:: Snorri Sturluson. Edda di Marco Battaglia (Meltemi 2021) a cura di Emilio Patavini

9 novembre 2021 by

Bók þessi heitir Edda. Hana hefir saman setta Snorri Sturluson eptir þeim hætti sem hér er skipat. Er fyrst frá ásum ok Ymi, þar næst Skáldskaparmál ok heiti margra hluta, síðast Háttatal er Snorri hefir ort um Hákon konung ok Skúla hertuga.

(“Questo libro si intitola Edda. Snorri Sturluson lo ha composto nel modo in cui qui è presentato: per primo si narra degli Asi e di Ymir, poi della dizione poetica e della denominazione di molte cose e infine vi è il computo metrico, che Snorri compose in onore di re Hákon e dello jarl Skúli”)

Nelle prime pagine di Viaggio al centro della terra di Jules Verne, il professor Otto Lidenbrock, dopo aver scoperto il manoscritto in caratteri runici che lo porterà a scendere nelle viscere della terra, esclama: «Quest’opera è l’Heims-Kringla di Snorre Turleson, il famoso autore islandese del XII secolo». Questo fu il mio primo incontro con Snorri Sturluson, storico, poeta, erudito e uomo politico islandese. Fu autore dell’Heimskringla, dell’Edda in prosa e forse anche dell’Egilssaga – una delle più belle saghe islandesi, incentrata sulla vita del celebre poeta-guerriero – ed eletto due volte lögsögumaður (massima carica pubblica all’interno dell’Alþingi, il parlamento islandese). La vita di Snorri si concluse tragicamente: nella notte del 22 settembre 1241, mentre si trovava nella sua fattoria di Reykholt, morì assassinato per mano di sicari inviati dal re di Norvegia, intenzionato a disfarsi di tutti coloro che avevano preso parte alla congiura ordita contro di lui.

Esattamente ottocento anni fa, negli anni ‘20 del 1200, Snorri Sturluson compose l’Edda – la sua Edda, l’Edda in prosa o Edda di Snorri come è chiamata, da non confondere con l’insieme di carmi poetici più antichi noto con il nome di Edda poetica. L’origine del nome Edda è incerta. Secondo alcuni significa “bisnonna, ava” (qui «intesa come custode di racconti tradizionali»), altri la collegano al toponimo Oddi, dove Snorri trascorse l’infanzia, al sostantivo norreno óðr “poesia”, al verbo latino edo “comporre, pubblicare” o all’anglosassone giedd “canto”.

Come descrivere in poche parole questa straordinaria opera? Un manuale per aspiranti scaldi (i poeti di corte scandinavi); un trattato di mitologia norrena; un repertorio di episodi mitici rielaborati alla luce di un’interpretazione evemeristica: la materia è profondamente pagana, mentre il cristianesimo giunse in Islanda attorno all’anno 1000. L’Edda si compone di quattro parti: Fórmali (“Prologo”), Gylfaginning (“L’inganno di Gylfi”), Skáldskaparmál (“Dialoghi sull’arte poetica”) e Háttatal (“Computo metrico”).

La prima parte, il Prologo, si fonda sull’evemerismo e sulla ripresa del mito troiano. L’evemerismo è una dottrina del razionalismo greco; il suo fondatore, Evemero da Messina, sosteneva che gli dei del passato fossero figure umane adorate dai loro contemporanei e successivamente divinizzate dai posteri. Nel Fórmali emerge anche la pratica, molto diffusa nella storiografia medievale, di far risalire le origini del proprio popolo o della propria città a Troia, rifacendosi a un mito già rielaborato da Virgilio nell’Eneide e noto in Islanda attraverso la Trójumanna saga: si pensi per esempio ai Gesta Normannorum di Dudone di San Quintino, all’Historia Regum Britanniae di Geoffrey di Monmouth, al Liber historiae Francorum dello psuedo-Fredegario. Nell’Edda di Snorri (in particolare nel Prologo e nell’Epilogo dell’introduzione ai Dialoghi sull’arte poetica), gli Asi (gli dei norreni) provengono dall’Asia, e la loro città, Ásgarðr, è un altro nome per Troia (oltre che per Romaborg “Roma”). Sulla base di argomenti paraetimologici, Snorri identifica inoltre Ettore con Ǫku-Þórr (“Thor del carro”), Ulisse con Loki e il Ragnarøkkr con l’incendio di Troia.

La Gylfaginning è «l’unico trattato mitografico medioevale interamente dedicato a una cultura non classica». I suoi cinquantatré capitoli, basati su carmi precedenti, raccontano i più celebri miti norreni: dal Ginnungagap, il “Vuoto primordiale”, in cui viveva il gigante Ymir, alla fine del mondo, il Ragnarøkkr (“Crepuscolo degli dei”); dalla creazione del primo uomo e della prima donna (Askr “frassino” ed Embla “olmo”) all’elenco dei dodici Asi e delle dodici Asinnie; dalla nascita di Sleipnir (il cavallo a otto zampe di Odino) alla spedizione di Þórr e Loki nel regno dell’ingannevole gigante Útgarðaloki e alla morte di Baldr, il più bello degli dei.

I Dialoghi sull’arte poetica (Skáldskaparmál) sono un vero e proprio «manifesto poetico» che permette di conoscere i principi della poesia scaldica, caratterizzata da una struttura ricercata ed ermetica e da una forte natura encomiastica unita a notevole sperimentazione linguistica. I caratteri fondanti alla base della poesia scaldica sono le kenningar, metafore poetiche formate solitamente da due membri con cui si indicano le cose attraverso perifrasi. Spesso le kenningar potevano avere un significato oscuro e presupponevano un’approfondita conoscenza della mitologia norrena. Per esempio, la poesia è detta «sangue di Kvasir» e si rifà all’episodio del furto della bevanda della poesia da parte di Odino, oppure l’oro è detto «riscatto della lontra» in riferimento alla leggenda di Sigurðr, l’uccisore del drago Fáfnir, e dei Volsunghi. I Dialoghi sull’arte poetica contengono dunque elenchi di kenningar e heiti (“sinonimi poetici”) e alcuni degli episodi mitici cui alludono.
L’ultima parte dell’Edda, Háttatal, è una descrizione dei metri poetici sotto forma di encomio, composto per il re di Norvegia Hákon IV Hákonarson (futuro mandante dell’omicidio di Snorri) e per lo jarl Skúli Bárðarson.

Questo agile volume di poco più di 200 pagine non è la traduzione integrale dell’Edda di Snorri, come ci si potrebbe facilmente aspettare. Di essa ci sono già due traduzioni italiane, per quanto incomplete: quella di Giorgio Dolfini per Adelphi e quella di Gianna Chiesa Isnardi per Garzanti. Esse, infatti, non riportano il Fórmali, l’Háttatal e gran parte degli Skáldskaparmál. Il saggio di Battaglia ha il merito di analizzare l’Edda capitolo per capitolo, e può essere un utile compendio per chi già conosce l’opera e un’ottima guida alla lettura per un primo approccio. Esso non si limita a riportare, in modo completo ed esaustivo, i contenuti dell’Edda, ma si sofferma anche sulla sua ricezione nel corso dei secoli e sul suo valore antiquario.

Jorge Luis Borges – scrittore argentino che tra le altre cose fu anche appassionato e studioso di letterature germaniche medievali –, nel Prologo a Literaturas germánicas medievales (Buenos Aires 1978), scrisse: «Nel secolo XII, gli islandesi scoprono il romanzo, l’arte di Cervantes e di Flaubert, e questa scoperta è segreta e sterile per il resto del mondo, così come la loro scoperta dell’America». Vorrei ricollegarmi alla silenziosa scoperta dell’America da parte di quegli stessi inventori del romanzo perché il 20 ottobre è apparso sulla rivista Nature un articolo intitolato Evidence for European presence in the Americas in AD 1021, a sostegno di quanto testimoniato dalle saghe islandesi del Vinland. Circa mille anni fa, vale a dire quattrocento anni prima che Cristoforo Colombo sbarcasse in America, intraprendenti navigatori provenienti dalle estreme regioni settentrionali dell’Europa misero piede sul nuovo continente – precisamente in Labrador e Terranova, in Canada –, lasciando traccia del loro passaggio. Tracce analoghe, letterarie e non archeologiche, sono radicate nel nostro immaginario, in opere come la tetralogia di Wagner, Il Signore degli Anelli di Tolkien, Tre cuori e tre leoni e La spada spezzata di Poul Anderson, Il castello d’acciaio di Lyon Sprague de Camp e Fletcher Pratt, Norse Mythology di Neil Gaiman, fino ai più recenti film Marvel. L’Edda di Snorri è un documento unico, giuntoci dal Medioevo scandinavo, che può fornire una chiave per la comprensione della mitologia norrena.

Marco Battaglia insegna Filologia germanica e Letterature scandinave all’Università di Pisa ed è membro dell’Istituto Italiano di Studi Germanici. I suoi interessi di studio includono le civiltà barbariche, la letteratura norrena e la ricezione del Medioevo germanico dal Rinascimento a oggi. È autore de I Germani (2013) e di Medioevo volgare germanico (2016), nonché curatore de Le civiltà letterarie del Medioevo germanico (2017). 

Source: richiesto all’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Meltemi editore.

:: Franco Ferrarotti, A passo d’uomo e di cavallo. Ricordi e riflessioni sul mondo della penuria, Solfanelli, Chieti, 2021, a cura di Antonio Catalfamo

9 novembre 2021 by
A passo d’uomo e di cavallo. Ricordi e riflessioni sul mondo della penuria

Franco Ferrarotti è oggi il più lucido analista della società capitalistica contemporanea, sia nazionale che internazionale. Ha rifondato, nell’immediato secondo dopoguerra, la Sociologia nel nostro Paese, dopo che il fascismo l’aveva ridotta a poco più di niente: se non esistono più i problemi sociali, perché il regime li ha risolti tutti, non ha ragion d’essere la disciplina che si propone di analizzarli. Ha rivalutato la dimensione del dubbio socratico, come componente fondamentale di ogni campo del sapere, superando il dualismo platonico tra «epistéme» e «doxa» (L’accademia e l’agorà. Dal dualismo platonico alla conoscenza partecipata, Armando editore, Roma, 2021), vale a dire tra conoscenza «vera» (o presunta tale), scientifica, fondata su certezze assolute, su principi matematici eternamente validi, che prescindono dalla verifica empirica, dall’«empiria volgare», e, pertanto, elitaria, appannaggio esclusivo di una ristretta cerchia di «filosofi», e conoscenza comune, che attinge a piene mani alla mutevolezza del reale, pretende di entrare nelle pieghe del vissuto, individuale e collettivo, per pervenire a verità relative, che alimentano il dubbio e possono essere messe continuamente in discussione. Da questo punto di vista, non solo la Sociologia, ma tutte le scienze possono essere definite «inferme» (La sociologia. Inferma scienza vera scienza, Solfanelli, Chieti, 2020), richiamando la definizione limitativa e delegittimante utilizzata da Benedetto Croce per la scienza sociologica, quasi fosse una sorta di «non scienza» o di «scienza zoppa», ma questa «imperfezione» costituisce il loro punto di forza, non la loro debolezza. La ricerca scientifica (e, con essa, la ricerca sociologica) può essere, dunque, rappresentata, secondo l’immagine suggestiva utilizzata dallo stesso Ferrarotti, come un viaggio «senza certezze prestabilite, senza prenotazioni sicure, con tutto il carico di ansia e di angoscia che pesa sugli uomini di oggi» (L’accademia e l’agorà. Dal dualismo platonico alla conoscenza partecipata, p. 18).

Va, allora, recuperata, non solo nella ricerca sociologica (e scientifica in generale), ma anche in quella quotidiana dell’uomo comune, la dimensione del procedere lento, che richiama quella che dominava il mondo contadino d’una volta, fermandosi ad ogni passo per riflettere sulle circostanze che circondano l’analista “professionale” e l’uomo della strada, sulle “asperità del terreno”, al fine di trovare una soluzione provvisoria, adatta alla situazione, da rivedere allorquando il contesto cambia, senza, però, vivere alla giornata, dimenticando di darsi un obiettivo di fondo, finale. Ferrarotti ricorda come esempio di questa andatura lenta e accorta il padre: «Ora che è morto da oltre mezzo secolo, solo ora comincio a capire qualche cosa di mio padre. Uomo difficile, carattere ombroso, forse tipicamente piemontese, di poche parole, lento e misurato nei gesti e nell’andatura, con una camminata tipica degli uomini di campagna, che sanno badare alle irregolarità del terreno e quindi guardano dove mettono i piedi» (A passo d’uomo e di cavallo. Ricordi e riflessioni sul mondo della penuria, Solfanelli, Chieti, 2021, p. 31).

Ferrarotti rivaluta il mondo contadino, che è stato distrutto dal cosiddetto «sviluppo» capitalistico, anche con la complicità di tanta parte della sinistra italiana, che ha considerato questo «sviluppo», nel complesso, come un elemento di «progresso» ed emancipazione delle masse, non tenendo conto, o forse accettando consapevolmente, che in realtà si sarebbe realizzato, come difatti si è realizzato, un processo di «omologazione» delle classi subalterne alla cultura e ai modi di pensare e di agire delle classi dominanti, provocando il «genocidio» delle prime e della loro civiltà ultramillenaria. Tutta la filosofia gramsciana, la «filosofia della prassi», volta al conseguimento dell’egemonia, non solo economica, politica, ma anche culturale, dei ceti popolari, è stata abbandonata.

Ferrarotti dedica pagine molto suggestive, contrassegnate da una forte carica umana e letteraria, al mondo contadino, al «mondo della penuria», in cui mancavano tante cose: il riscaldamento a metano o il teleriscaldamento, l’acqua corrente, la luce elettrica in casa. Si sopperiva alla mancanza del primo accendendo il fuoco nel camino, oppure riunendosi nella stalla, «con il caldo animale che arrivava al cuore, e la paglia odorosa dove un infante poteva tranquillamente assopirsi e le antiche storie raccontate a voce bassa dai vecchi nonni e bisnonni, fra un nitrito e l’altro dei cavalli e il quieto fiatare delle mucche, accendevano la fantasia» (ivi, p. 36). Alla mancanza della seconda (l’acqua corrente) si rimediava con pozzi, cisterne di raccolta dell’acqua piovana, laghetti artificiali, che, oltre alle pulizie corporali, consentivano di trarre sabbia e ghiaia per l’edilizia. Per l’illuminazione bastava un lume a petrolio.

Ma queste mancanze erano adeguatamente compensate dalla “sostanza umana” di quel mondo, in cui l’uomo era al centro di un sistema di relazioni tra componente umana, vegetale, animale, contrapposto alla logica della «separatezza», della «prigione mentale», che domina, per converso, la società industrializzata e che ha portato, secondo Carlo Levi, alle prigioni vere, ai lager nazisti. Scrive Ferrarotti: «C’era tutto il resto: l’aria, i campi, l’acqua, gli alberi, le nuvole: in una parola, la natura. C’erano le voci umane e animali: il nitrire dei cavalli; il muggire delle mucche, ruminanti nel prato, ferme come monumenti; il frinire, giorno e notte, di cicale, che non riuscivo a vedere; lo starnazzare di oche e anatre giù, nel cortile. Le voci umane non erano ancora state vinte, soverchiate dai rombi delle macchine. L’aria, al mattino, era frizzante. Non era ancora stata inquinata dal fiato velenoso dei tubi di scappamento. […] Nell’agricoltura pre-meccanica di quando sono nato, all’incirca cento anni fa, non c’era bisogno di predicare il ritorno alla natura. Si viveva immersi nella natura. Si sentiva crescere l’erba, un millesimo di millimetro al giorno. […] Tempo, terra, vita, natura: tutto appariva legato e interdipendente. Non c’era bisogno di raffinate discussioni di ecologia o di invocare un ritorno alla terra. Si era nella terra, il terriccio si annidava fra le dita del piede; il fango primordiale segnava la quotidianità» (ivi, pp. 36-38).

A questo mondo caratterizzato dalla centralità dell’uomo e dalle relazioni tra uomini, vegetali, animali, si è sostituita oggi la «società digitale iperconnessa». Con l’avvento di Internet, dei social-networks, di Youbube, di Facebook, non solo si è affievolito al massimo il rapporto interpersonale, presupposto di ogni società, ma la stessa individualità si è sbriciolata come un biscotto, giungendo ad una contraddizione terminologica, se è vero, com’è vero, che «individuo» deriva dal latino «in-dividuum», e dovrebbe rappresentare, dunque, l’unità umana minima non ulteriormente divisibile. Con il prevalere della «civiltà dell’audiovisivo», il singolo è bombardato da milioni di messaggi, di immagini, che colpiscono direttamente la parte emotiva del cervello, saltando il filtro della ragione. Si muove in preda ad una sorta di sonnambulismo «a-razionale» per dare attuazione a quei messaggi, dietro i quali sta il potere effettivo, con i suoi obiettivi, i suoi progetti di massimizzazione del profitto, di riduzione degli spazi di democrazia e di partecipazione, di annullamento della personalità umana. La società finisce per essere «un insieme di simulacri», popolata da esseri «travolti da un torrente di stimoli e di informazioni deformanti, incapaci di farsi una propria, personale tavola di priorità, in grado di comunicare tutto a tutti su scala planetaria senza aver più nulla da comunicare – nulla di significativo, personale, proveniente dall’interiorità» (ivi, p. 39).

La situazione si è ulteriormente aggravata a causa della pandemia causata dal Covid- 19, che ha imposto il telelavoro, lo «smart working», le lezioni scolastiche da remoto, la comunicazione tra individui per via esclusivamente elettronica, senza potersi guardare negli occhi, toccare, abbracciare. Siamo giunti alla «socialità fredda» (L’accademia e l’agorà, p. 10). Ma si può parlare davvero di società? Ferrarotti ne dubita fortemente: «Nel suo senso immediato, elementare, società vuol dire “insiemità”. […] Una volta questa “insiemità” era tenuta in piedi dalla rivelazione biblica; poi dall’autoconsapevolezza dell’imperativo categorico kantiano; quindi, dai valori democratici, condivisi e convissuti; oggi, dalle notizie, dalle comunicazioni elettronicamente assistite, in tempo reale, a portata planetaria. Ma la comunicazione elettronica è comunicazione “a”, cioè a tutti e a nessuno. Non è più comunicazione “con”. Si è persa la radice di comunicazione, unione, comunione. La società digitale è una società a-sociale, la “folla solitaria” di David Riesman e il suo “uomo etero-diretto”; l’uomo unidimensionale di Herbert Marcuse. Celebra e conferma la solitudine tecnologica. L’accesso è garantito a tutti, ma è un accesso strettamente auto-referenziale: “vox clamantis in deserto”. Non è più la triplice “alienazione” dell’anima marxiana (vendita della forza-lavoro, Entäusserung, Verdingung) e neppure quella alienazione da tecnologia, indipendentemente dall’assetto proprietario, che teorizzavo negli anni Sessanta del secolo scorso, sulla base delle mie ricerche nella fabbrica “Slavia” di Mosca e nella FIAT di Torino.

Siamo passati dall’egolatria, dall’ “uomo singolare” del Quattrocento a Firenze e dalla pseudo-onnipotenza dell’ego cartesiano agli “hollow men”, o uomini vuoti nella “wasteland”, nella terra guasta, previsti con precisione impressionante dal poeta» (L’accademia e l’agora, pp. 10-11).

Nella «società digitale» assistiamo, dunque, ad una forma di «alienazione» più grave ed invasiva di quella prodotta dalla società capitalistica industrializzata di tipo ottocentesco e novecentesco: non solo «espropriazione del lavoro», ma anche «espropriazione dell’anima» individuale. I più colpiti dagli effetti nefasti della pandemia e del «lockdown» sono i giovani, perché l’identità non è un dato, è il risultato di un processo di formazione, che matura attraverso il contatto con gli altri. Questo processo e questo contatto sono stati interrotti bruscamente. Già essi erano menomati nella loro formazione libera dalla società informatizzata, da Internet, perché dotati di scarso senso critico e quindi esposti maggiormente al plagio realizzato, come abbiamo detto, attraverso milioni di messaggi che vanno a colpire direttamente la sfera emotiva. Così sono stati trasformati, richiamando il titolo di un altro saggio di Ferrarotti, in Un popolo di frenetici informatissimi idioti (Solfanelli, Chieti, 2012), che sanno tutto e non capiscono niente.

E, allora, andare avanti non sempre è un bene, perché si rischia di realizzare uno «sviluppo» economico (anche qui bisognerebbe chiarire i termini di questo «sviluppo», se è vero, come sottolinea Ferrarotti, che in Italia il 10% delle famiglie detiene il 70% della ricchezza nazionale, per cui la società capitalistica «avanzata» realizza una «bipolarità tendenziale»: da un lato, una ristretta minoranza di ricchi; dall’altro, una massa sempre crescente di poveri) senza «progresso», senza arricchimento in termini di valori umani. Conseguentemente bisogna guardare indietro per andare avanti, come lo specchietto retrovisore della macchina. La «tradizione» non è «tradizionalista», se ben intesa può essere «rivoluzionaria», in quanto alcuni suoi semi possono essere rimasti inesplosi e, quindi, realizzare i loro effetti benefici, in termini sociali e politici, nel presente e nel futuro. Gramsci ci ha insegnato che il passato è fonte di ogni rivelazione e di ogni rivoluzione.

E’ necessario riappropriarsi dei valori fondamentali, della “sostanza umana” del vecchio mondo contadino, della «società della penuria», recuperare la dimensione della lentezza, della misura, della ponderazione, che consente la riflessione, il vaglio delle circostanze di fatto che ci si presentano davanti, la scelta tra varie strade da percorrere, che implica sempre un sacrificio, nella consapevolezza che, per converso, ciò che costa poco non vale nulla, la individuazione di obiettivi precisi e seri da perseguire prendendoci il tempo ch’essi richiedono per essere raggiunti, senza la fretta che domina la società capitalistica attuale, la frenesia priva di qualsiasi scopo finale. Ciò non significa negare lo sviluppo tecnologico, in nome di un rinnovato «luddismo», ma considerare la tecnologia come un bene strumentale, non finale. Questi debbono essere i valori portanti del «nuovo umanesimo» che Franco Ferrarotti propone, riassumendoli in una tavola sinottica. Egli scrive, conclusivamente: «Io credo che siano ancora massimamente utili, soprattutto per i giovani coraggiosi, con poco o niente da perdere, con grande passione di vivere, le tre regole auree dei nostri antichi padri della classicità greco-romana:

  1. “Medén agan”; in latino: “ne quid nimis”. Nulla in eccesso. Senso della misura. Controllo degli appetiti. Agilità.
  2. “Festina lente”: “Affrèttati lentamente”. Rapidità, sì; ma non a spese della profondità. Fretta, anche, ma non superficialità. Velocità, ma non approssimazione.
  3. “Age quod agis”: “Fa’ quello che fai”. Concentrazione. Far tacere il chiasso interiore. Da dove nasce? Dalla maledetta sbornia elettronica, la nuova tossicodipendenza, la dipendenza da Internet, l’inaridirsi della vita interiore. In altre parole nasce dall’eccesso di informazioni, stimoli, emozioni. Silenzio e concentrazione perseverante. Fedeltà a se stessi, alla vocazione profonda, al progetto di vita, al costo della scelta. Scelta, e quindi rinuncia a tutto il resto. La cultura come progetto di vita» (Dalla società irretita al nuovo umanesimo, pp. 137-138).

Anche Gramsci parla di un «nuovo umanesimo», che significa riacquisizione di centralità da parte dell’uomo (e dei suoi valori), che, analizzando la realtà storica, valutando le proprie energie e capacità, si impegna attivamente nel cambiamento della società.

Del «nuovo umanesimo» del ventunesimo secolo deve far parte, infine, il diritto di ogni uomo, riconosciuto in concreto, non solo nei trattati internazionali e nelle normative nazionali, ad una vita dignitosa, per il fatto stesso di essere venuto al mondo, qualunque sia la razza alla quale appartiene e il colore della sua pelle. La pandemia ha colpito in maniera indiscriminata tutti gli uomini e tutte le donne, da un continente all’altro, dimostrando che interdipendiamo e che nessuno si salva da solo.

The calculating stars di Mary Robinette Kowal (Mondadori, 2021) a cura di Elena Romanello

9 novembre 2021 by

978880472532HIG-313x480Il rapporto tra le donne e i viaggi nello spazio è presente fin dagli albori e non solo nell’immaginario fantastico, con personaggi come il comandante Uhura di Star Trek: fu grazie ad una squadra di donne matematiche che gli Stati Uniti poterono andare in orbita prima e poi sulla Luna, come racconta il bel film Il diritto di contare, e donne che sono andate fuori dall’atmosfera, da Valentina Tereskova alla nostra Samanta Cristoforetti ce ne sono state e altre seguiranno.
L’originale romanzo di fantascienza The calculating stars, uscito per Oscar Fantastica, racconta un passato recente diverso e alternativo, una cosiddetta ucronia sulla conquista dello spazio, in cui le donne sono più coinvolte. 
In una fredda mattina della primavera del 1952, un gigantesco meteorite precipita sulla Terra e cancella buona parte della costa orientale degli Stati Uniti, a cominciare dalla capitale Washington. I danni si ripercuotono in tutto il mondo, a cominciare da uno sconvolgimento climatico che crea disastri ambientali e negli approvvigionamenti, e per gli esseri umani il destino può essere lo stesso dei dinosauri milioni di anni fa.
L’unica soluzione diventa quindi cercare una casa altrove, nello spazio, e il programma spaziale mondiale subisce una rapida accelerazione, coinvolgendo molti, e andando oltre i conflitti della Guerra fredda e i problemi razziali.
Tra le persone coinvolte c’è la voce narrante della storia, Elma York, pilota militare durante la Seconda Guerra mondiale e matematica, che viene reclutata dall’International Aerospace Coalition, che vuol portare l’uomo sulla Luna e poi oltre. Non è l’unica donna, con lei ce ne sono altre, provenienti da altri Paesi e non solo bianche, ma a loro viene chiesto, malgrado le loro competenze e il loro valore, di stare a terra e occuparsi dei calcoli.
Elma però vuole salire su una navicella spaziale e andare oltre l’atmosfera e non capisce perché solo gli uomini possano farlo: tra l’altro, mentre i progetti per trasferirsi fuori dalla Terra procedono, ci si rende conto che le donne ci vanno per dare un futuro all’umanità sulle stazioni spaziali e sui pianeti.
Elma vuole diventare la prima Donna Astronauta e nella sua battaglia spazzerà via molte delle assurde convenzioni sociali del tempo, presenti anche in quella linea temporale alternativa anche di fronte ad eventi che chiedono un rapido cambio di rotta.
Primo romanzo della serie Lady AstronautThe calculating stars è stato accolto da molti consensi, vincendo il Premio Hugo per il miglior romanzo, il Premio Nebula per il miglior romanzo, il Premio Locus per il miglior romanzo di fantascienza e il Premio Sidewise per la storia alternativa nel 2019.
The calculating stars mette bene insieme elementi sempre interessanti come il filone post apocalittico, l’ucronia e le tematiche di genere, costruendo nuovi personaggi femminili interessanti, donne di un altro passato che cercano un riscatto e un futuro affrontando l’ignoto. Un libro interessante per più generazioni, e per la ricostruzione di anni Cinquanta alternativi ma fedeli in buona parte a quelli originali e per l’originalità della vicenda raccontata, prova ormai della centralità delle donne come autrici e protagoniste nei generi del fantastico. Rispetto ad Away, epopea televisiva su una donna astronauta in un futuro prossimo, The calculating stars è più avvincente e appassionante, anche se non sarebbe male vedere Elma interpretata da Hilary Swank.

Mary Robinette Kowal è autrice di Ghost Talkers e delle serie “The Glamourist Histories” e “Lady Astronaut”. Presiede la Science Fiction & Fantasy Writers of America, partecipa al pluripremiato podcast Writing Excuses e ha vinto quattro premi Hugo. Ha pubblicato racconti su “Uncanny”, “Tor.com” e “Asimov’s”. Burattinaia professionista, vive a Nashville. Il suo sito è maryrobinettekowal.com.

Provenienza: libro del recensore.

:: Antonio Catalfamo, Pasolini «eretico solitario» e la lezione inascoltata di Gramsci, Solfanelli, Chieti, 2021, a cura di Angelo Piemontese

4 novembre 2021 by

Fino ad oggi molti hanno affrontato Pasolini senza riuscire a liberarsi dal desiderio di esprimere giudizi spesso frutto di convinzioni aprioristiche. Antonio Catalfamo, invece, in questo saggio appena uscito (Pasolini “eretico solitario” e la lezione inascoltata di Gramsci, Solfanelli, Chieti, 2021, euro 13), procede analiticamente ad un esame obiettivo delle opere dello Scrittore fuori da ogni schema preconcetto, con l’unico intento di comprenderne il valore e di collocarne le opere all’interno del tempo in cui sono maturate, facendo risaltare, in tal modo, tutti gli aspetti di una personalità complessa, senza tacerne le più intime contraddizioni.

Inizialmente, lo Studioso dà un rilevante spazio al periodo giovanile vissuto da Pasolini in Friuli, ricco di esperienze umane e di prove letterarie, che influenzeranno tutta la sua attività intellettuale, evidenziando una «corrispondenza biunivoca»uomo-territorio, visto l’attivo interesse alla cultura e al dialetto delle classi subalterne friulane. Rifacendosi a questo patrimonio culturale, Pasolini usa il dialetto nelle sue prime raccolte poetiche, arricchendole con la componente razionale e storica. Il dolore «esistenziale»individuale, che vi emerge, si trasforma in protesta sociale con la denuncia dello sfruttamento dei contadini poveri. Non mancano contraddizioni in questa poesia, che però, a livello storico-sociale, trova continuità ne Il sogno di una cosa, il suo primo romanzo, in cui fa risaltare la delusione per un dopoguerra diverso da come l’avevano immaginato i combattenti per la liberazione dal nazi-fascismo. Già ora, nelle opere in poesia e in prosa – nota Catalfamo – il «pedagogismo erotico»caratterizza nell’insieme «l’universo umano e letterario»di Pasolini.

Il trasferimento a Roma nel 1949 lo porta a «mitizzare»il mondo del sottoproletariato delle borgate, chiuso e impenetrabile a quello esterno, un «torbido inferno», con caratteristiche «secolari», astoriche. Il primo frutto di questo incontro è Ragazzi di vita, in cui è presente un linguaggio «artificioso», spesso poco comprensibile, che rappresenta un passo indietro rispetto a Il sogno di una cosa. In Una vita violenta, invece, emergono delle novità: il recupero della «dimensione storica», che mette in rilievo l’evoluzione del sottoproletariato grazie all’azione del P.C.I., il ridimensionamento dell’irrazionale ed un linguaggio meno «bercio».

Analizzando Le ceneri di Gramsci, Catalfamo si sofferma sul rapporto dello Scrittore col Politico sardo, il cui dramma gli permette di riflettere su di sé. Pasolini,«prigioniero della “storia”», dà vita a una «poesia di idee», ma è incapace di proporre alternative che gli permettano «di usciredall’isolamento dell’uomo dall’uomo». La sua «crisi», perciò, non è solo privata, ma di «un’intera generazione». Certo, la lettura di Gramsci è per lui «benefica», ma la convinzione che il mondo contadino sia immune dall’«omologazione»alla cultura borghese pone Pasolini in contrasto con la linea politica del P.C.I. Invece, l’idea del carattere classista della lingua lo mette «sulla scia diGramsci», col cui pensiero, però, ha un «rapporto contraddittorio». Nell’insieme, però, quella del Pensatore sardo è stata una «lezione inascoltata»– come recita il sottotitolo –, in quanto Pasolini non ha considerato il popolo «come soggetto di trasformazione sociale, di cambiamento radicale della società in senso egualitario», ma, pur condannando il presente, non ha creduto in un futuro diverso, da realizzare con «la lotta politica organizzata».

La «vera filosofia poetica»porta Pasolini ad una «soluzione esclusivamente letteraria alla crisi», non a quella politica perseguita da Gramsci, del quale, però, eredita la «visione “nazional-popolare” della realtà italiana», denunciando – suo grande merito – il « “genocidio” delle classi subalterne e della loro autonomia culturale» senza trovare soluzioni politico-ideologiche. I molti nemici incontrati, fra cui la Chiesa cattolica, condannata duramente nella raccolta La religione del mio tempo, ne hanno determinato la morte, che, da «buon decadente», lo Scrittore ha cercato, vivendo «in funzione di essa». Catalfamo, mostra come le successive raccolte poetiche testimoniano una svolta, per la prevalenza di «componentiirrazionalistiche», di estetismo e della «progressiva sostituzione della poesia alla realtà», ma anche l’approfondimento inerente la propria diversità e lo scontro fra il pubblico e il privato, che vi prevale.

Un’approfondita analisi Catalfamo riserva alla produzione cinematografica di Pasolini, che ritiene autonoma rispetto alla narrativa e ai romanzi «romani», ma che aiuta a seguire l’evoluzione della sua ideologia. Dai film iniziali, esploranti la periferia romana, a quelli proiettati nel passato e agli ultimi ambientati nel corrotto mondo borghese, Pasolini si è progressivamente allontanato dalla speranza del cambiamento, assistendo, con un sempre più assoluto senso di impotenza, alla distruzione sociale e umana, a cui corrisponde quella sua personale, «nonché la morte della “poesia” e dell’arte». La sua esistenza ormai diventa impossibile in una società fortemente odiata, che lui non è più in grado di combattere neppure «sul piano artistico e letterario».

Una condanna senza appello della realtà italiana degli Anni SessantaeSettantaemerge dagli scritti pubblicati su giornali e riviste. Pasolini diviene «intellettuale di punta della cultura italiana»: i suoi articoli sono recepiti in larghi strati sociali e danno fastidio al potere, mentre il P.C.I.diviene punto di riferimento per molti cittadini, anche non comunisti. Egli dà vita «a un nuovo giornalismo polemico», progressivo e innovatore, pur coi limiti della sua visione idealistica, senza sbocchi concreti. Nonostante ciò, le classi dominanti temono la diffusione del suo pensiero critico. Con la «tesi del “genocidio” della cultura delle classi subalterne»da parte di quelle dominanti (1974), Pasolini riprende il giovanile ruolo «pedagogico», fornendo esempi – TV, pubblicità – di ciò che condiziona il modo di pensare, di parlare e di agire delle masse, sottomesse alla logica del consumo, con cui il sistema capitalista impedisce il loro progresso culturale. Solo il P.C.I.può essere la guida alla lotta per fare coincidere «sviluppo»e «progresso». Pasolini evidenzia che è in atto un programma «neo-reazionario»multinazionale e non più nazionale come quello fascista. La logica consumistica «edonistica», secondo lui, ha inciso anche nelle battaglie civili, come nel caso delle leggi sul divorzio e sull’aborto, per il quale è contrario. Facendosi prendere dalla sua «visione apocalittica», definisce più pericoloso del «vecchio», passeggero e imposto dalla dittatura, il «nuovo» fascismo del consumismo, perché incide in profondità soprattutto sull’animo dei giovani anche se antifascisti, a causa di un Potere che li omologa al modello americano.

Pur accusato da vari intellettuali di sinistra, fino alla sua morte Pasolini considera il P.C.I.l’unica alternativa al sistema capitalista. Quando, infine, arriva a richiedere un «processo penale» alla D.C,gli «scritti corsari»non solo assumono un carattere «profetico»alla luce di quanto avvenuto in Italia negli Anni Novanta con Tangentopoli, ma, forse, sono anche la causa anche del suo assassinio.

Attraverso l’esame puntiglioso e rigoroso dell’opera poetica, narrativa, cinematografica e giornalistica di Pasolini, Catalfamo, quindi, traccia un itinerario che va dal radicamento nella realtà politica, sociale e culturale del Friuli del secondo dopoguerra al «nichilismo»maturato al cospetto della realtà italiana degli Anni Settanta, che lo Scrittore contesta duramente, senza sapervi opporre, però, un’alternativa operativa.

In un tempo di conclamata crisi della saggistica, il libro di Catalfamo mostra quanto sia necessario oggi in Italia uno studio serio e appassionato, poggiante su una grande chiarezza espositiva, in grado di restituirci obiettivamente l’opera e l’ideologia di chi ha saputo porsi contro il sistema e il qualunquismo, pagando, infine, di persona. Grazie a Catalfamo, si può parlare, perciò, di un Pasolini finalmente restituito nella sua integrità artistico-culturale.

Mamá, Jorge Fernández Díaz (Nutimenti, 2021) A cura di Viviana Filippini

1 novembre 2021 by

Carmen ha 15 anni. Carmen con la sua valigia di cartone parte per l’Argentina, quella di Perón, lasciandosi alle spalle le Asturie. Nella casa d’infanzia, la ragazza lascia la mamma e i fratelli e questa partenza sarà per lei un distacco che pianterà nel suo animo segni indelebili. Carmen è la protagonista di “Mamá”, romanzo di Jorge Fernández Díaz, tradotto per Nutrimenti editore da Letizia Sacchini e Andrea Monti. Arrivata in Argentina, la giovane si troverà a vivere con una zia paterna e suo marito e, nonostante la vita comincerà lentamente ad andare un poco meglio, per lei sarà del tutto impossibile risanare quello strappo che l’ha costretta a lasciare il suo pesino incastonato tra i monti della Spagna. A raccontare la storia di Carmen è Jorge, autore del romanzo e figlio della protagonista. Quello che colpisce è come Carmen sia la rappresentazione classica della figura del migrante che sale su una nave (in questo più per volontà altrui che per sua) alla ricerca di una possibilità di vita migliore. Carmen infatti vive nella realtà della Spagna dei primi anni Quaranta, quando al guerra civile che ha dilaniato al terra è finita da poco. La madre, che ha altri figli oltre alla protagonista, la obbliga a partire per garantirle una vita migliore, dove povertà e fame non ci saranno più (ma sarà vero poi?) e le promette che appena potranno, andranno da lei. Peccato che per Carmen questa promessa resterà un sogno, un miraggio lontano, e lei, da sola, affronterà l’inserimento nella vita nel nuovo mondo dove diventerà grande, andrà a scuola e troverà marito. Un stabilità e una identità ricostruite a fatica, che verranno messe in crisi quando i suoi figli e nipoti, a causa anche del collasso economico argentino decideranno di andarsene (scappare sarebbe più adatto) da Buenos Aires. Per Carmen sarà un salto indietro nel tempo, in quella partenza da incubo di tanti anni prima che le cambiò per sempre l’esistenza. Quello che colpisce del libro è la capacità narrativa di Jorge Fernández Díaz di narrare la madre in modo realistico, ordinato dal punto di vista cronologico, ma anche emotivo, proprio per andare ad indagare i luoghi interiori della sua anima e la destabilizzazione che il cambio di vita, terra e emisfero scatenarono nella donna. Altro aspetto interessante è quella sensazione di perenne esilio che attanaglia in modo costante la donna, quel suo non sentirsi mai parte di un mondo fino in fondo. Un stato emotivo comune a molti migranti e quando Carmen arriva vicina all’equilibrio, esso viene messo in crisi da una nuova partenza. Jorge Fernández Díaz in “Mamá” narra due storie in parallelo e intrecciate tra loro. Da una parte, c’è la vicenda della madre e della sua famiglia divisa in continenti e più le emozioni raccontate grazie a un’accurata ricostruzione genealogica, storica e emotiva. Dall’altra parte, sulla scia del vissuto della propria famiglia, l’autore narra le trasformazioni e i cambiamenti storici della Spagna e dell’Argentina. Un raccontare storie di vita che in “Mamá” di Jorge Fernández Díaz  dimostrano quanto la Storia e le storie di gente comune si intreccino in modo indissolubile, magari non nei libri di scuola, ma nelle vite di coloro che la storia la vivono ogni giorno.  

Jorge Fernández Díaz, nato a Buenos Aires nel 1960, alterna da sempre il mestiere di cronista con l’attività di narratore. In quarant’anni di carriera giornalistica ha scritto per alcune delle principali testate argentine, come La RazónEl Cronista e La Nación, e ha diretto il settimanale Noticias. È autore di una ventina di libri tra gialli, memoir, raccolte di racconti, reportage e saggi. In Italia è stato pubblicato Il trafficante (Longanesi, 2019). Nel febbraio 2021 la città di Buenos Aires lo ha insignito del titolo di ‘Personalità eminente della cultura’; il filosofo Juan José Sebreli, nel corso della cerimonia, ha detto di lui: “Fernández Díaz è un faro, un intellettuale dotato di un’elegante semplicità discorsiva, che gli conferisce un coraggio raro nella lotta contro l’autoritarismo”.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa di Nutrimenti.

:: A novembre – Segretissimo Extra 21: Stefano Di Marino, “Killer Elite. Bersaglio di notte”

30 ottobre 2021 by

Max Costello, metà filippino e metà italiano, è un apolide nello spirito prima che sui documenti.

Il tipo d’uomo che nessuno può avvicinare più di tanto, pena la promessa che, implacabile, la punizione prima o poi arriverà, improvvisa e ineludibile, proprio come non si può evitare l’arrivo della Mezzanotte, di cui porta il nome.

Max ha alle spalle vent’anni di carriera come Eliminatore dell’Aquila; un complotto ha spaccato in due la potente organizzazione criminale per cui lavorava; e la rabbia per la morte della sua Mediatrice, Orchidea, rimasta uccisa in circostanze mai del tutto chiarite .

L’unica traccia nelle mani di Costello per cercare di gettar luce sugli eventi che hanno ribaltato la sua vita è quella fornita dal Faccendiere Geronimo Greco, aka il Liutaio.

Questa pista lo porta in volo prima in Thailandia, poi in un Myanmar dilaniato dalla guerra civile, e ancora a Istanbul,dove Iris, la sua nuova Mediatrice, controlla un grosso gruppo commerciale legato all’Aquila.

In un gioco di pedine dove gli amici diventano nemici, Max Costello unirà le forze con Patrizia Manni, la poliziotta dell’Interpol che gli dà la caccia da anni. Per contro, dalla parte opposta delle scacchiera si schiererà l’Angelo, anima nera dell’organizzazione, e una squadra di letali pedoni armati fino ai denti.

La casa di cenere di Angharad Walker (Rizzoli, 2021) a cura Elena Romanello

28 ottobre 2021 by

5366033-9788817154314-285x424Rizzoli propone nella sua collana rivolta ai ragazzi il romanzo di una nuova voce della narrativa inglese, La casa di cenere, dai toni decisamente originali e inquietanti, tra richiami a storie classiche e contemporanee e variazioni sul tema del fantastico per giovanissimi e non solo.
Quando arriva alla Casa di Cenere, il ragazzo nuovo è in cerca di una cura per il male alla schiena che lo tormenta da tempo, e al lettore non viene svelato il suo nome. Anziché però arrivare nella solita clinica come quelle che ha già visto, il Ragazzo si trova in una dimora con le pareti di fumo ed accolto da un gruppo di ragazzi che lo ribattezzano Sol, per Solitudine.
Con questo nuovo nome, Sol scopre un microcosmo di coetanei che si chiamano Concordia o Giustizia o Bontà, una cosa a cui tengono molto. Non ci sono adulti in quella casa, solo un misterioso Direttore che echeggia nelle Regole e che tutti attendono con ansia che ritorni.
Presto Sol però capisce che quella casa non è un luogo per curarsi, visto che non si può essere malati né cercare di andarsene. Un giorno alla fine arriva il Dottore e le cose di colpo precipitano.
La casa di cenere è stato paragonato a un best seller degli ultimi anni come La casa dei bambini speciali di Miss Peregrine e ad un classico come Il signore delle mosche e come i suoi modelli è potente e inquietante, con al centro un gruppo di bambini che imparano ad interagire e a ribellarsi.

Angharad Walker è una scrittrice inglese, cresciuta in diverse basi militari in Gran Bretagna, Germania e a Cipro. Ha studiato letteratura inglese e scrittura creativa all’Università di Warwick e all’Università della California Irvine. Ora vive a Londra e si occupa di comunicazione per enti benefici. La Casa di Cenere è il suo primo romanzo.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

Harlock & Tochiro di Leiji Matsumoto (Associazione culturale Leiji Matsumoto, 2021) a cura di Elena Romanello

27 ottobre 2021 by

harlockL’Associazione culturale Leiji Matsumoto continua la sua proposta di opere inedite del maestro dei manga, con un volume corposo dedicato ai due personaggi più emblematici dell’autore, Harlock & Tochiro.
Come suggerisce il titolo, il manga è un’antologia di storie finora inedite dedicate al pirata dello spazio e al suo migliore amico, con cui si scoprono nuovi aspetti del loro rapporto e delle loro avventure. Ci sono dei manga, ma anche un romanzo illustrato e delle strisce, facendo notare quanto sia eclettico il maestro nella scelta della forma con cui raccontare le sue storie e come questi due personaggi siano una sorta di suoi alter ego su cui tornare, in contrasto con chi pensa che gli eroi dei manga siano figure usa e getta solo per vendere gadget.
Nello specifico, questa pubblicazione contiene la miniserie The Tochiro, pubblicata dall’autore sulla più importante rivista di manga esistente, Shukan Shonen Jump, con cui partecipò ad un concorso in cui erano gli stessi lettori a indicare gli autori da invitare. A seguire, c’è il romanzo Gun Frontier II, rivisitazione in chiave fantascientifica del manga western Gun Frontier e fonte di ispirazione per il film su Harlock L’Arcadia della mia giovinezza e poi un racconto a striscia, con lettura all’occidentale, allegato ai giocattoli che venivano prodotti sull’onda del successo televisivo. Si chiude con il manga storico, ambientato nell’Ottocento, San – Tengamugen – GALAXY LEGEND, con come protagonista Seishiro, un antenato di Tochiro, dove si scoprono le origini della spada del protagonista e anche di Tori-san, l’uccello amico inseparabile di lui e di Harlock.
Harlock & Tochiro è un volume imperdibile per chiunque ami Leiji Matsumoto e i suoi personaggi, in cui si scoprono tante curiosità, come il vero nome di Tochiro, come è nata la Death Shadow, che legame c’è tra le mazoniane e l’umanità, ma anche per chi vuole scoprire questo autore, a suo agio sia con i fumetti che con la narrativa. 
Un manga per nostalgici ma non solo, che si inserisce perfettamente in una visione ampia e articolata della cultura otaku e di un immaginario complesso e molto vario. Harlock & Tochiro è disponibile in fumetteria e libreria e per chi si iscrive all’Associazione culturale Leiji Matsumoto c’è un’edizione con la copertina variant.

Leiji Matsumoto nasce come Akira Matsumoto nel 1938 a Kurume e inizia a disegnare fumetti fin da giovanissimo, vincendo un premio per gli esordienti della rivista Manga Shonen con Le avventure di un’ape. Ottiene i primi successi con Sexaroid Il mondo quadrimensionale e nel 1972 vince il premio Cultura della Kodansha. Le sue opere più famose sono La Corazzata spaziale YamatoCapitan Harlock Galaxy Express 999, trasposte anche in animazione e amate anche all’estero. Il suo personaggio iconico è Capitan Harlock che torna in varie avventure e storie sia in manga che in anime.
Leiji Matsumoto è anche presidente dell’Associazione Giovani Esploratori dello Spazio e della Conferenza Nazionale delle Organizzazioni giovanili e nel 2012 è stato insignito dell’Ordre des Arts et des Lettres dal governo francese.

Provenienza: libro del recensore.

:: Mi manca il Novecento – Viaggio nell’introspezione di Adriano – a cura di Nicola Vacca

26 ottobre 2021 by

La lingua francese ha nella scrittrice Marguerite Yourcenar una grande voce. Nota al grande pubblico per il romanzo Memorie di Adriano, la scrittrice nella sua intera opera (romanzi, poesie, saggi, opere teatrali) ricostruisce l’animo umano attraverso i personaggi della Storia ma anche tramite i suoi fatti che ne hanno condizionato l’evoluzione.

La Yourcenar, nata a Bruxelles nel 1903 e morta negli Stati Uniti nel 1987, oggi è diventata un classico del nostro Novecento. Paradossalmente una scrittrice necessaria di cui si parla poco e niente.

Nel 1951 la scrittrice pubblica Memorie di Adriano, il romanzo con cui si fece conoscere al grande pubblico.

A settant’anni dalla sua uscita, questo grande libro può considerarsi un classico contemporaneo.

Memorie di Adriano contiene tutte le idee e le intuizioni della sua poetica. Il libro è considerato il capolavoro della Yourcenar. È allo stesso tempo romanzo, saggio storico, opera poetica e soprattutto biografia. La storia è costruita come una lunga lettera che l’imperatore Adriano ormai vecchio, scrive al nipote Marco, come pretesto per ripensare alla sua vita di uomo e alla sua opera di politico.

Afflitto dall’idropisia che ormai lo sta portando alla morte, Adriano ripercorre le tappe del passato, rivivendone i momenti più incisivi, e in questa lettera sentiamo lo sfogo di un uomo che non ha più l’energia per applicarsi a lungo agli affari dello Stato; la meditazione scritta di un malato che dà udienza ai ricordi. I fatti sono illuminati dalla saggezza che viene dall’età, dall’esperienza e anche dalla condizione di malato prossimo a morire, e Adriano appare come il simbolo di ogni vita vissuta con nobili intendimenti e con attenta ricerca della felicità, di ogni vita che accetta l’impegno e il sacrificio pur di non trascorrere inutilmente.

L’imperatore morente sceglie la via analitica dell’introspezione per raccontare attraverso la memoria la propria vita.

In prima persona Adriano si lancia in un monologo intenso in cui la sua vita si intreccia con la storia dell’impero romano.

Le parole dell’imperatore non sono mai mute, nel loro pronunciamento riecheggia l’eternità e tuttala grandezza di una civiltà che è stata capace di costruire e donare bellezza.

Attraverso il flusso di coscienza di Adriano arrivano fino a noi tutte le emozioni e la poesia della scrittura di Marguerite Yourcenar.

Basterebbero le pagine straordinarie di questo romanzo per rendersi conto che Marguerite Yourcenar è una scrittrice accarezzata dalla grazia. In stato di grazia la sua scrittura è sospesa tra passato e presente, ma sempre attenta alla memoria e alla cura di quel passato che molto ha da insegnare al presente inquieto.

«Se ho voluto scrivere queste memorie di Adriano in prima persona è per fare a meno di qualsiasi intermediario, compresa me stessa. Adriano era in grado di parlare della sua vita in modo più fermo, più sottile di come avrei fatto io».

Come il suo Adriano, di racconto in racconto, anche lei è entrata nella morte «a occhi aperti» e a noi restano le sue pagine immortali, come grande viaggio nello scibile umano che non possiamo ignorare, né dimenticare.

:: Mi manca il Novecento – Bellintani, il poeta appartato che cammina nella luce – a cura di Nicola Vacca

22 ottobre 2021 by

Umberto Bellintani, classe 1914, è un poeta dimenticato, troppo dimenticato che in vita scelse di stare sempre nell’ombra.

La sua voce lirica si ispira a un cristianesimo umanitario e le sue parole indossano spesso il cilicio, le immagini diventano visioni, il linguaggio diventa pietra. La sua è una poesia che non concede tregua, sa essere allo stesso tempo cruda e mistica.

Eugenio Montale in una recensione sul Corriere Della Sera nel 1954 scrisse:

«Bellintani, che vive in campagna, è un raffinato uomo di popolo, uno di quei poeti che sembrano essere saltati dalla Bibbia e da Omero ai più astrusi lirici stranieri conosciuti solo attraverso le traduzioni… spesso la poesia si rifugia in uomini come lui, non professionisti, senza le carte in regola».

Giacinto Spagnoletti nella Storia della letteratura italiana del Novecento scrive che per entrare nella poesia di Bellintani bisogna pensare all’ enorme anarchismo di Dino Campana, di cui il poeta mantovano e il naturale prosecutore con la sua poesia febbrile e sempre ricca di sfumature.

Già dalle prime poesie, Bellintani si presenta con un poeta legato ai luoghi che vive di cui racconta il vissuto e le peripezie umane.

Mario Luzi ha tracciato un significativo ritratto del poeta facendo notare che tra i poeti del dopoguerra, Bellintani si distinse per la semplicità del suo fare. Nelle sue poesie evitò qualsiasi digressione, prese sempre la via diretta. La via che lo portò a liberare d’istinto il suo dono da ogni accessorio e a trovare nella sua inerme e viva franchezza la sua modernità.

Il dolore, la natura e il legame con la sua terra sono i temi principali della poesia di Bellintani che leggendola colpisce con le sue sensazioni forti.

Il poeta guarda sempre con umanità al suo prossimo e da raffinato uomo del popolo non rinuncia mai nella sua scrittura a una raffinata dimensione sensuale che coinvolge le parole in un partecipativo bisogno di senso.

Colpisce perché carico di significati la sua predisposizione all’ascolto del cuore della terra. Tutta la sua poesia è un unico canto in cui la religiosità è attaccata con passione all’esistenza e allo stesso tempo indaga le inquietudini della ricerca di Dio.

In E tu che m’ascolti, pubblicato da Mondadori nella collana Lo Specchio nel 1963, la sua attenzione nei confronti della condizione umana spicca per un’autentica sensibilità che il poeta esprime con una ruvida violenza espressiva che tiene sempre conto di una pietà umana troppo umana.

«In questo nostro mondo /dove ogni essere grida pietà, / su questa terra / letteralmente coperta da una selva di crocefissi, / dove ogni inchiodato sulla croce, ebete, sghignazza, bestemmia / e implora e sputa / sul corpo del compagno il suo dolore / fattosi ira e veleno, / quando mai una mano pietosa vorrà / avvicinarsi e schiodare / uomini e la specie / d’innumeri animali? / Quando mai / incolumi farfalle / voleranno dalle mani degli uomini / e fatti lievi come il fiato di mammole erreremo / lungo torrenti di luce in un divino / fraterno amore? Quando mai / saremo miti e rugiadosi come gli angeli / che sognammo?».

Ci piace molto la via diretta che Umberto Bellinatani ha scelto di seguire nella sua vita di poeta e di uomo, ci incanta la sua dolcezza e la sua discrezione, ci conquista il suo stare nell’ombra per camminare sempre nella luce.

:: Quando Philip K. Dick denunciò Stanisław Lem all’FBI: Recensione di Universi (Mondadori 2021) a cura di Emilio Patavini

21 ottobre 2021 by

«Individuare quello storico momento in cui l’abaco raggiunse l’Intelligenza

è difficile quanto stabilire il momento in cui la scimmia si trasformò in uomo»

(Stanisław Lem, Prefazione a Golem XIV)

Il 2021 è l’anno di Lem, a dichiararlo è il Sejm, la camera bassa del Parlamento polacco, in occasione del centenario della nascita dello scrittore e futurologo Stanisław Lem (1921-2006), avvenuta il 12 settembre di cento anni fa. Ogni definizione sembra riduttiva per un autore che come pochi altri ha saputo unire i propri interessi scientifici – dalla cibernetica alla fisica, dalla biologia alla matematica – alla finzione narrativa e all’indagine filosofica, non senza rinunciare a una cifra personale di eclettismo (i suoi scritti sono caratterizzati da arguti neologismi e dal gusto per il grottesco). Stanisław Lem ha venduto oltre 40 milioni di copie in tutto il mondo, è stato tradotto in più di 50 lingue, ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti in patria e all’estero, è stato candidato dalla Polonia al Premio Nobel e fatto cittadino onorario di Cracovia. Il settimanale americano Newsweek lo ha definito «il miglior scrittore di fantascienza in qualsiasi lingua».

Stanisław Lem nacque a Leopoli – oggi in Ucraina – nel 1921, da una famiglia polacca di origine ebraica. Crebbe nella biblioteca scientifica del padre, un ricco laringoiatra; con un Q.I. di 180 fu considerato «il bambino più intelligente della Polonia meridionale». Raccontò la propria infanzia a Leopoli nel romanzo autobiografico del 1966, Il castello alto (Bollati Boringhieri 2008).

Quando nel 1941 i nazisti istituirono il ghetto a Leopoli, si procurò documenti falsi assicurando a se stesso e alla propria famiglia una via di salvezza dai campi di concentramento. Durante l’occupazione tedesca lavorò come saldatore e meccanico in un’officina, e nel frattempo compiva azioni di sabotaggio a danno dei veicoli tedeschi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1946, studiò medicina all’Università Jagellonica di Cracovia, dove si laureò quello stesso anno, anche se il suo principale interesse fu la cibernetica. Prima dell’invasione tedesca, Lem aveva studiato medicina all’Università di Leopoli per seguire le orme paterne, ma con l’occupazione sovietica della Polonia orientale, la famiglia decise di trasferirsi a Cracovia. Mentre i suoi colleghi si arruolavano come chirurghi di guerra, Lem abbandonò gli studi, come ricordò in seguito: «Non superai l’ultimo esame. Nessuno poteva costringermi a dare la risposte che volevano». In quei tempi, infatti, si erano imposte le teorie di Lysenko, che Lem si rifiutava di accettare perché andavano contro la genetica mendeliana in favore di un’idea lamarckiana di biologia, distorta al fine di abbracciare l’ideologia sovietica.

Uomo poliglotta e di immensa cultura; scettico per natura, in una sua intervista si definì «ateo per ragioni morali» perché, come disse, «mi sembra che il mondo sia messo insieme in uno modo così penoso che preferisco credere che non sia stato creato da nessuno piuttosto che pensare che qualcuno lo abbia creato intenzionalmente».

Il suo primo romanzo è L’ospedale dei dannati (Bollati Boringhieri 2006), ambientato in un ospedale psichiatrico durante l’occupazione nazista, scritto tra il 1948 e il 1950, ma pubblicato solo nel 1956, a seguito del disgelo e del cosiddetto “Ottobre polacco”. I suoi primi romanzi di fantascienza sono utopie anticapitaliste che risentono fortemente del «realismo socialista» imposto dal regime: basti pensare che i censori lo costrinsero a eliminare dal suo secondo romanzo di fantascienza La nube di Magellano (in cui Lem parla di una “Biblioteca Trionica” e predice Google) la parola «cibernetica», perché era allora considerata «una falsa scienza capitalista». Lem la sostituì con un termine di sua invenzione, «meccanioristica», ma questo non bastò a passare il vaglio di un censore, che si accorse del calco. Con la morte di Stalin, Lem abbandonò il realismo socialista imposto ai suoi primi romanzi (che in seguito non apprezzerà), e produsse i suoi capolavori, vere e proprie gemme letterarie della fantascienza moderna.

Considerava trash la fantascienza americana, con l’eccezione di Philip K. Dick, che definì come un «visionario tra i ciarlatani». L’ammirazione per Dick si riflette nella volontà di pubblicare, nel 1972, un’edizione polacca di Ubik, il migliore romanzo dello scrittore americano. Iniziarono così i contatti tra i due scrittori, che si accordarono per la pubblicazione. Tuttavia, la Wydnawnictwo Literackie, la casa editrice di Lem, poteva pagare i diritti d’autore solo con la valuta polacca. Dick avrebbe dovuto così recarsi di persona in Polonia e spendere là i suoi złoty, mentre avrebbe voluto essere pagato in dollari, e subito. Al tempo Dick, dipendente da amfetamine e altre droghe, era in un momento particolare della sua travagliata vita: tra febbraio e marzo 1974 iniziarono a farsi sempre più frequenti allucinazioni dovute all’effetto del tiopental sodico, somministratogli come anestetico in un intervento odontoiatrico. Le sue esperienze mistiche e trascendentali si manifestarono nel periodo 2/3/74 e si tradussero in un manoscritto di quasi ottomila pagine, tra appunti scritti a mano e a macchina, che verrà poi pubblicato come l’Esegesi. In questo periodo, Dick credeva di essere un cristiano perseguitato al tempo dell’imperatore Nerone (il suo mantra era «The Empire never ended») e sosteneva di essere in contatto con un’intelligenza divina chiamata VALIS. È in questo contesto, nella paranoia da cui fu sempre affetto, che Dick decise di scrivere all’FBI. Nel settembre 1974, in piena guerra fredda, denunciò al Federal Bureau la presenza di un «gruppo senza nome di Cracovia» che agiva sotto il nome di Stanisław Lem, ma che in realtà era un «comitato composito» comunista, il cui obiettivo era quello di infiltrarsi nel mondo della fantascienza americana. Sappiamo che Lem non è mai stato membro del partito comunista, ma per Dick rappresentava un’evidente minaccia: dietro all’acronimo di L.E.M. vedeva la sinistra figura di una spia, ma dietro il suo cognome poteva celarsi al massimo l’acronimo del Lunar Excursion Module, il modulo lunare usato per l’allunaggio del 1969. In realtà, le vere ragioni all’origine del suo rancore personale, come ricorda Lawrence Sutin – biografo di Dick – sono tutt’altre: «Phil era arrabbiato per quelle che riteneva promesse non mantenute relative ai diritti d’autore, e – ingiustamente – ne diede la colpa a Lem». A seguito delle pressioni di Dick, nel 1976, Lem venne espulso dalla Science Fiction and Fantasy Writers of America (SFWA), l’associazione degli scrittori americani di fantascienza di cui Lem era stato fatto membro onorario nel 1973, e che ne revocò l’iscrizione per via delle sue posizioni critiche nei confronti della fantascienza americana.

I pensieri e gli scritti di Lem (tra cui molti inediti) sono raccolti in questo volume di oltre 1500 pagine, uscito il 14 settembre per gli Oscar Moderni Baobab della Mondadori. Qui ogni lettore può trovare qualcosa per sé: dalle fiabe fantascientifiche ai viaggi spaziali, dalle invenzioni strampalate di due inventori robotici a recensioni di libri inesistenti, sino alle altissime vette del suo pensiero scientifico-filosofico. Universi si apre con l’ottima introduzione del traduttore Lorenzo Pompeo, indispensabile per chiunque voglia comprendere la vicenda biografica dell’autore; introduzione in cui Lem viene considerato come «il più grande scrittore di fantascienza non angloamericano».

La prima raccolta che il lettore può trovare sfogliando Universi è Memorie di un viaggiatore spaziale, incentrata sui viaggi spaziali, con protagonista l’astronauta Ijon Tichy (presente anche ne Il congresso di futurologia, non contenuto in questa antologia); la seconda raccolta di viaggi spaziali, I viaggi del pilota Pirx, è dedicata invece al suo successore, il pilota Pirx. Nelle peripezie di Tichy, Lem riflette con acuta e sottile ironia che per certi versi ricorda la leggerezza di Swift sullo spazio e le sue contraddizioni, introducendo anche lucide previsioni, come l’avvento del turismo spaziale, che quest’anno ha avuto appuntamenti importanti con Virgin Galactic e SpaceX. Nella prima avventura spaziale, il viaggio settimo, Tichy entra in un vortice gravitazionale, e per via di «incalcolabili effetti relativistici» si creano innumerevoli copie di se stesso. Memorabile è anche la scherzosa pseudo-introduzione all’edizione critica delle Memorie di Ijon Tichy: la Tichologia ricalca in qualche modo la Solaristica, mentre gli pseudobiblia nelle note a piè di pagina anticipano la passione di Lem per gli apocrifi, che verrà approfondita nella sua ultima fase creativa.

Come lascia intendere il titolo, Fiabe per robot è una raccolta di fiabe fantascientifiche con robot come protagonisti e in cui si respirano atmosfere da fairy-tale, con tutti i cliché del caso. Preparatevi a scontri tra elettroguerrieri e elettrodraghi al suono di clangori metallici e a colpi di ciberarmi; a storie di principesse robot e di vecchi re robot. Come quella di un malvagio tiranno che vive in un palazzo di platino, talmente avido da ordinare ai suoi sudditi di indossare armature di uranio, in modo che non possano più radunarsi e ordire congiure contro di lui, perché ogni volta che si avvicinano si innesca una reazione a catena che causa un’esplosione.

Sulla scia delle fiabe robotiche, Cyberiade è l’epopea dell’era cibernetica («L’armi canto, e de’ robot il valore»), e racconta le comiche avventure di due inventori, Trurl e Klapaucius: non sono umani (anzi, visipallidi, come sono chiamati), ma robot, i primi esseri «veramente intelligenti». I protagonisti di Cyberiade sono costruttori di strampalate invenzioni, come il bardo elettronico, una macchina capace di recitare e produrre poesie attraverso sofisticati programmi informatici che simulano l’intero universo e la storia della civiltà – racconto che mi ha fatto pensare a The Great Automatic Grammatizator di Roald Dahl. In questi racconti, che hanno spesso finali esilaranti e al limite dell’assurdo, Lem dà libero sfogo a quella che abbiamo ormai imparato a riconoscere come suo carattere distintivo: giochi di parole e neologismi che conferiscono un’ aura di scientificità alle sue fiabe fantastiche. Non a caso, John Updike ha definito Lem come il poeta «della terminologia scientifica», e ha detto che i suoi libri sono per coloro «i cui cuori battono più forte quando ogni mese arriva Scientific American».

Le short stories contenute in Enigma raccolgono il corpus della narrativa breve di Lem, da Il ratto del labirinto (1956) a Il materassino (1995). La raccolta prende il nome da Enigma, racconto in cui due monaci robotici discutono di teologia cibernetica. Tra gli altri racconti si segnalano anche L’invasione da Aldebaran, che rielabora il topos più ricorrente della produzione lemmiana, quello del contatto con una civiltà aliena, ma questa volta dal punto di vista dei tentacolari invasori provenienti da Aldebaran. Degni di nota sono anche Il materassino (suo ultimo racconto), amara riflessione sulla realtà virtuale (che mi ha ricordato alcune pagine di Tempo fuor di sesto di Dick), e L’amico. Quest’ultimo, geniale come ogni creazione letteraria dell’autore, è una storia ricca di suspense che per le sue atmosfere cupe e gotiche deve qualcosa a Frankenstein di Mary Shelley e indaga, tra ampliamenti cerebrali e cervelli elettronici, gli inquietanti risvolti del rapporto con l’intelligenza artificiale. La passione di Lem per la cibernetica nasceva dalla sua fascinazione per il mistero della mente umana (uno dei suoi primi scritti è proprio un trattato intitolato Teoria della funzione del cervello), come emerge dal suo romanzo più famoso, Solaris: «L’uomo è andato incontro ad altri mondi e ad altre civiltà senza conoscere fino in fondo i propri anfratti, i propri vicoli ciechi, le proprie voragini e le proprie nere porte sbarrate». Forse un domani scopriremo ogni cosa sulle galassie, su soli lontani e sconosciuti, su universi nuovi e pianeti distanti anni luce, ma – sembra dirci Lem – quella macchina complessa e inconoscibile che chiamiamo cervello resterà un mistero. Forse spalancherebbe abissi e baratri troppo profondi per essere compresi.

Nelle sue ultime opere, Lem abbandonò la narrativa di fantascienza per cui è ricordato, per indossare i panni dell’estensore di apocrifi, cui è dedicata la terza e ultima sezione di Universi. Vuoto assoluto raccoglie recensioni di libri mai scritti, un genere inaugurato da Jorge Luis Borges. Il libro si apre con una recensione del libro stesso, a firma di un certo St. Lem; tra gli altri pseudobiblia qui presentati, vale la pena di citare Gigamesh, l’equivalente dell’Ulysses joyciano basato non sull’Odissea ma sul poema mesopotamico Gilgamesh; Gruppenführer Louis XIV, storia di un ex gerarca nazista che ricrea la corte di Re Sole nel cuore dell’Argentina; e infine Idiota di Gian Carlo Spallanzani, versione italiana del capolavoro di Dostoevskij (pubblicata nella finzione di Lem proprio dalla Mondadori). Spesso l’esito delle critiche fittizie è comico e grottesco; l’autore riesce, come un’abile equilibrista, a passare con una naturalezza disarmante dal tono giocoso della farsa e della parodia a trattazioni che potrebbero annoiare coloro che si aspettavano di leggere racconti di fantascienza. Va ricordato inoltre che il Lem delle recensioni fittizie è molto più caustico e disinibito, se confrontato allo stile di altri suoi scritti, ed è notevole la differenza con il tono leggero e scherzoso delle Fiabe per robot e Cyberiade; differenza che si acuisce ancor di più se si guarda ai suoi primi romanzi, rigidamente ancorati ai dettami del realsocialismo.

Il seguito di Vuoto assoluto è Grandezza immaginaria, che consiste in una serie di introduzioni apocrife a libri ancora da scrivere, come la Storia della letteratura bitica, che tratta di un genere letterario incomprensibile per gli uomini, in cui i computer si chiedono se gli esseri umani abbiano o meno una coscienza.

E poi c’è Golem XIV: dopo un’interessante prefazione del curatore fittizio, che ricostruisce brevemente la storia dei computer e dei cervelli elettronici del futuro, ci si trova di fronte a «una piccola parte delle registrazioni magnetiche» delle conferenze tenute da un supercomputer di 14a generazione della serie GOLEM progettato dal MIT. Golem XIV era stato messo a capo dello stato maggiore americano dal Pentagono, ma aveva fin da subito dimostrato un totale disinteresse nei confronti della guerra: per esso, le questioni militari sono nulla in confronto ai dilemmi filosofici. Golem XIV è un computer ribelle la cui intelligenza superiore non risponde più agli ordini dei suoi programmatori (come l’omonimo mostro della tradizione ebraica), ma il suo unico interesse è la «filosofia elettronica», ed è per questo che tiene conferenze su temi prescelti rivolte a una platea ristretta di umani (da lui accuratamente selezionati). La prima conferenza di questo computer-filosofo è sull’uomo, mentre l’ultima su stesso: qui emerge il tema prediletto di Lem, leitmotiv di tutta la sua produzione, che come ha rilevato Carlo Pagetti corrisponde al tema dell’ “incontro ravvicinato”: il contatto, in questo caso, di «umani con un essere intelligente, ma non umano», per dirla con Lem. Questo potrebbe essere il destino dell’evoluzione dell’intelligenza artificiale? Un interrogativo che ogni lettore si pone durante la lettura. D’altro canto, Golem XIV affronta i problemi etici che riguardano lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, quando diventa troppo intelligente: infatti, il Golem è una macchina in grado di pensare un milione di volte più velocemente della mente umana. Golem XIV può essere considerato come la summa più alta del pensiero filosofico di Lem, espressione della sua visione di cibernetica.

Provocazione è un’estensione di Vuoto assoluto: qui sono raccolte le pseudo-recensioni di un’opera in due volumi scritta dal filosofo tedesco Aspernicus: ricorda Lem che alcuni scienziati e storici polacchi credettero che il libro in questione esistesse veramente e provarono a procurarsene una copia. La prima parte di Provocazione affronta il tema della soluzione finale e del genocidio ebraico (tema che riguarda da vicino la storia personale di Lem), mentre la seconda si concentra su One Human Minute, libro inesistente che, attraverso tabelle statistiche stilate da computer, elenca tutto ciò che accade all’umanità in un minuto. Nel suo commento, Lem formula la legge che porta il suo nome: «Nessuno legge più nulla; se legge, non capisce niente; se capisce qualcosa, lo dimentica all’istante».

Biblioteca del XXI secolo contiene The World as Holocaust: un brillante saggio che esplora il concetto di «creazione attraverso la distruzione» richiamato dal titolo, inteso non come la teoria del catastrofismo di Cuvier, bensì come catastrofi su scala cosmica. Qui Lem si interroga sul nostro posto in quel «deserto silenzioso» che è l’universo, sulla ricerca di vita extraterrestre, sull’origine del cosmo, sulla composizione chimica degli astri e persino sull’ipotesi del Multiverso (scrive Lem: «La teoria del Big Bang è salvata dall’ipotesi che, nel corso dell’esplosione creatrice, sia stata generata nello stesso momento un’enorme quantità di Universi. Il nostro Cosmo fu solo uno dei tanti. La teoria che mette d’accordo l’omogeneità dell’attuale Cosmo con l’impossibile omogeneità della sua espansione, attraverso l’idea che il Cosmo primordiale non costituisse un universo ma un multiverso, è stata enunciata nel 1982»), già anticipata nella sua Grandezza immaginaria (1972), in cui troviamo La nuova cosmogonia, un ipotetico discorso tenuto in occasione del conferimento di un premio Nobel, con riflessioni sul paradosso di Fermi e sulla visione del «Cosmo come Gioco».

Leggere Lem significa abbandonarsi al vero piacere della lettura; lasciarsi condurre per mano da un’immaginazione inesauribile, tra galassie senza confini e territori ancora da esplorare. La sua ironia pungente, il suo personale senso dell’umorismo, i suoi neologismi elaborati, la maestria con cui è capace di creare situazioni iperbolicamente paradossali, il suo dotto enciclopedismo scientifico, sono solo alcuni aspetti della sua opera e fanno di Stanisław Lem una delle voci più originali del panorama letterario del Novecento – un uomo che ha visto il futuro.

Stanislaw Lem (Leopoli, Polonia, oggi Ucraina, 1921 – Cracovia 2006). È autore di indimenticabili romanzi di fantascienza quali La nube di Magellano (1955) e Eden (1959). Dal suo libro più celebre, Solaris (1961), nel 1972 il regista russo Andrej Tarkovskij realizzò un film, premiato a Cannes, che portò alla popolarità Lem in Europa e in tutto l’Occidente. Le opere di Lem sono tradotte in oltre 40 lingue.

Source: inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa della Mondadori.

:: ELENA BARTONE: VERSI ANTICHI PER UN «NUOVO FRANCESCANESIMO» – Con gli occhi di un povero. Poesie su san Francesco di Assisi (Edizioni Messaggero Padova 2021) a cura di Antonio Catalfamo

19 ottobre 2021 by

Elena Bartone, calabrese d’origine, da tanti anni trasferitasi in Piemonte, dove insegna Lettere alla scuola media di Bra, è presente da diversi lustri nel campo della letteratura, soprattutto (ma non solo) come poetessa. Si è riconosciuta dapprima nell’ermetismo, al pari di tanti poeti d’ispirazione religiosa, come lo stesso David Maria Turoldo, nella lettura critica che ne ha fatto Andrea Zanzotto. La ragione per cui diversi poeti religiosi sono partiti dall’ermetismo risiede, probabilmente, nel fatto che, specialmente in Ungaretti, la poesia ermetica è incentrata sul «mistero»: «M’illumino / d’immenso». Ma, come ha giustamente osservato Cesare Pavese in un suo scritto sulle Due poetiche (quella ermetica, per l’appunto, e quella neorealista, alla quale lo scrittore langarolo aderisce, seppur con una propria originalità), il poeta ermetico si ferma a questo «mistero», si bea di esso e del proprio «stupore» di fronte ad esso, e non va oltre. E’ chiaro che poeti come David Maria Turoldo che vogliono superare questa “soglia”, addentrarsi nel labirinto dell’ «io» e del mondo, per «ridurlo a chiarezza» (per usare un’altra espressione pavesiana), sono destinati a rimanere insoddisfatti dell’ermetismo e ad approdare ad altri lidi.

Lo stesso è successo ad Elena Bartone, che è approdata con gli anni a forme di spiritualità più consapevole, animata dall’ansia di conoscere la propria interiorità e l’universo in tutte le sue componenti: umane, animali, vegetali. Così si spiega il suo «francescanesimo» attuale, che ha trovato sinora concretizzazione in tre raccolte: Francesco, nel silenzio (LietoColle, Faloppio, 2015); Apostrofi di gioie sovrumane (La Vita Felice, Milano, 2020); Con gli occhi di un povero. Poesie su san Francesco di Assisi (Messaggero di Sant’Antonio Editrice, Padova, 2021). Il cammino della poetessa è ancora incompiuto e i prossimi anni ci diranno quali saranno gli ulteriori sviluppi in termini di poetica e di estetica, ma anche di formazione umana.

Questo «francescanesimo» della Bartone, intanto, va studiato a fondo, perché ha dei tratti originali non solo sul piano strettamente poetico, ma anche, diremmo, speculativo, rappresentando uno sviluppo e un approfondimento del pensiero e dell’opera di san Francesco, che possono essere (e sono stati) interpretati in vari modi nel tempo, sotto l’influenza anche del contesto, anzi dei «contesti» (storico-politico, economico-sociale, ideologico, culturale, letterario), nell’ambito dei quali ogni opera viene concepita. Un percorso, quello della Bartone, che, lo ripetiamo, è originale, ma non solitario, in quanto il cammino della poetessa s’intreccia con quello della Chiesa attuale, sotto la guida e l’impulso di papa Bergoglio, che ha scoperto, per l’appunto, nuovi significati e nuove dimensioni nell’ambito del «francescanesimo», legati al momento storico attuale, al quale pure egli ha voluto richiamarsi sin dalla scelta del proprio nome di pontefice.

L’opera di san Francesco d’Assisi, che trova degna concretizzazione nel Cantico delle creature (1225), paradossalmente va incontro, nel tempo in cui i suoi versi furono concepiti, come ha opportunamente evidenziato Giuliano Procacci (Storia degli italiani), alla sensibilità della nuova classe borghese che inizia ad affermarsi e che trova utile identificarsi con una religiosità che, riconoscendo il Creatore nelle cose da lui create (il Sole, la Luna, l’universo nella sua interezza), non richiede nessuno sforzo speculativo, presenta elementi di “praticità” e di semplificazione, ponendosi, inoltre, in linea di continuità con il paganesimo dei secoli precedenti.

La religiosità di Francesco d’Assisi è, d’altra parte, diversa rispetto a quella che è maturata, nell’Alto Medioevo, nei conventi, nelle abazie, e che è sfociata poi nel tomismo, vale a dire nel tentativo di dimostrare la fede per via razionale, e, per altri aspetti, si distingue da quella di Jacopone da Todi, dei movimenti ereticali, che non è fondata sul carattere gioioso della vita, bensì sull’individuazione della sua dimensione tragica, sulla denuncia della corruzione che investe pure la Chiesa e che impone un ritorno alla purezza primigenia, che non può avvenire, però, in maniera indolore.

Ma l’opera di san Francesco, nella sua “prismaticità”, che si accompagna alla semplicità, è ancora altro. Ha una sua componente “rivoluzionaria”. Nella rappresentazione che ne danno Dario Fo e Roberto Roversi, Francesco non si limita a far voto di umiltà e di povertà, ma vuole comunicare questo suo modello di vita anche agli altri, affinché ne facciano tesoro. Perciò improvvisa uno spogliarello in una piazza di mercato, per richiamare l’attenzione di un popolo distratto, che, intento agli affari, non ascolta neanche la sua parola e il suo messaggio.

Da tutta questa “poliedricità” si possono trarre significati diversi, persino di segno opposto. Papa Bergoglio, sin dall’inizio del suo pontificato, ha offerto un’interpretazione di san Francesco che, se non è “rivoluzionaria”, è senz’altro innovativa, presentandoci il «santo poverello» sì intento alla contemplazione del creato e delle sue bellezze, ma non rinchiuso, per questo, nello spirito contemplativo, né meramente speculativo, bensì proiettato, con la ricchezza spirituale accumulata attraverso la contemplazione, il silenzio, l’introspezione, verso il mondo esterno, verso gli uomini, per trasmettere ad essi la lezione di vita da lui stesso appresa per mezzo dell’osservazione e della meditazione. Così papa Francesco è stato particolarmente attento alle tematiche ecologiche e, in generale, all’ “esserci nel mondo” di ogni individuo e della collettività umana, alla dimensione etica che deve caratterizzare l’agire del singolo e della comunità, perché «nessuno si salva da solo», in un momento storico nel quale la razza umana rischia l’estinzione, a causa della sua azione distruttiva protratta nei millenni. Tanti insegnamenti possono venire dalle parole di papa Francesco a tutti noi, credenti e non credenti, ed è stato proprio lui a superare questa distinzione, rivolgendosi a tutti gli uomini di buona volontà, cancellando steccati ideologici e pregiudizi anch’essi prolungati nei secoli.

Elena Bartone ha fatto tesoro, nella sua vita e nella sua opera, di questi insegnamenti e di questa interpretazione originale del messaggio di san Francesco. Nelle poesie della sua «trilogia» parte dal creato, dai suoi monti calabresi, da luoghi simbolo come il Sacro Monte di Orta, la chiesa dei Battuti Neri, la chiesetta delle Clarisse, a Bra, che corrispondono al monte Ventoso del Petrarca, il quale racconta in una delle sue Familiares, di aver scalato questa altura della Valchiusa, in Provenza, assieme al fratello Gherardo, per scavare nella propria interiorità, alla ricerca di se stesso, ma anche della via che, attraverso la chiarificazione interiore, porta a Dio. Leggiamo nella poesia Sui monti calabri, appartenente alla raccolta Francesco, nel silenzio:

«Sui monti calabri / era calato il silenzio. / La sera si annunciava tra gli abeti. // Cercavo una risposta ai miei perché, / alle voci che un tempo / arrivavano da lontano. // Non rincorrevo l’altrove, ma la vita / nei suoi rivoli di enigmi e sobbalzi / di felicità. // Rimescolavo le carte dei giorni, / ma i conti non tornavano. / Tanto silenzio e nulla più. // In quel silenzio tutto verde / ho sentito il futuro / camminare al mio fianco».

E, inoltre, nella poesia Bra, chiesa dei Battuti Neri:

«Da qui ho sempre innalzato / preghiere al Signore, / da qui l’anima si è spinta / fino a baciare Dio. // Qui un tremore ha scosso le membra / perché ho sfiorato l’Assoluto. // Qui è tutto silenzio. / Le labbra si muovono appena, / non si odono passi. / Qui è tutto silenzio, anche sull’altare».

E, ancora, nella poesia Bra, chiesa delle Clarisse:

«Nella chiesa le candele accese / per Francesco. / Ogni candela una preghiera, / ogni preghiera una pena. // Si prega per non impazzire, / si prega per non pensare. // Tutto accade nel silenzio, dentro. / Fuori il trambusto, il ritmo, la corsa, / la follia del vivere».

E, infine, nella poesia Orta, Sacro Monte:

«Tra le chiesette del Sacro Monte / esulta lo spirito di Francesco / come al mattino una campana ubriaca / di vita. // Neanche la pioggia fa rumore. / Ed è silenzio, meraviglioso silenzio. / Come in un film scorre la vita del Santo / scandita tra cripte e arbusti secolari. // La natura tace. Religioso silenzio. / Il creato s’inchina / di fronte a tanta pace, / dentro e fuori».

C’è il silenzio, dunque, che invita a riflettere, a cogliere il messaggio che promana dal creato, attraverso lo scavo interiore, e questo processo di chiarificazione proietta verso il Creatore, con la mediazione di Francesco. Scrive, a tal proposito, Martha Canfield nella prefazione alla raccolta Francesco, nel silenzio:

«Tra tutti i santi forse San Francesco è quello che più facilmente illumina il quotidiano e riesce ad aprire una strada che parte dalla comunione squisitamente terrena con la natura, con gli animali, con gli esseri più umili e sprovveduti e fa intravedere il cammino che porta più in là, sopra l’immediato e il tangibile, verso la comunione con l’assoluto. Il raggiungimento di questa meta finale, che nel linguaggio mistico tradizionale viene designata come “nozze mistiche”, può essere difficile e doloroso, può implicare una profonda sofferenza fisica e spirituale».

Ma dopo il silenzio c’è la parola, che si concretizza nella poesia. La riflessione silenziosa e poi la parola non proiettano la poetessa solamente verso l’alto, verso l’ultraterreno, ma anche verso il mondo terreno. Anche in ciò le è maestro san Francesco, che ha rivolto gli occhi non solo verso il cielo, ma anche verso il mondo circostante, e il suo sguardo è stato quello del povero. Da qui il titolo dell’ultimo volume della «trilogia»: Con gli occhi di un povero. San Francesco, infatti, non si è accontentato di tessere le lodi del Creatore attraverso il creato, ha rivolto il suo sguardo pietoso verso il mondo terreno, per constatare con dolore come esso è stato trasfigurato, rispetto al progetto divino, dagli uomini, con la loro azione distruttiva, che ha investito il piano materiale e quello morale. Leggiamo nella poesia Francesco piange per il creato:

«Nel terzo millennio, / da lassù dove non arrivano / sospiri della notte, / né stille di solitudine, / Francesco piange. / Il creato, l’immagine di Dio, / soffre. / Gli uomini soffocano i mari. / I boschi nella loro pena muta. / E l’aria non è più libera, / prigioniera di nascoste evanescenze. / Madre terra confusa, / attaccata da mani invisibili / in cerca di distruzione. / L’erba calpestata da passi / incerti e informi. / Gli uccelli lassù hanno perso / la direzione. / La natura non conosce festa / a primavera. / Le mammole non hanno voglia / di sognare. / Gli abeti si abbandonano al vento / stanchi. / Le allodole sfiorano i pensieri / tristi dei più soli. / Le maree si innalzano / sulle umane sventure / e il sole fa delle nuvole / la sua casa. / Da lassù solo le stelle, / nel freddo silenzio, / guardano attonite».

E qui la lezione di san Francesco si trasfonde in quella di papa Francesco, della quale Elena Bartone fa ampiamente tesoro. Bergoglio ha ripetutamente denunciato l’emergenza ecologica, la corruzione morale, che investe anche settori della Chiesa, la carica distruttiva e belluina dell’uomo che dirompe nelle guerre, le disuguaglianze sociali sempre più marcate tra ricchi e poveri. Elena Bartone fa eco alle parole del Santo Padre, al suo messaggio, veicolo di un «nuovo francescanesimo», che è, nel contempo, antico. Condanna la guerra nella poesia Se la pace tace:

«Nel chiostro tutto è fermo: / la siepe che invita alla gioia, / l’alloro, la statua di Cristo. / Solo il vento scompiglia le foglie. / Una rosa gialla mi riporta a Te, / alla nuvolaglia della Tua santità, / al Tuo grido, se la pace tace, / se gli animi si perdono / nel tumulto di guerre tra fratelli».

Oggi in Italia il più lucido analista della società capitalistica matura è Franco Ferrarotti, padre rifondatore della Sociologia italiana nell’immediato secondo dopoguerra (il fascismo l’aveva quasi abolita: se non ci sono più problemi sociali, perché il regime li ha risolti tutti, non ha senso la disciplina che intende studiarli). Ultranovantenne, ci invita continuamente con i suoi scritti a recuperare la dimensione del passato, di quando si camminava «a passo d’uomo e di cavallo» (questo il titolo di uno dei suoi preziosi volumi, che escono a ritmo vertiginoso, colmando un grande vuoto intellettuale e morale), il «mondo della penuria», nei suoi aspetti e insegnamenti positivi, accanto a quelli negativi, che imponeva la misura, la moderazione, la riflessione su come risparmiare le energie e su come autolimitarsi. E oggi occorre, appunto, autolimitarsi, superare, con un salto all’indietro, la «società irretita» di sviluppo senza progresso, riscoprendo un «nuovo umanesimo», che è, nel contempo, antico (Dalla società irretita al nuovo umanesimo è, per l’appunto, il titolo di un recente volume di Ferrarotti), fondato sull’umiltà, su una visione pauperistica della vita, sulla riscoperta dell’uomo e sulla rideterminazione della tecnologia come mezzo, non come fine. Di tutti questi valori, rilanciati da Ferrarotti, è partecipe Elena Bartone, con il suo «nuovo francescanesimo», in linea con quello di Bergoglio. La poesia I poveri costituisce, in tal senso, un manifesto programmatico:

«I poveri non conoscono cattiveria, / amano il vento e le pietre, / innalzano una preghiera al Signore / nella sera. / Un tremolio di sofferenza / percorre le membra / e poi si abbandonano al canto / della solitudine. / Inciampano lungo il percorso / dell’esistere, poi si rialzano / perché Dio cammina accanto. / Non amano la perfezione, le certezze; / ascoltano il linguaggio muto / delle cose. / Oggi come ieri, / si stringono al cordone / della povertà / e ascoltano la voce di rintocchi / d’altrove. / Piangono se le logiche del mondo / sferzano colpi / alla loro essenza / di aurore rarefatte / o se la vita sanguina / nostalgie d’altri giorni. / Il volo di una farfalla / una carezza di Francesco / nei mattini trionfanti di solarità».

Quella della Bartone potrebbe sembrare una visione conservatrice, retrograda, ma non lo è: Gramsci ci ha insegnato che il passato è fonte di ogni rivelazione e di ogni rivoluzione. E’ necessario, allora, cancellare l’egoismo, l’edonismo, il culto della ricchezza e della proprietà individuale e familiare (o di casta), fine a se stessa, consentire una vita più dignitosa a tutti, il minimo indispensabile per vivere, riacquistare il senso della misura, della moderazione, dell’autolimitazione, il rispetto per i propri simili e per l’ambiente, nelle sue varie componenti (umane, animali, vegetali), la dimensione preziosa della riflessione pacata e della lentezza, nel pensare e nell’agire, contro la corsa forsennata verso non si sa che cosa. Sono questi i caratteri del «nuovo umanesimo», di cui parla Franco Ferrarotti, e del «nuovo francescanesimo» di papa Bergoglio, che trova concretizzazione nell’opera poetica di Elena Bartone, che guarda indietro al passato per andare avanti, nel presente e nel futuro.

Carmine Chiodo, nella sua Prefazione ad Apostrofi di gioie sovrumane, con la consueta acutezza ed acribia filologica, ha giustamente evidenziato anche le caratteristiche stilistiche e linguistiche di queste poesie di Elena Bartone, sottolineando la capacità dell’autrice di usare ritmi diversi e forme estetiche sempre rinnovate per rappresentare gli stessi momenti spirituali, naturali e umani. Egli conclude, e noi con lui:

«Ciò che ancora colpisce dell’originale poesia della nostra poetessa è la variabilità ritmica che dice sempre la natura, lo stato dell’io poetante, che alimenta una poesia per accompagnare poi i vari istanti dell’essere dell’autrice e la sua presenza nella realtà, nelle cose. Poesia di alto sentire e delicatezza linguistica eccezionale».

Elena Bartone, calabrese di origini, vive in Piemonte, dove insegna lettere. Laureata in giurisprudenza e in lettere, ha al suo attivo dieci opere di poesia e la partecipazione a molti premi. Due volte vincitrice del Premio Cesare Pavese. Le sue poesie compaiono in molte antologie e riviste. Il suo primo libro su san Francesco d’Assisi (Francesco, nel silenzio, Falloppio 2015) è stato tradotto in spagnolo.

Source: libro del recensore.