:: Un’intervista con il Prof. Luigi Bonanate sulla crisi ucraina. Storia, analisi, previsioni

23 febbraio 2022 by
Il bacino del Donec interessa i territori orientali dell’Ucraina (aree dorate). Al centro della mappa, in azzurro, l’imponente corso del Dnepr.

Grazie professore di questa nuova intervista che riprende quella che ci ha concesso nell’aprile del 2015 sulla crisi russo-ucraina. Lei non è un esperto di Europa Orientale, ma è un esperto delle dinamiche che portano a combattere le guerre, evitarle, perderle o vincerle. Suo del 1994 è un libro molto prezioso dal titolo Guerra e pace: due secoli di storia del pensiero politico (FrancoAngeli), che se vogliamo consiglierei ai nostri lettori e anticipa molte delle dinamiche che vediamo oggi. Una domanda breve e molto personale: come siamo arrivati secondo lei a questo punto in Ucraina? Ricordo che la cosiddetta guerra civile scoppiata nel 2014, è continuata fino a oggi senza una reale pacificazione o accordi definitivi, verte sul riconoscimento formale della sovranità delle regioni ucraine separatiste e filo russe di Donetsk e Luhansk che nel 2014 si sono autoproclamate Repubbliche indipendenti da Kiev.

E’ necessaria una premessa: il mondo occidentale, e in particolare gli Stati Uniti, vivono da tempo in una sorta di nirvana, che li culla in una sorta di incosciente indifferenza. Nulla di male nel non volersi interessare degli affari del mondo, ma soltanto se si è già rinunciato a sentirsi grandi potenze, a occuparsi di paesi lontani, come l’Iraq, l’Afghanistan, la Siria, e via discorrendo. In altri termini, la gestione di una politica estera – di qualsiasi stato – richiede un impegno costante e continuativo. Bisogna occuparsene tutti i giorni, per così dire, e non svegliarsi dal torpore quando da qualche parte uno starnuto ci fa sobbalzare.

Questo non è un invito alla politica di potenza o alla continua ingerenza negli affari altrui. Significa piuttosto che la realtà è complessa, evolve in continuazione, può cambiare o modificare il proprio indirizzo. Capirlo servirebbe non tanto a evitare le guerre, ma a essere presenti a se stessi, ad avere la consapevolezza di quel che sta succedendo nel mondo. Certo, questo non era stato l’atteggiamento del presidente Trump, e il primo anno del governo di Biden si è rivelato non tanto diverso. Un esempio per tutti: l’abbandono dell’Afghanistan alle sue miserie è una delle pagine più indecenti della storia della politica estera americana.

Veniamo ora al punto di oggi – o meglio, di ieri perché la situazione dl Donbass era nota al mondo da un decennio – ma evolve in continuazione. Ma chi se ne era più preoccupato?

C’è una linea da nord a sud, che va dalla Lituania a Sebastopoli (tanto per ricordare il nome a cui Tolstoj intitolò i suoi straordinari Racconti di Sebastopol), sulle rive del mar nero, che segna quasi esattamente il senso della politica estera-occidentale della Russia, che è il sogno imperiale di Putin e e costeggia la Polonia, quella che un tempo si chiamava Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria. Quello era il confine tra i due mondi occidental-capitalistico e Russia comunista (con alcune appendici). Quello stesso confine strategico-politico oggi passa semplicemente attraverso due nuovi stati, uno che viene chiamato Bielorussia (e una volta era semplicemente una delle “repubbliche socialiste sovietiche”, e un altro come – guarda caso – l’Ukraina.

Il punto geografico- strategico (e non geopolitico, giacché quest’ultimo non esprime analisi e spiegazioni, ma “leggi” naturali che non esistono) riguarda i motivi che hanno portato l’URSS, in prima battuta, e la Federazione russa subito dopo,, ad arretrare di un paio di migliaia di km, verso est, quindi, formando un cuscinetto verso l’Europa dell’ovest molto più ampio di quanto non fosse quello che intercorreva ai tempi della guerra fredda.

Già… i tempi della guerra! È da quando finì, cioé nell’Ottantanove, che la storia ha subito una svolta (stavo per dire: uno scossone, un terremoto…): la seconda più grande potenza militare, oltre che ideologica e politica, del mondo che scompare dalle carte geografiche senza aver sparato un solo colpo di fucile! Lo stesso risultato che si ottiene con una grande guerra senza avere combattuto, ucciso, distrutto. Tra le conseguenze poco discusse e meno ancora analizzate, due avevano il primato: una per quanto riguarda gli Stati Uniti, l’altra per la Russia.

Gli Usa vinsero quella che si poteva considerare la guerra ideologica, ma persero il riconoscimento della loro supremazia da parte degli alleati. La Russia perse anche sul piano territoriale, perché diverse sue ex-repubbliche ottennero l’indipendenza. Gli Usa non seppero valutare la portata dell’evento – straordinario e unico nella storia delle relazioni internazionali – e continuarono la politica estera ingenua e inconsapevole (le guerre contro Afghanistan e Iraq, e poi l’intromissione nella guerra civile siriana sono state le vere “sconfitte” americane, con la perdita di immagine, oltre che potenza e di capacità militare, che mostrarono) senza accorgersi che gli stessi alleati avevano incominciato a perdere fiducia nel “fratello maggiore” decaduto…

Sintetizzo eventi che si sono sviluppati lentamente, ma i cui risultati appaiono oggi ben chiari. Capì tutto e quasi subito il nuovo “zar” di Russia, Vladimir Putin, che si accorse di trovarsi a capo di uno stato poverissimo (se non di risorse naturali), privo di una struttura industriale capace di dare lavoro a milioni di povere persone. Ma in cambio scoprì una miniera: il nazionalismo e l’espansionismo (non tanto lontano dai disegni hitleriani, a ben vedere) che avrebbero dovuto consentirgli di riconquistare le terre perdute. Di fronte a un Occidente che pensò, in modo tradizionalistico e meccanico, di spostare il cordone di sicurezza verso la Russia, come ai vecchi tempi (ma non c n’era più bisogno), Putin poté iniziare la sua “grande marcia”, che iniziava da una regione “dimenticata” come quella del mare di Azov, guarda caso vicino a Donetsk e Lugansk. La porta a sud veniva dunque chiusa fomentando il nazionalismo pro-russo, mentre la porta, ancora più importante e molto più grande, a ovest, era tenuta aperta dall’Ukraina, solleticata dall’idea di passare nella parte più ricca del pianeta.

Il controverso referendum indipendentista nelle regioni russofone dell’Ucraina orientale di Donetsk e Lugansk è stato un vero plebiscito (anche se dall’Occidente considerato finanziato dal Cremlino). Per quanto riguarda l’integrità territoriale dell’Ucraina il riconoscimento di Donetsk e Lugansk, come è stato richiesto dalla Duma a Putin (1), sarebbe un atto che rientra negli interessi di Mosca? Secondo lei perché Putin attende, cerca di frenare magari l’ala più interventista pronta a fare precipitare la situazione? Ricordiamo che quelle aree sono aree di guerra e la gente muore sul serio.

Penso che Putin stia semplicemente giocando con il topo. Sulla base di un progetto che proietta Putin alla presidenza fino al 2036 (secondo la sua più recente modifica costituzionale) con l’intenzione di ricostituire la consistenza territoriale dell’impero zarista, o meglio, di quello sovietico, Putin ha iniziato da alcuni anni a sbocconcellare i margini che contornano i vecchi confini: dapprima la Crimea, poi l’Ukraina. Non ci si sbaglierà proprio a prevedere che la prossima mossa riguarderà la Bielorussia (del resto ancora, o già, o russificata)… La Russia è lo stato più esteso al mondo; alla fine dell’operazione-riconquista, un po’ come fu la progressiva conquista da parte degli Stati Uniti di territori sempre più vasti (Texas, California, eccetera) e lo sarà ancora di più, ma verosimilmente non diventerà per questo più ricca o più democratica. Al contrario, le difficoltà per Putin aumenteranno perché, per loro fortuna, le nuove generazioni sono libere dall’indottrinamento del passato. La popolazione è piuttosto scarsa; l’industria e le industrie sono arretrate; la spesa militare è al di là di ogni ragionevole criterio strategico; il prodotto nazionale lordo è basso e quel che lo nutre sono comunque solo materie prime, petrolio e gas, che sono stati forniti dalla natura e non dall’ingegno locale.

Il presidente americano Joe Biden continua a dire che Putin sta per attaccare e invadere l’Ucraina. Ma anche nel caso avesse informazioni certe su questo attacco imminente perché darne notizia pubblicamente così alla popolazione aumentando il panico e la confusione. Questa strategia ha una funzione di deterrenza?

Risponderei semplicemente che Biden è indeciso, incerto, e impreparato. Continua a seguire e inseguire le mosse di Putin, ma è chi fa il gioco che vince il braccio di ferro della dissuasione reciproca (posso informare che il primo libro, nel 1971 – 53 anni fa! – si intitolava proprio La politica della dissuasione). Ora il principio basilare, necessario ma non sufficiente, di una strategia di dissuasione è la credibilità: non bastano grandi minacce, bisogna che l’avversario le creda realistiche, cosicché attraverso un altro marchingegno, l’escalation, il gioco continui con rilanci sempre pericolosi, fino al momento in cui entrambe le parti si accorgono che di quel passo si rischia davvero l’Armageddon.

A chi conviene in realtà questa guerra, personalmente direi suicida? Se si arrivasse a uno scontro aperto tra USA e NATO e Russia, la Cina non starebbe a guardare e il rischio di un Armageddon atomico sarebbe reale.

La Cina di adesso starebbe certamente a guardare: non ha nulla da perdere se gli Usa vengono scornati o se la Russia deve arretrar anche di un solo passo. La Cina non è disinteressata o neutra, ma si sta consolidando – aggiungerei anche peggiorando. La sua leadership è sempre più autoritaria, illiberale e vorace, ma calma, lucida e riflessiva.

E poi infine le chiedo che prospettive ci sono per la risoluzione pacifica della crisi russo-ucraina? Può essere ancora risolta solo da accordi diplomatici che mettano tutti d’accordo su prezzo del gas e materie prime?

Sì, può essere risolta così, ma l’Occidente – essendo stato battuto sul tempo (ecco il perché della mia premessa iniziale) – dovrà pagare dei prezzi, in parte inevitabili, altri scontati, per quanto riguarda il ritocco dei confini territoriali russi. Alla peggio, le zone russificate dovranno essere abbandonate a se stesse. Gli Usa e l’Unione europea non andrebbero mai a combattere per Donetsk.

Torino, 23 febbraio 2022

Nota (1): Due giorni fa Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato i decreti che riconoscono la sovranità delle repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk.

:: Paolo S. Cavazza (1955 Castellazzo Bormida – 2022 Torino)

22 febbraio 2022 by

Ci ha lasciato nel sonno dopo breve malattia Paolo Cavazza, fotografo, scrittore di fantascienza, ecclettico appassionato di stelle e pianeti. Un caro amico del nostro blog e un caro amico per molti che frequentavano a Torino il Mufant – Museo lab del fantastico e della fantascienza. Era tanto preoccupato di non riuscire a finire il suo romanzo – L’ultimo volo – di cui tanto avevamo discusso, e invece ce l’ha fatta e l’ha inviato anche al premio Urania. Era una persona gentile e un gran conversatore, e un ottimo ascoltatore. Vivrà sempre nel nostro ricordo, e ci mancherà come amico e come scrittore. Ringraziamo la sorella Anna per averci concesso la foto che vedete su, credo esprima al meglio la sua serietà e la sua attenzione per gli altri.

:: Alle origini della crisi ucraina. Il revanscismo russo e le mancate promesse della NATO di Eugenio Di Rienzo

22 febbraio 2022 by

Nel marzo 2004, l’Unione Europea festeggiò l’allargamento della sua sfera a ben dieci nazioni, di cui quattro (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria) ex membri del Patto di Varsavia e tre (Estonia, Lituania, Lettonia), già parte integrante dell’Urss sia pure per diritto di conquista. Questa espansione non avrebbe avuto nulla d’irrituale se, tra 1999 e 2004, questi stessi Stati, con l’aggiunta di Bulgaria e Romania, non fossero divenuti membri della NATO, un’alleanza che, in ossequio alla sua stessa primitiva ragione sociale, avrebbe dovuto essere sciolta dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Evidentemente Bill Clinton e George W. Bush avevano deciso di non onorare la promessa fatta da George Bush senior a Michail Gorbaciov, quando il Presidente statunitense lo persuase a consentire che la Germania unificata entrasse a far parte della North Atlantic Treaty Organization assicurandogli, come contropartita, che la coalizione, nata il 4 aprile 1949, non avrebbe esteso la sua presenza oltre la linea dell’Oder.

Quando cadde il Muro di Berlino e l’Europa sotto protettorato di Mosca cominciò a emanciparsi dal suo controllo, il primo Bush incontrò Gorbaciov nel summit di Malta (2-3 dicembre 1989). I due statisti si accordarono per rilasciare un comunicato congiunto della massima importanza dove, sulla base degli accordi raggiunti durante i colloqui, si concordava sul fatto che l’Unione Sovietica dovesse rinunciare a ogni intervento per sostenere gli agonizzanti sistemi comunisti dell’Est, mentre gli Stati Uniti s’impegnavano a non ricavare alcun vantaggio militare dagli sviluppi politici conseguenti alla decisione del Cremlino.

Si trattò di un gentlemen’s agreement che allora non fu formalizzato per iscritto, ma i cui contenuti si possono evincere dal verbale del colloquio tra i due premier, nel punto in cui Bush senior, garantiva il suo interlocutore che i profondi cambiamenti politici in corso non avrebbero danneggiato la posizione internazionale della Russia. L’esistenza del cosiddetto «accordo di Malta» fu poi confermata dalle dichiarazioni del Primo ministro inglese, del Cancelliere tedesco, del Presidente francese e dalla testimonianza dell’allora ambasciatore statunitense a Mosca, Jack Foust Matlock.

Più di recente, dopo un lungo periodo di enigmatico silenzio, lo stesso Gorbaciov è tornato su questo punto. Rimproverandosi tardivamente per la passata ingenuità, il penultimo Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica ha espresso il rammarico che quell’impegno sia rimasto un semplice accordo verbale senza trasformarsi in un’esplicita convenzione diplomatica dove si sarebbero potute recepire anche le assicurazioni fornitegli allora dal Segretario di Stato, James Baker, subito dopo la caduta del Berliner Mauer, secondo le quali «la giurisdizione della NATO non si sarebbe allargata nemmeno di un centimetrò verso oriente». Come tutte le intese sulla parola, l’accordo stipulato nella piccola isola del Mediterraneo può essere sottoposto a molteplici interpretazioni ma non azzerato nella sua sostanza. Il significato storico del compromesso tra Urss e Occidente era tutto nelle parole pronunciate da Baker: da una parte, la Russia rinunciava alla sua egemonia sull’Europa centro-orientale e, dall’altra, gli Stati Uniti non avrebbero in alcun modo approfittato di tale concessione per allargare la loro influenza su quel grande spazio e minacciare la sicurezza strategica russa.

Lo spirito di Malta fu poi ancora più profondamente tradito dalle pressioni americane per l’ingresso dell’Ucraina e della Georgia nella NATO, esercitate durante il vertice atlantico di Bucarest dell’aprile 2008, alle quali sarebbe seguita la guerra russo-georgiana. Alcuni governi europei si sforzarono di attenuare il clima di crescente tensione. Nella capitale romena, Berlino arrivò a ritardare la discussione sull’ingresso di Ucraina e Georgia nell’Alleanza Atlantica e più tardi, a Tbilisi, Parigi, dopo l’inizio del conflitto georgiano, riuscì a negoziare un armistizio che permise a Mosca di conservare il controllo dell’Ossezia meridionale e dell’Abkhazia.

Nulla e nessuno poterono però impedire prima la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo da Belgrado (febbraio 2008), apertamente favorita da Stati Uniti e Cancellerie occidentali, che costituì un vulnus non rimarginabile per la Russia colpita nel suo antico, storico ruolo di protettrice dell’integrità della Nazione serba, poi l’adesione al Patto Atlantico di Albania e Croazia, che avvenne nel 2009, sotto la presidenza Obama, e infine la ripresa dei negoziati finalizzati a integrare Georgia, Montenegro, Kosovo, Moldavia, Ucraina nella Alleanza atlantica.

Nel corso dell’attuale crisi ucraina, il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin ha ripetuto più volte, a giusto titolo, «che Mosca era stata imbrogliata e palesemente ingannata» dagli Stati occidentali, i quali avevano assicurato che l’Alleanza del Nord Atlantico non si sarebbe allargata «neppure di un centimetro a est». A queste affermazioni, il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha replicato seccamente, affermando che «nessuno, mai, in nessuna data e in nessun luogo, aveva fatto tali promesse all’Unione Sovietica».

In questi giorni, però, l’autorevole settimanale tedesco Der Spiegel ha pubblicato documento, rinvenuto nei British National Archives dal politologo americano Joshua Shifrinson, professore alla Boston University che rafforza la versione delle autorità russe secondo cui quando la Germania fu unificata, all’Unione Sovietica venne fornita esattamente questa garanzia. Si tratta del verbale della riunione dei Direttori politici dei Ministeri degli Esteri di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania, tenutasi a Bonn, il 6 marzo 1991. Il tema del colloquio era la sicurezza nell’Europa centrale e orientale e i rapporti con la Russia vinta, avvilita ma ancora capace, secondo i convenuti, di una forte reazione se si fosse attentato alla sua sicurezza, senza tentare di stipulare con essa un duraturo patto di amicizia e collaborazione economica e politica.

L’organizzazione del Patto di Varsavia in quei mesi stava già disgregandosi, e alcuni Paesi del blocco sovietico avevano espresso alle maggiori Potenze occidentali la loro volontà di entrare a far parte della NATO. Tuttavia dal documento risulta con lampante evidenza che Inglesi, Americani, Tedeschi e Francesi furono concordi nel ritenere che tali richieste, lesive del futuro equilibrio di potenza europeo, erano «inaccettabili». A nome di Berlino, Jurgen Hrobog, affermò, infatti: «Abbiamo chiarito durante il “negoziato 2 più 4” sulla riunificazione della Germania, con la partecipazione della Repubblica Federale di Germania, della Repubblica Democratica Tedesca, di Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Francia, che non intendiamo far avanzare l’Alleanza atlantica oltre l’Oder. E pertanto, non possiamo concedere alla Polonia o ad altre Nazioni dell’Europa centrale e orientale la possibilità di aderirvi». Secondo Hrobog, questa posizione era stata concordata con il Cancelliere federale Helmut Kohl e il Ministro degli Esteri, Hans-Dietrich Genscher. Da parte sua, in quella stessa occasione, il rappresentante degli Stati Uniti, Raymond Seitz, dichiarò: «Abbiamo ufficialmente promesso all’Unione Sovietica – nei “colloqui 2 più 4”, così come in altri contatti bilaterali intercorsi tra Washington e Mosca – che non intendiamo sfruttare, sul piano strategico, il ritiro delle truppe sovietiche dall’ Europa centro-orientale e che l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord non dovrà espandersi al di là dei confini della nuova Germania né formalmente né informalmente».

Che queste mancate promesse avrebbero portato ad un ritorno al tempo di ferro della Guerra Fredda, provocando forse ancora più gravi crisi nel Vecchio Continente, lo intuì con chiaroveggenza Gorbaciov, nell’intervista concessa, il 7 maggio 2008, al The Daily Telegraph, quando dichiarò che «gli Americani ci promisero che la NATO non sarebbe mai andata oltre i confini della Germania dopo la sua riunificazione, ma adesso che metà dell’Europa centrale e orientale ne sono membri, mi domando cos’è stato delle garanzie che ci erano state accordate? La loro slealtà è un fattore molto pericoloso per un futuro di pace perché ha dimostrato al popolo russo che di loro non ci si può fidare».

(Fonte: Nuova rivista storica qui il Prof Di Rienzo autorizza la pubblicazione su questo blog).

Il sogno della regina in rosso di Camilletti, Moberly e Jourdain (ABEditore, 2021) a cura di Elena Romanello

21 febbraio 2022 by

9788865513439_0_536_0_75ABEditore presenta nel suo catalogo una via di mezzo tra romanzo e saggio, Il sogno della regina in rosso, che presenta la prima edizione di un libro che cambiò molte coscienze all’inizio del Novecento, capace di influenzare l’immaginario ancora oggi e basato su un fatto realmente accaduto, o comunque realmente percepito dalle sue autrici.
Era un sabato d’agosto del 1901 quando le due professoresse inglesi Charlotte Anne Moberly e Eleanor Jourdain, in vacanza a Parigi, decisero di andare a fare un giro alla reggia di Versailles, allora in buona parte abbandonata. Le due signore, colte e istruite, di mentalità vittoriana, con una visione comunque pragmatica della vita, decisero di arrivare fino al Petit Trianon, l’antica residenza della regina Maria Antonietta, anche se il Baedeker, la guida inseparabile di ogni turista inglese dell’epoca, era molto laconico.
Le due amiche e colleghe di lavoro si persero nei meandri di un giardino in disarmo e qui incrociarono otto persone, scambiando due parole con alcune di loro, e sentendo una strana sensazione di inquietudine crescente. Tutto sembrava irreale, alberi e luce del giorno compresi, e le presenze che videro, tra cui una donna bionda che disegnava con un grande cappello sulla testa, erano vestiti come all’epoca di Maria Antonietta, e da ricerche che le due fecero successivamente, in quel periodo non si stava girando nessun film e non c’era nessuna festa in maschera.
Charlotte Anne Moberly ed Eleanor Jourdain dedicarono il resto della loro vita a raccontare questa loro esperienza ai confini della realtà, scrivendo poi il libro An Adventure e facendo ricerche in tema per suffragare la tesi che avessero trovato una porta per cadere in un’altra dimensione e compiere un viaggio nel tempo.
Il sogno della regina in rosso è  la prima traduzione italiana assoluta di An Adventure, ma è anche la storia di un libro che ebbe cinque edizioni, dal 1911 al 1958, appassionando il pubblico, dividendolo tra scettici e credenti e attirando l’attenzione di spiritisti e poeti, di filosofi e psicoanalisti, di fisici e di scrittori di fantascienza. Una storia contemporanea di Freud e Georges Méliès, di H.G. Wells e di Albert Einstein, un’opera aperta che si può leggere come una storia di fantasmi, un sogno, un viaggio nel tempo su un Tardis invisibile ante litteram, un’allucinazione, un ricordo di una delle vicende, quella della regina Maria Antonietta, che non ha cessato di influenzare e ispirare l’immaginario.
Il giudizio sulla veridicità del racconto è ovviamente sospeso, ma ci sono tanti elementi inquietanti e strani presenti, tra passaggi che c’erano solo nel Settecento e non in quell’epoca, e eventi che furono scoperti dalle due donne a posteriori.
Il sogno della regina in rosso è un libro, quindi, con più livelli di lettura, per appassionati di paranormale, di fantastico, di viaggi nel tempo e per chi ha continuato a trovare suggestioni nel parco del Trianon, il racconto di due donne adulte che caddero nella tana di un coniglio, e del mondo incantato, surreale e spaventoso che trovarono una volta varcata la soglia.

Fabio Camilletti,  classe 1977, è professore di Letteratura italiana all’università di Warwick, nel Regno Unito. Ha di recente pubblicato una Guida alla letteratura gotica e curato la prima edizione italiana di Fantasmagoriana, oltre a tradurre ed editare il manoscritto originale del Frankenstein e le opere di John Polidori. Con ABEditore ha già curato La casa infestata di Place du Lion d’Or (2020) ed è in uscita Spettriana (2022).
Charlotte Anne Elizabeth Moberly (1846-1937) fu la prima direttrice di St Hugh’s Hall (1886), una residenza femminile di Oxford che sotto la sua presidenza si trasformò in vero e proprio college universitario. “Settima figlia di un settimo figlio”, come amava definirsi, riferì molte esperienze paranormali vissute in prima persona.
Eleanor Jourdain (1863-1924) fu studiosa di Dante e insegnante di scuola; nel 1915 succedette a Moberly nella presidenza di St Hugh’s. Neanche lei era nuova a esperienze insolite: si riteneva dotata di facoltà paranormali, a suo dire ereditarie.

Provenienza: libro del recensore.

:: Un’intervista con Diana Johnstone a cura di Giulietta Iannone

19 febbraio 2022 by

Benvenuta Diana Johnstone e grazie per averci concesso questa nuova intervista che verterà essenzialmente sulla crisi ucraina alle porte dell’Europa. Grazie ai tuoi studi, ricordo che hai un diploma in Studi Russi, sei forse la persona più adatta per rispondere ad alcune domande.

1. L’adesione dell’Ucraina alla NATO sembra essere la vera causa del contendere, mentre la sua neutralità o meglio la finnlandizzazione sarebbe la soluzione più auspicata. Perché l’Ucraina non abbraccia apertamente questa soluzione?

DJ Non dimentichiamo che l’Ucraina non è una nazione storica, con un’identità ben definita. Il termine Ucraina, che significa terra di confine, originariamente era applicato ai territori tra Russia e Polonia. L’Ucraina è uno stato totalmente indipendente solo dal 1991. I suoi confini sono stati generosamente stabiliti dall’Unione Sovietica, estendendosi dalle aree orientali che facevano parte della Russia alle aree occidentali che facevano parte della Polonia, della Lituania, dell’Impero asburgico e di quelle popolazioni identificate come Occidente cattolico. Questa divisione si è manifestata alle elezioni presidenziali, quando gli elettori dell’Est e dell’Ovest hanno scelto partiti opposti. La vittoria dell’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale ha ampliato l’Ucraina verso ovest, rafforzando l’estremità filo-occidentale e anti-russa del paese. Da questa espansione, una vasta diaspora antirussa e anticomunista emigrò negli Stati Uniti e in Canada, formando una lobby nazionalista ucraina politicamente iperattiva, la cui influenza fu accolta e incoraggiata da Washington. Certamente, un’Ucraina neutrale e federale, che accetti le differenze linguistiche e culturali tra Oriente e Occidente, potrebbe consentire all’Ucraina di evolversi in un ponte tra Oriente e Occidente. Tuttavia, i responsabili politici statunitensi e britannici preferiscono chiaramente utilizzare l’Ucraina come barriera piuttosto che come ponte, impedendo il pacifico riavvicinamento tra la Russia e l’Europa occidentale, in particolare la Germania. Questa è la classica politica britannica del divide et impera. Come affermato apertamente dal funzionario neoconservatore del Dipartimento di Stato Victoria Nuland, che ha attivamente promosso il rovesciamento nel 2014 del presidente eletto, Viktor Yukonovych, gli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari per rafforzare la “democrazia ucraina”, ovvero la vittoria dell’Occidente del paese sul suo Oriente. L’incertezza storica dell’identità ucraina contribuisce all’ostilità fanatica verso la Russia dei nazionalisti occidentalizzati. Entrare nella NATO sarebbe un’affermazione della loro identità occidentale e non vogliono rinunciarvi. Tuttavia, molti attuali membri della NATO non sono affatto favorevoli ad ammettere l’Ucraina per i problemi che comporterebbe.

Welcome Diana Johnstone and thank you for granting us this new interview which will essentially focus on the Ukraine crisis on the doorstep of Europe. Thanks to your background, I remember that you have a diploma in Russian Studies, you are perhaps the best person to answer some questions.

1. Ukraine becoming part of NATO seems to be the real cause of the dispute, while its neutrality or rather Finnlandization would be the most desired solution. Why doesn’t Ukraine openly embrace this solution?

D.J. Never forget that Ukraine is not an historic nation, with a well-defined identity. The term Ukraine, meaning borderland, originally applied to territories between Russia and Poland. Ukraine has been a totally independent state only since 1991. Its boundaries were generously set by the Soviet Union, stretching from Eastern areas which had been part of Russia to Western areas which had been part of Poland, Lithuania, the Habsburg Empire, and whose people identified with the Catholic West. This split showed up in Presidential elections, when voters in East and West chose opposing parties. The Soviet Union’s victory in World War II expanded Ukraine Westward, strengthening the pro-Western, anti-Russian end of the country. From this expansion, a very large, anti-Russian and anti-communist diaspora emigrated to the United States and Canada, forming a politically hyperactive Ukrainian nationalist lobby, whose influence was welcomed and encouraged in Washington. Certainly, a neutral, federal Ukraine, accepting linguistic and cultural differences between East and West, could allow Ukraine to evolve into a bridge between East and West. However, U.S. and British policy-makers clearly prefer to use Ukraine as a barrier rather than a bridge, preventing the peaceful rapprochement between Russia and Western Europe, Germany in particular. This is classic British divide and rule policy. As openly stated by neoconservative State Department official Victoria Nuland, who actively promoted the 2014 overthrow of the elected President, Viktor Yukonovych, the United States has invested billions of dollars to strengthen “Ukrainian democracy” – meaning the victory of the West of the country over its East.

The historic uncertainty of Ukrainian identity contributes to the fanatic hostility toward Russia of the Westernizing nationalists. Joining NATO would be an assertion of their Western identity and they don’t want to give it up. However, many current NATO members are not at all favorable to admitting Ukraine and the troubles it would bring.

La Francia di Macron ha cercato una mediazione, e anche l’Italia: nei giorni scorsi si sono incontrati il ​​ministro degli Esteri italiano Di Maio e Lavrov e presto ci sarà l’incontro Draghi-Putin. Insomma, è ancora tempo per la diplomazia?

DJ L’Europa meridionale non ha assolutamente alcun interesse a essere trascinata nel conflitto in Ucraina. Ma purtroppo Parigi e Roma diplomaticamente non collaborano. La Francia ha trattato molto male l’Italia riguardo alla Libia, e preferisce coordinarsi con la potente Germania, secondo il mito della “coppia franco-tedesca” nel cuore dell’Unione Europea. La Germania rimane saldamente attaccata alla sua potenza occupante, gli Stati Uniti. L’insistenza obbligatoria sull’“unità europea” nasconde semplicemente il fatto che le decisioni vengono prese da Washington.

2.Macron’s France has sought mediation, and Italy too: in recent days Italian Foreign Minister Di Maio and Lavrov have met and soon there will be a Draghi-Putin meeting. In short, is it still time for diplomacy?

D.J. Southern Europe has absolutely no interest in being dragged into conflict in Ukraine. But unfortunately, Paris and Rome do not work together diplomatically. France treated Italy very badly concerning Libya, and prefers to coordinate with powerful Germany, according to the myth of the “Franco-German couple” at the heart of the European Union. Germany remains firmly attached to its occupying power, the United States. Obligatory insistence on “European unity” simply covers the fact that decisions are made in Washington.

Secondo il Wall Street Journal, Mosca avrebbe portato all’ONU le prove del genocidio della “popolazione russofona del Donbass”: in breve, dal 2014 nel Donbass sono state commesse atrocità, comprese fosse comuni e massacri di civili, tutto sotto gli occhi dell’Europa, che in realtà non ha prestato molta attenzione a questi eventi. Come lo spieghi?

DJ Gli occhi dell’Europa sono puntati sulle atrocità che i mass media portano alla loro attenzione. Tali atrocità possono anche essere immaginarie, ad esempio in Cina sin da quando questa nazione è stata scelta come “nemica dell’Occidente”. Ma le atrocità commesse dai nostri amici non attirano l’attenzione dei media mainstream e rimangono sconosciute al grande pubblico.

3.According to the Wall Street Journal, Moscow allegedly brought to the UN the evidence of the genocide of the “Russian-speaking population of the Donbass”: In short, since 2014 atrocities in the Donbass have been committed, including mass graves and massacres of civilians, all under the eyes of Europe, which in reality has not paid much attention to these events. How do you explain it?

D.J. The eyes of Europe are on the atrocities which mass media bring to their attention. Such atrocities may even be imaginary, for instance in China since that nation has been selected as “enemy of the West”. But atrocities committed by our friends do not attract the attention of mainstream media and remain unknown to the general public.

La Duma ha chiesto a Putin di riconoscere Donetsk e Luhansk, per ora Putin non l’ha ancora fatto. Perché pensi che Putin stia aspettando? Sta cercando di frenare l’ala più interventista pronta a far precipitare la situazione? Ricordiamoci che quelle aree sono zone di guerra e le persone stanno morendo veramente.

DJ Pur essendo ritratto dai media occidentali come un mostro con le zanne che complotta per divorare i suoi vicini, Putin è sempre stato un leader prudente e pacifico che spera in buone relazioni con l’Occidente. Quindi evita ogni inutile provocazione. Sponsorizzare il ritorno democratico della Crimea in Russia è stato un caso eccezionale: una necessità vitale per salvaguardare la base navale russa a Sebastopoli dall’eventuale acquisizione del controllo degli Stati Uniti a seguito del colpo di stato sponsorizzato da Washington nel 2014. Ma fondamentalmente, Putin sostiene gli Accordi di Minsk, mantenendo il Donbass all’interno dell’Ucraina come elemento di equilibrio. La rimozione del Donbass rischierebbe di unificare l’Ucraina come un pericoloso vicino ostile per molto tempo a venire.

4.The Duma asks Putin to recognize Donetsk and Luhansk, for now Putin has not yet done so. Why do you think Putin is waiting? Is he trying to curb the more interventionist wing ready to precipitate the situation? Let’s remember that those areas are war zones and people are seriously dying.

D.J. While being portrayed by Western media as a monster with fangs plotting to gobble up his neighbors, Putin has always been a prudent and peaceful leader hoping for good relations with the West. So he avoids any unnecessary provocation. Sponsoring Crimea’s democratic return to Russia was exceptiontal: an existential necessity to safeguard the Russia’s naval base in Sebastopol from eventual U.S. takeover following the 2014 Washington-sponsored coup. But basically, Putin supports the Minsk Accords, keeping Donbass within Ukraine as a balancing element. Removing Donbass would risk unifying Ukraine as a dangerous hostile neighbor for a long time to come.

Il presidente americano Joe Biden continua a dire che Putin sta per attaccare e invadere l’Ucraina. Ma anche se avesse avuto qualche informazione certa su questo imminente attacco, perché divulgare tali notizie alla popolazione, generando panico e confusione? Questa strategia ha una funzione deterrente?

DJ Quegli annunci sono accuse, senza prove. Qualunque cosa accada, servono a creare l’impressione che la Russia sia almeno un potenziale aggressore. Se non succede nulla, Biden può affermare di aver scoraggiato l’aggressione. Se le ostilità sono iniziate dalla parte nazionalista di Kiev, gli Stati Uniti faranno riferimento a “false flags” e proclameranno che avevano ragione, la Russia ha invaso. Non c’è motivo di credere che l’amministrazione Biden voglia scoraggiare una guerra in Ucraina. Al contrario, una simile guerra riuscirebbe (loro lo sperano) a isolare la Russia dall’Europa occidentale e a perpetuare il dominio degli Stati Uniti.

6.American president Joe Biden goes on to say that Putin is about to attack and invade Ukraine. But even if he had some information about this imminent attack, why divulge such news to the population, generating panic and confusion? Does this strategy have a deterrent function?

D.J. Those announcements are accusations, without evidence. Whatever happens, they serve to create the impression that Russia is at least a potential aggressor. If nothing happens, Biden can claim to have deterred the aggression. If hostilities are begun by the Kiev nationalist side, the U.S. will refer to “false flags” and proclaim that they were right, Russia has invaded. There is no reason to believe that the Biden administration wants to deter a war in Ukraine. On the contrary, such a war would succeed (they hope) in isolating Russia from Western Europe and perpetuating U.S. domination.

Papa Francesco si è espresso ricevendo in udienza i partecipanti alla plenaria della Congregazione per le Chiese Orientali dicendo: “Il mondo è campione nel fare la guerra e questo è una vergogna per tutti”. Il suo appello sarà tenuto in conto?

DJ Parlare di “vergogna per tutti” suona un po’ come il peccato originale, che non indica la responsabilità individuale. Suppongo che sia nel ruolo del Papa. Ma “vergogna per tutti” permette a ciascuna parte di incolpare l’altra, cosa che sta già accadendo.

7.Pope Francis expressed himself when receiving in audience the participants in the plenary session of the Congregation for the Oriental Churches saying: “The world is a champion in making war and this is a shame for everyone”. Will his appeal be taken into account?

D.J. Speaking of “shame for everyone” sounds a bit like original sin, which does not point out individual responsibility. I suppose that is in the role of the Pope. But “shame for everyone” allows each side to blame the other, which is what is already happening.

Come ultima domanda, ti chiedo che ruolo gioca la Cina in questa crisi? Sta a guardare per intervenire, magari, al fianco della Russia? Non è un pericolo troppo grande da ignorare?

DJ Non riesco a immaginare che la Cina intervenga in Ucraina. Ma la Cina fornisce supporto politico ed economico. Gli Stati Uniti vogliono “isolare” la Russia, ma con la Cina al proprio fianco non è sola. Naturalmente, se si pensa a questa ostilità occidentale in nome dei “nostri valori” contro tutti coloro che abbiamo scelto di chiamare “autoritari”, il pericolo di un’eventuale guerra nucleare dovrebbe essere preso sul serio. Ma non basta dire, vergogna per tutti. Noi in Occidente dobbiamo agire per fermare coloro che ci stanno portando in un conflitto perpetuo con il pretesto della nostra presunta superiorità morale come “democrazie”.

8.As a last question, I ask you what role is China playing in this crisis? Are they looking to intervene, perhaps, on the side of Russia? Isn’t that too great a danger to overlook?

D.J. I cannot imagine China intervening in Ukraine. But Chine does provide political and economic support. The U.S. wants to “isolate” Russia, but with China at one’s side, one is not all alone. Of course, if you are thinking of this Western hostility in the name of “our values” against all those we chose to call “authoritarian”, the danger of an eventual nuclear war should be taken seriously. But it’s not enough to say, shame for everybody. We in the West must act to stop those who are leading us into perpetual conflict on the pretext of our alleged moral superiority as “democracies”.

Diana Johnstone, 19 February 2022

Diana Johnstone è stata addetta stampa del Gruppo Verde al Parlamento Europeo dal 1989 al 1996. Nel suo ultimo libro, Circle in the Darkness: Memoirs of a World Watcher (Clarity Press, 2020), racconta episodi chiave della trasformazione del Partito dei Verdi in Germania da partito di pace a partito di guerra. I suoi altri libri includono Fools’ Crusade: Jugoslavia, NATO and Western Delusions (Pluto/Monthly Review) e, scritto a quattro mani con suo padre, Paul H. Johnstone, From MAD to Madness: Inside Pentagon Nuclear War Planning (Clarity Press).

:: L’ombra degli dei di John Gwynne (Fanucci 2022) Recensione a cura di Emilio Patavini

19 febbraio 2022 by

«Vígríðr si chiama il campo
dove si daranno battaglia
Surtr e gli dei benigni.
Cento miglia
si stende d’ogni parte;
quello è il campo loro destinato»

(Edda poetica, Vaftþrúðnismál 18; traduzione dal norreno di Gianna Chiesa Isnardi)

Un anno fa è uscito nel Regno Unito l’ultimo romanzo di John Gwynne, The Shadow of the Gods, primo capitolo della Saga dei Fratelli di sangue, cui presto si aggiungerà il secondo volume, The Hunger of the Gods, in uscita il 14 aprile 2022 per Orbit Books. Così, quando il 27 gennaio Fanucci Editore ha portato in Italia la traduzione, a opera di Francesco Vitellini, di questo romanzo fantasy ispirato alla mitologia nordica non ho potuto fare a meno di leggerlo.

Immaginate un’ambientazione post-Ragnarök, in cui gli dei sono morti ma i loro resti e la loro progenie continuano a influenzare la vita degli uomini sotto forma di magia. Immaginate due continenti, un po’ come Westeros ed Essos nei romanzi di G.R.R. Martin: Vigrið, a nord, che prende il nome dalla Piana della Battaglia in cui gli dei persero la vita secondo il mito norreno, e Iskidan a sud, creato su modello di un impero orientale. La storia è ambientata nel continente di Vigrið, una terra del ghiaccio e del fuoco (che deve qualcosa all’Islanda e ai suoi fiordi), in cui si consuma la lotta per il potere di re, regine e jarl. La narrazione si snoda su tre fili narrativi, seguendo le vicende di altrettanti personaggi: Orka, una proprietaria terriera dall’oscuro passato; Varg, uno schiavo che vorrebbe entrare a far parte dei Fratelli di Sangue; e infine Elvar, la figlia di uno jarl che si è unita alla compagnia degli Sterminatori per guadagnarsi fama in battaglia.

Quelli descritti da Gwynne sono personaggi vividi, ben caratterizzati, con le loro ombre e i loro segreti, spietati come il mondo in cui vivono. Superata la prima parte, in cui il lettore deve prendere confidenza con i personaggi e l’ambientazione, la storia diventa via via più dinamica, ricca di azione, le scene si fanno più movimentate grazie ai continui colpi di scena, per arrivare a un finale che è un crescendo di epicità e rivelazioni. Lo stile è evocativo e scorrevole: un ottimo esempio di show, don’t tell.

Il romanzo fonde un world-building di ispirazione nordica (l’autore è un re-enactor vichingo, perciò le armi, il vestiario, le armature, le tecniche di combattimento sono molto approfondite), con il folklore scandinavo (vaesen, tennúr, näcken, troll diverranno figure familiari per il lettore), attingendo a piene mani da fonti come il Beowulf e l’Edda. Come scrive l’autore nei Ringraziamenti: «Nella sua essenza, questo libro è ispirato sia a Beowulf che al Ragnarök, la battaglia della fine dei tempi in cui caddero gli dei e il mondo fu rinnovato» (p. 458). Infatti, sono presenti numerosi riferimenti alla mitologia norrena e al grande poema epico anglosassone. Gwynne non si è limitato a riciclare i miti nordici e a riproporli nella forma in cui li conosciamo: non compaiono Odino, Loki e Thor ma divinità di sua invenzione. L’autore ha reinterpretato i miti in un modo molto originale, ha recuperato gli archetipi e li ha impiegati per la creazione di propri miti, per inventare la propria epica. Di conseguenza, il suo word-building risulta coerente e credibile, con un passato mitico sullo sfondo. Secondo la sua mitologia, nel Guðfalla, la Caduta degli Dei (=Ragnarök), tutte le divinità persero la vita in uno scontro mortale: a capo del pantheon creato da Gwynne c’è Snaka (sorta di Jörmungandr), il dio serpente e padre degli dei; altre divinità sono Ulfrir, il dio lupo incatenato (=il lupo Fenrir) e Lik-Rifa, la dea drago imprigionata sotto il frassino Oskutreð (=Yggdrasill), di cui rosicchia le radici (come il drago Níðhöggr). Inoltre, dai miti scandinavi sono riprese le figure del berserkir (guerriero ricoperto di pelli d’orso), degli úlfheðnar (guerrieri ricoperti di pelli di lupo) e i riferimenti alla pratica magica del seiðr. Nel romanzo, inoltre, compaiono alcune frasi in norreno, che viene chiamato «lingua antica» o lingua Galdur, cioè la lingua degli incantesimi. Al Beowulf, invece, può essere fatto risalire il nome del figlio di Orka, Breca, nome del rivale di Beowulf in una famosa gara di nuoto. La terminologia norrena contribuisce ad arricchire l’ambientazione, rendendola ancora più credibile, tanto che in alcuni punti (soprattutto all’inizio) si ha quasi la sensazione di leggere un romanzo storico ambientato all’epoca dei vichinghi e non un fantasy. Ma come in ogni saga nordica che si rispetti ci sono i mostri, come troll con tanto di corna e zanne e una viscida creatura simile a Gollum che vive in una caverna subacquea.

In questo mondo sul baratro dell’oscurità, non solo gli dei sono morti, ma sono odiati e viene data la caccia ai loro discendenti, i Corrotti, nelle cui vene scorre sangue divino. L’Ombra degli dei può essere definito come un fantasy alla G.R.R. Martin con tinte dark fantasy, epiche scene di combattimento e la presenza del folklore scandinavo e della caccia ai mostri, come nella saga letteraria di The Witcher di Andrzej Sapkowski. Quello raccontato da John Gwynne è un «mondo oscuro e le azioni oscure lo governano» (p. 141), un mondo fatto di muri di scudi, di sale dell’idromele, di sangue e vendette. I tre fili narrativi sono accomunati da un senso di rivalsa e di riscatto, in un tempo in cui l’inverno sembra arrivare e le forze del male ridestarsi. Un romanzo che rievoca atmosfere dense di immaginazione e inventiva. Salite a bordo di un drakkar e lasciatevi trasportare a Vigrið, una terra in cui la leggenda diventa realtà.

John Gwynne è nato a Singapore e in seguito ha viaggiato molto. Attualmente vive con la moglie e i quattro figli nell’East Sussex. Autore della serie bestseller La fede e l’inganno, composta dai romanzi Malice – La guerra degli dèi, con cui si è aggiudicato il David Gemmell Morningstar Award per la categoria “Miglior fantasy”; Valour – L’astro splendente; Ruin – La lancia di Skald e Wrath – Nuove alleanze. È autore anche della trilogia Di sangue e ossa, che si compone dei romanzi Venti di guerra, Tempo di sangue e Tempo del coraggio.

Source: inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Fanucci Editore.

:: Esce in libreria il 24 febbraio ‘Trappola a Boscolungo’, il nuovo romanzo di Laura Costantini e di Loredana Falcone per Nua Edizioni

18 febbraio 2022 by

Segnaliamo oggi l’uscita, il 24 febbraio, del nuovo libro di una coppia di scrittrici molto amate e conosciute sul nostro blog: Laura Costantini e Loredana Falcone. Il libro si intitola Trappola a Boscolungo, e uscirà per Nua Edizioni. Inoltre sarà disponibile sia in formato cartaceo che digitale. Qui di seguito troverete il comunicato stampa. Buona lettura!

Bloccati in un castello completamente isolato dal mondo, i protagonisti di ‘Trappola a Boscolungo’ si sfidano, si tradiscono e stringono alleanze sotto l’occhio misterioso e attento di uno spietato Grande Fratello che, pagina dopo pagina, non perde occasione per sottoporli a nuove prove. Vittime del crudele senso dell’umorismo del proprietario del maniero che, perfino da morto, non risparmierà ai protagonisti di questa storia, i suoi aspiranti eredi sono costretti a partecipare a una sorta di caccia al tesoro per aggiudicarsi il pacchetto di maggioranza di una sua società per azioni. Il prezzo da pagare sarà quello di restare in totale isolamento (nessuna comunicazione con l’esterno, nessuna connessione, nessuna auto a disposizione) nel castello.

I personaggi del giallo – un figlio scapestrato, la vedova del primogenito di Bartolomeo, un figlio illegittimo e la giovane segretaria che il magnate ha sposato segretamente – saranno costretti ad allearsi, diffidare, tendersi reciproci trabocchetti, per cercare, seguendo le tracce basate sui versi immortali di Giacomo Leopardi, di interpretare tutti gli enigmi e raggiungere il tesoro. Nessuno di loro, però, immagina che il gioco possa diventare qualcosa di ben più pericoloso. E che la posta in palio possa essere la vita.

Romane, amiche e socie di scrittura dalla più tenera età, Laura Costantini è giornalista Rai, mentre Loredana Falcone si dedica completamente alla scrittura. Insieme hanno pubblicato numerosi romanzi, spaziando nei generi: dallo storico al thriller, dal giallo al mistery, collaborando con case editrici come Las Vegas Edizioni, Il vento antico, Dei Merangoli, goWare e, con questo loro ultimo libro, con Nua.

Il mestiere dello scrittore, John Gardner (Marietti 1820) A cura di Viviana Filippini

15 febbraio 2022 by

Come si scrive una storia? Come si crea un personaggio per renderlo credibile? Come funziona il rapporto tra autore, editore e correttore di bozza? Queste sono solo poche delle domande che coloro che si approcciano alla scrittura per creare un libro si fanno, nel senso che in realtà esse sono molto più numerose. C’è però un testo, uscito per la prima volta nel 1983 in USA, che ancora oggi è attuale per molti dei temi che in esso vengono trattati e mi riferisco a “Il mestiere dello scrivere” di John Gardner, edito in Italia da Marietti 1820. Il volume è un saggio molto interessante che vuole aiutare lo scrittore emergente a capire come scrivere e cosa fare e leggere per migliorarsi. Attenzione, il testo di Gardner non vuole imporre nulla, semplicemente racconta a chi legge come muoversi nel mondo della scrittura che è facile a dirsi, ma parecchio più complicato a farsi. Gardner si addentra in più piani, dai corsi di scrittura creativa, mettendo in evidenza l’utilità che essi possono avere, passando al ruolo che in essi hanno gli insegnanti, ma anche i difetti che il partecipante può incontrare. Per l’autore americano la scrittura, però, non è fatta solo da storie, perché per costruirle sono fondamentali l’intreccio, la trama, i personaggi con i loro ruolo ma, cosa davvero importante, sono anche la punteggiature, il punto di vista, il dialogo e la revisione dei testi fatta una, duo, tre e più e più volte per comprendere davvero quello che è utile o no alla costruzione della storia che si sta scrivendo. Molta attenzione anche al rapporto che il giovane autore dovrebbe avere con l’editore e con il correttore di bozze e al lavoro della revisione che deve essere fatta. Fondamentali in questo caso, il dialogo e il confronto per giungere ad una fine che soddisfi tutte le parti coinvolte, compreso il lettore che comprerà e leggerà il libro. Le pagine del libro di Gardner vanno via veloci grazie ad una scrittura fluida e piacevole, caratterizzata da una ironia che stuzzica alla riflessione il lettore e l’aspirante scrittore. Quello che emerge da “Il mestiere dello scrittore” è l’incoraggiamento di Gardner a chi vuole scrivere e il prendere coscienza che la scrittura è un fare impegnativo che si deve provare e per il quale servono costanza, impegno, attenzione e tenacia (critiche e delusioni sono sempre dietro l’angolo) per non abbattersi mai e capire se fare lo scrittore è davvero quello che anima la mente e cuore. Il libro contiene anche la premessa di Davide Rondoni e l’introduzione di Raymond Carver. Tradotto da Cinzia Tafani.

John Champlin Gardner Jr (Batavia, 1933 – Susquehanna, 1982), medievista e scrittore, ha dedicato lunghi anni all’insegnamento e alla riflessione sulla pratica del narrare. È stata una figura popolare e controversa fino alla morte prematura in un incidente motociclistico all’età di 49 anni.

Source: del recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

:: Un’intervista con il Prof. Eugenio Di Rienzo sulla crisi ucraina. Storia, analisi, previsioni a cura di Giulietta Iannone

13 febbraio 2022 by

Benvenuto professore Di Rienzo su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Tra le sue molte opere è anche l’autore di un libro uscito nel 2015, ormai sette anni fa, Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, edito da Rubbettino, di cui maggiormente ne stiamo scoprendo l’importanza in questi giorni difficili. Dunque le varie tregue, sempre tenuto conto del Donbass, non erano che il preludio dello stallo di questi giorni. Lei essenzialmente, professore, è uno storico, può ricapitolarci sotto il profilo storico la storia dell’Ucraina, per avere una visione di insieme più nitida e lucida?

Quando il territorio dell’Ucraina fu spartito tra l’Impero russo e asburgico, si ebbe una frattura all’interno di questo Paese, poiché la parte nord-est guardò a Kiev, all’Occidente, mentre quella sud-orientale guardò verso la Russia, e ospitò cittadini prevalentemente russofoni. Un altro discorso è invece quello della Crimea, russa dal 1792. Nel 1918, dopo il trattato di pace di Brest-Litovsk tra la Russia guidata dal governo rivoluzionario presieduto da Lenin e gli Imperi centrali, l’Ucraina di Kiev diventa indipendente de jure, ma non de facto, in quanto stato satellite della Germania guglielmina. Dal 1922, l’Ucraina divenne una Repubblica Sovietica, Crimea compresa, la più importante, forse, tra quelle che componevano l’Urss. Nella Seconda Guerra Mondiale, quando il territorio ucraino venne invaso dalle truppe tedesche, si replicò nuovamente questa divisione, l’Ucraina di Kiev tornò ad essere uno Stato satellite della Germania nazista. Addirittura venne formata una Divisione SS composta da cittadini ucraini che combatterono a fianco dei nazisti insieme con la Guardia Nazionale ucraina. È doveroso ricordare che questi due gruppi armati diedero man forte alla persecuzione degli ebrei. Dopo la morte di Stalin, nel 1954, Mosca cedette la Crimea all’Ucraina, che in quel periodo era ancora inglobata nel territorio russo. Fu come un regalo che si fa a una moglie. Tutto rimase in famiglia fino al dicembre 1990 quanto i leader di Bielorussia, Russia e Ucraina dissolsero formalmente l’Urss e costituirono Stati indipendenti insieme a sette altre Repubbliche sovietiche

Rileggendo la sua precedente intervista, (per chi fosse interessato questo è il link ), alla luce dei fatti odierni molte sue affermazioni prendono una nuova luce. Non si può parlare di Ucraina senza parlare di Crimea, e da storico sicuramente ha bene in mente il conflitto combattuto tra il 1853 e il 1856, tra l’allora Impero russo e l’Impero ottomano, la Francia, la Gran Bretagna e il Regno di Sardegna (con il ruolo attivo di Cavour). La vera paura di Putin, secondo lei, è perdere la Crimea (e il conseguente sbocco nel Mar Nero)?

I timori di Putin riguardano l’accerchiamento della Russia da parte della NATO, in gran parte già realizzato e in via di potenziarsi con il prossimo ingresso nell’alleanza di Svezia, Finlandia e Georgia. Naturalmente il Premier russo teme anche la perdita della Crimea, entrata a far parte della Federazione Russa dopo il referendum sull’autodeterminazione, vigilato da osservatori ONU, del 16 marzo 2014, e con essa quella della base navale di Sebastopoli che sola consente, attraverso gli Stretti Turchi, alla Voenno-morskoj Flot l’accesso al Mediterraneo, durante i mesi invernali, restando la gran parte dei porti russi del Mare del Nord e del Baltico gelati e quindi impraticabili in quella stagione. Vorrei ricordare che da Sebastopoli sono partiti truppe, rifornimenti, logistica che hanno consentito alla Forze armate della Federazione Russa di raggiungere la Siria e di spezzare, una volta per tutte, le reni all’autoproclamatosi Stato Islamico, mentre i contingenti americani e NATO si limitarono a osservare lo scontro dalla finestra.

Può parlarci più diffusamente del patto denominato “not one inch” e sulla sua reale tenuta, e sul fatto che nonostante rimase solo verbale (un “accordo tra gentiluomini” che davano valore alla parola data) dalla Russia fu sempre tenuto in seria considerazione e disatteso, nei fatti, dalla NATO.

Nel marzo 2004, l’Unione Europea festeggiò l’allargamento della sua sfera a ben dieci nazioni, di cui quattro (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria) ex membri del Patto di Varsavia e tre (Estonia, Lituania, Lettonia), già parte integrante dell’Urss sia pure per diritto di conquista. Questa espansione non avrebbe avuto nulla d’irrituale se, tra 1999 e 2004, questi stessi Stati, con l’aggiunta di Bulgaria e Romania, non fossero divenuti membri della NATO, un’alleanza che, in ossequio alla sua stessa primitiva ragione sociale, avrebbe dovuto essere sciolta dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Evidentemente Bill Clinton e George W. Bush avevano deciso di non onorare la promessa fatta da George Bush senior a Michail Gorbaciov, quando il Presidente statunitense lo persuase a consentire che la Germania unificata entrasse a far parte della NATO assicurandogli, come contropartita, che la coalizione atlantica non avrebbe esteso la sua presenza oltre la vecchia «cortina di ferro».

Quando cadde il Muro di Berlino e l’Europa orientale cominciò a emanciparsi dal regime comunista, il primo Bush incontrò Gorbaciov nel summit di Malta (2-3 dicembre 1989). I due statisti si accordarono per rilasciare un comunicato congiunto della massima importanza dove, sulla base degli accordi raggiunti durante i colloqui, si concordava sul fatto che l’Unione Sovietica dovesse rinunciare a ogni intervento per sostenere gli agonizzanti sistemi comunisti dell’Est, mentre gli Stati Uniti s’impegnavano a non ricavare alcun vantaggio strategico dagli sviluppi politici conseguenti alla decisione del Cremlino.

Si trattò di un gentlemen’s agreement che allora non fu formalizzato per iscritto, ma i cui contenuti si possono evincere dal verbale del colloquio tra i due premier, nel punto in cui Bush senior, garantiva il suo interlocutore che i profondi cambiamenti politici in corso non avrebbero danneggiato la posizione internazionale della Russia. L’esistenza del cosiddetto «accordo di Malta» fu poi confermata dalle dichiarazioni del Primo ministro inglese, del Cancelliere tedesco, del Presidente francese e dalla testimonianza dell’allora ambasciatore statunitense a Mosca, Jack Foust Matlock.

Più di recente, dopo un lungo periodo di enigmatico silenzio, lo stesso Gorbaciov è tornato su questo punto. Rimproverandosi tardivamente per la passata ingenuità, il penultimo Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica ha espresso il rammarico che quell’impegno sia rimasto un semplice accordo verbale senza trasformarsi in un’esplicita convenzione diplomatica dove si sarebbero potute recepire anche le assicurazioni fornitegli allora dal segretario di Stato, James Baker, subito dopo la caduta del Berliner Mauer, secondo le quali «la giurisdizione della NATO non si sarebbe allargata nemmeno di un pollice verso Oriente». Come tutte le intese sulla parola, l’accordo stipulato nella piccola isola del Mediterraneo può essere sottoposto a molteplici interpretazioni ma non azzerato nella sua sostanza. Il significato storico del compromesso tra Urss e Occidente era tutto nelle parole pronunciate da Baker: da una parte, la Russia rinunciava alla sua egemonia sull’Europa orientale e, dall’altra, gli Stati Uniti non avrebbero in alcun modo approfittato di tale concessione per allargare la loro influenza su quel grande spazio e minacciare la sicurezza strategica russa.

Lo spirito di Malta fu poi ancora più profondamente tradito dalle pressioni americane per l’ingresso dell’Ucraina e della Georgia nella NATO, esercitate durante il vertice atlantico di Bucarest dell’aprile 2008, alle quali sarebbe seguita la guerra russo-georgiana. Alcuni governi europei si sforzarono di attenuare il clima di crescente tensione. Nella capitale romena, Berlino arrivò a ritardare la discussione sull’ingresso di Ucraina e Georgia nell’Alleanza Atlantica e più tardi, a Tbilisi, Parigi, dopo l’inizio del conflitto georgiano, riuscì a negoziare un armistizio che permise a Mosca di conservare il controllo dell’Ossezia meridionale e dell’Abkhazia.

Nulla e nessuno poterono però impedire prima la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo da Belgrado (febbraio 2008), apertamente favorita da Stati Uniti e Cancellerie occidentali, che costituì un vulnus non rimarginabile per la Russia colpita nel suo antico, storico ruolo di protettrice dell’integrità della Nazione serba, poi l’adesione al Patto Atlantico di Albania e Croazia, che avvenne nel 2009 sotto la presidenza Obama, e infine la ripresa dei negoziati finalizzati a integrare Georgia, Montenegro, Kosovo, Moldavia nella NATO.

Dunque l’entrata dell’Ucraina nella NATO sembra la causa del contendere, mentre una sua neutralità o meglio finlandizzazione sarebbe la soluzione più auspicata. Perché l’Ucraina non abbraccia apertamente questa soluzione?

A mio avviso, Kiev sarebbe disposta ad accettare questa soluzione, a riconoscere l’autonomia delle Repubbliche filorusse del Donbass e a concedere un ininterrotto approvigionamento idrico della Crimea, più volte sospeso in questi ultimi anni, pur di evitare un conflitto con la Federazione Russa e il suo completo crollo economico. Se si analizzano i comunicati diramati dal Governo ucraino, in queste ultime settimane, si vedrà che quei comunicati stigmatizzano con grande decisione le esternazioni statunitensi e britanniche che danno per certa l’invasione russa, dichiarando che tali boatos hanno il solo scopo di innalzare il livello della tensione e rendere impossibile un accordo bilaterale russo-ucraino. Accordo al quale Parigi, Berlino e forse anche Roma stanno lavorando. Resta, però, il fatto che l’Ucraina, divenuta dopo il 2014 un Failed State, completamente dipendente dalle rimesse della finanza americana, è ormai divenuta una «Nazione marionetta», alla quale non è concesso prendere decisioni che non siano avallate da Washington.

In una sua recente intervista accenna alla cosiddetta Maskirovka, anche soprannominata “guerra delle ombre”, adottata dalla Russia, in contrapposizione a una guerra “calda” che gli risulterebbe fatale. Non pensa anche lei che Putin sia l’ultimo a volere una guerra aperta, insomma ha troppo da perdere? O pensa che sia così ingenuo da ritenere che occupando l’Ucraina NATO e Stati Uniti lo lascino fare?

A un osservatore superficiale Putin potrebbe sembrare una sorta di «apprendista stregone». In realtà, il Premier russo ha ben calibrato la sua linea d’azione. Non intende certo arrivare fino a Kiev e si accontenterebbe della neutralità dell’Ucraina, del riconoscimento formale del possesso della Crimea e dell’applicazione degli accordi di Minsk (settembre 2014-febbraio 2015), per quel che riguarda il Donbass dove da 7 anni infuria una sanguinosa guerra civile, del tutto ignorata dai media occidentali, che si è trasformata in guerra contro i civili filorussi. Se tutte le sue richieste saranno respinte, come ormai pare quasi certo, il Cremlino si limiterà, per così dire, a occupare militarmente il Donbass e forse la costa meridionale del Mare d’Azov che assicurerebbe il collegamento terrestre tra Federazione Russa e Crimea. Anche in questo caso la NATO probabilmente non interverrà direttamente in Ucraina. Si avrà solo un incremento delle sanzioni che, però, allo stato attuale, danneggeranno più Francia, Germania, Italia che la Russia. Ma queste sono supposizioni, fatte mentre la partita è ancora aperta. E io sono uno storico, non un profeta.

La Francia di Macron ha cercato una mediazione, e l’Italia, pensa che in qualche modo possa assumere un ruolo di mediatore? Sarebbe ascoltato?

Dato che ormai il Presidente del Consiglio Mario Draghi detta in completa autonomia anche la nostra politica estera, bisognerebbe girare la domanda a lui. Comunque dalle parti della Farnesina credo che qualcosa si stia muovendo, come dimostrano i colloqui tra Draghi e Macron. Anche se un Paese, come il nostro, che ha rinunciato ad avere un’autonoma politica estera dal 2011, non potrà certo essere l’attore principale della trattativa.

Quali sono le richieste russe, che il ministro degli esteri russo Lavrov ha detto che sono state disattese? Sono richieste fattibili?

Mi sembra di averle già elencate. Comunque, la finlandizzazione dell’Ucraina, già auspicata da Kissinger nel 2014, sarebbe del tutto fattibile, se non gli fosse d’ostacolo la hỳbris degli Stati Uniti.

Il fronte NATO e quello dell’UE è diviso, questo mi sembra un punto di debolezza difficilmente mediabile, la Russia in che modo approfitta di questa crepa?

I Big Three della NATO e dell’UE (Italia, Francia, Germania), sono contrari alla politica aggressiva contro Mosca a cui sono propensi invece, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia e Stati baltici, sia perché la Federazione Russa è un loro importantissimo partner commerciale sia per la dipendenza energetica dalla Grande Nazione Euroasiatica sia ancora per le loro difficoltà interne. Ma lo sono anche, seppur in misura meno evidente, Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia. Mosca spera che questa crepa si trasformi in frattura. Si tratta al momento, però, di una speranza poco realizzabile considerata la forte egemonia politica, economica e finanziaria americana sul Vecchio Continente, e la presenza di un forte partito amerikano, in una parte delle classi dirigenti europee, fanaticamente atlantiste che scambiano ancora, per insipienza o per malafede, la Russia di Putin con quella di Stalin.

Come ultima domanda le chiedo che ruolo sta avendo la Cina in questa crisi? Sta a guardare per intervenire, magari, al fianco della Russia? Non è un pericolo troppo grande da non tenere in debito conto?

Se si arrivasse alla guerra guerreggiata in Ucraina, Pechino invaderebbe immediatamente Taiwan, il conflitto diverrebbe globale e gli Stati Uniti dovrebbero battersi su due fronti. In questo caso credo che Washington non si limiterebbe all’uso di armi convenzionali e si potrebbe arrivare (Dio non voglia!) all’Armageddon nucleare.

Grazie del suo tempo e delle sue risposte, invito i nostri lettori anche a leggere, se ancora non lo hanno fatto, il suo libro Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale per approfondire l’argomento.

Roma, 13 Febbraio 2022

:: L’orologio di papà e altri ricordi di Daniel Vogelmann (Giuntina 2022) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2022 by

L’orologio di papà

Perché ad Auschwitz,
oltre alla fame, il freddo e la fatica,
mio padre soffriva di non avere l’orologio,
una volta tornato e fatti un po’ di soldi
si comprò un bel Patek Philippe,
che poi mi lasciò in eredità,
e che io pensavo di lasciare a mio figlio.
Ma un giorno me l’hanno rubato.
Per cui a mio figlio gli lascerò questa poesia
che nessuno gli ruberà.

L’orologio di papà e altri ricordi di Daniel Vogelmann, edito da Giuntina, Firenze, che consiglio assieme a Piccola autobiografia di mio padre sempre di Daniel Vogelmann, è un libriccino sottile ricco di aneddoti e ricordi su ben tre generazioni di Vogelmann: il padre Schulim, il figlio Daniel (autore del libro) e il nipote di Schulim, Shulim. E’ un libro breve, che con voce poetica parla di memoria, di ricordi familiari che si fanno memoria storica, della storia di una famiglia che di generazione in generazione dalla tipografia Giuntina ha portato avanti poi la casa editrice Giuntina (fondata nel 1980 da Daniel) e celebre per aver pubblicato, a spese dell’autore, il celeberrimo Lady Chatterley’s Lover di David Herbert Lawrence. Schegge di memoria, ricordi dolci o più dolorosi soffusi di malinconia e gioia di vivere, rassegnazione e divertito ottimismo. Si ride spesso, si piange, ci si commuove, e si vedono scorrere tanti ritratti familiari di persone di cui ci piacerebbe sapere di più: come di Anna Dissegni, prima moglie di Schulim, e della piccola Sissel, sua figlia, perite ad Auschwitz il giorno stesso del loro arrivo al campo, mentre Schulim dopo la prigionia soppravviverà e potrà tornare a Firenze, e continuare la sua vita. Il mondo può essere un luogo crudele, ma gli affetti sembrano portare un po’ di luce. Schulim, l’unico italiano a far parte della famosa lista di Schindler, viene ricordato da suo figlio Daniel con affetto e tenerezza e diventa quasi un amico anche per chi legge. Buona lettura!

Daniel Vogelmann, nato a Firenze nel 1948, esordisce negli anni ’70 come poeta, pubblicando alcuni volumi di liriche, tra cui Fondamentale (1972). Nel 1980 fonda la casa editrice La Giuntina, la cui prima pubblicazione nella collana «Schulim Vogelmann», dedicata alla memoria del padre, fu La notte del premio Nobel Elie Wiesel (tradotta dallo stesso Vogelmann) a cui negli anni si sono aggiunti circa 1000 titoli sulla cultura ebraica. Tra le sue pubblicazioni Piccola autobiografia di mio padre, Le mie migliori barzellette ebraiche, Dalla parte di Giona (e del ricino), L’orologio di papà e altri ricordi

Source: acquisto personale.

Esce una graphic novel da Le notti bianche

10 febbraio 2022 by

Le Edizioni NPE presentano l’adattamento in graphic novel di un classico della letteratura, Le nottiLe-notti-bianche_cover bianche di Fëdor Dostoevskij, storia di un sognatore che preferisce vivere in un mondo immaginario anziché nella vita reale.
Da tempo gli autori e le autrici di fumetto guardano alla narrativa classica dei secoli passati come fonte di ispirazione per storie disegnate che rileggono per immagini storie senza tempo. Negli anni, sono usciti tanti esempi di queste commistioni, provenienti dai Paesi anglosassoni, dalla Francia, dal Giappone: questo adattamento è tutto italiano, sceneggiato da Andrea Laprovitera e con i disegni acquarellati di Carlo Rispoli.
L’argomento della storia è quanto mai attuale, e racconta la storia di un uomo profondamente solo, che non ama la vita reale e trova felicità solo nei suoi sogni. Un incontro sconvolgerà la sua vita e il suo equilibrio, quello con Nasten’ka, una ragazza dolce e che condivide la sua stessa malinconia. La vicenda del fumetto rispecchia il romanzo e si svolge in quattro intense notti bianche a San Pietroburgo, in estate, quando alle latitudini nordiche il sole non tramonta, durante le quali i due protagonisti si confesseranno le loro emozioni e cercheranno una strada per una vita vera.
Nell’Ottocento c’erano già problemi di solitudine, isolamento e alienazione, ma oggi questo è ancora più attuale, per questo motivo questa versione disegnata de Le notti bianche è preziosa e fa riflettere, anche perché i due autori, pur rispettando le atmosfere del romanzo, mettono dentro anche riflessioni contemporanee su questi argomenti.

:: Un’intervista con Marilù Oliva a cura di Giulietta Iannone

5 febbraio 2022 by

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Marilù Oliva, autrice del libro “Biancaneve nel Novecento”(Solferino Edizioni) che ha vinto la dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuta Marilù su Liberi di scrivere, sei la vincitrice della dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award, che negli anni mi ha sempre dato grandi soddisfazioni e ha fatto conoscere in Italia e all’estero sempre libri interessanti. Il mio premio è nato per questo, per dare visibilità ad autori e autrici meritevoli, per cui sono felice che tu sia qui. Già abbiamo parlato del tuo bel romanzo in una scorsa intervista, ne ricordo il link per chi è interessato, per cui questa volta certo parleremo del libro ma anche dei tuoi progetti attuali e futuri. Per prima cosa, tu che sei stata proposta allo Strega, cosa hai provato a vincere il nostro premio? Ricordo è un premio dei lettori, e sono loro gli unici a decidere il vincitore e sempre fino all’ultimo non si possono fare previsioni.

Sono stata molto felice, eravamo un bel gruppo nella rosa finale e mando un caro saluto anche ai colleghi/e in finale. Seguo il tuo blog dagli esordi e questa vittoria mi ha fatto molto piacere proprio perché è un riconoscimento “democratico”, non ci sono giurie di pochi eletti ma sono i lettori e le lettrici che decidono. Il fatto che non si possano fare previsioni lo rende ancora più avvincente.

Che accoglienza ha avuto il tuo libro dalle lettrici e dai lettori? E dalle blogger e dalla stampa?

“Biancaneve nel Novecento” è stato il mio libro più amato in assoluto, addirittura più delle “Sultane”, con cui già avevo sentito il forte abbraccio dei lettori/trici. Prima che uscisse avevo già previsto una serie di critiche su come avevo messo in luce, in narrativa, questa triste parentesi della storia delle donne nei campi di concentramento: questo è il primo romanzo scritto da un’italiana in cui se ne parla molto diffusamente, almeno così è emerso dalle mie ricerche, magari mi è sfuggito qualcosa. Invece i commenti hanno ribaltato le previsioni: non ho mai ricevuto tanto affetto, tanti messaggi di gente che si calava nei panni delle mie protagoniste (anche di Bianca). In questo senso “Biancaneve nel Novecento” mi ha insegnato che in editoria non ha senso fare troppe previsioni, perché c’è un margine di imprevedibilità che potrebbe mandare tutto all’aria ogni congettura. Ma in fondo anche questo è il suo bello.

A proposito di critiche e previsioni, c’è una critica che non ti aspettavi e hai ricevuto nel corso della tua carriera?

È successo con “L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre”, che è diventato un long seller e mi ha dato molte soddisfazioni, non solo per le vendite. Un libro andato contro tutte le previsioni: uscito in un periodo sfortunatissimo in cui l’editoria crollava (durante il primo lockdown) è stato accolto con entusiasmo, ha avuto un sacco di ristampe e resiste tutt’ora, nonostante siano passati due anni. Io ero un po’ spaventata da una eventuale reazione rigida dei classicisti, dei grecisti, insomma: mi aspettavo qualche bacchettata e invece niente. Forse perché c’è un lavoro filologico, dietro, abbastanza attento (anche da parte dell’editore Solferino). Invece le critiche che non mi aspettavo riguardano il tipo di approccio con i personaggi: mi hanno rimproverato di non aver rivisitato abbastanza queste donne epiche, di averle lasciate così come Omero le dipingeva. Ma quello era proprio il mio intento: restare il più fedele possibile ad Omero! Ed è anche il motivo per cui il libro è stato tanto adottato nelle scuole.

Immagino che “Biancaneve nel Novecento” sia anche diffuso nelle scuole e consigliato come lettura per i ragazzi se non proprio delle medie almeno dalle superiori in su. L’hai potuto presentare nelle scuole?

Certo, soprattutto nel triennio delle superiori e non solo in occasione del Giorno della Memoria, è stato una lettura accolta in generale. Per le presentazioni nelle scuole mi appoggio a un’associazione che è attivissima, Demea Eventi Culturali, che cura ogni dettaglio, dalla consegna dei libri agli incontri online. Ho incontrato studenti e studentesse sensibili, curiosi, attenti, che mi hanno rivolto domande molto interessanti, stimolando anche in me ulteriori riflessioni.

Da poco è trascorso il Giorno della Memoria, anche il tuo libro può rientrare tra le letture propedeutiche atte a conservare la memoria. Ti senti anche tu parte di questo circolo virtuoso?

Uno dei miei intenti era proprio questo, alimentare il ricordo, tenerlo vivo. Fedele alla lezione di Primo Levi, quando, nella “Shemà” introduttiva a “Se questo è un uomo”, si raccomanda di scolpirci nel cuore le sue parole, di meditare su quel che è stato. Altrimenti, sarà un disastro per tutti e lui ce lo racconta lapidariamente con la sua maledizione finale.

Proposte di traduzioni all’estero?

Proprio in questi giorni stiamo firmando con la Serbia.

Progetti attuali, di cosa ti stai occupando in questi giorni?

Mi sto preparando all’uscita imminente del mio nuovo romanzo, “L’Eneide di Didone” (Solferino). L’idea è nata da una riflessione: Come è possibile che la leggendaria Didone, personaggio straordinario, unica donna a capo di una spedizione e fondatrice di una città, si sia uccisa per Enea, un uomo che, si sapeva fin da subito, era solo di passaggio? Non mi era piaciuta la conclusione del IV libro dell’Eneide, in cui lei, ferita e rabbiosa (isterica, direbbe qualcuno che ama questo aggettivo), si uccide quasi per ripicca. Così ho ripreso l’opera di Virgilio e ho cercato di raccontarla abbastanza fedelmente variando però un particolare importante. Questa volta ho rivisitato molto il personaggio. Ma non posso anticipare altro.

Grazie Marilù, nell’augurarti il meglio per i tuoi progetti futuri, la storia di Didone mi ha sempre affascinata, ti ringrazio di questa intervista e del tempo che ci hai dedicato.