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:: Brisa di Paola Rambaldi (Edizioni del Gattaccio 2018)

22 novembre 2018

Brisa-COPERTINA-1-218x315Brisa non è sposata, sorride poco, ha un occhio di un colore e uno di un altro, una treccia lunga lunga, un accenno di baffi. Se passa la treccia su una foto vede il futuro di chi c’è nella foto. Come per quella delle nozze dell’amica Smamaréla: le raccomandò di tenere lontano suo marito dai fucili, ma lui non volle ascoltarla e morì in un incidente di caccia. Da allora Brisa non ha più voluto toccare le sue foto, come se avesse visto qualcos’altro che non vuole raccontare.
Neanche Grace Kelly sarà felice. L’ha visto in una foto.
Così dicono. Con Brisa non si sa mai. Con Brisa non si discute.
Siamo in un piccolo paese alle foci del Po, è il settembre del 1956. Per la festa patronale è arrivato il Luna Park, e ci sarà anche un concerto dei Cavedani di Gorino, gruppo del posto dove suonano anche Tunaia, fratello di Brisa, Primino e il Principe. Hanno un nuovo cantante, il surreale Eoppas, emulo e sosia di Elvis.
Di sera tardi sparisce Lucianino, figlio dodicenne di Smamaréla.
Sono in tanti al vecchio faro.
Primino  finisce in una buca da dove pare impossibile uscire.
Dimenticavamo: Brisa ama i fucili.

E finalmente esce Brisa di Paola Rambaldi! Ho seguito l’iter di questo libro quando era ancora in bozze e ci tengo molto. La Rambaldi è brava, molto brava, una vera scrittrice con un suo stile molto personale, e un amore per i luoghi e le persone della sua terra: l’Emilia-Romagna. Ha già scritto racconti, questo è il suo primo romanzo, che vi consiglio davvero di leggere. Spero nel passaparola perchè è un piccolo editore che la pubblica, quindi se avete modo di leggerlo parlatene con i vostri amici e conoscenti.

Ora con il permesso dell’autrice e della casa editrice vi lascio un estratto. Buona lettura.

Martedì, 2 ottobre 1956

Dove mi trovo?

Quando riprende i sensi, Primino sente male dappertutto. La testa gli scoppia, gli occhi incollati come ventose faticano ad aprirsi ed è oppresso dalla nausea. Quando le palpebre si scollano ha la vista sdoppiata.
Resta immobile girando appena gli occhi per capire dov’è: un posto umido e scuro illuminato a malapena da un ritaglio di cielo livido, con nuvole gonfie di pioggia che scivolano via veloci. Avverte una forte pressione alla cassa toracica e respira con cautela. Si augura che non ci sia niente di rotto. Senza cambiare posizione inclina la testa indietro e sui lati. Le orecchie fischiano e sembra che una punta di trapano gli lavori le tempie.

La luce di un fulmine gli toglie ogni dubbio. È sul fondo di una buca profonda due metri e mezzo e larga tre. Lavora per un’impresa di pompe funebri, di buche ne vede parecchie ed è abituato a misurarle a occhio; certo finora le ha sempre viste solo dall’alto e si è sempre chiesto cosa si provi a finirci dentro… l’ha sognato nei suoi peggiori incubi e adesso lo sa.

Per un attimo pensa che stiano per seppellirlo vivo, poi ragiona. È una fossa troppo grande per una sepoltura e non è certo stata scavata per lui. C’era già. Non che il pensiero sia di grande consolazione.
Qualcosa gli taglia la schiena. Punta indietro le braccia per sedersi. Sembra che il trapano alle tempie si sia fermato, ma le radici che spuntano dalle pareti melmose cominciano a spostarsi da destra a sinistra come in giostra.
Cazzo, mi gira la testa peggio che a una donna incinta!
Aspetta che la buca smetta di girargli attorno e allunga la mano per capire cosa l’ha punto. È un ricciolo di metallo arrugginito e a ben guardare nella buca ce ne sono parecchi. Devono essere gli scarti di un’officina. Un ritaglio di copertone sotto la schiena gli ha attutito la caduta. È tutto un dolore, ma almeno è vivo.
Di colpo ricorda com’è finito lì dentro e perché.

Prova a rimettersi in piedi, sembra non essersi rotto niente, la testa ancora gira ma ce la fa. Sarà una parola uscirne, la buca è profonda e in alto non vede appigli a cui aggrapparsi.
Affonda mani e piedi nella parete di terra rovinandosi le unghie, ma non riesce a salire nemmeno di mezzo metro. Insiste, potrebbe farcela. Prova e riprova. Niente da fare. La terra si sgretola e ogni volta lo fa tornare giù come un piombo, facendo franare anche quella sotto le scarpe.
Nello sforzo lacera una manica della giacca.
Cazzo!
Il suo completo buono.
E ora cosa metterà ai prossimi funerali? Ma gli è improvvisamente chiaro che, se non trova subito una soluzione, il prossimo funerale sarà il suo.
Con quello che ha visto in quel garage, il matto non gliela farà certo passare liscia: ha già ucciso e non si farà scrupoli ad ammazzare ancora. E se avesse ammazzato anche lei?
No…
È una cosa talmente orribile che non riesce nemmeno a pensarla.
Se almeno arrivasse ad aggrapparsi alle sterpaglie che spuntano dal bordo della fossa, forse… e solleva le braccia per prendere le misure. La sfortuna di essere nati bassi.
Se fosse capitato al Principe che è alto invece… invece no, Primino ha sempre saltato più in alto del suo amico. Il Principe qui avrebbe ancor meno possibilità di riuscita, non è mai stato atletico. Tutta la sua abilità sta nel ricordare a memoria i titoli dei film americani.
Non sa perché, ma adesso gli viene da avercela anche con lui.
Si libera della giacca. Il suo completo nero ormai non ha più niente da perdere; se solo riuscisse ad aggrapparsi più in alto… ma sono anni che non salta.
Alle medie il salto in alto era il suo pezzo forte.
Che stupido aver lasciato perdere così.
Adesso occorrerebbe una bella rincorsa e la vecchia tecnica messa a punto a scuola; non è poi passato così tanto tempo, Primino ha appena diciannove anni.
Da quanti anni non salta?
Ha la testa talmente confusa che non riesce nemmeno a farci i conti, ma in terza media saltava quasi due metri.

Più passano i minuti e più l’enormità di quel che è successo lo rende cattivo. Cattivo per davvero. Nei film americani adesso scatterebbe la colonna sonora della vendetta.
Digrigna i denti, aggrotta la fronte, e arretra grugnendo fino alla parete opposta, schiacciando altri trucioli sotto le scarpe. Da lì si intravedono due finestre spalancate da cui svolazzano delle tendine rosa.
Costruire una casa così bella con panoramica sulla buca dei rottami. Quella povera famiglia deve essersi goduta ben poco. Una vista di merda, per una vita di merda.
Sa che da quelle finestre non si affaccerà più nessuno, ma il suo aguzzino non può vincere.
Non deve.

Ed è il suo ultimo pensiero prima di tentare il salto.

Paola Rambaldi, Originaria di Argenta (FE), attualmente vive a Castello di Serravalle (BO). Ha iniziato a scrivere racconti casualmente partecipando a concorsi letterari e vincendone una sessantina in quattro anni.
Ha pubblicato: Tredici storie di Adriatico (Edizioni del Gattaccio, 2014), Bassa e nera (Pontegobbo), La fudréra (REM) e decine di racconti in riviste e antologie (Elliot, Pendragon, MobyDick, Sperling & Kupfer, Laurum, Zona, Felici, Stampa alternativa, Echos, Edizioni della Sera e molti altri).
Scrive di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine e di libri su “Libroguerriero”.
Brisa è il suo primo romanzo.

:: La dieta della plastica. Tutta la verità sulla plastica che mangiamo e che beviamo! di Pasquale Cioffi

31 Mag 2018

Plastica3

Tutto ha avuto inizio con l’Età della Pietra, che inizia con la comparsa dell’uomo sulla Terra (circa due milioni e mezzo di anni fa). Poi c’è stata l’Età del Rame (3000-2200 a.C.), quella del Bronzo (2200-1200 a.C.), quella del Ferro (1200-750 a.C.) e così via, fino a giungere all’Età odierna, che io definirei l’Età della Plastica. Essa segue l’Età Contemporanea, che va dal 1815 fino all’invenzione del sacchetto di plastica, il simbolo della nuova epoca, attribuita all’ingegnere svedese Sten Gustaf Thulin, che depositò il brevetto nel 1965 per la compagnia Celloplast. L’epoca in cui viviamo sarà ricordata dai posteri come il periodo storico in cui mangiamo plastica (contaminati vari migrati dagli imballaggi), cuciniamo in tegami di plastica (stampi in silicone, carta da forno, pentole con strato antiaderente), ingrassiamo a causa della plastica (sostanze obesogene della plastica), respiriamo plastica (composti della combustione della plastica come le diossine o componenti volatili della plastica), indossiamo plastica (tessuti sintetici), dormiamo su materassi di plastica, viviamo in comodi edifici fatti di plastica, navighiamo con navi di plastica, voliamo con aerei di plastica, ci muoviamo con macchine di plastica, comunichiamo attraverso la plastica (reti, cavi, computer), vediamo attraverso lenti di plastica, i nostri figli giocano con giocattoli di plastica, facciamo l’amore con la plastica (sexy toys) e parti anatomiche del nostro corpo vengono sostituite da protesi di plastica. Poi ci ammaliamo di malattie incurabili o gravemente invalidanti a causa della plastica, pensiamo al figlio che non abbiamo mai avuto a causa della infertilità causata dagli interferenti endocrini della plastica e infine accudiamo con tutto l’amore possibile il nostro unico figlio con gravi disturbi neurologici per colpa della plastica (interferenti endocrini). Insomma la plastica è un male necessario ma comodo, è come un abito sartoriale fatto su misura ma che piano piano si ristringe e ci stritola in una spirale senza vita. Non mi sorprenderei se presto ci faranno nascere in uteri di plastica! Stiamo assistendo alla plastificazione di tutto. La plastica sta progressivamente sostituendo tutti gli altri materiali in tutti i settori. Come un’entità divina essa ha creato un suo Impero, che uccide tutte le forme di vita, compresa quella umana e domina indiscussa su tutto e su tutti: ha creato dal nulla un suo Continente, il “Pacific Trash Vortex” definito il Sesto Continente1. Si tratta di un’enorme discarica di plastica galleggiante distinta in due isole che si concentrano nei pressi del Giappone ed ad Ovest delle Hawaii, equivalenti a centomila tonnellate di ammasso di plastiche con un’estensione di superficie paragonabile a quella del Canada e che gli elementi del mare stanno polverizzando in nano-particelle, che entrano nella catena alimentare perché se ne nutrono molluschi, delfini, uccelli marini, tartarughe, ed alla fine anche noi umani. Basta mangiare cozze, vongole e ostriche per essere certi di aver ingerito microparticelle e nanoparticelle di plastica, che trasportano il loro carico di veleno fatto di ftalati e bisfenoli. A causa delle loro piccolissime dimensioni esse vengono in parte assorbite dal tratto gastro-intestinale e non si sa ancora se e dove si accumulano e quali danni potrebbero provocare. Nel 2016 su richiesta della Germania, l’EFSA, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, ha ammesso che non c’è una normativa che regolamenti la presenza di questi nuovi contaminanti sia nelle bevande che nei cibi ed in attesa di nuovi studi, che possano approfondire gli aspetti tossicologici ed ambientali, si riserva di adottare misure che possano tutelare la salute pubblica. Intanto le microplastiche e le nanoplastiche non aspettano! Esse sono entrare nel ciclo dell’acqua, poiché la loro componente volatile evapora con l’acqua dei mari, dei fiumi e dei laghi e viene trasportata dalle nubi, che condensando, fanno precipitare al suolo sotto forma di pioggia o neve o altro queste minuscole particelle di plastica Le dimensioni così ridotte permette loro di penetrare negli strati più profondi del terreno e di raggiungere le falde acquifere, da cui viene captata l’acqua potabile degli acqudotti pubblici e quella imbottigliata. In uno studio internazionale, che ha coinvolto 259 campioni acqua minerale in bottigliata di 11 differenti brand, proveniente da 14 Paesi, localizzati nei cinque continenti, stati contati 325 particelle di plastica per litro d’acqua.

Oggi la normativa europea tutela il consumatore obbligando il produttore a portare sul mercato alimenti che abbiano contaminanti che rientrino in valori limite considerati tollerabili, ma non tiene conto dell’effetto additivo o sinergico (moltiplicativo) che lo stesso contaminante o contaminati diversi potrebbero avere sullo stesso individuo che, a sua volta, quotidianamente è esposto a molteplici fonti di inquinamento quali aria, acqua e alimenti. Per farvi comprendere meglio che cos’è l’effetto additivo di un contaminante, vi riporto l’esempio delle potenziali fonti di una classe oramai ubiquitaria come i perfluorocarburi (PFOS, PFOA). I perfluorocarburi sono:

–        rilasciati dalle pentole antiaderenti in pietra, magari perché durante la frittura di pesce abbiamo usato con troppa veemenza un mestolo di acciaio, che ha raschiato il fondo;

–        presenti nel pesce stesso, che è una delle principali fonti di esposizione per l’uomo per questo contaminante;

–        inalati nelle nostre case blindate a prova di ladro come polveri sottili, dove si accumulano intrappolate da porte e finestre performanti a prova di spifferi;

–       assorbiti per via trans-dermica, quando la nostra pelle entra in contatto diretto con le fodere del nostro divano, o del sedile dell’auto, oppure indossando scarpe o indumenti tecnici sportivi ad alta prestazione tutti trattati con perfluorocarburi impermeabilizzanti. In definitiva le varie frazioni di perfluocarburi singolarmente risultano al di sotto dei limiti di legge ma sommate potrebbero superarlo e quindi rappresentare un grave rischio per la salute pubblica. Questo aspetto lo ritengo un fattore chiave per comprendere come oggi la nostra salute sia messa in pericolo nonostante cerchiamo di condurre una vita sana, dedita allo sport e alle sane abitudini alimentari. Inoltre la normativa europea non tiene conto che noi siamo degli esseri viventi, non oggetti inanimati, per cui non può valere la regola del valore soglia per kg, litro o superficie di esposizione. Noi ci muoviamo, interagiamo con l’ambiente circostante ogni secondo, ne siamo parte integrante, siamo in un continuo ed inevitabile inter-scambio gassoso, materiale, spirituale con esso. E’ doveroso rimodulare le nostre abitudini alimentari ed il nostro stile di vita per ridurre e addirittura azzerare alcune importanti fonti di inquinamento e fattori di rischio. Un’immagine, che sa descrivere in maniera efficace la gravità di ogni fonte di esposizione/contaminazione è quella della “goccia che fa traboccare il vaso”. Sicuramente non possiamo evitare di respirare l’aria inquinata della nostra città, a meno che non ci trasferiamo tra i ghiacciai del Polo Nord, ma possiamo scegliere di non usare le pentole antiaderenti in perfluorato proprio per non rischiare di beccarci quella famosa goccia, che farà traboccare irrimediabilmente il nostro “vaso-salute”. Quindi ogni goccia è importante tanto quanto il vaso stesso, cioè da ogni fonte di esposizione può dipendere il nostro stato di salute. Un discorso a parte andrebbe fatto per quanto riguarda la presenza simultanea di più contaminanti, che separatamente potrebbero essere nei limiti di legge ma che insieme potrebbero generare un cosiddetto “sinergismo d’azione negativo” ossia moltiplicare la loro tossicità. Quest’area è ancora del tutto inesplorata sia dalla Scienza sia di conseguenza dal punto di vista normativo, a causa delle innumerevoli variabili in gioco e della complessità dei modelli di studio da adottare per simulare almeno le interazioni più frequenti e pericolose per la salute umana. Per un qualsiasi professionista della salute, le interazioni negative tra sostanze sono un fenomeno reale, scontato, certo. Nel mondo della farmaceutica le interazioni farmacologiche pericolose conosciute, farmaco-farmaco o farmaco-alimento, che potrebbero creare danni irreversibili o addirittura portare alla morte, sono migliaia. Per esempio: il succo di pompelmo contiene un potentissimo inibitore del più importante sistema enzimatico che a livello epatico metabolizza e quindi inattiva i farmaci. Ciò significa che se un paziente assume regolarmente un farmaco anticoagulante per anni e, ad un certo punto, comincia a bere succo di pompelmo, nell’arco di pochi giorni rischierà di andare incontro a pericolosissimi fenomeni emorragici, perché l’anticoagulante non venendo più inattivato dal fegato si accumulerà pericolosamente fino a raggiungere dosi letali. Tutto questo non deve intimorirci. Non dobbiamo vivere con l’ossessione o la paura di ammalarci ma, al contrario, dobbiamo essere consapevoli del bene prezioso che abbiamo avuto in dono da Madre Natura e quindi rispettare fino in fondo questo bene, cioè la vita che non ha prezzo, non si può vendere, né si può comprare ma solo salvaguardare. Quindi la nuova logica della rieducazione alimentare descritta in questo manoscritto vi renderà più forti nelle scelte della vita di tutti i giorni. Se vogliamo cambiare il mondo in meglio, tutti insieme dobbiamo essere consapevoli che noi siamo il mondo, noi siamo il mercato e noi con le nostre scelte quotidiane decidiamo il mercato e il mondo che viviamo! Sono certo che quando finirete di leggere questo libro vedrete il mondo con occhi diversi e prenderete coscienza che la prossima guerra da combattere sarà quella contro la plastica. Inoltre credo che per salvare noi e il nostro pianeta questa guerra dobbiamo affrontarla fin da subito ed in questo libro spiegherò come si può fare.

(Uscirà entro un mese in self pubblishing).

Pasquale Cioffi. Nato a gennaio nel 78 in valle caudina. Sin da piccolo ha mostrato subito interesse per la chimica e l’ambiente. Ha conseguito la laurea in Chimica e tecnologie farmaceutiche ed ha svolto un periodo di due anni come ricercatore chimico presso la multinazionale Sigma-Tau nella sintesi di nuove molecole ad attività anti-tumorali. Ha conseguito un dottorato in Oncologia Medica ed attualmente è impegnato nella preparazione delle terapie infusionali per i pazienti onco-ematologici presso l’Ospedale civile di Pescara. Da anni la sua vita è stata improntata alla ricerca della cause ambientali che sono alla base dei mali incurabili della nostra epoca, quali i tumori, le leucemie, e tentare di sensibilizzare l’opinione pubblica per adottare i rimedi giusti per salvarsi da questi killer silenziosi.

:: Estratti d’Autore: Saggio sulla colpa di Rosario Palazzolo

3 ottobre 2017
anziana donna

Anziana donna tra le rovine di Agrigento, 17-18 luglio 1943 – Photograph by Robert Capa. © International Center of Photography/Magnum – Collection of the Hungarian National Museum

Oggi, l’anniversario
22 febbraio 2007

Mia nonna era stile amandalìr, però più rotta, mezza corta, fatta di una specie che non si capiva se era femmina oppure no, per primo perché c’aveva la voce grossa, a uso canina, che pure mio nonno ci tremava, e poi perché si truccava tutta rossetto e occhi pitturati che io non ce li ho visti mai, gli occhi veri, a mia nonna, e difatti quando camminava per la strada, pure se tutti si abbassavano la testa per la paura, in fondo sghignazzavano sicuro, e lei manco una felicità, c’aveva, nel senso di dimostrarla, e mai una parola bella per nessuno, e soprattutto per me che ero quello venuto male nella famiglia, il fesso di testa, e difatti io, quando ero piccolo io, mi pareva di essere il più sbagliato, l’errore costruito persona, e una cosa che facevo la facevo sempre male, per mia nonna, per mia madre, e capitava, per me, perché loro c’avevano un problema che il mondo era sempre migliore di loro, pure se facevano il tutto per non sembrarlo, era una cosa sviluppata nel femmineo della mia famiglia, e perdipiù in diagonale: suocera e nuora, una specie di germe nel cervello che le faceva proprio sicure che io non sarei riuscito mai a fare un passo senza che la gente pensava che ero scemo, e questo perché me ne stavo sempre in silenzio e per i fatti miei e invece i cugini giocavano tutti assieme nel giardino davanti casa e ridevano e gridavano, e pure quando combinavo danni li combinavo me con me, ché sono sempre stato solitario, io, nell’inguaiarmi, e per esempio mia nonna c’aveva questo cavalluccio a dondola colorato che noi nipoti non ci dovevamo salire perché era stato di mio padre e la nonna ci era affezionata e se lo teneva nella camera da pranzo, che era una camera piena di segreti, per noi piccoli, una camera come se c’era scritto vietato entrare sulla porta della camera, e io invece ci entravo, di nascosto, la domenica, e c’aveva una faccia proprio antipatica, ’sto cavallo, come mia nonna, e in quella casa, la verità, ogni cosa somigliava a lei: le persone dei quadri mia nonna, i cani di porcellana mia nonna e persino i tappeti c’avevano certi ghiricosi con la sembianza sua, e così, durante in pranzo, io, m’infilavo la cotoletta a pezzetti in bocca e la masticavo per bene e me la lasciavo lì, di lato, dentro le guance, e appena finivo mi alzavo finta che andavo in bagno e invece m’infilavo nella stanza segreta e c’avevo fatto un buchino dove c’era la bocca, al cavallo, e piano piano ci ficcavo la carne, ogni domenica una cotoletta, e
Questo cavallo puzza di morte…
disse un giorno mia nonna, a mio padre, e mio padre si girò il cavallo e lo alzò e vide il buco e insomma si scoprì che il cavallo finto era tutto un ripieno di carne vera, e subito vennero a pigliare a me, ché del resto
È una schifezza da scemi,
gridava, mia nonna, e in quella casa l’unico scemo ero io, e di solito però mi stavo fatti miei, in un angolo dell’ingresso perché c’avevo questa mania di costruirmi personaggi di tovaglioli, personaggi inventati che vivevano in case di tovaglioli, dentro stanze di tovaglioli, e li facevo parlare e lavorare e campare…
Fallo controllare, a questo, marì, è strambo,
e marì era mia madre e mia madre
Non fare lo strambo,
mi diceva, ogni domenica che andavamo a pranzo da mia nonna, con la faccia di mummia morta, e io non ce lo sapevo che significava non fare lo strambo, e se non facevo lo strambo sembravo ancora più strambo e difatti
È sempre più strambo…
diceva, mia nonna,
…quand’è che lo fai controllare?
e addirittura mi ero fatto peggiorato, dicevano,
Ora gli è presa pure la mania della lettura…
perché i fumetti di marcello me li leggevo e rileggevo pure a casa della nonna, e così un giorno mia madre mi portò dal dottore della testa e quello mi attaccò tanti serpentelli nella testa e disse
Oh oh, esce strambo, l’esame…
e mia madre sbottò a piangere e
Hai visto, hai visto? aveva ragione mia suocera…
diceva, piano, come la preghiera, e il dottore che ancora controllava l’esame disse
Per caso è stato acchiappato col…
e non mi ricordo che disse il dottore, maledizione, la parola, dico, non me la ricordo, il corpice o corfice, e insomma disse che siccome ero stato acchiappato con questo affare e allora l’esame usciva così corpiciato,
Non si preoccupi, signora, esce strano, l’esame, quando uno viene acchiappato col…
e non era corpice, la parola, buttanissima, e neanche corfice, e mia madre disse a tutti che l’esame era uscito normale e non raccontò a nessuno il fatto dell’acchiappo, epperò, quando stavo nell’angolo, lei, sempre mi guardava con la certezza egizia che ero scemo, e che pianti, mi facevo, la notte, me con me, perché non sapevo che fare, io, per non essere scemo, e sicuramente ero scemo, pensavo, pure se non mi sentivo scemo e capivo le cose, e del resto
Come si sente uno scemo?
mi chiedevo, e magari si sentiva proprio come me, lo scemo, si sentiva che non si sentiva scemo, e un giorno ci furono grida per tutta la casa che mio nonno l’avevano ammazzato e certo mio nonno non era proprio il campione della simpatia, e anzi mi pareva che tutti l’odiavano per il suo modo di comandare l’umanità, e perciò mi stupì questo via vai di parenti che si abbracciavano piangendo e che sbattevano le mani sul muro e io me ne stavo seduto nel mio angolo e non sapevo che fare, se alzarmi e gridare pure io, se abbracciare, e mi sentivo il cervello pazzo e cominciai a fare gridare i personaggi di tovaglioli, a sbattere le loro mani di tovaglioli sopra i muri della stanza di tovaglioli, e mia nonna passò lì vicino e urlò ancora più forte, e proprio le prese una frenesia per colpa mia e cominciò a pestarmi tutte i tovaglioli, gridava e pestava e diceva
Levatemi da qua ’sto cretino, il cretino che è, cretino cretino cretino, il cretino che è!
e mia madre venne a levare il cretino e schiaffeggiò il cretino e mi portò nel gabinetto e nel passaggio a tutti diceva
Scusate, è cretino… scusate, è cretino…
e io facevo scusa con la testa, da vero incretinito, che guarda un po’ avevo fatto impazzire la nonna, e
Povera nonna…
dicevano, tutti,
…già quella sta così,
e nel gabinetto mia madre mi scassò la testa a forza di cazzotti e me la sbatteva sul lavandino addirittura, anche se si capiva che non mi voleva ammazzare ma solo sbattere, come succede con le cose che si sono rotte e se uno le sbatte può essere che ripigliano a funzionare, e niente, io mi sentivo sempre uguale, sempre senza sapere che fare, che dire, sempre scemo… e questa era la mia vita di allora, quella della prima carta, con ogni cosa che c’era sempre qualcuno che la faceva migliore di me, più precisa, e perciò sono cresciuto col pensiero del riscatto, come se dovessi sempre dimostrare di non essere il cretino che sono, epperò purtroppo la voce si era sparsa nel rione e tutti per l’appunto mi chiamavano il cretino che è, e se giocavamo a pallone, mettiamo,
Passa la palla cretino che è!
mi gridavano, ma senza tono peggiorativo, con simpatia, e così a un certo punto diventai la bestia, io, diventai che se c’era da scannarsi volevo essere il migliore scannatore del quartiere, e m’impegnavo, e mi allenavo, e in realtà mica mi piaceva tanto di lanciare cazzotti, e soprattutto mi scocciava il rotolarsi per terra, o il sporcarsi tutto, ma almeno come canaglia volevo essere il migliore, e così col tempo e con la pratica mi ero imparato una tecnica invincibile del salto con schiaffoni a seguire, lo sguizzo col lampo, lo chiamavano tutti nel quartiere, e mi guardavano come se ero un bruslì stampato che nessuno mi avrebbe battuto mai, e difatti, quando c’era una sfida con qualcuno fuori rione, mi presentavo io, e non ero certo un mazingazèta di grossezza e invece gli avversari erano stile superpanza alla badspènzer, e peggio ancora col tempo che si spargeva la voce sempre di più grossissimi ne arrivavano, epperò, ogni volta, prima del comincio della lotta, qualcuno sospirava
Guarda guarda come lo ammazza, ora gli fa lo sguizzo col lampo,
e i badspènzer già cominciavano con la formica dentro all’orecchio della sconfitta, perché la mia mossa segreta era famosa ovunque, e ci facevano addirittura le leggende raccontate, e perciò quelli c’avevano la gamba giacomina dalla paura, e io me li guardavo per un poco giriàndo come la trottola e col mezzo sorriso cattivo e qualche finta di bacino ché mica ce lo facevo subito, lo sguizzo, no no, aspettavo l’istante giusto, giocavo con la loro paura, smussiàvo, e nel momento in cui non ci pensavano più, i bad, ecco che io sguizzavo e lampiavo, con le mani, forte, sulle tempie e quelli cadevano del tipo morte, e pure se magari non c’avevo fatto tanto male loro cascavano uguale, per l’impressione, o forse perché in fondo le leggende piacciono a tutti, e insomma era proprio un teatrino di testa, sicuro, e questo per dire che sono sempre stato bravo, io, col capire le persone, e infatti mi sarebbe piaciuta la scuola di studio, e ci sarei proprio impazzito a impararmi l’umanità, perché sono sempre stato capace con l’infilarmi nella testa delle persone, e sarei diventato uno scienziato sicuro, e avrei scoperto tutti i rompicazzi che s’immagina il cervello per rimanersi sempre attivo, capente, nonostante tutt’intorno si fa la gara della follia, e avrei fatto proprio l’apriscatole del pensiero, credo, nella mia vita, come mestiere, e c’avrei mollato gli schiaffoni con la tecnica della parola, a tutti, e li avrei fregati, gli avrei dimostrato che sono loro, il cretino che sono.

Quando morì, amandalìr, ci sputai dentro la bara, e del resto oramai c’avevo chiaro che era tutta una fesseria il fatto del sacrocielo: nessuno era arrivato, nessuno mi aveva grattato, e ci sputai davanti a tutti, come un teatro,
È scemo…
disse mia madre,
Scusate, è scemo!
avevo quattordici anni, e mentre lei mi portava al gabinetto, io, che già mi ero imparato a leggere la gente, facevo la faccia più scema che c’è.

Rosario Palazzolo è drammaturgo, scrittore, regista e attore, per il teatro ha scritto, fra gli altri: ‘A Cirimonia (2009), Manichìni (2011), Letizia forever (2013), Lo zompo e Mari/age (2016), primi due capitoli della quadrilogia Santa Samantha Vs – Sciagura in quattro mosse. Vincitore del Fringe al 18° Festival Internazionale del Teatro di Lugano, nel 2016 è stato insignito del Premio Nazionale della Critica per la sua attività di drammaturgo. Recentemente gli è stata dedicata una tesi di laurea (Possibilità Vs. Impossibilità: la drammaturgia di Rosario Palazzolo). Per il 2018 sono previsti approfondimenti monografici sul suo teatro presso alcune università italiane. Per la narrativa ha scritto la novella L’ammazzatore (2007), e i romanzi Concetto al buio (2010) e Cattiverìa (2013). A fine 2016 è uscita per Editoria & Spettacolo una raccolta di suoi testi teatrali: Iddi – Trittico dell’ironia e della disperazione.