dio bambino, limitato nella sua onniscienza, “che crea gli orologi ma non il tempo che devono misurare”, l’embrione, lo stadio primitivo di un’entità onnipotente ma infantile, per il quale la vitalità della sua infanzia supera ancora di troppo la sia intelligenza, e perciò non consente il contatto con l’esterno e origina tutta una serie di “comportamenti” rapportabili a una psicologia spiccatamente infantile… ma si tratta solo di un’altra teoria, l’ennesima, senza prove inconfutabili che andrà ad arricchire la stantia quantità di ipotesi già raccolte dall’agonizzante Solaristica. Quando Kelvin si reca su un mimoide emerso dall’oceano, la sua prima reale discesa su Solaris, ripete un antico esperimento già compiuto dagli esploratori venuti prima di lui: allunga una mano verso il protoplasma oceanico e questo origina uno pseudopodo gelatinoso che va a toccarla, avvolgendola e lasciando una piccola intercapedine tra fluido e mano coperta dal guanto. Sembrerebbe una stretta di mano tra l’uomo e l’oceano pensante, ma non è così, si tratta semplicemente di un’azione riflessa, nata forse da una “curiosità” del colosso colloidale che però non viene soddisfatta in risultanze condivisibili. Kelvin dovrà decidere se tornare o meno sulla Terra, cancellando così l’unica speranza che l’epoca dei miracoli, per quanto crudeli, possa ancora riproporsi. Ma al di là della speranza dello psicologo, Lem non offre alcun termine ottimistico sulla possibilità di un futuro contatto umano con il fluido magma di Solaris, lo specchio non intenzionale frapposto tra l’uomo e l’infinito.

Una “necrosfera” in evoluzione

L’equipaggio dell’incrociatore fotonico Invincibile, protagonista dell’omonimo romanzo di Lem del 1964, non ha alcun trascorso psicologico tale da ingenerare crisi nel vuoto cosmico, lavora su una gigantesca nave pesantemente armata, dotata di mezzi corazzati semoventi e robot da sbarco ed esplorazione, è fornito di armi ad antimateria tali da poter distruggere un intero pianeta, si giova di dipartimenti scientifici costituiti dalle migliori menti disponibili e in grado di dipanare ogni problema con logica e razionalità. In effetti, ricorda molto la comunità di sapienti dell’astronave Space Beagle di Crociera nell’infinto di Van Vogt ma, a differenza di quella, a bordo non ha un Connettivista in grado di mettere assieme tutte le discipline e le conoscenze scientifiche, senza campanilistiche divisioni interdisciplinari o ideologiche, per ottenere modelli vincenti di progettualità. E forse proprio per quello è destinato a uscire sconfitto dall’incredibile esperienza che lo attende su Regis III, un pianeta desertico della costellazione della Lyra, dove la nave gemella Condor è data per dispersa ed è l’oggetto della sua missione di soccorso e salvataggio. Gli uomini dell’Invincibile non tardano a scoprire sulla superficie del mondo privo di vita (che invece alligna stranamente solo nei suoi oceani) l’astronave perduta, il cui equipaggio è stato sterminato, apparentemente senza subire ferite fisiche, e la corazza esterna bucherellata da miriadi di piccoli fori. Sembra che i cervelli degli astronauti siano stati completamente resettati a zero da un immane campo magnetico e privati di ogni stimolo o impulso, cosa che ha condannato a morte ogni singolo individuo, non più capace di intendere e volere. L’unico indizio è l’ultima immagine registrata dalla retina di un cadavere, che mostra, apparentemente, degli insetti nerastri simili a tremule mosche. L’astrogatore Horpach mette in campo tutti i mezzi corazzati della nave per affrontare una misteriosa nube nera che appare all’orizzonte e attacca i cingolati in avanscoperta, lasciando gli uomini completamente privi di memoria come i membri dell’equipaggio del Condor. Uno scienziato di bordo, Lauda, analizzando uno degli “insetti” di cui è composta la nuvola, scopre che si tratta di un artefatto cibernetico in grado di riprodursi all’infinito e di formare, una volta nello sciame, una sorta di intelligenza collettiva con l’unico scopo di sopprimere ogni forma di vita umana, animale o artificiale, cancellando ogni informazione nei cervelli e lasciando così consumare per inedia e debolezza finale ogni avversario vivente e ogni macchina dalla memoria spenta: la “mosca” sarebbe l’evoluzione ultima, attraverso i millenni, di una schiatta di automi caduti su Regis III da tempi immemori, robots creati da una civiltà aliena esule nello spazio e naufraga sul pianeta, sopravvissuti ai loro creatori. Trattandosi di macchine omeostatiche, cioè in grado di adattarsi agli eventi, i primissimi automi, rimasti soli dopo la morte dei loro creatori, hanno avuto il sopravvento sui loro stessi simili “più deboli”, subendo poi un’incredibile evoluzione di materia non organica, una “necrosfera” sempre più raffinata e selezionata che ha annientato la vita sull’intera superficie, tranne che negli oceani, sviluppandosi infine nella forma finale di “mosca”, in grado di riprodursi esponenzialmente e di continuare a mettere in esecuzione l’antica programmazione distruttiva, ripetendola meccanicamente all’infinito, ai danni di ogni intruso sul loro mondo. Di fronte a un tale avversario, così alieno da ogni parametro umano e al di là di ogni tentativo di comunicazione o comprensione, non ha quindi alcun senso che l’uomo accampi pretese di vendetta per i compagni caduti né che persista nell’idea di nuclearizzare l’intero pianeta. La cosa più sensata da fare è semplicemente andarsene. Horpach scatena però una terrificante battaglia, persa in partenza, tra la cannoniera automatizzata Ciclope e la nera nube-cervello, un inferno di fuoco e fiamme che non cambia assolutamente la situazione e vede il cannone blindato avere la peggio. E’ però necessario che il secondo ufficiale Rohan, prima della partenza dell’Invincibile, tenti di recuperare quattro dispersi dell’equipaggio a seguito della battaglia, protetto da un caschetto che isola i suoi impulsi cerebrali e non consente di essere individuato dagli “insetti”. Nella sua disperata e inutile missione Rohan assiste a uno spettacolo incredibile; due sciami di “mosche” si “affrontano” e “uniscono” in cielo, secondo un meccanismo che lo induce a credere di stare assistendo a una specie di cerimonia religiosa, compiuta da macchine aliene evidentemente assurte a un livello di “esistenza” altra, inconcepibilmente estranea a quella umana ma incontrovertibilmente vera. Sarà questo spettacolo a fare comprendere a Rohan l’impossibilità di contatto e la necessità di non scatenare una distruzione indiscriminata della superficie di Regis III:

Oltre tutto, giudicava la sua presenza inutile su quel pianeta della morte perfetta, dove solo le forme morte si perpetuavano vittoriosamente per dedicarsi a misteriosi riti che nessun occhio umano doveva contemplare. Non aveva provato orrore, bensì un’abbagliata ammirazione, mentre prendeva parte a ciò che si era svolto un momento prima. Sapeva che nessuno scienziato sarebbe mai stato in grado di condividere i suoi sentimenti, ma ora desiderava ritornare alla base, non più per annunciare la morte dei suoi compagni ma per fare tutto ciò che era possibile affinché, in avvenire, si lasciasse stare quel pianeta. ‘Non tutto l’universo ci è stato destinato e il nostro posto non è dappertutto’, pensò, mentre scendeva lentamente”.

Con questa considerazione profondamente lovecraftiana, Rohan torna all’astronave “alta venti piani, così maestosa nella sua immobilità che, davvero, pareva invincibile”, simbolo invece di una sconfitta gnoseologica dell’uomo appena nobilitata dal fatto che si è comunque deciso di evitare una insensata annichilizzazione di massa dell’ignoto residente su Regis III, riflesso del mistero di un universo inconoscibile non interpretabile che non permette alla razza umana, pur con tutta la sua scienza e potenza distruttiva, alcuno spazio di comprensione.

Vedere i Quintani

L’ultimo libro di fantascienza scritto da Lem, su commissione, è la summa concettuale delle tematiche già affrontate in Solaris e L’invincibile, soprattutto in merito al problema dell’incomunicabilità tra esseri umani e creature aliene dovuto all’impossibilità di stabilire schemi di pensiero condivisi. Il pianeta del silenzio (Fiasko, 1986) non può forse definirsi il capolavoro dello scrittore-scienziato polacco, sbilanciato com’è tra una prima parte più avventurosa e spettacolare che sembra costituire un racconto a sé lasciato nell’ambiguità di un non-finale, e il resto dell’opera, pesantemente didascalica, per quanto non priva di fascino visionario a volte addirittura incontenibile, con utilizzo di uno stile molto verniano, in cui la spiegazione scientifica, tecnologica, astrofisica, religiosa e filosofica prevale nettamente sull’intreccio del racconto. Praticamente, l’abbondanza di informazione rivolta al lettore (il tanto deprecato infodump dei nostri tempi) si trasforma di fatto nel racconto stesso. La prima parte del libro ci presenta il protagonista Angus Parvis, pilota spaziale dirottato su Titano, la più grande luna di Saturno, per partecipare a una missione di soccorso a bordo di un Digla, mastodontico mezzo robotizzato molto simile ai mecha della narrativa fantascientifica giapponese. Due di questi giganteschi automi semoventi sono dati per dispersi nella distesa di metano, uno dei quali pilotato dal grande astrogatore-pilota Pirx, mentore di Parvis e già protagonista della famosa antologia di racconti lemiani I viaggi del pilota Pirx (Opowiesci o pilocie Pirxie, 1968-1973, per quanto non sia ufficializzato dall’autore che si tratti del medesimo personaggio). Riuscito a raggiungere l’area in cui sono spariti i Diglas e localizzati i resti, Parvis è però costretto a sottoporsi a un volontario processo di criogenizzazione nel momento il cui il robot si rovescia in un geyser di metano, sperando in un futuro tentativo di soccorso operato per tutti i dispersi. In realtà, solo cento anni dopo è possibile individuare il Digla di Parvis e quello di Pirx, estraendo i due piloti ibernati e riuscendo a rianimarne solo uno… “riassemblato” con innesti biologici dell’altro. Il nuovo essere, risvegliatosi senza memoria, sa solo che l’iniziale del suo cognome è una “P” ma non ha facoltà di capire se il suo corpo appartenga prevalentemente a Parvis o a Pirx. E qui Lem abbandona un intrigante racconto in essere per passare repentinamente a tutt’altra storia. Il sopravissuto è stato liberato dalla sua tomba robotica dall’equipaggio dell’astronave Euridice, costruita in orbita di Titano, già in volo per il sistema stellare Beta Harpie e con l’intento di prendere contatto con gli abitanti del quinto pianeta del sesto sole dell’Arpia, chiamato appunto Quinta e ritenuto essere sede di una progredita civiltà aliena. Col nuovo nome di Mark Tempe, il redivivo accetta di partecipare alla missione. Lem sottopone il lettore, come abbiamo già detto, a una massiccia dose di spiegoni afferenti alle più diverse discipline scientifiche, descrivendo minuziosamente il volo, le manovre dell’astronave, i sistemi di sopravvivenza ad accelerazioni prossime alla velocità della luce, le teorie più accreditate sull’evoluzione della vita nel cosmo, l’approccio filosofico e religioso alla materia, il funzionamento dell’intelligenza artificiale di bordo e un’infinità di altre digressioni a volte fin troppo prevaricanti sulla narrazione del racconto. Per ovviare alla dilatazione temporale che non consentirebbe un contatto tra le due civiltà nel tempo presente dell’universo al giusto punto evolutivo di entrambe, l’Euridice viene lasciata ai margini dell’orizzonte degli eventi di un buco nero, sfruttando le distorsioni delle leggi comunemente accettate della fisica e le differenti valenze spaziotempo per minimizzare lo sfasamento temporale: il viaggio continua così nel futuro a bordo dell’Hermes, che a missione compiuta potrà tornare alla nave-madre parcheggiata in una sospesa bolla temporale e rientrare poi nel proprio continuum. Ma pur essendo giunti a Quinta in una fascia temporale idonea al contatto, gli abitanti del pianeta sembrano del tutto refrattari a comunicare con gli uomini in quanto apparentemente impegnati in una sorta di Guerra Fredda planetaria, che secondo le ipotesi dei nuovi venuti potrebbe portare in futuro alla mutua distruzione dei belligeranti stessi. L’Hermes intende quindi ergersi come compositore del conflitto, pretendendo il contatto reciproco e minacciando, come prova di forza, un selenoclasmo, cioè l’implosione di una luna di Quinta. L’inaspettata risposta dei Quintani è una salva di missili che intercetta alcuni di quelli della Hermes diretti verso il satellite, cosìcchè viene a mancare il necessario potenziale esplosivo per innescare l’implosione controllata della luna e diversi frammenti piombano catastroficamente su Quinta. Eppure, anche questo disastro non sortisce il tanto agognato contatto da parte dei Quintani. Tempe suggerisce di proiettare un comunicato visivo con immagini generate da un laser sulle nubi del pianeta e stavolta di raggiunge l’obiettivo desiderato: i Quintani comunicano di essere disposti a un incontro ma quando una copia dell’Hermes viene inviata precauzionalmente sul pianeta, questa viene completamente distrutta dai suoi abitanti, scatenando così la ritorsione terrestre e l’annientamento dell’anello di ghiaccio che circonda il pianeta, i cui frammenti precipitano al suolo generando tutta una serie di eventi catastrofici. Il messaggio successivo dei Quintani, dopo un ulteriore minaccia da parte dei terrestri di provocare stavolta un planetoclasmo, accetta la ricezione di un singolo ambasciatore umano al proprio spazioporto e Tempe si offre volontario, con la garanzia di sicurezza dovuta al fatto che un dispositivo di distruzione di massa predisposto dall’Hermes sarebbe entrato in funzione se i contatti con lui fossero andati perduti. Sceso su Quinta, nel luogo designato, Tempe non vede nessuna creatura vivente, trovandosi invece circondato da ciò che sembrano piccoli tumuli a cupola disposti sulle pendici delle colline. Nella foga della sua ricerca, dimentica di segnalare la sua posizione all’Hermes, che scatena così un attacco finale altamente distruttivo, proprio mentre l’ambasciatore umano, guardandosi ancora attorno nella moltitudine di tumuli simili a ombrelli di grossi funghi, giunge a una sconvolgente conclusione:

Il cielo sopra di lui si riempì di una luce crudele. L’Hermes, aprendo il fuoco sul sistema di antenne vicine allo spazioporto, trapassò le nubi come se non fossero mai esistite. La pioggia evaporò in un istante, lasciando bianche spire di vapore. Sorse un sole laser. Con un vasto movimento, un fascio di raggi ustori spazzò via dall’intero pendio la nebbia e il vapore. A perdita d’occhio, il fianco della collina era affollato di quelle protuberanze nude e indifese e, mentre gli enormi tralicci e la rete, spezzatisi i cavi, crollavano in fiamme verso di lui, seppe di aver visto i Quintani”.

Lem porta a compimento, in quest’ultimo romanzo, ciò che si era potuto evitare in Solaris (la distruzione dell’oceano pensante) e in L’Invincibile (lo sterminio antimaterico delle mosche cibernetiche di Regis III), grazie alla risoluzione umana di accettare l’impossibilità di un contatto con l’ignoto, in entrambi i casi del tutto alieno, facendo un passo indietro. Su Quinta, che pure dimostra la possibilità di uno scambio comunicativo comprensibile con gli uomini, la situazione non è diversa ma non compete solo all’essere umano, vincolato dal suo innato antropocentrismo che limita la percezione dell’universo a riduzionismi comprensibili solo in virtù della sua stessa essenza, valida unicamente sul proprio pianeta, bensì anche alle creature aliene, a loro volta confinate in una propria sfera sensoriale completamente impermeabile a qualsiasi altra manifestazione esterna. La comunicazione c’è ma non significa nulla, si basa su parametri irriconducibili tra loro, si perde in particolari che messi assieme non portano a un quadro comprensivo o appena interpretabile con reciprocità, come già avvenuto nel precedente romanzo di Lem Pianeta Eden (Eden,1959). Neppure il sofisticatissimo computer di bordo della Hermes, un’intelligenza artificiale emblematicamente (o ironicamente, nell’ottica del pensiero dello scrittore polacco) chiamata Deus, sfugge ai limiti della sua programmazione, incapace, come ovvio riflesso dell’antropocentrismo umano che l’ha ideata, di interpretare adeguatamente elementi riguardanti l’intelligenza extraterrestre e “riuscendo solo ad apprendere quanto stretti fossero i vincoli di parentela mentale tra l’uomo e il suo computer”. Quinta riflette, in questo caso, non il rimosso psicologico dell’uomo come Solaris, ma la sua aggressività, e gliela ritorce contro. Le due intelligenze in contrapposizione non riescono ad andare oltre la propria nicchia biologica, a confrontarsi con un esterno che ha proprietà non condivise e non comprensibili. E’ un “fiasco” gnoseologico, culturale e scientifico che abbraccia non solo un fronte, quello umano, ma anche quello alieno, come provocatoriamente alludeva il titolo originale del romanzo, e sancisce il totale e definitivo pessimismo dell’autore in merito alla presenza umana nel cosmo e al suo tentativo di entrare in contatto con entità extraterrestri.

Tratto dal volume “Spazio – Il vuoto davanti”, di Michele Tetro, Odoya 2021, per gentile concessione dell’autore.

Michele Tetro (Novara, 1969), scrittore e giornalista laureato in Lettere Moderne, ha pubblicato vari racconti di genere fantastico, saggistica cinematografica ed è co-autore dei libri Il grande cinema di fantascienza, 2 voll. Il cinema fantasy, Il cinema dei fumetti (tuttiper Gremese Editore), Contact – Tutti i film su UFO e alieni (Tedeschi Editore) e Mondi paralleli – Storie di fantascienza dal libro al film (Della Vigna). A sua sola firma è uscito il saggio Conan il barbaro – L’epica di John Milius (Falsopiano Editore). Per l’editore Odoya è co-autore dei volumi Guida al cinema di fantascienza (2014), Guida alla letteratura horror (2014), Guida al cinema horror – Dagli anni Settanta a oggi (2015), La Luna nell’immaginario (2019), I due volti del terrore – La narrativa horror sul grande schermo (2020). Ha curato (con Stefano Di Marino)i volumi Guida al cinema western (2016)e Guida al cinema bellico (2017). Come autore singolo ha pubblicato, sempre per Odoya, i volumi Robert E. Howard e gli eroi della Valle Oscura (2018), Dove soffiano i venti propizi – Esploratori, trappers, cacciatori di pelli e cercatori d’oro nel Nuovo Mondo (2019) e Spazio, il vuoto davanti – Le distese cosmiche tra storia, scienza, narrativa, arte e cinema (2021).

:: Review Party: Quelli che uccidono di Angela Marsons (Newton Compton, 2021) a cura di Giulietta Iannone

6 settembre 2021 by

Il calo improvviso delle temperature porta con sé la neve e un fagottino avvolto in uno scialle lasciato sulla soglia della stazione di polizia di Halesowen. Chi abbandonerebbe un bambino per strada con un freddo simile? È questa la domanda che tormenta la detective Kim Stone, formalmente incaricata di prendersi cura del neonato fino a che non verranno allertati i Servizi Sociali. E la notte è ancora lunga: una telefonata di emergenza richiama la detective in servizio. Kelly Rowe, una giovane prostituta, è stata assassinata nel quartiere di Hollytree. Le brutali ferite sul corpo sembrano suggerire che l’omicidio sia frutto di un raptus o di una rapina, ma Kim è sicura che quelle labbra livide, se potessero, racconterebbero un’altra storia. Quando altre prostitute vengono uccise in rapida successione, appare chiaro che i delitti sono collegati e nascondono qualcosa di inquietante. Nel frattempo prosegue la ricerca della donna che ha abbandonato il suo bambino, ma quello che all’inizio sembra un gesto disperato assume via via contorni sempre più sinistri. Per Kim Stone e la sua squadra comincia così una discesa negli abissi più oscuri dell’animo umano, che li porterà ad addentrarsi in una spirale di sangue e barbarie. Forse questa volta la verità è più spaventosa di ogni immaginazione…

Angela Marsons ha esordito nel thriller con Urla nel silenzio, bestseller internazionale ai primi posti delle classifiche anche in Italia. La serie di libri che vede protagonista la detective Kim Stone ha già venduto 4 milioni di copie, e comprende Il gioco del male, La ragazza scomparsa, Una morte perfetta, Linea di sangue, Le verità sepolte (Premio Bancarella 2020), Quelli che uccidono e il prequel Il primo cadavere. Angela vive nella Black Country, in Inghilterra, la stessa regione in cui sono ambientati i suoi thriller. Per saperne di più: www.angelamarsons-books.com

Urla nel silenzio (Silent Scream) segnò il debutto dell’autrice britannica Angela Marsons e della sua fortunata serie poliziesca dedicata alla detective Kim Stone, che consiglio senza remore a tutti gli amanti del giallo di ambientazione contemporanea inglese. Seguirono Il gioco del male (Evil Games, 2015) da me recensito su questo blog, La ragazza scomparsa (Lost Girls, 2015), Una morte perfetta (Play Dead, 2016), Linea di sangue (Blood Lines, 2016), Le verità sepolte (Dead Souls, 2017), e oggi 6 settembre 2021 esce in Italia sempre per Newton Compton il settimo della serie Quelli che uccidono (Broken Bones, 2017), tradotto dall’inglese da Erica Farsetti. Definita da Antonio D’Orrico la regina del giallo, con buona pace di Agatha Christie, Angela Marsons, che intervistammo nel 2016 quando uscì Il gioco del male, è senz’altro un’autrice da tenere d’occhio e non solo per le sue vendite da bestseller ma soprattutto per il suo sguardo attento alla società inglese, soprattutto verso le classi più disagiate che sopravvivono isolate in casermoni dormitorio tra assegni sociali e attività criminose, e la grande umanità che traspare dalle sue pagine, incarnata nel bel personaggio di Kim Stone, una poliziotta con l’anima si potrebbe definire. Quelli che uccidono è la sua nuova indagine, in cui alcune giovani prostitute vengono uccise, e Kim si trova anche costretta a prendersi cura di un neonato abbandonato sulla soglia della stazione di polizia di Halesowen. Come per ogni thriller è bene non svelare troppo della trama, ma rifacendomi a quello che ho detto all’inizio è la grande umanità della protagonista a guidare l’azione. E la curiuosità di scroprire la verità e cosa c’è dietro alla morte di queste ragazze dalla vita così tragica e disperata costringe il lettore a voltare le pagine aspettandosi il peggio, e quello che trova alla fine è ancora peggiore delle sue più fosche aspettative. Da sempre attenta alle condizioni della donna, anello più debole della società alla quale viene per la maggior parte dei casi fatto carico dei figli, Angela Marsons sa narrare una storia piena di buio ma ricca anche di spiragli di luce, che oltre a intrattenere fa riflettere sul difficile mondo che ci circonda, per alcuni senza via di scampo. Il mercato del sesso, il traffico di esseri umani su cui veri criminali ci lucrano impunemente, fanno da sfondo a una storia di indagine, nella quale spesso le vittime si confondono con i carnefici. Angela Marsons scava nelle ragioni che spingono le persone a deviare, ragioni quasi sempre rintracciabili nell’infanzia, per cui è così importante crescere in ambienti sani, affidati a genitori anche affidatari responsabili. Nell’infanzia si costruiscono quelle basi e quei legami che saranno così importanti nella vita adulta. Spesso abusi, violenze, ingiustizie corrompono la base stessa dei valori su cui si baseranno le fondamenta di una vita, come succede in questa storia, così ben narrata dall’autrice, capace di mantenere uno sguardo empatico anche su chi da vittima si trasforma in assassino.

Source: epub inviato dall’editore scopo Review Party.

:: Trucioli di Matteo Rusconi (Aut Aut Edizioni, Palermo, 2021) a cura di Antonio Catalfamo

2 settembre 2021 by

Nel 2008, curai, per i tipi dell’editore NicolaTeti di Milano, un numero monografico (n. 730) della rivista «Il Calendario del Popolo» dedicato ai Poeti operai, nel quale conducevo un’analisi dettagliata, corredata di testi, di quel fenomeno, prettamente italiano, rappresentato da operai di fabbrica che, a partire dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, scrivevano versi sulle loro condizioni di lavoratori sfruttati ed esposti a gravi pericoli per la sicurezza personale e per la salute. Si trattava di una poesia di forte denuncia e, nel contempo, di lotta per una società di liberi ed eguali. Mi limito a ricordare alcuni nomi, fra gli autori più significativi: Ferruccio Brugnaro, Franco Cardinale, Sandro Sardella, Francesco Currà, Tommaso Di Ciaula, e il giovane Giuliano Bugani.

Negli anni Novanta, la poesia operaia sembrava sparita, a causa dei mutamenti strutturali dell’apparato industriale italiano, in concomitanza con quello che accadeva nell’intero mondo capitalistico occidentale, che imponevano lo spezzettamento dei grandi insediamenti, la flessibilità del lavoro, un cambiamento generalizzato del sistema di reclutamento, dell’ organizzazione produttiva, della previdenza e dell’assistenza, e che determinavano una diminuzione dell’incisività politica e sindacale, nonché un apparente «omologazione culturale», in capo alle classi lavoratrici. Ma, in realtà, essa covava sotto la cenere, riemergendo tra la fine del secondo e l’inizio del terzo millennio, con caratteristiche nuove, strettamente legate ai suddetti mutamenti. Troviamo, infatti, in essa come dominante la dimensione della «malinconia», intesa in senso leopardiano, come principale strumento conoscitivo del reale, il che implica la rappresentazione di un grave disagio esistenziale, ma, nello stesso tempo, un affievolirsi della dimensione della protesta e della lotta organizzata, politicamente e sindacalmente, per il cambiamento radicale della società in senso egualitario.

Questa nuova poesia operaia mostra un notevole livello artistico in vari autori, come Fabio Franzin (nato a Milano nel 1963), che, a mio avviso, con i suoi versi in dialetto trevisano, può essere considerato il più autorevole poeta dialettale della sua generazione, e Matteo Rusconi (metalmeccanico, nato a Lodi nel 1979), il quale si differenzia dal complesso dei nuovi poeti operai per la possente carica di protesta dei suoi versi, che contengono in sé un esplicito attacco al sistema industriale capitalistico e ai suoi rappresentanti. Rusconi dimostra come sia ancora attuale, nel complesso, la definizione di «poeta operaio» coniata negli anni Sessanta, su «Vie Nuove», da Pasolini sulla base di quella già nota di «preti operai», per indicare quei lavoratori che, proprio per la loro esperienza diretta nel mondo della fabbrica, erano in grado di capirne più di ogni altro il carattere alienante, e, nel contempo, di superarlo, dialetticamente, in versi di denuncia che prospettavano una società totalmente diversa. E qui basta richiamare alcuni componimenti di Rusconi, a partire dalla poesia Ferro:

«La poesia è una fabbrica / una città meccanica / un convoglio industriale / e io sono un poeta operaio / un poeta del ferro / un poeta d’acciaio. // Non riesco più a pulirmi / dagli angoli neri delle mie mani; / da una cicatrice sulla nocca / il ferro mi ha messo radici dentro».

Gli effetti fisici del lavoro di fabbrica penetrano a fondo nel corpo del poeta, ma anche nella sua psiche, nel suo animo, plasmando la sua poesia, per cui si viene a creare un nesso inscindibile tra fabbrica, «io» e poesia. La forza poetica nasce dai rumori, dalle esalazioni tossiche, che si fanno largo nel corpo, formano un tutt’uno con esso, investono l’«io» in tutte le sue componenti, fisiche ed intellettive, e sgorgano in versi, dopo una selezione di carattere razionale, in cui consiste la creazione artistica, a cui li sottopone il poeta:

«Le installazioni industriali sono mostri e vampiri / hanno viscere il cui fracasso / vuole soffocare il rantolo della mia fame. / I fiumi della tornitura / sono un velo da cui non penetra luce / e gli dèi del metallo / sgretolano indifferenti la carne. / Carcasse di Metallo, legno morto e muffa putrida / sono estremità delle mie mani / anche il sole è un compagno lavoratore / che ansima sotto il fardello della fatica. / E’ tra questi miasmi che nascono i miei versi: / l’orecchio accoglie una folla di rumori / l’occhio scarta il superfluo / gli alberi intorno allo sforzo umano / applaudono le melodie della campagna / e del vento».

Il lavoro ripetitivo e alienante della fabbrica si traduce, dunque, in poesia, che sgorga spontanea dalla testa del poeta operaio come Minerva, dea delle arti, dal capo di Giove:

«Non faccio altro / che caricare e scaricare il mandrino / e attendere la fine dell’ultimo pezzo. / Eseguo cambi di lavorazione / sostituisco bareni e inserti / modifico misure / tolgo la bava in eccesso. / A volte mi capita di fermarmi a osservare / le ganasce ruotare a mille / e mi entra in testa una poesia / che rimane lì, nella sua forma / a giudicarmi. / A volte una poesia mi cade dalla testa / come fosse un caschetto slacciato: / può sembrare una schifezza / per me è salvezza e vita che filtra» (Non faccio altro).

La poesia si configura, dunque, come filtro della realtà disumanante della fabbrica, come ancora di salvezza.

Ma Matteo Rusconi non si ferma alla denuncia e alla protesta generiche. Mette in discussione lo stesso sistema industriale capitalistico, il ruolo del padronato e dei suoi tecnocrati. E lo fa con un’ironia sottile e, nello stesso tempo, graffiante, che ricorda quella di un poeta operaio della generazione precedente: Sandro Sardella, autore di versi demolitori affidati all’inizio a fogli volanti distribuiti davanti alla fabbrica, con lo pseudonimo «Sandrino operaio stupidino», che provocano la reazione del padrone, concretizzatasi anche in provvedimenti disciplinari, che, a loro volta, diventano oggetto di nuove poesie, che superano la distinzione tra i vari generi artistici, riproducendo, sotto forma di originali collages, le stesse note di ammonimento. L’ironia di Rusconi investe proprio i provvedimenti disciplinari, veri o presunti. Egli immagina che il padrone gli abbia fatto pervenire una diffida, con la quale gli ingiunge di non pensare alla poesia nelle ore lavorative e di consacrarsi interamente al nuovo dio, rappresentato, per l’appunto, dal datore di lavoro. Così si conclude la contestazione disciplinare nella poesia eponima:

«D’ora in poi non saranno più tollerate / impaginazioni di corrieri sibillini / e sarà vietato a chiunque si creda uno scrittore pittore cantore / di sprecare colore per imbrattare le ore dedicate alla reclusione. / In fondo, è per grazia da noi concessa / timbrare un cartellino / perdere lo status di Poeta / quindi, si richiede la massima devozione / e di scambiare il volto di Dio con quello del padrone».

In fabbrica non è ammessa neanche la presenza di Dio:

«In reparto non ci sono croci / né crocifissi / né santi né altari / nemmeno acquasantiere / parroci un guru spirituale. / Dio è rimasto altrove / a spruzzarsi di paracetamolo nel parchetto / e Gesù Cristo è il mio collega / figlio hippie degli anni Settanta».

C’è il dominio assoluto del profitto, del padrone e dei suoi tecnocrati. Rusconi mette in discussione queste gerarchie consolidate, la logica del profitto, il profitto stesso:

«Dal vetro del suo ufficio / il principale ci osserva, scuote la testa / prende un foglio e annota. / Noi dall’altra parte / siamo maiali al macello / corpi in prestito senza titolo / robot mercenari. / L’imbecille che scuote la testa / non ci guarda nemmeno in faccia / resta in piedi nella sua manica corta / beve il cottimo del nostro rancore».

Invoca lo sciopero, che non interviene ormai da anni nelle relazioni industriali, sogna un società nuova, socialista, citando la poesia di Jacques Prévert in cui il poeta francese rivendica il diritto dell’operaio di bere il sole. Scrive Prévert in Il tempo perso:

«Sulla porta dell’officina / d’improvviso si ferma l’operaio / la bella giornata l’ha tirato per la giacca / e non appena volta lo sguardo / per osservare il sole / tutto rosso tutto tondo / sorridente nel suo cielo di piombo / fa l’occhiolino / familiarmente / Dimmi dunque compagno Sole / davvero non ti sembra / che sia un po’ da coglione / regalare una giornata come questa / ad un padrone?».

Matteo Rusconi rivendica l’assalto al cielo, il «folle volo» di Icaro alla conquista del Sole, di una società radiosa di uomini e di donne liberi ed eguali.

Matteo Rusconi, Trucioli, Aut Aut Edizioni, Palermo, 2021, pp. 94, euro 14.

Matteo Rusconi nasce a Lodi nel 1979. Frequenta l’Istituto Tecnico Industriale “A.Volta” di Lodi e una volta diplomatosi inizia a lavorare nel settore metalmeccanico, venendo così a contatto con la realtà operaia. La sua prima pubblicazione è del 2017, Sigarette – Venti Poesie Per Smettere Domani (Ed. ilmilibro.it). Alcune sue poesie sono apparse in varie antologie, tra le quali NOvecento Non Più (2016. Ed. La Vita Felice) e La Nostra Classe Sepolta. Cronache Poetiche Dai Mondi Del Lavoro (2019, Pietre Vive Editore). Negli anni partecipa a diversi concorsi poetici; tra i più recenti spiccano la 25° edizione del concorso Ossi di Seppia, 2019 (finalista) e il Concorso Letterario Nazionale – Briciole Di Poesia – 2° edizione, 2020 (primo classificato). In tutti i concorsi si distingue ed ottiene ottime recensioni da parte di critici del settore arrivando ad apparire su quotidiani e blog di rilievo.

Source: libro del recensore.

:: Daniele Del Giudice (Roma, 11 luglio 1949 – 2 settembre 2021)

2 settembre 2021 by

:: Il grande dio Pan di Arthur Machen (Fanucci 2021) a cura di Emilio Patavini

1 settembre 2021 by

Scritto nel 1890, The Great God Pan è il grande e perturbante capolavoro di Arthur Machen, che unisce il folk horror celtico alla pseudoscienza occultista. Fu dato alle stampe nel 1894, lo stesso anno in cui il Premio Nobel Knut Hamsun pubblicò il suo romanzo più famoso, chiamato per l’appunto Pan.

Non posso esimermi dal presentare questo romanzo breve o racconto lungo dello scrittore gallese a partire dalle parole di un suo epigono, che di orrore se ne intendeva. Sto parlando di H.P. Lovecraft, e le parole che sto per citare sono tratte dal decimo capitolo (The Modern Masters) del suo saggio Supernatural Horror in Literature (“L’orrore soprannaturale nella letteratura”):

«Tra i creatori viventi di paura cosmica, assurti all’apice dell’arte, pochi, o forse nessuno, possono sperare di eguagliare il versatile Arthur Machen. […] Delle storie dell’orrore del signor Machen, la più famosa è forse “Il grande dio Pan” (1894), che racconta di un singolare e terribile esperimento e delle sue conseguenze. […] Tutto questo mistero è stranamente intrecciato alle divinità rurali romane del posto, come erano raffigurate negli antichi frammenti scultorei. […] Ma il fascino della storia sta in come è raccontata. Nessuno riuscirebbe a descrivere l’intera suspense e l’orrore finale di cui abbonda ogni paragrafo senza seguire un ordine preciso in cui il signor Machen disvela a poco a poco i suoi indizi e le sue rivelazioni […] e il lettore attento giunge alla fine solo con un brivido di apprezzamento e una propensione a ripetere le parole di uno dei personaggi: ‘È troppo incredibile, troppo mostruoso… non è possibile che esistano cose simili in questo mondo tranquillo […] Diamine, se un caso del genere fosse possibile, la terra sarebbe un luogo da incubo.’»

La sua è una terra pregna di leggende che affondano le radici in un tempo così antico da sfumare nel mito. Arthur Llewelyn Jones Machen nacque nel 1863 a Caerleon, così era chiamata Isca Silururm, prima centro della tribù celtica dei Siluri, poi castrum romano (ambientazione finale de L’ultima legione di Valerio Massimo Manfredi), bagnata dal fiume Usk (uisge, in gaelico scozzese, significa “acqua”; da uisge beatha “acqua di vita”, traduzione del latino aqua vitae “acquavite”, deriva whiskey). Secondo la raccolta dei miti gallesi del Mabinogion, Caer Llion sull’Usk è la residenza principale di re Artù, il luogo che egli aveva eletto a propria dimora, e corrisponde, secondo alcuni, alla celebre Camelot. A pochi passi dal Gwent, la regione del Gallese in cui Machen era nato e cresciuto, sorgeva, nel Gloucestershire, il tempio romano-celtico di Lydney Park, risalente al quarto secolo. Anni dopo, nel 1928, un giovane filologo di Oxford fu incaricato dagli archeologi Sir Mortimer e Tessa Wheeler di risalire all’origine del nome della divinità celtica invocata in una delle tabulae defixionis scoperte nel tempio, situato su una collina dal nome anglosassone di Dwarf’s Hill. Il dio invocato nelle tavole di bronzo era Nodens e il giovane filologo era J.R.R. Tolkien, che scriverà un saggio, intitolato “The Name Nodens”, pubblicato in appendice al ‘‘Report on the Excavation of the Prehistoric, Roman and Post-Roman Site in Lydney Park, Gloucestershire’’ (1932) di Wheeler per la Società degli Antiquari di Londra.

Essendoci ora chiara l’influenza che Machen ebbe su Lovecraft, possiamo anche supporre che il Solitario di Providence prese in prestito alcuni elementi de Il grande dio Pan, per trasporli nella propria opera. Uno di questi è sicuramente il dio Nodens, citato a p. 101 come «il dio del Profondo o dell’Abisso». Sicuramente Machen, da cultore di storia locale gallese ed esperto di antichità celtiche, doveva aver letto le Roman Antiquities at Lydney Park, Gloucestershire (London: Longmans, Green, and Co., 1879) di W.H. Bathurst (la cui famiglia possiede ancora Lydney Park), che a p. 39 della sua opera definisce Nodens proprio come «‘God of the deeps’ » e «‘God of the abyss’». Non è un caso se anche in H.P. Lovecraft troviamo citato Nodens due volte. Nel suo racconto del 1926 La casa misteriosa lassù nella nebbia (The Strange High House in the Mist), Lovecraft citerà «the gay and awful form of primal Nodens, Lord of the Great Abyss». Il nome Nodens apparirà anche nel suo romanzo breve del 1927 La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath (The Dream-Quest of Unknown Kadath). In questi testi, Nodens è presentato, seguendo l’interpretazione data da Bathurst nelle Roman Antiquities at Lydney Park, Gloucestershire, come un dio marino, al pari di Poseidone e Nettuno, e Lovecraft lo mette a capo dei Night-Gaunts (i “magri notturni”, le figure che popolavano i suoi incubi infantili).

Ma veniamo alla trama del romanzo: di cosa parla Il grande dio Pan?

Il dottor Raymond è un chirurgo che da molti anni si è consacrato alla «medicina trascendentale». Tenta così un folle e tremendo esperimento: il suo intento è quello di «sollevare il velo» del reale e guardare in faccia la cruda e mostruosa realtà delle cose. Gli antichi «chiamavano questa esperienza ‘vedere il dio Pan’» (p. 11). Il dottore opera la figlia adottiva Mary al cervello, alterando le cellule della materia grigia così da poter aprire l’ «occhio interno», l’occhio della mente, e poter entrare in contatto con il dio Pan e tutte quelle forze primigenie che popolano il mondo sconosciuto che si cela oltre il velo del reale. Un pantheon che deve avere colpito molto H.P. Lovecraft, tanto che ne riproporrà uno lui stesso, unendo le entità malefiche cui Machen allude con le fantasmagorie mitopoietiche dell’irlandese Lord Dunsany, presentate in The Gods of Pegāna .

Dopo l’esperimento, forze sconosciute si mettono all’opera e strani avvenimenti hanno luogo. Episodi singolari e inquietanti, sempre più misteriosi, si susseguono in città, gettandola nel caos e nello scompiglio, mettendola in subbuglio e trasformandola in una «città da incubo» (p. 78).

La città, la Londra brumosa, cupa e notturna evocata dal romanzo, teatro di un’epidemia inspiegabile di suicidi, fa da contraltare alle atmosfere silvestri delle campagne gallesi, in cui Machen trova il tempo di accennare al proprio borgo natale, senza menzionarlo direttamente: «un villaggio al confine gallese, un centro di discreta importanza ai tempi dell’occupazione romana, ora ridotto a un borgo di case sparse, abitato da non più di cinquecento anime. Si trova su declivio a circa sei miglia dal mare, ed è riparato da una foresta imponente e pittoresca» (p. 26).

Questa Londra richiama perfettamente le atmosfere delle detective stories di Sherlock Holmes, ma anche la Londra del mystery di dottor Jekyll e di Mr. Hyde.

Nel romanzo di Machen, il Dio-Tutto Pan non si prende mai la scena da solo, si tratta di una «presenza che non era né umana né animale, né viva né morta, ma che in sé comprendeva tutto, racchiudeva la forma di ogni cosa, ma era a sua volta del tutto priva di forma» (pp. 18-19). Una figura cui si può solo alludere timidamente, un’entità tanto malefica che non si ha il coraggio di pronunciare.

Leggere quella che Stephen King (un altro scrittore che di orrore se ne intende) ha definito come «una delle migliori storie dell’orrore mai scritte», è stata un’esperienza un po’ diversa dal solito. Non è la classica storia dell’orrore contro cui, nel corso del tempo, abbiamo sviluppato anticorpi ben efficaci. Non c’è posto né per vampiri né per fantasmi, in questo storia. Solo il principio del male, l’hybris scellerata di uno scienziato che, seguendo l’archetipo shelleyano del dottor Victor Frankenstein, vuole scavalcare i limiti preimposti, che sono i limiti della nostra realtà, per guardare al di là di essa, per «sollevare il velo» e scoperchiare il vaso di Pandora.

Il tutto è qui proposto sotto forma di una storia avvincente e ricca di suspense, in cui troviamo atmosfere gotiche e l’influenza stevensoniana, riconosciuta dallo stesso Machen. Una nuova forma di romanzo gotico, che anche grazie alla sua brevità, si fa leggere piacevolmente e tutta d’un fiato, nonostante siano passati ormai quasi centotrenta anni dalla sua pubblicazione.

Ma allo stesso tempo restituisce un quadro chiaroscurale di quel clima tutto fin de siècle di un’Europa (e soprattutto un’Inghilterra) decadente, fatta di misticismo, fenomeni dell’occulto, passioni per il proibito, il torbido, l’arcano e il misterioso.

Un ritratto, questo, non certo privo di contraddizioni. È il caso di Arthur Conan Doyle: creatore di Sherlock Holmes, l’investigatore divenuto sinonimo di razionalità, ma allo stesso tempo convinto sostenitore dello spiritismo e appassionato del paranormale.

Questa edizione Fanucci de Il grande dio Pan, uscita il 26 agosto e facente parte della collana Piccola Biblioteca del Fantastico, riporta nelle librerie italiane uno degli orrori preferiti dal Solitario di Providence in una veste editoriale molto accattivante: il libro, 120 pagine, in copertina rigida, ha un splendida illustrazione in sovraccoperta di Antonello Silverini. Tuttavia il libro, se confrontato con le precedenti edizioni, è piuttosto povero di contenuti: si compone solo di una breve “Nota dell’editore”, del testo efficacemente tradotto da Annalisa Di Liddo e dell’immancabile “Postfazione” di Carlo Pagetti. I prezzi di questa Collana, che vuole ricalcare, nel suo formato, la mitica Fantacollana Nord, sono molto accessibili, e tra i titoli usciti precedentemente possiamo ricordare John Carter e la principessa di Marte di Edgar Rice Burroughs e Noi di Evgenij Ivanovič Zamjatin. Del 2018 è l’edizione Adiaphora, 190 pagine, con testo originale a fronte, traduzione e note critiche di M. Olivetti Zapparelli e una postfazione di H.P. Lovecraft. Nel 2017, è uscita anche un’edizione di 96 pagine per la collana Eureka delle Edizioni Theoria, sempre con l’ottima traduzione di Annalisa Di Liddo. L’anno prima, per la collana Tre Sotterranei di Tre Editori uscì un’edizione di ben 260 pagine, completa della prefazione di Machen, un’introduzione di H.P. Lovecraft tratta dal suo già citato saggio, la traduzione di Alessandro Zabini, il saggio “Appunti su alcune fonti di Arthur Machen” del curatore, lo scritto “Il risveglio della selva” di S.J. Graf e una “breve antologia panica”, con brani tratti da Plutarco a John Milton, da R.L. Stevenson a W.B. Yeats.

Arthur Machen (1863-1947), scrittore gallese di narrativa del terrore, è oggi ritenuto uno dei maestri del genere. La sua prosa decadente e misurata, lontana da quella fin troppo carica di aggettivi e immagini deliranti del suo epigono H.P. Lovecraft, si inserisce a pieno titolo nel solco della tradizione letteraria fantastica anglosassone.
Fra le sue svariate influenze si possono citare Stevenson, de Quincey, Coleridge e Poe. Il suo stile e le tematiche da lui affrontate sono comunque originali e si può considerare come un innovatore del genere della narrativa soprannaturale. Infatti, nonostante abbia scritto numerosi libri di argomento storico, filosofico e teologico e sia stato anche membro di una compagnia teatrale shakespeariana, Machen deve oggi la sua fama ai racconti del terrore, in particolare a Il grande dio Pan.

Source: del recensore.

:: C’è ancora molto sulla terra di Velso Mucci A cura di Alberto Alberti e Nicola Vacca (L’ArgoLibro 2021) a cura di Giulietta Iannone

30 agosto 2021 by

Una sera che la melanconia prende le ossa

nella desolata osteria dei marinai sulla foce

tra l’oscuro vento dei pini e l’ultimo chiarore

delle sabbie,

non volgere l’occhio al mare spento

e al poco lume del cielo sulla cresta dei monti,

ma guarda la notte che cresce di grilli

e di stelle

a coprire i deserti del cuore.

Foce del Cinquale, luglio 1942

Tra i fiori poetici del Novecento, le voci che meritano una riscoperta, forse tardiva, c’è sicuramente Velso Mucci, amato da Pasolini, cantore del verso libero, uomo e intellettuale dai molti interessi artistici, che visse tra l’Italia, la Francia e la Svizzera dal 1911 al 1964 anno in cui morì a Londra. Cosmopolita, poliedrico, direttore di una Galleria d’arte a Parigi, luogo privilegiato che gli permise di essere al centro del dibattito culturale e di diventare amico di poeti, pittori, giornalisti, filosofi con cui strinse profonde amicizie artistiche. Consiglio di leggere la nota biografica introduttiva a cura di Nicola Vacca, curatore assieme ad Alberto Alberti della silloge poetica C’è ancora molto sulla terra, per capire la caratura di questo poeta se vogliamo dimenticato, che merita sicuramente una riscoperta, e merita di essere letto. La poesia che ho messo in esergo tratta da “L’Umana compagnia” (1953) ci dà una conferma se vogliamo di una voce poetica limpida e luminosa, che incanta come ha incantato Pasolini o altri grandi nomi del Novecento da Ungaretti a Cardarelli, che addirittura lo voleva come curatore universale delle sue opere (cosa che non ebbe seguito). Le poesie scelte dal succitato “L’Umana compagnia“, “Oggi e domani” (1958), “L’età della terra” (1962), ci parlano di un poeta dalla lingua vivida e sincera, ricca di rimandi che scendono e attraversano l’anima del lettore con mano leggera. Una lingua evocativa e preziosa, che indica senza forzare, elogia senza glorificare, sussurra e accarezza senza stordire. Un canto che è memoria, una natura che è dogma, una lieve malinconia che colora lo stare al mondo. Una voce significativa dunque della prima metà del Novecento che si insinua nelle pieghe della storia e ci dà testimoninaza di un’esperienza artistica non comune, anzi unica se vogliamo. Oltre che poeta fu autore di saggi filosofici (si laureò in Filosofia a Torino) e letterari e anche di un romanzo dal titolo L’uomo di Torino (Feltrinelli, 1967) pubblicato postumo. Da riscoprire. In copertina: Velso Mucci visto da Mino Maccari.

Velso Mucci (Napoli, 29 maggio 1911 – Londra, 5 settembre 1964) è stato uno scrittore italiano. Visse in diverse parti d’Italia a seguito degli spostamenti del padre, militare e maestro di musica, fino a stabilirsi definitivamente nel 1924 a Torino, dove frequentò il Liceo classico Cavour, conoscendovi, tra gli altri, Giancarlo Pajetta. All’inizio degli anni ’30 entrò come critico musicale nella redazione de “Il Selvaggio”, dove conobbe, oltre al direttore Mino Maccari, personaggi come l’architetto Carlo Mollino e artisti come Carlo Carrà, Filippo De Pisis, Giorgio Morandi e Luigi Spazzapan, che ospitò poi nella libreria antiquaria aperta sulla Rive Gauche a Parigi, dove si era trasferito nel 1934. Il suo profilo letterario, legato nelle prime esperienze degli anni ’20 soprattutto alla personalità di Vincenzo Cardarelli, di cui più tardi curerà le edizioni delle Lettere non spedite (Roma, Astrolabio, 1946) e dei Prologhi viaggi favole (Milano, Mondadori, 1946), si arricchì a Parigi grazie alla frequentazione di intellettuali come Paul Éluard, Tristan Tzara, Nazim Hikmet, di cui tradusse più tardi le Poesie (Roma, Editori riuniti, 1960). Dopo la guerra si trasferì a Roma, dove fondò e diresse Il costume politico e letterario, bimestrale dove pubblicarono, tra gli altri, Leonardo Sinisgalli, Umberto Saba, Giorgio Bassani, Mario Tobino, Giuseppe Raimondi, Giuseppe Ungaretti. Nel 1947, dopo essersi iscritto al Partito comunista italiano, entrò in contatto con scrittori quali Niccolò Gallo, Mario Socrate, Giuseppe Dessì, e venne chiamato nel 1958 a far parte del comitato direttivo del Contemporaneo.

Source: inviato dall’editore. Ringraziamo Nicola Vacca e l’Ufficio stampa di L’ArgoLibro.

Io e Leo, Stefan Boonen e Melvin (Sinnos 2021) A cura di Viviana Filippini

30 agosto 2021 by

Leo è il protagonista di “Io e Leo” un libro per bambini di Stefan Boonen e Melvin. Chi è Leo? Leo è un bambino che una mattina si sveglia, come succede ogni giorno da quando è nato, ma nota qualcosa di strano. È come se lui non esistesse più, perché per esempio non trova il solito messaggio della mamma, poi quando esce nessuno lo vede e lo saluta o lo sente. Leo va a scuola, si aggira per il parco, ma tutti lo ignorano ed è come se lui non ci fosse. Leo è preoccupato e anche un po’ disperato, visto che questo momento di vita è molto difficile per lui e il fatto che nessuno si accorga che c’è, rende le giornate di Leo ancora più complicate e piene di solitudine. Ad un certo punto Leo sa che lui è Leo (o almeno crede) e che c’è, ma il fatto che nessuno lo consideri lo mette in crisi di identità. Per fortuna del piccolo protagonista, in suo aiuto arriva un certo Max Halters, uno stuntman in pensione che sa bene cosa vuol dire vivere una vita dove momenti di euforia si alternano alla tristezza. Max abita in un parco spostandosi con un carrello dove c’è tutta la sua esisitenza e sarà proprio lui ad aiutare Leo a scoprire perché più nessuno lo vede. Non solo, perché sarà sempre grazie a Max, a delle mirabolanti corse sul carrello e a favolose torte che il piccolo protagonista della storia di Boone, illustrata da Melvin, riuscirà a fare pace con se stesso e con qualche fantasma che da un po’ di tempo gli fa compagnia e lo rende un po’ (tanto) triste. “Io e Leo” è una storia di amicizia tra un bambino e una adulto e narra con un ritmo coinvolgente come questo legame possa aiutare ad andare oltre certi traumi e dolori che lasciano nel cuore e animo umano dei segni indelebili difficili da affrontare e da superare da soli. Ecco perché a volte per tornare a veder la luce e a esserci come accade a Leo, è necessario provare a lasciarsi aiutare. Traduzione di Laura Pignatti.

Stefan Boonen vive e lavora a Leuven, in Belgio. Ha iniziato a scrivere nel 2000, pubblicando fino ad oggi oltre 90 titoli tra albi illustrati, fumetti e prime letture. Insieme a Melvin ha inventato il maldestro e coraggioso Teo, del quale ha raccontato le avventure in Week end con la nonna, Mammut e Campo Bravo. Il suo sito: https://www.stefanboonen.be/

Melvin vive a Borgerhout e oltre a illustrare libri per ragazzi, ha fondato lo studio di animazione Bluts. Insieme a Stefan Boonen ha conquistato piccoli lettori di tutto il mondo con le avventure di Teo in Week end con la nonna, Mammut e Campo Bravo, pubblicati in Italia da Sinnos editrice. Il suo sito: https://mistermelvin.com/

Source: grazie all’ufficio stampa di Sinnos.

:: Il gigante egoista di Oscar Wilde e Tartarino di Tarascona di Alphonse Daudet (Gallucci 2021) a cura di Giulietta Iannone

30 agosto 2021 by

Oggi vi parlo di altri due volumi della bella collana Gallucci Prime letture Stelle Polari – Grandi storie per i primi lettori: Il gigante egoista di Oscar Wilde e Tartarino di Tarascona di Alphonse Daudet, entrambi per bamini dai 6 anni in su, il primo raccontato da Silvano Mezzavilla e illustrato con vivaci immagini a colori da Maria Luisa Petrarca, e il secondo raccontato da Roberto Calogiuri e illustrato da Raffaella Bolaffio.

Sempre grandi classici condensati e illustrati per l’infanzia seguendo un progetto di lettura facilitata per tutti, in stampatello maiuscolo, dyslexia friendly.

Mentre Tartarino sogna l’avventura in paesi esotici seduto sul suo divano, il Gigante si ravvede e da egoista diventa gentile facendo finire l’inverno e tornare la primavera. E il sorriso dei bambini.

Due storie deliziose, raccontate per stimolare la fantasia e il desiderio di avventura, anche nei più piccoli. Le immagini sono divertenti e buffe, capaci di coinvolgere e aiutare nella comprensione del testo.

Nelle pagine finali poi troverete sempre attività e giochi legati alla comprensione del testo.

Silvano Mezzavilla vive e lavora a Treviso come giornalista e sceneggiatore di fumetti. Ha ideato e diretto la manifestazione Treviso Comics e ha curato varie mostre di fumetti in Italia e all’estero. Con Gallucci ha pubblicato tre albi per bambini.

Maria Luisa Petrarca  è una giovane illustratrice nata a Caserta. Affascinata dagli animali, alleva rettili e insetti da ogni parte del mondo per studiarli e osservarli ore intere. D’altronde sin da piccola desiderava avere uno zoo! Ora sogna di diventare per magia un piccolo geco. 

Roberto Calogiuri è nato a Trieste nel 1959. Abita in una casa coloratissima, da dove si vede il mare, con la moglie, tre gatti e un riccio. Ha sempre scritto racconti per grandi, ma la nascita della figlia Tullia gli ha fatto venire il desiderio di inventare storie per i più piccoli. La passione per la musica lirica e sinfonica gliel’ha trasmessa il nonno, che era direttore d’orchestra e suonava il pianoforte sulle navi. Con i disegni di Nicoletta Costa, ha pubblicato I tre porcellini (Nuages) e Il gatto di Beethoven (Gallucci). Il suo sogno segreto è quello di fare il falegname.

Raffaella Bolaffio ha illustrato un centinaio di libri per bambini pubblicati in Italia. Vive con il suo cane in un paese vicino a Trieste, dove ama lavorare ascoltando musica.

Source: libri inviati dall’editore al recensore. Ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Gallucci editore.

Non capisco questo silenzio

28 agosto 2021 by

Mancano poche ore all’ultimatum dei Talebani che chiedono, entro il 31 agosto, che gli Occidentali lascino l’Afghanistan, dopo questa data cosa succederà resta una grande incognita. La grande paura è che l’Afghanistan si trasformi in una nuova Siria, o che la situazione sfugga ancora di più al controllo facendo sembrare i Talebani dei moderati. Noi sul nostro blog ci occupiamo di libri e scrittori per cui per non lasciare solo questo popolo continueremo a farlo con una rubrica dedicata alle scrittrici e agli scrittori Afghani e a tutti quei fenomeni sociali e comunitari legati alla cultura che potranno sopravvivere in quel paese. Spero che accoglierete favorevolmente questa iniziativa, valutando anche cosa fare di concreto per aiutare questa popolazione ricca di storia, bellezza e arte. “Non capisco questo silenzio” sarà il nome della rubrica ed è tratto dall’appello di Sahraa Karimi a non essere lasciati soli. E noi, nel limite del possibile, non lo faremo.

:: Centenario della nascita di Stanislaw Lem (1921 – 2006)

25 agosto 2021 by

Lo scrittore polacco Stanislaw Lem, l’autore di “Solaris” reso celebre dalla trasposizione cinematografica di Tarkovskij (ma esistono anche un precedente e piuttosto misconosciuto sceneggiato sovietico del 1968, e il film omonimo del regista statunitense Steven Soderbergh), nacque il 12 settembre 1921 e quest’anno cade il centenario, per celebrarlo dedicherò tutto il mese di settembre a questo autore che se vogliamo ha fatto la storia della fantascienza, con diverse iniziative sul blog: innanzitutto un articolo di Michele Tetro sul libro Solaris edito nel 1961, poi sempre parlando di Solaris ma delle trasposizioni cinematografiche uscirà un contributo sempre di Michele Tetro e di Paolo Cavazza. Inoltre Davide Mana scriverà un articolo su Ritorno dall’universo, traduzione dal polacco di Pier Francesco Poli, titolo originale: Powrót z Gwiazd a cura di Francesco M. Cataluccio che uscirà per Sellerio i primi giorni di settembre. Infine Emilio Patavini recensirà “Universi” di Stanislaw Lem (in uscita il 14 settembre per Mondadori). Questi sono per ora gli interventi programmati ma mi riserverò di scrivere un breve profilo sull’autore e di pubblicare qualche altro contributo che giungerà in redazione. Buona lettura!

:: Un’intervista con Enrico Franceschini a cura di Giulietta Iannone

24 agosto 2021 by

Benvenuto Enrico su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Questa intervista verterà principalmente sul suo libro “La fine dell’impero” che raccoglie i suoi reportage dall’allora Unione Sovietica tra l’agosto 1990 e il dicembre 1991 apparsi per Repubblica. Inizierei per prima cosa a chiederle di presentarsi, di raccontarci brevemente qualcosa di lei e di come è nato il suo amore per il giornalismo.

“E’ nato leggendo le cronache sportive del Resto del Carlino, il quotidiano della mia città, Bologna, da bambino: ero tifoso del Bologna e l’edicolante recapitava il giornale a casa ogni mattina, infilandolo sotto la porta, così prima ancora di andare a scuola correvo a prenderlo e lo leggevo facendo colazione. Da lì, e dall’amore per il calcio e poi per il basket, è sbocciato il desiderio di fare il giornalista, dapprima sportivo, quindi negli anni universitari non solo sportivo: ho iniziato a scrivere sui giornali locale a 17 anni, a 24 sono partito per l’America come freelance, cioè senza alcun contratto e con quattro soldi in tasca, e da allora in un certo senso non sono più tornato in Italia, se non per le vacanze, diventando corrispondente di Repubblica quattro anni più tardi e girando il mondo per lo stesso quotidiano, con sede a New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e Londra, dove continuo a vivere”.

Come è cambiato il giornalismo dagli anni ’60 ad oggi?

“E’ cambiato come la differenza tra la vecchia Fiat 500 e la Nuova 500 a motore elettrico e magari presto pure che si guiderà da sola, ovvero è cambiato tutto, ma la sostanza resta la stessa: raccogliere notizie e raccontare la realtà nel modo più imparziale possibile”.

La fine dell’impero – Viaggio al termine dell’Unione Sovietica è un documento eccezionale, lei ha potuto assistere in prima persona alle fasi finali di un regime che ha bene o male cambiato le sorti del mondo. Quale è il suo ricordo più vivo della Russia sovietica?

“Ce ne sono talmente tanti che è difficile sceglierne uno, ma provo: l’intervista con Mikhail Gorbaciov il 26 dicembre 1991, nel suo ultimo giorno al Cremlino dopo le dimissioni. Non capita spesso a un giornalista di essere testimone della storia, ancora meno di incontrare da vicino i personaggi che fanno la storia, ma quel giorno mi accadde”.

Come decise di partire per l’Unione Sovietica? Quale erano i suoi sentimenti di allora? Ripensando a quegli anni c’era più inconsapevolezza, o avvertiva che stava succedendo qualcosa oltre la cortina di ferro?

“Ero in America da dieci anni. Mi attirava la perestrojka di Gorbaciov. E mi attiravano i grandi romanzi russi di Tolstoj e Dostoevskij che avevo letto da ragazzo. Infine mi attirava il percorso analogo compiuto da grandi giornalisti italiani che avevano raccontato la Russia prima di me: Alberto Ronchey, Arrigo Levi, Enzo Bettiza, Paolo Garimberti, Demetrio Volcic. Arrivando a Mosca sapevo, come tutti, che stava succedendo qualcosa di grosso, ma nessuno immaginava che in poco più di un anno sarebbe scomparsa la superpotenza comunista”.

Lei ha incontrato i principali attori di quel frangente così particolare: Gorbaciov, Eltsin, Likachev, il capo del Kgb, ma anche la nuora di Trotzkij e tanta gente comune, operai, contadini, benzinai, poliziotti, soldati. Chi l’ha particolarmente colpita, in bene o in male?

“Più di tutto mi hanno colpito le donne: le babushke, le nonnine, piccole donne, esili, anziane, spesso malate, che avevano resistito a tutto, come la nuora di Trotzkij appunto, o come la soldatessa che aveva chiuso il cranio di Hitler in una scatola portandolo da Berlino a Mosca alla fine della Seconda guerra mondiale, o come l’amante di Pasternak che passò il manoscritto del dottor Zhivago a Giangiacomo Feltrinelli. Donne eccezionali, sopravvissute alla guerra, allo stalinismo, al declino della stagnazione brezneviana e al caos successivo. Fragili ma indistruttibili, per me l’anima della Russia sono loro, le eroine che hanno mandato avanti la nazione. Perché la Russia è femmina, come le matrioshke, le bamboline del folklore infilate una dentro l’altra”.

Chi era più sognatore secondo lei tra Gorbaciov e Eltsin?

“Gorbaciov, perché aveva il sogno di poter riformare il comunismo, di passare dal totalitarismo alla democrazia mantenendo il consenso per lo stesso sistema. Eltsin, più realista, aveva capito che era impossibile: la gente detestava il vecchio sistema sovietico e voleva cambiare. Anche se purtroppo il cambiamento si è poi arrestato e le speranze di allora sono state tradite”.

Gorbaciov alla fine si professava ancora sinceramente socialista, in che misura secondo lei il suo credo politico era sopravvissuto all’esperienza sovietica? Era convinto, e pensa lo sia tutt’ora, che socialismo e democrazia possano convievere? Certo sarebbe una domanda da porgere direttamente a lui, ma lei che impressione ha avuto su questa riflessione?

“Ho intervistato Gorbaciov molte volte e non mi pare che abbia cambiato idea. In parte ha ragione: il socialismo può essere democratico. Ma non probabilmente il socialismo ereditato dall’Urss, che era qualcosa di diverso, un sistema comunista oppressivo, una grande prigione”.

Prima della caduta dell’Unione Sovietica, la gente, la gente comune che legami aveva con la memoria di Stalin e Lenin?

“Gli anziani, in particolare chi ha combattuto la Seconda guerra mondiale, veneravano soprattutto Stalin, vedendo in lui il leader nazionalista che aveva salvato il Paese dall’invasore nazista, come la Russia del generale Kutuzov aveva respinto Napoleone. I giovani non venerano né Lenin né Stalin, sono molto simili ai loro coetanei occidentali, e in loro sta la speranza che la Russia di Putin abbia un avvenire migliore del suo presente”.

Dove si trovava durante il cosidetto golpe rosso? Come filtravano le notizie, e quanto influì sullo svolgimento di quella transizione solo apparentemente pacifica?

“Ero in ferie in Italia, ma una telefonata del mio redattore capo Paolo Garimberti alle 7 del mattino, messo in allarme da Lucia Annunziata, all’epoca nostra corrispondente da Gerusalemme, che aveva sentito la notizia alla radio militare israeliana, solitamente molto bene informata, mi tirò giù dal letto e mi fece prendere il primo aereo per Mosca, in tempo per seguire i tre giorni di quel golpe fallimentare, che tuttavia contribuì a provocare nel giro di sei mesi la fine dell’Urss”.

Oltre che giornalista è anche scrittore, ci parli della sua vita da romanziere. Quale è l’ultimo suo libro pubblicato?

“Oltre a numerosi saggi come questo sulla fine dell’Urss, ho pubblicato mezza dozzina di romanzi, quasi tutti gialli, come l’ultimo: ‘Ferragosto’, un thriller ambientato sulla Riviera romagnola, con un giornalista in pensione improvvisato detective che dà la caccia al tesoro nascosto a Riccione da un romagnolo tristemente famoso, Benito Mussolini”.

A quali progetti sta lavorando in questo momento?

“Il mio prossimo libro, in uscita a dicembre, parla di un famoso scrittore americano e della sua città, ma per ragioni di scaramanzia non voglio aggiungere altro”.

Tutankhamon, Philippe Nessmann (Gallucci 2021) A cura di Viviana Filippini

23 agosto 2021 by

Carter mise la candela davanti all’apertura e guardò dall’altra parte. Lord Carnarvon chiese: «Vede qualcosa?». L’archeologo dapprima restò in silenzio, poi con un groppo in gola e la voce tremante non trovò nulla di meglio da dire che: «Sì… una meraviglia».

Quante volte è capitato sentire del mistero attorno alla figura del faraone Tutankhamon, alla sua morte e sepoltura? Spesso se ne è parlato, ma ora per i piccoli lettori è in libreria il romanzo “Tutankhamon” di Philippe Nessmann che racconta in modo avventuroso il percorso che portò alla scoperta della tomba del faraone scomparso in modo misterioso. Da una parte, la storia si sviluppa nell’Egitto nel 1922, dove da cinque anni Howard Carter sta cercando la tomba di Tutankhamon. La vita dell’archeologo si intreccia con quella di Lord Carnarvon, committente che vorrebbe terminare quanto prima gli scavi e Carter farà il possibile per trovare la tomba del regnante morto a 18 anni, perché è convinto che essa sia presente, nascosta da qualche parte nella Valle dei Re, ma c’è. Accanto ai fatti del XX secolo, i piccoli lettori faranno un salto indietro nel tempo alla corte di Tutankhamon stesso dove conosceranno lui, il mondo dove nacque e visse, ma anche gli intrighi di corte che cercarono di cancellare per sempre la sua presenza e il suo ricordo nel corso dei secoli di storia. Poi, il 4 novembre del 1922, Carter fece un ritrovamento importante, eccezionale per la Storia. Il romanzo di Nessmann ricostruisce con un ritmo incalzante quella che fu la campagna di scavi messa a punto dall’archeologo Carter e finanziata da Lord Carnarvon per trovare la tomba di Tutankhamon, ma accanto a questo aspetto l’autore si occupa di altri interessanti temi come la possibile maledizione che colpì quelli che parteciparono agli scavi, ma anche il grande interesse- anzi una ossessione- dei media di allora (carta stampata) che fecero il possibile per avere l’esclusiva sulla scoperta che porterà poi ad un rinnovato interesse per l’antico Egitto. Non solo, perché in “Tutankhamon” di Philippe Nessmann c’è la sensazione che la scoperta compiuta dall’archeologo Carter, non si stata importante solo per lui, per la sua squadra e per il mondo di allora e di oggi. La scoperta fatta da Carter fu davvero fondamentale anche per Tutankhamon, per il quale ci fu di nuovo un posto nel corso della Storia antica e nel mondo. Traduzione di Roberta Schiavo.

Philippe Nessmann (Saint-Dié-des-Vosges, 1967) ha sempre coltivato tre passioni: la scienza, la storia e la scrittura. Dopo una laurea in ingegneria e un master in storia dell’arte, si è dedicato interamente alla divulgazione, in particolare come autore di libri per ragazzi. 

Source: inviato dall’editore. Grazie all’ufficio stampa di Gallicci (Marina Fanasca).