:: L’individualismo di Golian di Luca Murano

17 Maggio 2019 by

voltronHo sempre pensato che, un giorno, la musica sarebbe diventata la mia vita. Quando avevo solo otto anni, i miei genitori mi regalarono una piccola pianola della Bontempi. Arrivò assieme al Natale, non che io l’avessi esplicitamente chiesta. In realtà, la cosa che più desideravo a quei tempi era una diavoleria americana: Voltron, un robot giocattolo che veniva assemblato da altri cinque leoni robot.
Non ci fu nulla da fare, Voltron non bussò mai alla mia porta ma in breve tempo la pianola colmò quel vuoto nel mio cuore di bambino. Fu un’idea di mio padre che da giovane avrebbe tanto voluto imparare a suonare la chitarra, o almeno è quello che raccontava ogni volta che si toccava l’argomento. Ma le circostanze e l’avversione di mio nonno verso la cosa gli avevano impedito di acciuffare il suo desiderio. Si era ripromesso, però, qual ora avesse avuto un figlio, di spingerlo fin dalla più tenera età, verso la musica, invogliandolo a suonare uno strumento. E poi nacqui io. I figli, si sa, spesso diventano il prolungamento delle volontà e dei desideri dei genitori. A volte una vita non basta, soprattutto per chi ha vissuto col freno a mano tirato, per chi si è troppo spesso circondato di rinunce e rimpianti. Quando questo accade, talvolta, i padri e le madri tentano di allungare la propria esistenza respirando le vite dei figli. Vivendole di pancia, e facendo delle esperienze dei figli le proprie esperienze. Così, quando il pargolo si laureerà, con lui si laureeranno anche papà e mamma. Quando il figlio viaggerà per il mondo e vedrà Parigi, New York e Londra, anche loro avranno l’impressione di aver viaggiato con lui e di aver visto con i  loro occhi quello che la reflex del figlio avrà immortalato in quei luoghi speciali e così fintamente familiari. Allo stesso modo, vivranno i fallimenti eventuali dei figli come propri, snaturando così l’essenza delle cose. Nel mondo animale la madre allontana i propri figli da sé non appena i piccoli sono in grado di badare a loro stessi. Il padre dei cuccioli addirittura se ne disinteressa quando essi vengono alla luce. In seguito i giovani animali si staccano dalle attenzioni materne, lo svezzamento finisce e il mondo diventa il loro campo di battaglia. Artefici, nella buona e nella cattiva sorte, del loro destino. All’interno del genere umano, invece, lo svezzamento sembra uno spauracchio da allontanare dalla mente di padri e madri: i figli non si svezzano, vanno semmai plasmati sull’immagine, sulla proiezione che un genitore ha di se, o meglio, di quello che avrebbe voluto essere e invece non è stato. Piuttosto, all’interno del genere umano, si assiste a uno svezzamento inverso, e cioè quello che avviene quando sono i figli ultracinquantenni, dopo aver succhiato il succhiabile dalla bambagia domestica, ad allontanare dal nucleo familiare padri e madri, troppo vecchi e malandati, per affidarli alle costose cure di qualche casa di riposo.

Non so cosa i miei genitori avrebbero voluto essere, quello che posso dire con certezza è che qualche volta avrebbero voluto essere… me. Proprio così. Quando sono nato, hanno smesso di vivere per loro stessi e hanno cominciato a vivere la mia di vita. Detto così può sembrare una cosa romantica e suggestiva, ma a ben vedere è proprio l’opposto. Annullando completamente la propria esistenza in funzione di uno o più figli si fa capolino verso un altruismo catartico e dannatamente pericoloso. Non penso che si possa far felici gli altri senza provare prima individualmente a tendere verso la felicità. Le prove schiaccianti in mio possesso sono proprio i miei genitori, e i loro genitori e tutto il pacchetto ‘famiglie’ che lungo questi 35 anni ho imparato a conoscere e osservare. Forse è il concetto stesso di famiglia che va rivisto. Forse esso è semplicemente una convenzione sopravvissuta nel tempo che in passato permetteva di controllare, ghermire e livellare nel modo più efficiente possibile la funzione sociale di una città, una regione, una nazione intera. Ma ora questa convenzione sembra far acqua da tutte le parti.

E così, all’interno di uno standardizzato nucleo familiare sono nato e cresciuto anch’io finché a otto anni, spinto da quel regalo inaspettato, non ho iniziato a esplorare la musica come meglio potevo. La pianola si è trasformata in un trampolino di lancio per arrivare ad apprezzare e comprendere la collezione di vinili di mio padre: Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin, Police, Deep Purple, Toto, Dire Straits, sono diventati la colonna sonora della mia adolescenza. La chitarra è arrivata qualche anno dopo e con essa anche le mie velleità da rock star. Ho passato così qualche anno in giro per lo stivale a promuovere la mia musica e ad assaporare e calcare
palchi prestigiosi e suggestivi. Ho fatto cose e ho visto gente, e più spesso mi sono fatto gente e cose. Tutto è finito in fretta però. I componenti del gruppo se ne sono andati. Uno è morto scalando una montagna himalayana dal nome impronunciabile, gli altri due, invece, sono diventati padri di famiglia. “Scelte di vita” dicevano. La mia unica scelta, invece, è sempre stata la musica. Ho cominciato a suonare da solo. Mi esibivo in locali sempre più piccoli imbracciando una chitarra acustica cantando canzoni scritte e arrangiate da me. Ho finito col suonare sempre più solo, nel senso letterario del termine: per me stesso, nella mia splendida cameretta arredata con tutto l’amore del mondo da mamma e papà. Ma non potevamo arrenderci, non potevamo permettere al sogno musica di sfilare via dalle nostre mani in questo modo, senza provarci fino in fondo. E così insieme ai miei ho aperto un negozio di musica in centro. Cd, bootleg, vinili, dvd, tutta roba di nicchia e per veri appassionati. Le cose giravano finalmente per il verso giusto. Ma l’idillio è durato soltanto due anni. La crisi economica e lo strapotere di internet hanno prima ferito a morte e poi tumulato il mio impero. Ora non faccio nulla, sempre che sopportare un presunto doppio fallimento (il mio e quello dei miei genitori) si possa considerare nullafacenza…

Ho sempre pensato che, un giorno, la musica sarebbe diventata la mia vita e a quelli che oggi, a tal proposito, mi dicono che mi sbagliavo io rispondo sempre la stessa cosa: “voi andate e moltiplicatevi pure, ma io non verrò. A me basta una pianola”.

Luca Murano nasce al nord (Lodi) da genitori del sud (Salerno) e attualmente vive al centro (Firenze). Dopo aver conseguito la laurea in Lettere Moderne a Pavia, ha lavorato per due anni con la casa editrice Mondadori come redattore e correttore di bozze. Dal 2009 vive in Toscana dove mangia tanto, si occupa di logistica, suona il basso, legge e scrive con fortune alterne ma ben compensate da passione e dedizione. A luglio 2018 è uscito il suo primo libro, una raccolta di racconti, dal titolo “Pasta fatta in casa – sfoglie di racconti tirate a mano” pubblicato con la casa editrice milanese Bookabook.

:: Cioran di Bernd Mattheus (Lemma Press 2019) a cura di Nicola Vacca

17 Maggio 2019 by

cop bmBernd Mattheus, scrittore, saggista e traduttore tedesco, ha incontrato nell’aprile del 1988 Cioran. Emil lo riceve in accappatoio perché stava provando a riparare un tubo dell’acqua.
Il giovane studioso è affascinato dalle figure radicali del pensiero. Si è già occupato nei suoi libri precedenti di Antonin Artaud e Georges Bataille. I pensatori borderline lo affascinano.
Mattheus negli anni ha letto, studiato e incontrato Cioran con passione e devozione. Il risultato della grande considerazione del giovane scrittore tredesco per il pensatore rumeno è l’uscita di uno dei libri più belli a lui dedicati
Cioran. Ritratto di uno scettico estremo (traduzione di Claudia Tatasciore) è una biografia corposa e dettagliata di Cioran. Finalmente è stata da poco pubblicata in Italia per i tipi di Lemma press. Lo stesso Cioran apprezzerà il lavoro di Mattheus. Gli riconoscerà la capacità di collegare sempre l’evento con l’idea, la biografia alla filosofia, così che il lettore, reso attento dagli innumerevoli dettagli, partecipa allo svolgersi di un dramma intellettuale.
Possiamo sicuramente affermare che questa è l’unica biografia dedicata al pensiero e alla travagliata esistenza dell’autore di Squartamento.
Trecento pagine ricche e dense di informazioni inaspettate, di aneddoti poco conosciuti, ma soprattutto un ritratto davvero completo che ci permette di rileggere con occhi nuovi il pensiero del pensatore più scettico del secolo scorso.
Mattheus sposa le parole di Guido Ceronetti e entra in sintonia subito con Cioran, il filosofo squartatore che fin dal suo primo saggio si presenta come un distributore frenetico di inesorabile: dunque di avanzi, di stracci metafisici; dunque, anche, di consolazioni.
L’autore racconta come avvenne il suo primo incontro con Emil Cioran, questo intelligente misantropo cordiale che fu subito ispirato da simpatia, approvazione e entusiasmo.
Il giovane scrittore tedesco è affascinato dalla personalità scettica e strema di Cioran, ne studia le mosse e le opere e dopo averlo incontrato decide di dedicare a lui una corposa biografia.
Mattheus sarà il traduttore in lingua tedesca di Squartamento e con Cioran avrà un’interessante carteggio.
Cioran. Ritratto di uno scettico estremo è un libro ricco e complesso che sa entrare con le chiave giuste nel cuore delle vicende esistenziali e dell’opera di uno dei più irriverenti agitatori del pensiero novecentesco.
Il libro di Mattheus è talmente dettagliato che riesce a colmare le numerose curiosità del lettore.
In queste pagine viene rivelato tutto quello che c’è da sapere e da dire sulla personalità eccentrica e appartata di Emil Cioran.

«Del resto, ancora oggi – scrive Vincenzo Fiore nella prefazione – ombre ben più oscure offuscano il pensiero e la vita del pensatore rumeno. Non sono pochi coloro che hanno tentato di estrapolare le sue grida e i suoi anatemi per inserirli in tradizioni politiche che nulla hanno avuto a che fare con il suo pensiero».

Il giovane Mattheus si trova davanti al maturo Cioran. Condivide con lui negli anni il cafard e lo scetticismo estremo.
Gli dedica un libro che è anche un atto d’amore. Da leggere come un vero e proprio esercizio di ammirazione.

Source: libro inviato al recensore dall’Ufficio Stampa, che ringraziamo.

Nota: sito dell’editore.

:: Premio Chiara: Premio Savoia alla Cultura a cura di Valeria Giola

17 Maggio 2019 by

Villa Recalcati

Piero Chiara è stato e sempre sarà uno degli scrittori più amati di tutti i tempi. Il suo stile narrativo, unico nel suo genere, quello spiccato senso del racconto, visto come un viaggio nei luoghi, nei tempi e nelle vicende dei personaggi, resterà sempre attuale, e oggi, è più vivo che mai. Sono molti gli autori contemporanei che vedono in Chiara il proprio mentore e lo sono altrettanti quelli che ne celebrano le innate capacità di stringere la narrazione intorno a fatti semplici e a illustri (o meno) personaggi che animano le pagine dei suoi scritti. Gli estimatori delle sue opere sono sparsi in tutta la penisola ma il fuoco che il suo intelletto accese, tanti anni fa, continua a scintillare nella terra che animò gran parte dei suoi racconti : Varese e i suoi dintorni.
Varese è una cittadina stretta tra i monti e i laghi, una meta affascinante, ricca di storia e di cultura. Un dedalo di vicoli, di strade lastricate, di piazze e giardini, pubblici e non, che le hanno donato l’appellativo di “Città Giardino”. Una perla nascosta che vuole farsi scoprire e amare.
A Varese, da trentun anni, l’Associazione Amici di Piero Chiara, raccoglie la memoria dello scrittore e la trasforma in eventi culturali di altissimo livello. Ogni anno, in un crescendo fantasioso, l’Associazione propone un premio letterario che, oggi, si divide in più sezioni: Inediti, Giovani, Fotografia e Videomaking. I temi trattati sono tra i più vari e, quest’anno, è “La Gentilezza” il fulcro creativo sul quale lavoreranno i partecipanti. L’Associazione, con il costante contributo delle più alte Autorità locali e non, lavora incessantemente, a sostegno di un’iniziativa che, negli anni, ha saputo dar voce a molti autori, alcuni dei quali giovanissimi.
A Varese, nella magica cornice di Villa Recalcati, già sede della Provincia, mercoledì 15 maggio, c’è stato un evento che ha coronato l’Associazione e tutti coloro che da anni mettono il proprio impegno a sostegno delle iniziative di cui sopra. Si tratta del “Premio Savoia alla Cultura”, un riconoscimento unico e prestigioso, conferito e consegnato dal Presidente del Gruppo Savoia e dal Principe Emanuele Filiberto.
L’aria che si respirava, in sala, era tanto solenne quanto vivace, complice una sincera stima che si percepiva tra tutti coloro che hanno animato la serata. Si è parlato di cultura, di quanto sia indispensabile continuare a sostenere le Arti. Si è evidenziato quanto sia illogico appoggiare una società che fugge dalla cultura e da tutto ciò che essa esprime. Si è capita l’importanza di continuare a proteggere e a divulgare lo studio e la conoscenza. Da qui, è facile immaginare come il tema della “Gentilezza”, vista come la forma più autentica di umanità, abbia toccato l’animo di tutti i presenti.
La serata è scivolata tra sorrisi, strette di mano, sentiti ringraziamenti e grande umanità. Il tempo si è stretto intorno a brevi ma toccanti letture, a saggi dal contenuto stimolante, a racconti che hanno ispirato alcuni dei vincitori delle passate edizioni del Premio. Il pubblico ha applaudito, coinvolto e commosso. Le note di un giovane ma talentuoso pianista hanno chiuso l’evento elevando il concetto di Arte a un continuo flusso di emozioni.
Questo è stato solo l’anticipo di ciò che ci riserverà il Premio Chiara edizione 2019.
Per ulteriori informazioni sul premio, sulla sua storia e sul programma in corso: http://www.premiochiara.it.

:: Il grande amore di mia madre di Urs Widmer (Keller Editore 2019) a cura di Viviana Filippini

17 Maggio 2019 by

2Al centro della storia di “Il grande amore di mia madre” di Urs Widmer, ci sono Clara e Edwin. Lei appartiene ad un ricca famiglia borghese, lui è uno squattrinato direttore d’orchestra. La ragazza segue il giovane nella sua vita giù e sul palco, dove si cimenta con la musica dei compositori moderni. Lei è innamorata di lui a tal punto da essere certa che Edwin sia l’uomo perfetto e lo segue in giro per l’Europa – Parigi è una delle tappe- dove lui e la sua orchestra vanno a suonare. Poi il destino comincia a girare in modo diverso e mentre Edwin diventa un famoso direttore d’orchestra di fama mondiale, Clara deve affrontare lo sfacelo economico della sua famiglia scatenato dalla crisi del 1929, unito all’amore non ricambiato del ragazzo per lei. Un sentimento non corrisposto che darà il tormento per tutta la vita a Clara. Dopo aver narrato la figura del padre, Urs Widmer, in “Il grande amore di mia madre”, racconta con maestria e delicatezza la figura della madre che si innamorò davvero di uno dei più importanti direttori d’orchestra svizzeri, senza esserne ricambiata. Nel libro, oltre a dove affrontare un sentimento che la porterà pian piano alla totale consunzione ed esaurimento nervoso, Clara si ritroverà senza più un soldo, senza un casa, senza una famiglia (il padre muore e i parenti piemontesi che ha, ad un centro momento, cominciano a tenerla a debita distanza) e senza più nulla che le permetta di avere delle certezze. La giovane descritta da Widmer si rimboccherà le maniche per ritrovare un po’ di stabilità, ma questa rinascita sarà più ardita del previsto, non solo perché per la protagonista sarà difficile trovare un lavoro, ma perché in Europa, sul finire degli anni Venti, si radicheranno sempre più i regimi totalitari. Pagina dopo pagina, Widmer ci fa conoscere una donna che si creò una famiglia anche se del marito non si dice nulla, che ebbe un figlio – l’autore- con nel cuore sempre lui, quell’ Edwin concentrato tutto sulla musica e sulla necessità personale di diventare un figura importante e di successo in ambito musicale e sociale. Il sentimento per il maestro d’orchestra è così intenso da gettare la donna in un profondo male di vivere seguito da ricoveri in istituti di cura con elettroshock e ritorni a casa con l’intenzione di dimenticare il passato coltivando, più che fiori, verdura. Il narratore si pone testimone impotente del processo distruttivo della mamma che, nelle pagine, opera nel tentativo -vano- di dimenticare un uomo che non l’amò mai davvero. Ogni cosa fatta da Clara, come ci racconta la voce narrante con garbo e ironia, viene messa in atto per trovare un pizzico di sana pace e stabilità. “Il grande amore di mia madre” di Urs Widmer, tradotto da Roberta Gado, è il ritratto lucido ed emotivo di una donna che amò in modo sincero e che soffrì molto per questo sentimento non compreso. Allo stesso tempo Widmer, attraverso la figura della madre, affronta un tema universale: la fragilità dell’animo umano. Clara ha sogni, ha delle aspettative, ha dei progetti e dei desideri, ma i fatti narrati, il caso o il fato, la prenderanno di mira mettendo in crisi il coraggio e ogni tentativo della donna nel provare a perseguire i propri obiettivi per ritrovare un pizzico di vera felicità.

Urs Widmer (1938-2014), figlio del traduttore e critico letterario Walter Widmer, studiò germanistica e romanistica a Basilea, Montpellier e Parigi, conseguendo il dottorato nel 1966 con una tesi sulla letteratura tedesca del dopoguerra. Prima di dedicarsi interamente alla scrittura lavorò per brevi periodi come editor presso importanti case editrici. Oltre che scrittore fu docente universitario, traduttore (Joseph Conrad, Raymond Chandler) e autore teatrale di successo. Le sue numerose opere sono tradotte in una trentina di lingue e fu insignito di vari premi. Nel catalogo Keller sono presenti anche Il sifone blu e Il libro di mio padre, sempre nella traduzione di Roberta Gado.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a tutto lo staff di Keller editore.

:: Erba nuda di Ulisse Casartelli (Gaele edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

16 Maggio 2019 by

copUlisse Casartelli, amico e poeta, non c’è più. Se n’è andato improvvisamente per non tornare.
Ha attraversato la sua breve esistenza con i versi tra le mani, nel cuore e nella mente.
Di lui resta la sua poesia. Pochi giorni prima della sua scomparsa aveva pubblicato Erba Nuda (Gaele edizioni).
Adesso apro quel libro che mi giunge postumo. L’ultimo viaggio terreno di Ulisse nel mondo delle parole che diventa per forza di cose il suo testamento.

«Ho paura delle pagine bianche / sono voragini/ da cui sale di tutto».

Questa è la prima poesia del libro ma questo è soprattutto Ulisse.
Un uomo che ha il coraggio di essere poeta che cammina in cerca delle orme del nulla.
In queste pagine c’è tutto il disagio esistenziale di un essere dilaniato che cerca l’esserci tra l’ansia della morte e un desiderio irrealizzabile di abbracciare la vita

Ma io non venero la morte, / venero la vita, / e respiro / l’incanto / sul bianco della cenere»).

La sua poesia fa venire i brividi. Ulisse ha sempre scritto versi in presa diretta con il suo terrore di essere poeta e uomo.
Erba Nuda è il diario di un uomo ferito che si è fatto poeta abbracciando le parole, soprattutto quelle terribili che sanguinano.

«In queste poesie ho sentito come essere uomini significa essere insufficienti all’ideale di noi stessi che grazie a una sola poesia possiamo ritrovare sgretolato. Se ciò significa svelare quello che siamo allora ne sarà valsa la sofferenza, anche se essa ci avrà condotto sulla soglia della follia».

Così Ulisse scrisse nella nota introduttiva a L’immensità della cenere, raccolta uscita da Marco Saia Edizioni nel 2017.
Adesso che ho tra le mani Erba Nuda e sfoglio i suoi tre libri precedenti, insieme all’album dei ricordi che affollano la mia mente straziata dalla sua assenza, rivedo l’amico inquieto, l’uomo fragile e il poeta con il suo quotidiano mestiere di vivere che ha condiviso con me (e con i pochi amici veri che gli sono stati vicino).

«Mi arrendo, / giocatela voi / la vostra partita. / Io torno al fiume / a imparare del mondo /dall’acqua che scorre».

Ulisse nei versi che ha scritto, e in quelli che ci ha lasciato, ha sempre cercato se stesso, non nascondendo mai l’inferno che aveva dentro.
Erba Nuda è il lato oscuro e la luce di un poeta che ha fatto le sue domande al cielo, nude di verità ma colme di un bisogno d’amore, sempre cercato tra un pensiero di morte e un brivido di essere.

:: Leggere o non leggere di Jimmy Liao (Edizioni Gruppo Abele 2019) a cura di Giulietta Iannone

16 Maggio 2019 by

Jimmy LiaoLe piccole librerie stanno lentamente perdendo importanza e le persone che un tempo amavano intrattenersi tra i loro libri le frequentano sempre meno. Un libraio, appassionato bibliofilo, chiede al figlio di radunare i suoi amici per capire insieme a loro se i ragazzi amano ancora comprare libri e  leggerli. Il libraio ha preparato per l’incontro molte citazioni famose sui libri, nella speranza che tutti possano condividere la bellezza della lettura. Ma i partecipanti non sono certi di pensarla allo stesso modo: gli adulti con tutte le loro convinzioni, i ragazzi con tutta la loro fantasia. Si apre così una grande, divertente e profonda disputa sull’eterno dilemma: leggere o non leggere?

Proprio nella settimana della disputa librai vs bookblogger (quanto sono inutili le stucchevoli contrapposizioni di questi tempi) ho avuto il piacere di leggere questo simpatico e divertente libro illustrato per ragazzi edito dalle Edizioni Gruppo Abele, una carrellata di citazioni da Marylin Monroe a Stephen King, passando per Franz Kafka e Voltaire, che portano i libri e la lettura al centro del dibattito culturale.

Come non sorridere leggendo:

Se andate a casa di qualcuno e non vedete libri, non andateci a letto!

– John Waters

O non commuoversi per:

Ma noi abbiamo bisogno dei libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che era pià caro di noi stesso, come se fossimo respinti nei boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio, un libro deve essere la scure per il mare gelato dentro di noi.

– Franz Kafka

Forse i bambini non capiranno il senso di tutte le citazioni, ma per loro ci sono i disegni bellissimi e colorati di Jimmy Liao. Ottima idea regalo, o da collezionare. Un libro per i momenti di sconforto, o per quando abbiamo un attimo di pausa e ci vogliamo immergere nel mondo di tanti illustri lettori del passato e del presente. Perchè anche gli scrittori sono lettori, e la lettura è un rifugio sicuro come la musica o la danza. A leggere si impara da piccoli, e poi è un amore che ci accompagna per tutta la vita.

Jimmy Liao laureato in arti figurative con una specializzazione in design, ha lavorato per diverse agenzie pubblicitarie prima di iniziare l’attuale attività di scrittore e illustratore. A partire dal 1998, Jimmy ha pubblicato 27 libri illustrati, caratterizzati da una straordinaria originalità e con trame dai mille risvolti. Con le sue storie ha creato uno stile del tutto originale costituito da un mix di immagini e linguaggio fresco e diretto. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo, hanno venduto più di 5 milioni di copie tra Oriente, Europa e Stati Uniti; in particolare, Jimmy è diventato in poco tempo il più famoso autore di libri illustrati in Asia, suscitando entusiasmo in tutte le generazioni. Immergersi nei suoi lavori è come entrare nel mondo interiore di Jimmy: le storie, sempre originali, riflettono i temi della vita reale animati da colori vividi e dal magico realismo di racconti estremamente evocativi.

Source: libro inviato dall’Editore, ringraziamo Christian dell’Ufficio stampa Edizioni Gruppo Abele.

La prima edizione di Vercelli fantastica a cura di Elena Romanello

15 Maggio 2019 by

57024016_2135563863400992_2919017670244302848_nIl Salone del libro di Torino 2019 è terminato, lasciando dentro i suoi visitatori un po’ di nostalgia, ma durante l’anno sono tante le occasioni per confrontarsi con i libri e l’amore per i medesimi.
Una di queste è Vercelli fantastica, la cui prima edizione andrà di scena nella capitale italiana del riso sabato 18 e domenica 19 maggio, presso la libreria Mondadori di via Cavour 4 e il Museo Borgogna. Il festival vuole fare incontrare i lettori e le lettrici di due generi amatissimi oggi e in crescita come il fantasy e lo steampunk con autori e disegnatori, intrattenendo anche i partecipanti più giovani con giochi e attività per avvicinarli al mondo dei libri e della fantasia. Non mancherà uno spazio vendita di libri e gadget, oltre che una gara di cosplay, che inizierà sabato 18 maggio e terminerà con la premiazione del vincitore domenica 19 maggio.
Sabato 18 il grande protagonista sarà Harry Potter, mentre domenica interverranno vari autori.
Si parte sabato alle 10 e 30, con lo smistamento con il Cappello parlante nelle varie case e il club dei duellanti con  Severus Piton e Minerva McGranitt, un evento su prenotazione che costa tre euro. Nel pomeriggio alle 15 un quiz a premi su Harry Potter e alle 17 un incontro con Marina Lenti e Cliff Wright, illustratore ufficiale Harry Potter presso il Museo Borgogna, al costo di otto euro. Alle 18 e 30, premiazione della gara cosplay da parte della giuria popolare, composta da una persona del pubblico, un libraio, un giornalista, un animatore. Per tutto il giorno ci sarà un banco di illustratori, con Paola Camoriano, Mad Max e Ivan Grasso, che venderanno le loro opere per raccogliere fondi per il canile di Borgo Vercelli.
Domenica 19 maggio dalle 10 e 30 MS Edizioni presenta i suoi giochi di ruolo con tavoli di prova per provetti giocatori e La Stanza dei Sogni organizza tavoli per giocatori di ruolo e da tavolo, alle 11 ci sarà il laboratorio di disegno Crea la tua storia Disney con Alessandro Gottardo autore di Topolino, con un costo di tre euro su prenotazione, nel pomeriggio dalle 16
Dario Tonani presenta Naila di Mondo9 con Franco Ricciardello, alle 17 tavola rotonda con Maurizio Ferrero, Antonella Mecenero e Giulia Abbate, autori RiLL con i loro Ana nel campo dei morti, La spada, il cuore, lo zaffiro e La Maledizione, alle 18 Franco Ricciardiello e Giulia Abbate presentano il loro Manuale di scrittura di fantascienza edito da Odoya e alle 19 premiazione della gara di cosplay del giorno da parte della giuria di autori.

:: Con tanto affetto ti ammazzerò di Pino Imperatore (DeA Planeta 2019) a cura di Federica Belleri

15 Maggio 2019 by

Pino ImperatoreTorna in libreria Pino Imperatore con la seconda indagine che vede protagonisti l’ispettore Gianni Scapece e il commissario Carlo Improta. Una coppia di investigatori fuori dagli schemi,  fisicamente ai poli opposti, ma con una grande stima reciproca. Il primo,  sciupafemmine. Il secondo, una sorta di papà e di guida. La vicenda è ambientata a Napoli, come sempre. La città mostra sfumature e colori, arte e cultura, cibo e vino ottimamente serviti. Lo sanno bene i Vitiello, titolari della trattoria Parthenope, che si trova proprio di fronte al commissariato di Mergellina. Luogo scelto da Scapece e Improta per discutere delle loro indagini con il titolare e la sua famiglia. Tutti coinvolti mentre sono seduti a tavola. Tutti a confronto e disposti a dare una mano. Insoliti e divertenti i siparietti creati dall’autore con questi personaggi.
Ma veniamo al giallo. Ispettore, commissario e questore vengono invitati al novantesimo compleanno della baronessa De Flavis, alla sontuosa festa nella sua villa che si affaccia sul golfo di Napoli. Fatti gli onori di casa, la baronessa sparisce insieme all’inseparabile maggiordomo e gli ospiti cominciano a sentirsi male e a perdere i sensi.
L’indagine parte subito dopo una corsa al pronto soccorso. Dov’è finita la baronessa? E il suo fedele accompagnatore? Potrebbe essere morta?
L’ispettore Scapece inizia a usare il cervello, invece che la pistola, per risolvere questo caso. Interroga, osserva, non si fa condizionare dalle sue personali pene d’amore e si mette in gioco. Scoprirà passo dopo passo la storia di una donna determinata ma fragile, dei suoi figli egoisti ed egocentrici, dei dolori e delle sofferenze che l’hanno piegata ma non spezzata. Tra fatti realmente accaduti e leggende tramandate verremo condotti dall’autore a capire cosa significa essere avidi, arrabbiati e rissosi. A chiederci chi fosse veramente la baronessa De Flavis, a maturare sospetti e a guardare l’odio puro attraverso una porta socchiusa.
Quanto è forte il desiderio di vivere una vita piena? Quanto si ha voglia di essere capiti? Quanto si ha bisogno di essere amati davvero?
Da un colpo di scena all’altro si percorre l’intera vita di Elena De Flavis. Una metafora sugli affetti di famiglia, sulla società del possesso e non del sentimento, sulla forza d’animo che impedisce di mollare tutto.
Con tanto affetto ti ammazzerò.  Un giallo, un bilancio fra alti e bassi, fra rimpianto e nostalgia, fra nuvole e sereno. Non manca l’ironia che contraddistingue l’autore e il sorriso che arriva subito dopo.
Buona lettura.

Pino Imperatore è nato a Milano nel 1961 da genitori emigranti napoletani e vive in Campania dall’infanzia. Ha vinto i maggiori premi italiani per la scrittura umoristica ed è autore di opere teatrali, racconti, saggi umoristici e romanzi bestseller. Con DeA Planeta ha pubblicato Aglio, olio e assassinoCon tanto affetto ti ammazzerò, di cui sono protagonisti Scapece, Improta e i Vitiello.

Fonte: omaggio dell’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa DeA Planeta.

:: Premio Biella Letteratura e Industria: ecco i 5 finalisti

14 Maggio 2019 by

Ieri, ultimo giorno del Salone del Libro di Torino 2019, sono stati annunciati i 5 finalisti del premio Biella Letteratura e Industria, eccoli (in stretto ordine alfabetico come ha tenuto a precisare Pier Francesco Gasparetto, presidente della giuria):

Rossana Balduzzi Gastini, con Giuseppe Borsalino. L’uomo che conquistò il mondo con un cappello (Sperling & Kupfer);

Giorgio Falco, con Ipotesi di una sconfitta (Einaudi);

Maurizio Gazzarri, con I ragazzi che scalarono il futuro (Edizioni ETS);

Alberto Prunetti, con 108 metri. The new working class hero (Laterza);

Eugenio Raspi, con Inox (Baldini + Castoldi).

Premio Speciale a Silvino Gonzato, con Lievito madre. Storia della fabbrica salvata dagli operai (Neri Pozza).

 

Ho partecipato all’incontro, almeno nella prima parte, e devo dire che è stato molto interessante, c’erano presenti la signora Rossana Balduzzi Gastini, autrice de Giuseppe Borsalino. L’uomo che conquistò il mondo con un cappello che ha parlato del suo libro con grande passione, incuriosendomi molto e Maurizio Gazzarri autore de I ragazzi che scalarono il futuro.

Ma devo dire che tutti i cinque i libri sono molto interessanti e meritano di vincere i 5mila euro, che saranno consegnati durante la cerimonia conclusiva, in programma il 16 novembre 2019 presso l’Auditorium di Città Studi di Biella. Per cui ho pensato sarebbe bello ospitare sul blog una recensione per ciascun libro. Ne parlerò con la mia redazione.

L’originalità del premio, credo unico in Italia, è mettere in luce libri che abbiano sia un valore letterario autentico che una storia legata ai temi dell’imprenditorialità, dell’inventiva, e della passione che muovono il mondo industriale italiano, valori che se non ci fossero, specie in questo periodo di crisi, ben più difficile sarebbe per il benessere delle nostre comunità. Pensiamo solo al caso Melegatti (il libro Lievito madre di Silvino Gonzato si è aggiudicato la Menzione Speciale) in cui gli operai non si sono arresi e hanno salvato un’azienda.

Modelli positivi, a cui ispirarsi, modelli di speranza, forza, e duro lavoro. Ma la passione soprattutto credo sia il vero segreto e ciascuno di questi libri trasmette e mette in luce proprio questa forza. Per cui appuntamento a novembre, sono proprio curiosa di sapere quale libro sarà scelto per il premio.   

:: Liberi di Scrivere al Salone Internazionale del Libro di Torino 2019 – trentaduesima edizione

14 Maggio 2019 by

Salone-del-libro-2019-696x464Per 5 giorni Torino è stata al centro della più importante manifestazione dedicata all’editoria in Italia, e noi di Liberi ci siamo stati. Non potevamo mancare di certo, come i tanti ragazzi arrivati con trolley e zaini al seguito da tutt’Italia: blogger, scrittori, editori, disegnatori quest’anno i giovani sono stata la vera sorpresa del Salone.
Non si può dire che le polemiche pre e post Salone non abbiano rattristato gli animi, ma parte dell’entusiasmo è sopravvissuto, e questo è parte del miracolo che ogni anno si ripete al Lingotto, con crescente numero di visitatori, spazi rinnovati e ampliati (quest’anno l’Oval ha catalizzato molto l’attenzione), e tanti volontari che hanno fatto la differenza, se tutto ha funzionato molto è merito loro.
Io più che vagare per gli stand ho lavorato in Sala stampa, e la tentazione di chiedere l’autografo ai giornalisti è stata grande, ma ho preferito non disturbare.
Che celebrità ho incrociato? vediamo: quest’anno Lagioia non l’ho visto, in compenso ho incrociato Federico Rampini con la sua immancabile camicia a righe bianca e blu, visto la Lipperini mentre faceva vivere il suo programma radio, salutato Giorgio Ballario, un signore d’altri tempi, poi posso morire felice, ho salutato anche Maurizio de Giovanni, dopo tanti anni che ci conosciamo virtualmente, e mi hanno presentato Daniela D’Angelo di Avagliano Editore con cui abbiamo discusso dei racconti di Guido Gozzano.
Poi ho intravisto Gambarotta, Molinari, e tanti adetti stampa tra cui la mitica Carlotta di Las Vegas Edizioni, Tania di Arkadia, Giulio di EO, non stupitevi se li chiamo per nome, ho scoperto che al Salone basta il nome per riconoscersi.
È stato bello dai, faticoso ma bello.
Abbiamo annunciato i 5 finalisti del Premio Biella, ma su quello farò un post a parte. Libri non ne ho comprati, nè ne ho ricevuti, ma in realtà non avevo borse per contenerli, in compenso ho comprato vari gadget tra cui magneti da frigo con il logo di questa edizione e bracciali colorati.  E finalmente ho trovato la custodia per il pass, la conserverò per l’anno prossimo con due nastrini uno giallo e uno bianco.
Il personale della sicurezza è stato impeccabile, attento e professionale ma scherzava visto che per la maggior parte erano ragazzi. È andato tutto bene, nessun incidente, qualche mugugno ma in compenso tutti sembravano stanchi ma soddisfatti.
Dall’Oval ai padiglioni c’era un punto senza passerella un po’ in salita, ho visto un ragazzo in carrozzina farla all’indietro con una certa fatica. Alcuni punti erano davvero stretti e si faceva fatica a passare. Migliorerei l’agibilità per questi ragazzi, che erano tanti quest’anno.
Poi consiglierei di mettere segnaletica guida per terra, con i vari colori per indicare le varie uscite, e i vari padiglioni, era facile perdersi nonostante la segnaletica volante.
Per quest’anno è tutto, appuntamento all’anno prossimo, e porterò più adesivi del blog, magari penne, borse e spillette, promesso.

:: Intervista a Guia Risari per Ada al contrario, (edizioni Settenove 2019) A cura di Viviana Filippini

14 Maggio 2019 by

ada al contrarioAda, protagonista di Ada al contrario di Guia Risari, è un bambina dinamica, simpatica che lascia tutti di stucco perché lei fa tutto al contrario. Chiama la mamma papà e il papà mamma. Quando la fanno sdraiare lei si mette in piedi e viceversa. Quando deve dormire sta sveglia e quando dovrebbe stare sveglia dorme. Poi l’incontro con un maestra che aiuterà la piccola a gestire al meglio questa sua voglia di fare le cose al contrario. Illustrazioni di Francesca Buonannno.

V: Come è nata l’idea di scrivere Ada al contrario?

G: L’idea è nata dal constatare che spesso faccio le cose all’opposto di come andrebbero fatte e alla fine riescono ugualmente. Ma non sono la sola: c’è tanta gente come me e persino più estrema: che fa le cose al contrario per principio, per abitudine, per sfida, perché non può fare altrimenti. Possiamo dire che imbocchiamo strade diverse che ci portano tutte più o meno nella stessa radura erbosa. Certo l’esserci arrivati da un comoda strada asfaltata, da un sentierino nei campi o seguendo una semplice traccia nel bosco, cambia la percezione del percorso, del suo senso e il valore della destinazione.

V: Perché la scelta di affrontare, con delicatezza e tatto, la sindrome di Asperger in un libro per bambini?

G: Il libro non è che indirettamente sulla sindrome di Asperger; in realtà, il tema è più ampio: quello della diversità di approccio, di un’intelligenza altra, di una sensibilità sui generis. Ho avuto modo di avere uno stretto rapporto con bambini affetti dai disturbi dello spettro autistico e ho constatato una cosa: non c’è un denominatore comune, un comportamento che si possa generalizzare, una costante che si ripeta. Di fronte a tanta unicità, non ci resta che osservare, accettare, apprezzare e sintonizzarci su un canale comunicativo che ci metta in connessione. Da queste considerazioni è nata Ada con la sua diversità, ma con la sua voglia e capacità di relazionarsi.

V: Quanto è importante sensibilizzare la società su temi come la diversità e il rispetto del prossimo diverso da me/noi?

G: Tanto, perché se stigmatizziamo il diverso è perché non lo conosciamo, possiamo solo immaginarlo e il suo aspetto oscuro ci sembra minaccioso. Le persone temono quello che ignorano e raramente riconoscono questa estraneità con un atteggiamento di attesa e apertura. Parlare invece del diverso, illustrarlo, spiegarlo, esemplificarlo, mostrarlo riduce le distanze e fa sentire più vicini, aumenta l’empatia e la simpatia, due forze senza le quali non ci sarebbe relazione.

V: Il diverso spaventa più i bambini o gli adulti?

G: A parità di mancanza di riferimenti, l’adulto è forse quello che si crea più giustificazioni, scuse, ragioni per diffidare del diverso. Il bambino più facilmente sa di non sapere e mette in conto la sua mancanza di esperienza senza sentirsi in colpa. Questo non significa che i bambini non siano spaventati dal diverso, che non abbiano strategie difensive di fronte a quel che non conoscono e anche pregiudizi. Ma basta qualche spiegazione e qualche bella esperienza per lasciare un ricordo indelebile che contrasta la paura.

V: Che ruolo ha la maestra per Ada?

G: L’insegnante di ginnastica espressiva è quella che non parla solo il linguaggio delle norme e della ragione, ma quello dell’eccezione, del corpo, della sensibilità. Sa che nella vita si può giocare, imitare, contravvenire alle regole, scoprire, inventare. Non a caso l’illustratrice ha deciso di regalarle un fisico molto abbondante; a modo suo, anche quest’insegnante fa le cose al contrario e quindi è capace di capire Ada, le sue paure, le sue attese, le sue speranze, le sue curiosità. Il suo ruolo è maieutico: è come se le dicesse: tanti animali camminano in modo diverso e tu che animale vuoi essere? Come vuoi camminare? In controluce c’è la domanda: come vuoi vivere?

V: Quanto è importante che le persone accettino le diversità dell’altro?

G: Molto importante, perché accettare l’altro significa farlo uscire dall’isolamento, dalla discriminazione, dalla criminalizzazione legati in qualche modo della sua diversità. Una parola gentile, uno sguardo amico, un abbraccio, un gesto di simpatia possono abbattere il muro di diffidenza e creare un clima di fiducia e di rispetto reciproco. È questo che crea un dialogo proficuo tra le nostre diversità – poiché tutti in qualche modo siamo unici e diversi – e contrasta la chiusura. Non dimentichiamo che alla base della tolleranza c’è proprio l’accettazione.

:: Review Party: Due cuori in affitto di Felicia Kingsley (Newton Compton 2019) a cura di Giulietta Iannone

10 Maggio 2019 by

Due cuori in affitto - KingsleySummer ha ventisette anni ed è californiana. Blake ne ha quasi trentatré ed è un vero newyorkese. Lei aspira a diventare una sceneggiatrice di successo, ma per ora è solo assistente del direttore di produzione di una serie tv. Lui è uno scrittore da svariati milioni di copie e i suoi bestseller sono sempre nella classifica dei libri più venduti. Summer è fidanzata con un uomo molto più grande di lei, mentre Blake è single per vocazione. Lei è una persona ordinata, precisa e mattiniera, fa yoga e beve tè verde; lui fa colazione con un Bloody Mary e due sigarette, vive nel caos e non si sveglia mai prima delle due del pomeriggio. Summer e Blake non hanno proprio niente in comune, a parte una casa delle vacanze negli Hamptons, che per un mancato passaggio di informazioni è stata affittata a entrambi. Qualcuno se ne deve andare, ma tutti e due hanno ottime ragioni per restare. E le ragioni potrebbero aumentare con il passare dei giorni…

Il romanzo rosa salverà l’editoria? Bella domanda, e sembra che se la siano fatti seriamente alcuni editori tra cui Newton compton, tanto che al Salone del Libro, che si svolge in questi giorni a Torino, ci sarà un dibattito Sabato 11 Maggio alle 13,30 che vede ospiti Martina Donati e Anna Premoli e Felicia Kingsley, quest’ ultima autrice proprio di Due cuori in affitto, libro di cui vi parlerò oggi.
Di Anna Premoli lessi È solo una storia d’amore e iniziai un discorso che mi piacerebbe continuare oggi.
I romanzi rosa vendono, le lettrici li leggono gli editori li pubblicano. Allora perché sono considerate ancora opere di serie B? Di questo si discuterà al dibattito a cui accenno sopra, tra le altre cose, e quando penso a questo non posso non pensare a un autore italiano che scriveva su riviste femminili, pubblicava romanzi sentimentali (per giunta belli, provate a leggere Mio adorato nessuno) ed è famoso per opere noir, naturalmente sto parlando di Giorgio Scerbanenco.
Quindi come in tutti i generi letterari è la qualità dell’autore a fare la differenza, e anche il romance, o il rosa ha autori e autrici di tutto rispetto.
Innanzitutto scrivere romanzi rosa non è facile, essere originali senza cadere nei cliché più triti e abusati diventa una sfida ben ardua e infatti emergere è una scommessa. Sia la Premoli che Felicia Kingsley sono riuscite a conquistare l’affetto delle lettrici (ma sorprendentemente esistono anche lettori).
Cosa hanno di particolare i loro romanzi? Naturalmente parlano d’amore, e lo fanno in modo moderno, inserendo le loro storie nella vita di oggi, utilizzano un linguaggio attuale, spigliato, parlano di donne con i problemi, le aspirazioni, le difficoltà delle stesse lettrici che leggono questi romanzi. Risolvono situazioni complesse (quasi sempre è scontato il lieto fine) e lo fanno perché come insegnava Jane Austen già 200 anni fa la fantasia ha questo privilegio, dare un lieto fine a storie che nella vita vera non è detto che ce l’abbiano. Dando ragione d’essere alla speranza.
E a queste lettrici piace sognare, piace un tocco di leggerezza e di dolcezza, piace che il lui e la lei con caratteri diversi, storie personali diverse, trovino alla fine il modo di essere felici. Perché l’amore rende felici, e in questo non c’è nulla da ridere.
Dopo questo lungo preambolo parliamo del romanzo Due cuori in affitto di Felicia Kingsley. È un capolavoro? Forse no, ma ha tutti gli ingredienti di cui parlavo sopra capaci di rendere una storia piacevole da leggere. I battibecchi, le incomprensioni, diventano ben presto schermaglie amorose, e sia il lui che la lei della storia riescono alla fine a vedere l’altro, oltre l’apparenza, e la superficialità. Perché l’amore fa questo svela il vero noi stessi, privandolo delle incrostazioni delle delusioni, delle durezze, dei fallimenti sedimentati negli anni. Dunque che dire oltre, buona lettura.

Felicia Kingsley è nata nel 1987, vive in provincia di Modena e lavora come architetto. Matrimonio di convenienza, il suo primo romanzo inizialmente autopubblicato, ha riscosso grande successo in libreria con Newton Compton ed è diventato il secondo ebook più letto del 2017. Stronze si nasce e Una Cenerentola a Manhattan sono stati nella classifica dei bestseller per settimane. Due cuori in affitto è il suo quarto libro. Per saperne di più: www.feliciakingsley.com

Source: pdf inviato dall’editore.