E’ finalmente arrivato a Antonella il libro vinto grazie al Giveaway dedicato a Diciamolo in italiano di Antonio Zoppetti, ne abbiamo le prove!

E’ finalmente arrivato a Antonella il libro vinto grazie al Giveaway dedicato a Diciamolo in italiano di Antonio Zoppetti, ne abbiamo le prove!

A ulteriore riprova che le autrici di thriller se sono brave sanno imporsi (se siano discriminate non lo so, io non credo) e conquistare anche un pubblico che non è tradizionalmente quello che s’immagina. Il thriller familiare non è il mio preferito, ma non sono così stupido da non leggere un romanzo quando ‘annuso’ che è buono. Danielle Thiery, prima donna ‘commissarie divisionnaire’ della polizia francese nonché figura di spicco del polar con un catalogo di titoli impressionante, affronta il filone con piglio e mordente. Da buona sbirra spara col calibro grosso e costruisce una storia complicata senza risparmiare colpi. Segreti di famiglia, incesti, sevizie su bambini, e tutta una serie di altre problematiche che farebbero rizzare i capelli in testa a più di un editor nel timore di suscitare vespai per questioni di correttezza politica. Dall’omosessualità all’ identità razziale di alcuni colpevoli. Dico ‘alcuni’ perché nell’intreccio ce ne sono diversi. Eppure la Thiery lo fa con mano sicura, una scrittura curata ma la capacità di seguire limpidamente una narrazione che spesso mescola le carte. Esperta poliziotta, e narratrice di talento, racconta la vicenda, senza perdersi in inutili psicologismi, tentazioni di fare la bella pagina per riempire l’incapacità di costruire un ‘giallo’, perché questo, alla fine, è il suo libro. Non cade mai nel truculento, nello scabroso gratuito, nell’effettaccio anche se di sangue e morti ce ne sono diversi. Evita così anche la trappola del patetico e del ridicolo. Edwige Marion, la sua protagonista, nei giorni di Natale appare acciaccata dalla sciatica, forse si prepara a lasciare la scena. Ad Alix, giovane psicologa con qualche difficoltà nel rapporto con gli altri, e a Valentine Cara, la ‘capitanne’ della Scientifica che invece conduce una felice vita di coppia con Rose, l’anatomopatologa. Le due (Alix e Cara) non si sopportano ma arrivano in qualche modo a completarsi in un’indagine difficile che parte da un ospedale in cui una giovane donna prima getta la sua bimba in un cassonetto, poi ‘si fa violentare’ da un disgraziato mediorientale e poi sparisce. Letteralmente. E da lì emergono vari quadri poco edificanti della società con altrettanti problemi. Bambini abusati, famiglie disfunzionali, padri padroni, madri consenzienti a ogni nequizia riusciate a immaginare. Il romanzo si intitola Tabous, al plurale, non per caso. Un assassino, una capanna nei boschi, una tempesta. Gli elementi classici si incastrano con quelli più innovativi, meno di filone nel senso classico. In modo omogeneo, sempre chiaro e leggibile. Perché si scrive per essere letti. E con il trascorrere del tempo la storia si compatta, tutto trova una spiegazione, le stesse dicotomie che mettono Eva contro Eva, forniscono una soluzione. Senza sconti, forse con un finale dove arriva una piccola consolazione, ma ci sta benissimo. Un nero da leggere, da studiare. Peccato che il prodotto francese (questa volta sì) sia discriminato nella produzione nostrana, ma Tabous si trova facilmente nella collezione J’ai Lu a un prezzo più che accettabile. Chapeau, madame la Commissaire!
Danielle Thiéry est née en 1947 en Bourgogne, dans une ambiance rurale, d’une mère-poule et d’un poulet (papa professeur de judo dans la police).
Après le bac, une formation d’éducatrice spécialisée et un “mai 68” décevant au bout du compte, l’ouverture aux femmes du concours d’officier de police la fait bifurquer vers un nouveau défi : affirmer la place des femmes dans toutes les sphères de la société, surtout celles que l’on disait réservée aux hommes.
Le slogan “la police un métier d’homme” a-t-il vécu ? Pas sûr… Car le chemin n’est pas semé de roses ! Après avoir occupé différents postes : brigade des mineurs, stupéfiants, proxénétisme, brigade territoriale, police aux frontières, police des chemins de fer et passé plusieurs concours, elle est nommée, en 1991, première femme commissaire divisionnaire de l’histoire de la police française.
Un évènement qui fait date car, curieusement, il lui donne le top départ d’une autre carrière, littéraire cette fois, menée en parallèle avec une deuxième vie professionnelle au sein de grandes entreprises (AIr France, France Telecom, La Poste). C’est par la télévision et une grande série diffusée sur France 2 qu’elle s’engage dans l’écriture. Quai N°1 est l’histoire de sa vie et aussi celle de Marie Gare, son aïeule, abandonnée dans … une gare !
Depuis 2008, elle ne se consacre plus qu’à l’écriture. Plusieurs de ses romans ont été traduits à l’étranger et ont reçu des prix dont le prestigieux Prix du quai des Orfèvres en novembre 2012 pour “Des clous dans le coeur”.
Source: romanzo del recensore.
Torna la strana coppia del giallo italiano composta dal critico cinematografico Mario Bernardini e dal commissario di polizia Sergio Crema, protagonisti di Tredici giorni a Natale nuovo romanzo dello scrittore torinese Rocco Ballacchino. La Fratelli Frilli Editore di questo autore ha già pubblicato Trappola a Porta Nuova, Scena del crimine, Trama imperfetta e Torino obiettivo finale, e come i precedenti anche questo romanzo è una piacevole lettura, e il quarto appuntamento ormai fisso con una serie che si è conquistata ormai numerosi estimatori. Se vi piace il giallo, solo leggermente screziato di noir, con molto umorismo e qualche attinenza con l’attualità, è una serie che consiglio.
Ballacchino è a suo agio nella sua Torino invernale, e ha creato una coppia di personaggi sicuramente riusciti e affiatati, che davvero prendono vita dalle pagine, acquistando profondità, soprattutto lo scorbutico Mario Bernardini che più invecchia, saranno anche le prove che deve affrontare, più perde cinismo e misantropia in favore di una più calda umanità. Il commissario è un buffo comprimario, buffo per le sue debolezze (la buona cucina e la passione per la bella collega Bonamico) ma tenace e perspicace come investigatore e poliziotto.
Siamo a Torino, mancano pochi giorni al Natale e il commissario Crema riceve una telefonata. All’ apparecchio c’è il primario di terapia intensiva del Mauriziano, che lo convoca in tutta fretta al capezzale di una donna morente, la signora Giraudo. Crema piuttosto riluttante si reca all’ospedale a bordo della Grande Punto assieme all’ispettore Quadrini, e raccoglie le ultime parole della donna: “Non è stato… Lui”.
L’arrivo del marito, il signor Cerutti, il giorno dopo in Questura fa luce sull’avvenimento insolito. L’uomo racconta una lunga storia risalente al 24 giugno del 1990, 26 anni prima. La figlia Sonia, studentessa in Lettere presso l’Ateneo torinese, dopo aver avuto un colloquio con il relatore della sua tesi si diresse verso gli ascensori di Palazzo Nuovo segnando il suo destino. La polizia ne rinvenne il giorno dopo il corpo in uno degli ascensori. Era stata strangolata.
Del delitto fu incolpato il custode di Palazzo Nuovo, Luigi Merlino, sempre professatosi innocente. Ed è proprio il custode, il lui a cui si riferiva la donna nelle sue ultime drammatiche parole, non avendo mai creduto alla sua colpevolezza.
Pur avendo altri casi, ben più recenti a cui pensare, il tarlo del dubbio e della curiosità si insinua nella mente del commissario, tanto che inizia raccogliere da internet tutte le notizie che trova sull’ omicidio della ragazza, denominato al tempo dai giornali il delitto di Palazzo Nuovo.
E così scopre che il presunto colpevole Luigi Merlino è morto alcuno anni prima per infarto. Il mistero si infittisce e il commissario Crema non riesce a capire perché la madre della ragazza abbia chiamato proprio lui in punto di morte per confidargli la certezza dell’ innocenza di Merlino.
Quando entra in scena Mario Bernardini, al tempo del processo testimone chiave, ormai non c’è più scelta bisogna fare luce sulla morte della ragazza, scoprire come andarono veramente le cose, nonostante sia quasi Natale e sarebbe preferibile pensare alle proprie compagne, ai regali, ai figli, alla famiglia.
In un susseguirsi di colpi di scena Ballacchino ci accompagna in un’ indagine ufficialmente chiusa, ma ancora piena di misteri e strane coincidenze, che condurrà a una vigilia di Natale difficile da dimenticare. Forse è proprio vero come filosoficamente pensa Crema che il passato dovrebbe essere lasciato in pace. Ma a volte la cocciutaggine di un poliziotto può portare anche ad effetti indesiderati, non solo allo svelamento del colpevole.
Con il suo ricorrente stile semplice e lineare Ballacchino ci narra una storia investigativa in cui passato e presente si intrecciano, in una Torino imbiancata dalla neve, una gran scocciatura per il nostro commissario che ha il buffo fascino di un personaggio di una commedia agro dolce anni ’70.
L’uso di capitoli brevi è funzionale al crescere della suspense. In ogni capitolo un pezzo del puzzle, un nuovo indizio, una nuova ipotesi alternata a parentesi più leggere come la battaglia a palle di neve in famiglia. Se vogliamo in questa indagine il personaggio di Mario Bernardini, testimone riluttante, passa sullo sfondo dando più spazio al commissario Crema, vero protagonista del romanzo. Questa scelta narrativa è interessante ma indebolisce un po’ l’originalità della serie, dove punto cardine era vedere le indagini di un critico cinematografico sui generis. Spero che Ballacchino non faccia sparire questo personaggio dalle sue indagini, nonostante un po’ il dubbio ce l’abbia avuto. Ma si sa un autore decide le sue scelte narrative ed è anche sbagliato da parte di un lettore forzarle.
In conclusione è una serie che amo, che leggo sempre con piacere, un po’ perchè ambientata nella mia città, un po’ perché parla di cinema (molte sono le citazioni cinematografiche). Una lettura che consiglio e senza volere apparire una indovina, credo avrà ancora lunga vita.
Rocco Ballacchino è nato a Torino nel 1972, si è laureato, nel 1999, in Scienze della Comunicazione, con una tesi dal titolo “Il personaggio di Totò nell’Italia del dopoguerra” (Semiologia del cinema e degli audiovisivi).
Ha collaborato dal 2009 al 2011, in qualità di sceneggiatore, con la Turin Video Production.Ha al suo attivo numerosi gialli pubblicati tra il 2009 e il 2017, gli ultimi dei quali hanno per protagonisti il commissario Sergio Crema e il critico cinematografico Mario Bernardini.
È tra i soci fondatori del collettivo di scrittori Torinoir, nato a Torino nel 2014.
Suorce: libro inviato dall’editore. Si ringrazia Carlo Frilli.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
Giulio De Loiro dà alle stampe la sua ultima fatica Satriano e Don Mimmo Battaglia in un abbraccio d’amore, edito da Rubbettino, con la prefazione dell’Arcivescovo Metropolita di Catanzaro-Squillace Vincenzo Bertolone. Due storie in una. Quella degli ultimi cinquant’anni di un piccolo borgo. Quella dei primi anni di un grande Vescovo. Un solo abbraccio. Quello tra un paesino e il suo cittadino più illustre. Un legame indissolubile che non può sciogliersi in due diverse pubblicazioni. Quello tra un uomo e la sua terra. Una terra che ancora sporca i piedi di un prete diventato Vescovo. Un Vescovo che, nel suo discorso di investitura, ricorda il suo paese. Satriano e Don Mimmo Battaglia. Figli della Calabria. Quella lasciata in fondo allo Stivale. Per ultima. Come quegli ultimi, invisibili, di cui Don Mimmo si è fatto padre. Con un’attenzione maniacale verso il particolare, l’autore porta sulla pagina quella quotidianità che invade le viuzze e le piazze e le botteghe e le case di un paese nell’ultimo cinquantennio, a cavallo tra due secoli. Attore in scena diventa il sindaco. E con il sindaco le infinite diatribe tra comunisti e democristiani. Il parroco. E con il parroco i credenti, falsi credenti, credenti di prima classe e i dimenticati dalla società. Grazie a tutti loro, De Loiro conduce una serrata inchiesta sui micro-cambiamenti sociali che conducono il paese dal vecchio al nuovo secolo. Una sola voce narrante, implacabilmente partecipe alle vicende di cui essa stessa si è fatta attrice. La voce dell’autore. Corre l’anno 1970 nella prima parte del libro. Un gruppo di giovani è spinto dalla voglia di partecipare alla vita politica del paese. Una vita politica fatta di idee e ideali. Poi l’anno 1995. Modifiche elettorali per le quali il sindaco non sarà più scelto all’interno del gruppo politico, ma dal voto espresso dal cittadino. Così non è solo la legge a mutare. Lo è l’intera società. La politica degli ideali diventa politica fatta di persone. Quelle che eleggono e quelle da eleggere. Uno sguardo indagatore che a metà del racconto viene ad incontrarsi con una nuova realtà presente in quelle stesse viuzze e piazze e botteghe e case. La religiosità. Simbolo estremo ne diventa quello che già nel titolo si prefigura come protagonista del libro. Don Mimmo Battaglia. Il prete di strada. Quel prete che il 24 giugno del 2016, ormai a diversi anni di distanza rispetto all’incipit, viene nominato Vescovo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti. Il lettore si ritrova, così, a lasciare il piatto in tavola, le lenzuola da stendere, la tv accesa, il lavoro in ufficio, la telefonata con l’amico, per correre in strada assieme all’intera Satriano. Ecco l’abbraccio. Quello tra il Vescovo e la sua terra. Quello tra il lettore e la passione viscerale che spinge l’autore a raccontare la pagina più illustre della
storia di Satriano. Lo stile della narrazione mantiene i toni dell’orazione politica quando De Loiro descrive le vicende politiche del borgo. Emerge invece la ricchezza espressiva della lingua quando descrive quei miti ed eroi che sono carne viva nell’immaginario popolare collettivo, resa ancor più concreta dalle numerose foto del Vescovo nella sua Satriano.
Giulio De Loiro è nato a Catanzaro il 6 maggio 1944 ed ha sempre vissuto a Satriano, il paese di cui è stato sindaco e a cui negli ultimi anni sta dedicando le sue ricerche storiche. Laureato in Lettere classiche all’Università di Napoli, ha insegnato per quasi quaranta anni Lettere nelle scuole statali e Latino e Greco all’Istituto Salesiano di Soverato, contribuendo alla formazione di numerosi professionisti del comprensorio soveratese. Ha già pubblicato con Calabria Letteraria Editrice due volumi sulla storia di Satriano: Gente nostra nel 2009 e Satriano nel ‘700 attraverso i dati del Catasto Onciario nel 2011. Da qualche anno collabora con l’Associazione Culturale di Badolato “La Radice”, dove, nel 2015, si è impegnato, assieme ad altri amici, alla pubblicazione de La Platea dello Stato di Badolato, un prezioso volume che offre ai lettori un interessante spaccato della storia medievale dei paesi del basso Ionio catanzarese.
Suorce: libro del recensore.
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Torna Roberto Costantini con una nuova storia che vede protagonista Michele Balistreri. Due sono i piani temporali utilizzati dall’autore, come sempre accade nei suoi romanzi. Dal 1974 al 1986. Dodici anni che lo hanno visto ritornare a Roma da Tripoli, dopo l’arrivo in Libia del colonnello Gheddafi. Dodici anni durante i quali ha vissuto le ribellioni e i pestaggi ai “rossi”, le stragi dell’Italicus e di Piazza della Loggia. Anni nei quali insegnava arti marziali in una palestra e dove fare i soldi era l’unico modo per essere liberi. Ora Michele è commissario alla Omicidi e si confronta con il progresso tecnologico e l’arrivo dei primi pc, che lui chiama i “mostri”. Non ha dimestichezza con questi aggeggi e ne è quasi spaventato. È arrabbiato Michele, per ciò che ha vissuto in passato, per l’amore che non ha mai dimenticato e per il suo modo di chiudersi nei confronti degli altri. L’indagine che gli affidano è pericolosa e lo coinvolge nel profondo. Sarà in grado di gestirla? Balistreri non è più un ragazzo, ora è un uomo. È stato istruito in un certo modo, e sa come difendersi. Quando però inizia a scavare nel torbido dell’inchiesta, capisce di non poterla affidare a nessun altro, perché lui ne diventerà protagonista assoluto. Non ci saranno più bottiglie molotov da lanciare, ma dossier e fotografie scattate e segretate. Ci saranno bugie così ben costruite da ingannare tutti. Ci sarà la sua dannatissima rabbia, che tornerà con prepotenza, con forza … Non sarà più il tempo di lavare via le offese con il sangue, ma di individuare il colpevole che ha ucciso i suoi amici. E l’amicizia, conta ancora qualcosa? O è solo disperazione nascosta da falsi sorrisi?
Ballando nel buio ripercorre un’epoca, fra Nietzsche e citazioni musicali. È un’indagine che divora, per non essere divorata. È una lotta fra Servizi Segreti, legalità, politica, mafia e terrorismo. È l’amore ricevuto in maniera sbagliata che porta all’odio puro, senza possibilità di riscatto. È la capacità di Balistreri di affrontare la realtà chiudendo un occhio di fronte alla verità. Perché fa male, perché non si può cambiare.
Assolutamente consigliato. Ottima lettura.
Suorce: libro del recensore.
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“L’unico modo nel quale l’uomo americano di colore potrà mai essere parte dello stile di vita americana passa attraverso la violenza. Questo è tragico, ma vero.”
Così Chester Himes (Jefferson City, 29 luglio 1909 – Moraira, 12 novembre 1984), laconico e arrabbiato, uno dei grandi narratori noir del Novecento. Eppure per pochi scrittori come per Himes il recinto fornito dal genere può risultare fuorviante. Non che ci prendesse chi, agli esordi, lo apparentava frettolosamente e banalmente a grandi scrittori neri di protesta come Richard Wright o James Baldwin.
Il fatto è che Himes, all’interno della narrativa di genere così come della narrativa tout court fa storia a sé. Poco apprezzato in patria dove i suoi libri circolano pochissimo, anche nel nostro paese non è facile procurarsi i suoi romanzi, nonostante il recente interessamento di Marcos y Marcos e Giano. La sua biografia è tragica e bizzarra come quella dei suoi personaggi: incarcerato per rapina a mano armata tra il 1928 e il 1936, viene folgorato sulla via di Damasco dai racconti di Dashiell Hammett e gli viene spontaneo scriverne di propri muovendosi lungo la stessa strada di brutale realismo perché basta “(…) semplicemente raccontare la realtà così com’è”.
A dire il vero Himes non si è mai limitato a una resa più o meno naturalistica della realtà. Non lo ha fatto nemmeno nel suo romanzo più inquadrabile in una logica di impegno civile come Fine di un primitivo (The primitive, 1955), storia d’amore oscura e tragica tra uno scrittore nero e una donna bianca, anche questo incline a leggere il mondo attraverso un filtro caleidoscopico e apocalittico. Tale infatti è la direzione presa fin da subito dalla lingua di Himes: un meccanismo fortemente espressionista, concentrato sulla deformazione del reale attraverso il particolare macabro e ripugnante.
I suoi romanzi polizieschi sono però il veicolo più adatto a comprendere le sue chiavi stilistiche. Il primo particolare che salta agli occhi, e forse particolare non è il termine più appropriato, è la volontà di sabotare la propria materia dall’interno. Se anche i grandi innovatori come Hammett e Chandler lasciavano la detection sullo sfondo per concentrarsi sui personaggi e l’affresco sociale, Himes compie un ulteriore passo avanti e in questo senso, anche in futuro, anche ai giorni nostri, pochissimi mostreranno la capacità o anche solo la volontà di seguirlo.
Le indagini nei noir di Himes infatti sono sempre episodiche e trasandate e il mistero da risolvere quasi mai occupa il centro della trama. Tutto è affogato all’interno del suo linguaggio carnale e prismatico, nelle descrizioni visionarie di una Harlem, esclusivo teatro delle sue storie, descritta come un girone infernale. E se l’ambientazione è fissa ecco allora gli eroi seriali dell’autore afroamericano: Grave Digger Jones e Coffin Ed Johnson (nomi “parlanti” che nella nostra lingua suonano più o meno come Becchino Jones e Ed cassa da morto), due sbirri, per usare le parole dello scrittore, “neri come il carbone”, brutti, sporchi e cattivi, non particolarmente dotati da nessun punto di vista che non sia la volontà di applicare la violenza bruta e concludere la giornata portando a casa la pelle.
È proprio raccontando il rapporto dei suoi due eroi con la comunità nera che Himes esprime la sua visione del mondo cupa e senza speranza: un mondo in cui tutti tradiscono tutti, in cui l’afflato ideologico raramente è sincero e in ogni caso finisce continuamente frustrato dal denaro e dalle passioni insane che agitano la sua umanità. L’uomo bianco è naturalmente un nemico e un pericolo.
In Corri uomo corri (Run man run, 1959), unico noir senza Grave Digger e Coffin Ed, Himes ci racconta la storia di un ragazzo di colore testimone dell’omicidio commesso da un poliziotto bianco e razzista. Un libro di glaciale pessimismo dove il nostro eroe, oltre al doversi guardare dal poliziotto assassino, dovrà anche constatare la diffidenza e la scarsa solidarietà della sua comunità di appartenenza. Probabilmente Corri uomo corri è anche il libro himesiano meno aperto alla divagazione.
Espatriato piuttosto presto, Himes troverà un suo personalissimo buen retiro a Parigi (e non sorprende, visto l’amore che di lì a poco tributeranno alla narrativa pulp tanti intellettuali e cineasti francesi, Truffaut e Godard in testa) e proprio relativamente al suo stile digressivo e alla sua incapacità di costruire un intreccio coerente si pronuncerà il suo ammiratore ed editore Marcel Duhamel, direttore della mitica collana Serie noire:
“Trovati un’idea. Poi attacca con l’azione: qualcuno che fa qualcosa, che so, un uomo allunga una mano e apre una porta, la luce gli batte negli occhi, l’uomo si volta, guarda su e giù nel corridoio… Azione, sempre azione, in dettaglio. Immagini. Come al cinema. Scene sempre visibili. Niente flussi di coscienza. Non ce ne frega un cazzo di chi pensa cosa, ma soltanto le loro azioni. Sempre azioni. Sbattitene se la cosa non ha senso. Questo si vedrà alla fine. Dammi 220 pagine dattiloscritte.”
Insomma un versione più logorroica e colorita dell’aureo motto fitzgeraldiano “Il personaggio è azione”.
E forse il frutto più compiuto di questa inclinazione è Cieco con la pistola (Blind man with a pistol, 1969), libro assurdo e terribile su un’indagine destinata a restare incompiuta, nell’abituale scenario di Harlem, incredibilmente somigliante alle trincee di Celine. Poliziotti, criminali, prostitute, truffatori, psicopatici, uomini di chiesa poligami con famiglie tumulate in luride cantine e una squadra di figli che mangia direttamente da un trogolo.
Tutti contro tutti in un mondo in cui non sembra esserci possibilità di progresso e consapevolezza. Nessuno scrittore si è mai spinto tanto in là, e specie all’interno della narrativa popolare, in una rappresentazione dell’America come inferno e carnevale di morte, il tutto condito da dosi massicce di black humor. E forse non c’è da stupirsi della scarsa considerazione che ha sempre accompagnato il lavoro di Chester Himes.
La provincia italiana (e i suoi misfatti) è al centro de La figlia, il primo romanzo di Giuseppe Scaglione.
In modo particolare quella barese, dove l’autore vive e ambienta un noir dalle tinte forti, in cui la sua scrittura non risparmia critiche feroci alle convenzioni sociali e all’ipocrisia.
Il protagonista è Paolo Saliani, un avvocato d’affari molto noto che si afferma a Milano. Per una serie di vicissitudini familiari decide di lasciare la città lombarda e ritornare a vivere a Bari, dove è nato.
Nel capoluogo pugliese si afferma come penalista. Paolo si trova coinvolto in una serie di omicidi che avvengono in un piccolo paese dell’entroterra barese.
Un notabile del posto viene coinvolto nel primo di questi omicidi.
L’avvocato assume le sue difese ed è subito convinto dell’estraneità ai fatti del suo cliente.
Il magistrato è di parere contrario e ordina l’arresto dell’indiziato. Paolo inizia a muoversi nella fitta rete della vita del piccolo paese, intenzionato a scoprire l’identità del vero assassino perché è convinto che egli tornerà a uccidere. Si improvvisa investigatore, aiutato da un anziano ufficiale che come lui crede nell’innocenza del suo cliente.
L’uomo di legge si troverà coinvolto nel giro di maldicenze, nella morte sociale della vita del paese, dove l’apparenza sana della provincia è solo una facciata.
Paolo riesce a perforare con le sue indagini il muro delle apparenze e delle omertà del piccolo paese della provincia barese, dove tra pettegolezzi e giochi di potere incontra sulla sua strada il perbenismo, il sopruso e soprattutto avrà a che fare con una serie di situazioni di clientelismo infame e di giochi di potere trasversale. Capirà subito che i delitti su cui si troverà a indagare scaturiranno dal quel meccanismo perverso e di depravazione.
La figlia è un noir perfetto. Dietro i suoi molteplici intrecci narrativi, Scaglione riesce, con una scrittura fluida e brillante, a fornire un quadro convincente che risponde al vero delle contraddizioni umane, sociali e economiche della vita sociale della provincia italiana.
L’autore attraverso i suoi personaggi entra nella fitta rete di complicità e connivenze di Niso, un paese della Murgia dei trulli, osserva in maniera minuziosa la realtà e i costumi del posto fornendo al lettore un quadro preciso di un’umanità meschina che si nasconde dietro le apparenze di un’esistenza normale.
La figlia è anche (e soprattutto) una commedia crudele della vita di provincia. Una commedia che Scaglione tinge di noir, dimostrando di conoscere l’arte del romanzo.
Giuseppe Scaglione è nato a Bari e vive a Gioia del Colle. Svolge attività giornalistica come critico d’arte ed è curatore di mostre ed altri eventi. Pubblica recensioni anche sul proprio blog “Correlazioni – Arte &Cultura“, che tratta di arti visive, fotografia, poesia e narrativa.
Nota: In copertina disegno di Mario Pugliese.
Source: libro inviato al recensore dall’autore.
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Lo ricordiamo con una carrellata dei suoi libri più famosi: La sposa era in nero (1940), Sipario nero (1941), La notte ha mille occhi (1945), Vertigine senza fine (1947), La morte danza con me (1951), Dentro la notte, completato da Lawrence Block (1987).
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Tutti i libri raccontano una storia. Questo lo fa attraverso i documenti. Documenti che muovono una grande curiosità di ricerca. Una ricerca che vuole rappresentare sulla carta il comprensorio soveratese. Curato da sei mani, quelle di Angela Maida, Manuela Alessia Pisano e Raffaele Riverso, con i contributi di Gioacchino Lena, Alfredo Ruga, Chiara Raimondo, Giuseppe F. Macrì, Stefano Mariottini, Gregorio Aversa, “Soverato tra mare e terra” è un libro che racchiude in sé la memoria dei luoghi e i luoghi della memoria, insieme ad un amore viscerale per questa minuscola perla del Sud. In quella parte d’Italia dove la Storia sembra essersi dimenticata di passare, anche solo per sbaglio, ci si accorge, invece, che basta guardare sotto i nostri piedi per trovare tracce di un passato lontanissimo. Si cerca e si scopre una prima parte “Saggi”, in cui si sono comodamente sistemati il torrente Beltrame, il fiume Ancinale, la spiaggia, le punte di freccia ritrovate in località Mortara, l’Antefissa in terracotta ritrovata in località Mangiafico, la torre posta a controllo della costa, il pontile in legno. Una seconda parte di “Approfondimenti” dove si sono sistemati i primi viaggiatori stranieri, le tracce di un’antica viabilità, l’antico porto. Per ultime le “Tavole”. La casa editrice Rubbettino decide di dare spazio ad una penna che descrive quello che, diversamente, sarebbe rimasto per sempre chiuso negli uffici. Riaffiora, tra i ricordi scritti, il sindaco della città Camiti che, in quegli anni bloccati tra le due Guerre, finanzia una campagna di scavi. Negli occhi, oggi, tanta cementificazione. Accanto ai resti della grande civiltà magnogreca, testimonianze di antiche produzioni di olio e carte nautiche realizzate sulla scorta dei portolani. E poi le foto aeree realizzate dagli aerei di guerra e i marinai che pescano due anfore antiche. In 173 pagine, pregiate finanche nella grafica, c’è l’intera Soverato. Il suo passato. Il suo presente. La sua storia. La sua memoria. La sua tradizione. Il suo sviluppo. E, sfogliando queste pagine, emerge la speranza degli autori di lasciare un contributo concreto alla comunità soveratese affinché l’interesse e l’amore per questo Sud, troppo spesso dimenticato, affiori, per primi, dagli stessi abitanti.
Source: libro del recensore.
Messaggi dall’aldilà rappresenta una sorta di vademecum ideale, che raccoglie in modo preciso e dettagliato quelle leggi che sottointendono l’energia psichica e i cosiddetti talenti extrasensoriali.
Il credere o meno a queste teorie non deve in alcun modo precludere la lettura di un testo che si presenta affascinante e coinvolgente nel suo contenuto e nel suo stesso ritmo narrativo.
Da una parte, infatti, chi è scettico ha la concreta possibilità di interpretare queste leggi come delle particolarissime forme di intuizione e di creatività.
Dall’altra parte, invece, i più romantici e sognatori possono fantasticare intorno ai numerosi nomi che queste forze hanno assunto nella medesima evoluzione temporale: Spiriti guida; Angeli; Ricordi di altre vite; Protezione contro gli attacchi delle potenze oscure; la Quarta dimensione.
Messaggi dall’aldilà è dunque un libro di un certo spessore perché mette finalmente in luce come la nostra civiltà ha saputo esplorare la regione più ricca ed interessante della nostra mente.
Esploratrice d’eccezione è l’autrice, una delle più famose veggenti americane. Il segreto della sua estrema competenza nel presentare un argomento alquanto ostico, si fonda senza dubbio nel buon senso e nella concretezza: nessun altro specialista in materia ha saputo dare tante notizie, consigli e vere e proprie istruzioni riguardo i nostri poteri extrasensoriali!
In quest’opera la stessa Sylvia Browne risponde, in maniera davvero appassionata e con una straordinaria naturalezza, ad importanti curiosità spirituali, quali l’identità degli Angeli; gli accadimenti che si susseguono dopo la morte ed ancora la veridicità dei fantasmi.
Sylvia Browne è la più famosa veggente americana. Appartenente ad una famiglia di medium, ha raggiunto il successo grazie alle sue straordinarie doti.
Negli Stati Uniti ha pubblicato fin’ora tre libri che sono arrivati ai primi posti della classifica dei bestseller del “ New York Times”.
Source: libro del recensore.