Ho sempre pensato che, un giorno, la musica sarebbe diventata la mia vita. Quando avevo solo otto anni, i miei genitori mi regalarono una piccola pianola della Bontempi. Arrivò assieme al Natale, non che io l’avessi esplicitamente chiesta. In realtà, la cosa che più desideravo a quei tempi era una diavoleria americana: Voltron, un robot giocattolo che veniva assemblato da altri cinque leoni robot.
Non ci fu nulla da fare, Voltron non bussò mai alla mia porta ma in breve tempo la pianola colmò quel vuoto nel mio cuore di bambino. Fu un’idea di mio padre che da giovane avrebbe tanto voluto imparare a suonare la chitarra, o almeno è quello che raccontava ogni volta che si toccava l’argomento. Ma le circostanze e l’avversione di mio nonno verso la cosa gli avevano impedito di acciuffare il suo desiderio. Si era ripromesso, però, qual ora avesse avuto un figlio, di spingerlo fin dalla più tenera età, verso la musica, invogliandolo a suonare uno strumento. E poi nacqui io. I figli, si sa, spesso diventano il prolungamento delle volontà e dei desideri dei genitori. A volte una vita non basta, soprattutto per chi ha vissuto col freno a mano tirato, per chi si è troppo spesso circondato di rinunce e rimpianti. Quando questo accade, talvolta, i padri e le madri tentano di allungare la propria esistenza respirando le vite dei figli. Vivendole di pancia, e facendo delle esperienze dei figli le proprie esperienze. Così, quando il pargolo si laureerà, con lui si laureeranno anche papà e mamma. Quando il figlio viaggerà per il mondo e vedrà Parigi, New York e Londra, anche loro avranno l’impressione di aver viaggiato con lui e di aver visto con i loro occhi quello che la reflex del figlio avrà immortalato in quei luoghi speciali e così fintamente familiari. Allo stesso modo, vivranno i fallimenti eventuali dei figli come propri, snaturando così l’essenza delle cose. Nel mondo animale la madre allontana i propri figli da sé non appena i piccoli sono in grado di badare a loro stessi. Il padre dei cuccioli addirittura se ne disinteressa quando essi vengono alla luce. In seguito i giovani animali si staccano dalle attenzioni materne, lo svezzamento finisce e il mondo diventa il loro campo di battaglia. Artefici, nella buona e nella cattiva sorte, del loro destino. All’interno del genere umano, invece, lo svezzamento sembra uno spauracchio da allontanare dalla mente di padri e madri: i figli non si svezzano, vanno semmai plasmati sull’immagine, sulla proiezione che un genitore ha di se, o meglio, di quello che avrebbe voluto essere e invece non è stato. Piuttosto, all’interno del genere umano, si assiste a uno svezzamento inverso, e cioè quello che avviene quando sono i figli ultracinquantenni, dopo aver succhiato il succhiabile dalla bambagia domestica, ad allontanare dal nucleo familiare padri e madri, troppo vecchi e malandati, per affidarli alle costose cure di qualche casa di riposo.
Non so cosa i miei genitori avrebbero voluto essere, quello che posso dire con certezza è che qualche volta avrebbero voluto essere… me. Proprio così. Quando sono nato, hanno smesso di vivere per loro stessi e hanno cominciato a vivere la mia di vita. Detto così può sembrare una cosa romantica e suggestiva, ma a ben vedere è proprio l’opposto. Annullando completamente la propria esistenza in funzione di uno o più figli si fa capolino verso un altruismo catartico e dannatamente pericoloso. Non penso che si possa far felici gli altri senza provare prima individualmente a tendere verso la felicità. Le prove schiaccianti in mio possesso sono proprio i miei genitori, e i loro genitori e tutto il pacchetto ‘famiglie’ che lungo questi 35 anni ho imparato a conoscere e osservare. Forse è il concetto stesso di famiglia che va rivisto. Forse esso è semplicemente una convenzione sopravvissuta nel tempo che in passato permetteva di controllare, ghermire e livellare nel modo più efficiente possibile la funzione sociale di una città, una regione, una nazione intera. Ma ora questa convenzione sembra far acqua da tutte le parti.
E così, all’interno di uno standardizzato nucleo familiare sono nato e cresciuto anch’io finché a otto anni, spinto da quel regalo inaspettato, non ho iniziato a esplorare la musica come meglio potevo. La pianola si è trasformata in un trampolino di lancio per arrivare ad apprezzare e comprendere la collezione di vinili di mio padre: Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin, Police, Deep Purple, Toto, Dire Straits, sono diventati la colonna sonora della mia adolescenza. La chitarra è arrivata qualche anno dopo e con essa anche le mie velleità da rock star. Ho passato così qualche anno in giro per lo stivale a promuovere la mia musica e ad assaporare e calcare
palchi prestigiosi e suggestivi. Ho fatto cose e ho visto gente, e più spesso mi sono fatto gente e cose. Tutto è finito in fretta però. I componenti del gruppo se ne sono andati. Uno è morto scalando una montagna himalayana dal nome impronunciabile, gli altri due, invece, sono diventati padri di famiglia. “Scelte di vita” dicevano. La mia unica scelta, invece, è sempre stata la musica. Ho cominciato a suonare da solo. Mi esibivo in locali sempre più piccoli imbracciando una chitarra acustica cantando canzoni scritte e arrangiate da me. Ho finito col suonare sempre più solo, nel senso letterario del termine: per me stesso, nella mia splendida cameretta arredata con tutto l’amore del mondo da mamma e papà. Ma non potevamo arrenderci, non potevamo permettere al sogno musica di sfilare via dalle nostre mani in questo modo, senza provarci fino in fondo. E così insieme ai miei ho aperto un negozio di musica in centro. Cd, bootleg, vinili, dvd, tutta roba di nicchia e per veri appassionati. Le cose giravano finalmente per il verso giusto. Ma l’idillio è durato soltanto due anni. La crisi economica e lo strapotere di internet hanno prima ferito a morte e poi tumulato il mio impero. Ora non faccio nulla, sempre che sopportare un presunto doppio fallimento (il mio e quello dei miei genitori) si possa considerare nullafacenza…
Ho sempre pensato che, un giorno, la musica sarebbe diventata la mia vita e a quelli che oggi, a tal proposito, mi dicono che mi sbagliavo io rispondo sempre la stessa cosa: “voi andate e moltiplicatevi pure, ma io non verrò. A me basta una pianola”.
Luca Murano nasce al nord (Lodi) da genitori del sud (Salerno) e attualmente vive al centro (Firenze). Dopo aver conseguito la laurea in Lettere Moderne a Pavia, ha lavorato per due anni con la casa editrice Mondadori come redattore e correttore di bozze. Dal 2009 vive in Toscana dove mangia tanto, si occupa di logistica, suona il basso, legge e scrive con fortune alterne ma ben compensate da passione e dedizione. A luglio 2018 è uscito il suo primo libro, una raccolta di racconti, dal titolo “Pasta fatta in casa – sfoglie di racconti tirate a mano” pubblicato con la casa editrice milanese Bookabook.
Bernd Mattheus, scrittore, saggista e traduttore tedesco, ha incontrato nell’aprile del 1988 Cioran. Emil lo riceve in accappatoio perché stava provando a riparare un tubo dell’acqua.
Al centro della storia di “Il grande amore di mia madre” di Urs Widmer, ci sono Clara e Edwin. Lei appartiene ad un ricca famiglia borghese, lui è uno squattrinato direttore d’orchestra. La ragazza segue il giovane nella sua vita giù e sul palco, dove si cimenta con la musica dei compositori moderni. Lei è innamorata di lui a tal punto da essere certa che Edwin sia l’uomo perfetto e lo segue in giro per l’Europa – Parigi è una delle tappe- dove lui e la sua orchestra vanno a suonare. Poi il destino comincia a girare in modo diverso e mentre Edwin diventa un famoso direttore d’orchestra di fama mondiale, Clara deve affrontare lo sfacelo economico della sua famiglia scatenato dalla crisi del 1929, unito all’amore non ricambiato del ragazzo per lei. Un sentimento non corrisposto che darà il tormento per tutta la vita a Clara. Dopo aver narrato la figura del padre, Urs Widmer, in “Il grande amore di mia madre”, racconta con maestria e delicatezza la figura della madre che si innamorò davvero di uno dei più importanti direttori d’orchestra svizzeri, senza esserne ricambiata. Nel libro, oltre a dove affrontare un sentimento che la porterà pian piano alla totale consunzione ed esaurimento nervoso, Clara si ritroverà senza più un soldo, senza un casa, senza una famiglia (il padre muore e i parenti piemontesi che ha, ad un centro momento, cominciano a tenerla a debita distanza) e senza più nulla che le permetta di avere delle certezze. La giovane descritta da Widmer si rimboccherà le maniche per ritrovare un po’ di stabilità, ma questa rinascita sarà più ardita del previsto, non solo perché per la protagonista sarà difficile trovare un lavoro, ma perché in Europa, sul finire degli anni Venti, si radicheranno sempre più i regimi totalitari. Pagina dopo pagina, Widmer ci fa conoscere una donna che si creò una famiglia anche se del marito non si dice nulla, che ebbe un figlio – l’autore- con nel cuore sempre lui, quell’ Edwin concentrato tutto sulla musica e sulla necessità personale di diventare un figura importante e di successo in ambito musicale e sociale. Il sentimento per il maestro d’orchestra è così intenso da gettare la donna in un profondo male di vivere seguito da ricoveri in istituti di cura con elettroshock e ritorni a casa con l’intenzione di dimenticare il passato coltivando, più che fiori, verdura. Il narratore si pone testimone impotente del processo distruttivo della mamma che, nelle pagine, opera nel tentativo -vano- di dimenticare un uomo che non l’amò mai davvero. Ogni cosa fatta da Clara, come ci racconta la voce narrante con garbo e ironia, viene messa in atto per trovare un pizzico di sana pace e stabilità. “Il grande amore di mia madre” di Urs Widmer, tradotto da Roberta Gado, è il ritratto lucido ed emotivo di una donna che amò in modo sincero e che soffrì molto per questo sentimento non compreso. Allo stesso tempo Widmer, attraverso la figura della madre, affronta un tema universale: la fragilità dell’animo umano. Clara ha sogni, ha delle aspettative, ha dei progetti e dei desideri, ma i fatti narrati, il caso o il fato, la prenderanno di mira mettendo in crisi il coraggio e ogni tentativo della donna nel provare a perseguire i propri obiettivi per ritrovare un pizzico di vera felicità.
Ulisse Casartelli, amico e poeta, non c’è più. Se n’è andato improvvisamente per non tornare.
Le piccole librerie stanno lentamente perdendo importanza e le persone che un tempo amavano intrattenersi tra i loro libri le frequentano sempre meno. Un libraio, appassionato bibliofilo, chiede al figlio di radunare i suoi amici per capire insieme a loro se i ragazzi amano ancora comprare libri e leggerli. Il libraio ha preparato per l’incontro molte citazioni famose sui libri, nella speranza che tutti possano condividere la bellezza della lettura. Ma i partecipanti non sono certi di pensarla allo stesso modo: gli adulti con tutte le loro convinzioni, i ragazzi con tutta la loro fantasia. Si apre così una grande, divertente e profonda disputa sull’eterno dilemma: leggere o non leggere?
Il Salone del libro di Torino 2019 è terminato, lasciando dentro i suoi visitatori un po’ di nostalgia, ma durante l’anno sono tante le occasioni per confrontarsi con i libri e l’amore per i medesimi.
Torna in libreria Pino Imperatore con la seconda indagine che vede protagonisti l’ispettore Gianni Scapece e il commissario Carlo Improta. Una coppia di investigatori fuori dagli schemi, fisicamente ai poli opposti, ma con una grande stima reciproca. Il primo, sciupafemmine. Il secondo, una sorta di papà e di guida. La vicenda è ambientata a Napoli, come sempre. La città mostra sfumature e colori, arte e cultura, cibo e vino ottimamente serviti. Lo sanno bene i Vitiello, titolari della trattoria Parthenope, che si trova proprio di fronte al commissariato di Mergellina. Luogo scelto da Scapece e Improta per discutere delle loro indagini con il titolare e la sua famiglia. Tutti coinvolti mentre sono seduti a tavola. Tutti a confronto e disposti a dare una mano. Insoliti e divertenti i siparietti creati dall’autore con questi personaggi.
Per 5 giorni Torino è stata al centro della più importante manifestazione dedicata all’editoria in Italia, e noi di Liberi ci siamo stati. Non potevamo mancare di certo, come i tanti ragazzi arrivati con trolley e zaini al seguito da tutt’Italia: blogger, scrittori, editori, disegnatori quest’anno i giovani sono stata la vera sorpresa del Salone.
Ada, protagonista di Ada al contrario di Guia Risari, è un bambina dinamica, simpatica che lascia tutti di stucco perché lei fa tutto al contrario. Chiama la mamma papà e il papà mamma. Quando la fanno sdraiare lei si mette in piedi e viceversa. Quando deve dormire sta sveglia e quando dovrebbe stare sveglia dorme. Poi l’incontro con un maestra che aiuterà la piccola a gestire al meglio questa sua voglia di fare le cose al contrario. Illustrazioni di Francesca Buonannno.
Summer ha ventisette anni ed è californiana. Blake ne ha quasi trentatré ed è un vero newyorkese. Lei aspira a diventare una sceneggiatrice di successo, ma per ora è solo assistente del direttore di produzione di una serie tv. Lui è uno scrittore da svariati milioni di copie e i suoi bestseller sono sempre nella classifica dei libri più venduti. Summer è fidanzata con un uomo molto più grande di lei, mentre Blake è single per vocazione. Lei è una persona ordinata, precisa e mattiniera, fa yoga e beve tè verde; lui fa colazione con un Bloody Mary e due sigarette, vive nel caos e non si sveglia mai prima delle due del pomeriggio. Summer e Blake non hanno proprio niente in comune, a parte una casa delle vacanze negli Hamptons, che per un mancato passaggio di informazioni è stata affittata a entrambi. Qualcuno se ne deve andare, ma tutti e due hanno ottime ragioni per restare. E le ragioni potrebbero aumentare con il passare dei giorni…
























