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:: Un’ intervista con Paola Rambaldi autrice di Brisa a cura di Giulietta Iannone

15 aprile 2019

BrisaBentornata Paola su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. È appena uscito Brisa, il tuo nuovo romanzo, ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Grazie a Liberi di scrivere. L’idea di Brisa è nata da alcuni aneddoti raccontati da due anziani musicisti durante una serata danzante, dove le mie amiche si divertivano un sacco e io, che non ballo, mi annoiavo a morte. Nel libro ho lasciato i loro nomi: Primino e Tunaia. Nel 1956 vivevano a Gorino e, in mancanza di auto, si spostavano da una balera all’altra a bordo di un carro funebre. Immagino come si toccassero i clienti ogni volta che li vedevano scaricare gli strumenti. Videro gli esordi di Milva, allora tredicenne. Prima di esibirsi facevano le prove in un magazzino di impresariato funebre, dove, ogni volta, casse da morto e ossari venivano coperti con dei teloni per non impressionare l’ignara cantante. Questi e altri aneddoti mi hanno talmente divertita che ci ho voluto scrivere una storia. Da lì è nata Brisa.

Brisa, la protagonista, è una donna molto particolare, una stria, vede il futuro e i morti, percepisce cose che gli altri non avvertono, e i suoi compaesani la consultano, ma di nascosto. Forse ne hanno anche paura, come si ha paura del diverso, dell’ignoto. Come hai costruito il suo personaggio?

Cercavo una protagonista non accattivante, che non fosse la solita bellona dei romanzi tradizionali. All’inizio della storia, Brisa, si presenta con baffi, sopracciglia incolte e vestita con vecchie palandrane il che, unito al fatto che passando la lunga treccia sulle foto riesce a vedere le disgrazie, non fa certo di lei la simpaticona che tutti vorrebbero avere per amica. Tolti i baffi e indossati degli abiti decenti Brisa migliora un ciccinino. Ma brutta è e brutta resta.

Il romanzo è ambientato in un piccolo paese alle foci del Po, Gorino, nella bassa ferrarese, tra il settembre e il dicembre del 1956. Un’ambientazione insolita per un noir che di solito predilige gli ambienti metropolitani. Come hai scelto questo scenario? Cosa l’ha reso particolarmente adatto a scrivere una storia come la tua?

Ho scelto Gorino per restare fedele ai luoghi di Primino e Tunaia. Sono andata in ricognizione a Gorino due volte in cerca d’ispirazione per il resto della storia, ma non ho trovato niente. Infatti nel romanzo ricorre spesso la frase: In un posto dove non succede mai niente… Poi con l’arrivo del luna park per la festa del patrono nel romanzo succederà di tutto. I colleghi d’ufficio che mi hanno accompagnata nelle ricognizioni si sono cuccati anche la visita alle Pompe funebri Ottani, che ancora ringrazio.

Molte delle storie che racconti nascono da racconti veri che hai sentito, che hai raccolto nella tua vita. Come separi fantasia da realtà, come li amalgami?

In effetti mi sono ispirata a due storie vere. Una strage familiare citata nelle prime pagine raccontata da mia figlia quando era vigile del fuoco, e il grosso guaio in cui incorrerà Brisa, verso la fine del romanzo che mi è stato raccontato quando facevo volontariato al pronto soccorso. Casi in cui la realtà supera di gran lunga la finzione. La giornalista-scrittrice Piera Carlomagno sostiene che tutti i casi citati nei romanzi prendano sempre spunto dalla cronaca e anche se molti scrittori negano, credo abbia ragione.

Il romanzo inizia allegro, solare: sta arrivando il luna park in città, per la festa patronale, un complesso suonerà i successi di quell’anno, si ballerà, si farà festa, poi scompare un ragazzino, Lucianino, figlio di Smamaréla, la donna del fratello di Brisa, da quel momento inizierà un viaggio nell’orrore, nelle peggiori depravazioni umane, di colpo i personaggi mostrano un altro volto, si rivelano per qualcosa che difficilmente sospettavamo. Come hai caratterizzato questa dualità, questo cambio di prospettive?

Per me le parti più difficili da scrivere sono sempre gli inizi, quando ancora non è successo niente, perché sono attratta solo dall’azione. Quando qualcuno racconta a voce vorrei che iniziasse dalla fine. Dal fattaccio. Non ho pazienza. Voglio arrivare subito al dunque. Negli anni ’70 quando non c’erano orari per andare al cinema, entravo sempre verso la fine delle proiezioni. Vedevo il finale del film e poi lo rivedevo daccapo. Non amo le sorprese e vorrei sempre sapere dove mi porteranno le storie. Tutte, tranne la mia. Non ci tengo a sapere come e quando morirò.

In Brisa abbiamo una fotografia della provincia italiana del dopoguerra, dove tutti si chiamano per soprannome, dove il benessere non è ancora diffuso, la vita è dura, si fatica, ben pochi sono i divertimenti. Che importanza ha tutto ciò nel tuo romanzo?

Ho scelto di ambientare il romanzo negli anni ’50 perché in quegli anni la gente riusciva ancora a stupirsi di qualcosa. Negli anni le efferatezze che seguiamo nei libri e nei film sono diventate tali che non ci stupiamo più di niente. I serial killer sono tenuti a brutalizzare le loro vittime in modo sempre più efferato pur di colpire lettori e spettatori. L’ultima volta che mi sono stupita credo sia stato per un serial killer chi si scopava le orbite dei cadaveri. Da Seven e da Il silenzio degli innocenti in poi è stato un crescendo dove ogni autore si è sentito in dovere di moltiplicare le efferatezze del suo uccisore seriale, ottenendo, per me, l’effetto di azzerare le emozioni. Non amo gli Horror con brutalità in crescendo e non amo i porno per l’eccessiva introduzione senza introduzione. Il troppo anziché stupirmi mi annoia.

Anche tu usi molto il dialetto per caratterizzare i personaggi, per accentuare l’aspetto corale del romanzo. Come ti sei documentata? È un dialetto che parli, che usi nella tua quotidianità?

Ho usato il dialetto di casa mia, anche se i miei genitori lo parlavano solo tra loro e si rivolgevano ai figli in italiano.

Le forze dell’ordine in questo romanzo non brillano per acume e perspicacia, preferiscono andare a prendersi un caffeuccio al Trombini, il bar della zona. E Brisa quasi per caso si reca dove si dipanerà la storia. Non hai voluto puntare sull’indagine, hai preferito dar voce al caso, alle possibilità, all’intuito?

La gran parte dei giallo-noir in circolazione hanno sempre un investigatore alcolizzato, depresso, che parla con la moglie morta e che si innamora della collega strafiga di turno. Nella mia storia ho voluto fare a meno dei tutori della legge. Scerbo e Bellugi arriveranno a immaginare cos’è successo solo per supposizioni. Il lettore saprà, ma l’indagine vera e propria comincerà solo dopo la parola Fine.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che ti hanno ispirato nella scrittura di questo libro? Quali letture?

Il mio autore preferito resta sempre Simenon, di suo leggo tutto tranne il Commissario Maigret (conservo ancora un bel ricordo degli sceneggiati televisivi con Gino Cervi in bianco e nero). Amo anche Lansdale, Ammaniti, De Giovanni, Ruju e molti altri. Di ognuno prediligo solo alcuni libri. Ma ci sta.

Come ti sei documentata sul periodo storico? Sulle canzoni, le marche dei detersivi, delle medicine, delle sigarette? Ti hanno aiutato nelle ricerche?

Raccogliendo per mercatini giornali dell’epoca e facendo tesoro dei racconti di chi c’era.

Ti piacciono i film italiani degli anni ‘50? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

Il cinema resta la mia passione e in Brisa viene spesso citato Il grido di Antonioni con Alida Valli che venne girato quell’anno nei luoghi del romanzo utilizzando molte comparse del posto. Non a caso uno dei protagonisti è ossessionato da questo film.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Hai notato interesse dalla critica verso il tuo romanzo?

Finora ho ricevuto belle recensioni e ne sono molto contenta.

Per concludere, ringraziandoti della disponibilità e di questa simpatica chiacchierata, la fatidica domanda: a cosa stai lavorando adesso?

Sto lavorando al seguito di Brisa. Siamo nel 1963. Sono passati sette anni. Brisa ne ha trenta e si è trasferita presso dei parenti odiosi. Un uomo cerca di uccidere delle donne incinte. È l’anno del disastro del Vajont, viene assassinato John Kennedy e muore il Papa buono… Grazie ancora a Liberi di scrivere per la bella intervista.

:: Brisa di Paola Rambaldi (Edizioni del Gattaccio 2018) a cura di Giulietta Iannone

27 marzo 2019
Brisa

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In un panorama piuttosto asfittico, conformista, quasi banale, dove leggi una storia e ti sembra di averle lette tutte, si differenzia per originalità l’opera di Paola Rambaldi, con “Brisa” al suo primo romanzo. Ma riflettevo che proprio i piccoli editori possono ancora permettersi il lusso di tradire le leggi ferree del mainstream e osare qualcosa di diverso e insolito. Che poi non è detto che non sia anche benedetto dal successo commerciale, e noi glielo auguriamo.
Tornando all’autrice è dunque un’esordiente, anche se definirla così non è proprio un termine appropriato, innanzitutto si è dedicata per anni alla critica cinematografica e letteraria, grazie alla quale ha affinato come dire i ferri del mestiere, poi ha vinto dei premi con i suoi racconti ed è già uscito di suo un bellissimo libro sempre di racconti, nel 2015 mi pare, Tredici storie d’Adriatico che ho anche avuto modo di recensire, se non li avete letti recuperateli, meritano, già allora ne parlai in tono abbastanza entusiasta con alcuni addetti ai lavori, anche se la critica ufficiale non mi pare le abbia dato grande spazio almeno fino adesso, e questo è un vero peccato.
Ma comunque la Rambaldi è una tosta, e si vede che ama proprio scrivere, e raccogliere storie, aneddoti dalla gente e questa sua passione si trasmette anche al lettore.
Allora Brisa, la protagonista di questo romanzo, è una stria come la chiamano in paese, una donna con un occhio di un colore e uno di un altro, con poteri paranormali: vede il futuro (e anche i morti). E questo dono- maledizione in un certo senso la isola; sì ne fa una persona speciale, ma nello stesso tempo un’emarginata, una donna che sembra avere tutto contro, a cui il destino sembra non volere donare un amore, una famiglia, dei figli, come era la norma per le donne della bassa ferrarese degli anni ’50.
La storia infatti è ambientata in un piccolo paese alle foci del Po, Gorino, tra il settembre e l’ottobre del 1956.
In realtà è una storia nerissima, tutte le peggiori efferatezze e perversioni arriveranno all’improvviso, ma l’inizio è allegro: sta arrivando il luna park in città, per la festa patronale, un complesso suonerà i successi di quell’anno, si ballerà, si farà festa, insomma la dura vita dei contadini e dei pescatori della zona avrà come dire una pausa, e invece niente, il destino implacabile tesse le sue trame e quando scompare un ragazzino, Lucianino, figlio di Smamaréla, la donna del fratello di Brisa, da quel momento in poi preparatevi al peggio.
Comunque già un articolo di giornale posto all’inizio tratto dal Resto del Carlino, vi dà una idea di cosa potete aspettarvi, poi come è collegato ai fatti che leggerete lo scoprirete alla fine.
Più di questo della trama non vi dico, ma mi preme evidenziare in cosa questo noir è così originale. Sappiamo tutti che di solito i noir hanno ambientazioni metropolitane, (tanto cinema noir ci ha educato in questo senso) invece in Brisa abbiamo la provincia italiana del dopoguerra, (al centro di molta letteratura narrativa o di tanto cinema neorealista ma non di noir); poi i personaggi son gente semplice, si chiamano per soprannome, sembrano innocui, dei bonaccioni, non ti immagineresti mai che possano nascondere tali oscuri segreti, se non proprio bestialità inaudite. E questo gioca molto a favore della suspense e dello straniamento che proverà il lettore una volta scoperti moventi, colpevoli e retroscena.
La bravura della Rambaldi e di ricreare quel mondo con spontaneità, anche con l’uso sapiente di termini dialettali locali senza risultare astrusa o incomprensibile, e quindi ha fatto proprio un approfondito lavoro sul testo, poi anche evocando nomi di detersivi, di medicine, di canzoni, di riviste.
Le forze dell’ordine in questo romanzo non brillano per acume e perspicacia, anzi son proprio dei posapiano che invece di indagare sui vari casi preferiscono andare a prendersi un caffeuccio al Trombini, il bar della zona.
Brisa è il cuore dell’azione, e lei che cerca (perquisendo la stanza di Lucianino, cosa che le forze dell’ordine non fanno convinti che sia solo una bravata e torni presto con le sue gambe) e lei che risolve in un certo senso il “caso”. Rischiando molto in prima persona ma vincendo l’amore di Primino, quindi riappropriandosi di tutto quello che la vita sembrava averle tolto. È un personaggio femminile molto forte, vincente, la scarsa avvenenza è compensata da un carattere ruvido ma dolce e sensibile, molto altruista, io non so voi ma io me la immaginavo come Rossy de Palma, la musa di Almodóvar, con i suoi occhi bellissimi. E se mai ci sarà una trasposizione cinematografica trovare un’attrice adatta sarà veramente complicato.
Allora che altro, è un libro che vi consiglio, poi mi saprete dire. Disegno di copertina Pompeo de Vito.

Paola Rambaldi, Originaria di Argenta (FE), attualmente vive a Castello di Serravalle (BO). Ha iniziato a scrivere racconti casualmente partecipando a concorsi letterari e vincendone una sessantina in quattro anni.
Ha pubblicato: Tredici storie di Adriatico (Edizioni del Gattaccio, 2014), Bassa e nera (Pontegobbo), La fudréra (REM) e decine di racconti in riviste e antologie (Elliot, Pendragon, MobyDick, Sperling & Kupfer, Laurum, Zona, Felici, Stampa alternativa, Echos, Edizioni della Sera e molti altri).
Scrive di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine e di libri su “Libroguerriero”.
Brisa è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall”editore al recensore. Ringraziamo l’ Ufficio Stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Scrittori ai fornelli: Paola Rambaldi & la Torta della Brisa

7 febbraio 2019

BrisaOggi per la nostra gustosa rubrica Scrittori ai fornelli ospitiamo Paola Rambaldi, già autrice di racconti, ora al suo primo romanzo Brisa, Edizioni del Gattaccio.

Le abbiamo chiesto una ricetta ed eccola: un dolce al cioccolato battezzato per l’occasione la Torta della Brisa, in omaggio alla sua effervescente protagonista.

Ci ha confidato che questa ricetta in realtà è una delle tante imitazioni della famosa Torta Barozzi di Vignola di cui non esiste una ricetta ufficiale. In qualsiasi ristorante si vada a Vignola la si trova sempre diversissima. Andrebbe servita con un noce di mascarpone nel piattino. Poi ognuno a casa sua aggiunge la sua variante.

Ecco gli ingredienti:

250 gr. cioccolato fondente
80 gr. di burro
4 uova
100 gr. di mandorle tritate
2 fondi di caffé
150 gr. zucchero
1 bicchiere di rum
1 pizzico di sale

Ed ecco la torta preparata per l’occasione:

Torta della Brisa

Le abbiamo chiesto un aneddoto della sua vita di cuoca (e dato che si avvicina San Valentino) ci ha raccontato:

Mi è tornato in mente di una volta, dopo separata, col fidanzato del momento. A cena a casa mia. Torta e datteri ripieni di mascarpone. Di datteri al mascarpone, con la mandorla dentro, al massimo ne reggi due, sono stucchevoli. Il mio moroso non so quanti ne mangiò, poi a un certo punto mi fissò languido negli occhi e anch’io lo guardai convinta che stesse per dire qualcosa di carino. Invece esclamò: “Ti sto guardando in faccia e mi viene da vomitare…”. E io “Ma grazie!” Scoppiammo a ridere entrambi. Certo non fu il massimo dei complimenti. Ecco quella sera lì la ricordo ancora benissimo. Io e i datteri al mascarpone avevamo davvero fatto colpo.

Ecco le tappe per incontrare l’autrice e la sua Brisa:

8 marzo alle 18,30 a Parma presso la Libreria Piccoli Labirinti in Via Gramsci, 5.

Paola Rambaldi, Originaria di Argenta (FE), attualmente vive a Castello di Serravalle (BO). Ha iniziato a scrivere racconti casualmente partecipando a concorsi letterari e vincendone una sessantina in quattro anni.
Ha pubblicato: Tredici storie di Adriatico (Edizioni del Gattaccio, 2014), Bassa e nera (Pontegobbo), La fudréra (REM) e decine di racconti in riviste e antologie (Elliot, Pendragon, MobyDick, Sperling & Kupfer, Laurum, Zona, Felici, Stampa alternativa, Echos, Edizioni della Sera e molti altri).
Scrive di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine e di libri su “Libroguerriero”.
Brisa è il suo primo romanzo.

:: Brisa di Paola Rambaldi (Edizioni del Gattaccio 2018)

22 novembre 2018

Brisa-COPERTINA-1-218x315Brisa non è sposata, sorride poco, ha un occhio di un colore e uno di un altro, una treccia lunga lunga, un accenno di baffi. Se passa la treccia su una foto vede il futuro di chi c’è nella foto. Come per quella delle nozze dell’amica Smamaréla: le raccomandò di tenere lontano suo marito dai fucili, ma lui non volle ascoltarla e morì in un incidente di caccia. Da allora Brisa non ha più voluto toccare le sue foto, come se avesse visto qualcos’altro che non vuole raccontare.
Neanche Grace Kelly sarà felice. L’ha visto in una foto.
Così dicono. Con Brisa non si sa mai. Con Brisa non si discute.
Siamo in un piccolo paese alle foci del Po, è il settembre del 1956. Per la festa patronale è arrivato il Luna Park, e ci sarà anche un concerto dei Cavedani di Gorino, gruppo del posto dove suonano anche Tunaia, fratello di Brisa, Primino e il Principe. Hanno un nuovo cantante, il surreale Eoppas, emulo e sosia di Elvis.
Di sera tardi sparisce Lucianino, figlio dodicenne di Smamaréla.
Sono in tanti al vecchio faro.
Primino  finisce in una buca da dove pare impossibile uscire.
Dimenticavamo: Brisa ama i fucili.

E finalmente esce Brisa di Paola Rambaldi! Ho seguito l’iter di questo libro quando era ancora in bozze e ci tengo molto. La Rambaldi è brava, molto brava, una vera scrittrice con un suo stile molto personale, e un amore per i luoghi e le persone della sua terra: l’Emilia-Romagna. Ha già scritto racconti, questo è il suo primo romanzo, che vi consiglio davvero di leggere. Spero nel passaparola perchè è un piccolo editore che la pubblica, quindi se avete modo di leggerlo parlatene con i vostri amici e conoscenti.

Ora con il permesso dell’autrice e della casa editrice vi lascio un estratto. Buona lettura.

Martedì, 2 ottobre 1956

Dove mi trovo?

Quando riprende i sensi, Primino sente male dappertutto. La testa gli scoppia, gli occhi incollati come ventose faticano ad aprirsi ed è oppresso dalla nausea. Quando le palpebre si scollano ha la vista sdoppiata.
Resta immobile girando appena gli occhi per capire dov’è: un posto umido e scuro illuminato a malapena da un ritaglio di cielo livido, con nuvole gonfie di pioggia che scivolano via veloci. Avverte una forte pressione alla cassa toracica e respira con cautela. Si augura che non ci sia niente di rotto. Senza cambiare posizione inclina la testa indietro e sui lati. Le orecchie fischiano e sembra che una punta di trapano gli lavori le tempie.

La luce di un fulmine gli toglie ogni dubbio. È sul fondo di una buca profonda due metri e mezzo e larga tre. Lavora per un’impresa di pompe funebri, di buche ne vede parecchie ed è abituato a misurarle a occhio; certo finora le ha sempre viste solo dall’alto e si è sempre chiesto cosa si provi a finirci dentro… l’ha sognato nei suoi peggiori incubi e adesso lo sa.

Per un attimo pensa che stiano per seppellirlo vivo, poi ragiona. È una fossa troppo grande per una sepoltura e non è certo stata scavata per lui. C’era già. Non che il pensiero sia di grande consolazione.
Qualcosa gli taglia la schiena. Punta indietro le braccia per sedersi. Sembra che il trapano alle tempie si sia fermato, ma le radici che spuntano dalle pareti melmose cominciano a spostarsi da destra a sinistra come in giostra.
Cazzo, mi gira la testa peggio che a una donna incinta!
Aspetta che la buca smetta di girargli attorno e allunga la mano per capire cosa l’ha punto. È un ricciolo di metallo arrugginito e a ben guardare nella buca ce ne sono parecchi. Devono essere gli scarti di un’officina. Un ritaglio di copertone sotto la schiena gli ha attutito la caduta. È tutto un dolore, ma almeno è vivo.
Di colpo ricorda com’è finito lì dentro e perché.

Prova a rimettersi in piedi, sembra non essersi rotto niente, la testa ancora gira ma ce la fa. Sarà una parola uscirne, la buca è profonda e in alto non vede appigli a cui aggrapparsi.
Affonda mani e piedi nella parete di terra rovinandosi le unghie, ma non riesce a salire nemmeno di mezzo metro. Insiste, potrebbe farcela. Prova e riprova. Niente da fare. La terra si sgretola e ogni volta lo fa tornare giù come un piombo, facendo franare anche quella sotto le scarpe.
Nello sforzo lacera una manica della giacca.
Cazzo!
Il suo completo buono.
E ora cosa metterà ai prossimi funerali? Ma gli è improvvisamente chiaro che, se non trova subito una soluzione, il prossimo funerale sarà il suo.
Con quello che ha visto in quel garage, il matto non gliela farà certo passare liscia: ha già ucciso e non si farà scrupoli ad ammazzare ancora. E se avesse ammazzato anche lei?
No…
È una cosa talmente orribile che non riesce nemmeno a pensarla.
Se almeno arrivasse ad aggrapparsi alle sterpaglie che spuntano dal bordo della fossa, forse… e solleva le braccia per prendere le misure. La sfortuna di essere nati bassi.
Se fosse capitato al Principe che è alto invece… invece no, Primino ha sempre saltato più in alto del suo amico. Il Principe qui avrebbe ancor meno possibilità di riuscita, non è mai stato atletico. Tutta la sua abilità sta nel ricordare a memoria i titoli dei film americani.
Non sa perché, ma adesso gli viene da avercela anche con lui.
Si libera della giacca. Il suo completo nero ormai non ha più niente da perdere; se solo riuscisse ad aggrapparsi più in alto… ma sono anni che non salta.
Alle medie il salto in alto era il suo pezzo forte.
Che stupido aver lasciato perdere così.
Adesso occorrerebbe una bella rincorsa e la vecchia tecnica messa a punto a scuola; non è poi passato così tanto tempo, Primino ha appena diciannove anni.
Da quanti anni non salta?
Ha la testa talmente confusa che non riesce nemmeno a farci i conti, ma in terza media saltava quasi due metri.

Più passano i minuti e più l’enormità di quel che è successo lo rende cattivo. Cattivo per davvero. Nei film americani adesso scatterebbe la colonna sonora della vendetta.
Digrigna i denti, aggrotta la fronte, e arretra grugnendo fino alla parete opposta, schiacciando altri trucioli sotto le scarpe. Da lì si intravedono due finestre spalancate da cui svolazzano delle tendine rosa.
Costruire una casa così bella con panoramica sulla buca dei rottami. Quella povera famiglia deve essersi goduta ben poco. Una vista di merda, per una vita di merda.
Sa che da quelle finestre non si affaccerà più nessuno, ma il suo aguzzino non può vincere.
Non deve.

Ed è il suo ultimo pensiero prima di tentare il salto.

Paola Rambaldi, Originaria di Argenta (FE), attualmente vive a Castello di Serravalle (BO). Ha iniziato a scrivere racconti casualmente partecipando a concorsi letterari e vincendone una sessantina in quattro anni.
Ha pubblicato: Tredici storie di Adriatico (Edizioni del Gattaccio, 2014), Bassa e nera (Pontegobbo), La fudréra (REM) e decine di racconti in riviste e antologie (Elliot, Pendragon, MobyDick, Sperling & Kupfer, Laurum, Zona, Felici, Stampa alternativa, Echos, Edizioni della Sera e molti altri).
Scrive di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine e di libri su “Libroguerriero”.
Brisa è il suo primo romanzo.